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Legge elettorale, il governo va sotto in Parlamento: preferenze bocciate dai franchi tiratori

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Per un solo voto di scarto la maggioranza di governo vede bocciato l’emendamento che intendeva riammettere le preferenze nella nuova legge elettorale. Sfruttando l’anonimato garantito dal voto segreto, una parte dei parlamentari della stessa maggioranza ha evidentemente votato disobbedendo alle indicazioni del governo e dei propri capigruppo, con il risultato che i no hanno superato i si per 188 voti contro 187. Non è quindi bastato l’accordo raggiunto in extremis tra le anime della maggioranza di governo che volevano il ritorno delle preferenze (Fratelli d’Italia e Noi Moderati) e quelle che volevano continuare con le liste bloccate e decise dai vertici dei partiti (Lega e Forza Italia). Al termine del voto, le opposizioni hanno chiesto a Giorgia Meloni di rassegnare le dimissioni da presidente del Consiglio, in quanto il voto dimostrerebbe che la maggioranza non esiste più. L’ipotesi non si verificherà di certo e, d’altra parte, non è previsto che un governo si dimetta per non aver trovato una maggioranza in Parlamento su una legge, ma di certo si tratta di una nuova sconfitta che sarà difficile da digerire politicamente: la seconda su due tentativi di riforma, dopo quella subita nel referendum costituzionale sulla giustizia.

In mattinata i capigruppo della maggioranza si erano accordati su un bizantinismo legislativo che avrebbe reso realmente eletti attraverso le preferenze una percentuale fortemente minoritaria del prossimo parlamento (vicino allo zero per i partiti più piccoli) mantenendo la designazione dall’alto dei capolista in tutte le circoscrizioni. In pratica in ogni circoscrizione il primo eletto di ogni partito sarebbe continuato ad essere scelto dall’alto della segreteria, mentre solo gli ulteriori eletti sarebbero stati designati in base alle preferenze ottenute dagli elettori, una eventualità che riguarda solo i partiti più grandi, mentre quelli sotto il 10% dei voti in quasi tutte le circoscrizioni eleggono al massimo un rappresentante. Un accordo al ribasso che sembrava aver risolto la questione all’interno della maggioranza: Lega e Forza Italia avrebbero continuato a poter scegliere quasi tutti i propri parlamentari, mentre la premier Giorgia Meloni avrebbe potuto comunque rivendicare di aver inserito nella nuova legge elettorale – seppur nella forma più che nella sostanza – un proprio cavallo di battaglia, quello di restituire la scelta ai cittadini. 

Ma in Parlamento una parte dei parlamentari di maggioranza ha votato con l’opposizione di centrosinistra e affossato l’emendamento. Un fatto che ora rischia di compromettere il cammino a tappe forzate che Meloni aveva imposto alla nuova legge elettorale, giudicata evidentemente necessaria – con il pretesto della stabilità di governo – in vista della fine della legislatura prevista per il prossimo autunno.

L’indegno scaricabarile europeo sul bando ai prodotti delle colonie israeliane

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All’indomani della riunione del Consiglio degli Esteri dell’UE, la questione dell’interruzione del commercio con le colonie israeliane resta sospesa nel vuoto. Da un lato, diversi Stati membri sollecitano la Commissione a presentare una proposta formale; dall’altro, l’esecutivo europeo rinvia ogni decisione all’orientamento che emergerà tra i Ventisette. Il risultato è uno stallo istituzionale che, di fatto, conferma l’immobilismo europeo di fronte alle violazioni israeliane del diritto internazionale. Nel frattempo, Tel Aviv continua ad approvare nuovi piani di espansione degli insediamenti, mentre l’UE discute della natura giuridica delle eventuali misure sui beni prodotti nelle colonie: i Paesi favorevoli allo stop sostengono che si tratti di una questione commerciale, approvabile a maggioranza qualificata, mentre altri la qualificano come una decisione di politica estera, soggetta all’unanimità. In questo quadro spicca la contraddittorietà della posizione di Tajani, che da un lato non esclude il sostegno dell’Italia allo stop al commercio con le colonie e dall’altro sostiene che la misura debba essere approvata all’unanimità.

La riunione del Consiglio Affari Esteri dell’UE di ieri, 13 luglio, si è conclusa con un sostanziale nulla di fatto. Al centro delle discussioni vi era il cosiddetto “documento delle opzioni” presentato dalla Commissione europea la scorsa settimana. Il testo non è pubblico, ma il suo contenuto è stato ricostruito da Euronews, che afferma di averne visionato una copia. Il documento, lungo due pagine, non costituisce una proposta formale, ma delinea tre possibili opzioni per intervenire sul commercio con le colonie israeliane: imporre una licenza di importazione alle aziende che acquistano beni provenienti dagli insediamenti, aumentare le tariffe doganali fino a renderne economicamente proibitiva l’importazione oppure vietare del tutto il commercio. Al termine della riunione, l’Alta rappresentante per gli Affari Esteri, Kaja Kallas, ha dichiarato che «l’opzione che ha ottenuto il maggior sostegno» è proprio quest’ultima.

«Maggior sostegno», tuttavia, non significa maggioranza. Nonostante «tutti i 27 Stati membri concordano sul fatto che gli insediamenti israeliani siano illegali secondo il diritto internazionale», come rimarcato da diverse risoluzioni dell’ONU e di tribunali internazionali, al termine della riunione solo 11 Paesi – tra cui Belgio, Francia, Irlanda, Lussemburgo, Paesi Bassi, Spagna e Svezia – si sarebbero espressi a favore del divieto totale delle importazioni provenienti dalle colonie israeliane, mentre 8 si sarebbero opposti e altri 8 non avrebbero preso posizione. Sul tavolo continua a mancare una proposta formale della Commissione, passaggio necessario perché il Consiglio possa pronunciarsi sulla questione. Se da una parte diversi governi continuano a sollecitare l’esecutivo europeo a presentare una proposta, dall’altra la Commissione pare prendere tempo e attendere che il Consiglio raggiunga una quadra. In mezzo a questo scaricabarile di responsabilità, Kallas ha annunciato che i ministri dei Ventisette hanno incaricato gli ambasciatori del Coreper, il Comitato dei rappresentanti permanenti, di proseguire l’esame delle opzioni elaborate dalla Commissione, rinviando così ulteriormente l’eventuale avvio dei negoziati su una misura specifica.

