giovedì 2 Aprile 2026
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Educare i bambini invece che “curarli”

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Mentre l’Italia registra un aumento dell’uso di psicofarmaci tra bambini e adolescenti, prima ancora dei numeri, c’è una domanda che non possiamo più eludere: da dove nasce questo malessere, se di malessere possiamo parlare? È davvero solo un problema individuale o è il sintomo di qualcosa che riguarda la scuola, la famiglia, la società intera? Per provare a capire cosa stia accadendo alle nuove generazioni e capire come mai così tanti giovani oggi fanno così fatica a stare nel mondo che abbiamo costruito per loro, abbiamo chiesto di aiutarci a leggere il presente a una delle voci più autorevo...

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Dl Bollette, il governo pone la fiducia

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Il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, Pichetto Fratin, ha posto alla Camera la questione della fiducia sul decreto Bollette. La misura verrà votata domani alle 14, con dichiarazione di voto alle 12.20. Il provvedimento, che dovrà essere convertito in legge entro il 21 aprile e dovrà quindi anche fare il passaggio in Senato, contiene provvedimenti quali la riduzione del costo di energia elettrica e gas per famiglie e imprese.

Caso Epstein: nuove rivelazioni sulla connessione con Israele

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«Sarebbe una risorsa preziosa per qualsiasi unità». Il 29 giugno 2011, Jeffrey Epstein scrive ad Anat Barak, figlia dell’ex primo ministro israeliano Ehud Barak, per raccomandare personalmente una giovane newyorkese di 18 anni, “Tali”, proponendola per l’ingresso in «una delle unità d’élite delle Forze di Difesa Israeliane». Nella mail, il finanziere ne sottolinea il profilo: «molto estroversa», dotata di «naturale leadership», già ammessa al Barnard College della Columbia University e con numerosi soggiorni in Israele alle spalle. Dietro quel nome si cela Talia Lefkowitz, figlia dell’avvocato Jay Lefkowitz, tra i protagonisti della trattativa che nel 2008 portò al controverso accordo di patteggiamento tra Epstein e il procuratore federale Alex Acosta.

Le e-mail mostrano come Epstein si rivolgesse direttamente a figure legate ai vertici politici israeliani per “sponsorizzare” la figlia del suo avvocato, descritta come perfetta per diventare «ambasciatrice di Israele in uno dei campus universitari più importanti del Paese, la Columbia». Qualche ora dopo il primo messaggio, Anat Barak risponde dicendo che Tali «sembra una ragazza fantastica» e promette al finanziere: «La contatterò e ci occuperemo di lei». Successivamente, la figlia dell’ex premier israeliano contatta direttamente Tali, spiegando che «Jeffrey Epstein mi ha parlato di te e dei tuoi piani di arruolarti nelle Forze di Difesa Israeliane quest’estate». Lo scambio di messaggi evidenzia un passaggio di mano tra élite, che trasforma una carriera militare in un dossier gestito dall’alto. Si tratta dell’ennesimo tassello che suggerisce l’esistenza di circuiti paralleli, in cui influenze private e interessi geopolitici si sovrappongono, lontano da ogni controllo democratico. Il caso evidenzia anche come Epstein fosse impegnato nelle attività di lobbying sionista negli Stati Uniti. In questo schema, la mobilità sociale non è più frutto di merito, ma di intercessioni invisibili, di reti relazionali che scavalcano le procedure ufficiali e che riguardano Tel Aviv. Più che il destino di una singola giovane, ciò che emerge è la normalizzazione di un meccanismo: l’accesso privilegiato come strumento geopolitico.

Interpellata dalla redazione di Greyzone, Talia Lefkowitz non ha risposto alle richieste di chiarimento sul suo rapporto con Jeffrey Epstein, ma il suo percorso evidenzia una traiettoria significativa: dopo aver servito come sergente in un’unità d’élite dei paracadutisti delle Forze di Difesa Israeliane, probabilmente la 35ª Brigata, coinvolta nelle operazioni a Khan Younes nel 2024, è emersa come attivista apertamente sionista durante gli studi al Barnard College. Ha scritto per testate come The Jerusalem Post e The Times of Israel, criticando ambienti universitari statunitensi, e si è distinta all’interno di Hillel International, di cui è stata anche membro del consiglio. In seguito, ha lavorato nel settore filantropico per organizzazioni impegnate nella promozione dell’identità ebraica e del sostegno a Israele, collaborando con la fondazione del finanziere ultra-sionista Paul Singer, la Paul E. Singer Foundation. Singer è stato uno dei principali finanziatori delle campagne presidenziali di Donald Trump e di Marco Rubio, e attualmente possiede la compagnia petrolifera venezuelana Citgo Petroleum. Oggi, Lefkowitz lavora come “consulente filantropica” per l’Areivim Philanthropic Group, che dichiara di voler «influenzare la prossima generazione di ebrei attraverso un’educazione ebraica, ebraica, sionista e israeliana, sia formale che esperienziale».

