lunedì 26 Gennaio 2026
Home Blog Pagina 5

Israele continua i crimini a Gaza: 11 palestinesi uccisi, 3 erano giornalisti

1

«Erano in missione umanitaria. Tutti conoscevano quel veicolo e sapevano che chi viaggiava a bordo lavorava per il comitato egiziano». Mentre l’assedio sulla popolazione civile non accenna a diminuire, continua la strage di giornalisti nella Striscia di Gaza: Anas Ghunaim, Abed Rauf Shaath e Muhammad Qashta stavano lavorando nell’area di Al-Zahra, a sud-ovest di Gaza City, quando l’auto dell’Egyptian Relief Committee, su cui viaggiavano, è stata colpita da un razzo sganciato da un drone israeliano, uccidendoli sul colpo. Solo nella giornata di mercoledì altri otto palestinesi hanno perso la vita nei raid israeliani, tra cui anche donne e quattro minori.

Nel giro di poche ore, bombardamenti e sparatorie hanno causato vittime in tutta la Striscia: cinque morti, tra cui un bambino, nel campo profughi di al Bureij; una donna e un ragazzo uccisi nei pressi di Khan Younis; tre membri della stessa famiglia morti a Deir el Balah; un tredicenne colpito mentre raccoglieva legna a Bani Suheila; altre vittime nel nord di Gaza. Dall’entrata in vigore del cessate il fuoco, il 10 ottobre, per la popolazione della Striscia, l’offensiva israeliana non si è mai realmente fermata. Secondo il ministero della Salute, almeno 466 palestinesi sono stati uccisi a Gaza.

Nel raid che ha colpito i tre giornalisti, la jeep su cui viaggiavano aveva anche i loghi umanitari ben visibili, come ha confermato Mohammed Mansour, portavoce del Comitato egiziano di soccorso nella Striscia di Gaza. Shaat collaborava come fotoreporter e videomaker per la CBS News e altre testate come l’agenzia Agence France-Presse. Testimoni riferiscono che il gruppo stava usando un drone per filmare la distribuzione di aiuti del Comitato egiziano di soccorso, quando un missile israeliano ha colpito il veicolo. L’Egitto ha chiesto spiegazioni a Israele, che sostiene di aver aperto il fuoco contro “individui sospetti” che “operavano con un drone di Hamas”. La reazione delle organizzazioni per la libertà di stampa è stata immediata. Reporters Without Borders ha espresso “profonda indignazione”, mentre il Committee to Protect Journalists si è detto “sconvolto” e “inorridito”, avvertendo che potrebbe configurarsi come un crimine di guerra. Il Sindacato dei giornalisti palestinesi ha definito l’attacco parte di una strategia deliberata per colpire i media locali.

Il quadro umanitario resta drammatico. Secondo l’Ufficio stampa governativo di Gaza, dal 7 ottobre 2023 sarebbero stati uccisi circa 260 operatori dell’informazione palestinesi. I report di organizzazioni come il Committee to Protect Journalists, la International Federation of Journalists e Reporters Without Borders convergono su un dato essenziale: circa la metà dei giornalisti morti nel mondo è stata uccisa a Gaza da operazioni israeliane. «I giornalisti palestinesi hanno pagato il prezzo più alto della guerra», scrive l’IFJ, confermando che la Striscia resta il luogo più letale per la stampa. Al di là dei numeri assoluti, ciò che emerge con chiarezza è la natura eccezionale di questa strage. Lo studio Mortality risk for healthcare workers and journalists in the Gaza Strip over 2023-24 ha misurato per la prima volta in modo quantitativo il rischio di morte per categorie “protette” come giornalisti e sanitari, confrontandolo con quello della popolazione generale. I ricercatori Incardona, Bellerba, Gandini e Cozzi-Lepri hanno incrociato dati ufficiali, elenchi professionali e informazioni fornite dal Sindacato dei Giornalisti Palestinesi di Gaza, applicando metodi statistici rigorosi in due momenti: a una settimana dall’inizio del conflitto e sei mesi dopo, fino al 30 aprile 2024. I risultati mostrano che il rischio di morte per questi gruppi è significativamente più alto rispetto ai residenti della Striscia della stessa età e sesso: per i giornalisti l’aumento varia dal 36% fino a oltre sei volte. Una mortalità superiore persino a quella registrata in altri conflitti della regione, come la guerra in Siria. Gli autori sottolineano che, pur essendo tutelati dal diritto internazionale umanitario, giornalisti e operatori sanitari sono stati esposti a pericoli estremi.

