domenica 18 Gennaio 2026
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Referendum, iniziativa dei comitati del No supera 500mila firme

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Sono state raggiunte stamattina le 500 mila firme per la richiesta del referendum confermativo sulla riforma costituzionale della giustizia da parte dei sostenitori del No. In seguito alla richiesta di referendum avanzata dai parlamentari di maggioranza per il Sì alla separazione delle carriere, a partire dal 22 dicembre una nuova raccolta firme è stata infatti promossa da 15 cittadini dal fronte opposto. I promotori hanno inoltre presentato un ricorso al Tar del Lazio contro la decisione del governo di fissare la consultazione per il 22 e 23 marzo, contestando un’interpretazione restrittiva della legge sui tempi di convocazione. Il Tar non ha concesso la sospensiva e discuterà il ricorso il 27 gennaio.

 

La sentenza su Chiara Ferragni è piuttosto diversa da come la raccontano molti media

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No, per la vicenda del “Pandoro Gate” Chiara Ferragni non è stata dichiarata innocente nel merito. Infatti, a dispetto dei tanti titoli emersi su giornali e testate online, che parlano in maniera errata di “assoluzione”, la sentenza di cui tanto si sta parlando non contiene una pronuncia di non colpevolezza, ma sfocia da una improcedibilità formale. Nello specifico, infatti, il giudice ha riqualificato l’accusa da “truffa aggravata” a “truffa semplice”, reato per il quale è necessaria una querela della parte offesa per procedere. Una querela che, però, non c’è più: il Codacons l’ha ritirata dopo i risarcimenti corrisposti dalla Ferragni in seguito allo scoppio dello scandalo. In poche parole, dunque, la sentenza non attesta l’innocenza nel merito, ma sancisce l’impossibilità di processarla: una verità giudiziaria ben diversa dalle semplificazioni rilanciate in queste ore dai media.

La vicenda trae origine dalla commercializzazione del pandoro Balocco “Pink Christmas” nel Natale 2022 e delle uova di Pasqua “Sosteniamo i Bambini delle Fate” tra il 2021 e il 2022. Secondo la ricostruzione della Procura, le campagne di promozione online e sui social network avrebbero lasciato intendere in modo ingannevole che una parte significativa del ricavato di ogni acquisto fosse destinata a iniziative benefiche. Una rappresentazione che avrebbe indotto in errore i consumatori, generando un vantaggio economico ingiustificato per le società coinvolte, stimato dagli inquirenti in oltre 2,2 milioni di euro, oltre ai profitti in termini di immagine e notorietà. Il cuore della questione processuale risiede nell’aggravante contestata dall’accusa, quella della “minorata difesa dei consumatori”, che avrebbe reso il reato procedibile d’ufficio, cioè senza la necessità di una querela delle parti offese. I magistrati sostenevano che la comunicazione delle campagne, veicolata attraverso la potenza amplificatrice dei profili social personali dell’influencer, avesse sfruttato una presunta vulnerabilità degli utenti online. Il giudice, al contrario, non ha ritenuto che questa circostanza aggravante sussistesse, riducendo l’imputazione a “truffa semplice”.

A questo punto è scattato il meccanismo che ha portato all’archiviazione: secondo l’articolo 640 del codice penale, per il reato di truffa semplice è infatti necessaria una querela di parte. Il Codacons, associazione dei consumatori che l’aveva sporta, l’ha però formalmente ritirata alla fine del 2024 in seguito a un accordo risarcitorio. Senza quella querela, il processo non poteva più proseguire. Un risultato tecnicamente diverso da quanto auspicato dalla difesa di Ferragni, che chiedeva l’assoluzione del merito, e da quanto fatto intendere da numerose agenzie e testate giornalistiche, che hanno pubblicato sulla questione titoli a dir poco fuorvianti. Solo per citarne alcuni: «Chiara Ferragni assolta a Milano al processo con rito abbreviato sui casi Pandoro Pink Christmas e delle uova di Pasqua: “È finito un incubo”» (Ansa); «Si chiudono Pandoro e Uova-gate, Chiara Ferragni assolta dalle accuse: “Commossa, fatta giustizia”» (RaiNews); «Chiara Ferragni assolta per il Pandorogate: “Finito un incubo, mi riprendo la vita”» (Agi); «Chiara Ferragni assolta dopo un processo durato due anni per il pandoro gate, festeggiano i fan» (Rtl.it).