Il percorso individuale di Talia Lefkowitz si inserisce in un quadro più ampio che rafforza la vicinanza di Epstein a Israele. Oltre al ben noto rapporto con Ehud Barak, attraverso la sua fondazione il finanziere americano effettuò donazioni dirette a organizzazioni centrali dell’ecosistema israeliano, tra cui la Friends of the Israel Defense Forces (FIDF) – con un contributo esplicito a sostegno dell’IDF – e il Jewish National Fund (JNF), attivo anche nella gestione dei territori e negli insediamenti. Parallelamente, e-mail e atti giudiziari indicano il suo ruolo di intermediario in contatti di alto livello, incluso un incontro tra Benjamin Netanyahu e dirigenti di JPMorgan, in una fase cruciale legata al dossier energetico del giacimento Leviathan. Nel complesso, tutti questi elementi mostrano come Epstein operasse in qualità di nodo di connessione tra finanza internazionale, politica, intelligence e apparati strategici, e come abbia svolto il ruolo di facilitatore per le politiche di Tel Aviv.

I droni ucraini continuano ad invadere lo spazio aereo europeo

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La guerra tra Ucraina e Russia, entrata nel suo quarto anno di ostilità, continua. Nei giorni scorsi Mosca ha lanciato un attacco con quasi mille droni — il numero più alto dall’inizio del conflitto — verso il territorio ucraino; Kiev non è stata da meno, ricorrendo a centinaia di veicoli aerei senza pilota. Alcuni di questi droni sono però esplosi non sul territorio russo, dove erano diretti, ma nei vicini Paesi baltici oltre che in Finlandia. L’invasione dello spazio aereo è stata ammessa dalle stesse autorità locali, che non hanno però posto freni all’escalation o limiti all’utilizzo del proprio territorio, a tutela dell’incolumità dei cittadini. Di fronte alle esplosioni e ai danni dei droni ucraini, i Paesi coinvolti hanno preferito addossare colpe e responsabilità alla Russia, riprendendo le proteste passate contro le violazioni dello spazio aereo europeo da parte di Mosca. «Questo non è un incidente locale — ha detto la premier lituana Inga Ruginiene — ma fa parte di un quadro di sicurezza più ampio. L’aggressione russa contro l’Ucraina crea ulteriori rischi per l’intera regione».

Nella notte tra martedì e mercoledì Kiev ha sferrato l’attacco con droni più vasto degli ultimi quattro anni. Dal Cremlino fanno sapere di aver intercettato 389 droni su diverse regioni. Segnalato un impatto sul porto di Ust-Luga, terminale russo per l’esportazione di petrolio, grano, carbone e fertilizzanti. Ust-Luga si trova a qualche chilometro dal confine con l’Estonia, dove è esploso uno dei droni ucraini diretti in Russia, colpendo la centrale elettrica di Auvere. Come l’Estonia, anche la Lettonia aveva subito qualche giorno prima l’invasione del proprio spazio aereo da parte di Kiev. Lunedì scorso le forze armate hanno monitorato la traiettoria di un drone abbattutosi su un lago ghiacciato, a circa 20km dal confine con la Bielorussia. Secondo il governo lettone, il lancio sarebbe avvenuto durante un attacco al Porto di Primorsk, altro importante terminale russo sul Baltico.

