Ormai da sei mesi, il cittadino palestinese Ahmad Salem è detenuto in Italia per avere chiamato una mobilitazione contro il genocidio del proprio popolo. Ahmad, 24 anni di età, è detenuto presso il carcere di Rossano, in provincia di Cosenza, con le accuse di istigazione a delinquere e autoaddestramento con finalità di terrorismo. L’impianto accusatorio si reggerebbe «su un paio di frasi decontestualizzate estratte da un video di otto minuti pubblicato online», nel quale Ahmad «invitava alla mobilitazione contro il genocidio in corso a Gaza, alla sollevazione in Cisgiordania e a scendere nelle piazze in Libano», denunciano pagine di attivisti. A suo favore si è mobilitata anche una deputata del Movimento 5 Stelle, che ha annunciato una interrogazione parlamentare ai Ministeri della Giustizia, dell’Interno e degli Affari Esteri.
Ahmad Salem, nato e cresciuto nel campo profughi di al-Baddawi in Libano, era arrivato in Italia in cerca di protezione internazionale e si era recato a Campobasso per presentare regolare richiesta di asilo politico. Durante l’audizione davanti alla Commissione territoriale, il suo telefono è stato sequestrato e perquisito, dando il via a un procedimento giudiziario che ora lo vede sotto accusa. Il quadro accusatorio poggia, secondo gli atti, su poche frasi isolate e su spezzoni estratti da un video di circa otto minuti in cui Salem parla del genocidio a Gaza, sollecita mobilitazione in Cisgiordania e invoca la partecipazione nelle piazze del Libano; un passaggio in cui condanna il silenzio del mondo arabo è stato ritenuto dalla Digos di Campobasso elemento di «propaganda jihadista». Sempre dal suo cellulare sarebbero stati recuperati filmati che, per l’accusa, avrebbero carattere istruttivo: in realtà si tratta di riprese degli attacchi compiuti dalla resistenza palestinese contro mezzi militari israeliani, gli stessi filmati che negli ultimi anni sono circolati su canali pubblici e testate giornalistiche italiane e non contengono istruzioni tecniche né indicazioni di addestramento.
Nonostante la fragilità delle prove raccolte, Ahmad Salem resta detenuto nella casa circondariale di Corigliano-Rossano, una struttura dotata di sezioni dedicate a detenuti classificati come Alta Sicurezza o coinvolti in procedimenti complessi legati al terrorismo islamico. La vicenda ha cominciato a circolare in queste settimane attraverso alcune reti dell’attivismo pro-Palestina, sollevando interrogativi sulla trasparenza del caso. I reati contestati ad Ahmad Salem – istigazione a delinquere e autoaddestramento con finalità di terrorismo – fanno riferimento all’articolo 270 quinquies del codice penale, noto come “terrorismo della parola”, recentemente introdotto con il “DL Sicurezza” ad aprile. I suoi legali hanno presentato ricorso in Cassazione e hanno sollevato la questione di costituzionalità di questa norma, che amplia ulteriormente il margine repressivo in Italia.
A intervenire sul caso è stato il Gruppo Territoriale del Movimento 5 Stelle di Reggio Calabria, che ha espresso «profonda preoccupazione» per l’accaduto e annunciato la presentazione di una interrogazione parlamentare a firma della deputata Stefania Ascari, indirizzata ai Ministeri della Giustizia, dell’Interno e degli Affari Esteri. Numerosi gruppi Pro-pal hanno inoltre annunciato che nei prossimi giorni si svolgerà una manifestazione davanti al carcere di contrada Ciminata, con l’obiettivo dichiarato di chiedere informazioni ufficiali e visibilità sul caso.
Questo caso si inserisce in un contesto più ampio che vede lo Stato italiano dotarsi di strumenti repressivi sempre più stringenti, non solo per colpire le lotte sociali e il movimento di solidarietà, ma anche ogni espressione di appoggio alla Palestina. L’ultimo caso è quello che ha coinvolto Mohamed Shahin, imam della moschea di via Saluzzo (Torino), raggiunto da un decreto di espulsione e rinchiuso in un Centro di Permanenza e Rimpatrio (CPR) per aver affermato che gli attacchi di Hamas del 7 ottobre furono un atto di resistenza dovuto ad anni di occupazione e decine di guerre. Dopo essere stato detenuto in un primo momento nel CPR di Torino, Shahin è stato trasportato in quello di Caltanissetta e da qui verrà rimandato nel suo Paese d’origine, l’Egitto. Il suo rimpatrio potrebbe comportare per lui la detenzione, se non anche la morte, dal momento che in patria è considerato un dissidente per la sua aperta opposizione al regime di Al Sisi. I movimenti per la Palestina accusano il governo di aver colpito Shahin per essersi pubblicamente esposto e aver dato voce a un’idea condivisa dalle piazze che da due anni chiedono la fine della guerra.
