Utile netto in perdita, tagli dei bonus e premi ovunque, meno che in Europa. È il risultato registrato nel 2025 da Stellantis, che ha confermato i risultati preliminari rilasciati lo scorso 6 febbraio. L’anno scorso l’azienda ha registrato una perdita netta di 22,332 miliardi di euro, dovuta a 25,4 miliardi di euro di oneri straordinari; i ricavi sono calati del 2%, e per quest’anno non sono previsti dividendi per gli azionisti e bonus per i lavoratori. L’annuncio ha messo in allarme i sindacati, che hanno chiamato una mobilitazione negli stabilimenti di Mirafiori e Pomigliano d’Arco, tra i più colpiti dalla crisi; qui, alcuni reparti hanno deciso di incrociare le braccia per protestare contro le politiche dell’azienda ormai in calo da tempo.
Nello specifico, i ricavi netti dell’azienda si sono attestati a 153,5 miliardi, registrando un calo del 2% sul 2024. Secondo quanto è stato dichiarato dal gruppo, la perdita operativa rettificata è stata di 842 milioni di euro, con un margine Aoi – che misura la reddittività “vera” dell’azienda – negativo dello 0,5 per cento. Il flusso di cassa industriale ha chiuso a -4,5 miliardi. «I risultati dell’esercizio 2025 riflettono il costo della sopravvalutazione del ritmo della transizione energetica e della necessità di reimpostare il nostro business mettendo al centro la libertà di scelta dei clienti», ha affermato l’amministratore delegato Antonio Filosa, evidenziando come «i primi segnali positivi di progresso» si siano iniziati a vedere nella seconda metà dell’anno. A impattare sul bilanciosono stati anche i dazi USA, pari a 1,2 miliardi di euro, così come il calo delle consegne in alcune aree chiave. Maserati, che ha visto una minore domanda in Cina, ha terminato il 2025 con 7.900 vetture consegnate (-3,4%); i ricavi risultano in calo del 30,1%. Al fine di preservare la solidità patrimoniale, il CDA ha autorizzato la sospensione del dividendo per l’anno in corso e l’emissione di obbligazioni ibride fino a 5 miliardi di euro.
La decisione più contestata concerne però direttamente i lavoratori. Il mancato raggiungimento degli obiettivi legati all’Aoi europeo ha comportato l’azzeramento del premio di risultato per i dipendenti italiani, che già nel 2025 hanno dovuto convivere con cassa integrazione e contratti di solidarietà. In alcune aree del mondo, invece, il bonus sarà regolarmente erogato. «Questo conferma che, laddove l’azienda decida di investire, come sta facendo in Nord Africa, anche i salari delle lavoratrici e dei lavoratori ne traggono beneficio», ha denunciato la Fiom-Cgil, secondo cui «è chiara la volontà» di Exor, azionista di riferimento, di un «disimpegno delle attività industriali in Italia». Fim, Uilm, Fismic, Uglm e Aqcfr hanno espresso «grande amarezza» per il mancato riconoscimento e «profonda preoccupazione per il futuro». In una nota unitaria, i sindacati chiedono a Stellantis di «puntare con decisione sui modelli ibridi e di allocarli in tutte le fabbriche italiane» e all’Unione Europea di «adottare i principi di neutralità tecnologica e di libertà di scelta dei consumatori, nonché di abolire immediatamente il famigerato sistema delle multe». La transizione forzata all’elettrico, sostengono, ha «innescato nel settore automotive una crisi senza precedenti».
La reazione dei lavoratori è stata immediata. Ieri pomeriggio, nello stabilimento di Pomigliano d’Arco, molti operai del reparto montaggio hanno incrociato le braccia. «Non percepiremo il premio – hanno spiegato i lavoratori del primo turno – e con il già misero stipendio che ci ritroviamo a fine mese, non siamo disposti a decurtazioni per scioperi che non portano a nulla». Alla Fiom di Mirafiori è stato invece proclamato uno sciopero con uscita anticipata di quattro ore. «Basta con la scusa delle leggi europee, basta con le false parole su “Torino è centrale”, basta con l’incertezza sul futuro e sulle produzioni. Oggi è arrivato un altro schiaffo alle lavoratrici ai lavoratori del gruppo Stellantis», si legge in un volantino.
Le forti criticità sulla situazione della produzione Stellantis nel 2025 erano già emerse a inizio gennaio, quando un report della Fim-Cisl aveva calcolato che gli stabilimenti nazionali del avevano chiuso l’anno con 379.706 veicoli prodotti, facendo registrare un calo del 20% rispetto al 2024. Le autovetture, evidenziava il documento, sono crollate a 213.706 unità (-24,5%), mentre i veicoli commerciali si sono attestati a 166.000 (-13,5%). Un dato che si scontra platealmente con l’obiettivo ministeriale di un milione di veicoli annunciato nel 2023 e che segna un dimezzamento della produzione rispetto a quella fase, in cui si superavano le 750.000 unità.
