lunedì 23 Marzo 2026
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Il giudice condanna la Banca d’Italia: confermate le responsabilità nella truffa dei diamanti

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Banca d’Italia aveva torto, Report ha documentato in modo corretto lo scandalo dei diamanti venduti dalle banche ai propri clienti e sui quali – documenti e testimonianze alla mano – aveva evidenziato tutte le criticità del sistema di controllo, su quella che si è poi rivelata una gigantesca truffa su scala milionaria. Questa è la decisione del Tribunale di Roma che ha rigettato l’istanza dell’istituto di via Nazionale che aveva avanzato richieste di risarcimento milionarie (condannandola anche al pagamento delle spese legali 7.616 euro), citando la trasmissione per la puntata nella quale, con metodo giornalistico considerato corretto dal giudice, era stato raccontato al grande pubblico una vicenda che ha truffato almeno centomila persone per un valore stimato di almeno 2 miliardi (rimborsati 1.2), con 297 segnalazioni ma migliaia di persone finite nella trappola. Al centro della vicenda giudiziaria, la puntata del 2021 che aveva messo sotto i riflettori tutte le falle dei controlli bancari sullo scandalo dei diamanti offerti da diverse banche tra cui Unicredit, Banco BPM, Banca Intesa e Monte dei Paschi, un raggiro che ha truffato almeno centomila persone, secondo le stime, per un valore di 2 miliardi. La sola MPS ha venduto diamanti per 370 milioni, trovandosi alla fine una minusvalenza – cioè un saldo negativo – di 250 milioni in pancia. 

Buchi e disattenzioni

In foto: Carlo Bertini

Nella trasmissione condotta da Sigfrido Ranucci, è venuta alla luce la testimonianza di Carlo Bertini, ispettore di Bankitalia e coordinatore del gruppo di vigilanza congiunto su Mps (“Joint Supervisory Team” o Jst) che è poi diventato suo malgrado un whistlerblower. Nella puntata oggetto delle ire di Via Nazionale, Bertini aveva raccontato alle telecamere di Report l’”omessa vigilanza prudenziale” dell’istituto sulle banche che si occupavano della commercializzazione dei diamanti, descrivendo i buchi e le disattenzioni nei controlli sulla compravendita dei diamanti da parte degli istituti e sulle conseguenti operazioni finanziarie. Per Bertini è iniziata una durissima vicenda personale all’interno di Banca d’Italia che si è poi conclusa col suo licenziamento, dopo essere stato inizialmente sospeso, sostanzialmente per aver appunto parlato davanti alle telecamere di Report. Il bubbone dei diamanti era già scoppiato anni prima, con un’ispezione della Banca d’Italia che faceva seguito ad una segnalazione giunta da un dipendente di Mps a Siena, e con una prima trasmissione di Report (2016) che aveva raccontato per prima questa colossale truffa sulla quale la Procura di Milano ha poi aperto un’inchiesta penale, col sequestro di 80 milioni. Bertini ha semplicemente verificato, e raccontato alla trasmissione Report, che il traffico di pietre preziose non si era arrestato, ma anzi proseguiva in modo quasi indisturbato da parte degli istituti coinvolti. Ne è venuto fuori un report che Bertini ha consegnato ai suoi superiori, in Via Nazionale, scatenandone l’ira e venendo accusato di gettare discredito e grave danno alla reputazione dell’istituto. Nel frattempo il Tar del Lazio aveva dato ragione a Bertini, stabilendo che il suo licenziamento (è stato destituito dal suo incarico il 18 luglio 2022) è avvenuto in modo illegittimo, in quanto durante la seduta della Commissione di disciplina di Banca d’Italia a cui era stato convocato, non gli è stato permesso di essere assistito da un avvocato. Ma nel proseguo, altre pronunce dello stesso tribunale amministrativo hanno ribaltato questa decisione, fino a quella del Consiglio di Stato che ha definitivamente confermato la validità del licenziamento. 