Sale ancora il bilancio dei morti per il violento incendio che ha devastato a Hong Kong sette delle 8 torri residenziali di Wang Fuk Court di Tai Po. Il rogo ha causato finora un totale di 55 vittime, di cui 4 dopo il ricovero d’urgenza in ospedale, e 279 dispersi. Gi incendi in quattro degli otto condomini del complesso sono stati spenti, altri tre roghi sono sotto controllo. Un edificio non è stato interessato. Tre uomini dell’impresa edile responsabile dei lavori dei condomini sono stati arrestati con l’accusa di omicidio colposo. L’organismo anticorruzione di Hong Kong ha dichiarato di aver avviato un’indagine sui lavori di ristrutturazione del complesso residenziale.
L’ex presidente peruviano Martín Vizcarra è stato condannato a 14 anni di carcere per aver accettato tangenti pari a circa mezzo milione di euro tra il 2011 e il 2014, quando era governatore di Moquegua, in cambio di favoritismi a due imprese edilizie. Pur annunciando ricorso, dovrà iniziare subito a scontare la pena. Vizcarra, 62 anni, centrista senza partito, fu presidente dal 2018 al 2020 dopo le dimissioni di Pedro Pablo Kuczynski per lo scandalo Odebrecht. Nel 2020 era stato destituito dal parlamento con un impeachment legato alle stesse accuse di corruzione.
Si è parlato tantissimo della famiglia del bosco e dell’allontanamento disposto dal Tribunale dei minori dell’Aquila per i figli di Catherine Birmingham e Nathan Trevallion, la coppia anglo-australiana balzata agli onori della cronaca per la loro scelta di vivere in un boschetto del Vastese in cerca di pace e di un contatto più diretto con la natura. Questa vicenda ha sollevato tantissimi interrogativi e si è trasformata in uno scontro, alimentato da disinformazione e sensazionalismo, tra i difensori di una vita più genuina e coloro che invece hanno acceso i riflettori sui diritti dei minori.
Ma c’è un aspetto ben più interessante che è stato taciuto, una questione che in questa lunga diatriba tra civiltà e libertà, potestà genitoriale e diritti del minore non è stata analizzata. E che vorrei portare alla vostra attenzione, servendomi degli strumenti che ci offrono la filosofia e la linguistica per capire la vera posta in gioco e la genesi di questo scontro.
Ma prima va chiarita una volta per tutte la questione dell’home schooling, o più precisamente della mancata scolarizzazione che è stata imputata ai figli dei Trevallion-Birmingham. Il Ministero dell’Istruzione ha comunicato con una nota che «risulta regolarmente espletato l’obbligo scolastico attraverso l’educazione domiciliare legittimata dalla Costituzione e dalle leggi vigenti e tramite l’appoggio a una scuola autorizzata».
Chiarita questa vicenda, il punto nevralgico dietro l’intervento dei servizi sociali poggia le sue basi sullo stato dell’abitazione descritto come insalubre, pericoloso, e incompatibile con la crescita dei bambini. In particolare vengono imputati alla famiglia l’assenza di allaccio alle utenze di gas e luce e di pericolosità strutturale dell’intero edificio, anche se il Corriere della Sera riporta che la perizia di un geometra segnala che dal punto di vista strutturale «l’abitazione risulta in discrete condizioni generali».
Ma dato che si è insistito molto sul freddo patito dai bambini, evocando scenari quasi dickensiani, occorre innanzitutto fare un po’ di chiarezza. Tanto per darvi un po’ di numeri: sono 1300 i comuni di alta montagna, e circa 4 milioni le persone che li abitano, che non sono serviti da gas diretto. Le aziende non reputano conveniente investire in queste aeree meno densamente popolate e l’onere di trovare metodi alternativi per riscaldare gli ambienti, come bomboloni di gas metano, stufe a pellet, camini a legna, termostufe, etc, ricade sui singoli cittadini. Non esiste una invece una stima precisa delle case italiane che non sono allacciate all’acquedotto: ma si tratta di realtà comuni nelle zone rurali e nelle case di campagna che fanno uso di pozzi artesiani e cisterne di raccolta dell’acqua.