Il nodo cruciale emerso dalla riunione di ieri riguarda l’inquadramento giuridico dell’eventuale proposta della Commissione. Quando presenta un atto legislativo, l’esecutivo europeo ne individua infatti la base giuridica. Nel caso del commercio con le colonie israeliane, la misura potrebbe essere qualificata come una questione di politica estera oppure di politica commerciale. Nel primo caso sarebbe necessaria l’unanimità dei Ventisette, che al momento pare lontana; nel secondo basterebbe invece la maggioranza qualificata, pari ad almeno 15 Stati membri rappresentanti il 65% della popolazione dell’UE, soglia che secondo diversi osservatori potrebbe essere raggiunta. Il dibattito giuridico si è così rapidamente trasformato in uno scontro politico: gli Stati favorevoli a misure contro le colonie sostengono che la questione rientri nella politica commerciale, mentre quelli contrari ritengono che abbia natura di politica estera. La Commissione stessa ritiene che sarebbe necessaria l’unanimità, mentre Kallas ha riferito che il Servizio giuridico del Consiglio ritiene applicabile la procedura a maggioranza qualificata. In questo dibattito spicca la posizione di Tajani, che pare volere tenere i proverbiali due piedi in una scarpa: il titolare della Farnesina ha mostrato parziale apertura all’eventuale introduzione di un blocco totale del commercio con le colonie israeliane, ma ha sostenuto che una simile misura dovrebbe essere approvata all’unanimità, requisito che condannerebbe una eventuale proposta a una quasi inevitabile bocciatura.

Allo stato attuale, lo stallo sembra destinato a protrarsi. Sebbene Kaja Kallas non abbia escluso la convocazione di riunioni straordinarie, il prossimo Consiglio Affari Esteri è previsto per il 12 ottobre, a sole due settimane dalle elezioni politiche in Israele. La concomitanza dei due appuntamenti rischia di complicare ulteriormente il dossier: non è infatti escluso che alcuni Stati membri preferiscano attendere l’esito del voto prima di affrontare la questione del commercio con le colonie. Nel frattempo, Israele continua ad approvare nuovi piani di espansione degli insediamenti. Domenica 12 luglio il governo israeliano ha dato il via libera alla costruzione di 450 abitazioni nel quartiere palestinese di Umm Lison, nella Gerusalemme Est occupata, rilanciando un progetto rimasto fermo per oltre due anni a causa di problemi infrastrutturali.

In Italia è stato dato il primo via libera a un prototipo di macchina volante

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Auto volate Jetson

Il futuro è già qui è si presenta nelle vesti di un piccolo velivolo monoposto, elettrico e prodotto in Italia. Le suggestioni fantascientifiche immaginate da decine di libri e film, dove le auto volano e i cittadini le osservano con il naso all’insù, diventano dunque realtà anche nel nostro Paese, grazie al via libera ottenuto dal Jetson One. L’Aero Club d’Italia (AeCI) ha infatti assegnato la sigla I-E953 al primo eVTOL (electric Vertical Take-Off and Landing), che indica i velivoli elettrici a decollo e atterraggio verticale, con gli stessi diritti operativi di un elicottero ultraleggero VDS (Volo da Diporto o Sportivo), incarnando la possibilità di rendere chiunque un pilota, vista la promessa della facilità di guida.

La storia comincia nel 2017, in un garage svedese, dove Peter Ternstrom e l’ingegnere polacco Tomasz Patan fondano Jetson con l’idea di rendere il volo semplice quanto guidare uno scooter. Lavorano fuori dai riflettori per quattro anni, testando i prototipi. Nell’autunno 2021 pubblicano su YouTube il video di lancio, che oggi supera i 19 milioni di visualizzazioni, e in tre ore vendono i primi 25 esemplari, più di quanti l’azienda sperasse di piazzare in un intero anno. Nel 2022 il primo lotto va esaurito e la sede operativa trasloca dalla Polonia alla Toscana, tra Arezzo e Laterina, dove viene allestito un campo prove con pista di 800 metri. L’anno seguente arrivano altri 15 milioni di dollari di finanziamento, tra i sostenitori il produttore musicale will.i.am.

In Italia il percorso autorizzativo procede per gradi. Nell’ottobre 2023 l’Aero Club d’Italia rilascia il primo certificato di immatricolazione, ma in forma sperimentale, riservata ai voli di collaudo, mentre l’ENAC (Ente Nazioale per l’Aviazione Civile) affianca l’autorizzazione operativa. Nei due anni successivi viene avviata la produzione in serie con i primi dodici esemplari nel 2025, e l’azienda apre un secondo stabilimento in California lavorando in parallelo alle certificazioni EASA e FAA. Il 17 giugno 2026, dopo tre anni di sperimentazione, l’AeCI emette il certificato definitivo: non più un prototipo tollerato, ma un ultraleggero VDS a tutti gli effetti. Per l’amministratore delegato Stephan D’haene il risultato più significativo è essere arrivati al traguardo restando dentro la legge quadro sul velo da diporto o sportivo già esistente, senza dover aspettare un intervento del Parlamento. Il comandante Andrea Spresian, collaudatore e responsabile delle operazioni di volo, precisa però che il regolamento tecnico per certificare una categoria di velivoli mai esistita prima, non c’era: è stato scritto insieme all’Aero Club passo dopo passo.

