sabato 4 Aprile 2026
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PFAS: i Paesi europei (forse) si apprestano a intervenire, lobby permettendo

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L’Unione Europea accelera sul fronte della regolamentazione degli PFAS, i composti chimici sintetici noti come “inquinanti eterni”, approvando nuovi standard di qualità delle acque in parallelo alla pubblicazione di rinnovate raccomandazioni scientifiche dell’Agenzia Europea per le Sostanze Chimiche (ECHA). Secondo l’ECHA, gli PFAS rappresentano un rischio crescente per la salute umana e per l’ambiente. Nel rapporto diffuso dall’agenzia si sottolinea che queste sostanze, in alcuni casi associate a patologie gravi come tumori e disturbi della riproduzione, “persistono a lungo nell’ambiente, percorrono lunghe distanze e contaminano le falde acquifere e il suolo”. La conclusione è che le misure attualmente in vigore non sono sufficienti e servono nuove norme a livello comunitario. Una richiesta finalmente senza mezze misure, tuttavia già avanzata da decenni di battaglie sociali supportate da ormai inespugnabili evidenze scientifiche.

Il Comitato per la Valutazione dei Rischi (RAC) dell’ECHA ha in particolare espresso un parere chiaro sulla proposta di restrizione degli PFAS avanzata nel 2023 da Danimarca, Germania, Paesi Bassi, Norvegia e Svezia: una restrizione ampia, idealmente senza deroghe, sarebbe la misura più efficace per ridurre l’impatto di queste sostanze per- e polifluoroalchiliche. Anche laddove venissero concesse eccezioni, queste comporterebbero “emissioni aggiuntive” e “rischi incontrollati” dato che non esistono livelli sicuri di emissione per queste sostanze. Diverso, ma solo in parte, l’approccio del Comitato per l’analisi socio-economica (SEAC), che nella sua bozza di parere sostiene anch’esso una restrizione ampia, ma accompagnata da deroghe mirate nei casi in cui manchino alternative tecniche o i costi siano considerati sproporzionati. Tuttavia, lo stesso SEAC evidenzia come la scarsità di dati forniti dall’industria renda difficile valutare pienamente l’impatto economico delle restrizioni. La consultazione pubblica su questo parere resterà aperta fino al 25 maggio e il documento finale è atteso entro il 2026. A quel punto, la Commissione europea dovrà tradurre le indicazioni scientifiche in una proposta legislativa nell’ambito del regolamento sulle sostanze chimiche REACH.

In parallelo, il Parlamento europeo ha già approvato nuovi standard sull’inquinamento idrico, inserendo ufficialmente gli PFAS tra le principali sostanze da monitorare e limitare non solo nelle acque potabili, ma anche in fiumi, laghi e falde sotterranee. Le nuove regole forniscono inoltre agli Stati membri strumenti più chiari per intervenire: dall’inasprimento delle autorizzazioni agli scarichi industriali alla limitazione di pesticidi nocivi, fino agli investimenti nei sistemi di trattamento delle acque reflue. L’obiettivo è integrare queste misure nei Piani di gestione dei bacini idrografici per il periodo 2028-2033. Secondo l’European Environmental Bureau, questa svolta normativa arriva in un momento critico, in cui la pressione sulle risorse idriche europee è in aumento proprio a causa dell’inquinamento. La stessa organizzazione denuncia però anche tempistiche troppo dilatate, con gli Stati membri avranno tempo fino al 2039, con possibili proroghe fino al 2045, per conformarsi pienamente agli standard. Il ritardo nell’adozione di misure efficaci potrebbe avere conseguenze economiche enormi. Un recente studio commissionato dall’UE stima che i costi legati all’inquinamento da PFAS oscillino già oggi tra i 440 e oltre 1000 miliardi di euro. Proiezioni a lungo termine indicano cifre fino a 1700 miliardi entro il 2050, considerando bonifiche ambientali e costi sanitari. Sul piano sanitario, le evidenze continuano invece ad accumularsi. Già nel 2023 uno studio condotto da trenta scienziati dell’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (IARC), certificava che alcune sostanze della famiglia PFAS, PFOA e PFOS, sono rispettivamente cancerogeni “certi” e “probabili” per l’uomo, grazie a prove di correlazione causale con tumori renali e testicolari. Altri effetti, ormai ampiamente avvallati dalla comunità scientifica, includono alterazioni metaboliche e dei sistemi immunitario, riproduttivo e neuroendocrino.

