La Regione Sicilia ha deciso di investire in modo strutturale sul south working, cioè la possibilità di lavorare per aziende con sede fuori dall’Isola continuando a vivere e risiedere in Sicilia. La misura, inserita nella nuova Finanziaria regionale, mette sul piatto 54 milioni di euro in tre anni per incentivare le imprese che assumono o stabilizzano lavoratori siciliani permettendo loro di svolgere l’attività da remoto sul territorio regionale. Con l’obiettivo da una parte di contrastare l’emigrazione dei giovani qualificati, dall’altra di riportare competenze nell’Isola senza costringerle a...
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Sono oltre trent’anni che la solidarietà al popolo palestinese finisce nel mirino degli inquirenti italiani. Per Mohammed Hannoun, presidente dell’Associazione Palestinesi in Italia (API) e fondatore dell’Associazione Benefica di Solidarietà con il Popolo Palestinese (ABSPP), quello attuale costituisce il terzo procedimento nel quale si trova coinvolto con l’accusa di aver sostenuto, in un modo o nell’altro, il terrorismo. Le indagini precedenti si sono concluse in un nulla di fatto, con due richieste di archiviazione. E quelle attuali, che hanno portato lo scorso 28 dicembre al suo arresto, insieme ad altre nove persone, sembrano poggiare sul terreno scivoloso del “caso politico”, come lo ha definito uno degli avvocati di Hannoun. Le accuse, infatti, provengono tutte da Israele e dal suo esercito, l’IDF. Non vi è alcun riferimento, nelle centinaia di pagine del tribunale di Genova, al fatto che si tratti di uno Stato accusato di genocidio presso la Corte Internazionale di Giustizia, fattore che dovrebbe come minimo inficiare l’affidabilità delle affermazioni. Allo stesso modo, non vi è traccia di prove schiaccianti contro Hannoun e l’ABSPP.
La criminalizzazione della solidarietà con il popolo plaestinese è una carta che Israele ha cercato di giocarsi in più occasioni, con risultati scarsi, se non nulli. Dall’ottobre 2023, sono molteplici le occasioni in cui organizzazioni che operano a favore dei palestinesi sono state accusate da Tel Aviv di complicità con il terrorismo. Il governo israeliano ci ha provato con l’UNRWA, ma ci ha poi pensato l’ONU ha stroncare ogni accusa, sottolineando come non esistessero prove al riguardo. Era stata anche diffusa la teoria secondo la quale gli ospedali di Gaza fossero in realtà basi terroristiche utilizzate da Hamas, anche questa non supportata da alcuna prova al riguardo. È successo anche con la Global Sumud Flotilla, che Israele ha accusato di avere legami diretto con Hamas – accuse mai dimostrate. E nella giornata di oggi Tel Aviv ha fatto sapere che per il 2026 non saranno rinnovati i permessi di decine di ONG straniere operanti a Gaza, proprio per problematiche relative a trasparenza riguardo la provenienza dei fondi.
In questo contesto si inserisce il procedimento contro Hannoun. Le prime accuse di complicità con Hamas (nata nel 1987) gli vengono rivolte già nel 1991. Ma i due procedimenti penali nei quali si troverà coinvolto, nel 2006 e nel 2010, si chiuderanno entrambe le volte in un nulla di fatto e due richieste di archiviazione. Eppure, il 18 ottobre 2023, pochissimi giorni dopo l’attacco di Hamas e l’inizio dell’offensiva militare israeliana a Gaza, la Digos ricomincia a indagare. Le ipotesi di reato sono di finanziamento con finalità di terrorismo e istigazione a delinquere, con l’aggravante di istigazione o apologia di delitti di terrorismo. La teoria è che i soldi raccolti tramite ABSPP, invece che finire ai palestinesi bisognosi, finiscano in realtà in mano al braccio armato di Hamas, il quale li impiegherebbe per compiere azioni terroristiche. Il materiale viene raccolto tramite intercettazioni telefoniche, ambientali, informatiche, acquisizione di immagini di videosorveglianza, analisi patrimoniali e finanziarie. Sono state condotte anche attività “sotto copertura”, che hanno permesso di estrarre 4 terabyte di informazioni dai computer di ABSPP. Nel frattempo, ad indagare sono anche gli Stati Uniti. Nel 2024, il Dipartimento del Tesoro USA designa Hannoun come membro di Hamas e dichiara l’ABSPP «organizzazione benefica fittizia», il cui vero scopo sarebbe quello di raccogliere soldi per finanziare l’ala militare di Hamas.