Ma per tornare alla nostra famiglia, l’inviata del Corriere, mandata sul posto, riporta che la casetta dei Birmingham-Trevallion è ben riscaldata da un caminetto e stufa a legna con una temperatura interna di 22 gradi. La casa s’illumina la sera di luci alimentate dai pannelli solari, mentre l’acqua per bere, lavarsi e svolgere le normali mansioni quotidiane viene attinta da un pozzo. «È pieno d’acqua qui ed è acqua buona, perché dobbiamo pagarla se non manca?» si difende Nathan Trevallion.
In effetti la reale ed effettiva carenza d’acqua, una realtà comune a fin troppe famiglie siciliane abbandonate per mesi e mesi al degrado più assoluto, pare un’accusa assurda in un contesto ricco di acqua come quello di Palmoli.
«La cena ieri sera è stata verso le 17.30, poi i bambini hanno fatto il bagno in una vasca in legno fumante davanti al fuoco»racconta Paola Manfredi, inviata di Vanityfair che a Novembre aveva voluto trascorrere una giornata in compagnia della coppia,«per poi andare a dormire verso le 18.30 nella camera dove dorme tutta la famiglia, con le lucine da festa che la illuminano dolcemente».
La famiglia ha scelto di non avere il gas, non di stare al freddo, ha scelto di non essere allacciata alla rete idro-elettrica e non di stare al buio o di vivere senza acqua. Eppure i media, i giornali, perfino il Tribunale dei Minori lasciano supporre che la famiglia del bosco alla civiltà (rappresentata dall’allaccio alle utenze nazionali) abbia scelto lo stato selvaggio.
Catherine Birmingham e Nathan Trevallion insieme ai loro figli
Ecco questa è ciò che la linguistica e la filosofia chiamano falsa dicotomia. Si tratta di una fallacia logica o di un’espediente retorico che offre due opzioni presentandole come se fossero le uniche due scelte possibili, quando in realtà esistono anche altre alternative. Ad esempio è una falsa dicotomia la domanda «preferisci il mare o la montagna?». La scelta, infatti, è pilotata e costretta tra mare e montagna, escludendo a priori risposte come «preferisco il lago, la collina, le acque termali etc». Ricorderete certamente l’ormai celebre «pace o aria condizionata» di Mario Draghi. O ancora sono false dicotomie affermazione del tipo «critichi il sistema capitalistico? Allora devi essere un comunista». Si tratta di una strategia retorica e manipolatoria che crea l’illusione di una libera scelta. In breve si può riassumere nel «o con noi o contro di noi».
Nessuno mette in dubbio che i bambini debbano vivere al caldo, in un ambiente illuminato o che abbiano il diritto di farsi il bagno. Catherine e Nathan non rivendicano il diritto di sacrificare i bisogni primari dei loro figli in nome di un idilliaco e romantico ritorno allo stato di natura, ma rivendicano il diritto di decidere come e con quali mezzi provvedere ai loro bisogni primari. Se servirsi di mezzi ufficiali e nazionali per così dire o di metodi alternativi di riscaldamento/illuminazione. Questo non è uno scontro tra diritti e (supposto) abuso di minori, ma è uno scontro tra la scelta di provvedere in autonomia ai propri bisogni primari e il monopolio di Stato e di grandi aziende private che pretendono di essere gli unici in grado di soddisfare questi bisogni.
Merita di essere letto questo passo tratto da quel meraviglioso saggio che si chiama La democrazia in America di Alexis Tocqueville, filosofo e giurista francese e precursore della sociologia moderna. Lo Stato «lavora volentieri al benessere della gente, ma vuole esserne l’unico agente e regolatore; […] estende il suo braccio sull’intera società; ne copre la superficie con una rete di piccole regole complicate, minuziose ed uniformi, attraverso le quali anche gli spiriti più originali e vigorosi non saprebbero come sollevarsi; esso non spezza le volontà, ma le infiacchisce; raramente costringe ad agire, ma si sforza continuamente di impedire che si agisca; non distrugge, ma impedisce di creare; non tiranneggia direttamente, ma ostacola, comprime, snerva, estingue, riducendo infine la nazione a non essere altro che una mandria di animali timidi ed industriosi, della quale il governo è il pastore».
La domanda da porsi sul caso della famiglia nel bosco pertanto non dovrebbe essere: la casa dei Birmingham-Trevallion è allacciata alle utenze e ha una rete idrica? Ma le domande da farsi sono: i bambino vivono al caldo? Sono puliti? Hanno luce a sufficienza per soddisfare le loro esigenze? Se la risposta a tali domande è affermativa, come hanno testimoniato le inchieste svolte, l’intervento di sospensione della potestà genitoriale è davvero legittimo? O si tratta di un abuso?