I droni ucraini sono arrivati anche più a nord, in Finlandia. «Domenica mattina — ha dichiarato il Ministero della Difesa — sono stati osservati nello spazio aereo finlandese alcuni oggetti lenti a bassa quota», schiantatisi poi nei pressi di Kouvola. A seguito delle prime indagini, l’aeronautica ha potuto confermare che uno dei due droni caduti fosse un AN196-Lyuti ucraino. Si tratta di un veicolo aereo capace di volare per circa mille chilometri, trasportando testate fino a 75 chili. Nel commentare la notizia, il primo ministro finlandese Petteri Orpo ha dichiarato che Kiev ha effettuato diversi attacchi in Russia, lungo il vasto confine con la Finlandia. In un primo momento, Orpo aveva detto di star «prendendo la questione molto seriamente». Una volta confermata la provenienza ucraina, il premier ha usato toni diversi, concentrandosi sulle cause dell’incidente. Secondo Orpo, il disturbo dei segnali da parte di Mosca avrebbe causato un’interferenza coi veicoli, facendoli precipitare nel territorio finlandese.

Il tono usato da Petteri Orpo è in linea con quello dei colleghi baltici, che di fronte all’invasione dello spazio aereo — conclusasi senza feriti — non hanno opposto la minima resistenza. A partire dalla condanna dell’utilizzo del proprio territorio per attività belliche, che tra impatti ed esplosioni espone la popolazione civile a gravi pericoli. 

Perugia, progettava strage a scuola: arrestato 17enne

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Un 17enne di Pescara, residente a Perugia, è stato arrestato dai carabinieri del Ros per aver pianificato una strage scolastica. Nei suoi confronti, la Procura dei minori dell’Aquila contesta anche propaganda e istigazione a delinquere per motivi razziali, etnici e religiosi, oltre a detenzione di materiale con finalità terroristica. Il ragazzo seguiva un gruppo Telegram legato alla supremazia della “razza ariana” e cercava manuali per fabbricare armi, ordigni chimici e batteriologici, comprese armi 3D e Tatp. L’operazione del Ros ha interessato Abruzzo, Emilia Romagna, Umbria e Toscana, sequestrando documenti e vademecum per atti terroristici e sabotaggi.

Effetto referendum: anche i magistrati francesi chiedono di essere autonomi dal governo

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La vittoria del «No» al referendum costituzionale sulla giustizia in Italia, che ha respinto la riforma della separazione delle carriere tra giudici e pm promossa dal governo Meloni, ha fatto registrare conseguenze dirette anche oltralpe. All’esito della tornata referendaria, infatti, il Consiglio superiore della magistratura francese ha pubblicato un comunicato in cui, prendendo atto di quanto accaduto nel nostro Paese, ha lanciato un appello al presidente Emmanuel Macron e al governo affinché siano finalmente realizzate le riforme necessarie a garantire maggiore indipendenza della magistratura transalpina dal potere esecutivo. L’organo di autogoverno dei giudici francesi rivendica da tempo questa battaglia, a cui il voto italiano sembra avere impresso un nuovo slancio.

«Il Consiglio superiore della magistratura desidera riaffermare il proprio profondo attaccamento all’unità del corpo giudiziario, che riunisce giudici e pubblici ministeri in una cultura comune fondata su uno stesso statuto, una formazione unica e una deontologia condivisa, garantendo ai cittadini una giustizia indipendente e imparziale, dalla fase delle indagini fino al giudizio», si legge nella nota del CSM francese, diramata nella giornata del 27 marzo. In Francia, il corpo giudiziario conta al suo interno due formazioni: quella dei magistrats du siège (giudicanti) e quella dei magistrats du parquet (requirenti). Se le modalità di reclutamento e formazione sono identiche per entrambe le categorie, esse differiscono in quanto a status giuridico e garanzie. I magistrati giudicanti godono del principio di inamovibilità e sono indipendenti dal potere esecutivo; al contrario, i magistrati requirenti sono subordinati dal punto di vista gerarchico al ministro della Giustizia, che decide in maniera discrezionale i loro trasferimenti e orienta la loro azione.

Il CSM francese parte proprio dal risultato del referendum in Italia per sostenere che, in una cornice di crescente attenzione all’indipendenza della magistratura dagli altri poteri dello Stato, sia opportuno che anche la Francia metta mano a riforme per ovviare a determinate carenze strutturali. A questo proposito, l’organo auspica «la realizzazione della riforma dello status del pubblico ministero prevista dal progetto di legge costituzionale relativo alla riforma del Consiglio superiore della magistratura, adottato il 26 aprile 2016 da entrambe le Camere del Parlamento»: un provvedimento che prevede come le nomine dei magistrati del pubblico ministero proposte dal Ministro della giustizia «siano sottoposte a un parere vincolante del Consiglio (attualmente il parere è solo consultivo)» e che «la sezione del Consiglio competente per i magistrati del pubblico ministero deliberi come organo disciplinare e non più soltanto come organo consultivo in materia disciplinare».