Questi dati tracciano il profilo di una violenza che colpisce chi ha il compito di vedere e raccontare. Giornalisti e sanitari non sono vittime qualunque: rendono l’orrore visibile, ne attestano l’impatto sui corpi e sulle vite. Il sospetto è che proprio questa funzione sia diventata un bersaglio. Colpire chi documenta e chi soccorre significa provare a cancellare le prove, recidere il filo tra ciò che accade e il mondo, condannare le vittime a un silenzio senza testimoni.

Maltempo in Grecia, due morti e forti disagi

0

La Grecia è stata colpita da una forte ondata di maltempo, con piogge intense e venti violenti che hanno interessato gran parte del Paese. Ad Astros, nel Peloponneso orientale, un ufficiale della guardia costiera è morto travolto da un’onda. A Glyfada, vicino ad Atene, una donna ha perso la vita dopo essere stata investita da un’auto spinta dalle acque dell’alluvione. In alcune zone le raffiche hanno superato i 100 chilometri orari, bloccando i traghetti e causando la chiusura delle scuole. Le autorità hanno invitato a limitare gli spostamenti, mentre il premier Kyriakos Mitsotakis ha rinviato un viaggio all’estero.

Un anno di bullismo trumpiano: riassunto ragionato e (per forza) incompleto

0

È trascorso appena un anno dall’insediamento di Donald J. Trump alla Casa Bianca, anche la sua capacità di sparare a raffica dichiarazioni, contro-dichiarazioni, annunci, accordi di pace e bombardamenti lo ha reso probabilmente l'anno più lungo nella storia della politica globale. La dottrina che ha guidato il primo anno di presidenza è stata racchiusa nello slogan “America First”, una filosofia patriottica che si è tradotta in una prassi internazionale spesso vista come isolazionista e unilaterale. L’obiettivo dichiarato era smantellare gli accordi multilaterali ritenuti svantaggiosi per rine...

Questo è un articolo di approfondimento riservato ai nostri abbonati.
Scegli l'abbonamento che preferisci 
(al costo di un caffè la settimana) e prosegui con la lettura dell'articolo.

Se sei già abbonato effettua l'accesso qui sotto o utilizza il pulsante "accedi" in alto a destra.

ABBONATI / SOSTIENI

L'Indipendente non ha alcuna pubblicità né riceve alcun contributo pubblico. E nemmeno alcun contatto con partiti politici. Esiste solo grazie ai suoi abbonati. Solo così possiamo garantire ai nostri lettori un'informazione veramente libera, imparziale ma soprattutto senza padroni.
Grazie se vorrai aiutarci in questo progetto ambizioso.

Nuova Zelanda: frana su un campeggio, molti dispersi

0

Una frana ha travolto un campeggio a Mount Maunganui, in Nuova Zelanda. Secondo la polizia locale, il distacco di terreno, causa dalle piogge torrenziali, ha colpito il campeggio Beachside, seppellendo persone e lasciando diversi dispersi, tra cui alcuni bambini. Le squadre di soccorso lavorano per trovare i sopravvissuti tra le macerie, con elicotteri e personale di emergenza impegnati nelle ricerche. Testimoni e soccorritori hanno confermato di aver sentito voci sotto le macerie. Il ministro per le emergenze ha definito la situazione “molto difficile e in evoluzione”, mentre continua l’allerta per piogge.