Infine, anche il cosiddetto isolamento sociale dei bambini sbandierato dai media e utilizzato per giustificare la sentenza di allontanamento, dato che lede il diritto alla vita relazionale del minore, poggia su un pregiudizio ideologico di fondo.
Tale scenario di isolamento cozza con la presenza di una trentina di famiglie neoruralicon figli a carico che vivono in quella stessa zona praticando la stessa filosofia di vita dei Birmingham-Trevallion. Si potrebbe dire che la casa della famiglia del bosco dista solo pochi chilometri dal centro abitato, e che non è più isolata delle centinaia di migliaia di case sparse sul territorio alpino e nelle zone rurali della nostra penisola.
L’abitazione di Catherine Birmingham e Nathan Trevallion nel bosco
Tuttavia ciò che è interessante è che ancora una volta lo Stato, i media e perfino il Tribunale dei Minori si siano arrogati il diritto di decidere in base ai loro parametri cosa sia la socializzazione, quali relazioni siano benefiche, simbolo di socialità e benessere relazionale e quali invece non vadano considerate come tali. Un bambino che frequenta la scuola elementare, anche se è isolato dalla classe, bullizzato dai compagni e deriso dai coetanei, è avviato, agli occhi dello Stato, a un percorso relazionale sano e proficuo. Tre fratellini che crescono in compagnia dei figli dei loro vicini e che hanno modo di relazionarsi con bambini, adulti e perfino gli animali del loro personale angolo di paradiso sono considerati selvaggi e privati dai genitori di un diritto a loro fondamentale.
Ancora una volta sul banco dell’accusa non c’è un episodio di maltrattamento e neanche di irresponsabilità genitoriale, ma di due diverse e contrapposte visioni dell’esistenza e definizioni di socialità, dove l’unica riconosciuta dallo Stato sembra essere quella che passi attraverso la frequentazione di in un istituto scolastico. Come se appunto l’unica forma di socialità durante l’infanzia possa garantirla la scuola, e dunque lo Stato.
Una menzione a parte la merita la proposta del sindaco di Palmoli che ha generosamente offerto alla coppia un’abitazione in paese dove poter soggiornare assieme ai loro figli, un’offerta che seppur dettata dalla generosità diventa un ricatto morale che di fatto costringerebbe una famiglia che cerca pace e tranquillità a trasferirsi forzatamente in un contesto semi-urbano fatto di strade, macchine, rumori molesti di chi abita al piano di sopra o nella casa accanto, tutto ciò che ovviamente questa famiglia aveva cercato di evitare. E li costringe ad abbandonare quella che per anni hanno chiamato casa, per non parlare degli animali che vivevano con loro.
L’unica vera carenza e anomalia in questa famiglia, seppur diffusa in molte parti del mondo ma non in Italia, è rappresentata dal bagno esterno a secco, una scomodità e una stravaganza a dir poco obsoleta. Eppure sarebbe opportuno domandarsi se tutti coloro che hanno lavorato a stretto contatto con questa famiglia e ne abbiamo predisposto l’allontanamento dei figli in una struttura protetta, abbiano realmente soppesato i pro e i contro di tale misura. Il trauma, e le conseguenti ripercussioni psicologiche, per un bambino nell’essere separato forzatamente da un genitore e da quella che considera la propria casa vale la presenza di uno sciacquone in casa? Ai posteri l’ardua sentenza.
La Commissione europea vuole reintrodurre la possibilità di investire in armi controverse. L’esecutivo comunitario ha infatti proposto una modifica al testo che definisce il progetto industriale e di riarmo Prontezza 2030, sostituendo il termine «armi controverse» con il termine «armi vietate», in un passaggio che definisce i progetti da escludere. I partiti The Left, Socialisti e Verdi hanno avanzato obiezioni sulla modifica, respinte dal parlamento, sottolineando che essa «limita l’ambito di applicazione dei tipi di armi esclusi a sole quattro categorie, nello specifico le mine antipersona, le munizioni a grappolo, le armi biologiche e le armi chimiche», finendo per includere nei potenziali investimenti anche armi nucleari, all’uranio impoverito, o dispositivi incendiari.