Insieme a Chiara Ferragni, per le medesime ragioni sono stati prosciolti anche il suo ex braccio destro Fabio Damato (i pm chiedevano per lui 1 anno e otto mesi) e il presidente di Cerealitalia Francesco Cannillo (per lui l’accusa chiedeva un anno). Occorre ricordare che si tratta ancora di una sentenza di primo grado. «Chiara è una cittadina modello. Se tutti i cittadini si comportassero come lei sarebbe una gran bella cosa, il rispetto che ha portato nei confronti dell’autorità giudiziaria è di esempio a tutti perché in questo paese la giustizia c’è», hanno dichiarato Giuseppe Iannacone e Marcello Bana, gli avvocati di Chiara Ferragni. «Avevo fiducia nella giustizia e giustizia è stata fatta», ha dichiarato quest’ultima commossa davanti alle telecamere. In verità, come abbiamo visto, lo scenario appare ben più articolato di quanto si voglia far credere.

La Commissione UE vuole prestare all’Ucraina altri 60 miliardi per comprare armi

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90 miliardi di euro: è a tanto che ammonta la cifra che la Commissione Europea propone di prestare all’Ucraina per il biennio 2026-2027. Il piano è stato inoltrato al Parlamento Europeo, che è stato sollecitato ad approvarlo il prima possibile, entro la fine di febbraio o al più tardi all’inizio di marzo. Secondo la proposta, 60 miliardi saranno destinati al supporto militare contro la Russia e 30 miliardi al bilancio statale di Kiev per garantire servizi pubblici e stabilità economica. Nel frattempo, sono già iniziate le discussioni per anticipare parte dei fondi al primo trimestre di quest’anno, in modo da coprire il deficit che in questo momento sta affrontando Kiev.

La presidente della Commissione Ursula von der Leyen ha sottolineato che la decisione «riflette l’impegno incrollabile dell’Europa per la sicurezza, la difesa e la prosperità futura dell’Ucraina». La mozione dovrà essere esaminata e approvata dal Parlamento europeo e dal Consiglio prima di poter entrare in vigore, con possibili erogazioni già a partire da aprile, se i tempi procedurali lo consentiranno. «Siamo consapevoli del fabbisogno finanziario dell’Ucraina, sia consistente che urgente. Per questo motivo ci proponiamo di iniziare a erogare i fondi ad aprile», ha dichiarato il Commissario europeo per l’Economia e la Produttività, Valdis Dombrovskis. Il prestito sarà coperto tramite debito congiunto dell’UE e non richiederà rimborsi da parte dell’Ucraina fino a quando la Russia non pagherà eventuali risarcimenti per i danni di guerra. Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca sono state esentate dal garantire il debito comune al fine di assicurare l’unanimità necessaria per l’approvazione del prestito. Ciò significa che le loro quote, stimate in circa 3-4 miliardi di euro all’anno, ricadranno sugli altri 24 Stati membri. Il rimborso del prestito è ancorato a presupposti fragili: dipende da scenari geopolitici imprevedibili e, in parte, dall’eventualità che Mosca riconosca responsabilità e accetti di versare riparazioni, ipotesi oggi lontana. L’operazione si inserisce in un quadro già molto oneroso: dall’inizio del conflitto, l’Unione e i suoi Stati membri hanno complessivamente mobilitato circa 193,3 miliardi di euro a favore dell’Ucraina, tra aiuti militari, finanziari e umanitari.