Il Parlamento Europeo ha bloccato l’accordo UE-Mercosur

1

Con solo dieci voti di scarto (334 sì, 324 no e 11 astensioni), il Parlamento europeo ha approvato la richiesta, presentata da un gruppo di eurodeputati di Sinistra, Verdi e parte dei Liberali, di rinviare alla Corte di giustizia dell’Unione Europea l’accordo commerciale tra UE e Mercosur per verificarne la compatibilità con i Trattati europei. La decisione blocca di fatto la ratifica definitiva dell’intesa – firmata lo scorso 17 gennaio dopo oltre 25 anni di negoziati – e potrebbe ritardarne l’entrata in vigore anche per mesi, in attesa del parere dei giudici di Lussemburgo. Il cancelliere tedesco Merz ha chiesto di applicare l’accordo in via provvisoria, con voto a maggioranza qualificata in Consiglio, suscitando le proteste di The Left che parla di “scandalo democratico”. La Commissione UE ha espresso rammarico per la decisione, sostenendo che le questioni sollevate sono già state affrontate. Davanti alla sede del Parlamento europeo di Strasburgo gli agricoltori hanno accolto con gioia la decisione.

Ora, spiega il Parlamento, il testo passerà all’esame della Corte di Giustizia UE, mentre l’Eurocamera continuerà l’esame dei testi in attesa del parere dei giudici della Corte – per il quale ci potrebbero volere dei mesi. Dopo che questo sarà arrivato, il Parlamento voterà per decidere se concedere o meno il consenso all’accordo. «La Commissione Europea si rammarica per la decisione del Parlamento Europeo» ha detto il portavoce Olof Gill alla stampa, definendo «non giustificate» le questioni sollevate nella mozione in quanto «già affrontate in modo dettagliato» dalla Commissione. Lo scorso finesettimana, la presidente della Commissione era volata in Paraguay dove, il 17 gennaio, aveva già firmato l’intesa insieme ai partner sudamericani.

L’accordo di libero scambio con alcuni Paesi del Sudamerica (Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay) aveva ricevuto il via libera dell’Unione Europea ai primi di gennaio grazie al voto decisivo dell’Italia. Tra le misure principali vi è la rimozione del 91% dei dazi sulle merci europee verso i Paesi del Mercosur e il 92% di quelli in direzione opposta, con un risparmio per le aziende UE che dovrebbe aggirarsi intorno ai 4 miliardi di euro all’anno. L’accordo aveva diviso profondamente la politica, con l’Italia indecisa fino all’ultimo sul voto, e messo in allarme le organizzazioni agricole: per Confagricoltura l’accordo «nella sua forma attuale rischia di consolidare un’evidente asimmetria», mentre Copagri chiede di «vigilare sulle possibili perturbazioni di mercato». A fare da sfondo, le proteste degli agricoltori, che proseguono da mesi e che fino a ieri hanno manifestato all’esterno della sede del Parlamento UE a Strasburgo. Per molti di questi, infatti, l’accordo potrebbe aprire a una concorrenza sleale, con l’importazione sul mercato europeo di prodotti quali carne, cereali, zucchero e soia prodotti con standard meno rigorosi (e quindi con possibili conseguenze sulla sicurezza alimentare) che potrebbero giungere a costi più bassi nel mercato UE. Secondo i sindacati, di fatto, l’intesa penalizza i produttori europei, che devono seguire norme severe, favorendo Paesi esteri con politiche più permissive.

Negli ultimi 20 anni sono state scoperte oltre 1.300 nuove specie di mammiferi

1
opossum

Il numero di specie di mammiferi viventi conosciute dalla scienza è cresciuto in modo sorprendente. Secondo una vasta revisione pubblicata sul Journal of Mammalogy, dal 2005 a oggi sono state aggiunte oltre 1.300 specie al conteggio globale, che in termini percentuali significa un aumento di circa il 25% in vent’anni. Una notizia che racconta un cambio profondo nel modo in cui osserviamo e comprendiamo la biodiversità. 
Il motore principale di questa revisione globale è la genomica. Tecniche di sequenziamento del DNA che fino a pochi anni fa erano lente e costose sono oggi molto più accessibil...

