Un aereo militare della Forza aerea boliviana si è schiantato a El Alto, seconda città più popolosa della Bolivia che sovrasta La Paz, provocando almeno 20 morti e diversi feriti. Il velivolo, un Hércules C-130 matricola FAB-81, trasportava banconote nuove e valori quando, secondo il comandante nazionale dei vigili del fuoco Pavel Tovar, è uscito dalla pista aeroportuale finendo contro diversi veicoli nella zona di La Costanera. In quelle ore si sarebbero registrate condizioni meteorologiche avverse. L’aereo è andato completamente distrutto: almeno 15 i mezzi coinvolti e gravi i danni materiali. I feriti sono stati trasferiti all’ospedale Norte.
Argentina, il Senato approva la riforma del lavoro di Milei
Il Senato dell’Argentina ha dato il via libera definitivo alla riforma del lavoro promossa dal presidente Javier Milei, con 42 voti favorevoli, 28 contrari e due astensioni. Il governo sostiene che il provvedimento favorirà investimenti e occupazione formale, rafforzando la fiducia nelle politiche di libero mercato. I sindacati, invece, denunciano un indebolimento delle tutele, incluso il diritto di sciopero. Tra i punti più contestati figura l’istituzione di un fondo di licenziamento finanziato dai datori di lavoro con risorse oggi destinate al sistema pensionistico nazionale, misura che secondo l’opposizione rischia di compromettere la sostenibilità delle pensioni.
Caso Epstein, le “amnesie” di Bill Clinton al Congresso e l’effetto boomerang per Trump
«Non ho visto nulla e non ho commesso nulla di male». Con queste parole Bill Clinton ha testimoniato a porte chiuse davanti alla Commissione di sorveglianza della Camera sul caso Jeffrey Epstein, rivendicando la propria estraneità ai crimini commessi dal finanziere morto in carcere nell’agosto del 2019. Ventiquattr’ore prima, era toccato alla moglie Hillary Clinton, incalzata dai deputati sui rapporti dell’ex coppia presidenziale con Epstein e con la sua complice Ghislaine Maxwell. L’ex presidente ha ricondotto la relazione a una «breve conoscenza con Epstein», conclusa «anni prima che i suoi crimini venissero alla luce», sostenendo di non aver mai compreso «cosa stesse realmente accadendo». «Non avevo idea dei suoi crimini», ha ribadito. E ancora: «So quello che ho fatto e ancora più importante quello che non ho fatto. So quello che ho visto e ancora più importante quello che non ho visto».
Clinton ha rivendicato ignoranza e buona fede, appellandosi anche alla propria storia personale: «Essendo cresciuto in una famiglia in cui si verificavano abusi domestici, non solo non sarei salito sul suo aereo se avessi avuto la minima idea di cosa stesse facendo, ma lo avrei denunciato io stesso e avrei guidato la richiesta di giustizia per i suoi crimini, non per accordi vantaggiosi». E ha aggiunto: «Le vittime non solo meritano giustizia, ma meritano di guarire». Sul coinvolgimento della moglie è stato altrettanto categorico: «Non c’entra nulla con Jeffrey Epstein» e «chiamarla a testimoniare è stato semplicemente sbagliato». La narrazione ufficiale circoscrive i rapporti tra Bill Clinton e Jeffrey Epstein agli anni Novanta e ai primi Duemila, collocandone la fine prima dell’arresto del finanziere in Florida nel 2008. Un arco temporale rassicurante che, nelle intenzioni, dovrebbe separare nettamente la fase delle frequentazioni sociali dall’esplosione pubblica dello scandalo. Tuttavia, le amnesie di Clinton non collimano con i documenti ufficiali, a partire dai registri della Casa Bianca che attestano almeno 17 visite di Epstein. Dopo il gennaio 2001, con la conclusione del mandato presidenziale, i contatti divennero ancora più visibili e documentabili: viaggi internazionali, iniziative filantropiche, incontri pubblici e privati. È proprio in questo passaggio temporale che la vicenda cessa di essere una semplice delimitazione di date e si trasforma in un nodo politico e reputazionale: non conta soltanto quando si siano intrecciati i rapporti con Epstein, ma in quale cornice si siano sviluppati e con quale livello di consapevolezza rispetto alla natura e alla gravità delle sue condotte.
