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In provincia di Milano si è svolta la prima manifestazione contro i data center

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A Lacchiarella, centro della città metropolitana di Milano, circa duecento persone hanno manifestato per bloccare la realizzazione del più grande data center in Italia. L’opera, finanziata dal fondo Pimco con tre miliardi di euro, andrà a occupare una superficie pari a trenta campi da calcio. I cittadini contestano il massiccio impatto ambientale dell’impianto, che consumerà annualmente energia quanto cinquecentomila famiglie e rischia di surriscaldare la zona circostante. Il comitato locale ha denunciato violazioni della direttiva europea Seveso sui rischi industriali, legate all’enorme stoccaggio di gasolio per i generatori d’emergenza, sollevando anche i dubbi dell’Istituto Superiore di Sanità. La mobilitazione punta a trasformarsi in un movimento regionale, opponendosi alla forte concentrazione di queste strutture nella Pianura Padana e a un disegno di legge nazionale che minaccia di sottrarre ogni controllo ai Comuni.

«Quando emergono criticità di questo rilievo e i progetti proseguono comunque il loro iter autorizzativo, è inevitabile che i cittadini si domandino se chi è chiamato a vigilare stia svolgendo fino in fondo il proprio ruolo» commenta il Comitato per la Tutela del Territorio Certosino. A costituire un problema rilevante, spiega Enrico Duranti – del Comitato Ciarlasco per la Tutela del Territorio – sono le emissioni derivanti dai 160 generatori che costituiscono l’opera. Il consumo stimato dall’azienda, infatti, è quello di 2 terawatt l’anno, all’incirca pari a quello di mezzo milione di famiglie. Quella di Lacchiarella, comune di appena 9 mila abitanti, rappresenta la prima manifestazione di questo genere in Lombardia, la prima Regione italiana ad approvare un progetto di legge (il 150/2025) per regolamentare e incentivare l’apertura dei data center.

L’idea alla base della normativa sarebbe quella di assicurare che le strutture sorgano in aree dismesse da riqualificare e che adottino soluzioni tecnologiche a basso impatto ambientale. Queste sono individuate come «prioritarie», ma le imprese possono comunque scegliere di realizzare gli impianti altrove (versando un contributo di costruzione maggiorato). Interesse centrale, infatti, non è tutelare il territorio, quanto attirare gli investimenti nel settore digitale. La Lombardia rappresenta ad oggi il principale polo per lo sviluppo dei data center in Italia, con la maggior parte dei 14 progetti già approvati dal governo che si trovano in questa Regione. Sono almeno una decina i Comuni interessati tra le province di Milano, Pavia e Bergamo, con Microsoft, Amazon e la francese Data4 tra i principali committenti. Le richieste, tuttavia, sono molte, molte di più.

Eppure, per quanto complesso sia stimare l’impatto ambientale di queste strutture, alcune stime esistono. Secondo uno studio internazionale pubblicato nel marzo di quest’anno, nelle aree scarsamente abitate, i microclimi che si creano per effetto dell’attività dei data center portano a un innalzamento medio delle temperature di 2 °C circa, con picchi fino a 9 °C – con potenziali ripercussioni su centinaia di milioni di persone. Oltre a ciò, la presenza di questi centri sul territorio è stata ricollegata, negli Stati Uniti, oltre che al riscaldamento ambientale, all’aumento dell’inquinamento (atmosferico, acustico e luminoso) e al peggioramento dei servizi idrici, anche ad aumenti in bolletta del costo dell’energia elettrica. Per questo motivo, anche negli USA ha preso il via un movimento che si oppone alla loro costruzione e che ad oggi è riuscito a far sospendere o cancellare del tutto circa 130 miliardi di dollari di investimenti nel settore.

Vietnam, dove l’economia cresce grazie alla diplomazia del bambù

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Negli ultimi anni una nuova potenza economica ha sconvolto gli equilibri geopolitici dell’area dell’Asia-Pacifico. Con un tasso di crescita del PIL dell’8,2% registrato nel 2025, il Vietnam ha ridefinito la propria egemonia politica nelle relazioni internazionali con i Paesi vicini ed è divenuto un punto cardine nei rapporti bilaterali tra Repubblica Popolare cinese e Stati Uniti d’America all’interno del continente. 
Da un punto di vista interno, il Paese conta su una struttura monopartitica che, parimenti al vicino cinese, instaura la propria strategia politica ed economica attraverso l...

