venerdì 6 Febbraio 2026
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L’Inghilterra sigla un accordo con il Ruanda per liberarsi dei profughi

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Il 14 aprile 2022 il Ministro dell’Interno inglese Priti Patel e il Ministro degli Esteri e della Cooperazione internazionale del Ruanda Vincent Biruta hanno firmato il primo Partenariato per la migrazione e lo sviluppo economico al mondo. Tale accordo permette al Regno Unito di inviare in Ruanda i migranti (soprattutto uomini e soli) che entrino “illegalmente” nel Paese, in cambio di un investimento di 120 milioni di sterline (poco meno di 145 milioni di euro) nello “sviluppo economico e nella crescita del Ruanda”. Il contratto, seppur nuovo nella forma, non costituisce di per sè una novità: altri Paesi hanno già cercato di esternalizzare la gestione delle richieste di asilo e dei migranti. La logica della securitizzazione e della costruzione di barriere si profila ancora una volta la scelta preferenziale da parte dei governi, pur essendosi dimostrata del tutto fallimentare e non risolutiva per gli scopi desiderati, oltre che priva degli estremi legali per mostrarsi legittima.

La forma può certo essere unica nel suo genere, ma la sostanza non varia poi molto da quanto già visto in altre occasioni: il governo inglese pagherà fior di sterline al Ruanda affinchè questo si faccia carico dei migranti che facciano ingresso illegalmente nel Regno Unito. Il primo ministro britannico Boris Johnson è stato chiaro nelle sue motivazioni: se da un lato ha provato a sostenere che questa decisione col tempo costituirà un potente “deterrente” per coloro che traggono profitto dal traffico di vite umane, ha però anche aggiunto senza mezzi termini che “non possiamo chiedere ai contribuenti inglesi di firmare un assegno in bianco per coprire i costi di chiunque voglia venire a vivere qui”. L’accordo supporterà anche “operazioni di asilo, alloggio e integrazione, simili ai costi sostenuti nel Regno Unito per questi servizi”.

Il provvedimento prende di mira un target molto specifico: i migranti “illegali” che attraversino i confini “con le navi o con i camion”, in particolare se maschi e soli. Secondo il governo, l’impiego di “nuove imbarcazioni, sorveglianza aerea e personale militare esperto” per rafforzare i confini, per i quali sono previsti 50 milioni di sterline in nuovi finanziamenti, permetterà di affrontare “l’inaccettabile costo di 4,7 milioni di sterline al giorno per il contribuente derivante dall’ospitare i migranti negli alberghi”. Coloro che arriveranno in Inghilterra, afferma Johnson, non saranno più ospitati negli hotel ma in “centri di detenzione”.

Questa decisione, stando a quanto si legge sul sito del governo, costituirà un’opportunità per i profughi di “costruire una nuova e prosperosa vita in una delle economie che crescono più velocemente al mondo, riconosciuta globalmente per i suoi risultati nell’accogliere e integrare i migranti”. Numerosi report di organizzazioni internazionali e istituti di ricerca, tuttavia, dipingono un quadro leggermente differente.

Verso la fine del 2021, per esempio, un rapporto di Human Rights Watch ha descritto il Ruanda come luogo nel quale detenzioni arbitrarie e trattamenti inumani, compresi maltrattamenti e torture, sono eventi all’ordine del giorno sia all’interno delle strutture governative che in quelle non ufficiali. L’opposizione politica, in Ruanda, subisce una violenta repressione da parte delle autorità statali, arrivando a minacciare anche gli oppositori che sono migrati all’estero. Il Ruanda è inoltre uno dei Paesi più densamente popolati al mondo e più poveri dell’Africa, nel quale il contraccolpo sull’economia dovuto alla pandemia si è fatto sentire con particolare forza. Il numero di rifugiati presenti nel Paese è già di per sè altissimo (intorno ai 130 mila) e difficilmente il governo potrà farsi carico della gestione di nuovi soggetti. Secondo l’analisi di numerose associazioni per la difesa dei diritti umani, oltre che di alcuni oppositori di Johnson, il provvedimento sarebbe privo dei presupposti legali che ne sostengano la legittimità.

