sabato 10 Gennaio 2026
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La bufala totale del narcotraffico venezuelano

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All’alba del 3 gennaio 2026, il cielo di Caracas è stato squarciato da aerei militari statunitensi, con raid su obiettivi statali e movimenti tattici che in poche ore hanno preparato il terreno per un annuncio clamoroso: il sequestro di Nicolás Maduro e il suo trasferimento sotto custodia degli Stati Uniti. L’amministrazione di Washington ha parlato a chiare lettere di un’operazione effettuata per combattere il narcotraffico e smantellare presunti cartelli che avrebbero trasformato il Venezuela in un “narco-Stato”. Ma se si prende sul serio la documentazione pubblica e le analisi di esperti, q...

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L’Unione Europea ha rinviato ancora la legge contro la deforestazione

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L’Unione europea ha ufficialmente rinviato per il secondo anno consecutivo la legge contro la deforestazione, nota come EUDR. La norma vieterebbe l’importazione di prodotti come cacao, caffè, soia, carne bovina, legname, olio di palma e gomma provenienti da aree deforestate dopo il 2020, imponendo dati geolocalizzati ai produttori. Approvata nel 2023 e prevista dal 2024, era già stata rinviata per pressioni politiche ed economiche. Con le nuove modifiche, l’entrata in vigore è ora prevista a partire dal 30 dicembre 2026 per i grandi operatori e dal 2027 per i più piccoli, con una revisione prevista nell’aprile 2026 che potrebbe aprire a ulteriori modifiche.

L’emendamento che permette il rinvio è stato approvato a fine dicembre con la scusa di «garantire una transizione giusta» e consentire il miglioramento del sistema informatico impiegato per presentare le dichiarazioni elettroniche sulla due diligence (la “dovuta diligenza”), le quali attestano che il prodotto non provenga da terreni deforestati e non abbia contribuito alla deforestazione. Nel settembre dello scorso anno, la Commissione UE aveva fatto sapere che i propri sistemi informatici non erano pronti per gestire la mole di dichiarazioni prevista, nonostante gli oltre due anni avuti a disposizione per approntare un sistema funzionante, e aveva proposto il rinvio della normativa. Enti come il WWF avevano definito «imbarazzante» la richiesta della Commissione: «se questo problema tecnico è reale, non solo dimostra incompetenza, ma anche una palese mancanza di volontà politica nell’investire per un’attuazione tempestiva dell’EUDR» aveva commentato Anke Schlumeister-Oldenhove, Forest Policy Manager di WWF European Policy Service. Entro il 30 aprile 2026, inoltre, la Commissione dovrà presentare una relazione per valutare l’impatto della normativa proprio su micro e piccoli operatori, con il rischio che il termine per l’introduzione della legge slitti ulteriormente.

L’EUDR è frutto della mobilitazione dal basso. La legge era stata formulata dopo che, nel 2020, 1,2 milioni di cittadini europei, insieme a 200 ONG da tutto il mondo, avevano firmato una petizione per chiedere agli organi dell’Unione una normativa che tutelasse le foreste globali. Oggi, dell’ambizioso disegno di legge iniziale resta poco. Hugo Shally, membro della Commissione UE e autore del primo testo di legge, ha spiegato in un’intervista rilasciata al Guardian che la norma è stata «svuotata» dall’eliminazione degli obblighi di verifica della provenienza delle materie prime in carico agli operatori a valle. L’alleggerimento degli obblighi diretti a carico degli operatori, a suo parere, renderà più difficile perseguire penalmente coloro che li infrangeranno, ha commentato. Originariamente, infatti, la legge prevedeva che le aziende monitorassero i propri appaltatori terzi e che venissero impiegati sistemi di geolocalizzazione per risalire agli appezzamenti di terreni coinvolti e capire se vi fosse coinvolta deforestazione illegale. Le aziende che infrangevano la normativa potevano incorrere in multe pari fino al 4% del loro fatturato – scatenando il malcontento tra multinazionali e politica.

Nella primavera dello scorso anno, 11 Paesi dell’UE – tra i quali anche l’Italia – avevano chiesto alla Commissione di depotenziare le norme, definite troppo gravose dai ministri dell’Agricoltura. In una lettera inviata a Bruxelles, i firmatari chiedevano che la legge sulla deforestazione fosse inserita nei piani di semplificazione già avanzati dalla Commissione, di introdurre Paesi o regioni con un rischio di deforestazione insignificante che fossero esenti dai controlli imposti dalla legge e meccanismi di compensazione che permettessero di disboscare se si ripiantano alberi in un’altra zona.

