martedì 17 Febbraio 2026
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In Italia i soldi ci sono, ma vanno tolti ai ricchi

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Nel nostro Paese ci sono 79 persone che solo nel corso del 2025 hanno aumentato le loro ricchezze complessivamente di 54 miliardi di euro. Per noi che non facciamo parte del ristrettissimo club dei super-ricchi è essenziale provare a capire quanti diavolo siano 54 miliardi di euro, perché nemmeno sappiamo immaginarceli. Solo per fare un esempio, con quei soldi si potrebbero fare tutte insieme queste cose: rendere di nuovo realmente gratuito ed efficiente il sistema sanitario nazionale (costo stimato 30 miliardi l’anno); reintrodurre il reddito di cittadinanza (costava 8 miliardi l’anno); costruire 150mila alloggi pubblici per risolvere l’emergenza abitativa e avanzerebbero ancora un paio di miliardi, sufficienti, ad esempio, a rendere completamente gratuita l’università o, se preferite, a mettere in sicurezza le aree della nazione più esposte a alluvioni e eventi climatici estremi. I soldi che basterebbero a fare tutto questo, invece, sono finiti nelle tasche di appena 79 persone, che già erano ricchissime e ora lo sono ancora di più. Non è un caso, ma una tendenza consolidata: tra il 2010 e il 2025, il 91% dell’incremento della ricchezza nazionale è andato al 5% più ricco della popolazione, mentre tutti gli altri italiani si sono impoveriti.

Quando i politici dicono che non possiamo più permetterci lo Stato sociale di un tempo, perché il Paese non produce abbastanza ricchezza, mentono sapendo di mentire. Non è vero, nella maniera più assoluta. Solo nell’ultimo anno la ricchezza complessiva detenuta in Italia è aumentata di 266 miliardi di euro: i soldi ci sono quanto e più che in passato, solo che se li tengono pochissimi privilegiati. E questo non è accaduto per caso, ma è stato l’ovvio risultato di un disegno politico che ha coinvolto quasi tutti i governi che si sono alternati in Italia, che hanno progressivamente abbassato le tasse ai ricchi e le hanno alzate a tutti gli altri: quando in Italia venne introdotta l’aliquota IRPEF per le imposte sul reddito, era il 1972, la fascia più bassa pagava il 10%, quella più alta il 73%, oggi chi guadagna meno paga il 23% (più del doppio), mentre chi guadagna di più paga il 43% (quasi la metà). Lo stesso è avvenuto sulle tasse di successione: un tempo i lasciti delle persone comuni erano privi di tasse, mentre i più ricchi pagavano il 23%, oggi tutti quanti pagano il 4%: la stessa tassa sull’eredità per la famiglia Elkann e per l’operaio che, al termine di una vita di sacrifici, lascia pochi risparmi ai figli.

Non è tutto: in un’economia sempre più collegata alla finanza è andato a farsi benedire anche il principio base con il quale si giustificano da sempre le disuguaglianze proprie dei sistemi capitalistici, cioè che i ricchi servono a dare lavoro a tutti gli altri. Prendiamo ad esempio il secondo uomo più ricco d’Italia: si chiama Andrea Pignataro, 55 anni, bolognese di nascita, broker di formazione; di mestiere compra e vende azioni, raccoglie capitali e poi li investe in partecipazioni in aziende, banche, società di capitali. Così ha messo da parte un patrimonio di 26 miliardi di euro, aumentato di uno scandaloso 146% solo nell’ultimo anno. Dà lavoro a una manciata di persone, ha spostato la propria residenza a Saint Moritz, garantendosi tasse bassissime e il segreto bancario svizzero, mentre la società attraverso la quale controlla le proprie attività, la Bessel Capital, ha sede nel paradiso fiscale del Lussemburgo. Praticamente all’Italia non dà un euro e alcuni anni fa, quando la procura di Bologna aprì un fascicolo su di lui per aver evaso tasse per 1,2 miliardi di euro, il tutto finì con un accordo con il quale si impegnò a versare all’Agenzia delle Entrate appena 280 milioni: un ricco, in Italia, in buona sostanza, può rubare oltre un miliardo e poi, una volta scoperto, restituirne meno di un quarto e mantenere la fedina penale perfettamente pulita.

