giovedì 29 Gennaio 2026
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Grifone: dall’estinzione al ritorno nei cieli, la rinascita di una specie chiave

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Grifone Italia

Il grifone si era estinto dall’Italia continentale circa 300-500 anni fa a causa di caccia, sfruttamento delle penne e cambiamenti nelle pratiche di allevamento. In Sicilia è scomparso all’inizio del ‘900 ed è sopravvissuto solo in Sardegna, dove però la popolazione era drasticamente diminuita negli anni ’90. Proprio in quegli anni sono stati avviati diversi progetti di reintroduzione e ad oggi si stima che sull’Appenino centrale ne volino tra i 300 e i 350 esemplari, in costante crescita grazie al progetto di Rewilding Appennines, con un lavoro di tutela durato anni e che viene portato avanti con cura e costanza. Ma anche in Sardegna stiamo assistendo al ritorno di questo gigante dei cieli, visto che, secondo l’ultimo censimento diffuso da Life Safe for Vultures, gli esemplari sarebbero oltre 500, in crescita del 20% rispetto al 2024. Sulle Alpi liguri invece sta tornando in modo naturale, grazie a un processo naturale di ricolonizzazione, favorito dai progetti di reintroduzione avviati in Francia. Gli altri due progetti di reintroduzione invece sono Sicilia (Parco dei Nebrodi) e Calabria (Parco del Pollino).

Il ritorno del grifone nei cieli italiani non è solo un’ottima notizia di per sé, lo è anche per ciò che può mostrare a chi, come lui che è in grado di individuare una carcassa a chilometri di distanza, è capace di vedere oltre. Questo gigante di cieli, che in volo è tra i più grandi uccelli europei con una maestosa apertura alare che può arrivare a 3 metri, è infatti considerato un “termometro ecologico” perché è un indicatore di ecosistemi in salute: dove scompaiono il pascolo tradizionale e l’allevamento estensivo, il grifone non trova più spazio.

La particolarità di questo maestoso volatile è che si tratta di un “necrofago obbligato”, che si ciba esclusivamente di carcasse. Questo ruolo ecologico è ricoperto da due famiglie di uccelli evolutivamente distanti (avvoltoi del Vecchio Mondo e condor del Nuovo Mondo), che dal punto di vista scientifico rappresentano un esempio di “convergenza evolutiva”. Accade quando due specie molto lontane tra loro, che però vivono in contesti simili e affrontando le stesse problematiche, finiscono per essere molto simili da un punto di vista morfologico.
È un animale di grandi dimensioni (8-10 kg di peso, quasi 3 metri di apertura alare) che utilizza un “volo veleggiato”, sfruttando correnti termiche e ascensionali per percorrere lunghe distanze, anche decine i chilometri, senza sbattere le ali e con minimo dispendio energetico. È una specie sociale che comunica sia con vocalizzazioni sia attraverso il volo, ad esempio per segnalare la presenza di una carcassa. Inoltre sono “spazzini” estremamente efficienti: individuano e consumano le carcasse molto rapidamente, riducendo la diffusione di potenziali patologie e aiutando a tenere sotto controllo le popolazioni di “necrofagi facoltativi” (lupi, volpi, cinghiali), visto che competono per la stessa risorsa. In India, negli anni ‘90, l’uso veterinario del diclofenac ha causato il crollo di circa il 95% delle popolazioni di avvoltoi: la loro scomparsa ha favorito l’aumento di cani rinselvatichiti e la diffusione di malattie, tra cui la rabbia, mostrando il ruolo cruciale dei necrofagi nel controllo sanitario degli ecosistemi.

“In Appennino nel ’94 l’allora Corpo Forestale dello Stato, adesso Carabinieri Forestali, iniziò un progetto di reintroduzione con 93 grifoni in tutto, provenienti dalla Spagna, che sono stati portati qua”, racconta Nicolò Borgianni, che coordina le attività che riguardano gli avvoltoi per Rewilding Apennines. “Dopo un periodo passato nelle voliere che si trovano nella zona di Magliano dei Marsi, sono stati poi rilasciati con una tecnica che si chiama soft release: dopo un primo periodo di adattamento, le porte delle voliere vengono aperte per consentire agli animali, quando sono pronti, di tornare in libertà”. In poco più di 30 anni “la popolazione fortunatamente è cresciuta e ha raggiunto i circa 300-350 individui attualmente stimati, divisi in sei colonie riproduttive che stanno più o meno tutte intorno alla Piana del Fucino”.

