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Attacchi incrociati USA-Iran, chiuso lo Stretto di Hormuz

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Una violenta escalation militare sta infiammando il Medio Oriente. Nella notte, l’Iran ha colpito una nave mercantile nello Stretto di Hormuz, provocando la dura rappresaglia degli Stati Uniti, che hanno bombardato 140 obiettivi militari iraniani. All’alba, Teheran ha risposto colpendo una seconda imbarcazione e lanciando una vasta offensiva missilistica contro obiettivi militari e presidi statunitensi in Qatar, Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Giordania, Kuwait e Oman. Contestualmente, i Pasdaran hanno annunciato la chiusura totale dello Stretto di Hormuz fino a nuovo ordine, bloccando il passaggio navale «fino a nuovo avviso» e «fino alla fine degli interventi statunitensi nella regione».

La vendetta di Bruxelles contro la Biennale dopo il padiglione russo: via i fondi UE

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Dalle minacce ai fatti: la Commissione europea non fa sconti e decide di sanzionare la Biennale di Venezia dopo la riapertura del padiglione russo, chiuso dal 2022 in seguito all’invasione dell’Ucraina, da parte della Fondazione. Attraverso una raccomandazione ufficiale all’Eacea, l’agenzia che gestisce le risorse comunitarie, Bruxelles ha infatti chiesto formalmente la revoca di un finanziamento da due milioni di euro previsto per il triennio 2025-2028. L’annuncio è arrivato via social tramite la vicepresidente esecutiva Henna Virkkunen, scatenando la dura reazione dell’istituzione culturale veneziana, che ad oggi ha minimizzato l’impatto economico del taglio, dicendosi pronta a far valere le proprie ragioni in ogni sede competente.

La decisione è arrivata al termine di un lungo braccio di ferro. Già a marzo, 22 Paesi europei avevano firmato una lettera – sottoscritta da ministri della Cultura e degli Affari esteri – indirizzata al presidente della Biennale di Venezia e ai membri del Consiglio di amministrazione per chiedere che Mosca e i suoi artisti fossero esclusi dall’evento. Lo scorso aprile, dopo l’annuncio del presidente Pietrangelo Buttafuoco di riaprire il padiglione, la Commissione aveva avviato la procedura di revoca, concedendo trenta giorni alla Biennale per cambiare idea o spiegare le proprie ragioni. La Fondazione ha tirato dritto, e il 9 maggio – giorno della festa dell’Europa – il padiglione è stato riaperto, sebbene in forma ridotta per mancanza di permessi.

La raccomandazione della Commissione all’Agenzia esecutiva europea per l’istruzione e la cultura (Eacea) – l’organismo che gestisce concretamente i finanziamenti – è stata annunciata sui social da Virkkunen. «La cultura in Europa – ha scritto – finanziata con i soldi dei contribuenti dovrebbe promuovere e salvaguardare i valori democratici», valori che «non sono rispettati nella Russia di oggi». Parole che, però, lasciano spazio a più di un interrogativo. L’UE, infatti, non ha parallelamente mosso un dito contro la presenza israeliana alla manifestazione, né tantomeno varato alcun pacchetto di sanzioni contro Tel Aviv dopo l’inizio del genocidio a Gaza, come fatto invece 20 volte per la Russia in seguito all’invasione dell’Ucraina. A Bruxelles, a maggio, è stata respinta la sospensione dell’accordo di associazione tra UE e Israele: Spagna, Slovenia e Irlanda avevano chiesto di sanzionare Tel Aviv per i suoi crimini, tra cui spiccano l’occupazione costante di nuove terre attraverso l’espansione delle colonie in Cisgiordania, la recente invasione del Libano e gli attacchi alla Flotilla diretta a Gaza. Solo parole di circostanza, da Bruxelles, anche sulla legge approvata dalla Knesset che introduce la pena di morte per i palestinesi condannati per atti di terrorismo.

