giovedì 5 Marzo 2026
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Nablus, coloni uccidono due palestinesi

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Due fratelli palestinesi sono stati uccisi da alcuni coloni israeliani durante un attacco al villaggio di Qaryut, a sud di Nablus. Il Ministero della Salute palestinese ha annunciato l’uccisione di Mohammad Taha Abdul-Majid Muammar, 52 anni, colpito da un proiettile alla testa, e di suo fratello Fahim, 47 anni, sparato al bacino. Come riferisce l’agenzia Wafa, nell’attacco sono stati sparati colpi anche sulle abitazioni.

Bologna: la polizia sgombera con la violenza il presidio per la tutela del parco

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Alle prime luci dell’alba, le operazioni di polizia hanno messo fine alla mobilitazione degli attivisti al parco Mitilini-Moneta-Stefanini, nel quartiere Pilastro di Bologna. A partire dalle 6.30, agenti in tenuta antisommossa supportati da mezzi blindati hanno fatto irruzione nell’area occupata da giorni dal comitato MuBasta per opporsi alla costruzione del nuovo Museo dei bambini (Muba), un progetto fortemente promosso dall’amministrazione comunale. Secondo i manifestanti, il bilancio dello sgombero è di sei persone condotte in Questura e almeno un ferito, soccorso dal 118 e successivamente trasportato in ospedale. Decine di residenti si sono radunati sul posto per protestare contro l’intervento delle forze dell’ordine, dando vita a momenti di alta tensione.

Lo sgombero, rapido ma concitato, è sfociato in colluttazioni. I presenti hanno raccontato che, in seguito all’arrivo di un furgone dell’impresa incaricata dei lavori, la polizia ha circondato il campo occupato, obbligando gli attivisti ad abbandonare le tende con spinte e cariche. Gli agenti hanno poi smantellato le strutture del presidio. Nel frattempo, nuovi jersey di cemento venivano posizionati per delimitare l’area e i tir con i materiali edili si apprestavano a riallestire il cantiere. Nelle ore successive, a ogni modo, la situazione è rimasta calda, con circa venti attivisti che hanno manifestato davanti alla Questura contro i fermi, srotolando uno striscione con la scritta «Tutti liberi. Difendere un parco non è reato». Ad alcuni manifestanti è stato inizialmente negato di recuperare i propri effetti personali dalle tende rimosse.

La vicenda prende le mosse da quanto avvenuto nei giorni scorsi, quando il taglio di alcuni alberi per far posto al cantiere del Muba aveva scatenato le proteste del comitato. Nello specifico, gli attivisti hanno denunciato la perdita di verde pubblico, contrapponendosi all’ennesimo caso di cementificazione. Dopo l’abbattimento delle piante, i dimostranti avevano occupato lo spazio con tende e attivitĂ , arrivando a ripiantare gli alberi espiantati. La risposta del Comune era stata dura: l’assessora Matilde Madrid aveva parlato di «sabotaggio» per alcuni presunti atti vandalici, mentre il presidente del quartiere Andrea Serra aveva tentato una mediazione. Che, come dimostra lo sgombero di stamane, è evidentemente fallita.

Tra i feriti figura Sergio Spina, ex capogruppo di Rifondazione comunista in Provincia, che ha riportato un infortunio alla spalla. «Ho allungato un braccio per ripararmi, per frenare l’impeto con cui stavano arrivando e il risultato è questo», ha dichiarato l’uomo. «Hanno caricato con gli scudi gente che non aveva nulla con cui difendersi. Non c’era alcuna necessitĂ  di intervenire in quel modo». Bersaglio delle sue critiche l’amministrazione comunale: «Se la prima persona della giunta che ha parlato di questa vicenda è stata l’assessora alla Sicurezza questo la dice lunga su come l’amministrazione affronta queste vicende. Noi continueremo il presidio e questa battaglia perchĂ© lo sviluppo di una cittĂ  non può essere portato avanti in questo modo, cancellando spazi verdi e costruendo strutture che non hanno niente a che fare con la storia sociale del quartiere».