A supportare le indagini del tribunale di Genova vi sono documenti che sono stati forniti da Tel Aviv e dall’IDF, l’esercito israeliano che sta conducendo un genocidio nella Striscia di Gaza e supportando le violenze dei coloni in Cisgiordania. La normativa italiana non regola espressamente l’acquisizione, nei procedimenti penali, di atti extraprocessuali acquisiti grazie ai canali della cooperazione. Tuttavia, si ritiene “significativa” la raccomandazione del Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa, secondo la quale le informazioni raccolte nelle zone di conflitto sono utilizzabili nei processi se raccolte “in modo conforme allo Stato di diritto e ai diritti umani”. Non è specificato in che modo l’IDF, esercito di uno Stato coinvolto in un processo per genocidio presso la Corte di Giustizia Internazionale, abbia raccolto le informazioni che avrebbe a disposizione sul sostegno di Hannoun al “terrorismo”.
Secondo le accuse, “pare possibile affermare” che oltre il 70% dei soldi raccolti da ABSPP siano stati devoluti ad associazioni collegate ad Hamas. Ed è la stessa pm Carpanini a scrivere che Hamas è “un’organizzazione unitaria”, dove l’ala politica non è separabile nettamente da quella militare. I finanziamenti provenienti dall’estero, dunque, “non possono essere sicuramente distinti”: ovvero, non è possibile sapere con certezza se eventuali soldi versati ad Hamas siano effettivamente andati al “braccio armato” del gruppo.
Il contesto nel quale il tribunale inserisce i fatti è quello dell’attacco del 7 ottobre, sul quale tuttavia non esiste ancora una verità giudiziaria, in quanto Israele ha annunciato indagini ufficiali al riguardo solamente una settimana fa, ad oltre due anni dagli eventi. E i documenti del tribunale, infatti, citano informazioni ricavate da “organi di stampa” e tutto quanto è stato ricostruito, dalla “ingente disponibilità di uomini” alle “capacità superare difficoltà di pianificazione e strategica”, fino alla disponibilità di “ingenti risorse finanziarie” che “presuppongono importanti canali di finanziamento”, è tutto frutto di ricostruzioni giornalistiche israeliane. E se da un lato, nelle trenta pagine di ricostruzione della storia del movimento di Hamas – ovviamente non utili ai fini processuali – viene sottolineato come l’obiettivo del gruppo sarebbe quello di “distruggere Israele”, vengono ampiamente sorvolate le innumerevoli e ampiamente documentate dichiarazioni pubbliche di esponenti dell’attuale governo di Tel Aviv che invocano il massacro dei civili palestinesi, inclusi i bambini, a prescindere dal loro coinvolgimento nei fatti del 7 ottobre.
La Corte d’Appello di Caltanissetta ha confermato il no all’espulsione immediata di Mohamed Shahin, imam di Torino colpito da un provvedimento del ministro dell’Interno. I giudici hanno respinto il ricorso dell’Avvocatura dello Stato, ribadendo che Shahin deve essere considerato richiedente asilo e non può quindi essere rimpatriato in attesa della definizione della sua posizione. L’espulsione era stata disposta per dichiarazioni in cui definiva Hamas un movimento di resistenza e contestualizzava i fatti del 7 ottobre. Già a dicembre la Corte d’Appello di Torino ne aveva ordinato la liberazione dal CPR, giudicando le sue affermazioni legittime espressioni di pensiero.