L’Italia, d’altronde, è in prima linea tra i Paesi che hanno chiesto un generale depotenziamento o rinvio delle leggi a tutela dell’ambiente, Green Deal in primis – siamo stati gli unici a votare contro i divieti sulla pesca a strascico, oltre ad aver votato contro la norma sulla riduzione delle emissioni industriali (riuscendo a ridurre i limiti imposti agli allevamenti intensivi), contro la legge sul ripristino della natura e contro la riduzione delle emissioni del settore auto, oltre ad aver contribuito alla riqualificazione al ribasso dello status di tutela del lupo. Il secondo mandato von der Leyen, insomma, si conferma orientato a depotenziare notevolmente le iniziative per il clima dell’UE. L’ultima iniziativa che conferma la tendenza è la retromarcia sul divieto di vendita dei motori a combustione interna, rivedendo gli obiettivi di riduzione delle emissioni previsti per il 2035. In generale, gli obiettivi per la neutralità climatica entro il 2050 sono stati ampiamente rivisti, soprattutto per via delle pesanti modifiche apportate al Green Deal, che assecondano le pressioni e gli interessi di politica e aziende con scelte destinate inevitabilmente a ricadere sulla società in generale.

Il Venezuela consegnerà 50 milioni di barili di petrolio agli USA

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Gli Stati Uniti riceveranno fino a 50 milioni di barili di petrolio di “alta qualità” dal Venezuela. Lo ha annunciato sul social Truth il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che ha anche precisato che il greggio sarà venduto a prezzo di mercato e i proventi saranno sotto il suo controllo «per garantire che siano utilizzati a beneficio del popolo del Venezuela e degli Stati Uniti». Il petrolio, attualmente bloccato in depositi e petroliere per le sanzioni imposte da Washington, sarà trasportato via nave verso gli Stati Uniti. Trump ha incaricato il Segretario all’Energia Chris Wright di attuare il piano. L’accordo potrebbe valere circa 1,9 miliardi di dollari.

Le api senza pungiglione sono i primi insetti al mondo con diritti riconosciuti dalla legge

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Di solito si parla di diritti legali pensando a persone, comunità o, più recentemente, a fiumi e foreste. In Perù, però, per la prima volta al mondo questi diritti sono stati riconosciuti a degli insetti. Le api senza pungiglione dell’Amazzonia hanno ottenuto uno status giuridico che ne tutela l’esistenza, in una regione dove la pressione umana sugli ecosistemi è sempre più intensa.
La decisione è arrivata attraverso due ordinanze locali, la prima adottata nella provincia di Satipo, nel Perù centrale, all’interno della Riserva della Biosfera di Avireri Vraem. La seconda nella città di Nauta, ...

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Proteste in città del Nepal, imposto il coprifuoco

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Dopo una serie di episodi di vandalismo contro una moschea, in Nepal, sono scoppiate una serie di proteste da parte della comunità musulmana. Le proteste sono scoppiate nella città di Birgunj, dove si sono registrati piccoli scontri tra i manifestanti e la comunità indù; le autorità hanno imposto il coprifuoco e dispiegato l’esercito per le strade. Vietati assembramenti e manifestazioni.

Cisgiordania, l’IDF irrompe nell’Università di Birzeit e spara contro gli studenti

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PALESTINA OCCUPATA – L’IDF, l’esercito israeliano, ha fatto irruzione questa mattina nell’Università palestinese di Birzeit, vicino a Ramallah, ferendo 11 studenti di cui cinque con proiettili veri. I soldati hanno distrutto il cancello principale dell’Università, e sono entrati con almeno sette veicoli blindati sparando poi lacrimogeni, bombe stordenti e proiettili. La Mezzaluna Rossa Palestinese ha soccorso e trasferito in ospedale in totale 11 giovani studenti, di cui 4 feriti per inalazione da gas, 5 da arma da fuoco e due per ferite da caduta a causa dell’incursione. Decine di altri studenti hanno subito intossicazioni da lacrimogeni. I soldati hanno poi fatto irruzione in diversi edifici e facoltà e hanno sequestrato attrezzature appartenenti al movimento studentesco, attivo nelle proteste contro l’occupazione d’Israele. Durante il raid, le forze israeliane hanno anche detenuto il vicepresidente dell’università per gli affari accademici, Assem Khalil.

Nella struttura erano presenti circa 8000 studenti; secondo l’agenzia di stampa Anadolu, il raid ha fatto seguito a un evento studentesco organizzato in solidarietà con i prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane e ha coinciso con i preparativi per la proiezione di Hind Rajab, il film che documenta l’uccisione di una bambina di cinque anni e di buona parte della sua famiglia durante la guerra di Gaza. Il raid ha impedito lo svolgimento dell’evento come previsto, che mirava a mettere in luce le violazioni israeliane contro i civili nella Striscia.