A ogni modo, la Fondazione ha replicato aspramente a Bruxelles, lamentando di aver appreso l’esito della vicenda da un post su X di natura politica, anziché attraverso le comunicazioni formali dell’organismo tecnico Eacea. L’ente veneziano ha precisato di aver risposto per tempo a ogni richiesta di chiarimento, affermando che continuerà a far valere ovunque le sue ragioni. I vertici dell’Esposizione tendono comunque a ridimensionare l’impatto pratico della sforbiciata: i fondi in bilico vengono infatti considerati un apporto marginale al co-finanziamento dei programmi, che andranno avanti regolarmente. Sul fronte delle istituzioni locali, il governatore veneto Luca Zaia ha usato toni perentori per condannare la mossa, giudicandola «inaccettabile» e «un atto di arroganza istituzionale e di ostilità senza precedenti». Dagli scranni dell’Esecutivo è intervenuto il vicepremier Matteo Salvini, il quale ha chiesto al governo di integrare il taglio con fondi nazionali.

Moldavia, Vasile Tofan nominato primo ministro

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La presidente moldava filo-europea Maia Sandu ha nominato primo ministro il quarantenne Vasile Tofan, finanziere e socio senior di Horizon Capital, sostenitore della sua rielezione e del Partito d’Azione e Solidarietà (PAS). Tofan succede ad Alexandru Munteanu, dimessosi dopo appena otto mesi senza spiegazioni dettagliate. Il nuovo premier ha indicato tre priorità: riconquistare la fiducia dei cittadini, rilanciare l’economia e accelerare il percorso europeo della Moldavia, puntando a firmare un accordo di adesione all’UE entro il 2028. Entro 15 giorni presenterà governo e programma al parlamento, dove il PAS dispone della maggioranza.

Crolla l’ennesimo teorema contro gli anarchici: liberati i 7 arrestati per terrorismo

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Sono state scarcerate le sette persone arrestate il 16 giugno con l’accusa di associazione con finalità di terrorismo o di eversione all’ordine democratico. La Procura di Roma le aveva indicate come facenti parte di una “cellula” anarchica, accusando due di loro di essere anche responsabili di alcuni sabotaggi alle linee ferroviarie dell’Alta velocità nel febbraio di quest’anno. Cinque degli indagati hanno dovuto trascorre oltre tre settimane in prigione, mentre altri due si trovavano ai domiciliari. Erano poi state condotte perquisizioni, sequestri, oltre allo sgombero di uno storico squat anarchico romano, il Bencivenga. Alcuni quotidiani avevano anche fatto un richiamo agli anni di piombo, parlando di un “terrorismo anarchico” alla ribalta e riportando nomi, cognomi e i presunti “ruoli” del suddetto gruppo. Un castello di carta fatto crollare dal tribunale del riesame, che ha accolto l’istanza del collegio difensivo composto dagli avvocati Calia, Grenci, Rossi Albertini e Mosini che sottolineava “l’assenza di qualsiasi elemento idoneo a dimostrare l’esistenza di una associazione e la sua connotazione terroristica”.

Le accuse della procura partivano da alcune registrazioni realizzate in un vecchio casale a Sambuci, nei pressi di Roma, uno stabile occupato e poi abbandonato anni fa. La Digos, nel 2024, aveva installato microfoni nascosti e telecamere alla ricerca di un latitante anarchico poi arrestato a febbraio 2025 in Spagna. Ma microfoni e telecamere erano rimasti lì. Accesi. E hanno registrato le discussioni di un gruppo di persone che lì si era ritrovato tra l’11 e il 13 luglio 2025. Su alcune frasi, riflessioni e ragionamenti collettivi è stato costruito l’intero apparato accusatorio. Molti giornali hanno prontamente riportato pezzi di discorsi sconnessi che sembrano alludere a grandi azioni di sabotaggio e volontà bombarole. Hanno rilanciato un video, realizzato dalla stessa polizia, in cui sembrano dare per certa una colpevolezza mai provata. Sotto accuse ci sono infatti parole, discussioni a voce alta, analisi. Ma nessun fatto, e nessuna prova concreta. Solo due degli indagati sono accusati del sabotaggio alla linea ferroviaria del 14 febbraio scorso, quando un danneggiamento ha paralizzato il traffico ferroviario nel bel mezzo delle Olimpiadi invernali. L’azione fu rivendicata in un comunicato pubblicato su siti anarchici come un gesto pratico contro le aziende produttrici di armi, contro l’accordo tra RFI e Leonardo sulla mobilità di forze e materiali bellici, e contro la speculazione e la devastazione portata dalle Olimpiadi. Un’azione che aveva bloccato le linee di mezza Italia e causato circa 455mila euro di danni a RFI. Ma di nuovo, le prove mancano.