Questo è un articolo di approfondimento riservato ai nostri abbonati.
Scegli l'abbonamento che preferisci 
(al costo di un caffè la settimana) e prosegui con la lettura dell'articolo.

Se sei già abbonato effettua l'accesso qui sotto o utilizza il pulsante "accedi" in alto a destra.

ABBONATI / SOSTIENI

L'Indipendente non ha alcuna pubblicità né riceve alcun contributo pubblico. E nemmeno alcun contatto con partiti politici. Esiste solo grazie ai suoi abbonati. Solo così possiamo garantire ai nostri lettori un'informazione veramente libera, imparziale ma soprattutto senza padroni.
Grazie se vorrai aiutarci in questo progetto ambizioso.

Ecuador, dazi del 30% sulla Colombia

0

L’Ecuador ha annunciato che imporrà una tariffa del 30% sulle merci provenienti dalla Colombia a partire dal 1° febbraio. A dare la notizia è il presidente del Paese, Daniel Noboa, che ha motivato la misura menzionando il deficit commerciale con la Colombia e accusando Bogotà di non stare cooperando abbastanza nella lotta al narcotraffico presso il confine condiviso. «Questa misura rimarrà in vigore finché non ci sarà un impegno concreto per contrastare congiuntamente il narcotraffico e l’attività mineraria illegale al confine con la stessa serietà e determinazione che l’Ecuador sta attualmente dimostrando», ha dichiarato Noboa su X.

La truffa del Board per Gaza: molti Paesi rifiutano l’invito di Trump

1

Il tentativo del presidente degli Stati Uniti di demolire l’ONU per creare al suo posto una organizzazione elitaria guidata da politici e miliardari accuratamente selezionati dallo stesso Trump sta passando in secondo piano sui media, ma dal mondo della politica iniziano ad arrivare le prime risposte. La firma ufficiale della costituzione del Board of Peace dovrebbe arrivare domani, 22 gennaio, durante il vertice del World Economic Forum a Davos; per ora, pare che almeno 9 Paesi abbiano accettato di far parte del gruppo, tra i quali spiccano i nomi di Bielorussia e Israele. L’UE, invece, è divisa: Francia e Germania hanno già rifiutato la propria adesione alla novella ONU monocratica, mentre diversi altri Paesi non si sono ancora espressi sull’argomento. Meloni, invece, sembra tentennare, e dopo una prima apertura all’iniziativa sarebbe ormai vicina a declinare l’offerta del proprio alleato.

Dalle ricostruzioni dei media, per ora, i Paesi ad avere accettato di entrare a far parte del Board of Peace sono Albania, Argentina, Azerbaijan, Bielorussia, Israele, Kazakistan, Ungheria, Uzbekistan, e Vietnam; è noto inoltre che l’invito è pervenuto ad altri 40 Paesi tra cui Russia, Ucraina, e Turchia, e che lo stesso ministro degli Esteri turco farà parte del comitato esecutivo della prima missione del Corpo, quella relativa a Gaza. La presenza turca nel Board of Peace per Gaza e la sua possibile adesione al Corpo hanno già scatenato le prime lamentele da parte di Israele, così come Zelensky ha mostrato dubbi sugli inviti a Lukashenko e Putin. Va sottolineato che il testo della carta di fondazione del Board of Peace specifica che nel caso di conflitti tra due Paesi membri del Corpo, «il Presidente è l’autorità finale per quanto riguarda il significato, l’interpretazione e l’applicazione della presente Carta»; insomma, l’ultima parola su come gestire ipotetiche crisi interne spetterebbe a Trump.

