Il direttore di Rai Sport, Paolo Petrecca, lascerà l’incarico al termine delle Olimpiadi di Olimpiadi invernali Milano Cortina 2026. La Rai ha comunicato che la guida sarà affidata temporaneamente al vicedirettore Marco Lollobrigida. Le dimissioni seguono le forti polemiche per la telecronaca della cerimonia d’apertura, segnata da errori, commenti inopportuni e sovrapposizioni agli altri cronisti. In passato Petrecca era già stato sfiduciato da RaiNews. Dopo le critiche, il sindacato USIGRai ha proclamato uno sciopero delle firme. La chiusura è stata poi affidata ad Auro Bulbarelli.
Il gas russo continua ad arrivare in Europa, ma passando per la Turchia
Nonostante i propositi dell’UE di bandire il gas russo, il colosso energetico Gazprom vende ancora gas all’Europa attraverso il gasdotto turco TurkStream e nel gennaio del 2026 ha addirittura aumentato le esportazioni di gas al Vecchio continente del 10% rispetto all’anno precedente. È il paradosso delle politiche dell’UE che, da un lato, non compra più gas direttamente da Mosca, ma dall’altro, continua a importarlo indirettamente attraverso il gasdotto turco. Secondo i dati dell’agenzia di stampa britannica Reuters, le forniture totali di gas russo all’Europa tramite TurkStream ammontavano a 1,73 miliardi di metri cubi (bcm) a gennaio, rispetto a 1,57 miliardi di bcm nello stesso periodo dell’anno precedente. Giornalmente, le esportazioni tramite il gasdotto sottomarino turco sono aumentate a 55,8 milioni di metri cubi (mcm) al giorno a gennaio, rispetto ai 50,6 mcm di gennaio 2025. Questo dato è in linea con quello di dicembre, quando le esportazioni erano di 56 milioni di metri cubi al giorno. Da parte sua, Gazprom – che non pubblica le proprie statistiche mensili dall’inizio del 2023 – non ha commentato l’aumento delle forniture.
Il TurkStream è l’ultima via di transito rimasta per il gas russo verso l’Europa dopo che l’Ucraina, alla fine del 2024, ha deciso di interrompere l’accordo quinquennale per il trasporto in Europa del gas proveniente dal gigante eurasiatico attraverso il gasdotto russo-ucraino. Kiev aveva rifiutato di estendere l’accordo, poiché – secondo quanto dichiarato – non voleva sostenere finanziariamente la macchina bellica di Mosca. L’interruzione delle forniture attraverso l’Ucraina ha provocato diversi problemi di rifornimento energetico a alcuni Paesi europei, tra cui Slovacchia, Italia, Austria e Repubblica Ceca, a conferma del fatto che il Vecchio Continente non ha ancora raggiunto una sua indipendenza energetica, né da Mosca né da altre nazioni considerate “alleate”.
Proprio il recente aumento di importazioni di gas russo indica che il Vecchio continente è ancora lontano dal raggiungere la completa autonomia energetica da Mosca, nonostante Bruxelles abbia varato a dicembre un accordo che prevede lo stop definitivo a tutte le importazioni di gas naturale russo entro l’autunno del 2027. Un’iniziativa che ha comunque suscitato la contrarietà di alcuni Paesi, tra cui soprattutto l’Ungheria, che ha annunciato un ricorso alla Corte di giustizia, in quanto lo stop imposto da Bruxelles minaccia la sicurezza energetica e la stabilità economica del Paese. Da parte sua, invece, il portavoce del Cremlino Dmitrij Peskov ha accusato l’Europa di “auto-sabotaggio” e ha previsto costi energetici più alti e perdita di competitività.
Le importazioni di gas russo nel Vecchio continente hanno raggiunto il picco negli anni 2018-2019 con oltre 175-180 miliardi di metri cubi. A partire dal 2022, dopo l’inizio della guerra in Ucraina, le importazioni sono via via diminuite, raggiungendo il livello più basso dalla metà degli anni Settanta nel 2025, quando sono calate del 44% proprio a causa della chiusura del gasdotto russo-ucraino. In questo periodo, si è registrata una crisi energetica in Europa a causa degli alti prezzi del gas, fattore che ha velocizzato il processo di deindustrializzazione del Vecchio continente. Il recente aumento delle importazioni di metano da Mosca, tuttavia, mostra la difficoltà a trovare fonti energetiche alternative a basso costo, ma anche a mettere in atto quella transizione energetica che prevede l’uso di energie rinnovabili e che dovrebbe rappresentare un cardine delle politiche comunitarie.
