lunedì 23 Marzo 2026
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Autoproduzione di cannabis: la legge arriva in Parlamento

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Il disegno di legge relativo alla legalizzazione dell’autoproduzione di cannabis è stato calendarizzato: arriverà il 24 giugno alla Camera dei Deputati per essere discusso. La proposta di legge riprende così il suo iter, dopo essere stata per oltre due anni in Commissione Giustizia. Nelle scorse settimane ha avuto luogo il voto in Commissione, con i primi emendamenti soppressivi della Lega – che miravano a boicottare la proposta – superati dalla maggioranza. Sui restanti, Riccardo Magi – presidente di Più Europa e primo firmatario della proposta di legge – ha dichiarato che molti decadranno perché ripetitivi, come ad esempio quelli avanzati da Lega e FdI relativi alle sanzioni pecuniarie.

Dopo la discussione prevista per il 24 giugno, potrebbe arrivare il turno della votazione già a fine luglio, anche a seconda degli altri lavori previsti e calendarizzati. L’obiettivo dei promotori della legge è quello di arrivare a una votazione alla Camera entro la pausa estiva, così da riprendere l’iter al Senato a settembre.

Approvata in Commissione di Giustizia lo scorso settembre, il testo base sull’autoproduzione propone, tra le altre cose, la depenalizzazione per la coltivazione domestica che non superi le 4 piante “femmine”, oltre a sanzioni minori per i fatti di lieve entità e l’aumento della pena da 6 a 10 anni di detenzione per i reati connessi al traffico e allo spaccio.

[di Salvatore Toscano]

La Corte suprema serba processerà la NATO per le bombe “umanitarie” del 1999

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La Corte suprema di Belgrado ha deciso di portare a processo la Nato per le bombe “umanitarie” all’uranio impoverito lanciate contro la ex Jugoslavia nel 1999, nell’ambito dell’operazione Allied Force. La causa è stata formalmente presentata nel 2021 da un ex militare dell’esercito jugoslavo, affetto da gravi patologie tumorali simili a quelle di molti altri suoi ex colleghi serbi e italiani ed imputabili, secondo lui e il suo legale, alle conseguenze delle bombe all’uranio impoverito. Alla sua denuncia si sono aggiunte quelle di oltre 3 mila civili serbi, che chiedono giustizia non solo per i danni materiali causati da quell’operazione ma anche per le conseguenze sulla propria salute. L’Alleanza ha cercato di appellarsi all’immunità giurisdizionale, ma venerdì 3 giugno sono state depositate a Belgrado le istanze per annientare il tentativo della Nato di sottrarsi al processo.

La strategia elaborata dai legali serbi in collaborazione con Angelo Fiore Tartaglia, avvocato che da due decenni si occupa della tutela legale dei militari ammalatisi di tumore durante le missioni nei Balcani, si compone di due punti fondamentali. Il primo è che l’accordo di cooperazione cui la Nato fa riferimento nella Nota a Verbale inviata a Belgrado e che ne dovrebbe sancire l’immunità è stato siglato nel 2005 e non ha, perciò, valore retroattivo per l’attività dell’Alleanza nel periodo 1995-2000. Il secondo è che la presenza di un ufficiale Nato di collegamento insediatosi a Belgrado, altro elemento apportato dall’Alleanza a supporto della propria immunità, “non acquisisce efficacia sanante nei confronti di una condotta che costituisce comunque una violazione delle norme fondamentali del diritto umanitario internazionale (consistenti nell’aver commesso crimini di guerra)”.

