sabato 21 Marzo 2026
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È partita la Flotilla per rompere l’assedio statunitense contro Cuba

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Al grido di “Lasciate respirare Cuba” (“Let Cuba Breath”) è ufficialmente partita la missione umanitaria per rompere l’assedio statunitense contro l’isola. La Nuestra América Flotilla sta navigando verso le coste dell’Avana, dove è appena giunta la prima delegazione, quella italiana, del Convoglio europeo. «Quando le politiche folli dettano legge, è compito della società civile alzare la voce in difesa della vita umana», dice un infermiere italiano in partenza da Roma. Con lui un centinaio di compagni di viaggio e diverse tonnellate di medicinali, frutto di una raccolta organizzata nelle scorse settimane. La data prevista per il ricongiungimento di tutte le delegazioni è stata fissata al 21 marzo. Nei giorni successivi verranno distribuiti tutti gli aiuti umanitari e sarà prestato soccorso alla popolazione, soffocata dal bloqueo e dal suo recente inasprimento, su ordine del presidente USA Donald Trump. Lunedì l’assenza di carburante ha provocato un blackout generale sull’isola, lasciando al buio milioni di cubani.

Un centinaio di persone — tra politici, infermieri, medici, studenti — ha lasciato ieri l’Italia in direzione Cuba, come parte del Convoglio europeo che ha affiancato la Nuestra América Flotilla. Quest’ultima può contare su una dozzina di navi, con a bordo 20 tonnellate di aiuti umanitari, partita dal Messico e attesa all’Avana il prossimo 21 marzo. Gli attivisti dei Caraibi si incontreranno dunque nella capitale con le 19 delegazioni europee che hanno deciso di unirsi alla campagna internazionale “Let Cuba Breathe“. Dall’Italia sono stati raccolti più di 45mila euro in donazioni e 5 tonnellate di medicinali, tra prodotti di base e farmaci da migliaia di euro, come quelli impiegati nelle cure antitumorali. Rimpingueranno il sistema sanitario cubano, messo alle strette dalle ultime sanzioni americane, tra blackout, carenza di forniture e difficoltà negli spostamenti. A fine gennaio Donald Trump ha infatti imposto il divieto di scaricare carburante sull’isola, minacciando vecchi e potenziali partner commerciali di Cuba, come il Venezuela, che a inizio anno ha visto Washington rapire il presidente Maduro e bloccare le esportazioni di greggio verso l’Avana.

«Noi oggi stiamo partendo per Cuba innanzitutto per portare aiuti umanitari — dice l’eurodeputata Ilaria Salis — ma vogliamo anche mettere i governi e l’Unione Europea davanti alle loro responsabilità. Questo embargo è stato ripetutamente considerato contrario al diritto internazionale da risoluzioni dell’ONU che sono state votate a larghissima maggioranza, e quindi ci chiediamo come sia possibile che l’Italia, che il governo italiano, che l’Unione europea stiano in silenzio quando ad esempio l’Italia ha votato per le risoluzioni che vietavano l’embargo e ne chiedevano la sospensione immediata».

L’inasprimento dell’embargo sta avendo ripercussioni negative sulla qualità della vita di milioni di persone. Servizi a singhiozzo, difficoltà nel reperire cibo e medicinali, minacce frequenti di un intervento militare minano la quotidianità dei cubani. Il bloqueo illegale sta mettendo a rischio 30mila donne incinte e 60mila neonati, come rivelato a febbraio dal Ministero della Salute. Lunedì un blackout generale ha lasciato al buio l’isola, vedendo i primi ripristini soltanto nella notte tra martedì e mercoledì.

Mentre la solidarietà internazionale porta aiuti e soluzioni a breve-medio termine, il governo cubano starebbe tentando la via del dialogo con Washington per scongiurare un’aggressione militare che Trump paventa a giorni alterni, contraddicendosi sul futuro dell’isola. Due giorni fa, il presidente USA ha parlato di un probabile accordo all’orizzonte; poco dopo si è detto pronto ad «avere l’onore di conquistare Cuba».

Venezia: incendio al padiglione Serbia della Biennale

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La mattina di oggi, 18 marzo, è scoppiato un incendio presso il padiglione serbo della Biennale di Venezia. I vigili sul fuoco sono giunti sul posto per spegnere le fiamme, che tuttavia, dopo una prima operazione di spegnimento, sono state ravvivate dal forte vento. Ora il rogo risulta domato, ma resterà sotto monitoraggio fino al calare del vento. Al momento dello scoppio dell’incendio erano in corso i lavori per la ristrutturazione del padiglione in vista della nuova edizione della mostra internazionale d’arte; non sono stati segnalati feriti. Restano ignote le cause dell’incendio, che ha danneggiato il tetto della struttura.