Arrivare fino al limite estremo che il corpo e la mente umana possono sopportare, per poi spingerlo un po’ più in là. Potremmo riassumere con questa frase l’attitudine di Lorenzo Barone, avventuriero 28enne sempre alla ricerca di nuove prove – durissime per i percorsi, le durate e gli ostacoli sul tragitto – con cui misurarsi in solitaria, senza nessun aiuto esterno. Su Instagram si descrive come colui che ha passato più di mille notti in tenda in giro per il mondo ed è noto per aver percorso fino ad oggi oltre 100mila chilometri grazie alle sue sole forze, camminando, andando in bici o in canoa, in più di 60 Paesi del mondo.
Ma se già ci ha abituato a realizzare imprese che sembrano andare oltre le capacità umane, l’ultima avventura intrapresa va ben oltre qualsiasi immaginazione. Il progetto, che prende il nome di “Dust, la via della sabbia”, si basa su 4 grandi tappe. La prima, da poco conclusa, ha visto Lorenzo attraversare in bici il deserto del Sahara. In 19 giorni e mezzo ha percorso la bellezza di 3341 km di dune e sabbia per arrivare a Dakhla. «Nelle ultime settimane ho attraversato in bici foreste, montagne, oasi e zone desertiche. Sono stato ospite dei nomadi, ho fatto a gara con i ragazzini in bici dei villaggi e ho bevuto tè con sconosciuti che mi hanno aperto casa», ha scritto sui social spiegando che: «Ogni giorno ho registrato e trascritto brevi audio con sensazioni, emozioni e resoconti dettagliati. Se riuscirò a portare a termine ciò che ho iniziato, forse da tutto questo nascerà qualcosa che rimarrà nel tempo».
Da qui partirà la seconda tappa, che prevede nientemeno che l’attraversamento dell’oceano Atlantico in canoa, a remi. «Quando ho raggiunto la costa, vedere l’Atlantico davanti a me è stata un’emozione enorme. In tutti i miei viaggi quel blu e quell’orizzonte sconfinato sono sempre stati un limite invalicabile. Pensare che questa volta proverò a superarlo mi terrorizza, ma allo stesso tempo mi affascina», ha scritto. Nell’ultimo post fatto ad oggi sui social prima di iniziare la traversata, spiega: «Sono partito da Nouadhibou, in Mauritania. Ancora vedo le luci all’orizzonte e questi sono gli ultimi attimi in cui ho ancora connessione internet. Davanti a me l’Oceano Atlantico che tenterò di attraversare in barca a remi, in solitaria». Per chi se lo chiedesse: «Niente vela, niente motore, niente supporti esterni, niente pilota automatico e niente internet. Solo una barca in compensato marino e tutta l’attrezzatura di sicurezza necessaria, eliminando il superfluo. È un’esperienza che volevo vivere da tempo nella sua forma più cruda e vera, ora ho modo di farlo. Per chi vorrà seguirmi, l’unico modo è tramite la posizione GPS che traccerà la mia rotta».
Attualmente Lorenzo ha percorso circa 1500 km, e si trova a circa un terzo del tragitto per arrivare in Sud America e iniziare la terza tappa, che prevede l’attraversamento della giungla amazzonica e, infine, le Ande, con la scalata alla vetta del vulcano più alto al mondo, l’Ojos del Salado (6.893 m). Per dirla con le sue parole, scritte prima di partire: «L’obiettivo è attraversare il Sahara, l’Atlantico, l’Amazzonia e le Ande interamente e consecutivamente a propulsione umana, tutte senza supporto esterno, seguendo il viaggio delle polveri sahariane che fertilizzano la foresta amazzonica. Questa estate ho attraversato la depressione di Bodélé, in Ciad (nella foto di copertina, NdA), per raccogliere un primo campione di polvere nel luogo dove tutto ha inizio. Verrà analizzato e, al mio ritorno, con i sedimenti raccolti in Amazzonia si effettueranno ulteriori studi».