L’operazione Allied Force, cominciata in Serbia il 24 marzo 1999 con il primo bombardamento su Belgrado, durò 78 giorni. Le bombe “umanitarie” della Nato colpirono centinaia di obiettivi e infrastrutture sia civili che militari, causando una massiccia distruzione anche a causa dell’impiego di bombe a grappolo e di 15 tonnellate di uranio impoverito. Le conseguenze sulla popolazione, oltre alle centinaia di morti e le migliaia di feriti, furono devastanti anche per l’impatto a lungo termine sulla salute dei civili: la Serbia si colloca infatti al primo posto nella classifica europea per il numero di malattie oncologiche. A soli 10 anni dall’operazione Allied Force furono infatti circa 30 mila coloro che si ammalarono di cancro, dei quali 10 mila morirono. Nonostante i tenaci tentativi delle istituzioni militari italiane di negare il collegamento tra patologie dei militari e contesto ambientale, numerose sentenze riuscirono a ribaltare le “verità di Stato” e condannarono il ministero della Difesa a risarcire i danni. Furono 7600, secondo i dati dell’Osservatorio Militare, i militari italiani ad ammalarsi di cancro per le armi ad uranio impoverito utilizzate nel corso dell’operazione Allied Force in Jugoslavia nel 1999, dei quali 400 morirono.

Che la Nato abbia commesso crimini di guerra in Jugoslavia, fa notare l’avvocato Tartaglia, è una verità incontrovertibile, in quanto questi vengono definiti dall’art. 8 dello Statuto di Roma della Corte Penale Internazionale come atti di “omicidio volontario; tortura o trattamenti inumani, compresi gli esperimenti biologici; cagionare volontariamente grandi sofferenze o gravi lesioni all’integrità fisica o alla salute”. Come fa inoltre notare Mauro Pili nel suo articolo su Unione Sarda, la Nato svolge numerose operazioni anche nei poligoni di Quirra e Teulada nel corso delle quali vengono utilizzate armi al torio, elemento molto più pericolo dell’uranio impoverito in grado di causare danni ambientali e alla salute: devastazioni per le quali l’Alleanza Atlantica potrebbe essere considerata altrettanto colpevole.

[di Valeria Casolaro]

 

A Trieste uno dei più importanti sequestri di droga in Europa

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La Guardia di Finanza di Trieste, coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia, ha effettuato una delle più grandi operazioni antidroga mai avvenute in Europa: sono state sequestrate 4,3 tonnellate di cocaina ed eseguite 38 misure cautelari tra Europa e Colombia, oltre al sequestro di 1,8 milioni di euro in contanti. Si è stimato che la vendita di un tale quantitativo di stupefacente avrebbe fruttato ai criminali oltre 240 milioni di euro di ricavi. Le indagini della magistratura e delle polizia colombiana, durate oltre un anno, hanno portato alla luce una fitta rete di rapporti tra produttori sudamericani e consumatori europei e italiani.

Mosca attacca di nuovo l’Italia: “i vostri media sono pieni di propaganda anti-russa”

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In un lunghissimo post su Facebook, l’ambasciata di Mosca in Italia ha accusato i media italiani di condurre una campagna anti-russa, che “viola i diritti dei cittadini” e “alimenta la crescita di sentimenti russofobi nella società italiana”. Il post si concentra poi sull’elenco dei presunti atti discriminatori, che “coinvolgono gli artisti, i funzionari e i cittadini russi”. “I connazionali – viene infine denunciato – sono preoccupati per il limitato accesso ai media russi in Italia e, di conseguenza, per la mancanza di informazioni obiettive sulla politica e sulle azioni della Russia nel quadro dell’operazione militare speciale”. La risposta di Roma non si è fatta attendere, con il ministro degli Esteri Di Maio che ha dichiarato: «I nostri mezzi d’informazione non possono prendere lezioni di giornalismo dalla Russia, né tantomeno ricevere minacce».

Tra i casi ostili citati dall’ambasciata di Mosca in Italia, figurano gli atti vandalici ai danni “della recinzione dell’edificio del Consolato Generale della Federazione Russa a Genova”, le difficoltà dei dipendenti della Missione permanente russa presso la FAO e di altre organizzazioni internazionali a Roma a stipulare contratti con gli operatori telefonici e “la grande campagna lanciata in Italia contro la cultura russa e i suoi rappresentanti“. In particolare, vengono citati “la richiesta al direttore d’orchestra di fama mondiale Valery Gergiev di condannare pubblicamente le azioni della Russia in Ucraina sotto la minaccia di porre fine alla cooperazione” e l’annullamento del Lago dei cigni in diversi teatri italiani. A questi eventi, si aggiunge poi l’incidente che ha suscitato “il maggior clamore dell’opinione pubblica russa”, relativo a “una studentessa russa di 19 anni dell’Università di Bologna che si è recata dal medico per ottenere un certificato di disabilità uditiva” ma che ha ricevuto “l’invito a effettuare un esame approfondito (nonostante negli anni precedenti ciò non fosse richiesto) prima di essere cacciata dall’operatore sanitario”.