Nei giorni di quegli arresti era in discussione il ricorso contro il rinnovo del 41bis ad Alfredo Cospito, l’anarchico sopravvissuto a sei mesi di sciopero della fame proprio contro il regime in cui era detenuto e l’ergastolo ostativo. Per un attimo sembrava che quel rinnovo, quasi automatico per i circa 750 detenuti nelle maglie del carcere duro del 41 bis, fosse in discussione. Ma il 1 luglio, forse complice il boom mediatico e gli arresti per 270bis, il Tribunale di Sorveglianza di Roma ha respinto il ricorso della difesa, confermando il rinnovo della misura per altri due anni. Tempistiche che fanno riflettere, date anche le presunte connessioni evidenziate dall’accusa tra la “cellula” romana e il loro impegno nella lotta contro il 41 bis. E che portano a chiedersi se questo ennesimo castello di carta fosse soprattutto un modo per continuare a tenere Cospito in regime duro.

Ora che le misure cautelari sono cadute, i sette indagati sono tornati liberi. Restano dietro le sbarre due altre persone arrestate a seguito delle perquisizioni del 16 giugno a cui sono stati trovati opuscoli e materiali cartacei che servivano, secondo l’accusa, ad “auto-addestrarsi”. Sempre con “finalità di terrorismo”. Per essere etichettati come “terroristi”, infatti, ora sono sufficienti le parole. È quanto prevede l’articolo 270-quinquies.3 del decreto dell’11 aprile 2025, che incrimina la mera detenzione di materiale cartaceo o telematico – il “terrorismo della parola”, punibile con la reclusione dai 2 ai 6 anni. Per loro si attende il responso del Riesame.

Piemonte, bruciati 900 ettari di bosco: “catastrofe ecologica”

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Rappresentano una vera e propria «catastrofe ecologica» gli incendi che stanno interessando la Regione Piemonte e che hanno già arso 900 ettari di boschi e vegetazione tra le province di Torino, Vercelli, Novara e Verbano Cusio Ossola. Il danno è grave, spiega una nota della Regione Piemonte, perchè i roghi stanno compromettendo non solamente la vegetazione, ma anche la biodiversità. Tra le cause scatenanti vi sono le alte temperature protrattesi per settimane, insieme alla scarsità di precipitazioni.

La RAI usa il caso Ranucci per sospendere le repliche di Report

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Mentre l’inchiesta sull’attentato al conduttore di Report Sigrido Ranucci accelera con perquisizioni e interrogatori, la Rai ha deciso di sospendere «cautelativamente» le repliche estive del programma, scatenando la reazione indignata dello stesso Ranucci e della redazione, che parlano di «censura senza precedenti». La decisione, arrivata il giorno stesso in cui il giornalista aveva annunciato sui social le repliche estive invitando il pubblico a segnalare nuove storie, è stata giudicata dai membri del Cda della Rai Alessandro Di Majo, Davide Di Pietro e Roberto Natale come «una punizione che vuole soddisfare le richieste giunte a gran voce da una parte politica». Nel frattempo, sul fronte giudiziario, prosegue l’analisi del materiale sequestrato al presunto mandante dell’attentato Valter Lavitola, il cui rapporto d’amicizia con il conduttore di Report è stato rivendicato da entrambi.

La Direzione Approfondimento Rai ha spiegato in una nota che lo stop alle repliche è stato disposto «in attesa che si faccia piena chiarezza sulla delicata e complessa vicenda che vede coinvolto il conduttore Sigfrido Ranucci», scelta definita dall’azienda come «a tutela di un patrimonio editoriale di grande valore per il servizio pubblico». La nota precisa che «resta fermo l’appuntamento con la nuova stagione di Report, che tornerà in onda a partire dal prossimo mese di novembre». La decisione ha provocato una reazione durissima del conduttore. In una nota diffusa dall’avvocato Roberto De Vita, Ranucci ha dichiarato: «Apprendo con sconcerto e con preoccupazione per l’informazione tutta che la Rai ha deciso di utilizzare il pretesto delle vergognose congetture, assurde, che sono state veicolate nelle ultime ore da alcune dichiarazioni politiche e da alcune ricostruzioni giornalistiche, per sospendere le repliche estive di puntate di inchiesta di Report già trasmesse». Per il giornalista, la sospensione «non è la protezione del ‘patrimonio editoriale di grande valore per il servizio pubblico’ e della trasmissione, ma è la delegittimazione non solo della mia persona ma anche di tutto il lavoro dei singoli giornalisti» che «in modo autonomo e indipendente hanno curato inchieste importanti e che sono vero patrimonio per l’informazione e la democrazia».