«Fatti veri, non fake news»

Bertini ha raccontato una vicenda quasi kakfiana, condita da pressioni, minacce e varie forme di mobbing interno agli uffici dove il suo report su Mps era stato accolto, pare, tra le urla inviperite dei suoi superiori. Bertini è stato anche denunciato per per violazione del segreto d’ufficio e dovrà essere sottoposto a processo penale nel quale, tuttavia, Banca d’Italia rischia un altro boomerang, nel caso non fossero accertate le sue responsabilità e quindi venisse assolto dalle accuse. Naturalmente la notizia della sentenza del tribunale di Roma è stata accolta con entusiasmo da Sigfrido Ranucci, conduttore di Report: «Fatti veri, non fake news. La giustizia ha riconosciuto il nostro diritto a informare i cittadini». Per la trasmissione, che è stata spesso nell’occhio del ciclone per le inchieste e i reportage offerti al grande pubblico Rai, una vittoria morale che corrobora anche chi crede ancora nella possibilità di fare un’informazione non asservita al potere sulla televisione pubblica. La puntata del programma finita nell’occhio del ciclone da parte di Banca d’Italia si intitolava “The whistleblower” e nell’inchiesta realizzata da Emanuele Bellano raccontava appunto «le lacune nel sistema di controllo delle banche nella distribuzione e vendita dei diamanti». Il reportage che si è basato sulle dichiarazioni e le testimonianze di Bertini, raccontava come Banca d’Italia non avesse bloccato la vendita dei diamanti, nonostante fosse al corrente delle irregolarità e delle problematiche che sono poi sfociate anche in class action dei cittadini che sono stati truffati dagli istituti coinvolti. I diamanti venivano venduti da società terze, “WI.D.B S.p.a.” e “D.P.I S.p.a”, ad un prezzo  almeno tre volte superiore il loro reale valore e con condotte da parte degli istituti di credito a dir poco discutibili. 

Tecniche di raggiro

Ai clienti, infatti, veniva tra l’altro proposto l’acquisto dei diamanti mostrando grafici e tabelle nelle quali la curva delle quotazioni era in continua crescita, e spiegando loro che potevano verificare le quotazioni stesse sul Sole24Ore. Peccato che tali valori fossero in realtà pubblicati nella sezione riservata alle inserzioni e alle pubblicità a pagamento da parte delle società venditrici, quindi senza nessuna attendibilità certificata. La reazione di Banca d’Italia alla trasmissione di Report era stata durissima. Prima di presentare un ricorso con richiesta di risarcimento, Via Nazionale aveva pubblicato un comunicato nel quale dichiarava che nel corso della puntata del 13 dicembre 2021 di Report «l’azione della Banca d’Italia è stata rappresentata in modo fortemente distorto, anche sulla base delle affermazioni di un dipendente della Banca stessa, il dottor Carlo Bertini». Nella nota si fa anche riferimento al «procedimento disciplinare a cui l’ispettore è stato sottoposto nel 2021 (il suo report risaliva a due anni prima, ndr) per violazioni di disposizioni del Regolamento del personale della Banca d’Italia. Tra questi, assume un rilievo centrale la divulgazione tra il personale dell’Istituto e all’esterno del medesimo di comunicazioni idonee a gettare discredito e a nuocere gravemente alla reputazione della Banca d’Italia e di suoi rappresentanti, nonché l’indebita divulgazione all’esterno della Banca d’Italia di informazioni in suo possesso in relazione all’attività lavorativa svolta». Anche di questo, Report aveva dato conto nella puntata di Report che il tribunale di Roma ha assolto da ogni accusa, ribadendo che si è trattato solo ed esclusivamente di esercizio corretto e professionale del diritto di cronaca. Proprio in questi giorni, a Milano – dove è partita nel 2017 l’inchiesta principale sui diamanti, poi finita in uno spezzatino di vari filoni e stralci –  è stato condannato l’ex notaio Franco Novelli, associato alla “IDB Intermarket Diamond Business”, società poi fallita che operava sul mercato dei diamanti da investimento offerti e venduti a prezzi largamente superiori. Novelli è stato ritenuto di fatto l’amministratore della Idb (al cui vertice si trovava Claudio Giacobazzi, suicidatosi nel 2018), che poi è fallita, e dopo alterne vicende giudiziarie è stato appunto condannato dal tribunale per autoriciclaggio ad una pena di 4 anni più la confisca di 113 milioni di euro. 