Il Ministero dell’Istruzione e dell’Istruzione Superiore palestinese ha condannato l’incursione, affermando che questi attacchi violano palesemente tutte le norme e le convenzioni internazionali che criminalizzano la violazione della sacralità delle università e delle istituzioni educative in generale. Il Ministero ha sottolineato che tali violazioni non spezzeranno la volontà delle istituzioni nazionali, dei loro studenti e del loro personale, che rimarranno invece impegnati nella missione di conoscenza e apprendimento.

Sale così a 26 il numero delle incursioni effettuate dall’esercito di Tel Aviv nella struttura universitaria dal 2002 a oggi, la terza in meno di 4 mesi. Il mese scorso l’università ha sottolineato come questi assalti non siano un incidente isolato, ma parte di un modello di aggressione israeliana contro l’istruzione superiore in Palestina che va avanti da tempo. Ha fatto notare che più di 150 studenti dell’Università di Birzeit sono attualmente detenuti nelle prigioni israeliane, mentre il campus continua a subire ripetute incursioni militari.
Il raid arriva in un momento di intensificazione delle operazioni israeliane in tutta la Cisgiordania, dove campus universitari, scuole e infrastrutture civili sono sempre più spesso oggetto di incursioni militari.

Progetto Phobos, in Umbria pale eoliche alte oltre 200 metri: i comitati annunciano battaglia

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Nel territorio dei Comuni di Orvieto e San Giorgio, in Umbria, potrebbe sorgere un impianto eolico composto da 7 aerogeneratori, ciascuna di un’altezza superiore ai 200 metri. Quattro volte il Duomo di Orvieto, scrivono i comitati che stanno dando battaglia. Il progetto di RWE Renewables Italia srl, braccio della tedesca RWE, sorgerebbe infatti tra l’Altopiano dell’Alfina e il lago di Bolsena, un territorio ricco di resti archeologici di pregio e siti protetti. A rappresentare una particolare criticità, sottolineano i comitati, vi è il fatto che il progetto del parco non rispetterebbe quanto stabilito dalla legge e dal Codice dei Beni Culturali, che impone una distanza minima di 3 km tra i beni culturali protetti e opere di questo genere e che, in questo caso, non verrebbe rispettata. “Ancora una volta”, commentano, “siamo di fronte alla privatizzazione dei profitti e alla socializzazione dei danni.

“A titolo esemplificativo, la Necropoli etrusca del Lauscello dista circa 500 metri dall’aerogeneratore n. 4, che misura in altezza circa 200 metri”, scrivono i comitati in una petizione inviata alla presidenza della Repubblica, nella quale si chiede lo stop ai lavori. Una speranza in questo senso era giunta a ottobre dello scorso anno, quando la Conferenza dei servizi della Regione Umbria aveva bocciato la realizzazione del progetto. Tuttavia, pochi giorni fa, il Consiglio di Stato ha accolto il ricorso di RWE, sbloccando di fatto i lavori. Complessivamente, il parco dovrebbe produrre 42 GW di energia, 6 GW per ogni aerogeneratore costruito.

Le associazioni chiedono che il progetto sia del tutto annullato. La coalizione TESS (Transizione Energetica Senza Speculazione), che comprende 140 associazioni e comitati per la difesa dei territori, scrive che tra le criticità vi è la “mancata ottemperanza a prescrizioni essenziali della VIA [Valutazione Impatto Ambientale, ndr]”, dalla quale deriva una “alterazione del bilanciamento costi/benefici ambientali”, e l’esistenza di un “interesse pubblico rafforzato”. “L’eventuale realizzazione dell’impianto Phobos comprometterebbe in maniera permanente uno dei paesaggi più preziosi d’Italia” scrive TESS, “ma soprattutto aprirebbe la strada a una sequenza di analoghe approvazioni in contesti di pari valore, come Civita di Bagnoregio o la Maremma”.

La Cina vieta la vendita di beni a doppio uso al Giappone

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La Cina ha vietato le esportazioni di beni a duplice uso civile e militare verso il Giappone. La notizia arriva dal ministero del Commercio cinese, che tuttavia non ha specificato esattamente a quali prodotti si riferisca. La mossa arriva in un momento di tensioni tra Cina e Giappone, scoppiato dopo che la premier nipponica Sanae Takaichi ha affermato che l’esercito giapponese potrebbe venire coinvolto se Pechino dovesse agire contro Taiwan.

Piogge in Indonesia: 14 morti

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L’Indonesia è stata colpita da una ondata di forti piogge che ha causato improvvise inondazioni, uccidendo almeno 14 persone. Le piogge hanno interessato l’isola di Siau, situata nella regione di Siau Tagulandang Biaro, e hanno provocato l’allagamento di strade e smottamenti. Centinaia di persone sono state evacuate a causa delle inondazioni, e diverse strade risultano ancora bloccate dai detriti. Ignoto il numero di dispersi; sono ancora in corso le operazioni di soccorso.