Almeno dal 2000, il Consiglio d’Europa suggerisce di favorire cultura comune tra giudici e Pm, non impedendo il passaggio tra le funzioni. Nella primavera del 2024, in seguito al via libera da parte del Consiglio dei ministri italiano al disegno legge sulla separazione delle carriere dei magistrati, l’Associazione europea dei giudici (European association of judges, Eaj) ha parlato dei progetti di legge costituzionali del governo Meloni come di un «grave attacco all’indipendenza della magistratura», capace di «minare l’attuale equilibrio di poteri esistenti in Italia». A ogni modo, almeno per ora, tale pericolo è stato sventato: il referendum sulla separazione delle carriere si è schiantato contro il muro della volontà popolare, che ha bocciato la riforma con il 53,7% dei NO.

DIRETTA – Ucciso soldato UNIFIL – Trump mette nel mirino il petrolio iraniano

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Sabato 28 febbraio, Israele ha dato il via a un nuovo attacco contro l’Iran, con missili che hanno colpito diverse zone della capitale Teheran. Centinaia le vittime, compresa la Guida suprema Ali Khamenei, cui è succeduto il figlio, Mojtaba Khamenei. L’attacco è giunto solamente due giorni dopo la ripresa dei colloqui tra Iran e USA, dei quali Trump si era detto non soddisfatto nonostante l’Oman, lo Stato mediatore, avesse parlato di “un’apertura senza precedenti” a nuove idee per un accordo sul dossier sul nucleare. In risposta all’aggressione israelo-statunitense, l’Iran ha bombardato diverse basi statunitensi nei Paesi del Golfo. I raid tra le parti sono andati avanti tutto il fine settimana e per i giorni successivi. Nella notte tra domenica 8 e lunedì 9 marzo, la milizia libanese Hezbollah ha lanciato un attacco contro una base israeliana ad Haifa, aprendo un nuovo fronte della guerra; nella tarda serata di lunedì 9 marzo, i pasdaran hanno annunciato la chiusura dello Stretto di Hormuz, facendo schizzare i prezzi del petrolio. A fine mese si sono uniti al conflitto anche gli Houthi, lanciando diversi missili verso Israele.


Sono due i soldati dell’UNIFIL, la missione dell’ONU in Libano, uccisi dall’attacco di ieri sera. A dare la notizia sono gli stessi caschi blu. Intanto, secondo l’emittente qatariota Al Jazeera un attacco israeliano avrebbe ucciso un soldato libanese nel sud del Paese.


Il segretario di Stato USA Marco Rubio è stato intervistato dall’emittente qatariota Al Jazeera. Rubio ha dichiarato che “i missili a corto raggio lanciati dall’Iran hanno un solo scopo: attaccare l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti, il Qatar, il Kuwait e il Bahrein”, e che per tale motivo l’Iran devesmettere di produrre i droni e i missili che abbiamo visto di recente”.

Rubio ha anche affermato che “in un modo o nell’altro”, l’Iran sarà costretto a riaprire lo Stretto di Hormuz, e che gli USA si starebbero preparando a formare – e guidare – una coalizione militare internazionale nell’eventualità in cui dovessero decidere di intervenire militarmente. “Se l’Iran scegliesse di chiudere lo Stretto di Hormuz dopo la fine dell’operazione militare, dovrà affrontare gravi conseguenze”.


Il presidente degli USA Donald Trump ha rilasciato un post sul proprio social Truth in cui torna a minacciare di distruggere “completamente” tutti gli impianti di generazione elettrica e i pozzi petroliferi iraniani se Teheran non riaprirà lo Stretto di Hormuz; gli USA hanno anche minacciato di distruggere e attaccare l’isola di Khark, il principale centro logistico di idrocarburi dell’Iran e – “forse” – gli impianti di desalinizzazione.