Un gruppo di cittadini ha portato in tribunale l’occupazione partitica della RAI

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È stata depositata presso il TAR del Lazio una class action popolare contro la Rai e il Ministero dell’Economia e delle Finanze per porre fine alla «occupazione partitica» del servizio pubblico radiotelevisivo. Il ricorso è stato promosso dall’associazione Generazioni Future, rappresentata dal professor Ugo Mattei, docente di Diritto civile all’Università di Torino, insieme a Media Pluralisti Europei, con il patrocinio dell’avvocato Luigi Paccione. Secondo i ricorrenti, l’attuale governance di viale Mazzini si trova infatti una «situazione di assoluta illegalità» rispetto alla normativa europea, che richiede procedure di nomina trasparenti e del tutto svincolate dalla politica. La Rai, dicono i promotori, è stata ed è ancora segnata da «un’occupazione pluridecennale che annienta il diritto degli utenti alla trasparenza e alla imparzialità dell’informazione».

L’azione legale collettiva, che ha già raccolto oltre diecimila adesioni, denuncia la violazione del Regolamento europeo 2024/1083, il cosiddetto Media Freedom Act, entrato in vigore lo scorso 8 agosto, che impone l’indipendenza editoriale e funzionale dei media di servizio pubblico dai condizionamenti politici. Nella realtà, fanno notare i ricorrenti, il metodo dell’«occupazione partitocratica» e della spartizione del servizio pubblico continua a segnare, senza soluzione di continuità, le dinamiche interne alla Rai. «Dall’agosto scorso la Rai versa in situazione di assoluta illegalità e la sua governance è radicalmente contraria ai principi e alle regole di un Regolamento Europeo fonte primaria del nostro diritto», spiegano i promotori, sottolineando come «le polemiche di queste settimane relative alle nomine mostrano come il metodo dell’occupazione partitocratica e della spartizione del servizio pubblico, con relativa collocazione di figure fedeli nei posti chiave, continui imperterrito senza che dell’illegalità europea e delle relative responsabilità e costi ben pochi si preoccupino». Il CDA Rai è oggi formato da 7 membri: 4 sono eletti dal Parlamento (2 dalla Camera, 2 dal Senato), 2 sono designati dal governo – nello specifico dal Ministero dell’Economia e delle Finanze – e 1 è eletto dai dipendenti dell’azienda.

La class action mira a ottenere dal Tar una sentenza di accertamento che verifichi la mancata applicazione della normativa europea, con l’obiettivo di ripristinare il pluralismo e l’indipendenza dell’informazione pubblica. I sostenitori dell’iniziativa chiedono inoltre un intervento sulla gestione finanziaria dell’azienda, con particolare riferimento alla «restituzione del canone non dovuto» e alla «limitazione delle spese stravaganti di retribuzione di noti personaggi televisivi, complici del generale progetto di disinformazione pubblica, di cui la Rai partitocratica è protagonista», aprendo così la strada a un possibile coinvolgimento della Corte dei Conti. Sostenuta da un patto di oltre venti organizzazioni, la class action rappresenta un tentativo di mobilitazione popolare per difendere un «bene comune» pagato dai cittadini attraverso il canone. La piattaforma per aderire è accessibile sul sito generazionifuture.org, dove i cittadini possono prenotarsi come partecipanti all’azione collettiva.

«L’occupazione della Rai, dopo entrata in vigore del Media Freedom Act, ha raggiunto un nuovo livello – dichiara a L’Indipendente il Prof. Ugo Mattei -. Essa non è più soltanto politicamente vergognosa ma oggi è anche smaccatamente illegale. Questa volta davvero “ce lo chiede l’Europa!”». Sulla Rai, prosegue Mattei, «emerge in modo chiarissimo il comune interesse all’occupazione tanto della destra quanto della cosiddetta sinistra: emerge così in modo plastico come il Italia la vera contrapposizione sia fra chi vuole la Rai bene comune e chi vuole mantenerla come puro strumento di propaganda. Il popolo contro la casta. Lo strumento giuridico della class action può dare al primo uno strumento per coalizzarsi per difendere i beni comuni».