Le «vergognose congetture» a cui Ranucci si riferisce riguardano in sostanza la messa in discussione del movente dell’attentato e il rapporto di amicizia con Valter Lavitola, imprenditore ed ex editore che gli inquirenti ritengono il mandante dell’azione, nel cui ristorante romano Ranucci si è trovato più volte a mangiare. A gettare benzina sul fuoco sono state, nei giorni scorsi, frasi attribuite da Repubblica a Paolo Corsini, direttore degli Approfondimenti Rai in quota FdI. «Io a mangiare pesce da lui non ci sono mai andato, ma so che chi aveva un problema con Report ci passava», ha dichiarato, per poi fare riflessioni su come l’inchiesta si è evoluta: «Come è uscito il nome di Lavitola ho pensato che ci fosse qualcosa dietro. Ranucci comunque la bomba ce l’ha avuta, poi se vera o farlocca non lo so. A questo punto deve chiarire». Ranucci ha raccontato al Corriere che Lavitola «nell’estate dello scorso anno è venuto almeno due volte a cena a casa nostra a Campo Ascolano» e che «abbiamo cenato con i miei figli». Lavitola in Procura ha confermato di essere legato a Ranucci da uno stretto rapporto di amicizia. FdI ha nel frattempo inviato una mail provocatoria alla redazione di Report, segnalando «la curiosa amicizia tra Sigfrido Ranucci e Valter Lavitola, pregiudicato, massone e faccendiere, indagato per essere il presunto mandante dell’attentato al conduttore di Report».

La redazione del programma condotto da Ranucci ha diffuso un comunicato durissimo: «Veniamo a sapere che la Rai ha deciso di sospendere le repliche estive di Report “in attesa che si chiarisca la posizione di Ranucci”. E che lo abbia fatto addirittura per tutelare noi. Non comprendendo quale connessione possa esserci tra i fatti emersi in questi giorni e le nostre inchieste, riteniamo che questa decisione sia lesiva del nostro lavoro e del nostro impegno e temiamo che possa preludere a una nostra cancellazione in vista della prossima stagione». I giornalisti hanno sottolineato la tempistica: «È grave che fino a ieri il Direttore Paolo Corsini abbia valutato con gradimento la qualità delle repliche e oggi in concomitanza con le richiesta di Libero del gruppo Angelucci sull’opportunità di mandare in onda sia stata assunta questa iniziativa». «Del resto, questa decisione è l’estrema conseguenza di una pressione costante subìta in questi anni, che culmina nella recente richiesta di Fratelli d’Italia di svolgere un’indagine interna alla Rai su Report. Quindi verrebbe da dire: non vedevano l’ora». La redazione ha concluso: «Sappiamo bene che Report è un obiettivo. Ma sappiate che lo difenderemo, centimetro dopo centimetro».

Intanto le indagini proseguono. La scorsa settimana sono state eseguite quattro misure cautelari nei confronti di tre uomini e una donna ritenuti esecutori materiali dell’attentato. Valter Lavitola, l’imprenditore ed ex editore considerato dagli inquirenti il presunto mandante, è stato interrogato in Procura e si è avvalso della facoltà di non rispondere, ma ha reso dichiarazioni spontanee: «Non sono stato io, non so chi possa essere stato e non ho idea del movente». Gli investigatori hanno anche perquisito l’abitazione nel Napoletano di Gomes Clesio Tavares, il tuttofare di Lavitola ritenuto l’intermediario con il gruppo che ha fatto esplodere l’ordigno lo scorso ottobre. La perquisizione segue quella eseguita sabato sera dai carabinieri mentre Lavitola era sotto casa con le valigie pronto a partire per l’Africa. Gli inquirenti stanno ora analizzando il materiale sequestrato: tre cellulari, due pen drive e sette manoscritti con appunti di Lavitola.