Nonostante il crescente consenso scientifico sulla pericolosità degli PFAS, il percorso verso una regolazione stringente resta accidentato. Diversi settori industriali continuano a difendere l’uso di queste sostanze, ritenute essenziali in numerosi processi produttivi. Un’inchiesta dell’organizzazione no-profit F-Minus ha evidenziato come alcune grandi società statunitensi di lobbying operino sia rappresentando le industrie chimiche, contro le restrizioni, e sia organizzazioni sanitarie o ambientali, a favore di norme più severe. Questo fenomeno in definitiva contribuisce in ogni caso a rallentare o indebolire le normative, pur garantendo profitti ai gruppi di pressione. Secondo il rapporto, tali dinamiche hanno già portato all’affossamento o all’annacquamento di diverse proposte legislative negli Stati Uniti. In Europa – come denunciato da innumerevoli lotte popolari – la situazione non è troppo distante con il rischio che, ancora una volta, il principio di precauzione a tutela della salute pubblica venga subordinato a interessi economici di breve periodo.

ISM, il movimento internazionale che lotta al fianco dei palestinesi in Cisgiordania

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Si trovano nella regione di Masafer Yatta, nel sud della Cisgiordania occupata, per affiancare le famiglie palestinesi sotto attacco, documentare le violenze israeliane e ostacolare con la presenza sul terreno demolizioni e aggressioni di coloni ed esercito israeliano. Sono gli attivisti dell’International Solidarity Movement, un gruppo internazionale nato nel 2001, durante la Seconda Intifada, oggi attivo anche nella Valle del Giordano e vicino a Ramallah. Si tratta di attivisti sostenitori di forme di lotta non violenta, della cui rete fece parte anche Vittorio Arrigoni, insieme ad altri attivisti internazionali come lui uccisi durante le missioni di solidarietà.

«L’International Solidarity Movement è un movimento internazionale che sta al fianco dei palestinesi che resistono sulla propria terra. Supportiamo la lotta popolare palestinese e le pratiche di azione diretta nonviolenta contro l’occupazione israeliana». Maria è italiana: si è unita a ISM un paio di anni fa, quando è venuta per la prima volta in Cisgiordania. Ora è nella regione di Masafer Yatta, nel sud dei territori occupati, dove insieme ad altri attivisti internazionali supporta le famiglie palestinesi che si oppongono alla pulizia etnica in corso. «Qui in Cisgiordania occupata, la violenza non fa che aumentare. Incendi, aggressioni, furti di bestiame e materiali, danneggiamenti alle infrastrutture… Ma anche omicidi. Gli attacchi dei coloni e dell’esercito alle comunità palestinesi sono quotidiani». Maria è in Palestina da un paio di mesi: insieme ad un’altra dozzina di attivisti provenienti da tutto il mondo dorme in varie comunità intorno alla Firing Zone 918, la terra che il film No Other Land ha reso celebre. «Molte famiglie ci chiedono supporto. Con l’aumento delle aggressioni dei coloni, c’è più paura. Ma la resistenza continua.»

ISM è nato durante la Seconda Intifada, nel 2001. «Durante quegli anni il governo israeliano ha iniziato a costruire il muro per separare la Cisgiordania dai territori occupati nel 1948, rubando altre terre, dividendo famiglie e isolando intere comunità. Gli attivisti internazionali, insieme ai palestinesi, hanno supportato azioni dirette contro la costruzione del muro di apartheid, organizzato marce e partecipato a proteste». Omar fa parte della vecchia guardia. È uno dei palestinesi che ha iniziato il movimento che va avanti da ormai oltre 20 anni. «Ora ISM è presente soprattutto nella regione di Masafer Yatta, nella Valle del Giordano e in alcune comunità sotto costante attacco vicino a Ramallah. L’obiettivo è sostenere le famiglie che resistono alla violenza d’Israele, documentare quello che succede e sostenere le lotte popolari su tutto il territorio». Omar, di storie, ne ha viste tante. Racconta come alcune decine di attivisti di ISM fossero riusciti a entrare nel quartier generale di Arafat, per rompere l’assedio dell’esercito israeliano e servire come scudi umani. Pratica che fu poi utilizzata anche per rompere il famoso assedio alla Basilica della Natività di Betlemme, sempre nel 2002, quando 200 palestinesi avevano trovato rifugio nella chiesa e vi si erano barricati. I carri armati di Tel Aviv li aspettavano fuori e una decina di attivisti di ISM era riuscita a entrare portando provviste, nell’idea che la presenza di internazionali potesse servire ad abbassare il livello della violenza israeliana. In quei casi, aveva funzionato. «Il movimento segue la leadership palestinese; ha scelto la via della non-violenza, come strategia per durare negli anni, e supporta le azioni dirette. Si basa sul consenso: non è un movimento gerarchico, ma cerca di essere il più orizzontale possibile».