Thailandia, riconfermato premier Anutin dopo elezioni

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Il parlamento thailandese ha riconfermato Anutin Charnvirakul come premier con 293 voti su 493, battendo il rivale del centrosinistra Natthaphong Ruengpanyawut, fermo a 119. In carica da settembre dopo una crisi di governo, Anutin aveva indetto elezioni anticipate a febbraio, vinte dal suo partito conservatore Bhumjaithai, con cui ha poi formato una coalizione di centrodestra. La sua ascesa è stata favorita anche dal nazionalismo legato alle tensioni con la Cambogia. La nomina attende l’approvazione del Re, ma pesa un ricorso alla Corte costituzionale che potrebbe invalidare il voto, a causa della presenza di codici a barre e QR sulle schede elettorali che avrebbe compromesso l’anonimato del voto.

In Piemonte ci sarebbero almeno 900 affiliati alla ‘ndrangheta

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Sarebbero almeno 900 gli affiliati alla ‘ndrangheta presenti in Piemonte, distribuiti in 24 comuni e inseriti in 16 “locali” e 30 ‘ndrine. È la fotografia scattata dall’ultimo rapporto “Non è altrove” di Libera Piemonte, che ha esaminato le statistiche diramate dall’ultimo rapporto della Direzione Investigativa Antimafia. Un numero, quello degli uomini d’onore calabresi attivi nella regione, che emerge incrociando i dati delle inchieste giudiziarie con le evidenze investigative, e che colloca il Piemonte tra le regioni del Nord Italia con la più alta densità di presenze mafiose. Dal 2011, inoltre, sono state oltre 25 le inchieste giudiziarie che hanno portato in aula più di 450 indagati, con decine di condanne per associazione di tipo mafioso.

Oltre ai numeri specifici sul fenomeno mafioso e sul narcotraffico – che nel 2024 vede numeri in forte crescita rispetto all’anno precedente, con 1.748 denunce e il sequestro di 4,4  tonnellate di droga, il report si concentra anche sui cosiddetti “reati spia”, quei delitti che più di altri segnalano l’infiltrazione nell’economia legale. I numeri destano infatti grande allarme: nel 2024, secondo l’elaborazione di Libera su dati del Ministero dell’Interno, la regione ha registrato 29.515 reati spia, piazzandosi al secondo posto in Italia dopo la Lombardia (inquadrata come centro nevralgico dell’alleanza “organica” tra mafie nel nord Italia, come testimoniato dalla maxi-inchiesta “Hydra”, appena sfociata in un processo). In particolare, in Piemonte le estorsioni sono aumentate del 16% (902 casi) e il riciclaggio è cresciuto del 54% (74 episodi). Le truffe e frodi informatiche hanno invece segnato un calo del 6,5%; nel 2025 Libera ha censito cinque inchieste piemontesi su corruzione e concussione, con 80 indagati, mentre il gioco d’azzardo – settore particolarmente vulnerabile e tradizionalmente ricollegato a usura e riciclaggio – ha superato nel 2024 i 9 miliardi e mezzo di euro di raccolta.

Il quadro che emerge dalle analisi giudiziarie e investigative è quello di una ‘ndrangheta che, esattamente come la mafia siciliana, non cerca più lo scontro frontale, prediligendo invece quella “strategia della sommersione” che consente di mimetizzarsi con grande efficacia all’interno dell’economia legale. In occasione dell’apertura dell’anno giudiziario 2026, la Procuratrice Generale di Torino – il magistrato Lucia Musti – ha affermato che «non è più il tempo delle semplificazioni quali “gli ‘ndranghetisti soffocano gli imprenditori con le richieste del pizzo”», dal momento che «sempre più sono gli imprenditori che si rivolgono alle organizzazioni di ‘ndrangheta per appaltare segmenti dei loro cicli produttivi, ad esempio logistica, sicurezza, smaltimento rifiuti, recupero crediti a costi dimezzati».