Tra il 2002 e il 2003, Clinton volò ripetutamente sul jet privato di Epstein, il famigerato “Lolita Express”: i registri riportano almeno 17 tratte a suo nome, che alcune analisi stimano in 26-27 spostamenti complessivi considerando segmenti concatenati. Non è il numero in sé a colpire, ma la continuità e il contesto, includendo vere e proprie tournée internazionali. Emblematico il viaggio del 2002 in Africa, presentato come missione su HIV/AIDS e sviluppo, con a bordo anche Kevin Spacey e Chris Tucker. Nello stesso periodo, Clinton frequentò uffici e residenze newyorkesi di Epstein, definendolo in un’intervista un “finanziere di grande successo” e un “filantropo impegnato”. Il capitolo più controverso riguarda Little Saint James, l’isola caraibica privata di Epstein. La principale accusatrice di Epstein, Maxwell e del principe Andrea, Virginia Giuffre, riferì di averlo visto sull’isola poco dopo la presidenza, pur senza accusarlo di abusi sessuali; Maxwell replicò definendo quella ricostruzione “una bugia evidente”. Nel 2020, Vanity Fair, citando l’ex consigliere Doug Band, parlò di una visita sull’isola nel gennaio 2003; l’ufficio di Clinton negò, sostenendo di poter produrre agende e diari di viaggio che non includevano quella tappa. È la zona grigia delle memorie contrapposte, dove ogni documento diventa un’arma e ogni omissione un sospetto.
I contenziosi civili hanno amplificato l’eco. Nel 2016 i legali di Giuffre indicarono Clinton come testimone “chiave” per la “stretta relazione personale” con Epstein e Maxwell, chiedendo formalmente che deponesse; un giudice federale respinse l’istanza. Nei documenti desecretati nel 2024, sempre legati al caso Giuffre, il nome di Bill Clinton compare come “associate”. Poi ci sono le immagini. Nel dicembre 2025, dagli Epstein Files emergono fotografie compromettenti: Clinton a torso nudo in una vasca idromassaggio accanto a una persona dal volto censurato; in piscina con Maxwell e una terza donna oscurata; in piedi con un drink vicino a Epstein. Con l’ultimo rilascio del 30 gennaio 2026, altri scatti lo mostrano mentre riceve un massaggio da una ragazza dal volto coperto. Materiale che non prova reati, ma consolida la prossimità di Bill Clinton con Epstein e il clima informale di quella relazione.
È la prima volta che un ex presidente testimonia sotto giuramento davanti a una commissione congressuale. Il repubblicano James Comer ha ammesso che è stato «molto difficile» ottenere le audizioni di Bill e Hillary, parlando di «sette mesi» di trattative. Intanto, i democratici sollecitano la convocazione di Donald Trump. Avendo già chiamato a deporre sotto giuramento un ex presidente, appare difficile sostenere che la Commissione di vigilanza – sebbene a maggioranza repubblicana – possa esimere Donald e Melania Trump dal confronto con un’indagine i cui sviluppi e le cui conseguenze si preannunciano potenzialmente imprevedibili. In attesa di sviluppi, la vicenda, più che giudiziaria, è ormai simbolica: misura la distanza tra legalità formale e responsabilità morale, tra ciò che “non si è visto” e ciò che forse non si è voluto vedere per almeno tre decenni.
Stellantis, perdite per 22,3 miliardi nel 2025: scattano gli scioperi
Utile netto in perdita, tagli dei bonus e premi ovunque, meno che in Europa. È il risultato registrato nel 2025 da Stellantis, che ha confermato i risultati preliminari rilasciati lo scorso 6 febbraio. L’anno scorso l’azienda ha registrato una perdita netta di 22,332 miliardi di euro, dovuta a 25,4 miliardi di euro di oneri straordinari; i ricavi sono calati del 2%, e per quest’anno non sono previsti dividendi per gli azionisti e bonus per i lavoratori. L’annuncio ha messo in allarme i sindacati, che hanno chiamato una mobilitazione negli stabilimenti di Mirafiori e Pomigliano d’Arco, tra i più colpiti dalla crisi; qui, alcuni reparti hanno deciso di incrociare le braccia per protestare contro le politiche dell’azienda ormai in calo da tempo.
Nello specifico, i ricavi netti dell’azienda si sono attestati a 153,5 miliardi, registrando un calo del 2% sul 2024. Secondo quanto è stato dichiarato dal gruppo, la perdita operativa rettificata è stata di 842 milioni di euro, con un margine Aoi – che misura la reddittività “vera” dell’azienda – negativo dello 0,5 per cento. Il flusso di cassa industriale ha chiuso a -4,5 miliardi. «I risultati dell’esercizio 2025 riflettono il costo della sopravvalutazione del ritmo della transizione energetica e della necessità di reimpostare il nostro business mettendo al centro la libertà di scelta dei clienti», ha affermato l’amministratore delegato Antonio Filosa, evidenziando come «i primi segnali positivi di progresso» si siano iniziati a vedere nella seconda metà dell’anno. A impattare sul bilancio sono stati anche i dazi USA, pari a 1,2 miliardi di euro, così come il calo delle consegne in alcune aree chiave. Maserati, che ha visto una minore domanda in Cina, ha terminato il 2025 con 7.900 vetture consegnate (-3,4%); i ricavi risultano in calo del 30,1%. Al fine di preservare la solidità patrimoniale, il CDA ha autorizzato la sospensione del dividendo per l’anno in corso e l’emissione di obbligazioni ibride fino a 5 miliardi di euro.