ChatGPT, plagio e depistaggi: la battaglia legale con il New York Times si fa dura

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Alcune testate statunitensi – tra cui il New York Times – sono da tempo coinvolte in una lunga e onerosa battaglia legale contro OpenAI, azienda d’intelligenza artificiale accusata di aver trafugato articoli giornalistici per addestrare i propri modelli, traducendo le interazioni con gli utenti in veri e propri atti di plagio. Al di là dell’esito finale della causa, risvolti recenti stanno rivelando che l’azienda detiene un notevole controllo sui dati prodotti dai suoi chatbot, e che i discorsi sulla privacy si fanno sentire ora solo perché OpenAI non ha alcuna intenzione di condividere con l’accusa tutta una serie di informazioni.

Ieri, giovedì 9 luglio, il New York Times, il Daily News e altri giornali statunitensi hanno chiesto alla Corte del Distretto Meridionale di New York di sanzionare OpenAI, realtà con cui sono in causa dal 2023 e che viene ora accusata di aver mentito per almeno un paio di anni alla controparte legale e al giudice, occultando prove che avrebbero potuto comprovarne la colpevolezza. Nello specifico, gli editori sostengono che l’azienda abbia dichiarato il falso sostenendo che fosse impossibile, o troppo oneroso, scandagliare i log di ChatGPT – un’operazione che si sta invece dimostrando più che alla portata dei tecnici coinvolti.

La fattibilità dell’operazione sarebbe emersa in seguito alla deposizione di Vincent Monaco, informatico di OpenAI che si sarebbe lasciato sfuggire inavvertitamente più informazioni di quante i suoi datori di lavoro avrebbero voluto, facendo menzione di due imponenti archivi di dati composti rispettivamente da 10 e 78 milioni di conversazioni tra il chatbot e gli utenti. Da quanto emerge, l’azienda avrebbe utilizzato questi due campioni per analizzare i contenuti e identificare gli estratti riconducibili ai quotidiani accusatori, così da impostare sullo strumento dei filtri capaci di impedire la riproduzione degli articoli in questione.

OpenAI avrebbe invece di contro fornito ai querelanti un campione di “soli” 20 milioni di log, un archivio profondamente compromesso da circa 19 miliardi interventi censori – abbastanza da spingere la Corte a considerarlo “inutilizzabile”. Drew Pusateri, portavoce di OpenAI, sostiene che le testate “persistano nei loro sforzi di invadere la privacy di persone che nulla hanno a che vedere con questo caso, arrivando a costruire accuse palesemente false”. In altre parole, l’azienda gioca la carta della riservatezza, mettendo in dubbio la reale efficacia dei processi di pseudonimizzazione che dovrebbero tutelare la riservatezza degli utenti.

Sia chiaro: non è detto che il New York Times e le altre testate riusciranno a vincere questa battaglia legale, la quale conta già decine di milioni di dollari di spese. Il fulcro della questione sarà infatti lo stabilire se le macchine siano in grado o meno di modificare gli articoli quanto basta per rientrare nel “fair use” previsto dalla legislazione statunitense – un concetto che a volte tende a essere fumoso e situazionale. Come spesso accade in questi casi, però, la disputa si sta dimostrando preziosa per chiunque sia interessato a intravedere cosa succede dietro le quinte di OpenAI, svelando alcuni dei modi in cui l’azienda può fare uso dei dati che raccoglie.

In un’epoca in cui i chatbot sono sempre più impiegati come rozzi sostituti di medici, avvocati e consulenti finanziari, il fatto che OpenAI dimostri di poter consultare i contenuti delle chat degli utenti con una certa disinvoltura merita una dose di preoccupazione – tanto più considerando che l’azienda guidata da Sam Altman, come anche le sue omologhe, intrattiene rapporti diretti con il governo statunitense e il suo apparato di sorveglianza e che la legittimità degli accordi che regolano il trasferimento dei dati tra Unione Europea e Stati Uniti rimane tuttora estremamente dubbia, nonostante i ripetuti interventi della Corte europea.