Tuttavia, come fa notare il Financial Times, per il presidente ruandese Paul Kagame un accordo del genere costituirebbe una possibilità di riconoscimento agli occhi del contesto internazionale. In questo modo, infatti, Kagame apparirebbe agli occhi dell’Occidente come “leader africano proattivo che offre soluzioni radicali ai problemi spinosi di politica interna ed estera”, oscurando in parte le polemiche sulla repressione messa in atto contro l’opposizione.

Accordi simili sono già stati stipulati in precedenza: in Europa ci aveva già provato la Danimarca, nel 2021, e anche in questo caso le associazioni avevano denunciato la mancanza di un quadro legale legittimo entro cui operare. In quell’occasione il governo danese aveva scelto proprio il Ruanda per firmare un accordo di rafforzamento della cooperazione in materia di migrazione e asilo, finalizzato al potenziale trasferimento dei richiedenti asilo dalla Danimarca al Ruanda. Questo nonostante nel 2020 la Danimarca avesse ricevuto il più basso numero di richieste di asilo degli ultimi 20 anni (appena 1515). In quell’occasione era stata anche ipotizzata la costruzione di un centro profughi nel Paese africano, ma ad oggi non è stato realizzato nulla di concreto. Nonostante ciò, la Danimarca si è detta disponibile ad ospitare fino a 100 mila profughi ucraini.

Un caso esemplare di esternalizzazione dei migranti, passato per molto tempo in sordina, è costituito dai centri di detenzione australiani costruiti nelle isole di Nauru e di Papua Nuova Guinea. In quel caso il disinteresse da parte delle istituzioni per gli abusi subiti da uomini, donne e bambini provenienti da Iran, Iraq, Pakistan, Somalia, Bangladesh, Kuwait e Afghanistan, dei quali le istituzioni erano al corrente, era stato identificato dalle organizzazioni per la difesa dei diritti umani come mezzo per scoraggiare i profughi dal recarsi in Australia a chiedere asilo.

[di Valeria Casolaro]

Sudafrica, governo denunciato per negligenza contro clisi climatica

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Un gruppo di organizzazioni per la giustizia climatica ha presentato una denuncia penale contro il presidente sudafricano Cyril Ramaphosa e alcuni membri del suo governo per non aver intrapreso “azioni pratiche per affrontare la crisi climatica”. La denuncia arriva in seguito alla notizia della morte di oltre 400 persone nella provincia di KwaZulu Natal, dopo che la tempesta subtropicale Issa si è abbattuta sulla zona. Secondo la coalizione, il governo sudafricano sarebbe direttamente responsabile delle morti nella regione in quanto non avrebbe mai messo in atto misure per “prevenire ulteriori emissioni e proteggere i vulnerabili dall’aumento della disuguaglianza e della povertà”.

Non si presenta nessuno: la quarta dose vaccinale per ora è un flop in tutta Italia

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Ieri il consulente del ministero della Salute Walter Ricciardi ha affermato che «in autunno sarà necessaria una nuova dose per tutti», visto che «sarà un momento delicato e difficile, perché ci saranno le condizioni favorevoli per la propagazione del virus e ci sarà un’attenuazione della protezione vaccinale in tutta la popolazione». Tuttavia una prima risposta significativa in tale direzione è avvenuta da chi, secondo le autorità sanitarie, potrebbe e dovrebbe già sottoporsi alla somministrazione della quarta dose: cittadini over 80 e soggetti super fragili. Si tratta di milioni di italiani che, per il momento, stanno declinando l’invito. In un mese e mezzo sono state somministrate infatti soltanto 71 mila dosi