La decisione più contestata concerne però direttamente i lavoratori. Il mancato raggiungimento degli obiettivi legati all’Aoi europeo ha comportato l’azzeramento del premio di risultato per i dipendenti italiani, che già nel 2025 hanno dovuto convivere con cassa integrazione e contratti di solidarietà. In alcune aree del mondo, invece, il bonus sarà regolarmente erogato. «Questo conferma che, laddove l’azienda decida di investire, come sta facendo in Nord Africa, anche i salari delle lavoratrici e dei lavoratori ne traggono beneficio», ha denunciato la Fiom-Cgil, secondo cui «è chiara la volontà» di Exor, azionista di riferimento, di un «disimpegno delle attività industriali in Italia». Fim, Uilm, Fismic, Uglm e Aqcfr hanno espresso «grande amarezza» per il mancato riconoscimento e «profonda preoccupazione per il futuro». In una nota unitaria, i sindacati chiedono a Stellantis di «puntare con decisione sui modelli ibridi e di allocarli in tutte le fabbriche italiane» e all’Unione Europea di «adottare i principi di neutralità tecnologica e di libertà di scelta dei consumatori, nonché di abolire immediatamente il famigerato sistema delle multe». La transizione forzata all’elettrico, sostengono, ha «innescato nel settore automotive una crisi senza precedenti».
La reazione dei lavoratori è stata immediata. Ieri pomeriggio, nello stabilimento di Pomigliano d’Arco, molti operai del reparto montaggio hanno incrociato le braccia. «Non percepiremo il premio – hanno spiegato i lavoratori del primo turno – e con il già misero stipendio che ci ritroviamo a fine mese, non siamo disposti a decurtazioni per scioperi che non portano a nulla». Alla Fiom di Mirafiori è stato invece proclamato uno sciopero con uscita anticipata di quattro ore. «Basta con la scusa delle leggi europee, basta con le false parole su “Torino è centrale”, basta con l’incertezza sul futuro e sulle produzioni. Oggi è arrivato un altro schiaffo alle lavoratrici ai lavoratori del gruppo Stellantis», si legge in un volantino.
Le forti criticità sulla situazione della produzione Stellantis nel 2025 erano già emerse a inizio gennaio, quando un report della Fim-Cisl aveva calcolato che gli stabilimenti nazionali del avevano chiuso l’anno con 379.706 veicoli prodotti, facendo registrare un calo del 20% rispetto al 2024. Le autovetture, evidenziava il documento, sono crollate a 213.706 unità (-24,5%), mentre i veicoli commerciali si sono attestati a 166.000 (-13,5%). Un dato che si scontra platealmente con l’obiettivo ministeriale di un milione di veicoli annunciato nel 2023 e che segna un dimezzamento della produzione rispetto a quella fase, in cui si superavano le 750.000 unità.
Dalle rime ai lacrimogeni: quando il rap racconta il conflitto con lo Stato
Detroit, 1989. Dentro la Joe Louis Arena l’aria è elettrica. Migliaia di ragazzi aspettano che inizi il concerto degli NWA (Niggaz With Attitude), il gruppo che in pochi mesi ha trasformato il rap di quartiere in una cronaca brutale delle strade di Los Angeles. Dietro le quinte la tensione è altissima: poco prima dello show la polizia ha fatto sapere agli organizzatori che una canzone non dovrà essere eseguita durante il concerto. Il titolo del pezzo non lascia spazio ad interpretazioni: è Fuck tha Police, il brano che sta infiammando le periferie di tutta la west coast americana. Se la suoneranno, è la minaccia esplicita, il concerto verrà fermato.
Sul palco, Ice Cube prende il microfono e guarda la folla. Non parte subito con la musica. Prima racconta cosa è successo. «Detroit… la polizia dice che non possiamo suonare una certa canzone». La folla reagisce con fischi e urla. «Ma noi siamo gli N.W.A… diciamo quello che vogliamo dire». A quel punto Dr. Dre fa partire l’intro del pezzo e il gruppo attacca il brano con l’ormai celeberrimo: «Fuck tha police coming straight from the underground…». L’arena esplode.
Il brano dura pochi secondi prima che la situazione precipiti. Nel caos del concerto qualcuno fa esplodere dei petardi; per un attimo sembrano colpi di pistola. Gli agenti si muovono verso il palco. La sicurezza cerca di contenere la folla. Gli NWA continuano a rappare finché possono, poi vengono spinti fuori dalla scena tra urla, luci e sirene. Il concerto viene interrotto. La polizia ferma il gruppo più tardi, fuori dall’arena, per un interrogatorio. Non ci saranno arresti, ma il messaggio è chiaro: certe parole non devono essere pronunciate. Il rap, nato nei quartieri marginali delle metropoli americane, non sta più soltanto raccontando la realtà: la sta mettendo direttamente di fronte allo Stato. E quella notte di Detroit, con un microfono acceso e una canzone “proibita”, lo scontro diventa impossibile da ignorare.