Per Mattarella la guerra è brutta, ma inizia sempre per colpa degli altri

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Secondo uno di quei patti non scritti ma inviolabili che esistono nel giornalismo italiano, gli uomini politici si possono attaccare tutti, tranne uno: il presidente della Repubblica. Come in una monarchia, il suo verbo deve essere semplicemente trasmesso, come se possedesse il divino potere dell’infallibilità. Sulla nostra stampa, ormai, nemmeno il papa gode di un simile riguardo. Per questo, difficilmente troverete una sola riga critica sul surreale comunicato rilasciato dal Quirinale sulla guerra all’Iran. In casi come questi, su L’Indipendente sentiamo il dovere di ricoprire il ruolo che tutti i grandi media rifiutano di assumere, al fine di permettere un dibattito pubblico basato su dati di realtà. Perché il comunicato rilasciato dalla presidenza della Repubblica a margine della riunione del Consiglio supremo di difesa contiene una serie di inesattezze e ribaltamenti della realtà preoccupanti, tanto più se espressi dal vertice del Consiglio che è responsabile della difesa nazionale. Un ruolo che imporrebbe, quantomeno, di saper interpretare con lucidità le crisi internazionali alle quali il nostro Paese si trova di fronte, anziché analizzarle con il paraocchi ideologico delle alleanze internazionali cui l’Italia è costretta dal lontano 1948.

Il comunicato presidenziale si apre esprimendo «grande preoccupazione per i gravi effetti destabilizzanti» provocati dall’azione militare «degli Stati Uniti e di Israele contro l’Iran». E fino a qui tutto bene, ché a leggere quello che viene dopo ci si stupisce quasi che dal Consiglio supremo della difesa non pensino che la guerra sia stata scatenata direttamente da Teheran. Nel passaggio immediatamente successivo, infatti, si denunciano «le progressive lacerazioni della pacifica convivenza internazionale, l’indebolimento delle istituzioni multilaterali e le numerose violazioni del diritto internazionale» ma si afferma che questo attacco al diritto internazionale è stato «irresponsabilmente aperto dall’aggressione della Russia all’Ucraina». I bombardamenti illegali di USA e NATO sulla Serbia nel 1999, quelli sull’Afghanistan del 2001, o sull’Iraq nel 2011 e sulla Siria dal 2014? A quanto pare non sono mai esistiti, e nemmeno i milioni di morti provocati. Per il Quirinale, se gli USA e Israele stanno attaccando mezzo mondo contravvenendo quotidianamente al diritto internazionale e a quello umanitario, è certamente una cosa brutta. Ma la colpa, in fondo, è di Putin.

Da qui è un crescendo. La guerra all’Iran? Il comunicato presidenziale mette le mani avanti affermando che «sono sempre inaccettabili» gli attacchi ai civili che spesso uccidono i bambini, «come nel caso della strage della scuola di Minab» (170 morti, quasi tutte bambine, ma nel comunicato la paternità delle bombe rimane ignota, senza specificare che la strage è stata provocata da un missile americano), ma subito si precisa che l’estensione del conflitto avviene «ad opera dell’Iran» e che «il Consiglio valuta gravi le azioni dell’Iran per ostacolare la libera navigazione nello Stretto di Hormuz». È il teatro dell’assurdo: un Paese sovrano viene bombardato dalla massima potenza mondiale, che fa massacri di civili per ribaltarne il governo, ma la colpa della guerra che si sta allargando all’intera regione viene fatta ricadere sul Paese aggredito, evidentemente colpevole di non arrendersi e di cercare di colpire le basi militari da cui partono gli aerei e i missili che lo bombardano. Una risposta, tra l’altro, legittimata dal «diritto inalienabile all’autodifesa» stabilito dall’articolo 51 della Carta dell’ONU.

Non è tutto. Il comunicato analizza anche l’aggressione israeliana al Libano, dove le forze comandate dal premier Benjamin Netanyahu (già ricercato dalla Corte Penale Internazionale per crimini contro l’umanità) hanno provocato in pochi giorni centinaia di morti e quasi un milione di sfollati e, se al solito mette le mani avanti affermando che «chiede a Israele di astenersi da reazioni spropositate», precisa che sono le «inaccettabili azioni di Hezbollah che hanno trascinato il Libano in un nuovo drammatico conflitto». Israele occupa illegalmente parte del territorio del Paese dal lontano 1978, lo ha invaso più volte, lo bombarda con regolarità da anni, non si fa problemi a colpire perfino le postazioni della missione ONU e, dal solo 8 ottobre 2023, ha ucciso circa 5.000 civili: ma per il Quirinale la colpa è tutta dei miliziani libanesi.