Il primo cliente europeo è italiano: Gabriele Cruciani, docente di Chimica Organica all’Università di Perugia, ha ritirato l’esemplare con matricola I-E953. Negli Stati Uniti, dove il Jetson One rientra nella normativa Part 103 per gli ultraleggeri, non serve alcun brevetto; in Italia restano obbligatori l’attestato di pilota VDS e il certificato medico.

Sotto la carrozzeria in fibra di carbonio e kevlar, montata su un telaio in alluminio, otto motori elettrici azionano altrettante eliche: se uno si guasta, il velivolo continua a volare. Per le emergenze sono presenti un paracadute balistico e sensori per l’atterraggio automatico. Il pilota governa due joystick, uno per la direzione, uno per la quota, mentre il computer di bordo gestisce l’aerodinamica; sull’apprendimento l’azienda non è del tutto coerente con se stessa, avendo parlato in tempi diversi di circa cinque ore di pratica e, più di recente, di pochi minuti. L’autonomia resta il vero limite: 20 minuti di volo, velocità massima 102 km/h, peso a vuoto sotto i 90 chilogrammi, carico massimo 95.

Il prezzo è salito insieme alla domanda: dai 92mila dollari del 2022 ai 148mila di oggi, con un acconto non rimborsabile che nel 2024 era di 8mila dollari per prenotare un numero di serie. Gli ordini nel mondo hanno superato quota 678, e Jetson punta a circa 700 velivoli l’anno tra i due stabilimenti entro il 2027-28. La normativa VDS non lo relega ai campi di volo attrezzati: come ogni ultraleggero, decolla e atterra su qualunque area idonea, anche occasionale, con il consenso di chi ne dispone. In Polonia questa possibilità è stata tradotta in un’esercitazione che ha permesso al soccorso alpino di testarlo su una vetta a 1.211 metri, raggiunta in meno di quattro minuti anche con vento forte. Il limite non è dove può atterrare, ma cosa può fare una volta atterrato: il volo da diporto o sportivo resta per legge ricreativo e senza fini di lucro, lontano dal taxi volante che ci farebbe evitare le code o il traffico.

Trump annuncia un nuovo blocco dei porti iraniani e lo stop ai pedaggi su Hormuz

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Nella mattina di lunedì 13 luglio è stato bombardato l’aeroporto internazionale di Sana’a, infrastruttura utilizzata da Ansar Allah, il gruppo alleato di Teheran meglio noto come Houthi. Questi ultimi hanno accusato l’Arabia Saudita, dichiarando che l’azione «non rimarrà impunita». Poche ore dopo, gli Houthi hanno dichiarato di aver lanciato sei missili contro l’aeroporto di Abha, in Arabia Saudita. L’attacco saudita riaccenderebbe la guerra civile yemenita, inserendosi nel contesto di graduale ripresa dei combattimenti tra Iran e Stati Uniti. L’operazione segnerebbe infatti il primo attacco dell’Arabia Saudita contro lo Yemen e in generale nella regione mediorientale dall’inizio della guerra israelo-statunitense all’Iran.

Nel frattempo il governo yemenita riconosciuto a livello internazionale — l’altra parte in conflitto con gli Houthi — ha rivendicato l’attacco, giunto due settimane dopo la ripresa dei voli diretti tra Teheran e Sana’a, sfidando il blocco imposto dall’Arabia Saudita sui collegamenti aerei con gli aeroporti controllati dagli Houthi. Secondo questi ultimi, l’attacco sarebbe avvenuto proprio per impedire l’atterraggio a un volo proveniente dall’Iran, con a bordo una delegazione di ritorno dal funerale di Ali Khamenei. L’aereo è poi atterrato all’aeroporto di Al-Hodeidah, nello Yemen occidentale.


Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha confermato un nuovo «blocco totale» sui porti iraniani. La misura, ha precisato Trump, riguarderà «solo le navi in arrivo e in partenza dai porti iraniani, o che trasportano merci di provenienza iraniana». Il provvedimento era stato precedentemente annunciato dal Comando Centrale degli Stati Uniti (CENTCOM), secondo cui entrerà in vigore alle 22 di oggi.

Nel comunicato pubblicato sulla sua piattaforma Truth Social, il presidente ha inoltre annunciato la rinuncia alla «tassa di rimborso del 20%» sulle merci in transito attraverso lo Stretto di Hormuz. Al suo posto, gli Stati Uniti intendono concludere accordi commerciali e di investimento con i Paesi del Golfo. Trump aveva giustificato l’introduzione della tassa come una forma di compensazione per le operazioni difensive statunitensi nella regione.


La compagnia di navigazione norvegese Stolt-Nielsen ha dichiarato che una delle sue petroliere sarebbe stata attaccata. Secondo la compagnia, la petroliera sarebbe stata attaccata mentre si trovava nel Mar Arabico all’incirca nello stesso momento in cui è stato segnalato l’atacco alle due navi emiratine colpite questa mattina. In seguito all’attacco, sarebbe esploso un incendio nella sala macchine della nave. L’equipaggio risulta illeso.


Nel mezzo dell’escalation della guerra in Iran, Israele continua anche gli attacchi contro la Striscia di Gaza. Secondo quanto riportano media arabi, l’esercito israeliano avrebbe preso di mira una stazione di polizia nel campo di Jabaliya, nel nord della Striscia, uccidendo almeno 4 persone ferendone un numero imprecisato. Sempre a Jabaliya, presso il campo profughi, è stato riportato un attacco israeliano con droni che avrebbe ucciso 2 persone.


Secondo quanto riporta Reuters, la compagnia petrolifera Abu Dhabi National Oil Company ha confermato che due sue petroliere sono state colpite da proiettili mentre transitavano nello Stretto di Hormuz, subendo «danni significativi».