Negli ultimi anni, le inchieste hanno fatto luce sull’influenza e gli interessi delle ‘ndrine in settori strategici dell’economia regionale: dal turistico-alberghiero alla ristorazione, dalla gestione di servizi pubblici all’edilizia e ai trasporti, fino al commercio di prodotti petroliferi e metalli. Nel 2025, la sola Prefettura di Torino ha adottato 22 provvedimenti antimafia, tra informazioni interdittive e dinieghi di iscrizione nelle white list, mentre le segnalazioni di operazioni sospette all’Unità di Informazione Finanziaria hanno raggiunto quota 8.871, con un incremento del 10% rispetto all’anno precedente. Sul fronte dei beni confiscati, il Piemonte risulta la settima regione in Italia per numero di beni sottratti, ma penultima per la capacità di riutilizzo: solo il 23% contro una media nazionale del 45%. «I fattori che portano a questo magro risultato sono diversi e chiamano in causa alcune caratteristiche specifiche del territorio piemontese: nella Regione insistono circa 1180 Comuni, molti dei quali molto piccoli e scarsamente popolati, con una macchina amministrativa ridotta e non sempre in grado di far fronte alle numerose incombenze che gravano sugli Enti Locali – scrive Libera -. A questo si aggiunge una scarsa conoscenza e percezione del fenomeno mafioso sul territori».

La storia della presenza pervasiva della criminalità organizzata in Piemonte è ormai di lungo corso. Il territorio porta ancora addosso la ferita dell’omicidio del procuratore capo di Torino Bruno Caccia, ucciso nel 1983, e quella di una lunga sottovalutazione istituzionale e sociale che per anni ha favorito l’idea di un Nord immune dalle mafie. La svolta è arrivata con l’operazione Minotauro, nel 2011, quando l’arresto di 142 presunti affiliati e complici ha reso evidente il radicamento della ’ndrangheta e i suoi legami con la politica locale. Da allora il sistema delle indagini è cambiato, ma soprattutto è cambiata la lettura del fenomeno: non più semplice importazione criminale, bensì capacità di insediamento stabile in contesti altamente permeabili.

Pakistan, tempesta a Karachi causa almeno 16 morti

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Un violento temporale ha colpito ieri la città di Karachi, centro più popoloso del Pakistan, provocando almeno 16 morti. Piogge intense e venti fino a 90 km/h hanno provocato crolli di edifici, muri, alberi e insegne. Nella zona di Baldia Town, i soccorritori hanno recuperato 13 corpi da un edificio collassato e continuano a cercare dispersi. La maggior parte delle vittime è morta per cedimenti strutturali. Si registrano anche numerosi feriti, blackout e problemi al traffico. Le autorità hanno invitato alla prudenza, mentre il servizio meteorologico avverte di possibili nuove tempeste nei prossimi giorni.

Caro Carburante: il governo approva il taglio delle accise, ma solo per venti giorni

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«Siamo intervenuti con tre misure. Di fatto noi tagliamo 25 centesimi al litro, introduciamo un credito d’imposta per gli autotrasportatori, e diamo vita a un meccanismo antispeculazione che lega il prezzo del carburante all’andamento reale del prezzo del petrolio, introducendo delle sanzioni per chi dovesse discostarsi». Così la premier Giorgia Meloni ha annunciato le nuove misure pensate dal governo per contrastare il caro-carburante dovuto alla guerra in Medio Oriente. La dichiarazione è arrivata in occasione di una intervista al TG1, dedicata per la maggior parte alla propaganda per il sì al referendum, e in cui il tema della guerra e dei suoi effetti in Italia è stato affrontato solo nelle prime battute. Il comunicato stampa in merito al decreto, nel frattempo pubblicato sul portale del Consiglio dei Ministri, ha precisato che il taglio delle accise previsto durerà 20 giorni.