Detroit, 1989. Dentro la Joe Louis Arena l’aria è elettrica. Migliaia di ragazzi aspettano che inizi il concerto degli NWA (Niggaz With Attitude), il gruppo che in pochi mesi ha trasformato il rap di quartiere in una cronaca brutale delle strade di Los Angeles. Dietro le quinte la tensione è altissima: poco prima dello show la polizia ha fatto sapere agli organizzatori che una canzone non dovrà essere eseguita durante il concerto. Il titolo del pezzo non lascia spazio ad interpretazioni: è Fuck tha Police, il brano che sta infiammando le periferie di tutta la west coast americana. Se la suoneranno, è la minaccia esplicita, il concerto verrà fermato.
Sul palco, Ice Cube prende il microfono e guarda la folla. Non parte subito con la musica. Prima racconta cosa è successo. «Detroit… la polizia dice che non possiamo suonare una certa canzone». La folla reagisce con fischi e urla. «Ma noi siamo gli N.W.A… diciamo quello che vogliamo dire». A quel punto Dr. Dre fa partire l’intro del pezzo e il gruppo attacca il brano con l’ormai celeberrimo: «Fuck tha police coming straight from the underground…». L’arena esplode.
Il brano dura pochi secondi prima che la situazione precipiti. Nel caos del concerto qualcuno fa esplodere dei petardi; per un attimo sembrano colpi di pistola. Gli agenti si muovono verso il palco. La sicurezza cerca di contenere la folla. Gli NWA continuano a rappare finché possono, poi vengono spinti fuori dalla scena tra urla, luci e sirene. Il concerto viene interrotto. La polizia ferma il gruppo più tardi, fuori dall’arena, per un interrogatorio. Non ci saranno arresti, ma il messaggio è chiaro: certe parole non devono essere pronunciate. Il rap, nato nei quartieri marginali delle metropoli americane, non sta più soltanto raccontando la realtà: la sta mettendo direttamente di fronte allo Stato. E quella notte di Detroit, con un microfono acceso e una canzone “proibita”, lo scontro diventa impossibile da ignorare.
Poco dopo, nell’agosto del 1989, un funzionario dell’FBI, Milt Ahlerich, capo dell’ufficio per gli affari pubblici, invia una lettera alla casa discografica Priority Records per protestare contro il contenuto del brano, accusato di incoraggiare violenza contro gli agenti. La lettera non è una vera indagine federale né un procedimento legale: è piuttosto un atto politico e simbolico, ma ebbe un effetto enorme. Quando la notizia diventò pubblica, rafforzò l’immagine degli NWA come il gruppo più pericoloso del mondo (“the world’s most dangerous group”), trasformando il conflitto con la polizia in un elemento centrale della loro identità artistica.
La nascita degli NWA
Gli NWA nascono a metà degli anni Ottanta a Compton, una città della contea di Los Angeles segnata da povertà, traffico di droga, violenza e da un rapporto profondamente conflittuale con la polizia. Il gruppo si forma attorno a cinque figure che diventeranno centrali nella storia del rap: Eazy‑E, Dr. Dre, Ice Cube, MC Ren e DJ Yella. Quando emergono sulla scena, l’hip-hop americano è dominato soprattutto dalla scena della east coast: gruppi come Run‑DMC o i Public Enemy sono già molto influenti, ma il rap non ha ancora raccontato con quella ferocia la vita quotidiana dei quartieri. Gli NWA introducono qualcosa di nuovo: quello che passerà alla storia come un nuovo genere, il “gangsta rap”, creando un flusso nel quale si inserirà una nuova generazione di artisti che seguiranno quella strada: Snoop Dogg, Tupac Shakur, Ice‑T, tra molti altri. Brani come Straight Outta Compton trasformano il rap in una forma di cronaca sociale radicale, raccontata dal punto di vista di chi vive nei quartieri più marginalizzati delle metropoli americane.
Il contesto è fondamentale. Gli Stati Uniti sono nel pieno della War on Drugs lanciata negli anni ’70 da Ronald Reagan, con un enorme aumento delle operazioni di polizia nei quartieri afroamericani e latini. A Los Angeles le tensioni tra comunità nere e forze dell’ordine sono già altissime, ed esploderanno pochi anni più tardi dopo con il caso Rodney King e le rivolte del 1992, esplose in seguito all’assoluzione degli agenti che lo avevano picchiato. In pochi anni il gangsta rap diventerà il linguaggio dominante dell’hip-hop degli anni Novanta. Tutto parte da lì: da un gruppo nato nelle strade di Compton che decide di raccontarle senza filtri, anche quando gli Stati Uniti preferirebbero non ascoltare.