«Voglio essere rimborsato perchè abbiamo protetto una porzione molto ricca del mondo. Stiamo spendendo soldi. Quindi saremo rimborsati per la protezione [che stiamo offrendo, ndr]. Stiamo proteggendo i Paesi che stiamo aiutando»: è quanto ha dichiarato il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, nel corso di un’incontro con i giornalisti all’interno della Casa Bianca. I Paesi dai quali Trump si aspetta risarcimenti sono Arabia Saudita, Emirati, Qatar, Bahrein e Kuwait «e ce ne soono altri», ha detto. Il presidente ha poi aggiunto: «noi non abbiamo bisogno di loro, abbiamo più petrolio di qualsiasi altro Paese nel mondo. Se si considera il Venezuela, che ha un quantitativo significativo del petrolio che controlliamo, noi disponiamo di oltre il 50% delle riserve mondiali di petrolio».


Secondo quanto riferito da Axios, che cita due funzionari statunitensi, il presidente Trump avrebbe espresso il proprio sostegno nei confronti del principe ereditario Mohammed Bin Salman per un’azione militare contro gli Houthi. Il principe avrebbe infatti avvisato Trump in anticipo di un possibile attacco e gli avrebbe chiesto supporto: il che, scrive il quotidiano, potrebbe indicare che l’Arabia Saudita prevede un conflitto di ampia scala contro il gruppo, che richiederebbe sostegno militare.

La scorsa settimana si sono inoltre svolti diversi incontri istituzionali tra le due parti, con il segretario di Stato Marco Rubio che prima ha incontrato l’ambasciatore saudita a Washington e poi ha parlato con il ministro degli Esteri saudita, il principe Faisal bin Farhan.


Il CENTCOM ha pubblicato il video di un attacco effettuato all’impianto di manutenzione per sottomarini e navi in Iran, con l’obiettivo di impedire a Teheran di condurre nuovi attacchi contro petroliere internazionali. Si tratta, spiega il Comando, della prima volta in cui le forze americani hanno impiegato droni marini in operazioni di combattimento.


  • Gli USA hanno continuato ad attaccare l’Iran, colpendo obiettivi sulle isole di Kish, Jam e Qeshm, oltre che a Bushehr, Bandar Abbas, Chah Bahar, Jask, Konarak e Abu Musa. Durante l’attacco sarebbero state impiegate munizioni di precisione contro i sistemi di difesa iraniani situati in particolare lungo la costa. Gli attacchi, riferisce il Comando centrale delle forze armate USA (CENTCOM), si sono conclusi intorno alle 22.15 (orario USA). «Attualmente sono schierati in tutto il Medio Oriente oltre 50.000 militari statunitensi. Le forze americane rimangono vigili, letali e pronte all’azione», riporta il Comando. Gli attacchi avrebbero causato almeno quattro feriti, secondo i media iraniani.
  • L’Iran ha risposto attaccando una «nave ostile» statunitense in Kuwait, oltre a «diversi depositi di armi, un centro di comunicazioni satellitari e un edificio che ospita le forze statunitensi» in Bahrein, presso la base di Al-Juffair, secondo quanto riferito dai pasdaran. La Giordania avrebbe intercettato quattro missili provenienti dall’Iran.
  • Gli Emirati Arabi hanno riferito che missili iraniani hanno colpito anche due delle loro petroliere, uccidendo un membro dell’equipaggio e ferendo diverse altre persone.
  • Il prezzo del petrolio ha raggiunto il picco delle ultime settimane, con un rialzo dei futures sul greggio Brent di 1,68 dollari (ovvero il 2%), attestandosi a circa 85 dollari al barile.

La BCE seleziona i primi prestatori di servizio di euro digitale

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La Banca centrale europea ha selezionato i primi 36 prestatori di servizi di pagamento che parteciperanno alla sperimentazione dell’euro digitale. La nomina segna l’ingresso del progetto in una nuova fase operativa e punta a testarne le funzionalità prima della sua introduzione. Il progetto pilota prenderà il via nella seconda metà del 2027 e avrà una durata di 12 mesi. I prestatori selezionati lavoreranno insieme alla BCE e a 19 banche centrali nazionali dell’area euro, con l’eccezione di Bulgaria e Malta.

Caccia, il TAR del Veneto abbatte (in parte) i regali della Regione alle doppiette

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Nuovo stop del Tribunale amministrativo regionale (TAR) del Veneto al calendario venatorio 2026/2027. Con un’ordinanza cautelare, il TAR ha sospeso alcune delle disposizioni approvate dalla Giunta regionale, bloccando le deroghe che avrebbero consentito un ampliamento dell’attività di caccia nei mesi di ottobre e novembre. Una decisione che rappresenta un nuovo ostacolo per la politica venatoria della Regione e che riaccende il confronto tra istituzioni, associazioni ambientaliste e mondo venatorio.

Il provvedimento accoglie solo in parte il ricorso presentato dalle sigle animaliste LAC, ENPA, LAV, LIPU e LNDC Animal Protection, ma interviene su due aspetti ritenuti particolarmente significativi. I giudici hanno infatti sospeso la possibilità di praticare la caccia da appostamento ai turdidi – tordo bottaccio, tordo sassello, cesena e merlo – per più di tre giorni alla settimana nella sola provincia di Vicenza durante i mesi di ottobre e novembre 2026. Contestualmente è stato annullato il via libera alla caccia all’allodola per più di tre giorni alla settimana sull’intero territorio regionale nello stesso periodo. Rimangono invece in vigore le altre disposizioni del calendario venatorio. Il TAR, almeno nella fase cautelare, non ha accolto le richieste delle associazioni ricorrenti di posticipare al 1° ottobre l’apertura della caccia ad alcune specie acquatiche, né di anticipare la chiusura della caccia a tordo sassello e cesena, che resta fissata al 31 gennaio. Respinta anche la richiesta di escludere allodola e pavoncella dall’elenco delle specie cacciabili. La decisione definitiva arriverà il 26 novembre, data fissata per l’udienza di merito. In quella sede il tribunale affronterà anche altri punti centrali del ricorso, tra cui la validità scientifica dei dati utilizzati dalla Regione per predisporre il calendario venatorio e la questione dell’impiego delle munizioni al piombo.