Poco dopo, nell’agosto del 1989, un funzionario dell’FBI, Milt Ahlerich, capo dell’ufficio per gli affari pubblici, invia una lettera alla casa discografica Priority Records per protestare contro il contenuto del brano, accusato di incoraggiare violenza contro gli agenti. La lettera non è una vera indagine federale né un procedimento legale: è piuttosto un atto politico e simbolico, ma ebbe un effetto enorme. Quando la notizia diventò pubblica, rafforzò l’immagine degli NWA come il gruppo più pericoloso del mondo (“the world’s most dangerous group”), trasformando il conflitto con la polizia in un elemento centrale della loro identità artistica.
La nascita degli NWA
Gli NWA nascono a metà degli anni Ottanta a Compton, una città della contea di Los Angeles segnata da povertà, traffico di droga, violenza e da un rapporto profondamente conflittuale con la polizia. Il gruppo si forma attorno a cinque figure che diventeranno centrali nella storia del rap: Eazy‑E, Dr. Dre, Ice Cube, MC Ren e DJ Yella. Quando emergono sulla scena, l’hip-hop americano è dominato soprattutto dalla scena della east coast: gruppi come Run‑DMC o i Public Enemy sono già molto influenti, ma il rap non ha ancora raccontato con quella ferocia la vita quotidiana dei quartieri. Gli NWA introducono qualcosa di nuovo: quello che passerà alla storia come un nuovo genere, il “gangsta rap”, creando un flusso nel quale si inserirà una nuova generazione di artisti che seguiranno quella strada: Snoop Dogg, Tupac Shakur, Ice‑T, tra molti altri. Brani come Straight Outta Compton trasformano il rap in una forma di cronaca sociale radicale, raccontata dal punto di vista di chi vive nei quartieri più marginalizzati delle metropoli americane.
Il contesto è fondamentale. Gli Stati Uniti sono nel pieno della War on Drugs lanciata negli anni ’70 da Ronald Reagan, con un enorme aumento delle operazioni di polizia nei quartieri afroamericani e latini. A Los Angeles le tensioni tra comunità nere e forze dell’ordine sono già altissime, ed esploderanno pochi anni più tardi dopo con il caso Rodney King e le rivolte del 1992, esplose in seguito all’assoluzione degli agenti che lo avevano picchiato. In pochi anni il gangsta rap diventerà il linguaggio dominante dell’hip-hop degli anni Novanta. Tutto parte da lì: da un gruppo nato nelle strade di Compton che decide di raccontarle senza filtri, anche quando gli Stati Uniti preferirebbero non ascoltare.

Il processo immaginario alle forze dell’ordine
La canzone Fuck tha Police nasce nel 1988 come una reazione immediata a ciò che i membri del gruppo vivevano ogni giorno. L’idea del brano arriva durante una giornata in studio. Dr. Dre e Ice Cube stavano lavorando ai nuovi pezzi quando MC Ren arrivò furioso: poco prima la polizia lo aveva fermato mentre guidava e gli agenti avevano puntato una pistola contro di lui senza motivo apparente. La forma è una delle intuizioni più brillanti. Invece di limitarsi a insultare la polizia, la canzone è costruita come un processo immaginario: la polizia viene messa sul banco degli imputati. Un giudice annuncia il processo e, uno dopo l’altro, i membri del gruppo portano la loro testimonianza contro gli agenti. Ogni strofa è quindi una deposizione: Ice Cube denuncia il razzismo della polizia; MC Ren ne racconta le intimidazioni; Eazy-E chiude il brano con un attacco diretto agli agenti che abusano del loro potere. L’effetto è quello di un atto d’accusa collettivo.
Anche il rap italiano – pur dentro un contesto storico e sociale molto diverso – ha sviluppato nel tempo un proprio filone in cui la musica diventa racconto del conflitto con lo Stato e con le forze dell’ordine. Non si tratta quasi mai di un attacco sistematico e frontale come quello nato nelle periferie afroamericane, ma di una tensione che emerge a ondate, seguendo le fratture della società italiana: i movimenti degli anni Novanta, le piazze del G8, le periferie metropolitane raccontate dalla street culture.