Un vero e proprio flop, come ha sottolineato Nino Cartabellotta, presidente di Gimbe, la fondazione che fornisce al governo italiano dati e strategie in merito alla pandemia. Si tratta di un esito «alimentato dal senso di diffidenza per il nuovo richiamo». Per questo motivo la seconda dose booster «non può essere affidata esclusivamente all’adesione volontaria, ma richiede strategie di chiamata attiva», ha affermato Cartabellotta, lasciando intendere l’apertura verso forme di obbligo vaccinale per aumentare le somministrazioni. Per il momento, dall’esito della campagna di vaccinazione emerge chiara la reticenza dei cittadini a sottoporsi a un nuovo ciclo vaccinale. Una realtà che percorre il Paese da nord a sud. In Campania, dove si è scelto di non ricorrere alle prenotazioni, si sono presentate la miseria 164 persone su una platea di 300.000 soggetti vaccinabili. In Lombardia, le prenotazioni ammontano a circa 11.000 persone, su un totale di 830.000 interessati. Numeri leggermente migliori, certo, ma pur sempre meno di un cittadino su 80.

L’Italia non vuole le trivelle, il ministero di Cingolani portato davanti al Tar

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Cinque regioni e ventiquattro comuni hanno fatto ricorso al Tar del Lazio contro le decisioni, in materia di estrazione di idrocarburi, dei ministeri della Transizione ecologica, della Cultura e dello Sviluppo economico. Ad essere contestato, in particolare, il controverso Piano per la transizione energetica sostenibile delle aree idonee (PiTESAI) pubblicato lo scorso 11 febbraio in Gazzetta Ufficiale. Un Piano, da subito fortemente criticato dalle principali associazioni ambientaliste, che individua mezza Italia come idonea per l’estrazione di gas, nonostante una Transizione ecologica che dovrebbe portare all’abbandono di ogni fonte fossile. Così, ora, le critiche si sono trasformate in azioni di opposizione concrete.

Con la firma dell’avvocato Paolo Colasante e con la collaborazione del costituzionalista Enzo Di Salvatore, a ricorrere sono i Comuni di: Alba Adriatica, Martinsicuro, Pineto e Silvi, in provincia di Teramo; Baragiano, Barile, Lavello, Maschito, Montemilone, Rionero in Vulture, Ripacandida e Venosa, in provincia di Potenzia; Atena Lucana, Buonabitacolo, Monte San Giacomo, Montesano sulla Marcellana, Padula, Polla, Sala Consilina e Teggiano, in provincia di Salerno; Carpignano Sesia, in provincia di Novara; Lozzolo, in provincia di Vercelli; Noto, in provincia di Siracusa. A questi si aggiungono le regioni Abruzzo, Basilicata, Campania, Sicilia e Piemonte. La loro richiesta è semplice: il PiTESAI è illegittimo e va quindi annullato, in primo luogo, a causa del ritardo nella sua adozione. Secondo legge n.12 del 2019, infatti, il Piano avrebbe dovuto essere adottato entro il 30 settembre 2021, ben sei mesi prima di quando effettivamente è stato reso pubblico.

Inoltre, è il contenuto stesso del documento a far discutere poiché – a detta dei ricorrenti – in contrasto con la normativa e la giurisprudenza europee. Il Piano non tiene infatti conto degli effetti cumulativi dei progetti esistenti o futuri. «La pianificazione voluta dal legislatore – scrivono – avrebbe dovuto valutare se la sommatoria dei progetti esistenti e potenziali possa recare danno al bene ambientale». Invece, non vi è traccia alcuna di valutazioni di questo tipo. L’accento viene poi messo sulle recenti modifiche costituzionali le quali hanno incluso la tutela dell’ambiente, della biodiversità e degli ecosistemi, anche nell’interesse delle future generazioni, tra i principi fondamentali, subordinando la libertà di iniziativa economica alla tutela ambientale. «Tali modifiche della Carta fondamentale – sottolineano quindi regioni e comuni – non possono rimanere prive di effetti concreti». Contestato poi il carattere generale del Piano il quale, anziché definire nettamente dove è possibile e dove non è possibile svolgere attività estrattive, rappresenta un «atto di indirizzo generale al fine di guidare la gestione delle procedure».