A livello politico, Potere al Popolo ha pubblicato sui social una dura nota accompagnata da un video degli scontri, scrivendo: «Quello a cui abbiamo assistito questa mattina è gravissimo: non solo un primo assaggio del clima repressivo che si sta imponendo con il cosiddetto decreto sicurezza, ma una vera dimostrazione di forza che sostituisce ogni reale percorso di confronto». Nel testo si aggiunge che da oltre due mesi residenti e cittadini chiedono un dialogo sul futuro dell’area verde, opponendosi alla «privatizzazione degli spazi pubblici», e che le parole su partecipazione ed ecologia della giunta Lepore «si scontrano con una realtĂ  fatta di manganelli, sgomberi e militarizzazione dei quartieri». SolidarietĂ  verso il comitato è stata manifestata anche dai Verdi, che si sono uniti al coro di critiche contro la giunta: «Solo le dimissioni potrebbero salvare la faccia a chi amministra Bologna, ma sappiamo che rimarranno tutti al loro posto, perchĂ© neanche calpestare i propri cittadini fa provare vergogna», hanno dichiarato.

Questi episodi ricordano da vicino quanto avvenuto nel corso del 2024 al Parco Don Bosco di Bologna, dove per mesi gli attivisti avevano presidiato il verde pubblico. Qui avrebbero infatti dovuto attivarsi le motoseghe, al fine di abbattere 42 alberi per aprire alla costruzione di una nuova scuola media. La protesta degli abitanti e dei comitati era culminata in un grande presidio: anche in quel caso c’erano stati intensi scontri, con cariche di agenti in tenuta antisommossa. Dopo settimane di mobilitazione cittadina, un confronto serrato con il sindaco Lepore aveva infine portato alla sospensione dei lavori, salvando il parco dal cemento.

Biomicrochip prodotti da cellule cerebrali dimostrano di saper giocare a Doom

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Non è raro sentir parlare di chip impiantati nel cervello umano. Molto meno comune è invece discutere di come le cellule cerebrali possano essere impiantate su di un chip. I computer ibridi che integrano neuroni viventi restano oggigiorno un terreno di ricerca sperimentale, lontano da applicazioni immediate, tuttavia il settore sta avanzando rapidamente e le aziende coinvolte continuano a mostrare risultati sempre più sorprendenti. L’ultimo traguardo? Un chip organico capace di imparare a giocare a Doom, classico videoludico degli anni Novanta.

Il risultato è stato presentato da Cortical Labs, azienda che si propone come alternativa futuristica alle reti neurali tradizionali e all’intelligenza artificiale, puntando su un sistema di “intelligenza effettiva” ottenuto coltivando cellule cerebrali direttamente sulla superficie di un semiconduttore. Secondo le promesse dell’impresa, una volta perfezionati, questi chip saranno in grado di elaborare informazioni più rapidamente e a costi energetici inferiori rispetto alle soluzioni oggi in commercio. Richiederanno meno elettricità e avranno bisogno di quantità ridotte di dati di addestramento per portare a termine compiti complessi.

Nel 2022 lo stesso laboratorio aveva già attirato l’attenzione replicando il classico esperimento che accomuna molte realtà impegnate negli innesti cerebrali: una partita a Pong. Con una differenza sostanziale, però. In quel caso non ci si trovava davanti a una scimmia addestrata a giocare, ma era direttamente il chip a controllare la pallina. Il popolo della rete aveva subito colto l’occasione per riesumare un meme caro ai videogiocatori e agli appassionati di tecnologia, chiedendo se il prodotto fosse in grado di sostenere il videogame Doom. Con il passare degli anni, il titolo è infatti diventato la prova del nove per qualsiasi dispositivo elettronico, dai frigoriferi ai test di gravidanza, fomentando una visibilitá virale delle acrobazie che alcuni programmatori riescono a imbastire. 