Nella sua proposta, la Commissione scrive che la definizione di armi controverse contenuta nel regolamento UE «lascia troppa incertezza e confuzione per gli amministratori e dovrebbe essere chiarita e semplificata, in particolare perchè i trattati e le convenzioni internazionali pertinenti di cui gli Stati membri sono parti non fanno riferimento alle armi controverse, ma piuttosto alle armi proibite». Il motivo è sempre lo stesso: potenziare la prontezza della difesa europea, programma che prevede l’investimento di 800 miliardi entro il 2030. Con la nuova modifica, dunque, le armi proibite si limiterebbero a «mine antiuomo, munizioni a grappolo, armi biologiche e chimiche il cui uso, possesso, sviluppo, trasferimento, fabbricazione e stoccaggio sono espressamente vietati dalle convenzioni internazionali». Armamenti quali munizioni all’uranio impoverito, armi incendiarie (quali il fosforo bianco) e nucleari non figurano nell’elenco, potendo dunque potenzialmente essere classificate come idonee per la classificazione ESG (Environmental, Social, Governance, ovvero l’etichetta che valuta la sostenibilità di un’azienda o un investimento sulla base di criteri ambientali, sociali e di governance).
Gli armamenti che rimarrebbero esclusi sono stati oggetto di numerose denunce nel corso della storia, proprio per le conseguenze devastanti derivanti dal loro utilizzo. Nel 2001, la procuratrice del tribunale penale per l’ex Jugoslavia, Carla del Ponte, aveva dichiarato che l’impiego di armi all’uranio impoverito da parte della NATO fosse assimilabile a un crimine di guerra, per via dei gravi danni alla salute che queste causano alle persone che vi sono esposte. L’Osservatorio Nazionale Amianto (ONA) italiano ha censito all’incirca 8 mila militari che, al ritorno dalle guerre nei Balcani, furono colpiti da diverse malattie, le più frequenti delle quali linfomi di Hodgkin e non Hodgkin e leucemia. Secondo il presidente dell’ONA, Ezio Boanni, almeno 400 persone sono morte per tumori causati dall’esposizione all’uranio impoverito, impiegato nel 1995 e nel 1999 in Bosnia Erzegovina e in Kosovo. Nel 2013, la Corte dei Conti del Lazio emise una sentenza nella quale si accoglieva il ricorso di un militare che era stato di stanza in Kosovo e ammalatosi successivamente di tumore, nella quale si sottolineava la correlazione tra la malattia e le condizioni ambientali nelle quali l’uomo aveva prestato servizio, confermata sulle perizie eseguite sui tessuti neoplastici dell’uomo. La stessa sentenza dichiarava che la contaminazione era anche avvenuta tramite l’acqua e il cibo approvvigionati in loco. Per quanto riguarda le armi incendiarie, un esempio micidiale è il fosforo bianco, utilizzato per esempio da Israele in Palestina in varie occasioni, come denunciato dall’ONU stessa. Una delle ultime sarebbe proprio nell’ambito dell’aggressione in Libano, secondo quanto dimostrerebbero le immagini raccolte da Amnesty. L’attacco sarebbe stato condotto il 13 ottobre 2023 contro obiettivi civili nel villaggio di Dhayra, nel Libano meridionale. Il fosforo bianco è una sostanza incendiaria che brucia una volta esposto all’aria: chi vi entra in contatto può incorrere in danni respiratori gravi, insufficienze al funzionamento di organi vitali e altri danni permanenti.
Due membri della Guardia Nazionale sono stati gravemente feriti mercoledì pomeriggio in una sparatoria avvenuta a pochi isolati dalla Casa Bianca a Washington. Un uomo di 29 anni, di origine afghana entrato negli Stati Uniti nel 2021, è stato arrestato dopo essere stato colpito durante lo scontro a fuoco. Le autorità definiscono l’accaduto come un “attacco mirato” contro i militari. In risposta, il governo ha mobilitato altri 500 soldati della Guardia Nazionale a Washington. Non è ancora chiaro il movente; l’indagine è in corso.
Doveva tenersi a Taranto la gara di pesca al polpo promossa dalla sezione locale della Lega Navale Italiana. L’evento, pensato come una giornata competitiva aperta agli appassionati di pesca del capoluogo pugliese, è stato cancellato a pochi giorni dall’annuncio. A bloccarlo, una mobilitazione collettiva che ne ha messo in discussione il senso stesso: organizzare una competizione per catturare un animale noto per essere intelligente e complesso è apparso a molti in contrasto con il rispetto dovuto alla vita marina.
A guidare la protesta è stata l’OIPA - Organizzazione Internazionale Protezione...
