Le Filippine e la Francia hanno firmato un accordo militare per rilanciare le visite presso le reciproche basi, e aprire alla conduzione di esercitazioni militari congiunte nei rispettivi territori. L’annuncio arriva dopo un incontro tra il segretario alla Difesa filippino Gilberto Teodoro e la ministra francese delle Forze Armate Catherine Vautrin, in un contesto di crescenti tensioni militari tra Manila e Pechino. Oltre alla Francia, le Filippine hanno siglato accordi di cooperazione militare con Stati Uniti, Australia, Giappone e Nuova Zelanda.
L’UE approva l’accordo sui dazi con gli USA, ma con clausola anti-minacce
Meloni assume la guida ad interim al Turismo
Dopo le dimissioni di Santanché la carica di ministra del Turismo verrà assunta ad interim dalla Presidente del Consiglio dei Ministri Giorgia Meloni. Meloni rimarrà al Turismo fino a che non verrà trovato un sostituto per la ministra. Ieri sera, dopo l’annuncio, è arrivata la firma del Presidente Mattarella, che ha accettato le dimissioni di Santanché e affidato la guida ad interim del dicastero alla Presidente Meloni.
L’ex procuratore di Roma è il nuovo capogabinetto alla giustizia
Dopo la maxi-ondata di defezioni all’interno del governo e dei parlamentari dei partiti di maggioranza, iniziano a emergere i primi nomi delle nuove figure che subentreranno ai dimissionari: l’ex procuratore generale di Roma, Antonio Mura, è stato nominato nuovo capo di gabinetto del ministero della giustizia, andando a sostituire la funzionaria del ministro Nordio Giusi Bartolozzi. La nomina, fa sapere il ministero, sarà formalizzata nei prossimi giorni. Dopo la sfiducia da parte dei propri parlamentari, il capogruppo di Forza Italia al Senato Maurizio Gasparri sembra invece essere stato sostituito da Stefania Craxi, figlia dell’ex premier Bettino Craxi.
Gli Stati UE spostano 12 miliardi di euro dalla politica di Coesione alle armi
Il vicepresidente esecutivo della Commissione europea Raffaele Fitto ha notificato al Collegio dei Commissari le cifre della revisione di medio termine della programmazione dei fondi di Coesione per il periodo 2021-2027. Dopo le indicazioni della Commissione, dagli Stati membri è arrivata la modifica di 186 programmi nazionali e regionali, che hanno riorientato più di 34 miliardi di euro verso quelle che sono state definite nuove «priorità»: alla competitività sono andati oltre 15 miliardi, mentre alla difesa circa 12. Il resto è stato distribuito tra emergenza abitativa, resilienza idrica e sicurezza energetica. Il reindirizzamento dei fondi di coesione verso il comparto militare è una delle tante politiche pensate dalla Commissione nell’ambito del piano di riarmo, che prevede di mobilitare, in tutto, circa 800 miliardi di euro.
L’annuncio di Fitto è arrivato ieri, 25 marzo, al termine di una riunione del Collegio dei Commissari europei. Lo scorso 1° aprile, lo stesso Fitto aveva chiesto ai Paesi UE di riprogrammare l’uso dei fondi europei per la coesione, precedentemente rivolti alle spese sociali e di sviluppo regionale, orientandoli verso le cinque nuove «priorità» individuate per fare fronte all’incerto contesto geopolitico: competitività, questione abitativa, gestione delle risorse idriche, transizione energetica e armi. Nell’attuale programmazione di bilancio per il periodo 2021-2027, i fondi valgono un totale di 390 miliardi; in meno di un anno, i Paesi hanno risposto all’appello di Fitto, spostandone quasi un decimo: in totale, sono stati ridirezionati 34,6 miliardi di euro, di cui 11,9 miliardi alla difesa. A essi si sono aggiunti: 15,2 miliardi riorientati verso la competitività, 3,3 miliardi verso la questione abitativa, 3,1 miliardi verso la gestione dell’acqua e 1,2 miliardi verso l’energia. Partendo da 42,18 miliardi di euro, l’Italia ne ha riprogrammati 7,078 miliardi, di cui 248 milioni verso il settore bellico; la gran parte dei fondi ridirezionati è stata rivolta alla competitività (4,665 miliardi), mentre 1,119 miliardi sono andati alle politiche abitative, 629 milioni alla gestione delle risorse idriche, e 396 milioni alla transizione energetica. I progetti italiani coinvolti sono stati 35 su un totale di 48 programmi attivi, di cui 28 regionali e 7 nazionali.
