Negli ultimi dieci anni il numero di ragazze sottoposte a mutilazioni genitali femminili è diminuito in modo significativo. Oggi, nei Paesi dove questa pratica è diffusa, si stima che una ragazza su tre venga sottoposta a mutilazione, mentre negli anni Novanta erano circa una su due. La metà dei progressi registrati dal 1990 è concentrata proprio nell’ultimo decennio, segnale che le campagne di prevenzione, l’istruzione e l’impegno delle comunità stanno iniziando a produrre effetti più visibili.
Le mutilazioni genitali femminili, spesso indicate con la sigla MGF, comprendono diverse procedure ...
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Gli studenti iraniani sono tornati a protestare all’interno di numerose università in tutto il Paese. Nelle giornate di ieri e oggi, numerosi campus si sono riempiti di giovani che commemoravano i caduti durante le mobilitazioni di gennaio, che il governo ha represso nel sangue. Il numero di morti è incerto a causa delle scarse informazioni dirette a disposizione, ma potrebbe aggirarsi intorno ad alcune migliaia. Le commemorazioni si sarebbero presto trasformate in manifestazioni contro il regime: al momento, secondo quanto riportato dai media locali, le forze militari sarebbero entrate in alcuni campus, mentre nella città di Mashhad sono stati segnalati scontri.
Le proteste sono iniziate ieri, sabato 21 gennaio. Alcuni video di attivisti online mostrano immagini di studenti che marciano vestiti di nero, intonando slogan quali “Morte ai tre gruppi corrotti: i mullah, la sinistra e Mujahedin-e Khalq”. A Teheran, le forze armate avrebbero violentemente attaccato gli studenti con proiettili e gas lacrimogeni. Le proteste hanno coinvolto alcuni dei principali campus del Paese, come la Sharif University of Technology della capitale, la Ferdowsi di Mashhad e l’Università Khajeh Nasir di Teheran, ma come già capitato per le proteste esplose all’inizio di quest’anno (quando il governo ha bloccato internet e arrestato centinaia di persone), le informazioni sono poche e frammentate. Le proteste erano iniziate per via dell’aumento dei prezzi e del crollo del valore della valuta locale ed avevano presto coinvolto tutto il Paese. Secondo la ONG Iran Human Rights, al momento sarebbero almeno 26 i manifestanti condannati a morte, mentre altre centinaia sono a rischio – inclusi bambini.
Secondo il mezzo di informazione Iran International, che ha sede a Londra, gli universitari sono scesi in piazza per commemorare le vittime del regime. I paramilitari del gruppo Basij starebbero già cercando di identificare i soggetti coinvolti. Non è chiaro come il governo intenda reagire al momento, ma il vicepreside dell’Università di Teheran ha dichiarato che “non sosterrà in alcun modo gli studenti” se le proteste si faranno “violente” e che “gli slogan contro l’establishment” fanno solo “perdere tempo”. Il ministero della Scienza ha dichiarato: “non permetteremo che l’ambiente universitario diventi insicuro”, condannando alcuni degli scontri all’università di Sharif.
Le proteste sono scoppiate in un momento molto delicato per il Paese. I negoziati tra Teheran e Washington, volti a trovare un accordo sul nucleare, procedono molto a rilento, mentre gli USA ammassano sempre più mezzi militari intorno al Paese. Nella serata di ieri, inoltre, il governo iraniano ha deciso di designare le forze armate aeree e marine dell’Unione Europea come “organizzazioni terroristiche”, in base al “principio della reciprocità”. La decisione segue un provvedimento analogo dell’Unione, la quale, lo scorso 19 febbraio, ha designato come entità terroristica le Guardie della Rivoluzione iraniane – sulla scia di quanto già fatto dagli USA nel 2019. Il pretesto è stata proprio la repressione contro i movimenti antigovernativi di gennaio.