Il movimento partecipa alla raccolta delle olive, uno dei momenti più delicati dell’anno per migliaia di famiglie palestinesi che a causa delle aggressioni di coloni e militari spesso non possono accedere alle proprie terre. Ma è attivo tutto l’anno: ad al-Khalil accompagna i bambini a scuola tra i check-points, nella Valle del Giordano è al fianco dei pastori minacciati dai coloni, a Masafer Yatta si oppone alle demolizioni delle case palestinesi prese di mira dai soldati. Da tutta la Cisgiordania documenta gli abusi e gli attacchi che la popolazione palestinese subisce dalla fondazione dello stato di Israele e con sempre più violenza dal 7 di ottobre 2023.

«In passato avevamo anche delle squadre a Gaza. È lì che tre attivisti di ISM sono morti; Rachel Corrie, uccisa da un bulldozer mentre resisteva a una demolizione di una casa, Tom Hurndall, colpito da un cecchino delle IDF, e Vittorio Arrigoni» continua Omar. «Negli anni abbiamo supportato proteste contro nuove colonie, manifestazioni contro le demolizioni, marce per il diritto al ritorno nelle nostre terre rubate nel 1948 e contro il genocidio a Gaza. Gli attivisti giocano sul privilegio del loro passaporto, anche se ormai conta sempre meno. Gli israeliani attaccano anche gli internazionali: qui in Cisgiordania, a settembre 2024, durante una protesta è stata uccisa Ayşenur Eygi, attivista turco-americana con ISM. Ma portare solidarietà, ricordare ai palestinesi che non sono soli, dà speranza». Per Omar, la maggior parte del lavoro degli attivisti, comincia quando rientrano a casa. «È importante venire in Palestina per rendersi conto della situazione, per capire, per mostrare la propria solidarietà ai palestinesi qui. Ma la vera attività inizia dopo: la cosa più importante è esercitare pressione sui governi europei e americani, affinché cessino di armare Israele, smettano di sostenere l’occupazione e riconoscano i nostri diritti alla libertà e all’indipendenza».

Maria aggiunge: «la violenza sta aumentando e va di pari passo con il tentativo di annessione dell’intera Cisgiordania. La repressione verso gli attivisti di ISM è cresciuta negli ultimi due anni: ci sono state molte intimidazioni, arresti, deportazioni. Non vogliono occhi che vedano quello che fanno, non vogliono testimoni. Anche per questo la nostra presenza qui è importante. E c’è sempre bisogno di nuove persone». Il movimento accetta solidali da tutto il mondo in linea con i loro principi etici e con le loro pratiche, per un periodo minimo di tre settimane. «Continueremo il nostro lavoro, qui in Cisgiordania e nei nostri paesi di origine. Finché la Palestina non sarà libera».

“Lavoro da casa e niente viaggi”: l’Europa valuta le restrizioni per la crisi energetica

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“Mentre la crisi in Medio Oriente entra nel suo secondo mese, è chiaro che ci troviamo di fronte a una situazione molto grave”, che “rischia di imporre ulteriori costi alle nostre imprese e alle nostre famiglie”: così si è pronunciato ieri Dan Jorgesen, commissario UE per l’Energia, al termine della riunione informale con i ministri europei. Per far fronte alla situazione, sarà necessario che gli Stati adottino “misure volontarie” e “temporanee” di riduzione del consumo di carburante”, come suggerito anche dall’Agenzia Internazionale dell’Energia (AIE), con particolare attenzione al settore dei trasporti, soprattutto quelli privati. Meno viaggi in aereo e su mezzi privati, dunque, e più incentivi al car-sharing e al trasporto pubblico, oltre che un maggiore ricorso al lavoro da casa.