In risposta alle dichiarazioni, il 6 giugno è stato convocato al Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale della Repubblica Italiana il capo della missione diplomatica russa, l’ambasciatore Sergey Razov, noto all’opinione pubblica per le rivelazioni di stampa incentrate sugli incontri con Matteo Salvini, commentate successivamente dal leader della Lega: «Per la pace si lavora con ambasciatori e governi di tanti Paesi. Io l’ho fatto e continuerò a farlo, spero in compagnia di tanti colleghi che in questi giorni criticano e chiacchierano ma non muovono un dito». Al centro della convocazione della Farnesina, c’è stato l’invito a “cambiare la prassi comunicativa delle ultime settimane”. Razov, e dunque l’Ambasciata russa in Italia, ha poi rilasciato una nuova nota, in cui si è ribadita l’accusa di propaganda. “L’ambasciatore si è soffermato sulle dichiarazioni talvolta inaccettabili di alti funzionari italiani nei confronti della Russia e della sua leadership. Ha sottolineato che la linea di propaganda che sta dominando nei media italiani difficilmente può essere qualificata altrimenti che come ostile”. Da un lato, l’ambasciata chiede “moderazione ed equilibrio nell’interesse del mantenimento di relazioni positive e di cooperazione tra i popoli russo e italiano a lungo termine”, dall’altro, le istituzioni italiane ribadiscono i confini dell’azione diplomatica di Razov.

Il capo di una missione diplomatica permanente (ambasciatore) deve ricevere, prima del suo insediamento, il cosiddetto gradimento da parte dello stato ospitante, a testimonianza della natura consensuale della relazione. Segue poi l’accreditamento del capo della missione, che così può iniziare a svolgere le proprie funzioni: proteggere gli interessi e rappresentare il proprio stato – definito accreditante -, negoziare con lo stato ospitante, accertare e riferire al paese di rappresentanza sulle condizioni e gli sviluppi nel territorio ospitante e promuovere relazioni amichevoli tra i due stati in campo economico, culturale e scientifico¹. In qualsiasi momento, il paese accreditante può decidere di richiamare il proprio ambasciatore, così come lo stato territoriale può definirlo “persona non grata”, allontanandolo dal territorio sovrano.

[Di Salvatore Toscano]

¹ Articolo 3, Convenzione di Vienna del 1961.

Le alpi sono sempre più verdi, ma non è una buona notizia

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Le aree verdi sulle Alpi europee sono aumentate del 77 percento, dettando cambiamenti paesaggistici per niente positivi. Nelle aree di montagna il riscaldamento globale viaggia il doppio più velocemente rispetto ad altre zone e la riduzione della neve con lo scioglimento dei ghiacciai solitamente tipici delle Alpi, ne sono prova schiacciante. Il nuovo aspetto delle Alpi è conseguenza del riscaldamento globale, come sottolineato dal nuovo studio pubblicato giovedì scorso sulla rivista Science. Il cosiddetto “inverdimento”, termine spesso utilizzato per definire uno spazio più benefico per l’ambiente, è in questo specifico caso di tutt’altro auspicio, perché la crescita della vegetazione sulle Alpi è sinonimo di un evento atipico e preoccupante.

Il manto nevoso negli ultimi trentotto anni è diminuito nel dieci percento delle Alpi, con un impatto molto significativo. Perché per quanto intuitivamente l’assenza di neve e la crescita di zone verdi possano far pensare a una maggiore trasformazione di anidride carbonica in ossigeno, in realtà la perdita del paesaggio glaciale è deleterio per l’habitat. Una vita vegetale più densa in zone in cui questa non è usuale mette seriamente a rischio la vegetazione e la fauna alpine, danneggiando anche la capacità di un’area solitamente innevata di riflettere la radiazione solare (effetto albedo), incapacità che poi contribuisce al riscaldamento generale.

