giovedì 19 Febbraio 2026
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L’automotive è una fonte di sorveglianza sempre più capillare

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Le autovetture moderne non sono più semplici mezzi di trasporto: sono diventate vere e proprie piattaforme informatiche su ruote dotate di decine di sensori e centraline in grado di registrare ogni aspetto dell’esperienza di guida. Dalle avarie ai percorsi effettuati, dalle accelerazioni brusche allo stato del manto stradale, fino alle abitudini dell’automobilista, tutto viene raccolto, archiviato e spesso trasmesso a soggetti terzi. Un vero e proprio tesoretto di dati che, poco sorprendentemente, è ormai sfruttato in modo sistematico da un’industria della sorveglianza la cui presenza si sta insinuando in ogni capillare della vita quotidiana.

L’ultimo esempio, in ordine di tempo, di questo fenomeno arriva da un’inchiesta di Haaretz, testata che è riuscita a ottenere alcune brochure promozionali dell’azienda israeliana Rayzone. Attraverso la sua sussidiaria TA9, la società commercializza un servizio avanzato capace di incrociare i dati raccolti dalle autovetture con le informazioni telefoniche delle SIM installate a bordo, le comunicazioni Bluetooth, le immagini provenienti dalle telecamere di sorveglianza poste lungo il percorso e tutti quegli elementi che potrebbero essere forniti dalle varie agenzie governative. Un pacchetto completo che va ben oltre la semplice raccolta e rivendita di dati, aprendo la strada a ciò che viene ormai definito in modo esplicito CARINT, car intelligence: un sistema integrato pensato per trasformare ogni veicolo in una fonte continua di informazioni operative.

Con l’avanzare dello sviluppo tecnologico, gli automobilisti hanno progressivamente perso porzioni sempre più ampie di controllo sulla propria vettura. L’aggiunta continua di nuove funzioni – raramente presentate come optional e quindi, di fatto, inevitabili – offre indubbi vantaggi: le app sul telefono permettono di aprire le portiere senza chiavi, la connessione costante con le aziende garantisce forme di assistenza immediata in caso di problemi, le telecamere multiple facilitano la guida e le manovre di parcheggio. Tuttavia, ogni nuovo componente introduce anche un ulteriore punto critico, un elemento che obbliga il proprietario del mezzo a riporre fiducia in chi detiene realmente la gestione dell’infrastruttura digitale del veicolo. E in molti casi, questa fiducia risulta malriposta.

Rimanendo sul semplice, esistono già esempi concreti di locomotive che si disattivano automaticamente quando sostano nei pressi di centri di riparazione non convenzionati con il rivenditore, o di trattori dotati di kill switch che consentono ai produttori di rendere il mezzo inutilizzabile in qualsiasi momento. Allo stesso modo, la presenza di telecamere sulle automobili – soprattutto quelle dotate di guida assistita – finisce per trasformare i veicoli in vere e proprie videocamere di sorveglianza su gomma. La CARINT, di contro, rappresenta un’evoluzione più sofisticata e invisibile: attinge ai Big Data per elaborare profilazioni e previsioni sull’identità e sulle intenzioni degli automobilisti, promettendo di riuscire a rintracciare singoli obiettivi anche impiegando elementi apparentemente insignificanti quali la posizione del sedile e le impostazioni dell’airbag.

Non si tratta, peraltro, di una tendenza remota o confinata a scenari da film di spionaggio. Restando in un contesto vicino all’Italia, la Stellantis guidata da John Elkann ha siglato nel 2022 una partnership di rilievo con Palantir, azienda specializzata nell’analisi dei dati e nella sorveglianza, a cui viene spesso attribuita – forse con eccessiva generosità – la localizzazione del rifugio di Osama Bin Laden. La collaborazione, estesa a tutte le controllate del gruppo, è formalmente pensata per ottimizzare la gestione degli stabilimenti, incrociando le informazioni relative ai magazzini, alle tendenze di mercato e ai dati generati dai vari segmenti della filiera produttiva. Tuttavia, le porte ad applicazioni ulteriori sono rimaste aperte.