Fondamentale, in tutto questo, è stata la certosina preparazione, fisica, mentale, del viaggio e dell’attrezzatura, che ha richiesto «un anno e mezzo di lavoro, pianificazione, burocrazia, allenamenti e logistica per dare forma a quattro spedizioni in una». Anche perché Lorenzo non ha un team alle spalle, e si è fatto aiutare da sponsor per la parte economica e da amici o familiari per tutto il resto. E le cose da organizzare non erano poche: «Logistica, allenamenti, scelta e modifiche dell’attrezzatura, preparazione documenti e burocrazia, foto, video, editing, testi, email, colloqui, eventi, collaborazioni, contratti, fatture, calcoli provviste e ricambi, gestione del budget, manutenzione, controllo attrezzatura e modifiche, ottenimento codici, attivazione dispositivi, pianificazione rotte, ricerca contatti locali, coordinamento spedizioni, valutazione rischi, gestione emergenze con piani A-B-C, controllo e studio del meteo, spostamenti per valutazione imbarcazioni in UK e Francia, ecc.», racconta. «Ho passato inoltre ore, giorni e settimane per trovare o attendere le offerte più economiche, così da ridurre i costi al minimo, dai siti dell’usato agli sconti sulle scorte di cibo al supermercato».
Negli anni ha sottolineato più volte l’importanza della fase dei preparativi perché «può essere più intensa dell’avventura stessa, e questo mi affascina. Perché pedalare, camminare, pagaiare, sciare o remare… Quello, in fondo, potrebbe farlo chiunque». Chiunque in grado di gestire la propria mente in questo modo. Perché superare se stessi, o i limiti che altri hanno fissato per noi, spostando l’asticella sempre un po’ più in là, non è solo una questione di fisico, ma è soprattutto mentale. È nella testa che tutto accade, che si percepisce la fatica, la solitudine e le difficoltà. Ed è nella testa che uno può trovare le risposte, i giusti stimoli, e la forza di andare oltre per scrivere una pagina nuova nella storia delle imprese straordinarie.
«C’è chi ha paura di morire e chi di non vivere», racconta in una video-intervista realizzata dal giornalista Matteo Gracis, che l’ha incontrato nei giorni prima della partenza. «Non vorrei arrivare a 70 o 80 anni e, guardandomi indietro, avere il pensiero che avrei potuto vivermela meglio».
La circolazione dei treni Eurostar tra Londra e Parigi è stata sospesa oggi per un guasto al sistema di alimentazione nel tunnel della Manica, che ha provocato l’arresto di un convoglio al suo interno. Il treno è stato rimosso e, secondo Eurostar, il traffico riprenderà gradualmente nelle prossime ore dopo i controlli. Il blocco arriva in uno dei periodi di massima affluenza: centinaia di passeggeri sono fermi nelle stazioni. Oltre venti treni sono stati cancellati in entrambe le direzioni. Sospesi anche i servizi LeShuttle per il trasporto delle auto, con code a Folkestone e Calais.
L’incontro di lunedì tra Donald Trump e Benjamin Netanyahu a Mar-a-Lago sancisce una convergenza politica orientata a ribadire una linea comune sui teatri di guerra e i “nemici” da affrontare. Un vertice presentato come decisivo per la seconda fase della tregua non ha chiarito il futuro di Gaza, ma si è concentrato su Hamas, Iran, Siria e sull’ipotesi di una forza internazionale, senza produrre impegni né dettagli concreti. I due leader si muovono come un fronte unico, sincronizzati su tempi, obiettivi e linguaggio, dettando richieste unilaterali difficilmente realizzabili. Il messaggio che emerge è inequivocabile: quanto promesso sulla carta – la fase due del piano per Gaza – viene accantonato nei fatti, consolidando lo status quo voluto da Tel Aviv e rinviando sine die qualsiasi passo che possa ridurne il controllo operativo sulla Striscia.