La misura è stata subito bollata dal ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, come «momentanea», perché «i soldi non ci sono». Il provvedimento, varato a ridosso dell’importante tornata referendaria sulla riforma della magistratura e di un Consiglio Ue dedicato alle conseguenze del conflitto, ricalca nei tempi e nelle modalità quanto già fatto nel 2022 dall’allora governo Draghi durante la crisi ucraina. In quel caso si partì con un intervento tampone della durata di un mese, che poi fu più volte prorogato. L’idea è che, se le armi taceranno, i listini internazionali scenderanno e si potrà modulare il rientro. Con i prezzi medi del gasolio attestati intorno a 2,103 euro al litro, la sforbiciata di un quarto di euro porterebbe la pompa a quota 1,798 euro, riavvicinandosi ai valori pre-conflitto. Il costo complessivo dell’operazione si aggira attorno ai 500 milioni di euro, coperture che hanno assorbito anche le risorse inizialmente destinate al potenziamento della social card per i redditi più bassi. Oggi la premier partecipa al Consiglio Europeo. L’Italia chiede di sospendere l’Ets, la tassa sulle emissioni che fa aumentare i prezzi dell’energia. Altri nove Paesi appoggiano la richiesta, ma Bruxelles è contraria. Se l’iniziativa italiana venisse accolta, per venerdì è già pronto un nuovo Consiglio dei ministri.

Oltre al taglio delle accise per tutti gli automobilisti, il decreto stanzia risorse consistenti per l’autotrasporto e la pesca: un credito d’imposta sul gasolio nella misura del 28% per i primi tre mesi dell’anno e un’agevolazione del 20% per i pescherecci. L’obiettivo dichiarato è evitare che il caro-carburante si trasferisca sui prezzi finali dei beni di largo consumo. Sul fronte dei controlli, torna in auge la figura del «Mister prezzi», il garante che, coadiuvato da Guardia di Finanza e Antitrust, dovrà vigilare su eventuali «anomali e repentini incrementi», attivando sanzioni per il reato di manovre speculative.

Sulla misura, però, non sono mancate le polemiche. Secondo le opposizioni, infatti, il decreto dell’esecutivo costituisce l’ennesima operazione di facciata, peraltro a pochi giorni da un voto referendario che, stando al recupero del NO nei sondaggi, vede la maggioranza in forte difficoltà. Il meccanismo, secondo i critici, costituirebbe una sorta di modello “capestro”: si incassa di più grazie ai rincari delle settimane precedenti e si restituisce un importo limitato per soli venti giorni, presentandolo come un intervento risolutivo. Le opposizioni sottolineano che le accise mobili, se applicate correttamente, servirebbero a restituire in automatico l’extragettito e a sterilizzare gli aumenti, non a realizzare operazioni spot che non compensano quanto già pagato dalle famiglie.

Corea del Sud: i lavoratori di Samsung approvano lo sciopero

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I lavoratori sindacalizzati di Samsung Electronics, in Corea del Sud, hanno autorizzato uno sciopero. La votazione si è tenuta ieri, 18 marzo, e ha visto il 93% delle opinioni a favore per il piano di sciopero. I lavoratori chiedono l’abolizione del tetto massimo dei bonus nel settore della produzione di chip, e di legare gli incentivi alla produzione. Se non dovesse venire raggiunto un accordo, i lavoratori prevedono di scioperare per 18 giorni a partire dal 21 maggio, dopo una manifestazione che si dovrebbe tenere il 23 aprile.

Iran: missili e bombe ora si concentrano sugli impianti petroliferi

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La guerra israelo-statunitense all’Iran sta vivendo un’ulteriore escalation. Dopo le sistematiche uccisioni dei vertici della catena di comando iraniana e un ampio attacco israeliano contro il giacimento iraniano di gas di South Pars, uno dei principali hub produttivi di Teheran, le autorità iraniane hanno risposto con la dottrina dell’«occhio per occhio», inaugurando – come precisa il portavoce del Parlamento Qhalibaf – «un nuovo livello di confronto». Nel pomeriggio di ieri, l’Iran ha emanato ordini di evacuazione a tutti i cittadini degli Stati limitrofi che abitano nei pressi delle raffinerie di petrolio di Arabia Saudita, Emirati e Qatar, e nella notte ha iniziato a bombardare i siti designati. La ritorsione iraniana – specie quella sul Qatar – ha costretto Trump a battere in ritirata e ad annunciare che Israele non avrebbe più attaccato il giacimento di South Pars a patto che l’Iran cessi le proprie azioni contro le raffinerie qatariote, e a minacciare Teheran di intensificare i bombardamenti se dovesse continuare le proprie operazioni.