Le borse brindano alla guerra contro il Venezuela: volano le aziende di armi e petrolio

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Il blitz statunitense in Venezuela ha acceso le borse globali, trasformando una crisi geopolitica in un rally finanziario. Tra future in rialzo, indici asiatici euforici e Wall Street pronta a seguire, a guidare la corsa sono i titoli dell’energia e della difesa, mentre il petrolio risale e gli investitori scommettono su “ricostruzioni” future. In parallelo, hedge fund e gestori patrimoniali statunitensi stanno pianificando un viaggio esplorativo a Caracas a marzo, per anticipare il nuovo assetto di potere e sfruttare la crisi come corsia preferenziale verso il mercato venezuelano, puntando su privatizzazioni del settore energetico e sulla riapertura ai capitali occidentali.

È la logica della shock economy: l’emergenza viene usata come leva e la destabilizzazione diventa un modello di business. Lunedì la reazione delle borse al raid statunitense in Venezuela è stata immediata e coordinata. In Asia, Tokyo e Seul hanno registrato rialzi superiori al tre per cento, trainate dai settori industriali ed energetici. Wall Street ha aperto con future in aumento, mentre gli indici europei hanno seguito a ruota. Il messaggio dei mercati è chiaro: la crisi di Caracas ridisegna gli equilibri delle forniture globali e crea spazio per manovre speculative come leva di guadagno. Il petrolio ha reagito con un balzo dei prezzi: gli investitori hanno iniziato a scommettere che l’intervento USA finirà per sostenere l’economia statunitense, garantendo l’approvvigionamento di petrolio e di conseguenza mantenendo sotto controllo l’inflazione. A trarre il maggior vantaggio dal nuovo clima di tensione sono stati i titoli della difesa e dell’energia, tornati a essere letti dai mercati come asset strategici in uno scenario di conflittualità globale crescente. A Milano, su Piazza Affari, gli acquisti si sono concentrati sul listino principale: Leonardo ha messo a segno un rialzo del 6,3%, mentre Fincantieri è salita del 4,5%. Un segnale chiaro di come l’operazione militare statunitense in Venezuela venga interpretata come un incentivo alla spesa militare, riaccendendo al tempo stesso interrogativi su possibili escalation in altri dossier sensibili, dall’Iran alla Groenlandia, fino a Taiwan. Sul fronte energetico si è distinta Eni, in rialzo dell’1,5%, tra le poche major straniere ancora operative nel Paese sudamericano. L’amministrazione Trump non ha ancora consultato le principali compagnie petrolifere statunitensi, come ExxonMobil, Chevron e ConocoPhillips; incontri tra governo e big del petrolio sono in programma nei prossimi giorni, e l’unica major attiva nel Paese resta Chevron.

Dietro l’euforia dei listini si muove una finanza meno visibile ma altrettanto attiva. Secondo quanto riportato da Business Insider, Charles Myers, presidente della società di consulenza Signum Global Advisors e figura conosciuta nei circoli di rischio geopolitico, ha messo in piedi un ristretto gruppo di lavoro di circa venti investitori – tra hedge fund, gestori patrimoniali e specialisti dei settori energetico e difesa – con l’obiettivo di recarsi a Caracas già nel mese di marzo per sondare opportunità di investimento dirette. Secondo il presidente di Signum Global Advisors, proprio il rientro dei capitali stranieri nell’industria energetica dovrebbe fungere da motore iniziale della ripresa, trascinando con sé il rinnovo – o la creazione ex novo – di infrastrutture, capacità produttive e servizi. Myers parla apertamente della possibilità che l’investimento straniero nel Paese nei prossimi cinque anni possa oscillare tra 500 e 750 miliardi di dollari, e sottolinea come molti dei potenziali partecipanti «hanno effettivamente acquistato obbligazioni in previsione di questo momento». Questa dinamica non nasce per caso: gruppi di investimento organizzati da Signum hanno precedenti simili in zone di conflitto o post-conflitto, con viaggi programmati in Siria e Ucraina quando anche lì si profilavano scenari di riassetto economico post-crisi. Nel caso venezuelano, Myers non nasconde il “cauto ottimismo”: «C’è un enorme interesse per le opportunità di ricostruzione del Venezuela».

La rimozione di Maduro viene interpretata dagli ambienti finanziari come l’apertura di una finestra strategica per penetrare in un’economia piegata dalla crisi ma ancora ricchissima di risorse, consentendo agli investitori di posizionarsi in anticipo sul nuovo equilibrio di potere. La destabilizzazione del Venezuela si trasforma così in un’occasione di profitto: un turismo finanziario che anticipa la normalizzazione politica, quando l’emergenza non è ancora superata ma è già monetizzabile. E mentre le borse e i colossi delle armi e del petrolio festeggiano, la finanza affila i denti.