La riprogrammazione dei fondi pensata dalla Commissione potrebbe portare diversi vantaggi ai Paesi che hanno deciso di aderire all’iniziativa: i progetti legati alle priorità godono infatti di tassi di prefinanziamento del 30% e di un cofinanziamento fino al 100% da parte della stessa Bruxelles; nel caso in cui poi i fondi ridirezionati superino il 15% dell’importo complessivo dei fondi di coesione destinati allo Stato interessato – inoltre, l’UE garantirebbe un prefinanziamento aggiuntivo del 4,5% (e del 9,5% per le regioni orientali). Nell’ambito della «priorità» della difesa, tali incentivi sono stati pensati assieme alle più ampie iniziative per rilanciare il settore bellico europeo. Centrale in tal senso, il piano di riarmo avanzato dalla presidente della Commissione von der Leyen, che intende mobilitare un totale di 800 miliardi da destinare proprio all’industria delle armi: di questi, 150 miliardi sarebbero garantiti dal Fondo SAFE, che prevede di raccogliere tale cifra sui mercati per poi erogarla agli Stati che ne fanno richiesta sotto forma di prestiti diretti; proprio nell’ambito di SAFE, l’UE ha già approvato i piani di 16 Paesi, tra cui quello dell’Italia, che ha chiesto l’accesso a 14,9 miliardi di prestito. Ai 150 miliardi di SAFE si aggiungono altri 650 miliardi, che verrebbero generati da deroghe ai vincoli del Patto di stabilità e crescita che potrebbero venire richieste dai singoli Stati.
Rifiuti alimentari come base per coloranti nella moda: una via percorribile
Usare piante, bucce e scarti alimentari per colorare tessuti è una pratica antica e affonda le radici nei tempi in cui la natura era l’unico mondo di riferimento e di ispirazione, perfettamente funzionante. Con l’evoluzione ed il passaggio ai coloranti sintetici, il mondo delle tinture naturali è rimasto appannaggio di piccoli produttori dall’aria nostalgica o artigiani che hanno tempo per sperimentare. Eppure, in un recente rapporto dell’APEC – Asia-Pacific Economic Cooperation – sono stati seriamente presi in esame gli scarti agroindustriali per sostituire i coloranti sintetici nella produzione tessile di micro, piccole e medie imprese, che comunque costituiscono la maggioranza delle aziende del settore.
La ricerca è partita da due dati di fatto: il mancato uso dei sottoprodotti agricoli e gli effetti dannosi dei coloranti sintetici, tra cui uso massiccio di acqua, inquinamento ambientale e la totale dipendenza da combustibili fossili. La produzione tessile fa largo uso di coloranti sintetici; in parallelo, grandi quantità di sottoprodotti agricoli e scarti dell’industria alimentare (bucce, semi, bucce di frutta e ortaggi, vinacce, crusche, ecc.) restano sottoutilizzati, pur contenendo pigmenti naturali adatti a sostituire almeno in parte i coloranti sintetici. Possibile combinare questi due problemi e tirare fuori un’unica soluzione? In teoria sì – soluzione ventilata anche dalla Commissione Europea nella Waste Framework Directive; nella pratica, devono essere risolte alcune carenze tecniche, ma le prospettive sono positive. La valorizzazione di questi rifiuti come fonte di coloranti naturali si inserisce pienamente nei principi dell’economia circolare: riduce i conferimenti in discarica, crea nuove entrate per le filiere agro‑industriali e offre alle imprese tessili una soluzione più sostenibile.
Diversi scarti alimentari e agro‑industriali sono già stati studiati in passato come fonti di pigmenti: le bucce di cipolla e i semi di avocado forniscono una gamma di gialli‑bruni, ricchi in flavonoidi e tannini, con buone proprietà di solidità se correttamente estratti e mordenzati; altri residui come barbabietola, curcuma, bucce di melograno, pula di caffè e bucce di mango permettono di ottenere rossi, gialli e bruni, spesso associati anche ad attività antiossidante o antimicrobica utile per tessili funzionali (ad esempio quelli per impieghi sportivi). I metodi di estrazione sono svariati e spaziano da tecniche convenzionali (macero, ammollo, bollitura/decozione) a tecnologie avanzate come estrazione assistita da microonde (MAE), ultrasuoni (UAE), enzimi (EAE) o fluidi supercritici (SFE). Queste ultime tecniche aumentano sia la resa che la qualità del colore, riducendo inoltre tempi, acqua ed energia, sebbene richiedano investimenti iniziali più elevati.