Quando i media dominanti vi parlano di tagli necessari perché non ci sono i soldi, non fanno altro che ripetere consapevolmente la bugia che rende digeribile questa rapina che toglie a tutti per dare a pochissimi. Anche questo è uno dei frutti del sistema malato dell’informazione che abbiamo in Italia. Noi continuiamo a lavorare per smontarlo. 

Portogallo, ok a restrizioni su accesso dei minori ai social

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Il Parlamento portoghese ha approvato in prima lettura una proposta di legge del Partito Socialdemocratico (Psd) che limita l’accesso dei minori ai social network. Il testo sarà ora esaminato in commissione per definirne i dettagli. La norma fissa a 16 anni l’età minima per l’accesso autonomo alle piattaforme digitali. I ragazzi tra 13 e 16 anni potranno iscriversi solo con consenso verificato dei genitori tramite Digital Mobile Key, mentre sotto i 13 anni l’accesso sarà vietato. In Europa, la Francia ha recentemente approvato limiti d’età simili e anche Spagna, Danimarca, Grecia e altri Paesi stanno valutando misure analoghe.

Pietre, molotov e scontri: argentini in piazza contro la riforma liberista del lavoro

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«Non è modernizzazione: è austerità e precarizzazione». Così i sindacati argentini descrivono la riforma del lavoro proposta dal presidente Javier Milei e approvata ieri in prima battuta dal Senato. La riforma – denunciano i lavoratori – prevede aumenti dei turni di lavoro fino a dodici ore, restrizioni al diritto di sciopero, tagli ai bonus, ma anche una revisione del concetto di “licenziamento illegittimo”, dei periodi di prova, e dei poteri contrattuali dei sindacati. Contro di essa, si sono mobilitati migliaia di argentini, che si sono spinti fino al palazzo del Congresso di Buenos Aires, dove stava venendo discussa la legge, prendendolo di mira con pietre e molotov; qui, hanno ingaggiato scontri con le forze dell’ordine, restituendo al mondo immagini di guerriglia urbana, tra cariche, idranti, e nubi di gas lacrimogeni.

La proposta di legge sulla “modernizzazione del lavoro” – così la descrive il presidente Milei – è stata approvata ieri dal Senato dopo quasi 17 ore ore di dibattito, che hanno portato a un bilancio di 42 voti favorevoli e 30 contrari e all’approvazione di tutti i 26 articoli del disegno di legge. L’obiettivo dichiarato è quello di «adattare la normativa sul lavoro, riequilibrare un sistema attualmente squilibrato e affrontare problemi che si aggravano nel tempo». Sindacati e lavoratori, al contrario, denunciano la «precarizzazione» del lavoro: con questa riforma, scrivono, si «lavora di più per guadagnare di meno». Le indennità di fine rapporto, denunciano, verrebbero ridotte, escludendo dal calcolo bonus e pagamenti aggiuntivi, e il loro pagamento potrebbe essere effettuato in un massimo di 12 rate; lo stesso licenziamento non avrebbe alcun costo per le aziende e sarebbe spinto tramite una restrizione del perimetro di definizione dilicenziamento illegittimo”, e una estensione dei periodi di prova entro i quali le aziende possono decidere di lasciare a casa i propri impiegati. È poi prevista – continuano – la possibilità di aumentare il monte ore lavorativo fino a 12 ore, registrando il carico in più come lavoro ordinario. I partiti di opposizione, invece, tra le varie cose, contestano anche presunte irregolarità nelle modifiche al disegno di legge, concordate dopo la firma della relazione della Commissione lo scorso dicembre. La legge dovrà ora passare al vaglio della Camera bassa.