Il governo spagnolo ha disposto la chiusura dello spazio aereo per tutti i velivoli coinvolti nella guerra all’Iran. Il divieto riguarda tanto gli aerei impegnati nei bombardamenti quanto quelli di supporto e rifornimento. Negato l’utilizzo agli USA delle basi aeree di Rota e Morón de la Frontera, nonostante le minacce di un embargo commerciale. Crescono dunque le tensioni tra Madrid e Washington.


A Islamabad, capitale del Pakistan, si è appena concluso un vertice tra i ministri degli Esteri di Arabia Saudita, Turchia ed Egitto che, insieme ai padroni di casa, hanno discusso del conflitto in corso in Asia occidentale.

I quattro Paesi invocano la de-escalation, ponendo enfasi sull’unità del mondo musulmano. Il vertice avrebbe lavorato per porre le basi a un tavolo negoziale tra le parti in guerra. Il Pakistan, Paese ospitante, si candida per questo ruolo. 

Se da un lato il presidente USA Trump oscilla tra aperture a tavoli diplomatici e ipotesi di invasioni terrestri, dall’altro Teheran alza un muro sull’ipotesi negoziale.


Una nuova ondata di missili iraniani è stata lanciata verso Israele. Sirene nel nord del Paese. Colpita la raffineria Bazan ad Haifa.


La missione UNIFIL, dispiegata in Libano, ha comunicato la morte di un peacekeeper e il ferimento di un altro soldato, entrambi indonesiani. Sono stati colpiti da alcuni proiettili, la cui provenienza non è stata ancora specificata da UNIFIL.

Nel frattempo è arrivata la condanna da parte di António Guterres, Segretario Generale delle Nazioni Unite, che invoca il rispetto del diritto internazionale.


Israele ha lanciato un nuovo attacco aereo sulla periferia meridionale di Beirut. Il bilancio delle vittime non è ancora definitivo ma si contano già diversi morti e feriti tra la popolazione civile.

L’Iran ha confermato la morte di Alireza Tangsiri, comandante della marina del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie, ferito nei giorni scorsi durante un bombardamento israeliano.


Le autorità del Kuwait hanno confermato l’attacco iraniano a un impianto di dissalazione, segnalando l’uccisione di un lavoratore indiano. Si tratta della rappresaglia annunciata da Teheran a seguito dei bombardamenti subiti ai siti industriali e strategici, ad opera di Israele e Stati Uniti.


  • Intervistato dal Financial Times nella giornata di ieri, Trump ha detto senza mezzi termini che gli USA vorrebbero “prendere il petrolio iraniano”, similmente a quanto fatto poche settimane fa con il Venezuela di Maduro. “Quello che preferirei è prendere il petrolio in Iran, ma alcune persone stupide negli Stati Uniti dicono: perchè lo stai facendo? Ma sono persone stupide” ha riferito il presidente al quotidiano. Per portare a termine l’obiettivo, sarebbe necessario impadronirsi dell’isola di Kharg, hub di esportazione della maggior parte del petrolio iraniano. “Magari prendiamo l’isola di Kharg, non lo so. Abbiamo molte opzioni” ha dichiarato Trump. Nelle ultime settimane, gli USA hanno schierato circa 10 mila marines in Medio Oriente.
  • Attacchi in tutto l’Iran hanno colpito scuole, infrastrutture energetiche e zone residenziali, mentre Israele ha dichiarato di aver intercettato alcuni missili iraniani. Attacchi con droni sono proseguiti su molti dei Paesi del Golfo.
  • I prezzi del greggio hanno sfiorato questa mattina i 116 dollari a barile, la cifra più alta in due settimane.
  • Un attacco missilistico ha colpito per la prima volta la base USA Victory, a Baghdad: non ci sono feriti perchè l’area era stata recentemente evacuata.

Narcotraffico: 20 persone arrestate tra Spagna e Italia

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Maxi operazione della Guardia di finanza di Milano contro un traffico internazionale di droga tra Italia e Spagna: eseguiti 20 arresti e sequestri di beni di lusso. L’indagine, coordinata dalla Dda con il supporto della Direzione nazionale antimafia ed Eurojust, ha smantellato due gruppi criminali di origine rom e marocchina. L’organizzazione importava hashish dal Marocco, distribuendolo a Milano, nel Sud Italia e a Barcellona, movimentando oltre 350 chili in quattro mesi. Le indagini, ostacolate da telefoni criptati e documenti falsi, hanno portato al sequestro di 176 chili di droga, armi, contanti e auto di lusso, tra cui una Ferrari e una Bmw.