Il processo immaginario alle forze dell’ordine
La canzone Fuck tha Police nasce nel 1988 come una reazione immediata a ciò che i membri del gruppo vivevano ogni giorno. L’idea del brano arriva durante una giornata in studio. Dr. Dre e Ice Cube stavano lavorando ai nuovi pezzi quando MC Ren arrivò furioso: poco prima la polizia lo aveva fermato mentre guidava e gli agenti avevano puntato una pistola contro di lui senza motivo apparente. La forma è una delle intuizioni più brillanti. Invece di limitarsi a insultare la polizia, la canzone è costruita come un processo immaginario: la polizia viene messa sul banco degli imputati. Un giudice annuncia il processo e, uno dopo l’altro, i membri del gruppo portano la loro testimonianza contro gli agenti. Ogni strofa è quindi una deposizione: Ice Cube denuncia il razzismo della polizia; MC Ren ne racconta le intimidazioni; Eazy-E chiude il brano con un attacco diretto agli agenti che abusano del loro potere. L’effetto è quello di un atto d’accusa collettivo.
Anche il rap italiano – pur dentro un contesto storico e sociale molto diverso – ha sviluppato nel tempo un proprio filone in cui la musica diventa racconto del conflitto con lo Stato e con le forze dell’ordine. Non si tratta quasi mai di un attacco sistematico e frontale come quello nato nelle periferie afroamericane, ma di una tensione che emerge a ondate, seguendo le fratture della società italiana: i movimenti degli anni Novanta, le piazze del G8, le periferie metropolitane raccontate dalla street culture.
Il conflitto nel rap italiano
I primi segnali arrivano all’inizio degli anni Novanta, quando l’hip-hop italiano è ancora profondamente intrecciato ai centri sociali e ai movimenti antagonisti. Nel 1992 gli Isola Posse All Stars pubblicano Stop al panico, uno dei primi brani rap italiani in cui la repressione poliziesca e la criminalizzazione dei movimenti entrano esplicitamente nel racconto musicale. È un rap militante, figlio della stagione delle occupazioni e delle piazze. Un anno dopo, a Napoli, i 99 Posse portano quello stesso spirito dentro Curre curre guagliò, un pezzo che diventerà un vero e proprio inno delle manifestazioni degli anni Novanta. È lo stesso anno in cui il rapper torinese Frenkie Hi energy pubblica Fight da faida dove gioca con il linguaggio dell’hip-hop americano ma lo trasporta dentro una realtà tutta italiana, dove la criminalità organizzata e i conflitti territoriali diventano parte del racconto urbano.
Nel frattempo, però, il rap italiano comincia a raccontare anche un’altra realtà: quella delle periferie urbane. Nel 1994 i Sangue Misto pubblicano l’album SXM, considerato uno dei dischi fondativi dell’hip-hop italiano. Tra i brani più emblematici c’è Lo straniero, che introduce uno sguardo nuovo: quello di chi vive ai margini della città, tra diffidenza verso le istituzioni e senso di estraneità rispetto al resto della società. «Resto fuori dalla moda e dallo stadio, fuori dai partiti e puoi giurarci io non sono l’italiano medio», canta un giovane Neffa. Nello stesso anno vale la pena ricordare anche Che sta succedendo, di Lou X.
I Sangue Misto
L’odio e la banlieue parigina
Siamo nel momento in cui le periferie europee vengono raccontate dal film capolavoro L’odio, di Mathieu Kassovitz, che, con un giovane Vincent Cassel come protagonista, vincerà il premio per la miglior regia al Festival di Cannes del ’95. È il racconto di 24 ore nella banlieue parigina, all’indomani di violente proteste seguite al ferimento di un ragazzo, Abdel, da parte della polizia. Una giornata immersiva nelle difficoltà quotidiane di un quartiere in rivolta, con scene e dialoghi rimasti epici. «Pure la polizia che vedi in giro, mica sta là per pestarvi, ci sta per proteggervi», dice un poliziotto ai protagonisti, con Hubert che gli risponde: «Come no, e da voi chi ci protegge?». Il light motive raccontato dall’inizio del film, mentre una molotov cade sul pianeta terra, incendiandolo è: «Fino a qui tutto bene… Il problema non è la caduta, ma l’atterraggio». Nelle 24 ore, due dei tre amici passano il tempo a cercare di convincere Vinz, che dopo i disordini ha trovato la pistola persa da un agente, che, anche se Abdel morisse, “vendicarlo” uccidendo un poliziotto non servirebbe a nulla, perché «l’odio chiama l’odio». Alla fine del film Vinz cede, e consegna la pistola a Hubert, l’amico più saggio. In quel momento vengono fermati da una volante. Un poliziotto, riconosce Vinz, che l’aveva schernito poche ore prima e gli punta una pistola alla testa. Parte un colpo. Vinz muore. Hubert tira fuori la pistola e la punta alla testa del poliziotto, che fa lo stesso con lui. L’inquadratura si sposta su Said che prima osserva la scena terrorizzato, poi chiude gli occhi mentre sullo sfondo si sente lo sparo. Non si saprà chi uccide chi, e nemmeno conta più di tanto, perché la spirale di violenza, ormai, è già ripartita. Una delle scene leggendarie del film vede il dj Cut killer affacciato una finestra con piatti e giradischi, con la maglietta dei Cypress Hill addosso. Nel film recita mixando in diretta una canzone che assembla Sound of tha police di KRS-One, che in francese suona molto simile all’espressione “Assassin de la police”; Je Glisse del gruppo francese Assassin, Police degli NTM, e addirittura Je Ne Regrette Rien di Édith Piaf.