Missione compiuta. Cortical Labs ha sviluppato un’interfaccia che semplifica drasticamente la programmazione dei suoi chip, allineandoli di fatto allo standard di scrittura codici di Python. A quel punto è bastato l’intervento di un programmatore indipendente per addestrare il biochip e ottenere un risultato funzionante. Secondo quanto riportato dai ricercatori, le prestazioni restano lontane da quelle di un gamer esperto, ma il traguardo è comunque significativo: l’esperimento avrebbe utilizzato appena un quarto dei neuroni impiegati nella dimostrazione di Pong, richiesto tempi di addestramento molto più brevi ed sarebbe stato condotto da una persona non specializzata negli aspetti scientifici del dispositivo. In sostanza, più che rivendicare un salto di potenza, l’azienda mette in evidenza un’ottimizzazione del processo applicativo che rende i semiconduttori più accessibili e funzionali. Un passaggio essenziale per comprendere potenzialità e limiti tecnici degli stessi.

Come spesso accade in questi ambiti, l’operazione in riguardante Doom ha soprattutto una funzione promozionale: serve a dare visibilità a progetti che, altrimenti, rischierebbero di restare confinati nei laboratori e noti soltanto a una ristretta cerchia di accademici. Prima che strumenti di questo tipo trovino applicazioni diffuse passerà probabilmente molto tempo. Basti pensare che la popolarissima – e abilmente pubblicizzata – Neuralink aveva mostrato al mondo la sua versione di una partita a Pong già nel 2021, mentre la produzione su larga scala degli impianti cerebrali, stando alle dichiarazioni del proprietario Elon Musk – soggetto non esattamente famoso per la precisione delle sue previsioni –, dovrebbe prendere piede solamente quest’anno.

Sorvolando sul dilemma etico che puntualmente riaffiora quando si parla di coltivazione cellulare, resta ancora da chiarire in dettaglio come i biochip processino le informazioni, se la loro operatività sia assimilabile a quella dei semiconduttori tradizionali o se richieda preferibilmente un paradigma di gestione completamente diverso, pensato per interfacciarsi con una dimensione tecnologica inedita. Quel che è certo è che la dimostrazione goliardica di Cortical Labs ha mostrato come un sistema biologico sia già in grado di gestire un livello di complessità non trascurabile – una premessa che apre la strada a ipotesi applicative più articolate e, per ora, ancora tutte da esplorare.

Repubblica Democratica del Congo, attacchi contro un aeroporto

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L’aeroporto della cittĂ  di Kisangani, nella Repubblica Democratica del Congo, è stato preso di mira da un attacco con droni. A dare la notizia sono le autoritĂ  del Paese, che hanno accusato il movimento ribelle dell’M23 dell’attacco. Kisangani si trova nell’area nordorientale del Paese, lontano dalla linea dell’avanzata portata avanti dall’M23 lo scorso anno. L’attacco all’aeroporto arriva in un momento di tensione tra le parti, nonostante l’accordo di cessate il fuoco siglato tra RDC e Ruanda, Paese accusato di sostenere l’M23, con la mediazione di Trump: negli scorsi giorni una milizia accusata di essere sostenuta dall’esercito regolare ha attaccato postazioni minerarie controllate dai ribelli.

PerchĂ© la chiusura dello Stretto di Hormuz è un problema per l’economia globale

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Con lo scoppio della guerra nella regione mediorientale, si è tornato a parlare di una possibile chiusura dello Stretto di Hormuz. I pasdaran iraniani hanno annunciato che il traffico nel bacino è «praticamente» fermo, e hanno attaccato petroliere britanniche e statunitensi che transitavano nell’area, senza tuttavia formalizzare la chiusura dello Stretto. Oggi si contano diverse petroliere ferme all’ingresso e all’uscita di Hormuz, e il passaggio di navi risulta notevolmente diminuito. Una chiusura totale dello Stretto comporterebbe effetti diretti sull’economia mondiale. Da Hormuz passa circa il 20% del petrolio globale, e il 30% di quello commerciato via mare. Le tensioni e la riduzione del traffico nel passaggio hanno fatto schizzare il prezzo del gas all’ingrosso, che in apertura ha registrato un +22%, con picchi del +50%. Le stesse quotazioni del petrolio sono salite notevolmente, toccando quota +13%.