La visita si inserisce mentre ambienti statunitensi lavorano alla presentazione di un Consiglio per la Pace presieduto da Donald Trump, pensato per affiancare una forza di stabilizzazione internazionale e un governo tecnico palestinese. Il progetto si scontra, però, con un nodo politico evidente: la riluttanza di Israele ad andare oltre la prima fase dell’accordo su Gaza. Un ostacolo che Trump non sembra intenzionato a rimuovere, sconfessando nei fatti il suo stesso Piano di pace. Nonostante le tensioni emerse negli ultimi mesi tra Netanyahu, settori dell’amministrazione americana e la basa MAGA, il tycoon ha ribadito pubblicamente la sua piena fiducia nel premier, celebrando un rapporto definito «straordinario» e fondato sulla forza e sulla vittoria militare comune. Nel corso della conferenza stampa congiunta, Trump ha rivolto parole di grande stima verso Netanyahu, definendolo un «eroe di guerra» e asserendo, con una nota che è stata subito smentita da fonti ufficiali israeliane, che l’attuale presidente di Israele Isaac Herzog avrebbe garantito un’imminente grazia presidenziale per il premier contro le accuse di corruzione in patria.
In questo quadro di teatralizzazione della politica, la “fase due” del piano su Gaza viene di fatto accantonata, limitandosi a dire che «inizierà molto presto».Trump ha sottolineato con forza che Hamas deve disarmarsi subito attribuendo al gruppo l’onere della responsabilità prima di intraprendere ulteriori passi nell’attuazione della seconda fase del cessate il fuoco. Se Hamas non si disarmasse, «sarebbe orribile per loro», ha minacciato il presidente statunitense. Parole dure, senza un effettivo calendario politico negoziale, che suonano come un ultimatum. Netanyahu, dal canto suo, ha indicato che l’avanzamento dipende dal ritorno della salma dell’ultimo ostaggio ancora nelle mani di Hamas e dal raggiungimento di condizioni che Israele stesso giudica accettabili. Parlando della possibilità di trasferire i palestinesi dalla Striscia di Gaza in altre località del mondo, Trump ha affermato gli è stato detto che «metà di Gaza se ne andrà», spiegando che «sarebbe una grande opportunità» per loro se si presentasse l’occasione. L’allineamento tra i due leader è tanto netto che, secondo il quotidiano israeliano Haaretz, le parole di Trump sembrano un «copione scritto direttamente da Netanyahu».
Al di là della questione palestinese, il vertice ha toccato altri temi caldi. Trump ha lanciato un messaggio molto duro contro l’Iran, minacciando ulteriori azioni militari qualora Teheran dovesse riprendere lo sviluppo di programmi nucleari o missilistici, rivendicando una conoscenza dettagliata delle attività iraniane. Se ciò dovesse avvenire, «Lo abbatteremo. Lo faremo a pezzi. Ma speriamo che questo non accada», ha dichiarato Trump. La possibile partecipazione di una forza di pace turca e il ruolo di altri attori regionali sono stati citati, ma senza che venissero definite nuove tappe concrete. Sul fronte siriano e libanese, il dossier resta complesso: le tensioni con Hezbollah e i rapporti con il nuovo governo siriano sono stati menzionati, ma senza passi avanti tangibili. Il presidente USA ha accennato al fatto che lui e Netanyahu non sono pienamente d’accordo sulla questione della Cisgiordania occupata da Israele. Secondo Axios, Trump e i suoi principali consiglieri avrebbero sollecitato Netanyahu a rivedere le politiche in Cisgiordania, invitando il premier israeliano a evitare mosse provocatorie e a “calmare le acque”. Al di là delle possibili divergenze, il vertice di Mar-a-Lago consegna un esito netto: senza impegni né scadenze, l’asse Trump-Netanyahu mostra che la seconda fase, nei fatti, è stata al momento accantonata, sostituita da un’agenda dettata da Tel Aviv che congela ogni ipotesi di transizione politica o di reale autonomia palestinese per mantenere il controllo nella Striscia.