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Nuovi attacchi incrociati USA-Iran

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Continuano gli attacchi reciproci tra Stati Uniti e Iran. Nella notte di oggi, 13 luglio, il comando centrale degli USA ha annunciato di «avere colpito per la prima volta sistemi di difesa aerea militari iraniani, siti radar costieri, capacità missilistiche e di droni, nonché piccole imbarcazioni, utilizzando aerei da combattimento, navi militari, droni aerei e marittimi». L’Iran, invece, ha dichiarato di avere colpito siti e infrastrutture militari in Bahrein, Kuwait e Giordania; i pasdaran hanno anche dichiarato di avere distrutto un radar a lungo raggio e un radar di rilevamento navale nel Regno d’Oman.

Zelensky fa fuori un altro primo ministro: nuovo rimpasto di governo a Kiev

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Con l’avvicinarsi dell’inverno, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky sta preparando un nuovo rimpasto di governo per «cambiare la strategia politica» del Paese. L’annuncio è arrivato ieri, domenica 12 luglio, accompagnato dalle dimissioni della prima ministra Yulia Svyrydenko, che devono ancora essere approvate dal Parlamento di Kiev. Non è ancora noto chi sostituirà la premier uscente, né sono state chiarite le ragioni profonde che hanno spinto Zelensky a disporre l’ennesimo rinnovamento dell’esecutivo dall’inizio della guerra. Dalle parole del presidente sembra tuttavia che a essere coinvolti saranno diversi uffici chiave dell’amministrazione, incluse alcune cariche militari. L’obiettivo dichiarato è rafforzare i dialoghi con gli USA, accelerare l’adesione all’UE e rilanciare i progetti di produzione di droni e sistemi difensivi con gli alleati.

«L’Ucraina sta cambiando la sua strategia politica». Inizia così il comunicato pubblicato su X da Volodymyr Zelensky, in cui il presidente annuncia le dimissioni di Svyrydenko e l’imminente rimpasto di governo. Con la prima ministra, a cadere sarà l’intero esecutivo che, secondo Zelensky, dovrebbe essere riformato in diversi settori chiave. In primo luogo verranno riassegnati gli uffici che si occupano della diplomazia del Paese: «A ciascuna area prioritaria della politica estera verrà affidata una persona specifica con una solida esperienza, in grado di attuare quanto concordato a livello di leadership e quanto auspicato dal popolo ucraino», scrive il presidente. Le priorità in ambito di politica estera riguardano i rapporti con gli USA e gli «accordi sulle licenze per la produzione dei sistemi Patriot», il progetto europeo antibalistico e il processo di adesione all’UE, recentemente avviato da Bruxelles.

Nel Vecchio Continente un ruolo importante è giocato anche dai rapporti con i Paesi confinanti, in primo luogo Ungheria e Polonia. Con Budapest, Zelensky intende collocarsi nella scia della nuova stagione di collaborazione inaugurata dalla sconfitta elettorale di Viktor Orbán e dall’ascesa al potere di Péter Magyar, più vicino alle posizioni comunitarie e allo stesso presidente ucraino. Con la Polonia, la situazione è più complessa: da fine giugno tra i due Paesi sono in corso frizioni diplomatiche a causa della decisione di Zelensky di intitolare una divisione militare all’Esercito insurrezionale ucraino (UPA), la milizia nazionalista attiva tra gli anni ’40 e ’50 ricordata in Polonia per i massacri compiuti tra luglio e agosto del 1943 nell’oblast settentrionale di Luts’k, dove furono uccisi decine di migliaia di civili polacchi. La scelta del presidente ha provocato lo sdegno di Varsavia, uno dei principali alleati di Kiev negli ultimi anni, causando uno strappo che non è ancora stato ricucito.

A venire rinnovati saranno anche i rappresentanti della politica interna. «Ci sono nuove sfide e nuovi compiti», scrive Zelensky. «Tutte le attività nelle regioni di prima linea e di confine dell’Ucraina, quotidianamente sotto attacco russo, devono essere significativamente rafforzate». La «priorità assoluta» è prepararsi all’inverno, stagione dell’anno in cui la Russia tende a guadagnare un vantaggio strategico: un obiettivo che, secondo il presidente, dovrà essere raggiunto accelerando la fornitura di materiale bellico e la trasformazione delle aziende statali per migliorare efficienza e produzione. «Anche gli accordi dell’Ucraina con i suoi partner per la ripresa richiedono un’attenzione specifica e mirata», aggiunge Zelensky. «Di conseguenza, in Ucraina inizieranno i cambiamenti di personale per garantire l’attuazione della strategia politica aggiornata». Ci saranno, a tal proposito, anche cambiamenti ai vertici delle forze dell’ordine, che in Ucraina includono strutture con ruolo militare e di sicurezza nazionale.