“Dall’inizio del conflitto in Medio Oriente, nell’UE i prezzi del gas sono aumentati di circa il 70% e quelli del petrolio del 60%. In termini finanziari, 30 giorni di conflitto hanno già aggiunto 14 miliardi di euro alla fattura dell’Unione per l’importazione di combustibili fossili”, spiega Jorgensen. La ricaduta sui prezzi è quindi evidente, ma l’UE non si trova ancora al punto di registrare carenze immediate di approvvigionamento di carburante. Tenendo presente che le conseguenze della crisi “non saranno di breve durata”, è necessario che gli Stati offrano una risposta “unitaria” alla situazione. E mentre la Commissione lavora a un pacchetto di misure da presentare agli Stati membri (che questa volta, al contrario del 2022, non conterrà una tassazione sugli extra-profitti), Jorgensen ha inviato a ciascuno di essi una lettera con le prime indicazioni da seguire, basate sulle 10 raccomandazioni diffuse dall’AIE.

Secondo l’Agenzia, il trasporto su strada rappresenta circa il 45% della richiesta mondiale di petrolio, motivo per il quale le azioni consigliate si concentrano soprattutto su questo settore – ma anche sul settore aereo, della cucina e dell’industria. Proprio da qui bisogna partire per far fronte alla crisi: più smart-working, quindi, e riduzione della circolazione delle auto private tramite la promozione del trasporto pubblico, l’accesso in centro a targhe alterne e incentivi al car sharing. Oltre a questo, andrebbero ridotti i limiti di velocità di almeno 10 km/h sulle autostrade, mentre per i trasporti commerciali si consigliano “migliori pratiche di guida, manutenzione dei veicoli e ottimizzazione del carico. Andrebbero poi ridotti i viaggi aerei, specie se di affari, mentre andrebbe incentivata la cottura elettrica. Si consiglia, infine, che l’industria sfrutti “la flessibilità delle materie prime petrolchimiche e attuare misure di efficienza e manutenzione a breve termine”. In questo contesto, secondo la Commissione, i Paesi UE dovrebbero operare un “monitoraggio rigoroso” e “disincentivare la produzione delle raffinerie UE”.

Al netto delle iniziative emergenziali, secondo Jorgensen l’unico mezzo per l’UE per sottrarsi a queste crisi ripetute è l’indipendenza energetica, “un imperativo strategico dal punto di vista economico e della sicurezza, non solo per il clima”. “L’unica via da seguire”, per il commissario, vede “energia pulita prodotta localmente, elettrificazione, interconnessioni modernizzate ed efficienza energetica”. Non esattamente la strada che ha scelto di percorrere l’Italia, che ha recentemente posticipato la chiusura delle centrali a carbone di 12 anni, muovendosi in direzione sostanzialmente opposta rispetto buona parte degli Stati UE. Nel suo intervento alla riunione dei ministri di ieri, il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica Pichetto Fratin ha dichiarato che, a fronte della situazione attuale, l’unica soluzione possibile è, per quanto riguarda il gas, “massimizzare l’uso delle infrastrutture via pipeline già esistenti” e diversificare ulteriormente le rotte di approvvigionamento. Non dovrebbero inoltre esservi “particolari esitazioni sull’uso di biocarburanti sostenibili anche per il trasporto stradale”, mentre vanno riconsiderate le politiche energetiche e di decarbonizzazione del nostro Paese – ad esempio valutando di “attenuare il ricorso alle onerose soluzioni per la decarbonizzazione che fanno leva sugli ETS e sul mercato del carbonio”.

Crimea, precipita aereo militare russo: 29 morti

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Un aereo da trasporto militare russo Antonov An-26 si è schiantato contro una scogliera mentre sorvolava la Crimea. Lo riferisce la TASS, l’agenzia di stampa russa. Nello schianto sono morti sei membri dell’equipaggio e 23 soldati. Secondo Mosca, l’incidente sarebbe stato causato da un guasto tecnico che dal pomeriggio aveva interrotto i contatti con l’aereo, facendone perdere le tracce. Le indagini continuano.