 

Russia, distrutti 376 droni ucraini nella notte

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La Russia afferma di aver intercettato e distrutto 376 droni ucraini lanciati nella notte contro obiettivi sul proprio territorio. Secondo il ministero della Difesa, gli attacchi sono stati sventati dalle difese aeree. Tuttavia, un raid ha provocato un vasto incendio nella raffineria di Ilsky, nella regione di Krasnodar. Un altro attacco ha colpito Taganrog, nella regione di Rostov, dove sono stati evacuati alcuni residenti. Incendi sono divampati in due depositi di carburante e nell’area portuale. Danneggiata anche un’abitazione privata e il tetto di un edificio amministrativo. Al momento non si registrano feriti.

Ergastolo ai boss Graviano e Filippone: la Corte conferma il patto delle stragi

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Dopo un lungo iter processuale pieno di colpi di scena, è arrivato forse il vero punto di svolta al cruciale processo sulla “‘Ndrangheta stragista” in corso a Reggio Calabria. La Corte d’Assise d’Appello, presieduta da Angelina Bandiera e a latere Caterina Asciutto, ha condannato all’ergastolo il boss siciliano Giuseppe Graviano e quello calabrese Rocco Santo Filippone in qualità di mandanti degli attentati ai carabinieri consumati nella prima metà degli anni Novanta a Reggio Calabria e provincia. I due padrini erano già stati condannati in primo grado nel 2020 e nel primo processo d’Appello nel 2023, ma la Cassazione aveva annullato la sentenza con rinvio. Il processo è risultato fino a oggi fondamentale per sviscerare le implicazioni politiche dietro gli attentati e le convergenze tra gli interessi di Cosa Nostra, ‘Ndrangheta, massoneria coperta e apparati deviati dello Stato in una delle fasi più critiche per il Paese.

Con questo nuovo verdetto, i giudici hanno confermato l’impianto accusatorio della DDA di Reggio Calabria, secondo cui gli attentati ai danni dei carabinieri – l’omicidio dei carabinieri Fava e Garofalo del 18 gennaio 1994, il tentato omicidio dei carabinieri Pasqua e Ricciardo e il tentato omicidio dei carabinieri Musicò e Serra (risalenti agli ultimi mesi del ’93) – rientrerebbero nel novero delle “stragi continentali” che videro procedere a braccetto la consorteria siciliana e quella calabrese. Secondo i pm, infatti, la ‘Ndrangheta «agì, attraverso le sue componenti apicali, d’intesa con quella siciliana», trovando un fondamentale interlocutore in Giuseppe Graviano. Tale legame sarebbe stato rappresentato anche da quelle che il pentito Girolamo Bruzzese ha definito «doppie affiliazioni», in riferimento ai criminali calabresi «Paolo De Stefano, Peppe e Mommo Piromalli, Nino Pesce, Pino Mammoliti, Luigi Mancuso, Pino Piromalli, Nino Molè, Nino Gangemi, qualcuno degli Alvaro».

Nelle motivazioni con cui la precedente Corte d’Appello aveva condannato Graviano e Filippone si attestava come la strategia stragista andata in scena nella prima metà degli anni Novanta avrebbe visto il ruolo attivo non solo della mafia siciliana e calabrese, ma anche di massoneria coperta e servizi segreti deviati. Nella pronuncia, la Corte aveva espressamente fatto riferimento ad «accertati intrecci che negli anni si sono dipanati tra organizzazioni criminali e ambienti massonici e politici, in una evidente convergenza e commistione di interessi che mirava al comune intento di destabilizzare lo Stato e sostituire la vecchia classe dirigente (il riferimento è alla Democrazia Cristiana, ndr) che, agli occhi dei predetti, non aveva soddisfatto i loro ‘desiderata’». Cosa Nostra e ‘Ndrangheta avrebbero lavorato alla creazione di «un nuovo piano politico a carattere autonomista», con la nascita di un vero e proprio movimento, che «sosteneva temi sul fronte della giustizia, quali la modifica della legislazione antimafia». Tale progetto sarebbe poi stato messo da parte «in favore dell’appoggio al nascente partito di Forza Italia, con alcuni dei cui esponenti i siciliani avevano avviato contatti, tant’è che le stragi cessarono nel corso dell’anno 1994, sussistendo l’aspettativa che il nuovo soggetto politico avrebbe “aiutato” le organizzazioni criminali che l’avevano elettoralmente sostenuto».