Rewilding Appenines collabora con i Carabinieri forestali per le attività di monitoraggio e ricerca scientifica. La cattura rappresenta, per così dire, l’inizio di tutto: “Avviene ogni anno tra ottobre e dicembre, al termine della stagione riproduttiva, quando i giovani si sono già involati e prima dell’avvio del ciclo successivo, così da ridurre al minimo il disturbo”, spiega Nicolò. Le operazioni si svolgono presso le voliere dei Carabinieri Forestali e la cattura serve principalmente al monitoraggio. “I grifoni vengono marcati con anelli della rete Euring e colorati, che permettono l’identificazione individuale, la determinazione dell’età e del sesso (tramite analisi genetica) e lo studio della struttura demografica della popolazione. Su alcuni individui vengono inoltre installati GPS solari, leggeri e di lunga durata, utili per seguire gli spostamenti, studiare il comportamento e individuare rapidamente ferimenti o avvelenamenti, consentendo interventi tempestivi”.

Il ritorno del grifone nei cieli italiani racconta una storia più ampia: quella di ecosistemi che, se messi nelle condizioni giuste, sanno rigenerarsi. È la dimostrazione che tutela, conoscenza scientifica e pratiche tradizionali possono convivere, restituendo spazio a specie chiave e ai delicati equilibri di cui fanno parte.

Cosa sappiamo sulla presunta presenza dell’ICE a Cortina

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«Di sicuro ICE sul territorio nazionale italiano non opererà». Con queste parole il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha tentato di spegnere le polemiche attorno alla presunta presenza di agenti dell’ICE alle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026. Un caso divenuto in poche ore terreno di scontro politico, nato da una catena di dichiarazioni contraddittorie: il governatore lombardo Attilio Fontana aveva parlato di «agenti ICE a Milano-Cortina per la sicurezza di Vance e Rubio», lasciando intendere un coinvolgimento diretto dell’agenzia federale statunitense. Il Viminale ha poi smentito: nessun accordo, nessuna operatività in Italia. A sua volta, però, fonti dell’ambasciata USA in Italia e portavoce dell’ICE hanno corretto il tiro, ricordando che, come in altri eventi olimpici, agenzie federali supporteranno la sicurezza diplomatica, con la Homeland Security Investigations – la componente investigativa dell’ICE – impegnata nel monitoraggio dei rischi criminali transnazionali.

Nei giorni in cui Milano e Cortina d’Ampezzo si preparano ad accendere i fuochi olimpici dei Giochi invernali 2026, la vicenda si è aperta con una dichiarazione del presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana, che ha affermato che agenti dell’ICE sarebbero stati presenti «soltanto per controllare il vicepresidente J.D. Vance e il segretario di Stato Marco Rubio». La frase, se isolata, suonava come una conferma di un accordo internazionale del ruolo “difensivo” dell’agenzia federale: «Ice sarà qui solo per controllare… e io sono convinto che non succederà niente». A ridimensione le critiche generate da queste dichiarazioni è intervenuta la Regione, che ha precisato che il presidente aveva risposto “in via ipotetica” e non aveva confermato la presenza certa degli agenti federali sul territorio italiano. Dalle stanze del Viminale è arrivata una puntualizzazione netta. Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha ribadito che «Quella dell’ICE a Milano-Cortina è una polemica sul nulla», specificando che l’«ICE, in quanto tale, non opererà mai in Italia». Piantedosi ha spiegato che, come avviene in qualsiasi grande evento internazionale, la delegazione americana potrà essere accompagnata da propri addetti alla sicurezza, ma questi non opereranno come forze di polizia sul territorio nazionale e che l’evento resterà una responsabilità esclusiva delle forze dell’ordine italiane. Sabato scorso, a margine del Forum internazionale del turismo, il ministro era stato meno perentorio: «Le delegazioni straniere all’interno del loro ordinamento scelgono loro a chi rivolgersi per assicurare la sicurezza alle delegazioni stesse. Non vedo quale problema ci sia». Nell’ipotesi di una presenza americana, aveva aggiunto, gli agenti «si coordinerebbero con le nostre forze dell’ordine», lasciando intendere un quadro di collaborazione ordinaria. E aveva chiuso commentando: «Ogni occasione è importante per testare metodologie, tecnologie e quant’altro».