L’ONU riconosce la tratta degli schiavi africani come “il più grave crimine contro l’umanità”

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schiavitù onu schiavi

L’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha approvato una risoluzione che definisce la tratta degli schiavi africani “il più grave crimine contro l’umanità”. Un riconoscimento ufficiale che guarda al passato ma ha effetti sul presente. Il testo, promosso dal Ghana, è stato adottato con 123 voti favorevoli, tre contrari - Stati Uniti, Israele e Argentina - e 52 astensioni, tra cui quelle dei Paesi dell’Unione europea e del Regno Unito.
Tra il XVI e il XIX secolo, milioni di uomini, donne e bambini africani furono catturati, venduti e deportati con la forza verso le Americhe e altre regioni. Il ...

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Calcio: l’Italia ancora una volta fuori dai mondiali

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La nazionale italiana di calcio ha perso lo spareggio contro la Bosnia e non andrà ai mondiali per la terza volta di fila, non era mai successo. L’Italia, passata in vantaggio nel primo tempo con Moise Kean, è poi rimasta in dieci uomini per l’espulsione del difensore Alessandro Bastoni. La Bosnia ha pareggiato con Tabakovic al 79° minuto. Il pareggio si è protratto fino alla fine dei tempi supplementari, quindi i calci di rigore: per l’Italia sbagliano Esposito e Cristante. La Bosnia va ai mondiali per la seconda volta nella sua storia.

Rapita a Baghdad la giornalista Shelly Kittleson

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Il Ministero dell’Interno iracheno ha annunciato il rapimento di un giornalista americana da parte di un gruppo di ignoti. La giornalista, Shelly Kittleson, collabora con diversi media, specialmente italiani; secondo quanto comunica l’emittente saudita Al Arabiya, lavora per l’agenzia di stampa italiana ANSA e collabora come freelance per altre testate. Secondo quanto comunicano le autorità irachene, uno dei rapitori sarebbe stato arrestato, mentre gli altri sarebbero fuggiti con la donna; sequestrato, inoltre, un veicolo utilizzato dai rapitori.

L’Iran si sta dimostrando padrone assoluto dello Stretto di Hormuz

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Mentre si rincorrono le voci di una possibile operazione di invasione terrestre statunitense in Iran, lo Stretto di Hormuz è palcoscenico di un’affermazione di forza di Teheran. Infatti, quella che per decenni è stata una via d’acqua contesa tra il diritto internazionale e le minacce asimmetriche, oggi appare saldamente nelle mani dell’Iran. E dire che lo Stretto è chiuso è solo una parte della verità. Le navi dei Paesi che si sono apertamente opposti hanno la possibilità di transitare sotto la sicurezza e la supervisione del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC). Con questa strategia politica, l’Iran trasforma un’arma che colpisce in maniera indiscriminata (il blocco totale) in una che colpisce in maniera selezionata (il controllo). E così le navi cinesi, russe, pakistane, indiane, irachene, malesi, tailandesi, spagnole e giapponesi possono attraversare Hormuz, pagando comunque una sorta di pedaggio per un valore che oscilla tra uno e due milioni di dollari. Ma pagato in yuan. Così come i carichi delle navi, i quali devono essere pagati con la moneta cinese. 

Il segnale più evidente di questo nuovo equilibrio è il ritorno della compagnia marittima COSCO. Il colosso cinese ha ufficialmente riaperto le prenotazioni verso scali strategici verso tutti i Paesi del Golfo Persico. Pechino, sfruttando le relazioni con Teheran ha ottenuto garanzie che altri non hanno. Il dialogo sino-iraniano ha permesso alla Cina di navigare in acque sicure mentre il resto del mondo osserva. Teheran ha infatti introdotto un disegno di legge per tassare i mercantili che attraversano lo Stretto. Queste “tasse di transito”, giustificate come contributi per la sicurezza o “spese belliche”, possono raggiungere la cifra astronomica di due milioni di dollari per singola nave, pagati con moneta cinese. L’Iran ha così iniziato a concedere “pass” speciali, e non solo alla Cina. Anche Russia, India, Pakistan, Iraq, Thailandia, Malesia, Spagna e Giappone possono usufruire dello Stretto di Hormuz in virtù delle loro azioni e delle loro dichiarazioni sulla guerra di aggressione israelo-statunitense nei confronti dell’Iran.