Tornando in Italia, alla fine del decennio la tensione diventa più esplicita. Nel 1998 DJ Gruff, figura centrale della prima scena hip-hop italiana, pubblica Lo sbirro, uno dei primi brani in cui la polizia entra direttamente nel racconto urbano del rap. Non è più soltanto il linguaggio della protesta organizzata: è lo sguardo di chi vive la città dal basso, dove il rapporto con le istituzioni è fatto di controlli, diffidenza e tensione quotidiana.
L’Italia e la fine degli anni ‘90
Lo stesso clima attraversa il rap romano di fine anni Novanta. Nel 1999 i Colle der Fomento pubblicano Più forte delle bombe, un pezzo che incarna perfettamente la durezza di quella stagione. Tra le barre più esplicite compare anche una frase che riecheggia direttamente l’attitudine antagonista dell’hip-hop più radicale: «È l’Hip Hop più classico, tipo: fanculo ad ogni sbirro».
Poi arriva il 2001, e il rapporto tra piazza e forze dell’ordine entra in una fase completamente nuova. Il G8 di Genova 2001 diventa uno spartiacque nella memoria collettiva italiana. Le immagini degli scontri, la morte di Carlo Giuliani, le violenze della polizia alla scuola Diaz e nella caserma di Bolzaneto segnano profondamente un’intera generazione. Anche il rap ne assorbe l’impatto: ne scrivono e cantano Moder, Signor K, gli Assalti Frontali, Kento, Ted Bundy e più tardi Inoki, giusto per fare qualche esempio.
Negli anni successivi il conflitto con lo Stato cambia ancora forma. Non passa più soltanto dalle piazze, ma si sposta dentro il racconto delle metropoli e delle periferie. A Milano i Club Dogo raccontano una città segnata da tensioni sociali e controllo urbano in brani come Cronache di resistenza (un verso su tutti: «Noi, generazione post BR figli della bomba, voi, generazione di PR figli della bamba») e Hardboiled («Io sono il colpo rotto che inceppa la Glock, in mano ad uno sbirro che spara ad un black bloc», canta sempre Jake la Furia). A Roma, qualche anno dopo, quella stessa tensione prende una forma ancora più cupa nel rap di Noyz Narcos, che in Attica descrive la città come una prigione a cielo aperto, evocando perfino il nome della celebre rivolta carceraria americana del 1971.
Nel 2004 il successo nazionale di La pula bussò, di Fabri Fibra, non fa altro che inscenare un controllo delle forze dell’ordine a casa di un ipotetico fumatore di cannabis. Nel 2005 Inoki canta: «Hanno messo Starsky & Hutch sulle nostre tracce, in questura su un quaderno con le nostre facce» in Non mi avrete mai. Nel 2011 esce Non siete stato voi di Caparezza, con il verso: «Non siete Stato voi, uomini boia con la divisa che ammazzate di percosse i detenuti»: Stefano Cucchi era stato appunto ammazzato di botte in carcere solo due anni prima.
Il filo che lega tutte queste rime resta lo stesso. Cambiano i contesti, cambiano le città, cambiano perfino le ragioni del conflitto. Ma ogni volta che il rap torna a raccontare il potere dal punto di vista di chi lo subisce, riaffiora la stessa intuizione originaria: che nelle crepe delle città, tra sirene, controlli e rabbia sociale, la musica può diventare molto più di una colonna sonora. Può diventare una testimonianza. E, qualche volta, perfino un atto di resistenza, raccontato proprio da quei luoghi in cui il potere si presenta sempre con una divisa, ma quasi mai con una risposta.
A Milano, in Viale Vittorio Veneto, un tram è uscito dai binari, schiantandosi contro un edificio. Dopo l’incidente, una persona è morta e almeno 20 sono rimaste ferite, alcune delle quali in condizioni gravi. Il tram faceva parte della linea 9, che collega piazza della Repubblica a Porta Venezia. La situazione è ancora confusa: secondo quanto comunica l’agenzia di stampa Ansa, il mezzo avrebbe investito delle persone, che sarebbero rimaste incastrate sotto di esso; sul posto sono arrivati soccorsi e diverse ambulanze.
«Lo avevo già detto: quando loro saranno pronti, noi saremo pronti. La Commissione procederà all’applicazione provvisoria dell’accordo». Così la presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen ha annunciato l’applicazione provvisoria parziale del trattato commerciale tra Unione e Mercosur, il blocco economico degli Stati sudamericani. L’annuncio arriva dopo un’intesa raggiunta con alcuni dei capigruppo del Parlamento UE e dopo la ratifica dell’accordo da parte di Uruguay e Argentina. Con tale decisione, l’UE potrà iniziare a implementare provvisoriamente la carta con i Paesi del blocco Mercosurche la hanno già ratificata, in attesa di tutte le firme; a mancare tuttavia, è anche la ratifica finale dell’Eurocamera, che lo scorso gennaio ha deferito l’accordo alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea. «Si tratta di un’acquisizione di potere antidemocratica senza precedenti», commenta Manon Aubry, portavoce dell’eurogruppo La Sinistra, giudicando l’applicazione di misure provvisorie un tentativo di scavalcare le istituzioni comunitarie.