Le misure adottate dallo Stato italiano durante la fase più acuta dell’emergenza Covid superano il vaglio della Corte costituzionale. La Consulta ha infatti ritenuto conformi alla Costituzione sia il Green pass sia l’obbligo vaccinale per gli over 50, giudicandoli proporzionati al contesto sanitario dell’epoca e fondati sulle conoscenze scientifiche allora disponibili. I giudici hanno ritenuto proporzionata anche la sospensione dal lavoro senza stipendio per i non vaccinati. La Corte ha richiamato sentenze e pareri dell’Istituto di Sanità e dell’Agenzia Italiana del Farmaco, parlando della vaccinazione come di una «misura di prevenzione fondamentale». I cosiddetti eventi avversi gravi sono stati ritenuti dalla Corte «rari o molto rari» e comunque non in grado di superare i benefici.
La sentenzaha respinto le questioni di legittimità sollevate dal Tribunale di Catania sulle norme che introdussero l’obbligo di certificazione verde per l’accesso ai luoghi di lavoro (dl 127/2021) e l’obbligo vaccinale per gli ultra cinquantenni (dl 1/2022). Il giudizio è stato costruito su due livelli: la valutazione della ragionevolezza e proporzionalità dell’obbligo alla luce delle conoscenze scientifiche disponibili al momento dell’adozione e la verifica delle conseguenze pratiche (divieto d’accesso ai luoghi di lavoro, assenza ingiustificata e perdita della retribuzione). Sul piano scientifico e di politica sanitaria, la Consulta ha dato grande rilievo agli elementi forniti da ISS e AIFA e ai lavori preparatori della norma, sottolineando che tali misure, pur limitando libertà individuali, rispondevano all’esigenza di «tutelare la salute pubblica» e «mantenere adeguate condizioni di sicurezza» in un contesto di «gravità e imprevedibilità del decorso della pandemia». L’obbligo per gli over 50, in partico
La Corte ha ritenuto non fondata l’eccezione di violazione dell’articolo 32 Costituzione sul trattamento sanitario obbligatorio, affermando che «la vaccinazione anti-COVID-19 costituisce una misura di prevenzione fondamentale per contenere la diffusione dell’infezione da SARS-CoV-2» e che «la maggior parte delle reazioni avverse ai vaccini sono non gravi e con esito in risoluzione completa». I giudici affermano infatti che «le reazioni avverse gravi hanno una frequenza da rara a molto rara e non configurano un rischio tale da superare i benefici della vaccinazione». Di conseguenza, «il rischio remoto di eventi avversi anche gravi» non può «in quanto tale, reputarsi non tollerabile».
La pronuncia affronta poi i profili di dignità e lavoro sollevati dal giudice rimettente: la perdita temporanea del diritto alla retribuzione e l’esclusione dall’ambiente lavorativo non costituiscono, secondo la Corte, un vulnus tale da rendere la norma incostituzionale. La scelta di non vaccinarsi, pur legittima, determina a detta dei giudici una «sopravvenuta e temporanea impossibilità» a svolgere la prestazione lavorativa in sicurezza». In tale situazione, dunque la mancata corresponsione della retribuzione e dell’eventuale assegno alimentare si giustifica in base al «principio generale di corrispettività» del rapporto di lavoro: poiché la prestazione non può essere eseguita in condizioni sicure, viene meno il diritto al compenso. La Corte ha evidenziato che si tratta di una misura «meramente transitoria» che non comporta la perdita del posto né sanzioni disciplinari.