L’applicazione di questi coloranti da rifiuti alimentari a fibre naturali (cotone, lana, alpaca, seta) è tecnicamente fattibile e già dimostrata in laboratorio e in casi industriali pilota, soprattutto sfruttando sistemi di mordenzatura (allume, sali di ferro, tannini vegetali) che migliorano fissazione e solidità a lavaggio, luce e sfregamento. L’uso di bio‑mordenti derivati da scarti ricchi di tannini (es. bucce di melograno) riduce ulteriormente l’impatto ambientale mantenendo prestazioni vicine a quelle dei mordenti metallici convenzionali. Le piccole imprese artigianali possono già adottare tecniche tradizionali (bollitura, ammollo) con attrezzature semplici, ed in molti casi già lo fanno; per le tecnologie avanzate come MAE e UAE, utili per chi vuole incrementare efficienza e standardizzare il processo anche su scala più ampia, sono necessari capitali più sostanzioni e competenze adeguate.
Nella ricerca emerge, dall’analisi bibliometrica e dei brevetti, una crescita significativa negli ultimi vent’anni delle ricerche e dell’innovazione su coloranti naturali da rifiuti agro‑industriali, concentrata soprattutto nelle economie asiatiche e latinoamericane; ma tra la sperimentazione accademica e l’adozione commerciale su vasta scala esiste ancora un grosso divario. Alcune imprese hanno già portato sul mercato coloranti basati su scarti agro‑alimentari conformi agli standard di qualità e certificazione, ma la maggior parte delle esperienze documentate resta a livello di progetti pilota o iniziative comunitarie, spesso in paesi con forte tradizione tessile come Indonesia, Perù, Thailandia, Giappone.
Le principali barriere all’adozione su larga scala includono la variabilità della composizione degli scarti, la mancanza di standardizzazione delle metodiche di estrazione e applicazione, i costi di logistica e trasformazione per ottenere formulazioni di colore stabili e la percezione di rischio da parte dell’industria in termini di riproducibilità, costo e conformità agli standard globali.
Nonostante queste sfide, l’impiego dei rifiuti alimentari come base per coloranti appare una via concretamente percorribile, soprattutto nei contesti dove coesistono una forte base agro‑industriale e un tessile dinamico. Per renderla pienamente competitiva, però, sono necessari standard comuni per l’estrazione, applicazione e test; l’analisi di ciclo di vita per quantificare i benefici ambientali; degli adeguati studi tecnico‑economici di scala industriale e soprattutto politiche di sostegno alla cooperazione tra agricoltura e tessile, con particolare attenzione alle PMI. In tale scenario, economie con lunga tradizione tintoria e abbondanza di scarti agro‑alimentari hanno tutto lo spazio per posizionarsi come pionieri e capofila nella produzione di coloranti sostenibili, trasformando un problema di rifiuti in un’opportunità di innovazione, sviluppo locale e riduzione dell’impatto ambientale dell’industria tessile.
Pakistan: “Continueremo le operazioni contro l’Afghanistan”
Dopo la tregua temporanea per la festa islamica di Eid al-Fitr implementata la scorsa settimana, il Pakistan ha annunciato che continuerà ad attaccare l’Afghanistan. A dare la notizia è stato il portavoce del ministero degli Esteri pakistano, in un momento di minore intensità del conflitto. Gli scontri tra i Paesi sono iniziati lo scorso mese, con Islamabad che ha lanciato un ampio attacco contro Kabul, uccidendo centinaia persone; nei giorni, il conflitto è calato di intensità, per poi riaccendersi proprio attorno alla fine del periodo di Ramadan, momento in cui è stata siglata la tregua temporanea.