Tra i primi a commentare l’ordinanza è stato Andrea Zanoni, coordinatore dell’Osservatorio Diritti Animali di Europa Verde ed ex consigliere regionale del Veneto. Zanoni ha definito la decisione «una splendida notizia per chi ha a cuore la tutela degli animali», ringraziando le associazioni promotrici del ricorso e l’avvocato Claudio Linzola. Secondo l’esponente ecologista, il TAR ha ristabilito il rispetto delle norme, impedendo un prelievo che avrebbe interessato migliaia di uccelli migratori durante il delicato periodo della migrazione autunnale. La pronuncia del tribunale si inserisce in un contesto nazionale caratterizzato da un acceso confronto sulla riforma della normativa sulla caccia. Il Senato ha infatti approvato il disegno di legge n. 1552, ora all’esame della Camera, che modifica in modo significativo la legge 157 del 1992 sulla tutela della fauna selvatica. Tra le novità più discusse figurano l’ampliamento delle specie cacciabili, la possibilità di estendere ulteriormente i periodi di caccia e un ridimensionamento del ruolo tecnico-scientifico dell’ISPRA nella definizione delle politiche venatorie. La riforma ha per questo suscitato una forte mobilitazione del mondo ambientalista e di una parte della comunità scientifica. Intanto il WWF Italia, con la petizione “Stop caccia selvaggia”, ha già raccolto oltre 410 mila firme, avvicinandosi alla soglia delle 500 mila adesioni necessarie per promuovere un eventuale referendum abrogativo. Alla protesta hanno aderito anche quattordici società scientifiche, che chiedono lo stop al provvedimento ritenendo che possa determinare un indebolimento delle tutele per la biodiversità.

Ma le critiche non arrivano soltanto dal fronte interno. La Commissione europea ha espresso preoccupazione per la compatibilità della riforma con le Direttive Habitat e Uccelli, prospettando il rischio di una procedura d’infrazione nei confronti dell’Italia. Analoga richiesta di chiarimenti è giunta anche dal Comitato permanente della Convenzione di Berna, che ha invitato il Governo a dimostrare la conformità delle nuove norme agli obblighi internazionali assunti dal Paese in materia di conservazione della fauna. In questo scenario, la decisione del TAR del Veneto assume un valore che va oltre i confini regionali. Pur trattandosi di una sospensione solo parziale del calendario venatorio, l’ordinanza conferma come le scelte delle amministrazioni in materia di caccia siano sempre più sottoposte al vaglio dei tribunali, chiamati a verificare il rispetto delle norme nazionali ed europee e il corretto equilibrio tra attività venatoria e tutela della biodiversità.

L’Odissea di Christopher Nolan: inclusione o colonialismo culturale?

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L'attrice kenyota Lupita Nyong'o in una scena de L'Odissea, il film in uscita del regista britannico Christopher Nolan

Negli ultimi giorni il nuovo film sull’Odissea di Christopher Nolan è finito al centro di una polemica infinita. E no, la questione non riguarda la scelta di assegnare il ruolo della bella Elena all’attrice kenyota Lupita Nyong’o. Quello che a molti potrebbe sembrare un dettaglio estetico o una scelta inclusiva nasconde in realtà qualcosa di molto più pericoloso della semplice riscrittura di un film. 

Faccio una premessa, io ho sempre avuto un debole per  Christopher Nolan; è un regista che ha dimostrato più volte la capacità di confrontarsi con grandi temi universali. Dal tempo alla memoria, dalla colpa alla responsabilità morale, il suo cinema ha cercato di affrontare questioni che superano il semplice intrattenimento. Per questo la discussione nata intorno alla sua Odissea non riguarda un dettaglio estetico, ma una domanda molto più ampia: quale rapporto vogliamo avere con le opere che hanno costruito il nostro immaginario? La scelta di rappresentare Elena di Troia come una donna nera è una forma di libertà artistica, una normale reinterpretazione di un classico, oppure siamo davanti a qualcosa di diverso? 

Va precisata subito una cosa. L’Odissea è uno dei testi fondativi della cultura occidentale. Che cos’è l’eroismo? Quanto può spingersi il desiderio umano di fronte al destino? Che prezzo ha una guerra? Che cosa significa tornare a casa? Attraverso il viaggio di Ulisse, Omero ci racconta la nostalgia, la perdita, il desiderio di riappropriarsi della propria vita e di ritornare nella propria casa. Ma cosa accade quando un’opera viene epurata dei suoi elementi più scomodi? Quando trasformiamo un mondo complesso in una rappresentazione più conforme ai nostri ideali contemporanei? Accade che il passato non viene più compreso. Viene addomesticato.

Viviamo in un’epoca in cui il passato viene spesso giudicato con una sola domanda: quanto assomiglia ai nostri valori? E tutto ciò che non coincide perfettamente con il nostro presente viene percepito come un errore da correggere, o ancora peggio da riscrivere. La storia invece dovrebbe metterci davanti ciò che non vorremmo vedere. Ed è qui che nasce il grande paradosso dietro la scelta di Nolan. Una scelta apparentemente inclusiva nasconde un problema molto più profondo: la trasformazione del passato in un’immagine rassicurante, priva delle sue contraddizioni, delle sue violenze, delle sue differenze.

L’Odissea, infatti, è il prodotto di una società precisa, con la sua visione dell’uomo, dello straniero, della guerra, dell’onore e della comunità. Nasce cioè in un mondo profondamente diverso dal nostro. Un mondo in cui il concetto di identità, appartenenza e comunità avevano significati diversi da quelli contemporanei. Un mondo in cui l’incontro con l’altro era segnato dalla paura, dal conflitto, dalla conquista.