La sequenza di conferme, smentite e dietrofront ha rapidamente fatto esplodere un dibattito ben al di là della mera sicurezza sportiva. L’opposizione ha criticato duramente tanto le esitazioni del Governo quanto la presunta superficialità delle dichiarazioni di Fontana. Alcuni esponenti di centrosinistra hanno definito “intollerabile” e “senza pudore” l’ipotesi che agenti di un’agenzia straniera, al centro delle proteste che dilagano in tutti gli Stati Uniti per i metodi violenti e per l’uccisione di due cittadini americani disarmati, Renee Good e Alex Pretty, possano operare sul suolo italiano. Parallelamente, AVS, il partito guidato da Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli, ha lanciato una petizione su Mettilafirma.it, “Non vogliamo le squadracce di Trump alle Olimpiadi di Milano Cortina”. Negli scorsi giorni, si è mossa anche Azione Milano sulla piattaforma Change.org, raccogliendo già oltre 9.000 sottoscrizioni. Destinatari dell’appello, sempre governo e Comitato organizzatore dei Giochi, a cui si chiede di prendere una «posizione su questa fondamentale questione».

Sul fronte diplomatico, un portavoce dell’Ice all’AFP ha confermato che agenti dell’ICE contribuiranno a sostenere le operazioni di sicurezza USA in occasione dei Giochi Olimpici Invernali in Italia, mentre fonti dell’ambasciata americana a Roma hanno rassicurato che, «come in precedenti eventi olimpici, diverse agenzie federali supportano il Servizio di Sicurezza Diplomatica, tra cui Homeland Security Investigations, la componente investigativa dell’ICE», ma che tale supporto sarebbe mirato solo alla «verifica e mitigazione dei rischi provenienti da organizzazioni criminali transnazionali», con ogni operazione sotto autorità italiana. Un chiarimento che, almeno per ora, tenta di ridimensionare il caso, senza archiviarlo del tutto, ricollocando la sicurezza dei Giochi nel perimetro delle responsabilità che restano, formalmente, solo italiane.

Francia, Camera approva stop ai social per i minori di 15 anni

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L’Assemblea nazionale francese ha approvato un disegno di legge che vieta l’accesso ai social media ai minori di 15 anni, con 130 voti favorevoli e 21 contrari. Il provvedimento, sostenuto dal governo, passa ora al Senato. Se confermato, farà della Francia il primo Paese europeo a introdurre un limite d’età così restrittivo. Emmanuel Macron ha definito il voto un passaggio decisivo, richiamando le indicazioni degli studiosi e il sostegno dell’opinione pubblica. Il presidente ha chiesto una procedura accelerata per rendere il divieto operativo da settembre, con l’obiettivo di tutelare salute mentale, sviluppo cognitivo e autonomia dei minori dall’influenza degli algoritmi.

Giovani e chatbot: dall’amicizia simulata alla dipendenza emotiva

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Ogni anno il dizionario di Cambridge individua una parola che, più di altre, riesce a condensare lo Zeitgeist del presente, diventando una sorta di specchio linguistico delle trasformazioni culturali e sociali in corso. Per il 2025 la scelta è ricaduta su “parasociale”, un aggettivo che descrive la percezione di un legame con una celebrità mai incontrata, con un personaggio di finzione o, sempre più spesso, con un chatbot. Con lo sdoganamento delle intelligenze artificiali generative, infatti, stanno emergendo con forza applicazioni “relazionali” di IA, progettate non solo per fornire risposte...