Mentre dentro le sale del Senato si discuteva la proposta di legge, fuori i cittadini scatenavano una rivolta. Arrivati davanti alla piazza del Congresso, sono scoppiati violenti scontri tra manifestanti e forze dell’ordine, che hanno portato all’arresto di 71 persone. Le ricostruzioni mediatiche riportano di una vera e propria «battaglia campale», con i manifestanti che hanno lanciato molotov, pietre, e vasi contro le forze dell’ordine, trincerandosi dietro a improvvisati scudi di legno. La guerriglia si è interrotta quando gli agenti hanno caricato i gruppi di manifestanti in piazza, supportati da scudi, manganelli e idranti. I media parlano di almeno 12 feriti tra le forze di polizia, mentre rimane ignoto il numero di manifestanti rimasti lesi; dalle foto e dalle denunce di sindacati e movimenti è tuttavia certo che ve ne siano stati. I medesimi, denunciano l’impiego di gas lacrimogeni che avrebbero colpito indiscriminatamente centinaia di dimostranti, l’arresto di decine persone ancor prima dell’inizio della marcia, l’uso di proiettili di gomma, e il tentativo di impedire alle ambulanze di raggiungere e trattare i dimostranti rimasti feriti.

La proposta di legge sul lavoro dell’amministrazione Milei rientra all’interno dell’ampia agenda di riforme ultraliberiste del presidente argentino. Questa ruota attorno a forti politiche di austerità, delineate nel cosiddetto “Patto di Maggio”, che prevede tagli della spesa pubblica fino a raggiungere il 25% del PIL, la riduzione della pressione fiscale e incentivi al commercio, il tutto da portare avanti mediante una massiccia deregolamentazione e privatizzazione delle società statali e a partecipazione statale. Questa soluzione ha raggiunto risultati a livello macroeconomico, diminuendo drasticamente l’inflazione e rafforzando il peso argentino, ma sembra gravare sulle fasce medie e basse della popolazione, primi fra tutti gli anziani che l’anno scorso hanno duramente protestato contro i tagli alle pensioni supportati dagli ultras calcistici.

Disastro di Rigopiano: dopo 9 anni una sentenza riconosce le colpe dello Stato

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La Corte d’Appello di Perugia ha condannato a due anni di carcere tre ex dirigenti della regione, Carlo Visca, Pierluigi Caputi e Vincenzo Antenucci, per la tragedia dell’Hotel Rigopiano di Farindola (Pescara) del 18 gennaio 2017, dove persero la vita 29 persone. Il reato contestato agli imputati, sul quale i giudici di secondo grado hanno messo il timbro, è quello di disastro colposo. Si contano anche cinque assoluzioni, tra cui quella per l’ex sindaco di Farindola Ilario Lacchetta, e due prescrizioni. La Procura Generale ha definito «storica» la pronuncia, dal momento che, per la prima volta, riconosce l’inerzia e la responsabilità della pubblica amministrazione.

I fatti si consumarono poco dopo le 16:40 del 18 gennaio 2017, quando, in seguito ad alcune scosse sismiche, dal Monte Siella si staccò una valanga di circa 120mila tonnellate che travolse il resort a Farindola. Nella struttura erano presenti 40 persone. La prima segnalazione partì alle 17:08 dal cuoco Giampiero Parete, scampato al disastro perché fuori dall’edificio, ma inizialmente venne sottovalutata e inquadrata come falso allarme. Solo in serata la Protezione civile attivò i soccorsi, rallentati da neve e blackout. I soccorritori raggiunsero la struttura alberghiera all’alba del 19 gennaio: nei giorni successivi furono estratti vivi diversi superstiti, alcuni dopo oltre 60 ore sotto la neve. Le operazioni terminano il 25 gennaio, con un bilancio di 29 morti e 11 superstiti.

Il processo di primo grado iniziò nel 2019, concludendosi nel febbraio 2023 con 25 assoluzioni – tra cui quelle dei dirigenti della regione Abruzzo, dell’ex prefetto e dell’ex presidente della Provincia di Pescara – e 5 condanne. Nelle motivazioni si spiegò come non si ritenesse «che in capo ad alcuno degli imputati dirigenti e direttori della Regione potesse ravvisarsi uno specifico obbligo di protezione», che costituisce «il presupposto per fondare la sussistenza di un delitto omissivo» e quindi «per il riconoscimento della penale responsabilità». Nel 2024, la Corte d’appello dell’Aquila condannò 3 persone in più rispetto al verdetto arrivato l’anno precedente, assolvendone 22. Infine, nel dicembre del 2024 la Corte di Cassazione confermò in via definitiva la condanna a un anno e otto mesi di detenzione per l’ex prefetto di Pescara Francesco Provolo e quella a sei mesi per l’ex gestore dell’hotel Bruno Di Tommaso, sancendo che dovesse aprirsi un nuovo processo di appello per una serie di soggetti.