Nonostante tali difficoltà e scompensi economici, Bruxelles ha sancito la necessità di porre fine definitivamente alle importazioni di gas russo, sia esso veicolato tramite gasdotti o trasportato come gas naturale liquefatto (GNL), entro il 2027. Il regolamento approvato dal Consiglio Ue a dicembre non impone un’interruzione immediata delle forniture, ma traccia un percorso graduale di abbandono dell’energia russa per evitare crisi sui mercati e sui prezzi al consumo. A partire dal 2027, i Paesi dell’Unione avranno l’obbligo di verificare con estrema precisione il Paese d’origine di ogni singola fornitura prima di autorizzarne l’ingresso nel territorio comunitario. Il recente aumento di importazioni di gas russo, però, indica che diversi Paesi europei hanno ancora bisogno del gas naturale di Mosca. Nel frattempo, i Paesi europei hanno accentuato in maniera drastica la loro dipendenza dal GNL statunitense, legandosi così ulteriormente a Washington che ha acquisito una più forte leva strategica per influenzare o orientare direttamente le politiche del Vecchio continente. In sintesi, la dipendenza, seppure minima, dal gas russo permane e risulta difficile eliminarla completamente. Allo stesso tempo, la sua forte riduzione ha comunque causato importanti danni al tessuto industriale europeo, avvantaggiando i colossi energetici USA che vendono il loro GNL a prezzi decisamente sconvenienti per le industrie e i cittadini europei.
Migranti, illegittimo il fermo della Sea Watch di Carola Rackete: governo condannato
Il tribunale di Palermo ha condannato lo Stato italiano a risarcire con 76mila euro, più 14mila per spese legali, la ong tedesca Sea-Watch per il fermo illegittimo della nave Sea-Watch 3, che nel giugno 2019 forzò il blocco navale imposto dall’allora ministro dell’Interno Matteo Salvini per far sbarcare a Lampedusa 40 migranti. Alla guida dell’imbarcazione c’era la comandante tedesca Carola Rackete. La vicenda, che portò al suo arresto e a un’inchiesta poi archiviata, è stata segnata da un lungo iter giudiziario: il tribunale civile ha ora stabilito che il prefetto di Agrigento, non rispondendo alla richiesta di revoca del fermo, ha di fatto reso illegittima la detenzione della nave, protrattasi da luglio a dicembre 2019.
La complessa vicenda giudiziaria affonda le radici nella notte tra il 28 e il 29 giugno 2019, quando Carola Rackete, alla guida della Sea-Watch 3 con a bordo 53 migranti soccorsi al largo della Libia e bloccati in mare per due settimane, decise di forzare il blocco navale e attraccare nel porto di Lampedusa. Ne seguirono l’arresto per resistenza a nave da guerra e il sequestro dell’imbarcazione. Se il procedimento penale sfociò dapprima nel suo proscioglimento davanti al gip di Agrigento, concludendosi con un’assoluzione definitiva in – che riconobbe la legittimità della sua azione in quanto «adempimento di un dovere» – la battaglia legale si è poi spostata sul piano amministrativo. Dopo il dissequestro penale, la nave rimase ferma a Licata per ordine della prefettura di Agrigento. L’ong presentò opposizione, ma il prefetto non rispose mai entro i dieci giorni previsti dalla legge, facendo così scattare il principio del silenzio assenso che avrebbe dovuto determinare la liberazione immediata del mezzo. Solo il ricorso al tribunale di Palermo, a dicembre, permise alla Sea-Watch 3 di salpare. A distanza di anni, ora la pronuncia di primo grado ha quantificato il danno subito dall’organizzazione per quei mesi di fermo illegittimo, riconoscendo il rimborso delle spese patrimoniali documentate tra ottobre e dicembre 2019: spese portuali, di agenzia, carburante per mantenere la nave in efficienza e le spese legali. Il giudice non ha invece concesso il risarcimento per il danno extrapatrimoniale.