Contrariamente a quanto riportano diversi media, lo Stretto di Hormuz non pare ancora chiuso completamente. Dando un’occhiata sul sito di monitoraggio marittimo Marine Traffic, si può notare un gran numero di navi e petroliere stazionate da una parte e dall’altra dello Stretto, ma anche qualche imbarcazione che starebbe intraprendendo tale rotta. Nonostante ciò, sabato stesso, con l’inizio della guerra dopo gli attacchi israeliano-statunitensi, i pasdaran hanno annunciato che lo Stretto è «praticamente chiuso», menzionando insicurezze da parte delle imbarcazioni e delle petroliere, che vista la situazione di tensione stavano evitando di navigare nell’area. Dopo tale annuncio, è iniziato a circolare un audio attribuito alle stesse Guardie Rivoluzionarie, che dichiaravano il passaggio chiuso. L’Indipendente non è riuscito a verificare tale audio. Tra ieri e oggi, tuttavia, l’Iran ha attaccato tre petroliere degli Stati Uniti e del Regno Unito nella regione del Golfo Persico e dello Stretto di Hormuz, confermando di stare impedendo il passaggio alle navi battenti bandiere di Paesi nemici.

In ogni caso, che lo Stretto sia stato chiuso formalmente o no, il traffico nella zona risulta pressochĂ© fermo, e le stesse organizzazioni marittime internazionali e nazionali hanno sconsigliato alle petroliere di navigarvi: l’Organizzazione Marittima Internazionale (IMO) ha dichiarato che, «dove possibile, le imbarcazioni dovrebbero evitare di transitare nella regione interessata finchĂ© le condizioni non miglioreranno»; il Dipartimento dei Trasporti Marittimi statunitense ha raccomandato alle navi di tenersi a distanza dall’area sin da sabato; analogamente, l’omologo dipartimento britannico (UKMTO) ha chiesto alle navi di approcciare lo Stretto con cautela. Gli effetti del sostanziale blocco del traffico sullo Stretto si stanno facendo sentire: oggi QatarEnergy ha annunciato la chiusura momentanea della produzione a causa dello stop al traffico, facendo aumentare il prezzo del gas all’ingrosso in Europa del 50%; il prezzo del petrolio è invece aumentato fino al 13%. La situazione è ancora troppo fresca per incidere sui portafogli delle singole famiglie, ma se non dovesse smuoversi, potrebbero iniziare a farsi sentire effetti collaterali.

Lo Stretto di Hormuz sabato 28 febbraio; i punti rossi rappresentano le petroliere stazionate o in transito.

Lo Stretto di Hormuz si trova tra l’Iran e la Penisola arabica e separa il Golfo di Omana sud-este il Golfo Persicoad ovest. Il passaggio è largo circa 30 chilometri e presenta caratteristiche morfologiche che lo rendono adatto al transito delle grosse navi petrolifere; si colloca inoltre in un’area fortemente strategica, all’entrata del Mar Arabico: petrolio e gas naturale dei Paesi del Golfo devono infatti necessariamente passare da lì se vogliono uscire in mare e venire commerciati. Negli ultimi anni con la scoperta di nuovi giacimenti e il conseguente incremento delle attivitĂ  esplorative ed estrattive nella Penisola arabica, lo Stretto ha acquisito sempre piĂą centralitĂ . Secondo l’ultimo rapporto del Dipartimento dell’Energia statunitense, nel 2024, il flusso di petrolio attraverso lo Stretto è stato in media di 20 milioni di barili al giorno, corrispondente a circa un quinto del consumo globale di petrolio e a un terzo del petrolio commerciato via mare. Nel 2025, secondo stime parziali, il flusso totale di petrolio attraverso lo Stretto di Hormuz sarebbe rimasto relativamente stabile rispetto all’anno precedente.