Da quando è iniziata la guerra con la Russia, non è la prima volta che Zelensky annuncia un rimpasto di governo. L’ultimo è avvenuto un anno fa, nello stesso periodo estivo, quando Denys Shmyhal, premier dal marzo 2020, lasciò spazio alla stessa Svyrydenko per spostarsi alla Difesa. Quel rinnovamento era stato preceduto da un ulteriore riassetto implementato a singhiozzo nel corso del 2024 e culminato nelle dimissioni in blocco di diversi ministri nel settembre dello stesso anno, e da ulteriori cambi avvenuti nel 2023.

In Europa si respira meglio: diminuiti in 10 anni gli inquinanti atmosferici

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Negli ultimi dieci anni l'Europa ha fatto registrare un miglioramento costante della qualità dell'aria. Le emissioni dei principali inquinanti atmosferici continuano a diminuire e, in molte aree del continente, respirare oggi è meno dannoso rispetto al passato. A confermarlo è il nuovo rapporto 2025 del Copernicus Atmosphere Monitoring Service (CAMS), il programma che monitora l'atmosfera attraverso dati satellitari e migliaia di centraline distribuite sul territorio europeo. Un risultato particolarmente rilevante considerato che l'inquinamento atmosferico è ancora responsabile di centinaia di...

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Le vittime del terremoto in Venezuela sono almeno 4.333

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Il bilancio del catastrofico doppio sisma di magnitudo 7,2 e 7,5, che ha devastato il nord del Venezuela lo scorso 24 giugno, delinea una tragedia di proporzioni sempre più estese. A quasi tre settimane dal disastro, infatti, i decessi registrati ufficialmente superano le 4.300 unità, accompagnati da oltre 16.700 feriti. Un’intera regione sta affrontando un’emergenza umanitaria senza precedenti: migliaia di sfollati sopravvivono in accampamenti provvisori, mentre innumerevoli edifici risultano distrutti. Nel frattempo, la massiccia macchina dei soccorsi cerca di arginare la profonda crisi sanitaria, abitativa e alimentare, operando ininterrottamente sotto la minaccia di continue scosse di assestamento.

Nonostante i dati ufficiali del 10 luglio parlassero di 4.118 morti, le incessanti operazioni di recupero hanno spinto i numeri dei bollettini al rialzo. Durante una conferenza stampa andata in scena ieri, il presidente dell’Assemblea Nazionale, Jorge Rodríguez, ha annunciato il ritrovamento di ulteriori 215 corpi, precisando che «il numero di venezuelani deceduti a causa diretta dei terribili terremoti del 24 giugno è salito a 4.333», così come poi messo nero su bianco nel bollettino giornaliero. La gestione delle salme resta complessa: nel cimitero de La Esperanza, centinaia di bare riposano in tombe individuali contrassegnate unicamente da un codice forense, in attesa che le famiglie possano dare un nome ai loro cari. Tra le perdite accertate nello Stato di La Guaira, il Sindacato nazionale dei lavoratori della stampa ha confermato la morte di dodici giornalisti, ricordati per la loro abnegazione nel garantire l’informazione durante le fasi più critiche dell’emergenza.

Oltre alla massiccia perdita di vite umane, il Venezuela deve fronteggiare il dramma di chi ha perso tutto. Sono 17.907 i cittadini rimasti privi di un’abitazione sicura, di cui 641 ancora irreperibili nei registri dell’accoglienza. Per rispondere a questa ondata di senzatetto, la rete dei centri di sfollamento è stata progressivamente ampliata. Il vicepresidente per gli Affari sociali, Héctor Rodríguez, ha confermato che le strutture provvisorie sono passate da 89 a 94, dando riparo a 18.437 individui. La maggior parte di queste persone è concentrata a La Guaira, tanto che sei strutture di accoglienza saranno ulteriormente ampliate per far fronte all’emergenza. Seguono Caracas e lo stato di Miranda. Con l’obiettivo di razionalizzare l’emergenza abitativa, dall’11 luglio è stato attivato il Registro Único de Vivienda: attraverso la scansione biometrica, il sistema censisce le famiglie accolte, valutando quali abitazioni siano recuperabili e quali debbano essere integralmente ricostruite.