Una delle questioni politiche più dibattute riguarda l’origine delle forniture e i vincoli sugli acquisti. È stata la stessa von der Leyen a ribadire quanto aveva già dichiarato a novembre, ossia che «con l’assistenza militare, l’Ucraina può resistere con forza alla Russia e, allo stesso tempo, può integrarsi più strettamente nella base industriale della difesa europea». Il prestito prevede, infatti, una clausola “Made in Europe”, con almeno il 65% delle forniture da industrie europee o ucraine e solo il 35% da Paesi terzi, ammessi quando i materiali non siano disponibili nel continente. Ma gli Stati membri sono divisi: Paesi Bassi e Germania chiedono maggiore flessibilità, con l’ipotesi di destinare fino a 15 miliardi ad acquisti extra-UE, anche tramite il canale NATO per armi statunitensi. Nel vertice del 18 agosto 2025 alla Casa Bianca, l’Ucraina siglò un patto per acquistare 100 miliardi di dollari di armi statunitensi, finanziate dall’UE, in cambio di garanzie di sicurezza post-pace, una cifra anticipata dal Financial Times, confermata da Zelensky nei giorni successivi. Lo scorso novembre, gli Stati Uniti hanno approvato una vendita di nuove armi all’Ucraina per un valore di 105 milioni di dollari, centrata sul supporto ai sistemi Patriot. Washington non invia solo armi, ma pacchetti completi: ricambi, aggiornamenti software, logistica e addestramento.

Una quota rilevante dei 60 miliardi di prestito UE potrebbe così finire nelle casse di Washington per sistemi statunitensi già in uso, attraverso contratti che restano esplicitamente consentiti dal meccanismo europeo. L’“autonomia strategica” proclamata da Bruxelles rischia di rimanere una formula priva di sostanza: mentre si invoca una difesa europea, l’Unione finanzia filiere industriali esterne e consolida la propria dipendenza tecnologica e militare dagli Stati Uniti. Ne deriva un impegno strutturale, destinato a durare nel tempo, senza garanzie concrete di rientro delle somme erogate. Il debito resta interamente sulle spalle dei contribuenti europei, mentre valore e profitti possono migrare altrove. Bruxelles finisce così per assumere il ruolo di garante finanziario di un conflitto che non governa e che contribuisce a prolungare.

Filippine-Giappone: firmato nuovo patto di cooperazione militare

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Filippine e Giappone hanno siglato a Manila un nuovo accordo di cooperazione logistica in ambito difensivo che permetterà la condivisione di forniture civili e militari, dalle munizioni al carburante fino ai beni di prima necessità, durante addestramenti congiunti e in caso di emergenze. L’intesa, firmata dai ministri degli Esteri Theresa Lazaro e Toshimitsu Motegi, punta a rafforzare la deterrenza verso la Cina e a migliorare la capacità di risposta a crisi e disastri naturali. Il Giappone ha inoltre annunciato nuovi aiuti per la sicurezza e lo sviluppo delle Filippine. L’accordo dovrà ora essere ratificato dal Parlamento giapponese.

Raffineria di Falconara: carburante per genocidio e devastazione

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La raffineria API di Falconara Marittima, con i suoi 700mila mq di estensione, 3,9 milioni di tonnellate all’anno di greggio lavorate e una capacità di stoccaggio superiore a 1,5 milioni di metri cubi, sta per essere venduta alla State Oil Company of Azerbaijan Republic (SOCAR), interamente controllata dallo Stato dell’Azerbaijan. Lo scorso 15 settembre è stato sottoscritto l’accordo preliminare con cui API-Holding (di proprietà della famiglia Brachetti Peretti) si impegna alla cessione della totalità delle quote di IP (Italiana Petroli) agli azeri, per 3 miliardi di euro. Nei primi mesi del 2...