“[Palantir Foundry] sarà inoltre impiegata in una serie di funzioni pensate per migliorare la qualità, garantire la stabilità della fornitura e del servizio in un contesto sempre più definito dalla distribuzione, oltre a continuare a incrementare i margini di guadagno”, recita il comunicato. “Per esempio, la capacità di analizzare attraverso Foundry miliardi di dati ottenuti dai veicoli connessi fornirà a Stellantis gli strumenti utili a prevedere eventuali problemi di qualità e a sfruttare le informazioni sullo stato dei veicoli per portare avanti i suoi obiettivi di ricerca e sviluppo”. Non resta che fidarsi di Elkann e Palantir che questi dati non vengano impiegati anche a fini terzi.

L’Ungheria ferma le consegne di gasolio all’Ucraina

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Il ministro degli Esteri ungherese Péter Szijjártó ha annunciato che il Paese sospenderà le consegne di gasolio all’Ucraina finché non verrà ripristinato il transito di petrolio verso l’Ungheria mediante la riapertura dell’oleodotto Druzhba. Nel suo comunicato, Szijjártó spiega che verranno interrotte le forniture che provengono da e che passano attraverso l’Ungheria, che dovrebbero corrispondere a meno del 10% del fabbisogno ucraino di gasolio. Szijjártó ha accusato Zelensky di non avere riavviato il flusso di petrolio «per ragioni politiche, mettendo deliberatamente a rischio l’approvvigionamento energetico dell’Ungheria». L’Ungheria, ha continuato, non può «garantire la sicurezza energetica di un altro Paese mentre il nostro stesso approvvigionamento è messo a rischio».

Iran: proseguono i negoziati ma gli USA ammassano navi da guerra

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Sono ripresi ieri a Ginevra i negoziati tra Stati Uniti e Iran per trovare un accordo sul nucleare iraniano e smorzare le profonde tensioni che caratterizzano le relazioni tra i due Stati. All’incontro erano presenti i negoziatori statunitensi, Steven Witkoff e Jared Kushner – il genero di Donald Trump – e il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi. Quest’ultimo, dopo i colloqui, ha affermato che è stato raggiunto un «accordo generale su alcuni principi di base», e che entrambe le parti hanno concordato di confrontare le bozze di una possibile intesa. Da parte loro, invece, gli Stati Uniti non hanno rilasciato dichiarazioni ufficiali. Nonostante i colloqui, un documento finale che accontenti entrambe le parti sembra ancora lontano e gli Stati Uniti intensificano le minacce militari contro la Repubblica islamica, ammassando navi da guerra al largo delle coste iraniane. In risposta, l’Iran ha intrapreso esercitazioni militari, chiudendo temporaneamente lo Stretto di Hormuz, centrale per i traffici marittimi, e sembra poter contare sull’appoggio della Cina, interessata a proteggere un alleato strategico evitando che si ripeta lo schema messo in atto in Venezuela dagli USA lo scorso gennaio.

Durante i negoziati – mediati dall’Oman – gli USA hanno avanzato tre richieste all’Iran: oltre allo smantellamento del programma nucleare e all’eliminazione delle sue scorte di uranio arricchito, Washington pretende la riduzione della quantità e della gittata dei missili balistici a disposizione degli ayatollah e la fine del sostegno economico e militare che la Repubblica islamica fornisce alle milizie alleate in altri paesi del Medio Oriente – il cosiddetto “asse della resistenza” – tra cui Palestina, Libano e Yemen. Secondo l’agenzia di stampa Reuters, l’Iran è disposto a discutere solo di limitazioni al suo programma nucleare, in cambio di una revoca delle sanzioni, non rinunciando, invece, al suo programma missilistico né completamente all’arricchimento dell’uranio. La guida suprema della Repubblica islamica, Ali Khamenei, ha sottolineato che il formidabile arsenale missilistico iraniano non è negoziabile e che il tipo e la gittata dei missili non hanno nulla a che fare con quelli statunitensi. Questa settimana un alto funzionario iraniano ha detto che il successo delle trattative dipende dal realismo delle richieste che avanzeranno gli Stati Uniti e dalla loro affidabilità nel revocare le pesanti sanzioni che danneggiano l’economia iraniana. Il ministro degli Esteri dell’Oman, Badr al-Busaidi, ha scritto in un post sui social media che «c’è ancora molto lavoro da fare», ma che l’Iran e gli Stati Uniti hanno «chiari i prossimi passi da compiere».