La devastazione non riguarda soltanto le vittime. Il bilancio dei danni materiali è impressionante: le autorità hanno censito 856 edifici danneggiati, mentre 190 risultano completamente crollati. Tra le strutture colpite figurano abitazioni, scuole, ospedali e numerosi edifici pubblici. A complicare i lenti sforzi di ripresa è l’incessante attività sismica: dal giorno del disastro, infatti, la terra ha tremato ben 1.171 volte. Una sequenza ininterrotta costringe i residenti a evacuazioni precauzionali quotidiane, trasformando l’attesa in strada in una logorante routine dettata dalla paura di nuovi crolli.

In questo complesso spaccato, le Nazioni Unite hanno lanciato un appello per raccogliere circa 300 milioni di dollari, al fine di sostenere 1,3 milioni di persone. Sul campo, i team di emergenza hanno distribuito 9.766 tonnellate di provviste alimentari e oltre 13,9 milioni di litri di acqua potabile. A questo sforzo partecipano circa sessantamila persone tra forze statali e volontari, affiancati da 3.454 soccorritori internazionali. Nel frattempo, il sistema medico sta assistendo 29.966 pazienti, numero quasi doppio rispetto ai feriti traumatici iniziali. Nei campi densamente popolati, infatti, la penuria di servizi igienici ha comportato malattie gastrointestinali e dermatiti, con moltissimi pazienti cronici che sono rimasti senza farmaci per patologie preesistenti.

Ucraina: si dimette la premier Svyrydenko, Zelensky prepara il rimpasto

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La premier ucraina Yulia Svyrydenko ha rassegnato le dimissioni, aprendo la strada a un nuovo rimpasto voluto dal presidente Zelensky per rendere il governo più efficiente nella gestione della guerra. La decisione, che dovrà essere approvata dal Parlamento, rappresenta il terzo riassetto dell’esecutivo dall’inizio dell’invasione russa. Tra i possibili successori spicca il ministro della Difesa Mykhailo Fedorov. Intanto Kiev intensifica la pressione su Mosca: le forze ucraine affermano di aver distrutto altre 14 navi della cosiddetta “flotta ombra”, utilizzata dalla Russia per aggirare le sanzioni internazionali. Nelle ultime 24 ore la Russia ha ucciso almeno cinque civili e ne ha feriti 35, lanciando 13 missili e 115 droni.

Toronto, sparatoria durante festival: almeno due morti

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Almeno due persone sono morte e altre quattro sono rimaste gravemente ferite in una sparatoria avvenuta nella notte tra sabato e domenica durante un festival di salsa a Toronto, in Canada. Secondo la polizia, gli spari sarebbero stati esplosi da due persone che si sono affrontate a colpi d’arma da fuoco mentre erano presenti circa 13mila partecipanti. Gli investigatori hanno recuperato le armi utilizzate, ma al momento non sono stati effettuati arresti e restano da chiarire le responsabilità. In Canada episodi di questo tipo sono rari grazie a una normativa sulle armi molto restrittiva.

Perché gli Slipknot possono andare dalle suore e Marilyn Manson no

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In Italia abbiamo un’interpretazione politicamente molto fantasiosa del termine “progressista”. Preso alla lettera, indicherebbe una tendenza al cambiamento sociale, all’ampliamento dei diritti e alla tutela delle fasce più deboli. In particolare dei più poveri, che dovrebbero vedersi garantire salari dignitosi e migliori condizioni di lavoro. Nel nostro paese, invece, per “campo progressista” si intendono tre partiti di centrosinistra che faticano a trovarsi d’accordo persino sul concetto di salario minimo e che si arrabattano per mettere insieme una maggioranza che consenta loro di governare senza doversi alleare con Renzi, Calenda e il loro esercito del tre per cento. Esercito che peraltro coltiva un’idea di progresso tutta sua, fatta di corsa agli armamenti e centrali nucleari.