Verificando il passaggio in tempo reale delle navi, si nota come la rotta per passare lo Stretto passa necessariamente attraverso il triangolo formato dall’isola di Hormuz, l’isola di Larak e il porto di Bandar Abbas, sulla terraferma. Le navi che hanno l’autorizzazione a passare devono procedere attraverso quest’area affinché l’IRGC possa non solo controllare la loro rotta ma anche compiere operazioni di ispezione delle navi. Mentre scriviamo questo articolo, una nave, di nome Valley, battente bandiera del Botswana, si appresta ad entrare nel triangolo per le operazioni di controllo. La nave, partita dal porto emiratino di Khor al Fakkan, è diretta al porto iracheno di Basrah. 

Mentre Teheran incassa pedaggi e consolida alleanze regionali, la risposta degli Stati Uniti appare duale e contraddittoria. L’amministrazione Trump si muove su due binari paralleli: da un lato, promuove un piano di pace in quindici punti per stabilizzare l’area; dall’altro, la pressione militare è ai massimi storici. Il contingente statunitense è stato portato a circa 50.000 unità, e si rincorrono voci insistenti su una possibile operazione di sbarco sull’isola di Kharg, il terminale petrolifero più importante dell’Iran. E su questo, Bagher Ghalibaf, Presidente dell’Assemblea legislativa islamica, è stato lapidario: «Li aspettiamo, daremo loro fuoco».

L’impatto economico di questa gestione “privatizzata” dello Stretto risulta essere un duro colpo per gli Stati Uniti e tutto l’Occidente, sia dal punto di vista politico, militare e economico. Con la sua strategia politica Teheran cerca così di soddisfare i Paesi amici e di non inimicarsi Paesi terzi. Non solo. L’Iran cerca di esasperare possibili conflitti interni all’Occidente, tendendo la mano a coloro, come la Spagna, che non si allenano a Washington e Tel Aviv. Il governo spagnolo, forse per non creare maggiore tensione interna alla NATO, si è affrettato a dire che la Spagna non ha chiesto permessi speciali e che la sua posizione è per una de-escalation e per la necessità arrivare ad un accordo generale, bocciando la via dei patti bilaterali.

La strategia di Teheran ha trasformato una potenziale “apocalisse economica” in uno strumento geopolitico: isolare gli Stati Uniti e Israele, premiare gli alleati del blocco eurasiatico e tentare i partner occidentali meno allineati, come la Spagna, con la promessa di una stabilità a pagamento. Se le parole di Bagher Ghalibaf suggeriscono una preparazione al conflitto totale, l’efficienza burocratica con cui l’IRGC gestisce le ispezioni nel triangolo di Bandar Abbas racconta una realtà diversa: l’Iran agisce già come lo Stato sovrano dello Stretto di Hormuz.

L’Antitrust multa Morellato per 26 milioni di euro

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L’Autorità garante della concorrenza e del mercato, meglio nota come Antitrust, ha imposto una multa di 26 milioni di euro all’azienda di gioielli Morellato, accusandola di avere violato le norme sulla concorrenza nella distribuzione di gioielli. Secondo l’Antitrust, tra il 2018 e il 2025, Morellato avrebbe imposto ai propri rivenditori autorizzati i prezzi di vendita sui prodotti e i tetti massimi sugli sconti online, e impedito loro di vendere i beni su siti terzi.

Cos’è e cosa chiede il movimento No Kings

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no kings

C'è una frase che circola sui cartelli, sulle magliette e nei profili social di milioni di americani: No Kings. Due parole semplici, quasi elementari che evocano momenti storici come la Rivoluzione americana, i Padri Fondatori, ma soprattutto il rifiuto di qualsiasi forma di potere assoluto. Il riferimento ha un volto preciso, quello di Donald Trump, che alla Casa Bianca è tornato più determinato di prima. In pochi mesi, attorno a quelle due parole, si è costruito uno dei movimenti di protesta tra i più grandi della storia recente degli Stati Uniti. Il 28 marzo 2026 ha raggiunto il suo apice: ...

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