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Lo Stato statunitense della Georgia ha archiviato le accuse contro Trump per un caso risalente al 2020, in cui il presidente avrebbe tentato di sovvertire i risultati delle elezioni presidenziali. Secondo il procuratore, non ci sarebbero elementi abbastanza solidi per arrivare a una condanna e portare avanti un processo contro Trump sarebbe «inutilmente gravoso» per lo Stato. Il caso in questione riguardava una telefonata fatta da Trump al segretario di Stato della Georgia Brad Raffensperger in cui il presidente chiedeva al segretario di «trovare 11.780 voti» per spostare i risultati elettorali a suo favore.
L’Iran è senz’acqua. Da settimane il Paese sta affrontando una siccità senza precedenti, che analisti e commentatori descrivono come la peggiore degli ultimi sessant’anni. La situazione risulta particolarmente critica nella capitale Teheran, ma la scarsità di piogge e le difficoltà nell’approvvigionamento di acqua stanno interessando pressoché tutte le province. In generale, dall’inizio dell’autunno, le precipitazioni nel Paese sono diminuite dell’82,8%; a Teheran sono caduti solo 1,1 millimetri di pioggia. Per far fronte all’emergenza, le autorità stanno adottando diverse misure, dal razionamento dell’acqua all’inseminazione delle nuvole, ma per ora hanno ottenuto scarsi risultati. La situazione risulta talmente critica che sui social è iniziata a emergere la teoria che i Paesi vicini “ruberebbero le nuvole” dall’Iran, ipotesi che i media ufficiali sono stati costretti a smentire pubblicamente. C’è chi invece propone misure drastiche, come l’evacuazione dell’intera Teheran e lo spostamento provvisorio della capitale.
Salvo qualche caso sporadico, da ormai inizio autunno, le sole province iraniane a ospitare precipitazioni sono quelle settentrionali e nordorientali; le altre province hanno registrato picchi di riduzione delle precipitazioni superiori al 100%, tanto che, fino al 7 novembre, 20 delle 31 province iraniane non avevano ancora visto una goccia d’acqua. Le prime piogge diffuse sono arrivate solo lo scorso 10 novembre, per poi ripetersi tra il 15 e il 17 novembre. Nonostante ciò, l’Istituto Meteorologico iraniano ha precisato ai media governativi iraniani che non avrebbero avuto «un impatto significativo sull’approvvigionamento idrico», stimando che il recupero delle risorse perse avrebbe richiesto un periodo «anche superiore a una stagione o un anno». Come anticipato, le precipitazioni novembrine non hanno realmente mitigato la situazione: secondo l’ultimo bollettino generale dell’Istituto Meteorologico Nazionale iraniano, ripreso da media ufficiali e semi-ufficiali, al 17 novembre, 18 province registravano una riduzione delle precipitazioni superiore al 95%; quelle in cui la situazione risulta più sotto il controllo registravano cali tra il 40% e il 65%, mentre nella provincia di Teheran la diminuzione si attestava al 96,9%. Nei dieci giorni successivi, non è piovuto.
La mancanza di piogge ha causato in primo luogo una crisi nell’approvvigionamento di acqua, portando allo svuotamento delle risorse disponibili. Secondo l’Istituto meteorologico 28 tra le maggiori dighe del Paese hanno meno di 30 milioni di metri cubi d’acqua, e pare ormai inevitabile diminuirne l’erogazione nelle case. A Teheran i cittadini lamentano tagli improvvisi alla rete idrica, fenomeno che già a inizio novembre veniva descritto dagli stessi media governativi come all’ordine del giorno. Sempre nella capitale, luogo dove la crisi idrica risulta più marcata, le risorse disponibili sono diminuite di oltre la metà, mentre oltre il 40% delle zone umide del Paese ha subito fenomeni di essiccazione, e una parte significativa degli ecosistemi acquatici si trova ora in condizioni critiche. «L’essiccazione di queste aree ha portato all’espansione di centri attivi di polvere e sabbia nelle regioni centrali, orientali e meridionali del Paese, tanto che oltre 8 milioni di ettari di terreni in Iran sono esposti a erosione e desertificazione eolica grave», sostengono i rapporti dell’Istituto per la Protezione dell’Ambiente iraniano.