Sul versante del petrolio grezzo, il Paese esportatore che verrebbe piĂą danneggiato da una chiusura del flusso dello Stretto è l’Arabia Saudita, che nel 2024 ha trasportato una media di 5,5 milioni di barili al giorno; seguirebbero l’Iraq, che nel 2024 vi ha fatto transitare 3,2 milioni di barili, e gli Emirati e i suoi 1,9 milioni di barili. La maggior parte di questo petrolio va alla Cina, che nel 2024 ha importato 5,4 milioni di barili al giorno, seguita dall’India, con 2,1 milioni; in Europa, nello stesso anno sono arrivati 500mila barili al giorno. Per quanto riguarda il GNL, invece, il produttore che verrebbe piĂą danneggiato sarebbe proprio il Qatar, che risulta dopo gli USA il secondo maggiore esportatore al mondo; nel 2024 ha fatto uscire dallo Stretto 10,7 milioni di barili al giorno. Al primo posto tra gli importatori, di nuovo Cina e India, che nel 2024 hanno importato rispettivamente 2,7 milioni e 2,2 milioni di barili al girono. Anche l’Italia subirebbe l’impatto sullo stop al commercio di GNL: il Belpaese risulta infatti il sesto maggiore importatore di GNL che proviene dall’area, e nel 2024 ha importato 700mila barili al giorno, piĂą di tutto il resto d’Europa.

PIL italiano, ISTAT rivede al ribasso le stime: +0,5% nel 2025

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L’Istat ha diffuso la stima finale del PIL italiano: nel 2025 è cresciuto dello 0,5%, in lieve calo rispetto allo 0,7% indicato a gennaio, una revisione attesa anche per il minor numero di giorni lavorativi rispetto al 2024. Il dato coincide con le previsioni del governo e segue l’aumento dello 0,7% registrato nel 2024 sul 2023. Migliora il rapporto deficit/PIL, sceso dal 3,4% al 3,1%: un segnale positivo, ma ancora sopra il limite europeo del 3%, che mantiene l’Italia nella procedura per deficit eccessivo. Il dato sarà aggiornato ad aprile.

Il Meridione è ancora vittima della morsa del voto di scambio

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L'Italia, si sa, è il Paese in cui sono nate e si sono efficacemente sviluppate le tre associazioni mafiose tradizionali, Cosa Nostra, 'ndrangheta e Camorra. Compagini criminali che, insieme a clan locali e mafie estere, hanno letteralmente colonizzato tutta la Penisola: nessuna regione può ormai dirsi immune alla loro influenza. Eppure, mentre per affari finanziari e riciclaggio le mafie investono nelle città più ricche del Nord, nel Meridione continuano a esercitare un pervasivo controllo del territorio, con un devastante impatto sociale ed economico. La manifestazione più evidente di questo...

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Ex Ilva, operaio 26enne muore dopo essere precipitato nel vuoto

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Un operaio dell’indotto siderurgico, dipendente della ditta Gea Power, è morto in un incidente sul lavoro avvenuto nello stabilimento ex Ilva di Taranto. L’uomo è precipitato da circa dodici metri dopo il cedimento improvviso di un piano di calpestio nell’area dell’agglomerato, dove si preparano i materiali per l’altoforno. Trasportato in gravi condizioni prima all’infermeria interna e poi in ospedale, è deceduto poco dopo. Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria ha espresso cordoglio e annunciato verifiche immediate. Lo scorso 12 gennaio, sempre all’ex Ilva, l’operaio 46enne Claudio Salamida era deceduto in un incidente simile.