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UE-India: firmato accordo di libero scambio a Nuova Delhi

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Dopo un ventennio di negoziati, UE e India hanno firmato un accordo di libero scambio che ridurrà in maniera sostanziale le barriere tariffarie e non tariffarie, tagliando dazi per 4 miliardi di euro e riducendo tariffe per le esportazioni dell’agroalimentare europeo. L’intesa copre circa il 25% del PIL mondiale e un terzo del commercio globale, con benefici previsti soprattutto per auto, vino, macchinari e servizi. Soddisfatta la presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen che ha commentato: Abbiamo fatto la storia. Anche il primo ministro indiano Narendra Modi ha salutato l’accordo come un nuovo capitolo nei rapporti bilaterali. Il trattato deve ancora essere ratificato dagli organi competenti.

Colono israeliano minaccia e fa inginocchiare i carabinieri, Tajani si limita a protestare

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È accaduto domenica scorsa, nei pressi di Ramallah: due carabinieri stavano effettuando un sopralluogo per preparare la missione degli ambasciatori europei in Cisgiordania, quando sono stati avvicinati da un colono israeliano che li ha fatti inginocchiare e interrogati, tenendoli sotto tiro con un fucile. L’uomo ha riferito ai due militari che si trovavano in area militare, anche se da verifiche successive questa si è rivelata un’affermazione non vera. Un’esperienza che riguarda ogni giorno migliaia di palestinesi della Cisgiordania e che tuttavia rappresenta un incidente diplomatico grave, per il quale la Farnesina ha preannunciato di avanzare «protesta al massimo livello politico». Le dichiarazioni d’intenti, tuttavia, non sembrano essere state seguite dai fatti: il ministro degli Esteri Tajani si è infatti limitato a esprimere «forte disappunto» e «dura protesta» all’ambasciatore israeliano in Italia, convocato dalla Farnesina, reiterando la «preoccupazione» di Roma per i comportamenti dei «coloni violenti», e niente di più.

Di certo, le azioni diplomatiche che sarebbe stato possibile intraprendere sono svariate e molte avrebbero potuto avere un impatto più incisivo, anche solo a livello simbolico. Basti pensare a quanto successo con la Svizzera, in relazione alla strage di capodanno di Crans-Montana. Dopo che le autorità svizzere, nel pieno rispetto della legge, hanno liberato il proprietario del locale previo pagamento della cauzione, lunedì 26 gennaio l’Italia ha pensato bene di richiamare il proprio ambasciatore nel Paese, per disposizione diretta della presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Una decisione evidentemente politica per rispondere a una decisione della magistratura – nella cui attività il governo svizzero non può intervenire. L’ultima volta che è accaduto qualcosa di simile era il 2016, quando il corpo di Giulio Regeni fu ritrovato senza vita in Egitto. Il richiamo di un ambasciatore costituisce una mossa volta a dare un forte segnale politico, collocata a metà tra la convocazione dell’ambasciatore dell’altro Paese (meno grave) e il suo ritiro. Quest’ultima è un’eventualità che si verifica in contesti particolarmente gravi o in caso di guerra – l’ultima volta accadde nel 2021, quando, con il ritorno del governo talebano non riconosciuto a livello internazionale, l’Italia e molti altri Paesi chiusero le proprie ambasciate in Afghanistan.

Dopo che due militari appartenenti all’Arma sono stati fatti inginocchiare e minacciati con un’arma automatica da un cittadino israeliano, insomma, il governo ha optato per la soluzione politica meno incisiva – pur sottolineando la propria «ferma indignazione» e promettendo di inviare lettere di protesta al governo israeliano. D’altronde, non è la prima volta che l’Italia reagisce tiepidamente alle palesi violazioni commesse da Israele. In varie occasioni, Roma ha dimostrato di prediligere posizioni politiche che non intralciassero l’operato del proprio alleato in Medio Oriente, nonostante le violazioni di Tel Aviv del diritto internazionale fossero palesi e innegabili. È il caso, per esempio, del reiterato rifiuto di fermare la fornitura di armi a Israele. Le condanne di Meloni e Tajani si sono pressochè sempre fermate ai richiami verbali.