Occorre a ogni modo ricordare che, negli ultimi anni, sono fioccati i casi di riconoscimenti giudiziali e amministrativi rispetto a danni gravi e permanenti, da paralisi a miocarditi fino a decessi, correlati alla campagna vaccinale. Si tratta di pronunce che pongono interrogativi assai significativi sugli effetti collaterali dei vaccini e sul dovere dello Stato di tutelare chi subisce danni da misure di profilassi pubbliche. Lo scorso ottobre, il Tribunale di Asti ha stabilito in primo grado il nesso causale tra il vaccino anti-Covid Pfizer e una grave mielite che ha reso invalida una tabaccheria di 52 anni, condannando il Ministero della Salute a versarle un indennizzo permanente. A marzo la medesima decisione era arrivata per una donna di Terni di 67 anni, ad aprile per un’altra di 60 anni di La Spezia, a luglio per una terza di Pescara, 70 anni. Nel gennaio 2023, una donna italiana di 67 anni, rimasta semiparalizzata dopo la somministrazione del vaccino anti-Covid (AstraZeneca) aveva ottenuto dall’ente pubblico un indennizzo mensile di 913 euro come «equa indennità». Nel gennaio 2024, una commissione medica di Messina aveva riconosciuto a una donna di 36 anni un indennizzo a vita per «danni irreversibili» da vaccino anti-Covid. Nel febbraio 2024, a Colletorto, in Molise, era stato riconosciuto il nesso causale tra la somministrazione del vaccino anti-Covid a un uomo di 72 anni e il suo decesso, avvenuto circa venti giorni dopo l’iniezione.
Nel settembre 2023, inoltre, il giudice monocratico del Tribunale del lavoro dell’Aquila, Giulio Cruciani, aveva emesso una pronuncia con cui aveva dichiarato illegittima la sospensione dal lavoro per la mancata vaccinazione Covid dei lavori sottoposti all’obbligo. Il caso era relativo a un ultracinquantenne che si era rivolto al tribunale a seguito della sua sospensione dal lavoro. Oltre a dichiarare il fatto illegittimo, la sentenza aveva imposto al datore di lavoro il pagamento dei mancati stipendi e di un risarcimento per il «danno biologico causato dallo stress al lavoratore». Rispetto ad altre sentenze simili che già erano intervenute, il giudice era entrato maggiormente nel merito delle motivazioni, specificando che le caratteristiche stesse dei vaccini anti-Covid disponibili non rispettano «il fondamento per imporre l’obbligo vaccinale», in quanto non conferiscono «la garanzia della prevenzione dall’infezione». Segno evidente che su questi temi, nel corso del tempo, si sono alternate pronunce giudiziarie assai contrastanti.
In seguito al via libera arrivato a Palazzo Madama lo scorso 23 dicembre, oggi la Camera dei deputati ha ufficialmente dato l’ok definitivo alla Legge di Bilancio 2026. In tutto, 216 deputati hanno votato a favore, 126 hanno votato no e 3 si sono astenuti. Il provvedimento, approvato dall’esecutivo guidato da Giorgia Meloni lo scorso ottobre, modificato in sede di commissione al Senato e arrivato blindato a Montecitorio, diventerà così legge dello Stato. In aula erano presenti molti esponenti del governo, tra cui il vicepremier e leader di Forza Italia Antonio Tajani e i ministri Giancarlo Giorgetti, Carlo Nordio, Gilberto PichettoFratin e Luca Ciriani.
Il settore della difesa europeo sta vivendo una stagione di guadagni senza precedenti, con gli azionisti dei principali gruppi che nel 2025 incasseranno una remunerazione record di 5 miliardi di euro, la cifra più alta degli ultimi dieci anni. Secondo un’analisi svolta da Vertical Research Partners per il Financial Times, la crescita è spinta dall’impennata della spesa militare globale dopo l’invasione russa dell’Ucraina, un contesto che si traduce in un flusso continuo di commesse per i produttori di armamenti. L’analisi segnala anche un aumento degli investimenti in produzione e ricerca e sviluppo, mentre negli Stati Uniti i dividendi del settore difensivo sono in calo.