Le Olimpiadi sono finite, ma la nuova cabinovia di Cortina non è ancora pronta

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A oltre un mese dalla conclusione delle Olimpiadi invernali e a distanza ormai di due settimane dalla conclusione dei Giochi paralimpici, la nuova cabinovia Apollonio-Socrepes di Cortina d’Ampezzo non è ancora entrata in servizio. L’impianto, che è costato circa 35 milioni di euro, doveva collegare il centro del paese con la pista Olympia delle Tofane, sede delle gare di sci alpino femminile. Eppure il cantiere, oggetto fin dal principio di proteste e contestazioni per la posizione in area franosa e per un iter assai travagliato, non è stato completato in tempo per l’evento. Nonostante le rassicurazioni delle istituzioni, oggi le cabine giacciono ancora in deposito, mentre il collaudo procede a rilento.

Il 5 marzo scorso, proprio nel giorno di apertura delle Paralimpiadi, Simico – la società responsabile delle infrastrutture olimpiche – aveva annunciato ufficialmente la fine dei lavori, dichiarando che «si sono ufficialmente conclusi ieri i lavori della Cabinovia Apollonio Socrepes», aggiungendo che, «dopo i nulla osta tecnici ricevuti da Ansfisa (Agenzia nazionale per la sicurezza delle ferrovie e delle infrastrutture stradali, ndr), il documento di fine lavori e il collaudo statico sanciscono a tutti gli effetti il completamento dell’impianto funiviario». Ciononostante, le foto diramate dal portale locale “Voci di Cortina” hanno raccontato un’altra realtà: ponteggi ancora montati, mezzi al lavoro, nessuna cabina installata. Oggi, a fine marzo, la situazione non sembra affatto essere cambiata. «È ancora tutto fermo – ha spiegato Marina Menardi, direttrice della testata locale –. Le cabine non sono ancora state montate, gli operai in questi giorni stanno lavorando alla stazione intermedia per liberare la strada». Ansfisa sta ora conducendo le verifiche tecniche necessarie al collaudo. Simico ha precisato che «una parte delle cabine sta effettuando i giri, le altre sono regolarmente in deposito. Sono stati effettuati, con esito positivo, i primi giri completi. I test sull’impianto andranno avanti anche nelle prossime settimane».

Cittadini ed enti locali denunciano da tempo che l’area in cui è in costruzione la cabinovia risulta a rischio frane, e presenta pericolosità geologica compresa tra i valori medi ed elevati. L’opera era finita in mezzo ai riflettori lo scorso settembre, quando i lavori del cantiere per la sua costruzione avevano causato un cedimento del terreno, aprendo una voragine di 15 metri di lunghezza. Prima dell’incidente, nel 2024, l’opera era stata bloccata dal Comitato Tecnico Regionale, che ne aveva sospeso l’approvazione proprio per via delle criticità ambientali. Il progetto presentava agli occhi degli esperti «discordanze e carenza di indagini», motivo per cui era stato chiesto che fossero fatte tutta una serie di integrazioni. La zona risulta infatti di pericolosità compresa tra il livello P2 (pericolosità geologica media) e P3 (periocolosità geologica elevata).

La gravità della situazione era emersa chiaramente a fine gennaio da una lettera inviata dal responsabile operativo dei Giochi, Andrea Francisi, alle autorità locali. Il documento, motivato dalla «mancata messa in funzione della cabinovia», avvertiva che «il venir meno, a ridosso dell’avvio delle operazioni olimpiche, di tale infrastruttura strategica genera rilevantissime criticità organizzative, con impatti significativi sulla gestione dei flussi, sulla sicurezza e sulla capacità complessiva del sistema». A ciò si aggiungono i costi, lievitati dai 22 milioni iniziali agli attuali 35, e il nodo del parcheggio: il progetto prevedeva un’area da oltre 750 posti che quasi sicuramente non verrà realizzata, lasciando il Comune a doversi inventare una soluzione provvisoria e poi definitiva. L’opera, pur non rientrando tra quelle «indifferibili» per lo svolgimento delle gare, era stata fortemente voluta dal governo e da Simico, che ne avevano fatto un simbolo dell’eredità olimpica.