Israele da sempre concede la piena impunità ai coloni (che, al contrario di quanto più volte sostenuto da Tajani, per loro natura sono tutti violenti), tanto che è stato lo stesso ministro della Sicurezza Ben Gvir a impegnarsi a fornire loro 100 mila fucili. Appena un paio di mesi fa, sempre nei pressi di Ramallah, tre cittadini italiani erano stati violentemente picchiati da coloni israeliani che erano entrati nella loro abitazione con la forza, ma anche in quel caso la reazione delle istituzioni non era andata oltre alla condanna dei fatti.

Bologna è tra le 20 città al mondo a “rifiuti zero” secondo l’ONU

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Ridurre i rifiuti non significa soltanto aumentare la raccolta differenziata, ma ripensare l’intero ciclo dei materiali. È su questo terreno che Bologna ha ottenuto il riconoscimento delle Nazioni Unite, entrando nel programma “Zero Waste Cities”, promosso dal Comitato consultivo del Segretario generale dell’ONU e istituito nel 2023 per individuare e valorizzare le esperienze più avanzate di economia circolare a livello globale. Con l’espressione “rifiuti zero” si intende un modello di gestione che mira a ridurre al minimo la produzione di scarti, privilegiando prevenzione, riuso, riciclo e co...

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Spagna: espulso l’ambasciatore del Nicaragua

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La Spagna ha ordinato l’espulsione dell’ambasciatore del Nicaragua e di un altro diplomatico nicaraguense. A dare la notizia è il ministero degli Esteri spagnolo; tale mossa arriva in risposta a una analoga decisione presa dal Nicaragua, che ieri ha espulso l’ambasciatore spagnolo e il suo vice. Non è la prima volta che Spagna e Nicaragua registrano tensioni diplomatiche: già nel 2021, i due Paesi hanno vissuto una simile situazione. Madrid accusa il presidente Daniel Ortega di reprimere duramente le opposizioni e la società civile, sostenendo in sede europea sanzioni nei confronti del Paese.

La rivoluzione del Kurdistan è sotto assedio

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«Nonostante l’accordo di cessate il fuoco firmato tra noi e il governo di Damasco, quest’ultimo continua in modo sistematico i propri preparativi militari e l’escalation sul terreno». Con queste parole, sabato 24 gennaio, le Forze Democratiche Siriane (SDF), gruppo a guida curda attivo nel Rojava (il cosiddetto “Kurdistan siriano”), denunciavano i continui attacchi dell’esercito contro le proprie postazioni. Cominciati a inizio mese, i combattimenti hanno costretto i curdi a ritirarsi da Aleppo, mentre l’esercito non ha mai smesso di attaccare; lo stesso sabato, il ministero della Difesa ha annunciato un’estensione di 15 giorni della tregua, formalmente per permettere agli statunitensi di portare avanti le operazioni di trasferimento di membri dell’ISIS detenuti nelle regioni che fino a qualche settimana prima risultavano a controllo curdo; nonostante ciò, la cavalcata dell’esercito non si è mai arrestata, colpendo infrastrutture e territori di un Rojava tradito per la seconda volta da Trump, nel tentativo di smantellare il progetto politico del confederalismo democratico avviato ormai quasi 15 anni fa.

Gli scontri tra Esercito Nazionale Siriano (SNA) e SDF vanno avanti da settimane. I combattimenti sono iniziati lo scorso 5 gennaio ad Aleppo, dove entrambe le fazioni si sono accusate vicendevolmente di attacchi; le SDF si erano ritirate da Aleppo lo scorso marzo, e i gruppi curdi erano rimasti attivi sul territorio mediante le Asayish, le forze di sicurezza interna. Dopo giorni di combattimenti, i curdi hanno accettato di ritirarsi da Aleppo, ma le SNA hanno continuato ad avanzare, conquistando anche le porzioni curde del Governatorato di Hasakah. Tra le varie postazioni abbandonate dai curdi, figura il campo di Al-Hol, dove si trovano ex membri e familiari dell’ISIS. Il 21 gennaio, il Comando Centrale degli USA ha annunciato l’inizio di una operazione di trasferimento dei detenuti del campo verso l’Iraq, e la Siria ha dichiarato il cessate il fuoco. Nonostante ciò gli scontri sono continuati.