In ultimo, il PiTESAI, sebbene garantisca che nelle aree idonee il procedere delle attività connesse ai permessi di ricerca di idrocarburi si limiti esclusivamente al gas, i ricorrenti fanno notare che, in realtà, tutte le volte in cui si menzionano dette concessioni, non si fa distinzione tra idrocarburi liquidi e gassosi e spesso ci si riferisce espressamente a entrambe le tipologie, gas e petrolio. Difatti – evidenziano i ricorrenti – non è possibile conoscere prima delle perforazioni «il contenuto di quanto deve essere ancora cercato e, pertanto, non potranno mai essere accordati permessi per una sola tipologia di idrocarburi». In definitiva il ricorso, sostenuto anche dal Coordinamento No Triv, mette in luce le falle di un Piano controverso e paradossale fin dal suo intento iniziale. Secondo quale logica sia possibile accostare i termini ‘sostenibilità’ ed ‘estrazione degli idrocarburi’, resta infatti un mistero. Un Piano, tra l’altro, inutile, dato che impedisce nuove attività di ricerca solo in regioni prive di giacimenti fossili e in aree già da tempo interdette per legge alle trivelle.

[di Simone Valeri]

Bari, 18 rinvii a giudizio per aggressione squadrista

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Diciotto attivisti pugliesi di CasaPound sono stati rinviati a giudizio per i reati di riorganizzazione del disciolto partito fascista e lesioni personali aggravate. A disporre le misure è stato il gup del Tribunale di Bari, Francesco Mattiace. Il processo che inizierà il 13 ottobre avrà come oggetto l’aggressione squadrista che avrebbe avuto luogo il 21 settembre 2018. Le vittime facevano parte di un gruppo di persone che aveva partecipato a un corteo antifascista per contestare l’ex ministro dell’Interno Matteo Salvini.

Pechino assicura la riunificazione con Taiwan

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il portavoce del ministero degli Esteri, Zhao Lijian, ha affermato che «ci sarà la riunificazione con Taiwan», minacciando anche l’utilizzo di «misure efficaci» a tutela di sovranità e integrità territoriale. Le dichiarazioni sono state rilasciate qualche ora dopo l’arrivo nell’isola di una delegazione del Senato statunitense che ha incontrato oggi la presidente Tsai Ing-wen. In questo modo Pechino si oppone a ogni relazione fra Taiwan e Stati Uniti. Zhao Lijian ha infine aggiunto che «le azioni dell’esercito cinese sono una contromisura alle recenti azioni negative degli Usa, compresa la visita della delegazione del Congresso», riferendosi alle manovre militari dell’Esercito Popolare di Liberazione (PLA) nei pressi di Taiwan.

La nuova idea del governo: contro l’astensionismo serve il pass elettorale digitale

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La Commissione di studio sul fenomeno dell’astensionismo elettorale ha formulato diverse misure per favorire la partecipazione dei cittadini alle elezioni. La proposta consentirebbe nuove modalità di espressione del voto, in particolare la votazione anticipata presso uffici postali e comunali (da dove le schede verrebbero spedite, e scrutinate, al seggio naturale)  attraverso l’istituzione di una tessera elettorale digitale, già ribattezzata election pass. Proprio come la certificazione verde, andrebbe scaricata sul proprio cellulare o stampata, per poi essere presentata al momento delle elezioni che, secondo la proposta della Commissione voluta dal ministro per i Rapporti con il Parlamento Federico d’Incà, andrebbero concentrate in due appuntamenti: uno primaverile e l’altro autunnale, così da limitare i disagi dovuti alle interruzioni didattiche per tutte quelle scuole adibite a seggi.