Tuttavia, dopo che i giudici di primo e di secondo grado erano stati concordi nel ritenere «granitiche» le prove in ordine al ruolo avuto dalla mafia calabrese nella campagna di attentati che insanguinarono l’Italia all’inizio degli anni Novanta, gli ergastoli a Graviano e Filippone erano stati annullati con rinvio dalla Sesta Sezione Penale della Corte di Cassazione. Per questo si è tenuto un altro processo d’appello, terminato ancora una volta con la condanna all’ergastolo dei due boss. Saranno le motivazioni a chiarire in maniera complessiva il quadro della vicenda, che ora, a livello processuale, si avvia verso la sua definizione.

Il domani di ieri: ripensare il tempo

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Siamo sottoposti continuamente alla misura del tempo: l’organizzazione del lavoro, le scadenze da rispettare, il rincorrersi degli appuntamenti, le scansioni e le successioni delle esigenze di ogni giorno, le nuove date da mettere in agenda, le prenotazioni, le tempistiche che ritmano lo scorrere delle giornate: tutto ciò impone il rispetto di un orario, va a comporre una successione che dobbiamo governare. 

Siamo soprattutto testimoni e artigiani di un flusso continuo, di un tempo che corre in avanti, annientando quasi ogni momento appena trascorso. L’agenda consuma le cose da fare, le getta nel passato, le rende eseguite o rinviate ma sempre prigioniere di uno scorrimento cronologico inevitabile. Pagine da sfogliare una dopo l’altra, come se il libro fosse già scritto. 

Se di tutto ciò però abbiamo una qualche consapevolezza, allora ci viene restituita l’attenzione su quanto stiamo vivendo e diventa anche possibile una sua espansione temporale e territoriale. Si attenuano così le misure, le quantità, i controlli, i calcoli e prende piede la qualità, l’atteggiamento di chi sente di vivere tempi-spazi totalmente propri, come effetti di un dono, come occasioni che non necessariamente vanno riempite con uno scopo, con un significato predisposto. 

Possiamo allora uscire dai confini, dalle esigenze immediate, sapere l’ora esatta perde parte del suo potere di controllo. Le cifre vengono a far parte di un flusso, diventano perfino indifferenti. 

Se il tempo si dilata, si scontorna, si moltiplica, risulta inaccessibile in sé perché magari siamo distratti, allora siamo già in ferie, nella vacanza, cioè etimologicamente nel mancare, nel poter rinviare. 

Ogni minima sospensione del tempo, ogni rinegoziazione di scadenza ha quasi il sapore di una minima eternità, come se il respiro di ogni cosa rimpiazzasse il nostro affanno. 

Scriveva Jorge L. Borges in Storia dell’eternità (Marsilio 1997) che «l’eternità, agognata con passione da tanti poeti, è uno splendido artificio che ci libera, sia pure in maniera fugace, dall’intollerabile oppressione di ciò che è successivo». 

Bisogna dunque riportare il tempo a una dimensione mitologica: non il suo passare ma il suo ritorno, non la sua misura ma la sua apertura e la sua grazia, non una speranza attesa nel futuro ma in parte già attuale. Il tempo si distende, diventa fluido, si incurva. 

Ripensare allora il tempo, attenuarne il determinismo, amministrare margini di libertà: l’estate ci aspetta come una magica aggregazione di un tempo pieno, non frammentato. Un luogo dove, per pochi o molti giorni non importa, ci racconteremo che non stiamo vivendo un’evasione, come se non fossimo più prigionieri, ma facciamo abitare la nostra mente e il nostro cuore da voci nuove e profonde che riprendono in mano i nostri orizzonti fuori da ogni vincolo, nella realtà estesa del presente, nella circolarità di ieri, oggi e domani. 

Lo ieri di domani e il domani di ieri coincidono nell’oggi, nel latino hoc dies, il giorno che stiamo vivendo, ciò che è davanti a noi, siano oggetti o persone. Il senso non è altrove, è qui disponibile, nella percezione, nella memoria, nella potenzialità. 

Quello che è eterno, diceva Aristotele, è circolare e quello che è circolare è eterno. 

Molti scherzando adesso diranno che sto proponendo una nuova utopia, l’adozione delle ferie circolari, quelle che non cominciano e non finiscono mai.