Oltre alle condanne, il verdetto dell’Appello bis ha disposto che Vincenzo Antenucci, Pierluigi Caputi e Carlo Visca saranno tenuti al risarcimento dei danni scaturiti dalle condotte (la mancata realizzazione della Carta valanghe) nei confronti dei 77 familiari delle 29 vittime, oltre alle parti civili del Codacons e del Comune di Farindola. Sulla base delle tabelle nazionali, sarebbe di oltre trenta milioni di euro la cifra complessiva del risarcimento al centro delle cause civili che i familiari delle vittime di Rigopiano si preparano a muovere contro l’ente regionale e provinciale. «La sentenza ci dice che l’inettitudine della pubblica amministrazione può uccidere. La Corte d’Appello di Perugia si è uniformata alla decisione della Cortei di Cassazione, con una decisione che sarà una pietra miliare per l’Italia, perché da oggi ogni pubblico funzionario sa che l’inerzia di fronte alla legge non lo esonera dalle responsabilità dei propri incarichi», ha dichiarato l’avvocato Romolo Reboa, legale di alcune famiglie delle vittime.

Calabria, esondazioni e frane nel cosentino: alcune famiglie isolate

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Un’ondata di maltempo sta colpendo la costa tirrenica calabrese, causando l’esondazione del fiume Busento tra Dipignano e Cosenza e del Campagnano tra Cosenza e Rende. Acqua e fango hanno invaso strade e aree circostanti, danneggiando auto e isolando alcune famiglie, mentre diverse vie sono state chiuse al traffico. I Vigili del fuoco, impegnati in circa cento interventi per allagamenti e frane, operano insieme a Protezione civile e carabinieri forestali. Le piogge hanno superato i 260 millimetri in 48 ore. Criticità anche ad Aprigliano e lungo la Statale 107, con frane e danni alle reti idrica e del gas.

In Italia l’inquinamento uccide molte più persone che in tutto il resto d’Europa

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L’Italia è il Paese europeo con il più alto numero assoluto di morti attribuibili all’inquinamento atmosferico da polveri sottili PM2,5. Con 43.083 decessi stimati, il nostro Paese distanzia nettamente tutti gli altri Stati europei. Il secondo in classifica, la Polonia, si ferma a circa 25 mila morti, mentre la Germania segue con poco più di 21 mila. Un divario enorme, certificato dal rapporto Harm to human health from air pollution in Europe: burden of disease status, 2025, dell’Agenzia Europea dell’Ambiente (EEA). Il documento – come già approfondito in un precedente articolo – segnala anche che a livello europeo, dal 2005 al 2023, i decessi prematuri attribuibili al particolato fine PM2,5 si sono ridotti del 57%. Una nota positiva che tuttavia non sana la drammatica, e dai più ignorata, situazione nel nostro Paese.

Elaborazione grafica: L’Indipendente

Seppur di circa 13% punti percentuali in meno rispetto alla media UE, anche in Italia il tasso di mortalità attribuibile all’esposizione di lungo periodo al PM2,5 è diminuito del 43,4% tra il 2005 e il 2023. Ciononostante, le morti premature legate alle polveri sottili hanno raggiunto livelli non paragonabili a quelle di nessun’altro Stato. Nel complesso, secondo i dati aggiornati al 2023, nell’UE si sono registrati 182.000 decessi attribuibili all’esposizione a concentrazioni di PM2,5 superiori ai limiti raccomandati dall’Organizzazione mondiale della sanità (OMS), dei quali oltre il 23% avvenuto quindi in Italia. A questi si aggiungono, sempre a livello comunitario, 63.000 morti attribuibili all’ozono (O₃) e 34.000 al biossido di azoto (NO₂). Numeri che fotografano una realtà per cui ancora il 95% dei cittadini che vivono nelle città europee è esposto a livelli di inquinamento superiori a quelli di sicurezza. L’EEA sottolinea che se l’esposizione media della popolazione fosse stata ridotta ai livelli raccomandati dall’OMS molte delle malattie respiratorie e cardiovascolari avrebbero potuto essere evitate, così come gran parte dei decessi registrati. Il particolato fine resta infatti il principale responsabile del carico sanitario legato all’inquinamento atmosferico, con impatti particolarmente rilevanti su cardiopatie ischemiche, ictus, tumori polmonari, diabete e broncopneumopatia cronica ostruttiva.