Se non si agirà per mitigare i danni causati dai cambiamenti climatici, il manto nevoso nelle Alpi potrebbe ridursi ancora fino ad arrivare a solo il venticinque percento nei prossimi dieci-trenta anni. E la neve è anche un’importante fonte di acqua potabile: le Alpi, catena montuosa più alta ed estesa d’Europa, forniscono ben il quaranta per cento dell’acqua potabile europea (non a caso vengono chiamate le “torri d’acqua” d’Europa). Una riduzione della neve non è sinonimo di una repentina assenza di acqua potabile ma pone delle preoccupanti basi per quella che potrebbe essere una tendenza a lungo termine.

[di Francesca Naima]

Regno Unito, confermata la fiducia a Johnson

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Erano necessari 180 consensi per sfiduciare il primo ministro Boris Johnson. I voti dei conservatori, il suo partito, a favore della mozione di sfiducia si sono fermati a 148, segnando comunque una spaccatura che indebolisce l’esecutivo britannico. Nelle ore precedenti al voto, si è dimesso il membro del governo dell’ufficio di gabinetto per anticorruzione John Penrose. La mozione di sfiducia era stata proposta da una parte del gruppo di maggioranza in seguito allo scandalo partygate, le feste a Downing Street durante il lockdown a cui Johnson ha partecipato.

Lunedì 6 giugno

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7.00 – Guerra in Ucraina, ministro degli Esteri russo costretto ad annullare la visita in Serbia per la chiusura dello spazio aereo di Bulgaria, Macedonia del Nord e Montenegro.

8.00 – L’ambasciata di Mosca in Italia accusa i media italiani di fare propaganda anti-russa.

9.00 – Serbia: la Corte suprema di Belgrado processerà la NATO per le bombe “umanitarie” del 1999.

11.30 – Sicilia, il PD ribadisce l’impegno congiunto con il M5S per le primarie.

12.00 – La Cina avverte l’Unione europea: “Le sanzioni alla Russia non risolvono crisi”.

14.00 – Lavorare un giorno in meno a salario pieno: nel Regno Unito parte l’esperimento.

16.30 – MEF, tra gennaio e aprile 2022 le entrate tributarie erariali ammontano a 148.311 milioni di euro.

17.30 – Messico, il presidente Obrador non parteciperà al Vertice delle Americhe, in solidarietà con Cuba, Venezuela e Nicaragua.

17.40 – Zelensky: a Severodonetsk gli ucraini “resistono”, ma i russi sono “più numerosi e più potenti”.

19.00 Regno Unito: attesa per il voto di sfiducia del Parlamento contro il premier Boris Johnson.

Giù le mani dalle Dolomiti: in centinaia manifestano contro l’impatto delle olimpiadi a Cortina

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Nella giornata di ieri centinaia di persone si sono ritrovate al Passo Giau, un valico alpino delle Dolomiti, per denunciare gli “scempi ambientali” che le Olimpiadi Milano-Cortina del 2026 genereranno. Lo si legge all’interno di un comunicato di Mountain Wilderness Italia, una delle associazioni che ha organizzato l’evento, nel quale viene specificato che la richiesta sia quella di rimuovere dai piani di costruzione diverse opere, tra cui “il bob previsto a Cortina (costo stimato 65 milioni di euro)”, “il villaggio olimpico a Cortina (evitando ulteriore consumo di suolo)” e “la ‘strada di scorrimento’ di Bormio”. Come ricordato da Luigi Casanova, presidente onorario di Mountain Wilderness Italia intervenuto durante il raduno, le Olimpiadi dovevano infatti essere «a costo zero» e «sostenibili», eppure «oggi siamo a una valutazione di spesa ancora non definitiva che si aggira sui tre miliardi di euro», «nei territori interessati non è stato avanzato un solo progetto sociale» e «la questione ambientale (e sociale) è scomparsa dall’Agenda della Fondazione che pure, nel dossier di candidatura, vi aveva scritte 16 interessanti, efficaci pagine».