Chi è lo straniero? Perché alcune società considerano alcuni uomini superiori ad altri? Da dove nascono le divisioni tra “noi” e “loro”? Sono domande che non possiamo comprendere se eliminiamo proprio gli elementi storici che le hanno generate. Se il razzismo nasce nel rinascimento, la xenofobia ha origini molto più antiche. La paura del diverso, dello straniero accompagna l’uomo dalla nascita delle prime comunità organizzate. La distinzione tra chi appartiene al gruppo e chi ne è escluso attraversa la storia di ogni civiltà. I Greci stessi costruivano la propria identità attraverso la distinzione tra greci e barbari. Il barbaro era colui che parlava un’altra lingua, aveva altri costumi, apparteneva a un altro mondo.

L’attrice kenyota Lupita Nyong’o in una scena de L’Odissea, il film in uscita del regista britannico Christopher Nolan

E qui arriva il punto più delicato. L’Occidente ha una storia intrisa di violenza, conquiste, colonialismo e oppressione. E proprio perché quella storia è reale, abbiamo bisogno di conoscerla nella sua complessità. Che cosa accade invece quando immaginiamo il passato come un luogo già conforme ai nostri ideali contemporanei? Accade che nel tentativo di correggere le ingiustizie storiche, si cancella la storia stessa. Perché se trasformiamo il mondo antico in una rappresentazione già multiculturale, già inclusiva, già priva delle sue tensioni, eliminiamo anche la possibilità di comprendere da dove siano nate le più grandi fratture della storia occidentale.  Quella che  potrebbe sembrare una scelta inclusiva, cancella in realtà tutte le nostre oscurità passate, le riscrive, le edulcora. Offre una visione della storia che non è mai esistita. E così facendo riscatta simbolicamente noi occidentali dal peso di un passato fin troppo vergognoso. Se oggi possiamo riconoscere l’ingiustizia del colonialismo, della schiavitù, delle conquiste imperiali, è perché abbiamo studiato una storia fatta di sopraffazione. Non perché abbiamo sostituito quella storia con una versione più accettabile.

L’arte non nasce per confermare le nostre convinzioni morali. Nasce per metterle alla prova. I grandi romanzi, i grandi miti, i grandi capolavori del passato non sono grandi perché sono politicamente corretti secondo i parametri di oggi. Sono grandi perché continuano a porci davanti a domande difficili.

L’Iliade non è un inno alla pace. È il racconto terribile della guerra e della distruzione. L’Odissea non è una favola sulla tolleranza universale. È il viaggio di un uomo che torna nella propria casa, nella propria comunità, dopo essere stato per anni uno straniero nel mondo. Certo, ogni adattamento è, per sua natura, un atto di interpretazione. Ogni regista, poeta, scrittore porta con sé il proprio tempo, la propria sensibilità, le proprie domande.

Dante rilesse Virgilio attraverso la sensibilità cristiana del Medioevo. Shakespeare prese ispirazione per le sue opere teatrali da antiche cronache e antiche storie e racconti medievali.  Le stesse tragedie greche venivano continuamente riscritte e portate sulla scena in forme nuove. Quando un artista interpreta un classico, può anche entrare in conflitto con l’opera originale. Può criticarla, rovesciarla, mostrarne aspetti nascosti. Ma deve prima confrontarsi con ciò che quell’opera è stata.

Perché sì, esiste una differenza fondamentale tra reinterpretare e correggere. O nascondere.  Una reinterpretazione cerca di comprendere un’opera e di far emergere nuovi significati. Una correzione invece parte dall’idea che il passato sia un errore da sistemare, qualcosa che debba essere reso accettabile secondo i criteri morali del presente. O ancora peggio: cancellare tutto ciò che non corrisponde alla sensibilità attuale. E una cultura che non riesce più a sopportare l’alterità del passato rischia di non incontrare mai davvero nessun altro. Nemmeno sé stessa.

A Torino cinque minorenni sono detenuti da 6 mesi per lo sciopero per Gaza

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Contro il genocidio in Palestina e il sequestro degli attivisti della Global Sumud Flotilla, il 3 ottobre 2025 decine di migliaia di cittadini scesero in piazza in decine di città in tutta Italia. La protesta, ampia e trasversale, contò sull’appoggio non solo di decine di categorie di lavoratori, ma anche degli studenti di tutte le età. Tra di loro vi erano anche cinque giovani che, il gennaio successivo, sono stati arrestati dalla polizia. Due di loro si trovano da allora in detenzione presso il carcere minorile di Torino, altri tre sono stati collocati in comunità. Il processo per loro è cominciato ieri, dopo sei mesi di detenzione. E proprio in occasione dell’udienza, una folla di manifestanti si è radunata davanti al Tribunale di Torino per protestare contro quello che ha definito un caso di «persecuzione contro chi ha lottato e continua a lottare contro il genocidio palestinese».

Secondo le accuse della polizia, i cinque arrestati (insieme ad altri tre maggiorenni sottoposti ad arresti domiciliari) avrebbero «provocato incidenti contro le forze dell’ordine» tramite «inseguimenti» e «lancio di bottiglie di vetro», oltre che ergendo «barricate» e accendendo fuochi, «contrastati con l’utilizzo di numerosi lacrimogeni, del mezzo idrante e con diverse e necessarie cariche di alleggerimento». I fatti, avvenuti tra Porta Susa e piazza Castello, avrebbero causato «12 feriti» tra le forze dell’ordine, oltre che il danneggiamento dei loro mezzi. Il provvedimento, riporta la polizia, ha interessato «altrettanti giovani accusati di essere tra i principali responsabili di quei gravi disordini verificatisi durante la manifestazione pubblicizzata sui social media dal “Coordinamento Torino per Gaza” in solidarietà al popolo palestinese». Per tali fatti, i minori sono stati sottoposti a custodia in comunità e in carcere, dove si trovano da oltre sei mesi. Con la conseguente sospensione delle attività quotidiane, incluse quelle scolastiche. In attesa che contro di loro fossero formulate accuse e fosse avviato il processo.