Guardando direttamente ai centri urbani italiani, anche l’ultima analisi del Joint Research Centre dell’UE evidenzia che il margine di miglioramento nelle nostre città è ancora ampio e che le misure adottate finora non hanno prodotto una riduzione dell’impatto sanitario paragonabile a quella osservata in altri Paesi. E a confermarlo ci sono i dati raccolti in 57 stazioni di monitoraggio in 27 città italiane dal progetto Cambiamo Aria di ISDE – Medici per l’Ambiente. Nel 2025, Milano, Torino e Padova registrano medie annue ben superiori alle soglie di sicurezza: quasi il doppio del futuro limite UE di 10 µg/m³ e quattro volte quello OMS di 5 µg/m³. Ancora più grave il dato sui superamenti giornalieri: contro un massimo consentito dall’UE di 18 giorni, Milano arriva a 206 giorni oltre i 25 µg/m³, mentre Torino 106 e Padova 103. Rispetto alla raccomandazione OMS di 4 giorni oltre i 15 µg/m³, i giorni di sforamento salgono poi a 206, 173 e 165 rispettivamente per le tre città, non a caso, tutte geograficamente padane. La Pianura Padana rappresenta infatti il cuore della crisi italiana della qualità dell’aria, nonché tra le regioni cronicamente più inquinate di tutto il Vecchio Continente. In un’area che ospita circa il 30% della popolazione nazionale e una quota rilevante del PIL, si concentrano contemporaneamente traffico intenso, un’elevatissima densità industriale, riscaldamenti civili ancora largamente basati su combustibili fossili e biomasse, e un sistema agricolo-zootecnico tra i più intensivi d’Europa. A rendere il quadro particolarmente critico vi è inoltre la conformazione orografica della Pianura – con a nord e a ovest le Alpi e a sud gli Appennini, e con l’unico sbocco naturale a est – per cui nei mesi invernali le frequenti inversioni termiche intrappolano l’aria fredda vicino al suolo, stabilizzando l’atmosfera e favorendo l’accumulo di inquinanti.

Elaborazione grafica: L’Indipendente

I dati del Copernicus Atmosphere Monitoring Service mostrano come in Pianura Padana non siano rari picchi di PM2,5 superiori a 75 µg/m³, fino a cinque volte il valore giornaliero raccomandato dall’OMS. Valori esagerati, dovuti al fatto che il particolato fine, specie in tale contesto geografico, deriva anche dalla formazione secondaria in atmosfera, alimentata dall’ammoniaca rilasciata dagli allevamenti intensivi e dagli spandimenti agricoli, che reagisce con gli ossidi di azoto prodotti da veicoli e impianti industriali. Un circolo vizioso solo marginalmente e temporaneamente mitigato da interventi emergenziali quali limitazioni al traffico e agli impianti di riscaldamento. In un territorio dove fattori strutturali e produttivi si sommano, qualsiasi risposta basata solo su misure emergenziali risulta, ed è risultata, del tutto inutile, determinando un’esposizione che si traduce in un carico sanitario senza eguali (secondo altre analisi, nella solo Pianura Padana si stimano 39.000 decessi correlabili al PM2,5). Si conferma quindi la necessità, ad oggi costantemente e negligentemente rimandata, di politiche strutturali di lungo periodo su mobilità, riscaldamento, industria e agricoltura.