Il conflitto nel rap italiano
I primi segnali arrivano all’inizio degli anni Novanta, quando l’hip-hop italiano è ancora profondamente intrecciato ai centri sociali e ai movimenti antagonisti. Nel 1992 gli Isola Posse All Stars pubblicano Stop al panico, uno dei primi brani rap italiani in cui la repressione poliziesca e la criminalizzazione dei movimenti entrano esplicitamente nel racconto musicale. È un rap militante, figlio della stagione delle occupazioni e delle piazze. Un anno dopo, a Napoli, i 99 Posse portano quello stesso spirito dentro Curre curre guagliò, un pezzo che diventerà un vero e proprio inno delle manifestazioni degli anni Novanta. È lo stesso anno in cui il rapper torinese Frenkie Hi energy pubblica Fight da faida dove gioca con il linguaggio dell’hip-hop americano ma lo trasporta dentro una realtà tutta italiana, dove la criminalità organizzata e i conflitti territoriali diventano parte del racconto urbano.
Nel frattempo, però, il rap italiano comincia a raccontare anche un’altra realtà: quella delle periferie urbane. Nel 1994 i Sangue Misto pubblicano l’album SXM, considerato uno dei dischi fondativi dell’hip-hop italiano. Tra i brani più emblematici c’è Lo straniero, che introduce uno sguardo nuovo: quello di chi vive ai margini della città, tra diffidenza verso le istituzioni e senso di estraneità rispetto al resto della società. «Resto fuori dalla moda e dallo stadio, fuori dai partiti e puoi giurarci io non sono l’italiano medio», canta un giovane Neffa. Nello stesso anno vale la pena ricordare anche Che sta succedendo, di Lou X.

L’odio e la banlieue parigina
Siamo nel momento in cui le periferie europee vengono raccontate dal film capolavoro L’odio, di Mathieu Kassovitz, che, con un giovane Vincent Cassel come protagonista, vincerà il premio per la miglior regia al Festival di Cannes del ’95. È il racconto di 24 ore nella banlieue parigina, all’indomani di violente proteste seguite al ferimento di un ragazzo, Abdel, da parte della polizia. Una giornata immersiva nelle difficoltà quotidiane di un quartiere in rivolta, con scene e dialoghi rimasti epici. «Pure la polizia che vedi in giro, mica sta là per pestarvi, ci sta per proteggervi», dice un poliziotto ai protagonisti, con Hubert che gli risponde: «Come no, e da voi chi ci protegge?». Il light motive raccontato dall’inizio del film, mentre una molotov cade sul pianeta terra, incendiandolo è: «Fino a qui tutto bene… Il problema non è la caduta, ma l’atterraggio». Nelle 24 ore, due dei tre amici passano il tempo a cercare di convincere Vinz, che dopo i disordini ha trovato la pistola persa da un agente, che, anche se Abdel morisse, “vendicarlo” uccidendo un poliziotto non servirebbe a nulla, perché «l’odio chiama l’odio». Alla fine del film Vinz cede, e consegna la pistola a Hubert, l’amico più saggio. In quel momento vengono fermati da una volante. Un poliziotto, riconosce Vinz, che l’aveva schernito poche ore prima e gli punta una pistola alla testa. Parte un colpo. Vinz muore. Hubert tira fuori la pistola e la punta alla testa del poliziotto, che fa lo stesso con lui. L’inquadratura si sposta su Said che prima osserva la scena terrorizzato, poi chiude gli occhi mentre sullo sfondo si sente lo sparo. Non si saprà chi uccide chi, e nemmeno conta più di tanto, perché la spirale di violenza, ormai, è già ripartita. Una delle scene leggendarie del film vede il dj Cut killer affacciato una finestra con piatti e giradischi, con la maglietta dei Cypress Hill addosso. Nel film recita mixando in diretta una canzone che assembla Sound of tha police di KRS-One, che in francese suona molto simile all’espressione “Assassin de la police”; Je Glisse del gruppo francese Assassin, Police degli NTM, e addirittura Je Ne Regrette Rien di Édith Piaf.
Tornando in Italia, alla fine del decennio la tensione diventa più esplicita. Nel 1998 DJ Gruff, figura centrale della prima scena hip-hop italiana, pubblica Lo sbirro, uno dei primi brani in cui la polizia entra direttamente nel racconto urbano del rap. Non è più soltanto il linguaggio della protesta organizzata: è lo sguardo di chi vive la città dal basso, dove il rapporto con le istituzioni è fatto di controlli, diffidenza e tensione quotidiana.

L’Italia e la fine degli anni ‘90
Lo stesso clima attraversa il rap romano di fine anni Novanta. Nel 1999 i Colle der Fomento pubblicano Più forte delle bombe, un pezzo che incarna perfettamente la durezza di quella stagione. Tra le barre più esplicite compare anche una frase che riecheggia direttamente l’attitudine antagonista dell’hip-hop più radicale: «È l’Hip Hop più classico, tipo: fanculo ad ogni sbirro».