L’annuncio di von der Leyen è arrivato oggi, 27 febbraio. La decisione della Commissione segue una settimana di consultazioni con i membri del Consiglio e i vertici degli eurogruppi. Dal punto di vista legale, essa si basa sul via libera alla firma dell’accordo da parte del Consiglio arrivata lo scorso 9 gennaioanche grazie al voto dell’Italia: «In base alla decisione adottata oggi», si leggeva allora in un comunicato, «l’UE firmerà l’accordo e applicherà gran parte dei capitoli politici e di cooperazione in via provvisoria, in attesa del completamento delle procedure di ratifica». Dopo la comunicazione di von der Leyen di oggi, un portavoce della Commissione ha spiegato che l’applicazione inizierà a entrare in vigore due mesi dopo il primo scambio di note verbali tra UE e Uruguay (il primo Paese che ha ratificato l’accordo); il portavoce ha affermato di non essere ancora a conoscenza delle tempistiche entro cui dovrebbe avvenire questo passaggio. A partire da allora, in ogni caso, l’UE inizierà a implementare i termini dell’accordo con i Paesi che lo hanno già ratificato. In questo momento – oltre a Uruguay e Argentina – si attendono le firme di Brasile e Paraguay.
La decisione di applicare provvisoriamente il trattato UE-Mercosur è stata criticata dagli eurogruppi e dai Paesi che si oppongono all’accordo; tra questi ultimi, il primo a esporsi è stato il presidente francese Emmanuel Macron da sempre contrario all’intesa: «Non difenderò mai un accordo permissivo verso le importazioni e duro verso la produzione interna», ha detto Macron, giudicando la scelta della Commissione «inadeguata». A venire contestata è proprio la modalità con cui von der Leyen ha deciso di approvare l’applicazione parziale del trattato: «Il più grande accordo di libero scambio della storia viene attuato senza un voto dei parlamenti nazionali o del Parlamento europeo né il parere della Corte di giustizia dell’UE; è una cosa gravissima», ha commentato Aubry. Lo scorso 21 gennaio, infatti, il Parlamento Europeo aveva bloccato la ratifica dell’accordo rinviandolo alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea, che presumibilmente rilascerà le proprie decisioni fra mesi; la stessa Eurocamera deve ancora procedere con l’esame del contenuto e votare per la sua approvazione, che arriverebbe solo dopo un eventuale semaforo verde dalla Corte.
L’accordo UE-Mercosur intende liberalizzare il commercio tra i due raggruppamenti di Paesi. Esso eliminerebbe la maggior parte delle tariffe sui prodotti del settore agroalimentare e su quelli industriali, snellirebbe la burocrazia, favorirebbe i trasporti, alleggerirebbe i controlli, e incentiverebbe il settore telecomunicativo. Il risultato sarebbe la nascita di una delle maggiori aree di libero scambio del mondo, che interesserebbe 700 milioni di consumatori. Nei mesi, è stato duramente contestato dagli agricoltori europei che temono di subire gli effetti della liberalizzazione commerciale sotto forma di aumento dei prezzi, perché ritengono che i beni sudamericani verrebbero favoriti dal mercato per i minori controlli su pesticidi e sul processo produttivo a cui sono soggetti, finendo dunque per fare concorrenza sleale ai prodotti locali.
Il parlamento polacco ha approvato una proposta di legge per istituire un meccanismo di accesso ai fondi dell’Unione Europea stanziati nell’ambito del piano di riarmo. Il disegno di legge consente alla banca statale per lo sviluppo di gestire un fondo che eroghi il denaro. Esso sblocca la richiesta di prestito della Polonia all’UE relativa al fondo SAFE del piano di riarmo. Il Paese accederebbe a 43,7 miliardi di euro. La legge può essere ancora bloccata dal presidente del Paese, con cui il governo è entrato in collisione proprio riguardo agli interventi di Bruxelles in materia di difesa.
È la risorsa solida più estratta al mondo, eppure quasi nessuno ne parla. È l’ingrediente fondamentale delle nostre città, dai grattacieli di Manhattan alle isole artificiali di Dubai, dai microchip nei nostri telefoni al vetro delle nostre finestre. La sabbia è ovunque, letteralmente il fondamento della civiltà moderna. Ma c’è un paradosso che sta emergendo con violenza: su un pianeta fatto di roccia e silice, stiamo finendo la sabbia. O meglio, stiamo finendo quella giusta, adatta per l’edilizia. Ogni anno, l’umanità consuma circa 50 miliardi di tonnellate di sabbia e ghiaia. Una cifra diffi...