Accettando tutte le richieste statunitensi, il regime degli ayatollah sarebbe estremamente vulnerabile e facile oggetto di un cambio di regime. Del resto, è questo uno degli obiettivi dell’amministrazione statunitense, non nascosto dal presidente Donald Trump. Infatti, quando la stampa gli ha chiesto se volesse il crollo del regime iraniano, lui ha risposto: «Questo sarebbe il risultato migliore». I negoziati sul nucleare con la Repubblica islamica sono cominciati ormai oltre dieci anni fa: già nel 2015 era stato raggiunto uno storico accordo in tal senso che, però, fu annullato dallo stesso Trump – su pressione di Israele – durante il suo primo mandato nel 2018. Anche l’anno scorso si era fatto un primo passo nella ripresa dei negoziati, interrotti però a giugno dal bombardamento dei siti nucleari iraniani da parte di Israele, a cui si unirono successivamente anche i bombardieri americani B-2.

Al momento, lo scenario appare simile, in quanto mentre da un lato sono in corso i negoziati, dall’altro gli USA schierano le loro forze navali nel mar Arabico. Davanti alle coste dell’Oman, sono già presenti decine di navi da guerra insieme alla portaerei USS Abraham Lincoln, che trasporta 90 caccia e un equipaggio di quasi 6.000 persone. Trump ha inoltre ordinato a un’altra portaerei, la USS Gerald R. Ford, di spostarsi verso il Medio Oriente. Il dispiegamento delle portaerei è stato confermato dal Pentagono al New York Times, ma lo schieramento dei mezzi statunitensi è stato anche rilevato dai satelliti cinesi della Mizar Vision (Mv): le immagini mostrano la posizione delle batterie di difesa aerea nei pressi delle basi americane di Muwaffaq Salti (Giordania) e di Ali Al Salem (Kuwait) e di almeno 16 aerei di rifornimento strategico sulle piste della base di Al Udeid (Qatar). Il che indica almeno due cose importanti: da un lato, che l’Iran può fare affidamento sulla Cina, che a sua volta conosce le posizioni degli avversari; dall’altro che il Dragone sta rapidamente sfidando il monopolio degli Stati Uniti nello spazio, poiché i nuovi satelliti di telerilevamento hanno consentito a Pechino di monitorare le risorse militari americane a livello globale. Come riporta Newsweek, negli ultimi due anni la Cina ha aggiunto oltre 400 satelliti, di cui più della metà è in grado di tracciare oggetti sulla Terra.

Al momento le trattative tra Stati Uniti e Iran sono, dunque, caratterizzate da atteggiamenti ambivalenti e appaiono sicuramente lontane da un accordo che possa scongiurare un confronto militare diretto, mentre la volontà di Washington di ribaltare il regime iraniano per insediare un governo confacente agli interessi di Washington è sempre più chiara. In tal modo, la potenza a stelle e strisce indebolirebbe anche Russia e Cina che trovano nell’Iran un importante alleato nella regione. Per questo, un eventuale attacco statunitense alla Repubblica islamica non esclude un ampliamento pericoloso del conflitto. Se, da un lato, Trump ha affermato di non credere che gli esponenti del governo iraniano «vogliano affrontare le conseguenze del mancato accordo», dall’altro, Khamenei ha avvertito che qualsiasi tentativo degli Stati Uniti di deporre il suo governo fallirebbe.

L’Associazione Italiana Allenatori ha premiato con la “Panchina d’oro” il mister della Palestina

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«Noi abbiamo pensato di premiare l’allenatore della Nazionale Palestinese per tutto quello che ha fatto». Così l’Associazione Italiana Allenatori Calcio (AIAC), che ha deciso di assegnare la “Panchina d’oro” a Ehab Abu Jazar, mister della selezione maschile andata vicina alla qualificazione ai prossimi Mondiali. Nonostante il genocidio a Gaza, l’uccisione di centinaia di atleti palestinesi e l’escalation in Cisgiordania, Ehab Abu Jazar ha continuato ad allenare la sua nazionale. Così facendo, ha riempito d’orgoglio milioni di palestinesi, oltre a mandare inequivocabili messaggi al mondo: la Palestina esiste e il suo popolo resiste alle aggressioni israeliane.