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Zone rosse permanenti e fermi a chi manifesta: arriva l’ennesimo “decreto sicurezza”

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L’annuncio ufficiale è stato fatto il 14 gennaio direttamente dal ministro Piantedosi, alla Camera. Un nuovo pacchetto sicurezza è in arrivo in Parlamento, un «banco di prova per capire a chi davvero interessa collaborare per la sicurezza dei cittadini». Il nuovo pacchetto arriva a poche settimane dalla definitiva entrata in vigore del Decreto Sicurezza (dl 1660) e ad appena un anno e mezzo dal Decreto Caivano, ma ne va già a inasprire molte delle disposizioni. Dovrebbe comporsi di due provvedimenti, un disegno di legge e un decreto legge, per un totale di 65 misure che dovrebbero da un lato andare a colpire duramente movimenti e migranti, dall’altro a rafforzare ulteriormente i poteri e le garanzie alla polizia. Secondo la bozza circolata su alcuni media, tra le novità principali vi dovrebbe essere l’introduzione permanente delle cosiddette “zone rosse”, ovvero le aree urbane vietate ai soggetti «pericolosi» o con precedenti penali, al fine di garantire la «sicurezza» urbana e degli spazi pubblici – norma già caratterizzata da criteri vaghi e ampia discrezionalità per le forze dell’ordine. «In questo momento non è possibile togliere divise dalle strade o dalle stazioni» ha dichiarato Salvini, riferendo che proprio su treni e stazioni sono in arrivo almeno altri 250 militari. Nuovi dispositivi di controllo elettronici come le telecamere potrebbero inoltre essere introdotte negli stadi e nelle sedi degli eventi pubblici, mentre dovrebbe essere autorizzata la presenza di più militari nelle strade cittadine. Nel corso delle manifestazioni di piazza, inoltre, la polizia potrebbe essere autorizzata a perquisire le persone sul posto e trattenere negli uffici fino a 12 ore persone anche solo sospettate di rappresentare un «pericolo» per lo svolgimento pacifico degli eventi. Chi viene poi condannato, anche in via non definitiva, per reati di violenza contro persone o cose durante le manifestazioni pubbliche, potrebbe essere interdetto dal giudice a partecipare a «riunioni o assembramenti in luogo pubblico». Le sanzioni amministrative (insidiose, in quanto non richiedono l’approvazione di un giudice per la loro applicazione) per mancato preavviso di un corteo o sit in, per deviazione del percorso della manifestazione e “reati” simili, potrebbero essere enormemente aumentate (fino a 20 mila euro), andando così a colpire duramente le finanze di gruppi e movimenti. Una strategia già perseguita dal governo, con le multe che proprio in queste ore stanno fioccando contro i movimenti per la Palestina, proprio per reati quali blocchi ferroviari e manifestazioni non autorizzate. Per quanto riguarda le forze dell’ordine, la direzione dovrebbe essere diametralmente opposta. Gli agenti potrebbero infatti non vedersi iscritti nel registro delle notizie di reato nel caso in cui le proprie azioni siano giustificate da necessità quali la legittima difesa o il legittimo uso di armi. Una versione “soft” dello scudo penale proposto da FdI e Lega, insomma, il cui obiettivo è garantire l’impunità degli agenti nell’esercizio delle proprie funzioni. Altre misure dovrebbero poi prevedere una stretta sulla vendita delle armi bianche, nell’ottica di prevenzione della violenza giovanile, mentre vengono introdotti nuovi reati contestabili ai ragazzini tra i 12 e i 14 anni. Le navi delle ONG potrebbero inoltre essere sottoposte a un fermo di 30 giorni (misura già cara a Salvini dai tempi del suo incarico come ministro dell’Interno), prorogabile fino a sei mesi, nel caso di «grave minaccia all’ordine pubblico» o «pressione migratoria». Eventuali migranti a bordo? Verrebbero spediti verso Paesi terzi con i quali l’Italia ha accordi – potendo così finalmente riempire, per esempio, i CPR voluti dal governo in Albania. E per evitare che i magistrati si mettano di traverso rispetto alle decisioni del governo su espulsioni e trattenimento in CPR, come avvenuto in passato, i poteri di questi ultimi verrebbero limitati. E proprio in merito al trattenimento in CPR, i provvedimenti dovrebbero introdurre nuove norme che regolano la detenzione amministrativa. Le persone trattenute potrebbero infatti non poter più godere in automatico del patrocinio gratuito per opporsi ai decreti di espulsione. L’arrivo delle nuove misure era stato annunciato dalla Lega già a metà novembre, anche se non sembrerebbe contenere alcune delle norme inizialmente annunciate – come l’inasprimento delle misure contro occupazioni abusive e sgomberi. «È fondamentale che i delinquenti abbiano paura» ha detto Salvini, ministro dei Trasporti ma principale promotore delle nuove norme, che dovrebbero essere discusse già nei prossimi Consigli dei Ministri, entro la fine del mese.