Poi arriva il 2001, e il rapporto tra piazza e forze dell’ordine entra in una fase completamente nuova. Il G8 di Genova 2001 diventa uno spartiacque nella memoria collettiva italiana. Le immagini degli scontri, la morte di Carlo Giuliani, le violenze della polizia alla scuola Diaz e nella caserma di Bolzaneto segnano profondamente un’intera generazione. Anche il rap ne assorbe l’impatto: ne scrivono e cantano Moder, Signor K, gli Assalti Frontali, Kento, Ted Bundy e più tardi Inoki, giusto per fare qualche esempio.
Negli anni successivi il conflitto con lo Stato cambia ancora forma. Non passa più soltanto dalle piazze, ma si sposta dentro il racconto delle metropoli e delle periferie. A Milano i Club Dogo raccontano una città segnata da tensioni sociali e controllo urbano in brani come Cronache di resistenza (un verso su tutti: «Noi, generazione post BR figli della bomba, voi, generazione di PR figli della bamba») e Hardboiled («Io sono il colpo rotto che inceppa la Glock, in mano ad uno sbirro che spara ad un black bloc», canta sempre Jake la Furia). A Roma, qualche anno dopo, quella stessa tensione prende una forma ancora più cupa nel rap di Noyz Narcos, che in Attica descrive la città come una prigione a cielo aperto, evocando perfino il nome della celebre rivolta carceraria americana del 1971.
Nel 2004 il successo nazionale di La pula bussò, di Fabri Fibra, non fa altro che inscenare un controllo delle forze dell’ordine a casa di un ipotetico fumatore di cannabis. Nel 2005 Inoki canta: «Hanno messo Starsky & Hutch sulle nostre tracce, in questura su un quaderno con le nostre facce» in Non mi avrete mai. Nel 2011 esce Non siete stato voi di Caparezza, con il verso: «Non siete Stato voi, uomini boia con la divisa che ammazzate di percosse i detenuti»: Stefano Cucchi era stato appunto ammazzato di botte in carcere solo due anni prima.
Il filo che lega tutte queste rime resta lo stesso. Cambiano i contesti, cambiano le città, cambiano perfino le ragioni del conflitto. Ma ogni volta che il rap torna a raccontare il potere dal punto di vista di chi lo subisce, riaffiora la stessa intuizione originaria: che nelle crepe delle città, tra sirene, controlli e rabbia sociale, la musica può diventare molto più di una colonna sonora. Può diventare una testimonianza. E, qualche volta, perfino un atto di resistenza, raccontato proprio da quei luoghi in cui il potere si presenta sempre con una divisa, ma quasi mai con una risposta.
Milano, deraglia un tram: un morto e decine di feriti
A Milano, in Viale Vittorio Veneto, un tram è uscito dai binari, schiantandosi contro un edificio. Dopo l’incidente, una persona è morta e almeno 20 sono rimaste ferite, alcune delle quali in condizioni gravi. Il tram faceva parte della linea 9, che collega piazza della Repubblica a Porta Venezia. La situazione è ancora confusa: secondo quanto comunica l’agenzia di stampa Ansa, il mezzo avrebbe investito delle persone, che sarebbero rimaste incastrate sotto di esso; sul posto sono arrivati soccorsi e diverse ambulanze.
Von der Leyen scavalca l’Eurocamera e annuncia l’applicazione provvisoria di UE-Mercosur
«Lo avevo già detto: quando loro saranno pronti, noi saremo pronti. La Commissione procederà all’applicazione provvisoria dell’accordo». Così la presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen ha annunciato l’applicazione provvisoria parziale del trattato commerciale tra Unione e Mercosur, il blocco economico degli Stati sudamericani. L’annuncio arriva dopo un’intesa raggiunta con alcuni dei capigruppo del Parlamento UE e dopo la ratifica dell’accordo da parte di Uruguay e Argentina. Con tale decisione, l’UE potrà iniziare a implementare provvisoriamente la carta con i Paesi del blocco Mercosur che la hanno già ratificata, in attesa di tutte le firme; a mancare tuttavia, è anche la ratifica finale dell’Eurocamera, che lo scorso gennaio ha deferito l’accordo alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea. «Si tratta di un’acquisizione di potere antidemocratica senza precedenti», commenta Manon Aubry, portavoce dell’eurogruppo La Sinistra, giudicando l’applicazione di misure provvisorie un tentativo di scavalcare le istituzioni comunitarie.