Non è un caso, dunque, che le Olimpiadi del 2026 vengano definite dall’associazione un “capolavoro di greenwashing”. Del resto, dal logo alle dichiarazioni di organizzatori e politici, ogni narrazione sull’evento è infarcita di concetti come “sostenibilità”, “economia circolare” ed “impatto zero”, ma si tratta appunto di una retorica che appare ben lontana dalla realtà dei fatti e causa le proteste della popolazione locale, che vede con i propri occhi gli effetti dei cantieri sulle montagne. Il raduno di ieri infatti ha fatto seguito alle proteste degli scorsi mesi, quando oltre 50 comitati e centinaia di singoli cittadini hanno dato vita ad una manifestazione per protestare contro le prossime Olimpiadi invernali, chiedendo tra l’altro di contrastare ogni nuova struttura avente ad oggetto il consumo di suolo.

[di Raffaele De Luca]

Milano, Alla Scala debutterà con l’opera russa Boris Godunov

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Il Teatro Alla Scala di Milano ha deciso di confermare una scelta in programma da anni, relativa all’inaugurazione della prossima stagione lirica prevista per il 7 dicembre. Si tratta di Boris Godunov, opera del russo Modest Petrovič Musorgskij, basata sul dramma omonimo di Aleksandr Sergeevič Puškin. «Non sono per la caccia alle streghe. Non sono per la cancellazione delle opere russe e quando leggo Puškin non mi nascondo», ha dichiarato il sovrintendente Dominique Meyer durante la conferenza stampa di presentazione.

Italia: le disposizioni pandemiche tornano in vita per votare ai referendum

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Anche nel periodo post pandemico i cittadini che vorranno esercitare il proprio diritto di voto dovranno attenersi a tutta una serie di restrizioni anti Covid: in occasione dei referendum sulla giustizia e delle elezioni amministrative del 12 giugno, infatti, vi sarà sostanzialmente un ritorno delle classiche misure utilizzate durante l’emergenza sanitaria. Come previsto dal protocollo sanitario e di sicurezza firmato dal Ministro della Salute, Roberto Speranza, e dal Ministro dell’Interno, Luciana Lamorgese, gli elettori dovranno indossare la mascherina chirurgica per accedere ai seggi, a differenza di quanto stabilito per quasi tutti i luoghi pubblici. Non solo, poiché al momento dell’accesso nel seggio l’elettore dovrà procedere alla “igienizzazione delle mani con gel idroalcolico”, da mettere a disposizione “in prossimità della porta”. Inoltre, “dopo essersi avvicinato ai componenti del seggio per l’identificazione e prima di ricevere la scheda e la matita, provvederà ad igienizzarsi nuovamente le mani”. Completate le operazioni di voto, poi, all’elettore “è consigliata una ulteriore detersione delle mani” prima di lasciare il locale in cui si svolgono le operazioni di votazione.

La mascherina chirurgica, inoltre, dovrà essere utilizzata da ogni altro soggetto avente diritto all’accesso al seggio (ad esempio i rappresentanti di lista), mentre i componenti dei seggi, durante la permanenza al loro interno, dovranno “indossare la mascherina chirurgica” e sostituirla “ogni 4-6 ore e comunque ogni volta risulti inumidita o sporca o renda difficoltosa la respirazione”. Questi ultimi, poi, dovranno comunque “mantenere sempre la distanza di almeno un metro dagli altri componenti e procedere ad una frequente e accurata igiene delle mani”. Consigliato inoltre l’uso dei guanti, ma solo per “le operazioni di spoglio delle schede”.

Per quanto riguarda infine l’allestimento dei seggi, occorre tra l’altro “prevedere percorsi dedicati e distinti di ingresso e di uscita, chiaramente identificati con opportuna segnaletica”, ed “i locali destinati al seggio devono prevedere un ambiente sufficientemente ampio per consentire il distanziamento non inferiore a un metro sia tra i componenti del seggio che tra questi ultimi e l’elettore”. In pratica, i cittadini che decideranno di recarsi alle urne dovranno rispettare anche una distanza interpersonale di almeno un metro, mentre non dovranno essere dotati del green pass, per il quale non viene fatta alcuna specifica.

[di Raffaele De Luca]