Le autorità iraniane hanno diffuso gli ordini di evacuazione ai Paesi limitrofi attorno alle 13 di ieri, dopo attacchi notturni contro le infrastrutture iraniane, e l’avvenuta conferma dell’uccisione dei ministri dell’Intelligence e della Difesa iraniani e di Ali Larijani, uno dei più importanti uomini politici del Paese. I luoghi interessati sono la raffineria di Samref e il complesso petrolchimico di Al Jubail in Arabia Saudita, il campo di gas di Al Hosn negli Emirati Arabi Uniti, il complesso petrolchimico di Mesaieed in Qatar, e la raffineria Ras Laffan (fasi 1 e 2) sempre in Qatar. Proprio quest’ultima risulta una delle raffinerie più grandi del Paese e uno dei centri di lavorazione del gas maggiori al mondo. «Questi siti sono diventati obiettivi diretti e legittimi e saranno presi di mira nelle prossime ore», ha comunicato Teheran. «In precedenza, erano stati dati avvertimenti chiari e ripetuti ai vostri governanti riguardo all’ingresso in questo pericoloso percorso e al rischio che comporta per il destino delle loro nazioni. Tuttavia, hanno deciso di continuare su questa strada di cieca obbedienza e di prendere decisioni che non riflettono la volontà del loro popolo, ma che sono imposte dall’esterno dei loro confini e in assenza di qualsiasi reale sovranità».

Qualche ora dopo, Israele ha lanciato una poderosa offensiva contro South Pars; descritto come la più grande riserva di gas naturale al mondo, l’impianto è gestito congiuntamente da Iran e Qatar e risulta – per estensione di terreno sfruttato – una delle maggiori infrastrutture di idrocarburi dell’Iran. L’attacco ha portato alla dichiarazione di Qhalibaf e delle autorità iraniane: «L’Iran dormiva, voi l’avete svegliato. La tempesta si scatenerà», ha detto Qhalibaf. Nella notte è scattata «la legge del taglione», ed è giunta la ritorsione iraniana – che noi de L’Indipendente stiamo continuando a seguire con una diretta, attiva sin dal primo giorno di guerra: a venire colpite una raffineria in Arabia Saudita, due petroliere in Qatar ed Emirati, e – soprattutto – la raffineria qatariota di Ras Laffan.

L’eventualità che il conflitto si spostasse direttamente sugli impianti petroliferi era una delle maggiori preoccupazioni degli osservatori. La presa di mira delle stesse risorse – su cui ruotano la maggior parte dei mercati dei Paesi del Golfo – rischia di fare schizzare ancora più in alto i prezzi del petrolio e del gas già lievitati con il blocco dello Stretto di Hormuz. La dichiarazione di Trump, sebbene scritta con i soliti toni bellicisti, pare volere mettere una toppa per evitare che la guerra salga ulteriormente di intensità: il presidente USA ha affermato che Washington non era a conoscenza degli attacchi di Israele su South Pars, e che Tel Aviv non attaccherà più il giacimento, «a meno che l’Iran non decida imprudentemente di attaccare un, in questo caso, molto innocente Qatar». In tal caso, «gli Stati Uniti d’America, con o senza l’aiuto o il consenso di Israele, faranno esplodere in modo massiccio l’intero giacimento di gas di South Pars con una forza e una potenza che l’Iran non ha mai visto prima». La dichiarazione di Trump si concentra sul solo giacimento di South Pars – per l’Iran – e sulle raffinerie qatariote, senza affrontare il tema di eventuali attacchi contro altri Paesi o impianti.

Papua Nuova Guinea: la mobilitazione convince le banche a non finanziare i progetti estrattivi

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Preoccupazioni per il clima, possibili danni agli ecosistemi e rischi per i diritti delle comunità locali. Con queste motivazioni, ventinove istituti finanziari internazionali hanno deciso di non sostenere economicamente uno dei più grandi progetti energetici previsti in Papua Nuova Guinea, guidato dalla compagnia francese TotalEnergies. Tra i soggetti che hanno escluso il proprio coinvolgimento figurano banche e agenzie pubbliche di credito all’esportazione come ING, Rabobank e la Swedish Export Credit Corporation. Il finanziamento riguardava il progetto Papua LNG, un grande impianto destinat...