Valsusa: tra ritardi e costi sempre piĂą alti la TAV slitta al 2034

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L’entrata in funzione della TAV Torino-Lione slitta al 2034. Lo ha reso noto la società costruttrice TELT, che soltanto pochi mesi fa aveva messo nel mirino il 2032 per la consegna dell’opera. Il ritardo rispetto alle iniziali tabelle di marcia tocca così la soglia dei vent’anni. In questo periodo, stando alle stime della Corte dei Conti Europea, i costi sono lievitati del 127%. Soltanto la tratta transfrontaliera supera gli 11 miliardi di euro, con un incremento del 23% negli ultimi anni. In Italia lo scavo del tunnel principale non è ancora iniziato. A tal proposito, si attende l’arrivo sui cantieri della Tunnel Boring Machine (TBM): la fresa scaverà la roccia e contemporaneamente rivestirà le pareti di cemento armato, preparando la posa dei binari.

A comunicare l’ulteriore slittamento è stato il direttore generale di TELT, Maurizio Bufalini, che ha dovuto correggere le precedenti rassicurazioni: «La previsione è fine TrentatrĂ© per la fine dei lavori e quindi appena sono finiti i lavori la linea viene messa in esercizio, quindi Trentaquattro». Una data che allontana definitivamente le speranze di vedere completata l’infrastruttura nei tempi promessi all’inizio degli anni Duemila, quando l’opera veniva presentata come imminente. Numerose sono le criticitĂ  che negli ultimi anni hanno segnato la realizzazione dell’opera, tra cronoprogrammi disattesi, rallentamenti burocratici e costi fuori controllo. La percentuale di avanzamento resta bassa — circa il 28% dell’opera — con 46 km di gallerie scavati finora, dei quali una ventina appartengono al tunnel del Moncenisio e sono tutti sul versante francese. Le due canne complessive misurano 57 km: la maggior parte del lavoro è stata realizzata oltralpe; sul lato italiano si procede ancora con opere preparatorie e messa in sicurezza.

A fine gennaio, la Corte dei Conti europea aveva bollato il progetto della TAV con dati impietosi, evidenziando un aumento dei costi del 127% rispetto alle stime iniziali (il progetto originario degli anni Novanta prevedeva 5,2 miliardi) e un ritardo cumulato di diciotto anni nella consegna dell’opera. L’analisi, contenuta in un aggiornamento della relazione sulle grandi “infrastrutture-faro” dei trasporti UE, ha delineato un quadro di criticitĂ  condiviso da molti megaprogetti continentali, ma particolarmente problematico per il collegamento transalpino. I costi, giĂ  lievitati a 11,1 miliardi di euro in valuta 2012 (circa 14,7 miliardi a valori correnti), salgono impietosamente. Se si considerano anche le tratte nazionali di accesso, la cifra complessiva raggiunge i 25-27 miliardi, come documentato dai rapporti della Cour des Comptes francese e dai monitoraggi dell’Osservatorio Torino-Lione. Il percorso di rincari accomuna la TAV ad altri colossi infrastrutturali: tra i casi piĂą emblematici, la Rail Baltica, che ha visto i costi quadruplicare (+291%), e il canale Senna-Nord Europa, che fa segnare un +225%.

Intanto emergono nuove criticitĂ  legate alla gestione del territorio. Lo scalo di Orbassano, inizialmente valutato come possibile base operativa, è stato dichiarato indisponibile perchĂ© vincolato ai lavori della Torino-Lione almeno fino al 2034. Una scelta che sottrae per anni un’infrastruttura strategica a funzioni ordinarie, con ricadute sull’intero sistema ferroviario locale. A complicare il quadro si aggiunge la partita industriale tra i colossi ferroviari. Con una delibera del 19 dicembre 2025, l’AutoritĂ  di Regolazione dei Trasporti ha imposto a Rete Ferroviaria Italiana di garantire alla compagnia francese SNCF l’accesso agli impianti del nodo torinese in condizioni «eque e non discriminatorie».