In Europa sono arrivati inviti tanto ai singoli Paesi quanto all’UE come blocco. Il ministro degli esteri del Belgio ha criticato l’iniziativa, giudicandola un tentativo per sostituire l’ONU, mentre Francia, Germania, Norvegia Regno Unito e Svezia hanno declinato la proposta. Il rifiuto più pesante da digerire per Trump è stato senza dubbio quello di Macron, con cui, negli ultimi giorni, i rapporti si stanno incrinando. Tutto è iniziato con la decisione di Trump di aumentare i dazi sui Paesi che avevano mandato i propri soldati in Groenlandia come implicita risposta alle pretese territoriali del magnate sull’isola; Macron ha criticato duramente la scelta del proprio omologo, parlando di potenziali aperture verso la Cina, e minacciando la richiesta di utilizzo dello strumento anti-coercizione dell’UE, il cosiddetto “bazooka commerciale”. La risposta di Trump alle dichiarazioni di Macron e al suo rifiuto di entrare a far parte del Board of Peace è stata immediata: «Dazi del 200% sul vino francese» in caso di mancata adesione.

Sempre nel Vecchio Continente, diversi Paesi, e la stessa UE come organizzazione, hanno affermato di stare valutando la proposta. In ogni caso, nella maggior parte degli Stati, tra cui la stessa Italia, l’adesione a una nuova organizzazione internazionale dovrebbe passare al vaglio del Parlamento; senza considerare che – almeno per Roma – la stessa struttura del Corpo così come delineato nella carta fondativa entrerebbe in conflitto con le norme della Costituzione. Meloni stessa sembra esserne consapevole, tanto che dopo una prima dichiarazione di apertura verso l’iniziativa, le ricostruzioni mediatiche uscite nelle ultime ore stanno mettendo in risalto le riserve che la prima ministra avrebbe su una possibile adesione dell’Italia al Corpo, suggerendo che un suo rifiuto sarebbe ormai alle porte. La premier è inoltre ancora indecisa se presenziare al vertice di Davos. L’ordinamento della Repubblica è chiaro: l’Articolo 11 sancisce che l’Italia «promuove e favorisce» le organizzazioni internazionali volte ad «assicurare la pace e la giustizia fra le Nazioni», ma solo «in condizioni di parità con gli altri Stati»; il Board of Peace violerebbe apertamente questo ultimo punto.

Il Corpo di Pace doveva inizialmente essere un’organizzazione terza volta a garantire il rispetto dei punti del cessate il fuoco a Gaza, ma si è trasformato in ben altro: la carta fondativa dell’organizzazione delinea quella che si configura come un aperto tentativo di smantellare le istituzioni internazionali per crearne una nuova di zecca, formata da capi di Stato selezionati ed élite miliardarie, e presieduta a vita da Donald J. Trump; Trump in quanto sé stesso, e non come presidente degli Stati Uniti, che si riserverebbe poteri decisionali esclusivi, diritti di nomina ed esclusione dei membri, e poteri di veto inappellabili.

Il mare per tutti: Spotorno riscrive le regole delle spiagge libere

1
Spotorno spiagge libere

A Spotorno le spiagge libere sono solo il 3,5% del totale, la percentuale più bassa di tutta la Liguria. Una criticità che il sindaco Mattia Fiorini ha deciso di risolvere con un gesto semplice e di buon senso: quello di applicare la legge regionale che prevede che le spiagge libere siano almeno il 40% del totale. E quindi ha presentato la bozza del nuovo PUD (Piano di Utilizzo del Demanio marittimo) con un punto fermo: mantenere il numero delle aziende coinvolte, per salvaguardare l’occupazione.

Non c’è però stato nemmeno il tempo di affrontare la discussione: il provvedimento è subito finito nel mirino dei proprietari degli stabilimenti e dell’opposizione comunale, che hanno lanciato una campagna, con tanto di petizione su Change.org, paventando disagi, disoccupazione imminente, e immaginando che le future spiagge libere saranno teatro di degrado e malcostume.

In Riviera vige da anni una regola tacita che nessuno aveva mai osato messo in discussione: le concessioni balneari sono intoccabili, con tratti di costa di fatto “privatizzati” e autorizzazioni rinnovate all’infinito. L’amministrazione sta provando a scardinare un sistema consolidato, immaginando un litorale meno frammentato, con più spiagge libere ma attrezzate, servizi pubblici garantiti, pulizia, sicurezza e strutture leggere. Un’idea semplice, quasi banale, che proprio per questo appare oggi quasi rivoluzionaria.