La crisi idrica ha costretto le autorità a correre ai ripari, chiedendo aiuto a Paesi vicini come la Turchia, disponendo l’invio di scorte d’acqua a Teheran tramite autocisterne, riabilitando pozzi, studiando metodi per ridurre i consumi idrici nei settori domestico, industriale e agricolo, e tentando di applicare tecniche di inseminazione delle nuvole per fare piovere artificialmente; pare tuttavia che la continua siccità abbia impedito un uso diffuso di tali tecnologie. C’è chi addirittura ha affermato che potrebbe essere necessario evacuare Teheran; il presidente Pezeshkian ha invece affermato che, se ci fossero le disponibilità economiche, risulterebbe più efficace spostare direttamente la capitale per un periodo limitato. Secondo Mohsen Ardakani, Amministratore delegato dell’Ufficio idrico e delle acque reflue di Teheran, per risolvere la crisi servirebbe implementare le infrastrutture per l’approvvigionamento idrico anche mediante l’uso di sistemi di controllo intelligenti, migliorare i bacini idrici per la sostenibilità e costruirne di nuovi, installare dispositivi di risparmio energetico nelle abitazioni e ridurre i consumi dei cittadini almeno del 20%.
In una situazione come quella iraniana, individuare le cause della siccità non è facile. Sui social si è diffusa quella che sui media ha preso il nome di “teoria del furto di nuvole”, secondo cui i Paesi vicini “devierebbero” le nuvole iraniane nel proprio territorio per “rubare la pioggia”. L’ipotesi è stata smentita dal capo dell’Istituto per lo sviluppo e lo sfruttamento delle tecnologie idriche iraniano, ma è finita per avere una tale risonanza mediatica da venire ripresa dai media governativi e da commenti di analisti, per evidenziare la situazione critica in cui versa il Paese. Le spiegazioni delle cause della siccità da parte degli esperti sono molto più complesse, e prendono in analisi diversi fattori: in primo luogo il fatto che, in generale, l’Iran è un Paese soggetto a temperature alte e clima arido, con forti e ricorrenti variazioni; lo stesso caso di quest’anno, per quanto più grave di quello degli anni precedenti, è solo l’ultimo di una lunga serie di periodi di siccità. L’istituto meteorologico sostiene che questo sarebbe il sesto anno di siccità consecutivo.
Ai problemi geografici, si aggiungono gli elevati consumi di acqua da parte del settore agricolo e di quello energetico: secondo le varie stime, l’agricoltura consuma tra l’85% e il 90% delle risorse idriche, mentre gli impianti petrolchimici e di raffinazione – su cui il Paese punta da anni – risultano particolarmente idrovori. Già in passato, la costruzione di nuove raffinerie era stata rallentata a causa della scarsità d’acqua per i sistemi di raffreddamento. Oltre a ciò, ci sono i problemi degli impianti di approvvigionamento, spesso obsoleti e inefficienti: a Teheran il 60% dell’acqua è erogata da pozzi, e i sistemi di distribuzione perdono circa il 22% della quantità di acquache erogano; i problemi della rete idrica sono stati accentuati dalla “Guerra dei Dodici Giorni” con Israele, in cui alcune delle infrastrutture sono state danneggiate. Altri analisti, come Kaveh Madani, ex vice capoufficio del ministero dell’Ambiente iraniano ed esperto nello studio delle acque presso l’ONU, sostengono che il problema dell’acqua sia dovuto anche alla malagestione della politica, che avrebbe trattato la risorsa come un «bene illimitato», portando a quella che nel Paese viene definita «bancarotta idrica». In Iran, spiega Madani, i consumi sono superiori alle attività di recupero, e questo con gli anni ha comportato una perdita della risorsa.
Sabato 15 novembre è comparso a Cesena, per la prima volta in Italia, uno strano autobus. È un mezzo più piccolo del solito, con appena otto posti a sedere, e ha una forma curiosamente arrotondata: si fa quasi fatica a distinguere la parte anteriore da quella posteriore, visto che non esiste un vero posto di guida. Sulla fiancata campeggia la scritta: «Qui viaggia il futuro». Si tratta del primo mezzo pubblico a guida autonoma arrivato in città, realizzato grazie al progetto europeo Ginevra, un programma che punta a sviluppare nuove forme di mobilità intelligente nei comuni medio-piccoli di tutta Europa. L’autobus “robot” sta portando avanti una sorta di tournée dimostrativa nel continente: prima di Cesena ha fatto tappa a Varaždin, in Croazia, e tra poche settimane proseguirà verso la Germania. Durante il fine settimana, gli abitanti della città romagnola sono stati invitati a salire a bordo e a provare un breve giro all’interno di un parcheggio completamente chiuso al traffico.