In questo dibattito ad altissimo livello si è inserito, a sorpresa, il sindaco leghista di Ferrara Alan Fabbri, che ha rivendicato per la sua città il primato progressista con un argomento che nessun tavolo di coalizione aveva ancora messo in agenda. «Se proprio vogliamo parlare di qualcosa di straordinario e progressista – ha dichiarato, intervistato da una radio romana – possiamo dire che a Ferrara Marilyn Manson sarà ospitato dalle suore, in un convento». Un annuncio che ha spiazzato gli analisti politici e ridefinito in modo creativo i confini del concetto di avanguardia. Esiste dunque anche una cultura progressista di destra. Solo che non riguarda i salari, i diritti, le politiche sociali o la transizione ecologica. Riguarda l’organizzazione di un concerto di Marilyn Manson con il supporto logistico delle suore.

La frase, pronunciata mesi prima dell’evento, fa il giro d’Italia in poche ore. I giornali titolano sulla rockstar maledetta che dorme in convento e il sindaco cavalca l’onda pubblicando un’immagine generata con l’intelligenza artificiale in cui Marilyn Manson prende il tè con le suore. Peccato che la realtà fosse molto meno pittoresca. Non era previsto nessun pernottamento: il convento delle suore di San Vincenzo avrebbe semplicemente fornito un punto d’appoggio da usare come backstage prima di salire sul palco. Cosa che accade da anni ogni volta che ci sono grossi concerti in città. Il clamore dato dalla stampa, tuttavia, produce i suoi effetti. Nel giro di ventiquattro ore le suore comunicano di non voler più accogliere Marilyn Manson. Secondo il sindaco avrebbero ricevuto ordini dall’alto. La Curia replica “sconcertata e indignata”, negando qualsiasi coinvolgimento e precisando che le suore sono perfettamente in grado di decidere da sole. Poi, giusto per ribadire la propria terzietà sulla vicenda, boccia il concerto: «non è musica che fa crescere i nostri giovani». Fabbri si rammarica: «Sarebbe stata una bella storia da raccontare», poi chiude con la morale del pastore ferito. Nella sua idea di Chiesa, dice, «una pecorella smarrita andrebbe accolta, non respinta».

Vedere un leghista fare la morale alla Curia sull’accoglienza è probabilmente la cosa più vicina al campo progressista che questa storia riuscirà a produrre. C’è però un dettaglio che rende tutta la vicenda ancora più paradossale. L’anno scorso, il 17 giugno 2025, su quello stesso palco hanno suonato gli Slipknot, davanti a diciottomila persone. Per chi non li conoscesse, sono nove musicisti dell’Iowa che hanno fatto della loro immagine, estremamente provocatoria e disturbante, uno dei loro punti di riconoscimento. Sono soliti aprire i loro concerti con un brano intitolato People = Shit, non esattamente il tipo di messaggio gradito alla Curia per far crescere i giovani. Anche loro, prima di salire sul palco, hanno allestito il backstage negli spazi del convento. In quel caso però non ci fu nessuna polemica. Il problema, evidentemente, non era mai stata l’ispirazione “deviata” di certa musica. Il backstage delle suore ha funzionato benissimo finché nessuno ne parlava. È bastato che un sindaco lo trasformasse in una “bella storia da raccontare” perché la storia smettesse immediatamente di esistere. Progresso o non progresso. Da dove arriva, allora, questa improvvisa chiusura? Forse le suore rimpiangono i tempi in cui i dischi li vendevano loro, scalando le classifiche con canzoni piene di quei messaggi che fanno crescere i giovani. O forse rimpiangono la montagna di soldi che ci avevano fatto sopra. Rigorosamente non dichiarati al fisco.

Suor Sorriso

Siamo nel 1963. Jeanne-Paule Deckers è una suora domenicana del convento di Fichermont, in Belgio. Suona la chitarra, compone canzoncine e i superiori decidono di farle incidere qualche brano da far ascoltare alle novizie. Negli studi della casa discografica Philips registra, tra le altre, una canzone dedicata a San Domenico di Guzmán, il fondatore del suo ordine. Si intitola Dominique ed è una filastrocca in francese che racconta le gesta del santo con un candore disarmante. Quello che succede dopo non era previsto da nessuno. Il disco esce a nome Sœur Sourire (Suor Sorriso) e comincia a vendere. Prima in Belgio, poi in Francia, poi ovunque. Alla fine del 1963 Dominique è al primo posto della classifica americana di Billboard. Suor Sorriso viene addirittura invitata a suonare sul palco dell’Ed Sullivan Show poche settimane prima che sbarcassero i Beatles. Il singolo resta numero uno in classifica per un mese intero, vendendo in tutto il mondo qualcosa come 3 milioni di copie. L’album, pubblicato in America con il titolo The Singing Nun, arriva anch’esso in vetta. Chi si prende i guadagni? Se li dividono la casa discografica e il convento. Alla suora, che ha fatto voto di povertà, non va un centesimo.