I servizi segreti degli USA hanno riferito di aver ucciso un uomo “che sembrava trasportare un fucile e una tanica di benzina” e che avrebbe violato il perimetro della residenza di Trump di Mar-a-Lago, in Florida. Il presidente al momento si trova a Washington. L’uomo, sui vent’anni, è statto ucciso intorno all’1.30 di mattina, ora locale, ma la sua identità non è ancora stata rivelata. L’incidente “è oggetto di indagine da parte dell’FBI, dei servizi segreti statunitensi e dell’ufficio dello sceriffo della contea di Palm Beach”, ha dichiarato il responsabile della comunicazione dei servizi segreti, Anthony Guglielmi.
Le nanoplastiche possono interferire con i neuroni che regolano pubertà e fertilità, alterando meccanismi chiave del sistema riproduttivo. È questo il risultato di un nuovo studio coordinato dall’Università Statale di Milano, in collaborazione con l’Università di Torino e la Queen Mary University of London, che aggiunge nuovi preoccupanti elementi al dibattito sull’impatto dell’inquinamento da plastica sulla salute umana.
Le nanoplastiche sono frammenti inferiori a 0,001 millimetri, 50-100 volte più piccoli del diametro di un capello. Proprio per le loro dimensioni riescono a superare barriere organiche fondamentali e a penetrare nei tessuti. La ricerca si è in particolare concentrata sull’asse ipotalamo-ipofisi-gonadi, il sistema biologico che controlla la funzione riproduttiva nei mammiferi e che dipende dai neuroni produttori dell’ormone di rilascio delle gonadotropine (GnRH). Se questi neuroni non si sviluppano o non funzionano correttamente, si può verificare un deficit di GnRH, condizione associata a pubertà ritardata e infertilità. Il gruppo di ricerca ha utilizzato due modelli cellulari in vitro: le cellule GT1-7, che secernono GnRH, e le cellule GN11, che simulano la migrazione dei neuroni durante lo sviluppo embrionale. I risultati mostrano che le nanoplastiche entrano nelle cellule, attraversando la membrana cellulare, mediante un meccanismo chiamato “endocitosi non classica”. Una volta all’interno, alterano la funzione neuroendocrina nelle GT1-7 e compromettono la capacità migratoria delle GN11, passaggio essenziale per il corretto posizionamento dei neuroni GnRH nel cervello.
L’analisi trascrittomica delle cellule esposte – cioè lo studio dell’insieme dei geni attivi in un determinato momento – ha evidenziato un’alterazione dell’espressione di geni chiave per lo sviluppo e la funzione dei neuroni GnRH. Integrando questi risultati con i dati di sequenziamento dell’esoma – la porzione del genoma che codifica per le proteine – di pazienti affetti da deficit noto di GnRH, i ricercatori hanno individuato varianti rare in un gene coinvolto nella regolazione trascrizionale e nei ritmi circadiani in due maschi con grave ritardo puberale. È noto dalla letteratura clinica – come hanno spoiegato le prime autrici dello studio – che le cause genetiche attualmente identificate spiegano circa il 50% dei casi di deficit di GnRH. Una quota significativa rimane quindi priva di una spiegazione genetica chiara, circostanza che ha portato a ipotizzare un possibile contributo di fattori esterni. In questo contesto, i risultati dello studio suggeriscono che l’interferenza delle nanoplastiche possa rappresentare un potenziale fattore di rischio ambientale.
Un ipotesi che non è la prima volta che fa capolino tra la comunità scientifica internazionale. Negli ultimi anni si sono anzi moltiplicate le evidenze sulla presenza di micro e nano plastiche nel corpo umano e sul loro possibile impatto sulla fertilità. Uno studio pubblicato sulla rivista Science of the Total Environment ha rilevato microplastiche in 6 campioni su 10 di liquido seminale di uomini sani residenti in un’area altamente inquinata della regione Campania. I frammenti, di dimensioni comprese tra 2 e 6 micron, sono stati individuati in soggetti non fumatori e senza patologie note. Secondo gli autori, gli organi riproduttivi maschili sono particolarmente sensibili agli interferenti chimici e le cellule spermatiche rappresentano un indicatore precoce dell’impatto dell’inquinamento. Secondo dati citati dalla Società Italiana di Andrologia, negli ultimi decenni la concentrazione media di spermatozoi si è ridotta drasticamente a livello globale, con un’accelerazione dopo il 2000. Le cause sono sicuramente multifattoriali, ma l’esposizione cronica a inquinanti ambientali è considerata uno dei fattori rilevanti. Altri studi hanno poi documentato microplastiche nelle urine, nel sangue e nella placenta umana, mentre un gruppo di ricerca internazionale ha dimostrato che particelle di dimensioni nanometriche possono superare la barriera emato-encefalica, raggiungendo il cervello.