L’annuncio di von der Leyen è arrivato oggi, 27 febbraio. La decisione della Commissione segue una settimana di consultazioni con i membri del Consiglio e i vertici degli eurogruppi. Dal punto di vista legale, essa si basa sul via libera alla firma dell’accordo da parte del Consiglio arrivata lo scorso 9 gennaio anche grazie al voto dell’Italia: «In base alla decisione adottata oggi», si leggeva allora in un comunicato, «l’UE firmerà l’accordo e applicherà gran parte dei capitoli politici e di cooperazione in via provvisoria, in attesa del completamento delle procedure di ratifica». Dopo la comunicazione di von der Leyen di oggi, un portavoce della Commissione ha spiegato che l’applicazione inizierà a entrare in vigore due mesi dopo il primo scambio di note verbali tra UE e Uruguay (il primo Paese che ha ratificato l’accordo); il portavoce ha affermato di non essere ancora a conoscenza delle tempistiche entro cui dovrebbe avvenire questo passaggio. A partire da allora, in ogni caso, l’UE inizierà a implementare i termini dell’accordo con i Paesi che lo hanno già ratificato. In questo momento – oltre a Uruguay e Argentina – si attendono le firme di Brasile e Paraguay.
La decisione di applicare provvisoriamente il trattato UE-Mercosur è stata criticata dagli eurogruppi e dai Paesi che si oppongono all’accordo; tra questi ultimi, il primo a esporsi è stato il presidente francese Emmanuel Macron da sempre contrario all’intesa: «Non difenderò mai un accordo permissivo verso le importazioni e duro verso la produzione interna», ha detto Macron, giudicando la scelta della Commissione «inadeguata». A venire contestata è proprio la modalità con cui von der Leyen ha deciso di approvare l’applicazione parziale del trattato: «Il più grande accordo di libero scambio della storia viene attuato senza un voto dei parlamenti nazionali o del Parlamento europeo né il parere della Corte di giustizia dell’UE; è una cosa gravissima», ha commentato Aubry. Lo scorso 21 gennaio, infatti, il Parlamento Europeo aveva bloccato la ratifica dell’accordo rinviandolo alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea, che presumibilmente rilascerà le proprie decisioni fra mesi; la stessa Eurocamera deve ancora procedere con l’esame del contenuto e votare per la sua approvazione, che arriverebbe solo dopo un eventuale semaforo verde dalla Corte.
L’accordo UE-Mercosur intende liberalizzare il commercio tra i due raggruppamenti di Paesi. Esso eliminerebbe la maggior parte delle tariffe sui prodotti del settore agroalimentare e su quelli industriali, snellirebbe la burocrazia, favorirebbe i trasporti, alleggerirebbe i controlli, e incentiverebbe il settore telecomunicativo. Il risultato sarebbe la nascita di una delle maggiori aree di libero scambio del mondo, che interesserebbe 700 milioni di consumatori. Nei mesi, è stato duramente contestato dagli agricoltori europei che temono di subire gli effetti della liberalizzazione commerciale sotto forma di aumento dei prezzi, perché ritengono che i beni sudamericani verrebbero favoriti dal mercato per i minori controlli su pesticidi e sul processo produttivo a cui sono soggetti, finendo dunque per fare concorrenza sleale ai prodotti locali.
La Polonia approva il prestito europeo per il riarmo
Il parlamento polacco ha approvato una proposta di legge per istituire un meccanismo di accesso ai fondi dell’Unione Europea stanziati nell’ambito del piano di riarmo. Il disegno di legge consente alla banca statale per lo sviluppo di gestire un fondo che eroghi il denaro. Esso sblocca la richiesta di prestito della Polonia all’UE relativa al fondo SAFE del piano di riarmo. Il Paese accederebbe a 43,7 miliardi di euro. La legge può essere ancora bloccata dal presidente del Paese, con cui il governo è entrato in collisione proprio riguardo agli interventi di Bruxelles in materia di difesa.
Negli USA non sta succedendo niente sugli scandali degli Epstein Files
Oltre tre milioni di pagine desecretate il 30 gennaio 2026. Un archivio imponente che avrebbe dovuto segnare una svolta storica nel caso Epstein. E, invece, negli Stati Uniti non sta succedendo nulla. A parte l’audizione “show” davanti alla commissione Giustizia della Camera della procuratrice generale Pam Bondi, le schermaglie politiche e la testimonianza dell’ex Segretario di Stato Hillary Clinton al Congresso, in attesa di quella del marito Bill, non si registrano arresti eccellenti né nuove incriminazioni di peso. Mentre in Europa gli Epstein Files stanno coinvolgendo figure di primo piano, oltreoceano la loro diffusione ha suscitato grande attenzione mediatica senza, però, provocare scossoni giudiziari.