La decisione ha scatenato l’ira della maggioranza, che ha subito reagito in maniera molto piccata. La premier Giorgia Meloni ha attaccato duramente la magistratura in un video diffuso sui social, accostando il verdetto sulla Sea-Watch 3 alla recente sentenza che ha condannato lo Stato a risarcire un migrante trasferito illegalmente in Albania. «Non solo all’epoca la Rackete è stata assolta perché secondo alcuni magistrati è consentito forzare un blocco di polizia in nome dell’immigrazione illegale di massa. Oggi i giudici prendono un’altra decisione che lascia letteralmente senza parole». Puntando con tutta evidenza a scaldare gli animi dell’opinione pubblica in vista del referendum di marzo sulla riforma della magistratura, Meloni ha aggiunto: «Il compito dei magistrati è quello di far rispettare la legge o quello di premiare chi si vanta di non rispettare la legge?». E ancora: «Qual è il messaggio che si sta cercando di far passare con questa lunga serie di decisioni oggettivamente assurde? Che non è consentito al governo provare a contrastare l’immigrazione illegale di massa, che qualunque legge si faccia una parte politicizzata della magistratura è pronta a mettersi di traverso?». Sono arrivate anche le parole del vicepremier leghista Matteo Salvini, il quale ha parlato di un «pregiudizio politico da parte di alcuni giudici che si trasforma in azione contro l’Italia e contro gli italiani».
A replicare al messaggio di Giorgia Meloni è stato subito Piergiorgio Morosini, presidente del tribunale di Palermo, che ha definito la pronuncia sulla Sea-Watch «una sentenza emessa da una magistrata competente e preparata, dopo l’esame del materiale probatorio e il contraddittorio tra le parti». «Come ogni decisione è impugnabile – ha evidenziato Morosini –. Denigrare i giudici per un provvedimento non condiviso o non gradito, magari senza neppure conoscerne le motivazioni, non ha nulla a che vedere con quel diritto di critica delle decisioni giudiziarie che va riconosciuto ad ogni cittadino». Si tratta, dunque, dell’ennesimo tassello dello scontro politico-istituzionale che continua a spaccare in due il nostro Paese sul tema dei migranti e del soccorso in mare. Certo è che, nelle settimane che precedono l’appuntamento referendario, si è intensificata una strategia molto chiara da parte degli esponenti della maggioranza: enfatizzare la portata di notizie di cronaca che nulla hanno a che fare con i contenuti del referendum per cercare di portare dalla loro parte la partita contro una presunta “magistratura politicizzata”. Il No, infatti, sta vedendo nell’ultima fase un significativo recupero nei sondaggi.
Corea del Sud, ex presidente Yoon condannato all’ergastolo
Venezia: il Mose costa 200mila euro ogni alta marea, ma piazza San Marco è sempre allagata
Ventiquattro volte in cinquanta giorni, per una media di quasi una volta ogni 48 ore. È il numero di episodi in cui, in questo primo mese e mezzo inoltrato di 2026, è stato necessario alzare il Mose, la barriera artificiale di contenimento della marea a Venezia. Ogni sollevamento del muro costa una cifra stimata tra i 200mila e i 300mila euro; dall’inizio dell’anno, dunque, sono stati spesi circa 5 milioni di euro. «Un quadro senza precedenti» commenta Alvise Papa, responsabile del Centro Maree, l’ente che monitora i livelli di marea a Venezia, lamentando l’aumento dei casi di acqua alta negli ultimi due mesi. Dall’inizio del 2026 si sono registrate più volte maree superiori ai 100 centimetri sul livello medio del mare, nonostante – almeno in teoria – il periodo dell’anno coincida con le maree più basse. Particolarmente soggetta ad allagamenti è Piazza San Marco, il punto più basso della città, che per finire sott’acqua necessita di soli 80cm di marea.