Migliaia di cittadini italiani bloccati in Medio Oriente, la Farnesina attiva la Task Force del Golfo

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L’aggressione israeliano-statunitense all’Iran ha presto scatenato un conflitto su larga scala. La ritorsione iraniana si è abbattuta su tutti i Paesi del Golfo che ospitano basi USA, paralizzando il traffico aereo nella regione e lasciando decine di migliaia di cittadini italiani bloccati in Medio Oriente, tra cui anche un gruppo di 200 studenti coinvolti nel programma “L’ambasciatore del futuro”. Per gestire le richieste dei concittadini, il ministero degli Esteri ha istituito la “Task Force Golfo”, una squadra di emergenza composta da 50 persone che avrĂ  il compito di sostenere le ambasciate e i consolati della regione. Intanto, il ministro della Difesa Guido Crosetto è rientrato in Italia, dopo essere rimasto temporaneamente intrappolato a Dubai senza che nessuno avvertisse lui e il governo italiano dell’imminente inizio di una guerra destinata a espandersi nell’intera Asia Occidentale.

La Task Force Golfo della Farnesina è stata istituita ieri, 1° marzo. In una breve intervista Tajani ha spiegato che la squadra avrĂ  il compito di tenersi in contatto con tutte le ambasciate e i consolati della regione e di gestire le richieste degli italiani alle istituzioni rappresentative del Belpaese nella regione del Golfo e in generale nel Medio Oriente. Secondo Tajani, la situazione piĂą «incerta» per gli italiani sarebbe negli Emirati Arabi Uniti, e specialmente ad Abu Dhabi e a Dubai. Proprio a Dubai era rimasto bloccato il ministro Crosetto, che si trovava nella metropoli finanziaria per prendere la propria famiglia e rientrare in Italia. Trovatosi improvvisamente in zona di guerra, il ministro è rimasto un giorno negli Emirati, per poi recarsi via terra a Mascate, in Oman, da dove è ripartito per l’Italia con volo militare. Ha versato sua sponte «il triplo della tariffa prevista» al Comando del 31esimo stormo di Ciampino, nel tentativo di mettere a tacere le critiche sulla sua assenza durante una delle maggiori crisi regionali degli ultimi anni. Dai banchi dell’opposizione non sono tardate ad arrivare contestazioni e battute ironiche sul fatto che il governo italiano non sapesse niente dell’attacco israeliano-statunitense che avrebbe innescato una guerra in tutto il Medio Oriente.

La Task Force risponderĂ  allo stesso numero dell’UnitĂ  di Crisi della Farnesina, lavorando in coordinazione con essa, e smistando le migliaia di chiamate di assistenza dei cittadini italiani. Nei soli Emirati, nelle aree interessate dai bombardamenti incrociati, vivono 20mila italiani. Nella medesima Dubai sono attualmente presenti 124 studenti liceali minorenni e altri 66 maggiorenni tra studenti, docenti e personale del  Wsc World Student Connection, l’associazione che ha organizzato l’uscita “L’ambasciatore del futuro”. Qui, «sono state messe a disposizione 45 camere all’Hotel Le Meridien e ulteriori 20 camere sono invece prenotate presso un hotel a Bur Dubai», spiega il ministero. «Tutti i giovani sono affidati ai propri tutor e docenti e saranno seguiti 24 ore su 24 dallo staff del Wsc». Negli Emirati è attivo anche il consolato, a cui la Farnesina ha aggiunto cinque linee di emergenza per gestire le chiamate degli italiani. «Tutto è garantito e sostenuto anche economicamente dal governo degli Emirati Arabi Uniti», ha specificato Tajani.

Non è noto quando gli italiani bloccati nella regione potranno rientrare in Italia. Pare tuttavia che lo spazio aereo per i voli civili rimarrĂ  chiuso anche oggi. Oggi stesso, alle 15, Tajani terrĂ  una informativa urgente sulla crisi nel Golfo davanti alle Commissioni Esteri e Difesa del Senato ed Esteri della Camera; il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, invece, ha convocato il Comitato Nazionale per l’Ordine e la Sicurezza Pubblica al Viminale.