«Tutti hanno parlato dei valori dello sport. Io non credo che lo sport abbia dei valori in sé. Se ce li mettiamo noi, questi valori, allora lo sport li ha. Noi abbiamo pensato di premiare l’allenatore della Nazionale Palestinese per tutto quello che ha fatto». Ad affermarlo è Renzo Ulivieri, presidente dell’AIAC, nel consegnare la “Panchina d’oro speciale 2025” a Ehab Abu Jazar, ct della Nazionale Palestinese maschile. La celebrazione è avvenuta a Roma, nella sala stampa della Camera dei Deputati, al culmine di un evento che ha visto anche la partecipazione di una delegazione sportiva palestinese.

Quest’ultima ha illustrato l’impatto dell’aggressione israeliana sul settore sportivo in Palestina: «684 morti (647 uomini) di 34 federazioni diverse, 367 appartenenti alla sola Federcalcio; di questi 178 (26%) ucciso tra i 6 e i 20 anni mentre sono 111 gli over 50 (16%). Per quanto riguarda le infrastrutture, 290 gli impianti distrutti (tra Gaza e Cisgiordania). Tra questi lo storico stadio Al-Yarmouk a Gaza, trasformato in campo di detenzione e poi raso al suolo dagli israeliani». Le minacce vanno avanti, come quella arrivata di recente al campetto di Betlemme, che Israele vuole demolire.

La Panchina d’oro speciale è un premio giunto alla sua seconda edizione, che l’Assoallenatori assegna a un tecnico espressione di una particolare funzione sociale, attraverso la propria attività. Come si legge nel comunicato ufficiale, il premio 2025 è stato assegnato a Ehab Abu Jazar «per aver rappresentato in modo straordinario, attraverso l’impegno della propria squadra, arrivata a un minuto dalla storica conquista degli spareggi mondiali, l’orgoglio, le ambizioni, la forza morale di un popolo che sta vivendo una delle pagine più buie, drammatiche e dolorose della propria storia».

Quella dell’AIAC non è la prima iniziativa a supporto della Palestina e del suo popolo. Già in estate, l’Assoallenatori aveva inviato un appello alla FIGC affinché il calcio italiano si mobilitasse «in favore del popolo palestinese, mettendo sul tavolo la richiesta, da inoltrare a UEFA e FIFA, di sospensione temporanea di Israele dalle competizioni internazionali». Un appello, rimasto inascoltato, che rispondeva a un «imperativo morale», quello dell’umanità.

Ginevra, ripresi i negoziati tra Russia e Ucraina

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Sono ripresi a Ginevra i round negoziali trilaterali tra Russia, Ucraina e Stati Uniti. Il tavolo dà continuità all’incontro di ieri, durato diverse ore e definito “teso” tra le parti. La base negoziale per porre fine alla guerra in Ucraina resta il piano statunitense presentato nei mesi scorsi. In cambio della pace e delle garanzie di sicurezza dei Paesi occidentali sono previste concessioni territoriali da parte di Kiev.

Le banche continuano a fare profitti record ma licenziano e chiudono sportelli

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Altro anno, nuovi profitti record. Il 2025 delle banche italiane si è chiuso con quasi 28 miliardi di euro di utili (+10,6% rispetto al 2024), distribuiti tra i maggiori istituti di credito: Intesa Sanpaolo, Unicredit, Banco BPM, Monte dei Paschi di Siena e BPER. Brindano gli azionisti di fronte a più di 17 miliardi di euro di dividendi. A favorire l’exploit economico delle banche italiane sono stati diversi fattori, come la crescita delle commissioni e una più intensa attività assicurativa. A ciò si aggiunge l’ormai storica posizione della Banca Centrale Europea (BCE) che ha imposto alti tassi di interesse sul prestito di denaro. Nonostante i profitti record, le banche licenziano il personale e si ritirano dai territori, chiudendo filiali e sportelli.