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Oltre tre milioni di pagine desecretate il 30 gennaio 2026. Un archivio imponente che avrebbe dovuto segnare una svolta storica nel caso Epstein. E, invece, negli Stati Uniti non sta succedendo nulla. A parte l’audizione “show” davanti alla commissione Giustizia della Camera della procuratrice generale Pam Bondi, le schermaglie politiche e la testimonianza dell’ex Segretario di Stato Hillary Clinton al Congresso, in attesa di quella del marito Bill, non si registrano arresti eccellenti né nuove incriminazioni di peso. Mentre in Europa gli Epstein Files stanno coinvolgendo figure di primo piano, oltreoceano la loro diffusione ha suscitato grande attenzione mediatica senza, però, provocare scossoni giudiziari.
L’FBI e il Dipartimento di Giustizia statunitense, già nel luglio 2025, avevano dichiarato di non aver individuato alcuna “lista clienti” incriminante e di non disporre di prove sufficienti per procedere contro terzi non già accusati. Una posizione ribadita di fatto dopo la pubblicazione dei nuovi documenti del 30 gennaio. Le motivazioni ufficiali sono formalmente “tecniche”: molte informazioni contenute nei files si basano su fonti o testimonianze indirette, e su materiale non immediatamente ammissibile in tribunale senza il consenso dei testimoni. Costruire un impianto accusatorio solido, spiegano gli esperti, richiede prove dirette e dichiarazioni formalizzate. A questo si aggiungono ostacoli strutturali. L’accordo di non perseguibilità del 2008, che garantì a Epstein e ai suoi collaboratori una protezione federale estesa, ha limitato per anni il perimetro investigativo. Molti dei reati documentati risalgono a decenni fa e risultano oggi prescritti. Il risultato è un’operazione di trasparenza soltanto formale, che non produce nuove responsabilità giudiziarie. Fa eccezione lo Stato del New Mexico, che ha deciso di avviare un’indagine per accertare se nel territorio limitrofo a Santa Fe siano stati sepolti i corpi di due donne, presumibilmente uccise durante un rapporto sessualesadomaso, come sostenuto da una segnalazione anonima inviata il 21 novembre 2019 al conduttore radiofonico Eddy Aragon, proveniente da una persona che si è qualificata come ex dipendente dello Zorro Ranch.
Il confronto con l’Europa è inevitabile. Nel Regno Unito, l’ex principe Andrea è stato arrestato e poi rilasciato nell’ambito di un’indagine per misconduct in public office; similmente l’ex ambasciatore ed ex ministro Lord Peter Mandelson è stato posto sotto fermo e rilasciato su cauzione. Il CEO del World Economic Forum, Børge Brende, è stato costretto a dimettersi. In Norvegia risultano indagati l’ex primo ministro Thorbjørn Jagland – a cui il Comitato dei Ministri ha revocato l’immunità – e l’ambasciatrice norvegese in Giordania e Iraq, Mona Juul, che si è dimessa dal suo ruolo. Epstein avrebbe lasciato nel suo testamento 10 milioni di dollari ai due figli di Juul, avuti con il marito, anch’egli diplomatico ed ex mediatore dei colloqui di Oslo, Terje Rød-Larsen, il cui consigliere, Fabrice Aidan, risulta ora indagato in Francia. Dai documenti desecretati emerge che, mentre l’alto funzionario francese lavorava all’ONU, a New York, forniva regolarmente a Epstein informazioni, documenti e rapporti confidenziali dell’organizzazione internazionale. Intanto, in Francia, lo scandalo ha travolto anche l’ex ministro della cultura Jack Lang, che ha lasciato la direzione dell’Istituto del mondo arabo di Parigi. La procura ha aperto un’inchiesta con l’accusa di frode fiscale aggravata anche per Caroline Lang, figlia dell’ex ministro, che ha ricevuto da Epstein fondi in una sua società offshore.
Il dato è politico e giudiziario insieme: in Europa le rivelazioni sugli Epstein Files stanno producendo conseguenze concrete, con procure attive tra indagini, audizioni e perquisizioni. Negli Stati Uniti, al contrario, domina l’inerzia, che alimenta lo scontro politico e la delusione della base MAGA, convinta di trovarsi di fronte a un insabbiamento. Da qui la domanda centrale: come può il più vasto rilascio documentale della recente storia giudiziaria americana non tradursi in nuovi imputati di peso? La spiegazione ufficiale richiama limiti probatori e prescrizioni; quella ufficiosa parla di un imbarazzo strutturale, perché molti dei nomi citati nei file gravitano nel cuore del potere politico ed economico statunitense. Tra questi figurano Larry Summers, ex Segretario al Tesoro ed ex presidente di Harvard, Howard Lutnick, attuale segretario al Commercio, l’ex presidente Bill Clinton e l’attuale inquilino della Casa Bianca Donald Trump, oltre a grandi magnati come Leslie Wexner, fondatore di Victoria’s Secret, e Leon Black, ex CEO di Apollo Global Management.