Il Giappone ha sequestrato un peschereccio cinese

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Le autorità giapponesi hanno annunciato di avere sequestrato un peschereccio cinese che navigava in acque giapponesi. L’imbarcazione navigava al largo della costa di Nagasaki e sarebbe stata fermata dopo che il capitano della nave si era rifiutato di fermarsi e di permettere alle autorità di condurre un’ispezione a bordo. Il capitano è stato arrestato; è la prima volta in oltre tre anni che le autorità giapponesi sequestrano un peschereccio cinese. Il sequestro arriva in un periodo teso tra i due Paesi, iniziato dopo le dichiarazioni rilasciate dalla premier giapponese Takaichi lo scorso novembre, quando aveva detto che Tokyo sarebbe intervenuta nel caso di un attacco a Taiwan.

Gaza: Israele avrebbe ucciso e dissolto 2842 palestinesi usando bombe termiche

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2.842 persone “evaporate”, dissolte nell’aria grazie all’utilizzo di armi micidiali, le cosiddette bombe termobariche: funzionano disperdendo intorno a sé una nube di combustibile che prende fuoco e crea un effetto vuoto, annientando tutto ciò che le circonda in pochi secondi. Israele ne avrebbe fatto un largo uso nel corso della sua aggressione a Gaza, anche contro la popolazione civile. Lo riporta un’approfondita inchiesta di Al Jazeera, che si è basata sul lavoro portato avanti dalla Protezione Civile. «Se una famiglia ci dice che dentro una casa c’erano cinque persone e noi recuperiamo solo tre corpi intatti, consideriamo i restanti due come ‘evaporati’ solo dopo che una ricerca approfondita non ha prodotto altro che tracce biologiche: schizzi di sangue sui muri o piccoli frammenti come scalpi» ha spiegato al quotidiano il portavoce della Protezione Civile di Gaza.

“The Rest of the Story” (Il resto della storia). Si intitola così l’inchiesta dell’emittente qatariota sul presunto utilizzo di bombe termobariche – spesso chiamate bombe a vuoto o aerosol – da parte di Israele. L’indagine è stata condotta in concerto con la Protezione Civile gazawi, e raccogliendo testimonianze locali e voci di esperti forensi, militari e legali di tutto il mondo. Il quotidiano cita Vasily Fatigarov, esperto militare russo che ha spiegato che «le termobariche non si limitano a uccidere», ma «annientano la materia». A differenza delle classiche bombe, esse «disperdono una nube di combustibile che si infiamma creando un’enorme palla di fuoco e un effetto vuoto». La miscela chimica che compone l’esplosivo, ha commentato l’esperto, è arricchita di polveri di alluminio, magnesio e titanio per aumentare la temperatura e prolungare il tempo di esplosione. L’effetto è quello di una «temperatura dell’esplosione tra 2.500 e 3.000 gradi Celsius». L’esposizione a simili temperature per il corpo umano, composto per circa l’80% da acqua, sono dirette: «Quando un corpo è esposto a un’energia superiore a 3.000 gradi, combinata con una pressione e un’ossidazione massicce, i fluidi bollono all’istante», ha spiegato il dottor Munir al-Bursh, direttore generale del Ministero della Salute palestinese a Gaza; «I tessuti vaporizzano e si trasformano in cenere. È chimicamente inevitabile».

Le bombe che Israele avrebbe utilizzato sarebbero di fabbricazione statunitense. L’indagine di Al Jazeera ne ha identificate tre: la bomba non guidata MK-84Hammer”, ordigno da 900 chilogrammi carico di tritonal (miscela composta all’80% da TNT e al 20% da alluminio) capace di toccare temperature di 3.500 gradi centigradi; la potenza distruttiva di tale bomba è tale da generare crateri ampi 15 metri di larghezza e 11 di profondità e uccidere la maggior parte delle persone entro i 35 metri di distanza, con una frammentazione letale entro un raggio di 400 metri; l’utilizzo di questa bomba da parte di Israele è ipotizzato anche dall’agenzia di stampa Reuters tramite suoi operatori sul campo e analisi di esperti. C’è poi la BLU-109 bunker buster, che sarebbe stata utilizzata – come la Mark-84 – in un attacco ad al-Mawasi, campo profughi nel sud della Striscia denominato zona sicura; l’ordigno, spiega l’inchiesta, presenta un involucro in acciaio e una miccia ritardata, che si interra prima della detonazione. Chiude la lista la bomba GBU-39, esplosivo planante di precisione progettato per «mantenere relativamente intatta la struttura dell’edificio, distruggendone al contempo tutto il contenuto», osserva Fatigarov. «Uccide attraverso un’onda di pressione che lacera i polmoni e un’onda termica che incenerisce i tessuti molli». La Protezione Civile ne ha trovato frammenti nei luoghi in cui ha rilevato la scomparsa dei corpi.