Nel resto del mondo
Un robotaxi a guida autonoma Waymo in una stazione di ricarica
Premessa necessaria: quando si parla di guida autonoma è sempre meglio maneggiare i numeri con grande cautela. Le aziende che sviluppano sistemi di self-driving sono costantemente alla ricerca di investimenti e non è raro che i loro report assumano toni ottimistici, spesso più vicini al marketing che alla cronaca tecnica, allo scopo di attrarre nuovi capitali e finanziamenti pubblici. Nonostante ciò, un dato resta evidente: negli Stati Uniti e in Cina le auto a guida autonoma circolano davvero, da anni, mentre in Europa siamo ancora fermi ai progetti pilota. I numeri sono ancora contenuti, ma stanno crescendo rapidamente. È importante chiarire che non parliamo di auto private a disposizione dei cittadini, bensì di robotaxi: veicoli a guida autonoma gestiti da aziende private. Negli Stati Uniti a farla da padrone nella messa in strada è Waymo, la società di Alphabet (Google). Il servizio ha superato i duemila veicoli autonomi in circolazione in città come Phoenix, San Francisco, Las Vegas e Miami, con piani di espansione che coinvolgono una ventina di nuove aree urbane. Negli ultimi anni, l’azienda ha dichiarato di aver completato oltre quattro milioni di corse senza conducente, arrivando a gestire centinaia di migliaia di viaggi ogni settimana.
Sul fronte Tesla, invece, la scommessa riguarda il futuro. Il consiglio di amministrazione ha approvato un pacchetto di compensi potenzialmente colossale per Elon Musk: una cifra che potrebbe arrivare fino a mille miliardi di dollari subordinata al raggiungimento di obiettivi estremamente ambiziosi. Tra questi, figura anche la vendita di un milione di robotaxi.
Anche la Cina non resta indietro. Qui il governo, oltre a investire nella ricerca e nello sviluppo delle tecnologie “in laboratorio”, ha finanziato la creazione di aree pilota: interi distretti urbani che sono stati riconvertiti con segnaletica, strade e sensori pensati apposta per la guida autonoma. Il risultato è che l’azienda Baidu, con la sua piattaforma Apollo Go, la principale nel Paese, ha già messo in strada circa mille robotaxi, operativi in oltre venti città, fra cui Pechino, Wuhan e Shenzhen con centinaia di migliaia di corse effettuate ogni settimana e oltre 17 milioni di viaggi complessivi.
Sul fronte degli incidenti con i veicoli a guida autonoma, il quadro è complesso e ancora in piena evoluzione, ma alcuni elementi critici cominciano a delinearsi. Dal 2019 al 2024, negli Stati Uniti, sono stati registrati circa quattromila incidenti che coinvolgono auto robot; i dati più recenti indicano un tasso di circa 9,1 incidenti per milione di miglia percorse, contro i 4,1 per milione della guida umana. Tra gli aspetti positivi, invece, c’è la lieve entità degli incidenti a guida autonoma (si tratta in molti casi di piccoli tamponamenti o uscite di strada a bassa velocità) e il fatto che, col progredire della tecnologia, la situazione non possa che migliorare.
Annunci Europei
L’autobus a guida autonoma in giro per l’Europa a scopo dimostrativo
Cosa succede invece in Europa? Qui non si è ancora andati oltre la guida autonoma di livello 3: quella in cui il veicolo utilizza i sensori per aiutare il conducente a mantenere la velocità corretta, restare nella corsia o effettuare alcune manovre in autonomia, ma sempre richiedendo che il guidatore resti vigile e pronto a riprendere il controllo. È una tecnologia avanzata, ma molto diversa dalla guida autonoma di livello 4 (che in Europa ancora non esiste in forma commerciale), in cui il passeggero può davvero lasciare totalmente il comando al veicolo all’interno di aree operative predefinite.
A dominare la scena, per ora, sono soprattutto gli annunci. Waymo (Google) ha annunciato l’intenzione di sbarcare nel Regno Unito nel 2026, iniziando con una fase pilota e puntando a lanciare un servizio di robotaxi nei mesi successivi. Stellantisha annunciato nuovi investimenti per sviluppare veicoli in grado di operare al livello 4. In Italia, 60 sindaci di diversi comuni hanno annunciato di voler partecipare a una rete nazionale di sperimentazione della mobilità autonoma, immaginando i propri territori come laboratori dove testare futuri servizi robotaxi o navette senza conducente.
Tutto questo entusiasmo, però, si scontra con una realtà ben più rigida: l’Europa non ha ancora un quadro normativo uniforme per autorizzare servizi di livello 4 su strada pubblica. Le infrastrutture intelligenti sono diffuse solo in casi isolati e i test sono limitati e frammentati Paese per Paese. Così, mentre Cina e Stati Uniti mettono in strada migliaia di robotaxi, in Europa la guida autonoma resta confinata ai comunicati stampa, ai progetti pilota e a pulmini da otto posti da provare nei parcheggi durante il fine settimana.
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