Vacilla il mito della sicurezza USA: droni ignoti sorvolano indisturbati la base di Barksdale
L’ombra di una minaccia tecnologica senza precedenti si è allungata sulle pianure della Louisiana (USA) quando, tra il 9 e il 15 di marzo, la Barksdale Air Force Base è diventata il bersaglio di una serie di incursioni aeree sistematiche che hanno messo a dura prova la prontezza operativa del Pentagono. La base, santuario dei bombardieri strategici B-52 e pilastro inamovibile della triade nucleare statunitense, si è ritrovata al centro di una tempesta invisibile che non ha fatto uso di missili o caccia intercettori, ma di una tecnologia silenziosa e coordinata. Non si è trattato di un evento isolato, bensì di una serie di incursioni sistematiche condotte da ondate di droni altamente sofisticati che hanno violato impunemente lo spazio aereo più protetto del pianeta. L’impatto psicologico e operativo di queste violazioni è stato devastante, portando la base a uno stato di lockdown totale. La natura di questi velivoli rimane avvolta nel mistero: non mostrano le firme elettroniche tipiche dei droni commerciali e la loro persistenza operativa suggerisce l’uso di propulsioni e sistemi di gestione dell’energia che vanno ben oltre le capacità degli hobbisti o dei gruppi terroristici. Le indagini sono in corso.
Secondo quanto confermato da un rapporto di Air & Space Forces Magazine, molteplici ondate di velivoli senza pilota non autorizzati hanno sorvolato la Barksdale Air Force Base, sede dell’ala dei bombardieri B-52 Stratofortress, costringendo le autorità a emettere un ordine di “shelter-in-place“. Non si è trattato di semplici droni amatoriali, ma di sistemi che hanno operato in gruppi coordinati di dodici o quindici unità, dimostrando capacità di volo e resistenza al disturbo elettronico che suggeriscono un’origine militare o, quantomeno, un’ingegneria di altissimo livello. Un documento riservato ottenuto da ABC News descrive come questi sciami abbiano operato sopra la linea di volo per ore, entrando e uscendo dalla base con traiettorie studiate per evitare la localizzazione degli operatori a terra, manifestando segnali radio non commerciali e link di controllo a lungo raggio. Secondo quanto riportato dalle prime ricostruzioni di ABC News, questi velivoli hanno operato con una sincronia tale da suggerire l’impiego di una “swarm intelligence“ (intelligenza di sciame) avanzata, capace di eludere i sistemi di sorveglianza convenzionali e di gettare nel caos i protocolli di risposta rapida del Pentagono.
Come spiegato da The Independent, la decisione di sigillare l’installazione non è stata solo una misura precauzionale, ma una risposta necessaria di fronte a una minaccia che non rispondeva ai classici segnali di disturbo elettronico. L’incidente ha innescato una mobilitazione senza precedenti che vede collaborare fianco a fianco il Dipartimento della Difesa e il FBI, nel tentativo disperato di tracciare la provenienza di questi sciami che sembrano apparire dal nulla e svanire prima che qualsiasi contromisura cinetica possa essere efficacemente schierata. Un’analisi tecnica pubblicata da Asia Times evidenzia come la ripetitività delle azioni non sia casuale, ma configuri un’operazione di ricognizione deliberata. L’obiettivo probabile non è la distruzione fisica, ma la mappatura delle vulnerabilità elettroniche e dei tempi di reazione del comando americano.
In un’era in cui la sovranità territoriale si gioca su frequenze invisibili e su velivoli di piccole dimensioni, la protezione delle infrastrutture strategiche diventa una sfida tecnologica. La capacità di questi sistemi di penetrare il cuore pulsante del Global Strike Command solleva interrogativi. In risposta a quella che appare come una vulnerabilità strutturale, il Dipartimento della Difesa, in coordinamento con il Dipartimento di Giustizia e la FAA, ha emesso un avvertimento formale dichiarando una politica di “tolleranza zero” contro ogni sorvolo non autorizzato di siti sensibili. Come già riportato dai comunicati della Task Force nel gennaio scorso, i comandanti delle installazioni hanno ora il potere di adottare azioni decisive per neutralizzare i droni che si avvicinano ai perimetri difensivi, estendendo la capacità di intervento oltre i confini fisici della base se viene identificata un’attività di sorveglianza ostile. Sul fronte tecnologico, l’incidente di Barksdale ha accelerato la corsa verso l’integrazione di armi a energia diretta. Proprio durante le giornate di crisi in Louisiana, la società AeroVironment ha svelato il sistema LOCUST X3, una piattaforma laser da 20-30 kW dotata di intelligenza artificiale per il tracciamento e l’ingaggio automatizzato degli sciami.
Le autorità stanno ancora indagando tra le varie speculazioni dell’opinione pubblica su chi sia coinvolto: i cinesi, i russi, gli stessi americani (per implementare sistemi e spostare ancora più denaro verso la Difesa), oppure gli alieni. Non lo sappiamo. Senz’altro questi eventi non passeranno senza lasciare traccia.