Nelle varie interviste rilasciate, Alvise Papa descrive il fenomeno dell’alta marea che si sta registrando quest’anno come un record senza precedenti. I casi di alta marea hanno iniziato a verificarsi dallo scorso 28 gennaio, e da allora si sono presentati con regolarità; il Mose, di preciso, si alza solo se la marea raggiunge i 100/110 centimetri, ma ci sono diverse zone che si trovano a un’altezza inferiore di tale soglia. Il risultato è stato il continuo allagamento di queste stesse aree, come la zona vicino al Ponte di Rialto, le fondamenta delle Zattere, o piazza San Marco. In alcune delle zone più frequentate da turisti, inoltre, a causa del Carnevale, è stato sospeso il servizio delle passerelle – le lastre sopraelevate che vengono posizionate nelle aree allagate per evitare di camminare sull’acqua; tale celebrazione è infatti uno dei tanti momenti di picco turistico per la città lagunare, e le passerelle, sebbene permettano di camminare nelle zone dense di acqua, rallentano notevolmente il flusso pedonale, rischiando di incagliare il traffico nelle calli – i piccoli vicoli veneziani. Questo ha reso ancora più impraticabile il passaggio da certe aree, con un impatto diretto sulle attività locali.

Il fenomeno dell’alta marea di questi ultimi giorni, sebbene straordinario, non va preso come un evento isolato. Nel corso dei suoi vari interventi, Papa ha spiegato che oggi basta molto meno per allagare certe aree della città: se fino a una ventina di anni fa le zone più basse di Venezia finivano sott’acqua solo con il presentarsi all’unisono di diversi fattori meteorologici, oggi basta qualche episodio di precipitazioni moderate, perché il livello medio del mare si è alzato. «La natura ci sta lanciando un avvertimento. Ci sta dicendo che il livello medio del mare, dovuto ai cambiamenti climatici, è così alto che bastano piccole perturbazioni per allagare la città», ha detto Papa, ripreso da media locali. «Dobbiamo cominciare a pensare seriamente a cosa succederà fra 20-30 anni: in futuro eventi simili saranno sempre più frequenti, specie in autunno».
Il modello del Mose, insomma, non sembra affatto funzionare. Il Mose è una diga mobile che copre le tre bocche che separano il demanio lagunare dal mare: quella del Lido, quella di Malamocco, e quella di Chioggia. È composto da 4 barriere, costituite a loro volta da 78 paratoie, sorte di rettangoli metallici con una larghezza che va dai 18 ai 29 metri, che si abbassano e si alzano dal fondo del mare per via di un meccanismo di immissione di aria compressa ogni qualvolta ce ne sia il bisogno. Le paratoie sono attaccate a enormi lastre di cemento poste sul fondale. L’opera – assieme agli elementi collaterali – è costata fino a ora circa 6,7 miliardi di euro, e lo scorso dicembre ha comportato uno scostamento di altri 41 milioni, richiesti per la gestione ordinaria, le manutenzioni e le operazioni di salvaguardia. Ogni volta che viene sollevato costa tra i 200mila e i 300mila euro.

Se da una parte il sollevamento del Mose salvaguarda la città, dall’altra comporta diversi effetti indiretti sull’economia e la quotidianità della città lagunare, colpendo diverse attività, prime fra tutte quelle portuali. Dalla bocca di Malamocco, infatti, passa la rotta verso Porto Marghera, la principale infrastruttura portuale della laguna. Questo significa che, sollevando la barriera, il traffico marittimo viene momentaneamente interrotto, con un effetto sui lavori presso il porto e sul commercio lagunare. Un’altra attività danneggiata è quella della pesca, mentre diversi servizi cittadini finiscono spesso per non venire realmente tutelati dall’alta marea, perché ruotano attorno ad aree che – come Piazza San Marco – risultano inagibili ben prima della soglia di sollevamento delle paratoie: è il caso dei servizi di trasporto su battello o del passaggio di mezzi di soccorso e intervento nei canali più interni.
Tra i vari elementi contestati al Mose vi sono anche quelli di natura ambientale. Diverse associazioni denunciano gli effetti del sollevamento della barriera – oltre che la sua stessa presenza con lastre di cemento sul fondale – sulla salute dell’ecosistema lagunare, sostenendo che esso provochi danni alla flora e alla fauna locali, arrivando a modificarne temporaneamente il regime idrodinamico. A tutto questo si aggiunge il dubbio che tale modello possa effettivamente sopravvivere davanti all’innalzamento dei livelli medi del mare, come sottolineato dallo stesso Papa. Insomma, secondo i detrattori, se in diverse occasioni il Mose è finito per salvare la città dall’allagamento, in altrettante non è stato sollevato per tempo o ha provocato impatti di ritorno considerevoli, mentre in futuro non è detto che funzionerà: secondo alcune previsioni della NASA seppur considerando tutte le variabili del caso, in Italia il livello dei mari è destinato a salire tra i 40 e i 90 centimetri entro il 2100; a tal proposito, gli esperti ritengono che se solo il livello del mare si alzasse di 30 cm, il Mose entrerebbe in funzione almeno una o due volte a settimana, rendendo di fatto insostenibile la vita in città.