“Io ho semplicemente applicato la normativa europea Bolkestein e la normativa regionale ligure che dice che i comuni devono avere almeno il 40% di spiagge libere, al mio piano del demanio”, racconta Fiorini a L’Indipendente, spiegando che, la stessa bozza, è stata accolta in maniera completamente diversa da altri operatori del settore: “Ho avuto invece un incontro con le altre categorie produttive legate al turismo, albergatori, insomma, commercianti, B&B, agenzie immobiliari e le stesse identiche cose che ho detto ai balneari sono state prese in maniera totalmente opposta”.

Il punto centrale del piano, per il sindaco, “è la tutela dell’occupazione, perché ovviamente siamo un comune turistico che si basa in prevalenza sull’attrattiva balneare”. E infatti nel piano è previsto che dalle 41 aziende attuali, si passerà a 40. “Certo, non saranno più tutti stabilimenti balneari”, puntualizza Fiorini. “Abbiamo un modello di gestione di spiagge libere che è innovativo e prevede l’esistenza di chioschi – intesi come piattaforme economiche in grado di generare reddito – pur lasciando la spiaggia libera. In cambio saranno forniti servizi gratuiti per tutti, dal salvataggio alla pulizia, passando per la raccolta serale dei rifiuti, un bagno pubblico degno di questo nome pulito due volte al giorno e la doccia. Le spiagge libere non devono essere per forza brutte, sporche e disordinate, anzi”.

L’idea è anche quella di stimolare l’imprenditoria giovanile, che, come è noto, non ha accesso a crediti o prestiti di chissà quale entità. Se l’investimento per uno stabilimento potrebbe diventare proibitivo, quello per un chiosco potrebbe essere più accessibile.
Secondo il sindaco: “I balneari evidentemente avevano a cuore di evitare le gare, e io dal punto di vista degli imprenditori posso anche capirlo, ma ormai siamo arrivati a un pronunciamento su cui non c’è dubbio. Quindi ho consigliato di iniziare a contattare commercialisti e tecnici perché dovranno partecipare per avere un’assegnazione e continuare le attività”.

Insomma, nonostante le proteste, Spotorno prova a tracciare una strada nuova, che scardina privilegi in favore della comunità, a protezione di un bene come il mare, che deve essere di tutti.

Il diritto al profitto davanti a tutto: la sentenza del TAR contro Bologna zona 30

1

A Bologna il Tar annulla il limite dei 30 km/h in città. Perché? Perché danneggerebbe il lavoro dei tassisti. Per la precisione, di un tassista. È stato alla fine un solo appartenente alla categoria (in principio erano due) a presentare ricorso, sostenuto politicamente da Fratelli d’Italia, portando il tribunale amministrativo a scardinare uno dei pilastri della giunta guidata dal sindaco Matteo Lepore. Il provvedimento era entrato in vigore nel gennaio 2024 e stabiliva una vasta rete di strade del centro cittadino nelle quali le automobili dovevano rispettare il limite di velocità di 30 km orari. Una decisione che aveva inizialmente suscitato la perplessità di molti bolognesi, nonché le critiche dei partiti di centro-destra, ma che nel medio periodo stava producendo gli effetti dichiarati, soprattutto sul piano della sicurezza stradale.

Nel 2024, primo anno pieno di applicazione, i pedoni morti per incidenti stradali sulle strade urbane di Bologna sono stati zero: un dato senza precedenti nella storia recente della città. Nel primo semestre del 2025 il numero è salito a quattro, pur confermando un calo complessivo degli incidenti e della loro gravità. Non solo: è stata anche riscontrata una riduzione dell’inquinamento, con livelli di biossido di azoto nell’aria inferiori alla media degli anni precedenti. Dati che non hanno però fermato le proteste del tassista, che si è rivolto al Tribunale amministrativo regionale sulla base di un presunto danno economico subito a causa del rallentamento della circolazione, che lo avrebbe costretto a effettuare meno corse. L’interesse personale messo dinnanzi a quello collettivo, almeno nelle premesse del ricorso.