L’ex candidata alla presidenza ed ex segretaria di Stato Hillary Clinton testimoniando giovedì al Congresso in una commissione che indaga sui rapporti di Jeffrey Epstein ha respinto qualsiasi legame personale con Epstein, definendo Ghislaine Maxwell come una semplice “conoscente”, nonostante questa fosse addirittura presente al matrimonio della figlia, Chelsea Clinton. A oggi, l’unica figura centrale ad aver subito una condanna rilevante è proprio Maxwell. E mentre circolano indiscrezioni su una possibile grazia presidenziale per l’ex compagna e complice di Epstein, l’inchiesta che avrebbe dovuto scoperchiare un sistema e incrinare il presunto “Deep State” rischia di chiudersi con un unico capro espiatorio e con ricadute limitate all’Europa. In un dossier che sfiora le élite politiche, finanziarie e istituzionali dell’Occidente, proprio l’assenza di conseguenze concrete finisce per diventare l’aspetto più eloquente.
La famiglia di Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite per i territori palestinesi occupati, ha deciso di citare in giudizio il presidente statunitense Donald Trump e alcuni alti funzionari della amministrazione USA. Al centro del ricorso, che è stato depositato presso il tribunale distrettuale per il distretto di Columbia, ci sono le sanzioni imposte dagli Stati Uniti alla funzionaria ONU per le sue posizioni a sostegno dell’avvio di procedimenti giudiziari contro i leader israeliani e le aziende coinvolte nel conflitto a Gaza. Secondo i ricorrenti – specificamente il marito di Albanese, Massimiliano Cali, e il figlio minorenne della coppia – i provvedimenti violerebbero infatti il primo, quarto e quinto emendamento della Costituzione americana, configurando un sequestro di beni senza giusto processo.
Il ricorso, come ha raccontato per primo il New York Times, è stato presentato dai familiari della Albanese perché, come hanno chiarito i legali, le regole delle Nazioni Unite impediscono alla relatrice di agire direttamente a titolo personale. Nel ricorso vengono elencate le pesanti conseguenze delle misure adottate da Washington: il blocco dei conti bancari, l’interruzione dei rapporti con diverse università, l’impossibilità di viaggiare negli USA, la perdita dell’accesso all’appartamento che Albanese utilizzava nella capitale americana. Gli avvocati della famiglia della funzionaria ONU contestano la legittimità stessa delle sanzioni, sostenendo che il provvedimento abbia superato il confine dell’uso appropriato di questo strumento. «Le sanzioni, se utilizzate in modo appropriato, sono uno strumento potente per interrompere e indebolire le attività di terroristi, criminali e regimi autoritari – si legge nel ricorso –. Tuttavia, le sanzioni vengono abusate quando mirano a mettere a tacere punti di vista sgraditi e a violare i diritti costituzionali di persone che il governo non gradisce». Formalmente, attraverso il ricorso si chiede dunque ai giudici di dichiarare incostituzionali le misure adottate dall’esecutivo.
Nel frattempo, si attenuano le polemiche che avevano coinvolto Albanese dopo alcune sue dichiarazioni all’emittente Al Jazeera. La Francia, che nelle scorse settimane aveva annunciato l’intenzione di chiedere le sue dimissioni in sede ONU, ha fatto marcia indietro. Durante il consiglio per i diritti umani a Ginevra, Parigi ha scelto di optare per un semplice richiamo formale, rinunciando alla richiesta di rimozione. «Prendo atto che la diplomazia francese ha infine cambiato idea», ha commentato Albanese all’emittente Bfmtv. «Mi sarei aspettata una parola di chiarimento e di scuse, perché mi hanno insultata in modo duro e inaccettabile». Una vicenda che si intreccia con quella giudiziaria americana, mentre la famiglia Albanese attende ora la risposta del tribunale di Washington sulla costituzionalità delle sanzioni.
L’amministrazione di Donald Trump aveva inserito Albanese nella lista dei sanzionati lo scorso anno, accusandola di aver «apertamente sostenuto l’antisemitismo, il terrorismo» e di essersi «impegnata in azioni legali contro la nostra nazione e i nostri interessi, anche contro importanti aziende americane vitali per l’economia mondiale». Le colpe della relatrice ONU? Il fatto di aver dettagliato, nel suo ultimo rapporto redatto per le Nazioni Unite, le complicità di molte imprese e istituzioni – in particolare quelle con sede negli USA– nel progetto israeliano di svuotamento genocida dei territori palestinesi allo scopo di colonizzarli e sfruttarne le risorse. Come abbiamo già illustrato, l’impatto effettivo delle misure punitive è enorme: Albanese non può recarsi nel suo ufficio presso la sede dell’ONU a New York per relazionare con chi le ha conferito l’incarico, né può avere un conto in banca negli USA o in Italia. Per via del provvedimento statunitense, la funzionaria non può poi compiere nessuno scambio che abbia un valore economico, nemmeno con un privato – fosse anche solo l’accettazione di un caffè al bar (se a offrirlo fosse un cittadino statunitense, egli rischierebbe 20 anni di carcere e una multa miliardaria).