L’Ucraina sanziona Lukashenko
L’Ucraina ha adottato un pacchetto di sanzioni contro il presidente Bielorusso Aleksandr Lukashenko. A dare la notizia è lo stesso presidente Zelensky, spiegando che tale decisione arriva con lo scopo di contrastare «tutte le sue forme di sostegno agli omicidi di ucraini». Zelensky accusa la Bielorussia di avere dispiegato «un sistema di stazioni di collegamento per controllare i droni, che ha aumentato le capacità dell’esercito russo di effettuare attacchi» contro l’Ucraina, e di avere collaborato nella produzione missilistica della Russia. Zelensky non ha spiegato quali saranno le conseguenze pratiche di questo nuovo pacchetto di sanzioni.
Olimpiadi invernali: il “record” di medaglie azzurre non è un record, almeno per ora
C’è un modo rigoroso e uno superficiale di raccontare un’Olimpiade. Il primo celebra le imprese, e in queste settimane l’Italia ne sta vivendo diverse, alcune destinate a restare nella memoria sportiva del Paese. Il secondo, invece, trasforma ogni confronto col passato in un automatismo retorico: “Uguagliato Lillehammer ’94”, “superato il record”. Titoli efficaci, entusiasmo comprensibile, ma un elemento decisivo spesso resta fuori dall’inquadratura: oggi la dimensione dei Giochi non è quella di trent’anni fa.
A Lillehammer 1994 le gare furono 61. In totale, con tre medaglie assegnate per ciascun evento, i podi disponibili erano 183. In quell’edizione l’Italia conquistò 20 medaglie, che ancora oggi vengono ricordate come il grande riferimento storico del nostro inverno olimpico. Milano-Cortina 2026, però, si colloca su un piano numerico diverso: il programma prevede 116 eventi, quasi il doppio rispetto al 1994. Questo significa 348 medaglie complessive in palio. Ed è qui che nasce l’effetto ottico: quando aumentano le gare, aumentano inevitabilmente anche le opportunità di salire sul podio. Il confronto puramente quantitativo rischia così di diventare fuorviante.
Se si vuole adottare un criterio omogeneo, occorre ragionare in termini proporzionali. Nel 1994 l’Italia conquistò 20 medaglie su 61 gare, pari a circa 0,328 medaglie per evento. Applicando lo stesso rendimento a 116 eventi, il risultato teorico sarebbe di circa 38 medaglie (0,328×116 ≈ 38). Per superare davvero, in termini comparabili, la performance di Lillehammer, la soglia non sarebbe dunque di 21 medaglie, ma bensì 39.
Questo non toglie nulla alle imprese, anzi. Se un’atleta come Federica Brignone ha firmato un risultato epico, inimmaginabile alla vigilia, entrerà comunque nella leggenda, indipendentemente da tutto il resto. Il punto è un altro: raccontare bene significa tenere insieme emozione e misura. Festeggiare ogni podio è doveroso; trasformare ogni record “assoluto” in verità storica, senza spiegare che i Giochi di oggi offrono quasi il doppio delle medaglie di allora, è un favore al tifo e un torto alla realtà.
La domanda, in fondo, è semplice: vogliamo un racconto trionfale o un racconto corretto? Se vogliamo entrambe le cose, la formula è già scritta: celebrazione sì, ma con una nota metodologica chiara. Non per ridimensionare l’impresa, bensì per contestualizzarla. Perché i record non si esauriscono nel numero finale: acquistano senso nel rapporto tra risultato e scenario competitivo. Ed è proprio lì, nel confronto onesto tra ieri e oggi, che si misura la loro reale grandezza.