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Altre due grandi aziende della moda italiana sono indagate per caporalato

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La Procura di Milano ha messo sotto controllo giudiziario le aziende di abbigliamento Dama e Alberto Aspesi, allargando l’inchiesta per i casi di caporalato nella moda. Secondo i magistrati, infatti, i dirigenti delle due aziende avrebbero appaltato parte della propria produzione a due opifici nonostante fossero consapevoli che questi sfruttassero i propri operai, facendoli lavorare senza contratto. Il tribunale ha nominato un amministratore giudiziario che affianchi i dirigenti delle aziende, che sono solo le ultime realtà del mondo della moda indagate per casi di caporalato. A queste si aggiungono circa venti società del settore già sotto inchiesta, accusate di non avere fatto abbastanza per prevenire il regime di sfruttamento a cui sarebbero sottoposti gli operai che lavorano in subappalto nella loro filiera produttiva.

Tra gli indagati figura anche Andrea Dini, amministratore delegato della società Dama Spa – proprietaria del marchio Paul & Shark – e cognato del presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana. Nel decreto dell’inchiesta si legge che «in relazione ai brand di alta moda, dagli accertamenti effettuati, è stato rilevato che sia Dama Spa che Aspesi Spa mostrano una generalizzata carenza di modelli organizzativi», nonché «un sistema di internal audit fallace» in cui «a nulla valgono i codici etici, i modelli di gestione e controllo, quando, per il raggiungimento del maggior profitto al più basso costo possibile, si consente la creazione di un sistema produttivo che si basa su una produzione con forza lavoro in condizione di sfruttamento». I pubblici ministeri evidenziano inoltre che ciò «stride con il protocollo di intesa, sottoscritto il 26 maggio 2025 presso la Prefettura di Milano con la partecipazione delle associazioni sindacali e datoriali più rappresentative a livello nazionale, volto a garantire il rispetto della legalità nella filiera produttiva della moda».

Il tutto è nato da due ispezioni, effettuate nel 2023 e nel 2025, in un opificio di Garbagnate Milanese in cui, nonostante il cambio di società da M&G Confezioni a G Max 365, sarebbero state appurate le medesime irregolarità. Tra queste, gli orari massacranti che i lavoratori – senza permesso di soggiorno – dovevano fronteggiare e salari al di sotto dei limiti contrattuali. Otto lavoratori su un totale di trenta sarebbero stati trovati «in stato di clandestinità, circostanza che rende evidente il loro stato di debolezza sociale e di vulnerabilità; situazioni alloggiative degradanti al di sotto del minimo etico sotto il profilo igienico sanitario». Elementi in mano agli investigatori, come rapporti frequenti con l’opificio e carte recanti istruzioni operative e riferimenti aziendali, suggeriscono una possibile consapevolezza da parte delle aziende sottoposte all’indagine di tali dinamiche.

L’episodio va a inserirsi in un solco già tracciato da altre importanti inchieste milanesi che hanno coinvolto grandi nomi della moda negli ultimi anni, tra cui Tod’s Alviero Martini spa, Armani Operations, Dior, Loro Piana e Valentino. Lo scorso dicembre, la Procura della città meneghina ha rivelato che almeno altri 200 operai lavorerebbero in condizioni di sfruttamento in centri di produzione che forniscono 13 grandi aziende del lusso ancora non coinvolte nelle indagini. Si tratta di marchi come Dolce e Gabbana, Versace, Prada, Gucci, e Yves Saint Laurent; nella lista appaiono anche Off-White, Missoni, Ferragamo, Alexander McQueen, Givenchy, Pinko, Coccinelle e Adidas. La Procura di Milano ha chiesto alle aziende di consegnare una serie di documenti al fine di appurare il loro eventuale grado di coinvolgimento nel fenomeno dello sfruttamento dei lavoratori. Il mese scorso, anche il marchio di abbigliamento low-cost Piazza Italia è stato sottoposto a un anno di amministrazione giudiziaria dal Tribunale di Firenze, con l’accusa di aver «agevolato», per «colpevole inerzia e mancata vigilanza», un sistema di sfruttamento del lavoro nella sua filiera produttiva.