L’utilizzo delle armi termobariche è da tempo discusso in sedi istituzionali per via della loro portata distruttiva. Essendo armi di precisione, il loro utilizzo è consentito, ma secondo molti esperti dovrebbero essere limitate – se non vietate – a causa della loro composizione e dei loro effetti indiretti. Esse, rimarcano gli esperti, pongono sfide legali nell’ambito del Regolamento dell’Aja relativo alle leggi e agli usi della guerra terrestre allegato alla Convenzione dell’Aja del 1907; al Protocollo di Ginevra del 1925 sul gas; al Protocollo del 1980 sui divieti e le restrizioni all’uso di armi incendiarie; alla Convenzione sui divieti o le restrizioni all’uso di alcune armi convenzionali che possono essere considerate eccessivamente dannose o avere effetti indiscriminati sulla popolazione; e alla Convenzione sulle armi chimiche del 1993. Riguardo a quest’ultima, rischiano di rientrare in quegli ordigni «il cui effetto primario è quello di ferire mediante frammenti che nel corpo umano sfuggono al rilevamento tramite raggi X»; tali bombe possono inoltre rientrare indirettamente nella categoria di arma chimica poiché, sebbene non direttamente impiegate per soffocare o avvelenare i bersagli, esse rimuovono l’ossigeno nelle aree in cui vengono utilizzate.

Negli ultimi 30 anni più di un miliardo di persone sono uscite dalla povertà estrema

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povertà globale calo

Dall’inizio degli anni Novanta a oggi la mappa globale della povertà è cambiata in modo radicale. Secondo l’analisi dei ricercatori di Our World in Data, che commentano l’aggiornamento della Banca Mondiale sulla nuova soglia internazionale di povertà, il bilancio di lungo periodo resta straordinariamente positivo: nonostante il rallentamento registrato negli ultimi anni e le forti criticità nell’Africa subsahariana, la riduzione dell’indigenza estrema rappresenta una delle trasformazioni economiche più rilevanti della storia recente.
La International Poverty Line (IPL) – la soglia globale che ...

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Tutto quello che non torna nell’omicidio di Abderrahim Mansouri

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Nel tardo pomeriggio di lunedì 26 gennaio, nel quartiere milanese di Rogoredo, Abderrahim Mansouri è stato ucciso da un colpo d’arma da fuoco sparato da un agente di polizia. La sparatoria è avvenuta all’interno di una piccola area boschiva nei pressi della rotonda di Via Impastato, dove l’agente – volto noto nel quartiere – si era introdotto assieme a un collega. Trovato Mansouri assieme a una seconda persona, si è identificato come poliziotto, facendo fuggire quest’ultima; la vittima, invece, avrebbe  tirato fuori una pistola – poi rivelatasi essere a salve – e l’avrebbe puntata contro l’agente, che, per «paura», ha sparato, colpendolo in fronte e uccidendolo. Sono diverse le cose che non tornano da questa versione, fornita dallo stesso poliziotto: da una prima autopsia sul corpo del ragazzo, pare che egli non sia stato colpito in fronte, bensì sul lato della testa; le rilevazioni preliminari sulla sua pistola, inoltre, non presentano impronte digitali, suggerendo che Mansouri non abbia mai impugnato l’arma.