Secondo la denuncia dei movimenti locali, quanto accaduto rappresenta un «accanimento inaudito contro dei ragazzi nemmeno maggiorenni, che sono il simbolo della persecuzione contro chi ha lottato e continua a lottare contro il genocidio palestinese».

Recentemente, la procura di Torino ha disposto la sorveglianza speciale (misura particolarmente repressiva cui generalmente vengono sottoposti soggetti accusati di crimini gravi, come l’appartenenza alla criminalità organizzata o a un’organizzazione mafiosa, e già criticata anche dalla Corte Europea per i Diritti Umani) per due giovani che avevano preso parte alle proteste per la Palestina degenerate poi in scontri con la polizia. Si tratta di un dispositivo che sottopone chi ne è oggetto a restrizioni severe, come l’obbligo di rientro notturno o l’impossibilità a spostarsi dal proprio Comune senza autorizzazione. Ma si tratta solamente degli ultimissimi casi di cronaca: negli ultimi mesi, infatti, sono decine le misure cautelari fioccate sugli attivisti che hanno preso parte a proteste o militato nei centri sociali, tendenza che ha valso al capoluogo piemontese il soprannome di “laboratorio della repressione”.

Lituania: approvato il programma di governo del candidato premier

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Il parlamento lituano ha votato a favore del programma di governo presentato dal socialdemocratico Mindaugas Sinkevicius, aprendo la strada alla sua nomina a primo ministro e all’insediamento del suo nuovo governo. Tra i punti più rilevanti, l’impegno a mantenere la spesa di riarmo al di sopra del 5% del PIL e ad assicurare la presenza militare statunitense nel Paese; la Lituania è il Paese della NATO che riserva proporzionalmente la maggior parte delle proprie risorse alla difesa e quest’anno dovrebbe destinare al settore bellico il 5,33% del proprio PIL. Sinkevicius sostituirebbe la socialdemocratica Inga Ruginiene, in carica dallo scorso anno, dimessasi dopo una ricomposizione della maggioranza governativa.

Fragole italiane contaminate: PFAS e pesticidi in 3 campioni su 5

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Un gruppo di associazioni europee, coordinate da Pesticide Action Network Europe (PAN), ha analizzato di recente 41 campioni di fragole prodotte in 11 Paesi UE. I livelli di contaminazione riscontrati nelle fragole provenienti da agricoltura convenzionale sono altamente preoccupanti: in media, le fragole europee contengono residui di 3,5 diversi pesticidi. Ad essere rilevati con maggior frequenza sono quelli appartenenti alle categorie più tossiche autorizzate nell’UE: interferenti endocrini, PFAS e sostanze neurotossiche. Per quanto riguarda l’Italia, la media è risultata di 2,4 residui per campione, con picchi di 6 residui di pesticidi. Una quota significativa dei campioni analizzati conteneva residui di due pesticidi con proprietà di interferenza endocrina (cioè disregolano il funzionamento degli ormoni e della tiroide): fludioxonil (39%) e cyprodinil (33%), che, secondo la normativa europea, avrebbero dovuto essere ritirati dal mercato già da uno o due anni. 

Secondo il report, le fragole più contaminate sono risultate quelle provenienti da Slovenia, Belgio e Irlanda, con una media rispettivamente di 7, 6 e 5 residui di pesticidi per campione. Solo il 22% delle fragole convenzionali e tutti e cinque i campioni biologici o etichettati come privi di pesticidi non contenevano residui quantificabili di tali sostanze. Ancora una volta, le produzioni BIO sono quelle che ci garantiscono maggiormente riguardo la tutela della salute, con frutti più puliti e privi di residui tossici, al confronto con quelli di agricoltura convenzionale.

Pesticidi appartenenti alla famiglia dei PFAS sono stati rilevati nel 58% dei campioni, mentre il 56% delle fragole analizzate conteneva pesticidi classificati come “Candidati alla sostituzione” (Candidates for Substitution): si tratta di un elenco di 44 sostanze considerate particolarmente pericolose che gli Stati membri avrebbero dovuto eliminare progressivamente già dal 2011. Infine, quasi un campione su cinque (17%) conteneva pesticidi neurotossici, un dato particolarmente allarmante considerando le quantità significative di fragole che possono essere consumate dai bambini.

A preoccupare è il “cocktail”

Un agricoltore che spruzza pesticidi sulle piante di fragole

I risultati sono motivo di forte preoccupazione per diversi motivi. Innanzitutto, nella UE non esiste una valutazione del rischio relativa alla tossicità derivante dalla presenza contemporanea di più residui di pesticidi (cosiddetto multiresiduo). L’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare (EFSA) è stata incaricata per legge, già nel 2005, di sviluppare una metodologia per questa valutazione, ma a oggi tale metodo non è stato ancora presentato. Di conseguenza, le autorità di regolamentazione dispongono di conoscenze limitate sugli effetti sulla salute derivanti dall’esposizione cumulativa e dagli effetti sinergici dei cosiddetti “cocktail di pesticidi”, e non è stato introdotto alcun ulteriore fattore di sicurezza per compensare questa lacuna. Le sostanze rilevate appartengono, inoltre, alle categorie più tossiche ancora autorizzate nell’UE. Infine, i limiti massimi di residui consentiti per le fragole sono talvolta due o tre volte superiori a quelli fissati per le mele, nonostante i bambini possano consumarne quantità rilevanti, proprio per la loro elevata appetibilità. 