L’inquinamento da plastica rappresenta una delle principali emergenze ambientali globali. Ogni anno vengono prodotte oltre 380 milioni di tonnellate di plastica, circa la metà destinate al monouso. Una parte consistente di questi materiali, mal gestiti o dispersi, si frammenta progressivamente in microplastiche attraverso meccanismi primari – quando rilasciate direttamente nell’ambiente, ad esempio dal lavaggio di tessuti sintetici o dall’abrasione degli pneumatici – o secondari, quando derivanti dalla degradazione di oggetti più grandi come bottiglie, buste e reti da pesca. L’ONU stimava già nel 2017 la presenza di circa 51mila miliardi di particelle di microplastica negli oceani. Queste particelle, persistenti per natura chimica dei polimeri, entrano anche nella catena alimentare attraverso organismi marini e possono arrivare sulle nostre tavole. Sono state rilevate in acqua potabile, diversi alimenti, e persino in Antartide. Di fronte a questo scenario, l’Unione Europea sta tentando di alzare un argine con l’obiettivodi ridurre del 30% il rilascio di microplastiche nell’ambiente entro il 2030, nell’ambito di una strategia più ampia contro l’inquinamento. Il Parlamento europeo ha ad oggi sostenuto il divieto di alcuni prodotti in plastica monouso e l’eliminazione della plastica oxo-degradabile, fino al divieto al glitter, alle microsfere e, in generale, all’aggiunta intenzionale di microplastiche in prodotti quali cosmetici, detergenti, fertilizzanti o materiali utilizzati su superfici sportive artificiali.
«Finché l’Ucraina non riprenderà il transito del petrolio verso Ungheria e Slovacchia attraverso l’oleodotto Druzhba, non permetteremo che decisioni importanti per Kiev vengano portate avanti»: lo ha dichiarato il ministro degli Esteri ungherese, Péter Szijjártó, che ha annunciato l’intenzione del suo Paese di bloccare il ventesimo pacchetto di sanzioni UE contro Mosca. Le misure dovrebbero essere discusse domani, nell’ambito della riunione del Consiglio degli Affari Esteri UE.
C’è una teoria piuttosto diffusa tra gli appassionati di cucina secondo cui le melanzane non sarebbero veramente melanzane. Non subito, almeno. Una volta raccolte necessiterebbero di un’ulteriore trasformazione per compiere il loro destino. Un ultimo, fondamentale, salto evolutivo. Questo processo consiste nell’immergerle nell’olio bollente. In pratica le melanzane vanno prese e, contestualmente, fritte. Solo dopo questo rito di iniziazione possono dirsi, finalmente, melanzane.