[Crediti foto di copertina: Voci di Cortina]

Fake vintage: quando il fast fashion imita e la truffa è a portata di app

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Qual è il confine tra vintage e fast fashion se anche questi ultimi si mettono a produrre capi che scimmiottano l’estetica dei primi? E come si può capire cosa è veramente di seconda mano su piattaforme di rivendita quando sulle stesse si trovano capi appena comprati da colossi di ultra fast fashion e subito venduti al doppio del prezzo? Che su app come Vinted ormai si trovi di tutto è cosa abbastanza nota, così come è noto che la rivendita di capi non è più solo un modo per favorire l’economia circolare ma per alcuni un secondo lavoro che produce entrate costanti tutti i mesi; ma quello che sta succedendo ultimamente è ancora un passo avanti verso il caos. Un vero e proprio nuovo modello di business dove vengono acquistati capi su Shein, Temu o Aliexpress e gli stessi rivenduti immediatamente al doppio o al triplo del prezzo.

Uno dei fattori chiave del successo dei siti come Shein è, oltre ai prezzi inverosimilmente bassi, il suo essere in grado di scopiazzare ad arte quelli che sono i design di altri (più volte sono state segnalate e denunciate per plagi stilistici), cavalcando ciò che desta interesse e rendendoli popolari grazie ad una rapida diffusione. Visto il rapido interesse dei consumatori verso il vintage, era chiaro che prima o poi i signori della copia avrebbero attinto a quell’estetica come fonte di “ispirazione”. E così è stato.

La Swedish Motorcycle Jacket ne è un esempio. Ultimamente, questo modello di giacca biker anni 60 ispirata a quelle militari svedesi, sta spopolando in rete tramite annunci e social, andando letteralmente a ruba. E fin qui, tutto più o meno nella norma (a parte il fatto che ultra fast fashion e vintage sono ai poli opposti della catena della moda: la prima produce in tempi velocissimi per essere consumata in maniera altrettanto veloce; la seconda è moda fatta per restare e durare, che dà valore al tempo e riporta in auge il passato, in un’ottica decisamente circolare).

Il vero cortocircuito arriva quando la stessa giacca “finto-vintage” prodotta in maniera veloce viene rivenduta su Vinted al triplo del prezzo, spacciata per qualcosa di veramente vintage. Originale. Basta rimuovere l’etichetta, aggirare i controlli approssimativi della piattaforma, rispondere in maniera vaga a chi fa domande o chiede informazioni e la truffa è fatta.

Questo fenomeno, che agli occhi di qualcuno può sembrare anche una trovata geniale per fare qualche soldo in più, è in realtà un problema che coinvolge tutta l’industria della moda e la cultura del vintage stessa. Il vintage è, per sua natura, qualcosa che ha una storia, che parla di qualità, di estetica legata al tempo, di unicità e anche di rarità (alcuni pezzi sono delle vere e proprie chicche). Pezzi di passato a prezzi più o meno accessibili ai quali, negli ultimi tempi, viene avvicinata anche una valenza sostenibile perché si tratta di rimettere in circolo capi ed accessori già esistenti, evitando di supportare la sovrapproduzione. Ma se i produttori di massa si appropriano della stessa estetica per riprodurre milioni di pezzi e aumentare le vendite, a costi decisamente inferiori…il vintage che fine farà?

E se comprare vintage era un buon compromesso tra qualità e prezzo, e siti come Vinted erano diventati luoghi perfetti per trovare rarità e fare acquisti in un’ottica più consapevole, adesso che anche questi luoghi sono stati contaminati da prodotti di scarsa qualità e truffe tra privati supportati da multinazionali dell’ultra fast fashion, dove andremo a trovare qualcosa di veramente originale? Ammesso che l’originalità sia ancora un valore fondamentale dell’acquisto…

Forse niente succede per caso. E forse, anche questa ennesima tendenza, è solo il modo di assecondare il periodo storico ed economico che stiamo vivendo; un momento dove siamo tartassati continuamente dal bisogno di apparire e sfoggiare cose nuove ma senza i mezzi per assecondare questi “bisogni” (indotti). E per far fronte all’ennesimo capriccio va bene tutto. Anche il fake vintage prodotto da Shein e rivenduto su Vinted al doppio del prezzo. Che, comunque, sarà sempre più basso di un vintage originale.