Il cessate il fuoco è stato rinnovato sabato con un annuncio del ministero della Difesa. Nella medesima giornata, le SNA hanno denunciato attacchi con drone da parte delle SDF, che hanno invece dichiarato di essere state aggredite nelle aree di Giazira e Kobane. Nei giorni successivi, le accuse reciproche sono continuate: le SNA hanno segnalato ulteriori attacchi con drone e mortaio nelle aree di al-Jamel, Shuyoukh e Sarrin, presso il Governatorato di Aleppo, e attacchi a sud di Kobane; hanno inoltre rivendicato il controllo di Raqqa. I curdi, invece, hanno riportato attacchi a Kharab Ashk e Chalabiya, a sud di Kobane, e scontri presso la diga di Tishrin e presso Çil Axa, nel Governatorato di Hasakah. Testimonianze video condivise dalle piattaforme curde mostrano inoltre attacchi presso il villaggio di Qasimiye, a sud di Kobane. Secondo una mappa diffusa dalle medesime piattaforme, le forze siriane sarebbero ormai riuscite a penetrare nelle aree del Rojava, dove pare stiano continuando l’avanzata.

Quello che si prospetta davanti è un tentativo di smantellare il progetto decennale di confederalismo democratico portato avanti dai curdi del Rojava. Il governo di Al Sharaa mira a un controllo centralizzato di tutta la Siria, come testimoniato dalla sua decisione di escludere le comunità curde – assieme a quelle delle donne e delle comunità druse – dalle prime elezioni legislative. Gli Stati Uniti, intanto, stanno pensando di ritirare le proprie truppe dal Paese, scommettendo sullo stesso Al Sharaa e abbandonando i curdi per la seconda volta, come già fatto nel 2019. Questa mossa, di fatto, è stata vista dalla Turchia come un via libera da parte di Trump per attaccare le postazioni curde; molti degli attacchi segnalati dalle SDF, infatti, avrebbero avuto il supporto di tecnologia e droni turchi. Il tradimento dei curdi è stato informalmente confermato dall’inviato speciale di Trump Tom Barrack, con un lungo post su X: «La più grande opportunità per i curdi in Siria in questo momento risiede nella transizione post-Assad sotto il nuovo governo guidato dal presidente Ahmed Al Sharaa», scrive Barrack. Il progetto curdo, spiega Barrack, era utile agli Stati Uniti per contrastare l’avanzata di Daesh e per controbilanciare l’influenza russa sulla Damasco di Bashar Al Assad; oggi, Assad è caduto e l’ISIS potrebbe essere tenuto a bada dalla Siria di Al Sharaa. L’abbandono del fronte curdo da parte di Trump, rimarcano commentatori politici, avvicina gli USA ai Paesi confinanti con le aree rivendicate dai curdi, anche nell’ottica di una normalizzazione dei rapporti degli stessi – prime fra tutti la stessa Siria e la Turchiacon Israele. Le medesime aree, inoltre, sono ricche di risorse e infrastrutture energetiche.

Il progetto del Rojava e del confederalismo democratico è iniziato nel 2012, con la rivolta di Kobane e il respingimento delle truppe di Assad da parte dei curdi, che hanno così istituito un proprio autogoverno. Le discussioni sul suo statuto iniziarono sin da subito, e nel 2014 i tre cantoni di Cizîrê, Kobane e Afrînvenne adottarono una prima versione del Contratto Sociale del Rojava. Inizialmente pensato specificamente per la popolazione del Rojava, il Contratto – più volte rivisto negli anni successivi, senza che i principi fondanti ne fossero modificati – finì per includere tutta la popolazione siriana, mirando a stabilire un modello di società basato sulla parità di genere, sul multiculturalismo, sull’inclusività e sull’ecologia. Tra i principi fondanti vi sono democrazia diretta, parità di genere ed ecologia integrata, con un rifiuto netto di militarismo, autoritarismo, centralismo e di ogni forma di ingerenza della religione nella vita dei cittadini, pur nel rispetto della pluralità di culto e nel multiculturalismo. Il pensiero di fondo è quello di superare l’istituzione statale-nazionale senza tuttavia modificare i confini dei Paesi, restituendo il potere ai cittadini in un sistema federale; centrale poi, il respingimento della struttura capitalistica dell’economia moderna, da sostituire con un sistema a cooperative.