Continua il periodo d’oro delle banche italiane, iniziato col rialzo dei tassi di interesse deciso dalla BCE nell’ormai lontano 2022. Se aumenta il “costo” del denaro, cioè la percentuale che chiede la banca per erogare il prestito, è facile comprendere la crescita vertiginosa degli utili. Dopo aver raggiunto il picco nel settembre 2023, con tassi di interesse pari al 4,5%, il costo del denaro si è attestato oggi intorno al 2,15%. La parabola discendente è stata compensata da altri fattori, come la crescita delle commissioni (+6% rispetto al 2024) e una più intensa attività assicurativa, protagonista di un incremento pari al 17,1% sul 2024. A favorire l’attività assicurativa delle banche è l’assist politico dello smantellamento del welfare. Servizi pubblici sempre più in affanno e sottofinanziati hanno permesso l’ascesa della controparte privata, giocando un ruolo cruciale nella diffusione delle polizze previdenziali e sanitarie.

Intesa Sanpaolo, Unicredit, Banco BPM, Monte dei Paschi di Siena e BPER — le principali banche italiane — brindano a un nuovo anno da record. Soltanto nell’ultimo trimestre dell’anno appena trascorso, le 5 banche hanno portato a casa un utile netto di 6 miliardi di euro, in crescita del 38% rispetto allo stesso periodo del 2024. Nonostante gli utili da capogiro, gli istituti bancari tagliano il personale. Secondo l’ultimo rapporto della FIRST CISL, sarebbero 8mila i dipendenti licenziati nell’ultimo anno. Continuano a chiudere anche le filiali e gli sportelli (soltanto nel 2025 ne sono stati chiusi 516), con 5 milioni di cittadini che vivono in comuni senza neanche una banca.

La mancata restituzione di valore sui territori impone una riflessione circa i reali beneficiari dell’exploit bancario. Di certo non sono i lavoratori, alle prese con precarietà e licenziamenti, e neanche le microimprese, che anzi vengono sempre più tagliate fuori dai prestiti bancari, a vantaggio di clienti più “redditizi”. La dimensione “micro” dell’economia risulta marginale anche nel profittevole mondo di azionisti e dividendi, padroneggiato da grandi fondi internazionali (statunitensi su tutti), istituzioni finanziarie e fondazioni bancarie.

In tutta Italia chi ha difeso la Palestina sta subendo repressione e processi

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Nei mesi scorsi siamo stati testimoni di uno dei maggiori moti di protesta del ventunesimo secolo. In Italia, la mobilitazione per la Palestina è arrivata in tutte le strade, le piazze, le università, coinvolgendo milioni di persone. Dopo la tregua raggiunta a Gaza, mentre la mobilitazione diminuiva e i media smettevano di parlarne, con puntualità sorprendente e a fari spenti è cominciata ad arrivare la risposta dello Stato: multe, denunce e arresti sono iniziati ad arrivare in ogni angolo del Paese. Una repressione diffusa che ha colpito praticamente in tutte le provincie, mirando sia i milit...

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Gli Epstein Files svelano una “rete criminale globale”: ora lo afferma anche l’ONU