Venezuela: liberato anche Luigi Gasperin

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Un altro connazionale, l’imprenditore Luigi Gasperin, è stato scarcerato in Venezuela ed è nell’ambasciata italiana a Caracas. Lo fa sapere il ministro degli Esteri Antonio Tajani su X. Secondo la Farnesina, Gasperin è «provato ma in condizioni stabili» e ha espresso il desiderio di rimanere in Venezuela e tornare alla città di Maturín (nello Stato di Monágas) dove si trova la sua azienda. Negli ultimi giorni, Caracas ha iniziato a rilasciare diversi detenuti stranieri, tra cui l’italo-venezuelano Biagio Pilieri, Alberto Trentini e Mario Burlò, rimpatriati in Italia dopo lunghi mesi di detenzione.

Il Cile creerà un parco nazionale per proteggere la Patagonia più incontaminata

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Patagonia,_Chile

Il governo del Cile ha avviato l’iter per la creazione del Parco nazionale di Cape Froward, all’estremo sud del continente americano e affacciato sullo Stretto di Magellano, che diventerà il 47° del Paese. Secondo le stime ufficiali, la superficie complessiva protetta potrebbe avvicinarsi ai 200mila ettari, mettendo al riparo uno degli ecosistemi più remoti e fragili della Patagonia. L’area, situata sulla penisola di Brunswick, comprende foreste subantartiche, torbiere, ghiacciai e oltre cento chilometri di costa, un mosaico di ecosistemi tanto diversi quanto fragili. La creazione del parco ga...

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Ryanair taglierà 1 milione di posti per il Belgio

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La compagnia aerea Ryanair ha annunciato che ridurrà i voli da e per l’aeroporto belga di Charleroi, riducendo di 1,1 milioni i posti a sedere. La decisione fa seguito alla introduzione di una tassa per ogni passeggero decisa dall’amministrazione di Charleroi, che entrerà in vigore ad aprile. Il prossimo anno, verranno tagliati altri 1,1 milioni di posti.

La repressione dei movimenti per la Palestina colpisce in tutta Italia: decine di denunce

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Bergamo, Bologna, Catania, Treviso; ma anche Massa, Taranto e soprattutto Torino. In tutta Italia piovono denunce, multe e misure cautelari nei confronti delle persone e dei movimenti solidali con la Palestina. A essere bersaglio della repressione sono centinaia di persone a cui le procure dello Stivale stanno notificando l’avvio di indagini per l’ingente moto di protesta culminato con gli scioperi generali di fine settembre e inizio ottobre 2025. I fatti contestati – nella maggioranza dei casi – sono sempre gli stessi: danneggiamento, interruzione di pubblico servizio e specialmente blocco stradale, nuova fattispecie introdotta con il decreto sicurezza. Il disegno, denunciano gli attivisti, è chiaro: «intimorire e punire» chi si espone contro il genocidio in Palestina e «frammentare e spezzare il movimento di solidarietà con il popolo palestinese». Le denunce, inoltre, arrivano dopo mesi dagli eventi, mentre la Palestina sembra essere sparita dai radar dei media mainstream.