Le Forze di difesa di Israele hanno condotto raid nell’est del Libano, nella valle della Beqaa, uccidendo una persona e ferendone 29, secondo l’agenzia statale Nna. L’esercito israeliano ha dichiarato di aver colpito otto complessi militari della Forza Radwan di Hezbollah nell’area di Baalbek. I siti, secondo Israele, erano usati per lo stoccaggio di armi, inclusi razzi, e per l’addestramento dell’unità d’élite incaricata di operazioni speciali. Le Idf sostengono che le attività del gruppo e i tentativi di riarmo «violino le intese di cessate il fuoco e rappresentino una minaccia diretta per la sicurezza dello Stato israeliano».
Netflix ha deciso di ritirare la propria offerta d’acquisto per Warner Bros. Discovery, un passo che stravolge significativamente lo scenario consolidato e apre la strada all’avanzata di Paramount. Se quest’altra operazione dovesse concretizzarsi, David Ellison e la sua famiglia aggiungerebbero un altro asset di peso al loro crescente impero mediatico, consolidando la capacità di influenzare il panorama culturale statunitense e, di sponda, di plasmare l’immaginario globale.
Ieri, giovedì 26 febbraio, Warner Bros. Discovery ha comunicato che, alla luce dei numeri, l’offerta di Paramount risulta superiore a quella inizialmente avanzata da Netflix. Nonostante ciò, il gigante dello streaming ha scelto di non rilanciare. Secondo i co‑CEO Ted Sarandos e Greg Peters, l’operazione “non è più attrattiva a livello finanziario”. Nel loro comunicato precisano che si è sempre trattato di un “bello da avere” al prezzo giusto, non di un’acquisizione da inseguire “a qualsiasi costo”.
Il 4 dicembre Netflix e Warner Bros. Discovery avevano firmato un accordo preliminare per avviare il processo di acquisizione, escludendo di fatto Paramount: la sua offerta, pur competitiva, prevedeva la cessione di alcuni asset che Netflix invece avrebbe lasciato al proprietario originario. Paramount, già allora orientata verso una strategia di acquisizione ostile, negli ultimi giorni ha rilanciato con una proposta più aggressiva: 31 dollari per azione, quote azionarie a tempo per gli investitori e una garanzia da 7 miliardi di dollari nel caso in cui l’antitrust dovesse bloccare l’operazione. Il gruppo si è inoltre detto disposto a coprire i 2,8 miliardi di dollari di penale che Warner Bros. dovrebbe a Netflix per la violazione degli accordi già sottoscritti. Subito dopo l’annuncio del suo ritiro, il titolo di Netflix ha registrato un balzo del 10% in Borsa.
Questo cambio di rotta ha il potenziale di ridisegnare in profondità lo scenario dei media globali, consegnando agli Ellison il controllo di una quota rilevante della produzione hollywoodiana e di una parte dell’informazione giornalistica, considerando che Warner Bros. detiene la CNN. Larry Ellison, autore formale dell’operazione, è diventato in tempi rapidissimi un soggetto centrale dell’industria statunitense: il suo Skydance ha ottenuto la fusione con Paramount solo nel luglio 2025 e ora è riuscito a tenere testa anche a Netflix, con il risultato che la sua sfera d’influenza potrebbe ampliarsi in modo considerevole.
Più che da un mero genio imprenditoriale, il suo successo potrebbe dipendere anche da una serie di fattori collaterali. David è il figlio di Larry Ellison, fondatore di Oracle, colosso dell’analisi dei dati con legami consolidati con le forze armate statunitensi e oggi coinvolto anche nella gestione della versione americana di TikTok. Ellison senior è notoriamente molto vicino all’establishment trumpiano e in passato non ha esitato a investire miliardi per sostenere – e talvolta salvare – le iniziative imprenditoriali dei suoi figli. Per avere un metro della situazione, basti pensare che il fondo dell’imprenditore, l’Ellison Trust, si è impegnato a coprire 45,7 miliardi di dollari dei fondi necessari perché Paramount possa mettere le mani su Warner Bros.
Secondo quanto riportato da Variety, il processo di acquisizione è sostenuto anche dai fondi sovrani di diversi Paesi mediorientali, tra cui Qatar, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita. In particolare, il Public Investment Fund saudita (PIF), coinvolto nell’offerta, è legato al genero di Donald Trump, Jared Kushner: la sua società di investimenti, Affinity Partners, è stata lanciata alla fine del 2021 grazie a un generoso contributo iniziale di 2 miliardi di dollari da parte del governo saudita, che da allora continua a versare commissioni milionarie. È difficile ignorare la coincidenza temporale: proprio alla fine del 2021 si concludeva il primo mandato Trump, periodo in cui Kushner, pur privo di una reale esperienza diplomatica, era incaricato di gestire i rapporti con diversi Paesi del Medio Oriente.
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