Un numero crescente di studi scientifici dimostra che l’esposizione cronica a molteplici residui di pesticidi può favorire l’insorgenza di malattie croniche, tra cui l’infertilità e le tiroiditi. Per questo motivo è considerato inaccettabile che l’EFSA, dal 2005 a oggi, non abbia ancora elaborato una metodologia che tenga conto dell’esposizione contemporanea a più pesticidi. Ma la causa di questa inefficienza e ritardo in realtà è un’altra: è tecnicamente e scientificamente impossibile calcolare delle soglie di sicurezza e di tossicità quando si mettono in combinazione più sostanze tossiche tra loro che interagiscono nell’organismo. L’interazione stessa ne crea delle ulteriori nell’organismo umano, che possono essere ignote e imponderabili. L’unica via sicura per eliminare questi rischi tossicologici è sempre e solo quella di non utilizzare nessuna di queste sostanze nelle coltivazioni e sostituirle con altre innocue o con pesticidi naturali, che non hanno alcun effetto tossico o controindicazione. Ma non si fa perché ciò ridurrebbe dei business economici enormi come quelli della produzione e vendita dei pesticidi, fertilizzanti chimici, ormoni della crescita delle piante ecc. Pertanto i decisori politici europei sono evidentemente ancora in balia delle pressioni delle potenti multinazionali dell’agrofarmaco e delle industrie produttive. La UE dimostra di non riuscire a bloccare per legge l’uso massivo di sostanze molto tossiche per la salute delle persone e dell’ambiente. 

Fragole italiane: cosa ci dicono le analisi

Nel monitoraggio europeo sono 5 i campioni analizzati di fragole prodotte in Italia. I risultati sono stati pubblicati da Greenpeace Italia: in 3 campioni su 5 sono stati trovati fludioxonil e cyprodinil, sostanze che l’EFSA ha classificato rispettivamente nel 2024 e nel 2025 come interferenti endocrini e PFAS. Secondo alcuni studi, il cyprodinil interferisce anche con la funzionalità della tiroide, che contribuisce a numerose funzioni vitali tra cui lo sviluppo cerebrale.

In 3 campioni italiani su 5 erano presenti pesticidi appartenenti alla famiglia dei PFAS, ovvero sostanze chimiche tossiche usate in numerosi prodotti per le loro proprietà idro e oleorepellenti; queste sostanze vengono usate anche nei pesticidi per migliorarne le prestazioni. I PFAS sono estremamente persistenti e tossici, e quasi tutti si degradano formando acido trifluoroacetico (TFA). Il TFA è stato recentemente classificato dall’Agenzia Europea per le Sostanze Chimiche (ECHA) come tossico per la riproduzione di categoria 1B, ossia una sostanza che può compromettere lo sviluppo del feto.

Due campioni italiani su 5 contengono almeno un pesticida neurotossico, pericoloso soprattutto per i potenziali effetti sullo sviluppo neurologico delle api e sospettato di avere effetti sullo sviluppo neurologico di feti e bambini. In 3 campioni italiani su 5 risulta almeno un pesticida classificato come “Candidate for Substitution”.

Come possiamo tutelarci 

Coltivare le proprie fragole è una delle strategie più efficaci per poterle consumare in modo sicuro. Non richiede molto spazio e basta anche un vaso in balcone

Le fragole fanno bene alla salute. O almeno dovrebbero. Sono ricche di vitamina C, antiossidanti e altri nutrienti preziosi. Eppure dalle analisi di laboratorio risultano da anni uno dei 3 frutti più contaminati in assoluto da pesticidi e altre sostanze chimiche nocive per la salute, assieme alle mele e alle pesche.

Sono da sempre tra i frutti più apprezzati in Europa e in considerazione dell’elevato consumo nell’ultimo decennio la loro produzione è aumentata in diversi Stati, ma conseguentemente si è avvalsa di metodi di produzione sempre più intensivi. Grazie alla loro appetibilità le fragole sono consumate in particolare dai bambini, talvolta in quantità considerevoli considerando anche tutti i prodotti industriali come yogurt, succhi, merendine e gelati che le contengono. Per questi motivi gli esperti ritengono fondamentale puntare a garantire che le fragole in commercio siano prive di residui di sostanze dannose per la salute e per l’ambiente.

Sono 3 le strategie efficaci al momento:

  1. Scegliamo la frutta BIO. Le fragole biologiche vengono coltivate senza pesticidi sintetici e i risultati delle analisi mostrano che i campioni biologici sono effettivamente privi di residui di pesticidi. Per risparmiare, si può provare ad acquistarle nei mercati contadini e nei gruppi di acquisto, piuttosto che nei supermercati: si troveranno a prezzi più convenienti e, al tempo stesso, con il nostro acquisto sosterremo gli agricoltori biologici locali.
  2. Coltiva le tue fragole. La coltivazione delle fragole non richiede molto spazio: è sufficiente anche un semplice vaso in balcone, o un piccolo giardino. Chiedendo consiglio a orticoltori esperti o seguendo qualche tutorial affidabile in rete è possibile produrre delle ottime fragole a casa propria. Con zero pesticidi.
  3. Firmare la petizione di Greenpeace che chiede ai politici europei di abolire l’uso dei pesticidi nella UE. Mentre la UE sta elaborando delle strategie che vanno incontro alle multinazionali e mirano a mantenere in uso le sostanze tossiche, Greenpeace chiede di eliminarle e sostituirle. Trovi la petizione qui.

Chi ha svolto il monitoraggio

PAN Europe è una organizzazione scientifica non governativa che riunisce e collega ben 58 organizzazioni presenti in vari Paesi UE (tra cui anche le italiane Greenpeace Italia e ISDE – Medici per l’Ambiente), ed è composta da tossicologi, esperti legali e attivisti ambientalisti. Le sue analisi, i rapporti e le azioni legali mirano ad influenzare le politiche dell’UE e a proteggere la salute e la biodiversità. Insieme alle sinergie create con esperti in tutti i Paesi dell’UE, PAN Europe lavora per eliminare la dipendenza dai pesticidi in agricoltura e promuovere trattamenti alternativi che siano in armonia con la natura anziché combatterla.