Alla votazione anticipata si aggiunge poi la possibilità di votare “in contemporanea”, in un seggio diverso da quello naturale o in hub elettorali temporanei (sul modello di quelli allestiti per le vaccinazioni), magari più accessibili perché vicini al territorio in cui si vive. Si tratterebbe di un’opportunità per i lavoratori e studenti fuori sede (4,9 milioni) o per gli anziani con gravi difficoltà motorie (2,9 milioni) che comunque non deve far distogliere lo sguardo dalle motivazioni principali dell’astensionismo: indifferenza, poca attrazione dall’offerta politica e sfiducia. Nel momento in cui le scelte dei cittadini vengono tradite, ormai sistematicamente, è difficile ricucire poi il rapporto, non solo con la forza politica in questione ma con tutto il sistema. Non a caso, come sottolinea lo stesso D’Incà, “alle Politiche del 1948 votò il 92% degli italiani, mentre nel 2018 poco meno del 73%”. Cos’è cambiato? Praticamente tutto. Nel 1948 il senso di appartenenza da parte dei cittadini alla vita politica e alla cosa pubblica era massimo, “favorito” da due anni di guerra civile, in cui si era combattuto per la democrazia e per la libertà. Poi sono arrivati i primi tradimenti dalla classe politica, con cui fino a qualche mese prima si era combattuto gomito a gomito. Paradossalmente avremmo potuto assistere al fenomeno dell’astensionismo anche tra gli anni ’50 e ’60, ma ciò non è accaduto per via di un compromesso: il boom economico. È vero, da un lato dilagava la consapevolezza di un sistema politico corrotto, ma dall’altro si sorvolava perché c’era il benessere economico, un miraggio dopo anni di sofferenza causati dalla guerra.

Così, andando avanti nel tempo, è sempre esistito un collante che faceva da contraltare alla consapevolezza di una classe politica corrotta. Oggi il collante è svanito: crisi del 2008 e pandemia hanno mostrato i nervi scoperti di un rapporto tossico fra cittadini e rappresentanti, fatto di sfiducia e di indifferenza. Ultima l’esperienza del 2018, quando circa 15 milioni di italiani (il 50% di chi si presentò alle urne) votarono due partiti definibili allora anti-sistema: Lega e M5S, accomunati dalla lotta all’euro. Dopo tre anni entrambi sono entrati a far parte di un Governo tecnico, ben visto dall’Unione europea e a suo supporto. Si tratta soltanto di una delle tante incongruenze a cui si è assistito negli ultimi decenni, che hanno mostrato come il problema dell’astensionismo affondi le radici in un sistema che andrebbe rivisto a tutela degli elettori, per non trattarli più come semplice strumento a cadenza cinquennale ma come fonte e riferimento.

[Di Salvatore Toscano]

Chiudere alle 18 non era una misura sanitaria: la Torteria Chivasso vince la causa

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Non vi è prova del fatto che la chiusura delle attività di ristorazione alle ore 18:00, che era stata stabilita dal Dpcm del 24 ottobre 2020, fosse sinonimo di una minore diffusione del virus: è ciò che sostanzialmente emerge dalla sentenza n. 215/22 del Giudice di Pace di Ivrea, con la quale è stato accolto il ricorso proposto da Rosanna Spatari – titolare della Torteria di Chivasso diventata simbolo della resistenza verso le restrizioni anti Covid – contro la Prefettura di Torino. La stessa, infatti, nell’aprile 2021 aveva imposto tramite un provvedimento la chiusura del locale in questione per 5 giorni, il tutto in virtù proprio del mancato rispetto del Dpcm appena citato.

Nello specifico, detto provvedimento trovava fondamento in un precedente verbale della Guardia di finanza di Chivasso del mese di ottobre 2020, in cui si contestava alla Spatari l’esercizio della “attività di servizi di ristorazione oltre gli orari consentiti” – ovverosia “dalle ore 05:00 sino alle ore 18:00” – dall’art. 1, comma 9, lett. ee) del Dpcm del 24 ottobre 2020. La Guardia di finanza, infatti, aveva sorpreso “all’intero dei locali dell’attività 10 avventori” in un orario non consentito dalle limitazioni anti-Covid.