Microplastiche e metalli pesanti nell’aria delle città: l’inquinamento invisibile di gomme e freni

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Gomme pneumatici consumo microplastiche

Le microplastiche non entrano nel nostro organismo solo attraverso ciò che mangiamo o beviamo: chi vive in città le respira quotidianamente. Un nuovo studio che ha visto la collaborazione dell’ENEA (Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile) mostra che nelle aree urbane ad alto traffico l’aria è sempre più contaminata da particelle microscopiche generate dall’usura di pneumatici e freni, insieme a metalli pesanti come zinco, rame e ferro. È un inquinamento quotidiano, legato alla normale circolazione dei veicoli, che si concentra soprattutto nelle zone di traffico “stop and go” e che accompagna la vita urbana senza essere percepito dai cittadini. I dati confermano che le scelte sulla mobilità non incidono solo su smog e CO₂, ma anche su una forma di contaminazione invisibile che si accumula nell’aria e viene inalata, giorno dopo giorno.

Lo studio internazionale è stato pubblicato sulla rivista scientifica Atmospheric Enviroment e condotto nell’ambito del progetto europeo POLYRISK, il cui obiettivo principale è quello di valutare gli effetti dell’esposizione alle micro e nano plastiche sulla salute dell’uomo. I ricercatori hanno analizzato campioni di aria prelevati in diversi contesti urbani e stradali, mettendo a confronto aree a traffico intenso, zone residenziali e tratti extraurbani. Il risultato è netto: nei punti caratterizzati da continue frenate e ripartenze la concentrazione di microplastiche disperse nell’aria può risultare fino a cinque volte superiore rispetto alle aree meno congestionate. Non si tratta solo di frammenti di plastica, ma di un mix complesso di particelle che incorpora anche metalli pesanti, rilasciati dal consumo di freni e pneumatici.

Queste particelle rientrano nella categoria del particolato fine, assimilabile al PM10, e contribuiscono a una quota di inquinamento che sfugge alle politiche tradizionali sulla qualità dell’aria, ancora largamente centrate sulle emissioni di scarico. L’usura meccanica dei veicoli, invece, continua a produrre contaminanti anche quando le auto sono elettriche o a basse emissioni. Anzi, il peso maggiore di molti veicoli di nuova generazione rischia di accentuare il fenomeno, aumentando l’attrito su asfalto e freni. “In città una delle principali fonti di inquinamento da microplastiche è rappresentata dalle minuscole particelle generate dall’attrito degli pneumatici sull’asfalto durante la normale circolazione dei veicoli”, racconta infatti Maria Rita Montereali, ricercatrice del Laboratorio ENEA Impatti sul Territorio.

Il punto critico è che questo tipo di inquinamento non è regolato con la stessa attenzione riservata ai gas di combustione. Le normative europee e nazionali fissano limiti stringenti per ossidi di azoto e particolato da scarico, ma lasciano sostanzialmente fuori dal radar le emissioni non di combustione, nonostante rappresentino una quota crescente dell’inquinamento urbano. Le microplastiche, inoltre, hanno una capacità di persistenza e accumulo che le rende particolarmente problematiche: una volta rilasciate nell’ambiente, non scompaiono, ma si frammentano ulteriormente e si disperdono.

La scoperta mette in discussione anche una narrazione ormai consolidata, che associa l’esposizione alle microplastiche quasi esclusivamente alla plastica alimentare, alle bottiglie o agli imballaggi. Lo studio ENEA dimostra invece che una parte significativa dell’esposizione avviene per via inalatoria, direttamente nello spazio urbano, indipendentemente dalle scelte individuali di consumo. È una forma di contaminazione che riguarda tutti, anche chi riduce l’uso della plastica o segue diete attente.

In questo quadro, la questione non è tecnologica ma politica. Ridurre le microplastiche e i metalli pesanti nell’aria significa ripensare l’organizzazione delle città, il modello di mobilità, la centralità dell’auto privata e la gestione del traffico. Significa innanzitutto denunciare il problema, per poi intervenire: ma finché resterà invisibile, a livello istituzionale continuerà ad essere ignorato.