A quel punto però la nostra suora canterina decide di cambiare vita. Lascia il convento e si dedica a tempo pieno alla sua carriera solista, incidendo nuove canzoni dopo aver rinnegato la vocazione. Un giorno tuttavia riceve una nuova chiamata, molto meno spirituale di quella che l’aveva portata a indossare la tonaca. La chiamano quelli del fisco. Vogliono le tasse arretrate sui milioni guadagnati dalla vendita di Dominique. Lei però quel denaro non ce l’ha, non l’ha mai avuto. Il fisco non le crede. Il voto di povertà evidentemente non è previsto dal codice tributario. Un contrappasso quasi perfetto: prima le tolgono i soldi in nome di Dio, poi glieli richiedono in nome dello Stato.

Nel frattempo la sua nuova carriera fatica a decollare. Anche perché Jeanne-Paule Deckers decide di cambiare radicalmente lo stile poetico delle sue canzoni. Nel 1967 pubblica un brano che celebra la pillola anticoncezionale, La pillule d’or. Il pubblico cattolico la abbandona. L’ex suora più famosa del mondo si ritrova senza un soldo e con il fisco alle calcagna. Accanto a lei c’è Annie Pécher, la compagna con cui condivide la casa, i debiti e un centro per bambini autistici che le due mandano avanti finché i conti lo permettono. Cioè non a lungo. Nel 1982 Deckers tenta l’ultima carta: reincide Dominique in versione disco, con la cassa dritta e i sintetizzatori d’ordinanza. Il risultato è esattamente ciò che ci si aspetta da una preghiera domenicana ballabile: non la balla nessuno.

La storia finisce male. Il 29 marzo 1985 Jeannine Deckers e Annie Pécher si tolgono la vita insieme, nella loro casa di Wavre, schiacciate dai debiti. Nel biglietto d’addio scrivono di andare incontro a Dio insieme, e insieme vengono sepolte, nella stessa tomba che al posto della lapide ha un plettro. La donna che aveva portato un convento al primo posto della classifica americana muore inseguita dalle tasse su un successo mai riscosso, dopo essere stata lasciata sola da tutte le istituzioni che su quel successo avevano costruito qualcosa. I soldi delle vendite se li erano tenuti volentieri. Il resto era un problema suo.

Sabato sera il concerto di Marilyn Manson si è tenuto regolarmente in piazza Ariostea, a Ferrara, davanti a ventimila persone. Dalle prime notizie sembra sia andato tutto bene. Nessuno ha evocato il diavolo. O almeno, se è stato evocato, non ha risposto alla chiamata. Nel frattempo la Curia di Ferrara ha confermato la propria posizione: niente camerino, per proteggere la crescita dei giovani. Verrebbe da dire che il problema non è mai stato far entrare il diavolo in convento. È come lo si tratta, una volta dentro. Quanto al campo progressista, la sua linea politica resta salda. In fondo il progresso, in Italia, è sempre stato questo: una bella storia da raccontare, basta che nessuno la racconti.

Questa è Ipertraccia. Rubrica domenicale che parla di musica. Se vi piace consigliatela ai vostri amici. Se non vi piace consigliatela ai vostri nemici. Se volete scriverci fatelo a musica@lindipendente.online

Attacchi incrociati USA-Iran, chiuso lo Stretto di Hormuz

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Una violenta escalation militare sta infiammando il Medio Oriente. Nella notte, l’Iran ha colpito una nave mercantile nello Stretto di Hormuz, provocando la dura rappresaglia degli Stati Uniti, che hanno bombardato 140 obiettivi militari iraniani. All’alba, Teheran ha risposto colpendo una seconda imbarcazione e lanciando una vasta offensiva missilistica contro obiettivi militari e presidi statunitensi in Qatar, Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Giordania, Kuwait e Oman. Contestualmente, i Pasdaran hanno annunciato la chiusura totale dello Stretto di Hormuz fino a nuovo ordine, bloccando il passaggio navale «fino a nuovo avviso» e «fino alla fine degli interventi statunitensi nella regione».