Alla fine l’appello è stato accolto e il Tar ha annullato Città 30. Ma è qui che emerge un elemento cruciale: nelle motivazioni della sentenza non viene mai dimostrato né quantificato il presunto mancato guadagno del tassista. La decisione si fonda invece su una serie di rilievi tecnici e procedurali che, secondo i giudici, renderebbero illegittima l’adozione generalizzata del limite dei 30 km orari. Nella sentenza i giudici, pur riconoscendo «i positivi e desiderabili effetti della riduzione degli incidenti», hanno stabilito che il Comune ha operato un “eccesso di potere”, trasformando un’eccezione (il limite dei 30 km orari) in una regola generalizzata. Per abbassare il limite, il Comune avrebbe dovuto dimostrare la presenza di almeno un caso specifico di pericolo per ogni strada, come ad esempio la vicinanza a una scuola o il restringimento della carreggiata. Non viene quindi messo in discussione il principio della riduzione della velocità in sé, né i suoi effetti sulla sicurezza o sull’ambiente, ma la modalità con cui la misura è stata introdotta.

Una decisione che si è inevitabilmente tradotta in materiale per la campagna elettorale permanente. «Bene lo stop a Città 30», ha scritto il ministro ai Trasporti Salvini sui social, mentre l’europarlamentare bolognese di Fratelli d’Italia, Stefano Cavedagna, ha parlato di «una sentenza che smaschera una scelta ideologica della giunta, imposta senza ascolto e senza buon senso».

In realtà, di ideologico nella sentenza c’è ben poco. Il tribunale ha contestato solo il carattere tecnico con cui è stato applicato il limite di velocità, senza entrare nel merito della bontà o meno del provvedimento, riconoscendone anzi in parte l’efficacia. Nella sentenza viene scritto che l’amministrazione «può riesercitare la funzione pianificatoria e di disciplina dei limiti di velocità», ma dovrà muoversi «nel rispetto della norma agendi scaturente dalla presente sentenza e del quadro normativo».

Una soluzione che sembra voler percorrere anche il sindaco Lepore, che in conferenza stampa ha annunciato che il Comune non farà ricorso contro la sentenza del tribunale, ma che «preparerà nuove ordinanze più motivate, così come richiesto dal Tar». Nel frattempo, però, tutte le strade in cui era stato imposto il limite dei 30 km orari prima del 31 dicembre 2023 torneranno a 50 km orari.

Davanti ai giornalisti Lepore ha rivendicato la bontà della sua Città 30, senza risparmiare critiche al governo: «In due anni – ha spiegato il sindaco – abbiamo ridotto del 43% i morti, del 7% i feriti e del 12% gli incidenti stradali, per un risparmio stimato per la nostra comunità di 66 milioni, secondo i parametri del ministero dei Trasporti. A noi non interessa litigare con Salvini, con Bignami, con i tassisti o con l’Avvocatura dello Stato: a noi interessa portare avanti il nostro progetto, anche perché la sentenza è molto chiara e conferma la possibilità per i Comuni di pianificare i limiti».

Si arricchisce così di un nuovo capitolo una vicenda che da tempo fa discutere i cittadini bolognesi e non solo e li divide tra favorevoli e contrari alla misura. I motivi di scontro non sono mancati nei mesi, tra chi giudicava il procedimento un inutile rallentamento del traffico e chi ribatteva che si tratta di una misura in linea con quelle in vigore da anni in molte città europee e sui cui ci sono dati ormai solidi in merito ai risultati positivi per tutti in termini ambientali e di riduzione degli incidenti gravi. Una diatriba che, su L’Indipendente avevamo riassunto basandoci sui dati esistenti in un approfondimento.

Da questo punto di vista, i giudici del Tar non hanno aggiunto niente e nemmeno hanno puntato a farlo, limitandosi a porre un precedente decisamente controverso: quello per cui il profitto di una singola persona possa prevalere sull’interesse generale.