Nel 2021 il musicista jazz turco Önder Focan era chiuso in casa a causa del Covid. Come molti, soffriva la solitudine del lockdown e cercava di riempire le giornate facendo ciò che in quel periodo sembrava un’attività universale: cucinare ricette trovate su YouTube. Un giorno, immerso come tutti nella lenta lievitazione della sua esistenza, gli venne un’illuminazione. Decise di comporre un disco interamente dedicato alle melanzane. Sei tracce per sei diverse ricette. Ogni brano racconta una preparazione, partendo dalla melanzana più essenziale fino a piatti più complessi. Le composizioni seguono i tempi della cucina: l’attesa, il calore che sale, il momento esatto in cui bisogna girare la fetta prima che bruci. La musica non accompagna la ricetta: èla ricetta. L’album, uscito nel 2022, si intitola Aubergine, che in turco significa proprio melanzana. La scaletta comprende, tra gli altri, Moussaka, canzone dedicata all’omonimo sformato greco a base di melanzane, Patlıcan Beğendi, piatto turco realizzato creando una crema fatta con le melanzane arrosto e Melanzane alla parmigiana, canzone dal titolo direttamente in italiano per cui non servono altre spiegazioni. La prima traccia si chiama Karnıyarık, uno dei piatti nazionali turchi a base di melanzane ripiene. Si inizia con un riff saltellante di contrabbasso a cui si aggiungono batteria e un pizzico di pianoforte. Poi si butta dentro la chitarra, con i suoni che si intrecciano mentre il ritmo sale, sfumando poi il tutto con un’abbondante assolo di tromba. Per la ricetta, invece, si parte da un soffritto di cipolla e aglio, si aggiungono pomodori, peperoni e carne, e si lascia cuocere fino a ottenere un ripieno compatto. A quel punto le melanzane vengono svuotate, farcite e passate in forno.
Prima però, naturalmente, devono essere fritte.
Musica e cucina. Due elementi ormai difficili da separare nel mondo moderno. Basti pensare al fenomeno, spesso controverso, a volte apertamente contestato, della musica nei ristoranti. Ne sa qualcosa il celebre compositore giapponese Ryūichi Sakamoto, fondatore della Yellow Magic Orchestra e autore di colonne sonore iconiche come quelle dell’Ultimo Imperatore, Revenant e Cime Tempestose (la versione del 1992), che qualche anno fa scrisse una mail di protesta al suo ristorante preferito di New York, il Kajitsu, per lamentarsi della musica che veniva diffusa nel locale. La playlist era composta da un misto di pop brasiliano, cantautori folk americani e un po’ di jazz stile Miles Davis. Brani perfettamente dignitosi ma, a detta di Sakamoto, totalmente inadatti a dialogare con l’eleganza silenziosa di un ristorante giapponese. «Amo il vostro cibo – scrisse allo chef Hiroki Odo – e adoro questo ristorante, ma non sopporto la musica che mettete. Chi l’ha scelta? Chi ha deciso di mettere insieme una simile accozzaglia?» Per Sakamoto la musica di un locale non poteva essere un semplice riempitivo, ma qualcosa che andava pensato con la medesima attenzione con cui lui stesso sceglieva i suoni per accompagnare le immagini dei film. Così come una scena al cinema richiede un certo equilibrio di timbri, silenzi e intensità, anche il suo ristorante preferito meritava una colonna sonora capace di aderire allo spazio fisico e al tempo che vi scorre dentro. La musica, nella sua visione, doveva adattarsi alle dimensioni della sala e alla luce che filtra dalle finestre, fondersi con il chiacchiericcio sommesso dei clienti e con il tintinnio dei bicchieri, fino a intrecciarsi con il gusto dei piatti, senza mai sovrastarlo.
Ryuchi Sakamoto a un tavolo del Kajitsu, foto del New York Times
Sakamoto nella lettera non si limitò a protestare, proponendo allo chef Odo di creare lui stesso una playlist per accompagnare pranzi e cene: «Lascia che ci pensi io. Perché il tuo cibo è buono quanto è bella la villa imperiale di Katsura, mentre la musica del tuo ristorante sembra quella della Trump Tower». Fu così che Ryuichi Sakamoto, uno dei compositori più celebrati al mondo, abituato a lavorare con orchestre sinfoniche, ensemble sperimentali e registi premi Oscar, si ritrovò a fare quella che fino a pochi anni fa veniva umilmente chiamata la “cassettina”. Compilata però con la stessa meticolosità con cui avrebbe orchestrato una scena madre. Ne venne fuori una lista di circa 50 canzoni per più di 3 ore di musica. La scaletta alternava con equilibrio diversi linguaggi sonori. Il jazz, suonato soprattutto al pianoforte, costituiva l’ossatura principale, con interpreti celebri come Bill Evans e Thelonious Monk. A questi si affiancavano le sperimentazioni di John Cage e la musica ambient di Brian Eno. Non mancavano poi le incursioni nell’elettronica contemporanea, ad esempio con brani tratti dall’album Drukqs di Aphex Twin.