È per questo, dunque, che successivamente era arrivata la sanzione amministrativa da parte della Prefettura di Torino, la quale però è appunto stata impugnata dalla titolare della Torteria, assistita dall’avvocato Alessandro Fusillo, a cui il giudice Giampiero Caliendo ha sostanzialmente dato ragione. “L’unico impedimento alla prosecuzione oltre orario delle attività di ristorazione va individuato nel rischio di assembramento, comportamento tuttavia già vietato così che l’ulteriore misura restrittiva (limitazione di orario)” appare “sussidiaria ed attivata solo per la possibilità che il primo divieto non venga rispettato”, ha scritto infatti il giudice nella sentenza, precisando che “in altri termini già esistevano apposite disposizioni approntate al fine di contrastare l’assembramento, pienamente operative a prescindere dall’apertura o meno del pubblico esercizio, e pertanto la limitazione di orario in questione si rileva essere sostanzialmente non una misura dettata da autonomie e peculiari esigenze sanitarie non disciplinate bensì ulteriore cautela per l’eventuale inosservanza di altra norma da parte dei consociati”.

“Allo stato non risultano riscontri/evidenze tecnico-scientifiche che consentano di comprendere le ragioni del (paventato) maggior rischio di diffusione del contagio negli orari non consentiti, e ciò configura altro difetto motivazionale dell’atto”, ha poi aggiunto il giudice tra le motivazioni della sentenza, con la quale ha accolto l’opposizione, annullato il provvedimento impugnato, disposto la compensazione delle spese di lite e, soprattutto, disapplicato l’art. 1 comma 9, lett. ee) del Dpcm del 24 ottobre 2020 “nella parte in cui pone limitazioni al normale orario di apertura dei servizi di ristorazione”.

Si tratta dunque di una nuova vittoria per Rosanna Spatari: solo un mese fa, infatti, un’ottima notizia per la titolare della Torteria di Chivasso era arrivata dalla Corte di Cassazione. Una sentenza della stessa, risalente allo scorso 11 marzo, aveva annullato senza rinvio la conferma del sequestro preventivo, da parte del Tribunale del riesame di Torino, della Torteria, che durante l’emergenza Covid non aveva rispettato le misure di contenimento. La Cassazione aveva infatti stabilito che la Spatari non aveva commesso il reato di “inosservanza dei provvedimenti dell’autorità” previsto dall’articolo 650 del Codice Penale, precisando che la condotta contestata a quest’ultima con il decreto-legge n.19 del 25 marzo 2020 era stata depenalizzata e trasformata in illecito amministrativo. Se dunque la sentenza della Cassazione aveva stabilito che il comportamento della Spatari non potesse considerarsi reato, quella del Giudice di Pace di Ivrea ha adesso annullato la sanzione amministrativa ad opera della Prefettura.

[di Raffaele De Luca]

Lo Sri Lanka dichiara default e si getta tra le braccia del Fondo Monetario Internazionale

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Fra le strade dello Sri Lanka nelle ultime settimane si sente un solo grido: «Gota vattene a casa». Gota sta per Gotabaya Rajapaksa, presidente del paese, appartenente ad una dinastia che in pratica governa su tutto lo Sri Lanka da 20 anni. Mahinda, uno dei fratelli, ricopre la carica di primo ministro, mentre Basil Rajapaksa e Chamal, rispettivamente ministri delle finanze e dell’irrigazione, si sono dimessi qualche giorno fa insieme a tutto il parlamento (ma non il presidente né il primo ministro). La popolazione è in rivolta da settimane. La gente accusa la dinastia Rajapaksa di essere la principale causa del tracollo economico e finanziario che sta mettendo in ginocchio il paese. I soldi stanno per terminare e le riserve monetarie sono praticamente esaurite. Gli esperti dicono che sono rimasti in “cassa” meno di 600 milioni, cioè denaro a malapena sufficiente per coprire il costo delle importazioni di una sola settimana. È diventato difficile reperire gasolio, fertilizzanti, medicinali, cibo e le autorità staccano l’energia elettrica per più della metà della giornata.