L’FBI e il Dipartimento di Giustizia statunitense, già nel luglio 2025, avevano dichiarato di non aver individuato alcuna “lista clienti” incriminante e di non disporre di prove sufficienti per procedere contro terzi non già accusati. Una posizione ribadita di fatto dopo la pubblicazione dei nuovi documenti del 30 gennaio. Le motivazioni ufficiali sono formalmente “tecniche”: molte informazioni contenute nei files si basano su fonti o testimonianze indirette, e su materiale non immediatamente ammissibile in tribunale senza il consenso dei testimoni. Costruire un impianto accusatorio solido, spiegano gli esperti, richiede prove dirette e dichiarazioni formalizzate. A questo si aggiungono ostacoli strutturali. L’accordo di non perseguibilità del 2008, che garantì a Epstein e ai suoi collaboratori una protezione federale estesa, ha limitato per anni il perimetro investigativo. Molti dei reati documentati risalgono a decenni fa e risultano oggi prescritti. Il risultato è un’operazione di trasparenza soltanto formale, che non produce nuove responsabilità giudiziarie. Fa eccezione lo Stato del New Mexico, che ha deciso di avviare un’indagine per accertare se nel territorio limitrofo a Santa Fe siano stati sepolti i corpi di due donne, presumibilmente uccise durante un rapporto sessuale sadomaso, come sostenuto da una segnalazione anonima inviata il 21 novembre 2019 al conduttore radiofonico Eddy Aragon, proveniente da una persona che si è qualificata come ex dipendente dello Zorro Ranch.
Il confronto con l’Europa è inevitabile. Nel Regno Unito, l’ex principe Andrea è stato arrestato e poi rilasciato nell’ambito di un’indagine per misconduct in public office; similmente l’ex ambasciatore ed ex ministro Lord Peter Mandelson è stato posto sotto fermo e rilasciato su cauzione. Il CEO del World Economic Forum, Børge Brende, è stato costretto a dimettersi. In Norvegia risultano indagati l’ex primo ministro Thorbjørn Jagland – a cui il Comitato dei Ministri ha revocato l’immunità – e l’ambasciatrice norvegese in Giordania e Iraq, Mona Juul, che si è dimessa dal suo ruolo. Epstein avrebbe lasciato nel suo testamento 10 milioni di dollari ai due figli di Juul, avuti con il marito, anch’egli diplomatico ed ex mediatore dei colloqui di Oslo, Terje Rød-Larsen, il cui consigliere, Fabrice Aidan, risulta ora indagato in Francia. Dai documenti desecretati emerge che, mentre l’alto funzionario francese lavorava all’ONU, a New York, forniva regolarmente a Epstein informazioni, documenti e rapporti confidenziali dell’organizzazione internazionale. Intanto, in Francia, lo scandalo ha travolto anche l’ex ministro della cultura Jack Lang, che ha lasciato la direzione dell’Istituto del mondo arabo di Parigi. La procura ha aperto un’inchiesta con l’accusa di frode fiscale aggravata anche per Caroline Lang, figlia dell’ex ministro, che ha ricevuto da Epstein fondi in una sua società offshore.
Il dato è politico e giudiziario insieme: in Europa le rivelazioni sugli Epstein Files stanno producendo conseguenze concrete, con procure attive tra indagini, audizioni e perquisizioni. Negli Stati Uniti, al contrario, domina l’inerzia, che alimenta lo scontro politico e la delusione della base MAGA, convinta di trovarsi di fronte a un insabbiamento. Da qui la domanda centrale: come può il più vasto rilascio documentale della recente storia giudiziaria americana non tradursi in nuovi imputati di peso? La spiegazione ufficiale richiama limiti probatori e prescrizioni; quella ufficiosa parla di un imbarazzo strutturale, perché molti dei nomi citati nei file gravitano nel cuore del potere politico ed economico statunitense. Tra questi figurano Larry Summers, ex Segretario al Tesoro ed ex presidente di Harvard, Howard Lutnick, attuale segretario al Commercio, l’ex presidente Bill Clinton e l’attuale inquilino della Casa Bianca Donald Trump, oltre a grandi magnati come Leslie Wexner, fondatore di Victoria’s Secret, e Leon Black, ex CEO di Apollo Global Management.
L’ex candidata alla presidenza ed ex segretaria di Stato Hillary Clinton testimoniando giovedì al Congresso in una commissione che indaga sui rapporti di Jeffrey Epstein ha respinto qualsiasi legame personale con Epstein, definendo Ghislaine Maxwell come una semplice “conoscente”, nonostante questa fosse addirittura presente al matrimonio della figlia, Chelsea Clinton. A oggi, l’unica figura centrale ad aver subito una condanna rilevante è proprio Maxwell. E mentre circolano indiscrezioni su una possibile grazia presidenziale per l’ex compagna e complice di Epstein, l’inchiesta che avrebbe dovuto scoperchiare un sistema e incrinare il presunto “Deep State” rischia di chiudersi con un unico capro espiatorio e con ricadute limitate all’Europa. In un dossier che sfiora le élite politiche, finanziarie e istituzionali dell’Occidente, proprio l’assenza di conseguenze concrete finisce per diventare l’aspetto più eloquente.