E poi c’era la meravigliosa voce della cantante brasiliana Gal Costa. Altro che Smell like teen spirit fatta con la bossanova.
Sakamoto e la moglie passarono diverse settimane al ristorante, cenando assieme allo chef Odo e testando i brani direttamente in sala per capire se si adattassero bene all’atmosfera del posto. Alla fine si arrivò ad una scaletta, che però non fù mai definitiva. Così come un ristorante aggiorna sempre i suoi menù, anche Sakamoto continuò negli anni a modificare la playlist aggiungendo o togliendo i brani. Questa strana collaborazione tra lo chef Hiroki Odo e Ryuchi Sakamoto proseguì fino al 18 settembre 2022, quando venne annunciata la chiusura Kajitsu a causa della scadenza del contratto di affitto. Sakamoto morì pochi mesi dopo, nel marzo 2023.
Mohammad ha circa 45 anni. Più della metà della sua vita l’ha passata in prigione. È uscito a gennaio dell’anno scorso, grazie agli accordi promossi da Hamas che hanno permesso la liberazione di circa 3200 prigionieri palestinesi dalle carceri israeliane. Era stato arrestato nel 2003, a seguito della Seconda Intifada, la sollevazione popolare che ha fatto tremare Israele ormai più di 20 anni fa.
Mohammad non è il suo vero nome: come tutti i protagonisti di questa intervista, ha accettato di raccontare solo a condizione che il suo nome non comparisse, e che non si potesse risalire alla sua iden...
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Nelle prime ore di oggi, domenica 22 febbraio, l’esercito pakistano ha portato a termine alcuni attacchi aerei all’interno di quelli che sono stati definiti “campi e nascondigli” di gruppi armati che sarebbero stati autori di alcuni dei recenti attacchi sanguinari nel Paese, tra i quali un attentato suicida a Islamabad, all’interno di una moschea sciita. Secondo il ministero della Difesa afghano, gli attacchi hanno preso di mira una scuola religiosa e abitazioni, uccidendo “decine di persone, tra le quali donne e bambini”.
A poche ore dalla bocciatura della Corte Suprema, il presidente USA rilancia la sua politica commerciale. Trump cambia la base giuridica, facendo appello al Trade Act del 1974, e dispone nuovi dazi compresi tra il 10% e il 15% per un periodo di 150 giorni. «Nel corso dei prossimi pochi mesi, l’amministrazione Trump emetterà nuove tariffe legalmente ammissibili, che proseguiranno il nostro straordinario processo di successo per rendere l’America di nuovo grande», ha aggiunto il presidente USA, criticando la sentenza della Corte Suprema.
Sono tanti, tantissimi gli elementi che non tornano nella versione resa dalle forze dell’ordine sull’uccisione di Abderrahim Mansouri, il 28enne marocchino morto a causa di un colpo di pistola alla tempia il 26 gennaio scorso nel bosco di Rogoredo a Milano. Secondo quanto ricostruito dai pubblici ministeri, infatti, l’agente più vicino a Carmelo Cinturrino – il poliziotto che ha sparato – si sarebbe allontanato dalla scena subito dopo il colpo per recarsi al commissariato Mecenate, dove le telecamere lo hanno ripreso mentre entrava a mani vuote e usciva con uno zaino. Gli investigatori sospettano che al suo interno ci fosse la pistola a salve successivamente ritrovata accanto al corpo di Mansouri e che l’arma sia stata posizionata lì per giustificare la “reazione” dell’assistente capo. Dalle rilevazioni è inoltre emerso come Mansouri sia stato colpito mentre era già voltato, mentre i soccorsi sarebbero stati chiamati con ben 23 minuti di ritardo.