Ecco perché il 12 aprile il Governo ha ufficialmente dichiarato il default, cioè quella condizione economica per cui le entrate finanziarie statali (le tasse) non sono sufficienti a coprire le uscite dello stato.

Tra le altre cose, significa quindi che il Governo smetterà di ripagare il debito estero (sia le obbligazioni che i prestiti concessi da Governi e istituzioni internazionali), perché «dobbiamo concentrarci sulle importazioni essenziali e non possiamo preoccuparci del servizio del debito estero», ha sottolineato Nandalal Weerasinghe, a capo della Banca centrale. Andando più nel dettaglio, negli ultimi 15 anni lo Sri Lanka ha contratto debiti per il 65% del PIL, e nel 2022 ha in scadenza circa 4 miliardi di dollari di oneri. Come riporta il Sole24ore, Fitch – agenzia internazionale di valutazione del credito – crede che al paese serviranno “altri 2,4 miliardi di dollari per rimborsare i debiti contratti da aziende statali e private”.

Per far fronte alla crisi, le autorità hanno deciso di indebitarsi ulteriormente, aprendo un negoziato con il Fondo monetario internazionale (FMI) che, ricordiamolo, è un’istituzione con sede a Washington, a cui partecipano 188 paesi, con la finalità di “promuovere la stabilità economica e finanziaria”. In concreto, un programma che teoricamente dovrebbe “ristrutturare il debito”, modificando cioè le condizioni originarie di un prestito (tassi, scadenze, divisa, periodo di garanzia) per alleggerire nel tempo la posizione del debitore. Stando a quanto si apprende dalle fonti governative, le contrattazioni sono in corso e non senza malumori, espressi soprattutto dall’ex capo della Banca centrale Ajith Nivard Cabraal, che fino all’ultimo si è opposto all’accordo definendolo «una ferita alla sovranità del Paese».

Il FMI salverà quindi il paese dal collasso? No, o meglio, è bene sottolineare che il denaro concesso dal Fondo monetario non è a costo zero. I paesi che ricevono aiuti dal FMI devono accettare delle clausole e delle regole molto rigide, compresi tagli ai settori dell’educazione, della sanità e dei servizi pubblici. In pratica, i paesi debitori sottoscrivono dei “piani di aggiustamento strutturale”, impegnandosi a intervenire duramente sulle proprie politiche economiche con privatizzazioni e riforme di stampo liberista. Delle condizioni che in altri paesi non solo non hanno risolto strutturalmente il problema del debito, ma hanno anzi alla lunga aggravato le condizioni economiche dei paesi interessati. Basta guardare il caso dell’Argentina, che negli anni ha usufruito più volte di questa risorsa.

[di Gloria Ferrari]

Israele, irruzione in moschea provoca decine di feriti

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Dall’inizio del Ramadan (e ora della Pasqua ebraica), le tensioni tra Israele e Palestina si sono intensificate. Prima dell’alba, la polizia israeliana ha fatto irruzione nella moschea di Al-Aqsa a Gerusalemme Est, mentre migliaia di fedeli erano riuniti per le preghiere del primo mattino. Diverse fonti parlano di decine di palestinesi feriti (secondo alcune si sfiorerebbero le 90 persone) nelle violenze che sono seguite all’arrivo degli agenti: i video mostrano gli spari di gas lacrimogeni da parte di questi ultimi e il lancio di pietre da parte dei palestinesi. “L’irruzione è stata effettuata per fermare una folla violenta” ha dichiarato la polizia israeliana.