Non è ancora chiaro cosa sia esattamente successo il pomeriggio del 26 gennaio in Rogoredo. Secondo la versione fornita dall’agente, ripresa dai media, egli sarebbe arrivato sul posto in borghese dopo avere effettuato un appostamento; all’entrata del boschetto avrebbe trovato dei colleghi che avevano appena fermato un uomo e sarebbe entrato con un secondo agente nella piccola area verde, centro di spaccio della città meneghina, attraversandola con il cappuccio in testa in modo da non farsi riconoscere: «A un certo punto da lontano vedo due figure che si avvicinavano verso di noi», avrebbe messo a verbale, subito dopo la sparatoria; «uno l’ho perso di vista, mentre l’altro, inizialmente perso di vista, l’ho rivisto di nuovo avvicinarsi». Si trattava di Mansouri, già noto all’agente. «Quando siamo arrivati a venti metri, la persona si è fermata, ci siamo qualificati dicendo: ‘Fermo, polizia’ e lui ha tirato fuori dalla tasca destra un’arma puntandomela contro. Nel frattempo avevo aperto il giubbotto e avevo fatto un passo per iniziare a rincorrerlo, ho estratto la pistola dalla fascia addominale e ho esploso un colpo in direzione del soggetto».

Nel verbale si legge che l’agente avrebbe riconosciuto Zack, lo pseudonimo di Mansouri; era stato recentemente fermato, e la sua idea non appena lo ha visto era quella di rincorrerlo, sostiene il poliziotto. Dopo il colpo è morto: «Era a faccia in su sdraiato a terra con la pistola a 15 centimetri, ho sentito l’esigenza di allontanare l’arma perché la persona rantolava. Avendo questa esigenza ho chiesto di fare delle foto. Ricordo che la sicura non era inserita e ho fatto delle foto. Quando hanno fatto le foto l’arma non era stata toccata. Il Mansour non era in grado di parlare». La versione del poliziotto ha sin da subito sollevato problemi negli accertamenti a causa dell’esigua presenza di testimoni e di telecamere.

Gli avvocati che rappresentano la famiglia Mansouri hanno mostrato perplessità; intervistata da Radio Popolare pochi giorni dopo l’accaduto, l’avvocata Debora Piazza diceva: «L’ipotesi che il Mansouri avesse con sé una pistola a salve e l’abbia puntata contro un poliziotto che conosceva — perché è un dato certo e pacifico che si conoscessero, come detto anche dal poliziotto nel primo interrogatorio — sapendolo armato in quanto appartenente alle forze dell’ordine, desta in me fortissime perplessità. Se questa ricostruzione fosse vera, vorrebbe dire che quel pomeriggio Mansouri avrebbe deciso di suicidarsi». A inizio febbraio, inoltre, sono state condotte le prime analisi sul cadavere del ragazzo. Da quanto è emerso, quando è stato colpito, Mansouri avrebbe avuto la testa leggermente girata verso sinistra, elemento che suggerisce che non fosse in posizione pienamente frontale. «Il colpo era diretto, la traiettoria parallela al suolo e in quel momento [ndr. Mansouri] aveva la testa fortemente girata verso sinistra. La testa girata fa pensare che sia stato colpito mentre fuggiva» hanno spiegato i due legali della famiglia.

Alla condotta ambigua di Mansouri davanti a un noto agente delle forze dell’ordine, e alle analisi sul suo corpo si aggiunge un terzo elemento che rende ancora più oscura la vicenda: lunedì 9 febbraio, sono state condotte le prime rilevazioni sulla pistola a salve del giovane, ma non sono state trovate impronte digitali. «La pistola era sporca di fango, alcune tracce potrebbero non essere state rilevate», sottolinea tuttavia Marco Romagnoli – sempre ai microfoni di Radio Popolare, altro legale della famiglia di Mansouri; «bisogna attendere l’esito degli esami biologi. Ad aggiungere confusione, arriva il fatto che sul giubbotto di Mansouri sarebbe stata trovata una impronta di scarpa, come se il ragazzo fosse stato calpestato. A sostegno dell’agente, invece, la difesa ha rilasciato dichiarazioni sul proiettile estratto sostenendo che si possa «sospettare, vista la deformazione e le caratteristiche balistiche che prima di raggiungere il cranio abbia intercettato un bersaglio intermedio», e che esso abbia dunque colpito Mansouri dopo essere stato deviato.