Centrale nell’indagine è la ricostruzione dei minuti successivi allo sparo. Mentre Mansouri era a terra, ancora agonizzante, uno degli agenti si allontanava verso il commissariato. Al suo rientro, sarebbe spuntata la pistola finta — una riproduzione di una Beretta 92 — che Cinturrino ha sempre indicato come l’arma che la vittima gli avrebbe puntato contro, spingendolo a sparare «per paura». Le analisi scientifiche stanno però già offrendo elementi dissonanti rispetto a questa versione: sulla pistola, infatti, sarebbero stati isolati due profili genetici diversi, senza che siano state rinvenute impronte riconducibili a Mansouri. Il poliziotto che si era recato al commissariato ha poi raccontato sotto interrogatorio: «Mi ha detto di tornare in commissariato a prendere lo zaino. Non l’ho aperto, non sapevo cosa ci fosse dentro». L’autopsia ha inoltre evidenziato che il colpo è entrato dall’osso parietale destro, segno che il 28enne fosse girato al momento dello sparo, e sul suo volto sono state riscontrate ecchimosi e lividi, compatibili con una caduta a faccia in avanti. Sul giubbotto, inoltre, sarebbe ben visibile l’impronta di una scarpa.
Altro elementi fondamentale concerne l’analisi dei telefoni: Mansouri, nel momento in cui è stato ucciso, stava parlando con un pusher, il quale lo avvisava dell’arrivo dei poliziotti. Pochi secondi dopo, lo spacciatore effettuò una nuova chiamata a Mansouri, ma non ottenne nessuna risposta. Quattro colleghi di Cinturrino, sotto inchiesta per favoreggiamento e omissione di soccorso, sono stati ascoltati nella giornata di giovedì. Essi avrebbero fornito versioni tra loro concordanti, descrivendo l’assistente capo 41enne come una sorta di «fanatico» che gestiva le operazioni nel boschetto della droga «col pugno duro» e che, pur non essendo il più alto in grado, avrebbe preso il controllo della situazione subito dopo la sparatoria. Alcuni di loro avrebbero anche riferito di abituali pestaggi ai pusher e di arresti eseguiti con eccessiva «disinvoltura».
L’inchiesta sta però pescando anche dal passato di Cinturrino, sul quale pende già un fascicolo per falso legato a un verbale di arresto del maggio 2024. In quel frangente, una telecamera lo aveva immortalato mentre estraeva e intascava banconote dalla cover del cellulare di uno spacciatore tunisino, una quantità di denaro di gran lunga superiore a quella poi dichiarata negli atti ufficiali. A fine gennaio, inoltre, è arrivata negli uffici dei pm un’informativa dei carabinieri su una confidenza: in piazzale Ferrara, zona Corvetto, esisterebbe un appartamento utilizzato come base per lo spaccio da due italiani, i quali godrebbero «della protezione di un poliziotto, un certo Carmelo, amico della portinaia del condominio». Secondo la stessa fonte, l’agente avrebbe anche chiesto «alcune migliaia di euro» a un pusher originario del Marocco per autorizzarlo a inserirsi nella piazza.
Nel frattempo, col passare dei giorni, anche il fronte politico che subito aveva espresso piena solidarietà ai poliziotti ha iniziato a mostrare crepe. Il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, ha ora affermato: «Sono compiaciuto che la polizia di stato sia in grado di fare chiarezza e di non fare sconti a nessuno, di saper dare la migliore risposta a chiunque metta in dubbio la capacità di poter fare chiarezza anche al proprio interno. Poi noi accetteremo con assoluta serenità quello che emergerà». Dopo aver parlato di un «poliziotto» che «si difende» e di un «balordo» che «muore», il vicepremier e leader leghista Matteo Salvini ha dichiarato: «se qualcuno sbaglia, va accertato». Per lunedì è attesa una riunione decisiva in procura tra il pm Tarzia e il procuratore Marcello Viola per definire i prossimi passi dell’inchiesta.
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