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La portata, la sistematicità, la gravità dei crimini rivelati all’interno degli Epstein Files, commessi in un contesto corrotto, razzista e misogeno di mercificazione e disumanizzazione delle donne, potrebbero essere tali da rappresentare «crimini contro l’umanità». E di fatto, la loro l’estensione è tale da suggerire l’esistenza di una «rete criminale globale». Ad esprimersi in questo modo sono stati alcuni esperti delle Nazioni Unite, i primi rappresentanti di una istituzione internazionale a condannare esplicitamente il sistema che gli Epstein Files fanno emergere nel loro complesso e a denunciare le «terrificanti implicazioni sul livello di impunità per tali crimini». Il loro parere è tanto più importante in quanto arriva in un momento in cui il contenuto dei files viene sempre più trattato in maniera episodica e scandalistica, rincorrendo il gossip legato alle singole personalità, piuttosto che evidenziare le strutture criminali – secondo l’ONU, globali – che vi soggiacciono. Secondo gli esperti indipendenti delle Nazioni Unite, i quali operano a titolo individuale su mandato del Consiglio ONU dei diritti umani, i fatti riportati negli Epstein Files potrebbero costituire «alcuni dei crimini più gravi ai sensi del diritto internazionale». Tra questi: schiavitù sessuale, violenza riproduttiva, sparizioni forzate, tortura, trattamenti inumani e degradanti e femminicidio. «La portata, la natura, il carattere sistematico e la dimensione transnazionale di queste atrocità contro donne e ragazze sono così gravi che alcune di esse potrebbero ragionevolmente soddisfare la soglia legale dei crimini contro l’umanità», sostengono gli esperti. A caratterizzare, in particolare, i crimini vi è il fatto che questi si siano verificati nell’ambito di un attacco «diffuso o sistematico», oltre che consapevole, diretto contro la popolazione civile. Per questo motivo, quanto denunciato deve essere perseguito nei tribunali nazionali e internazionali competenti. Si tratta di crimini commessi «in un contesto di credenze suprematiste, razzismo, corruzione, misoginia estrema e mercificazione e disumanizzazione di donne e ragazze provenienti da diverse parti del mondo». Ogni nome che emerge dai frammenti che costituiscono l’immenso mosaico dei files, composto da milioni di documenti, rappresenta un tassello di quella che somiglia sempre più a una struttura che si regge sulle più potenti e influenti personalità del mondo della politica, della finanza, della tecnologia ma anche della cultura globale. Una macchina della quale Epstein sembra rappresentare più il meccanismo che ne ha permesso il funzionamento che il soggetto al centro della vicenda. La lista di nomi coinvolti è lunga e attraversa le cartine in ogni direzione, muovendosi da Donald Trump a Elon Musk per arrivare al principe Andrea e all’establishment israeliano, passando per l’ex presidente USA Bill Clinton e Bill Gates, fino a ipotizzare rapporti con il Mossad. Legami politici e intrecci con l’alta finanza, la tecnologia e la filantropia, grandi finanziatori, società offshore, trust e fondazioni. In mezzo, decine di testimonianze di coloro che si dichiarano vittime di abusi, la tratta di minori, lo sfruttamento sessuale di giovani e bambini, fino a vere e proprie ipotesi di infanticidio. Nonostante ciò, i quotidiani sembrano preferire la rincorsa al nome noto di turno (Sarah Ferguson e le figlie coinvolte nello scandalo, Sky; Naomi Campbell nei file di Epstein, Repubblica; Epstein, anche un sultano nello scandalo, ANSA, tanto per fare degli esempi), il dettaglio scabroso, piuttosto che guardare in profondità, sotto la superficie, dove si celano le assi e i nodi delle strutture di potere che controllano il mondo.

California: 10 dispersi a causa di una valanga

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Dieci sciatori fuori pista risultano dispersi dopo che una valanga li ha travolti. I dieci sciatori facevano parte di un gruppo più ampio di 16 persone, che si trovava nell’area di Castle Peak, nella Sierra Nevada, quando una valanga si è staccata a un’altitudine di circa 2.500 metri. Decine di soccorritori stanno perlustrando l’area per raggiungere i 6 sopravvissuti e e trovare i 10 sciatori dispersi.

Caffaro, dopo 25 anni iniziano le demolizioni nel sito contaminato di Brescia

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caffaro abbattimento

La bonifica dell’area dell’ex stabilimento chimico Caffaro, una presenza ingombrante e simbolicamente legata a una delle più gravi contaminazioni ambientali italiane, ha preso concretamente avvio con la demolizione del primo edificio all’interno del Sito di Interesse Nazionale (SIN) di Brescia. L’intervento, partito venerdì 13 febbraio con l’abbattimento di uno dei fabbricati del complesso industriale, un tempo utilizzato come magazzino, segna il passaggio dalla lunga fase di studi e progettazione all’operatività sul campo. 
La storia del sito affonda le radici all’inizio del Novecento. Lo sta...

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