«Come ci aspettavamo, in questi giorni ai/alle partecipanti che sono scesi in piazza fra settembre e ottobre, stanno arrivando decine di multe e notifiche di conclusione delle indagini relative alle oceaniche manifestazioni di sostegno al popolo palestinese. Vogliono intimorirci e farci chinare la testa». Così USB Massa commenta l’arrivo delle denunce nei confronti degli attivisti per la Palestina. Nella sola cittadina toscana sono arrivate 37 denunce e oltre 50 multe per fatti risalente allo sciopero generale del 3 ottobre in sostegno alla Palestina e alla Global Sumud Flotilla, lanciato all’insegna del motto “Blocchiamo Tutto”. I reati contestati sono quelli di interruzione di pubblico servizio, blocco ferroviario e manifestazione non autorizzata.

Il caso di Massa è uno dei più recenti, ma non è l’unico. A inizio anno, a Catania, circa dieci attivisti sono stati denunciati per avere tentato di occupare l’ingresso del porto commerciale lo scorso 22 settembre, e sono ora sottoposti a obbligo di firma; altri 43 sono invece stati sanzionati da una multa da poco meno di 1.000 euro per avere bloccato la stazione per un breve lasso di tempo lo scorso 3 ottobre. Analoghe multe da 200 e 300 euro sono arrivate ad attivisti di Treviso e Bergamo. A Taranto, 28 persone sono indagate per blocco ferroviario; nella città pugliese, oltre alle misure della procura, è arrivato anche il silenziamento di Meta, l’azienda di Mark Zuckerberg, che ha bloccato la pagina Instagram del comitato Taranto per la Palestina. A Bologna, in questi giorni decine di persone stanno ricevendo avvisi di inizio indagine, sempre per il reato di blocco stradale.

La realtà maggiormente colpita da questa nuova ondata di repressione è certamente Torino. Nel capoluogo piemontese, è scattata la cosiddetta “Operazione Riot”, con lo scopo di «smantellare la rete di violenti che si nascondeva dietro i cortei pro Pal del 3 ottobre»; il risultato è quello di 11 misure cautelari, che vanno ad aggiungersi alle 13 nei confronti di attivisti che hanno preso parte a manifestazioni e cortei per la Palestina alla fine del 2024; questi ultimi sono costretti a obbligo di dimora, firme quotidiane, e rientri notturni. Sempre a Torino, è noto il tentativo di espulsione dell’imam Shahin, così come quello dei 6 ragazzi del liceo Einstein, tutti finiti ai domiciliari con le accuse di resistenza aggravata e lesioni a pubblico ufficiale. Altri 36 attivisti sono stati identificati e denunciati nel caso del cosiddetto “assalto a La Stampa”, accusati di danneggiamento aggravato, invasione di edifici e, per alcuni, minacce. La Procura valuta, inoltre, la possibile contestazione dell’associazione per delinquere, che costituirebbe un salto di scala giudiziaria. Recentemente è stato infine sgomberato il centro sociale Askatasuna, realtà radicata nel territorio da anni.

I movimenti colpiti da questa nuova ondata di repressione sono concordi nella loro lettura dei casi. Si tratterebbe di tentativi di intimidazione, volti da una parte a criminalizzare la lotta e a riscrivere la narrazione delle proteste, e dall’altra a disincentivare la partecipazione e a far desistere le persone coinvolte dal proseguire nelle mobilitazioni; le stesse tempistiche con cui sono arrivate multe e denunce sembrano supportare la tesi dei movimenti: esse arrivano a mesi dall’apice dei moti di protesta, in un momento di bassa intensità in cui i media, sulla scorta del cessate il fuoco di ottobre, trattano il genocidio in Palestina solo marginalmente.