Fra i gruppi che hanno fatto registrare i maggiori guadagni figurano Bae Systems, Thales, Dassault, Rheinmetall, Leonardo, Babcock, Saab e Hensoldt. Aziende che stanno anche rinforzando gli investimenti: Vertical Research stima che la quota di ricavi destinata a spesa in conto capitale e ricerca e sviluppo sia salita dal 6,4% al 7,9% rispetto al periodo precedente l’invasione russa. In Italia, il caso più emblematico è Leonardo: nei primi nove mesi del 2025 il gruppo ha riportato ricavi per 13,4 miliardi di euro (+11,3%), un EBITA di 945 milioni (+18,9%) e un utile netto ordinario di 466 milioni (+28%); il portafoglio ordini è stato riportato a circa 47,3 miliardi, con una copertura produttiva superiore a due anni e mezzo. Sempre nel 2025 Leonardo ha staccato una cedola (a valere sul bilancio 2024) di 0,52 euro per azione.
Tale tendenza segna una differenza rispetto alla dinamica osservata negli Stati Uniti, dove, dopo il picco del 2023, i rendimenti per gli azionisti dei principali contractor sono diminuiti e gli investimenti hanno registrato un lieve calo. Oltreoceano, il settore è finito sotto accusa con il sospetto di privilegiare i riacquisti di azioni a scapito della capacità produttiva. L’ex presidente Donald Trump ha sollecitato i contractor a investire di più, mentre il segretario al Tesoro Scott Bessent ha parlato di aziende «gravemente in ritardo nelle consegne» e invocato «un po’ più di ricerca e un po’ meno riacquisti di azioni». Secondo gli analisti di Vertical Research, tuttavia, l’idea che l’industria Usa stia sottoinvestendo o «facendo profitti eccessivi» «non è supportata dai fatti», dal momento che «i riacquisti di azioni e i dividendi, come quota della capitalizzazione di mercato, si sono quasi dimezzati negli ultimi due anni».
In Europa, il quadro è trainato da piani di riarmo monumentali. La Germania, ad esempio, ha varato un maxi-piano decennale da 1.000 miliardi di euro per le forze armate, con investimenti stabilmente superiori al 2% del Pil. L’Italia, dal canto suo, ha richiesto 14,9 miliardi di euro di prestiti al fondo europeo Safe per potenziare la propria industria della difesa. Questi sforzi nazionali si inseriscono in un contesto più ampio: la Commissione Europea programma investimenti per circa 6.800 miliardi entro il 2035, mentre la Nato ha fissato l’obiettivo di portare la spesa per la difesa al 5% del Pil degli alleati entro la stessa data.
Nel frattempo, però, la società civile non sta a guardare. Da mesi, infatti, numerose organizzazioni europee sono impegnate nella campagna “Stop ReArm Europe”, evidenziando come il piano di riarmo «andrà solo a beneficio dei produttori di armi in Europa, negli Stati Uniti e altrove». In Italia, nell’ambito della medesima iniziativa, una vasta coalizione composta da 500 organizzazioni sociali, sindacali e politiche ha tenuto lo scorso 18 dicembre un’assemblea online dal titolo emblematico “Se vuoi la Pace, prepara la Pace“, prima tappa di un percorso che culminerà in un’assemblea nazionale a Bologna i prossimi 24 e 25 gennaio. Finalità dei promotori – tra cui Sbilanciamoci, Rete Italiana Pace e Disarmo, Greenpeace e Arci – è creare una convergenza per fermare quella che definiscono una pericolosa spirale di militarizzazione, che sottrae risorse allo stato sociale e minaccia la pace stessa.
Il sostegno italiano all’Ucraina proseguirà anche oltre il 2025. Lo ha stabilito il Consiglio dei ministri, approvando un decreto che estende fino alla fine del prossimo anno l’autorizzazione all’invio di aiuti militari a Kiev. Il testo conferma esplicitamente la natura “militare” degli aiuti, nonostante i tentativi della Lega di ridimensionarne la portata a favore di interventi civili. Il decreto prevede anche il rinnovo dei permessi di soggiorno per i cittadini ucraini e misure per la sicurezza dei giornalisti freelance. Con questo atto salgono a tredici i decreti sugli aiuti militari dall’inizio del conflitto, in linea con le scelte degli alleati europei e atlantici.
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