Così, dietro il linguaggio felpato delle istituzioni e la retorica della responsabilità, la logica del doppio standard e del suprematismo occidentale riempie anche i comunicati della più alta carica dello Stato italiano. Nella post-verità presidenziale la guerra è brutta e l’Italia la condanna sempre, ci mancherebbe. Ma non dimenticate che Israele e USA, anche quando invadono Paesi e fanno stragi di civili sono, come li definisce ripetutamente il comunicato, «amici e alleati». Se l’Occidente è perennemente in guerra, in fondo, la colpa è di Putin e di quei Paesi come l’Iran che si ostinano a non arrendersi. Se questa è la capacità di leggere la realtà dei nostri leader, la pace è parecchio lontana.

Caro benzina, diesel a un passo da 2,10 euro al litro

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Nuovo rialzo dei carburanti oggi, mercoledì 18 marzo: il gasolio sfiora i 2,1 euro al litro nel self service, livello che non si vedeva dal marzo 2022, mentre la benzina si avvicina a 1,86 euro, massimo da fine luglio 2024. Si riduce quasi a zero anche il tradizionale vantaggio delle “pompe bianche”: il differenziale rispetto ai distributori delle grandi compagnie, un tempo intorno ai due centesimi, è ora limitato a pochi millesimi. Secondo Staffetta Quotidiana, Q8 ha aumentato i prezzi di 6 centesimi sulla benzina e 1 sul diesel; Tamoil registra rincari di 4 centesimi sulla verde e 2 sul gasolio.

Israele, una società fanatica che indottrina: il racconto dei giovani antisionisti

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Un giovane si siede al tavolo accanto al nostro e appoggia il mitra al suo fianco. «Questa società è profondamente militarista», mi dice Ariela seguendo il mio sguardo sorpreso. Siamo a Gerusalemme, a bere una birra in un bar, in uno dei quartieri a maggioranza ebraica di questa città divisa che Israele sta cercando di prendersi pezzo per pezzo. «Imperialismo, razzismo, suprematismo e militarismo. Forse sono queste le quattro parole con cui sintetizzerei gran parte della società israeliana». Ariela ha 25 anni; israeliana, ebrea, si definisce antisionista. «Io sono cresciuta in una famiglia di ...

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Coppa d’Africa: dopo 2 mesi il Marocco vince a tavolino

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Il Marocco ha vinto la Coppa d’Africa. Non sul campo, ma per decisione della Confederazione africana di calcio (CAF), che a distanza di oltre due mesi dalla finale giocata a Rabat ha deciso di squalificare il Senegal. La squadra capitanata da Kalidou Koulibaly aveva abbandonato il campo in seguito a un rigore considerato inesistente. Poi il rientro, il gol del vantaggio e la vittoria per 1-0. Almeno fino all’intervento della CAF, che a causa dell’abbandono del campo da parte dei senegalesi ha assegnato la vittoria a tavolino al Marocco. Nel Paese si sono registrati festeggiamenti tutta la notte.

Vicenza, la protesta contro la guerra blocca la base militare americana

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«Abbiamo deciso di agire presso una delle principali strutture statunitensi per denunciare ancora una volta i rischi a cui la complicità con l’imperialismo americano ci espone, rendendoci attivi partecipanti dei conflitti scatenati da due tra i governi più sanguinari della storia». Con queste parole gli attivisti vicentini hanno annunciato la protesta a Camp Del Din, bloccando per due ore l’accesso alla base USA. Centinaia di persone si sono riversate in strada a Vicenza per protestare contro la presenza americana sul territorio, che lo espone e rende complice dell’escalation bellica globale, a partire dall’ultimo conflitto scatenato in Asia Occidentale. Durante la protesta sono state rilanciate le giornate del No Kings, in programma a Roma il 27 e 28 marzo contro guerre e imperialismo.

Sabato pomeriggio centinaia di persone si sono riunite in via Prati, dirigendosi verso la rotatoria di viale Ferrarin, nei pressi di Camp Del Din. «Yankee go home» e «Vicenza ripudia la guerra» sono le due scritte lasciate dai manifestanti sulla rotonda, mentre l’accesso alla base militare USA veniva bloccato per due ore. Quello di Camp Del Din è uno dei principali snodi statunitensi presenti sul territorio, al pari di Ederle, Miotto e Tormeno, le altre tre infrastrutture militari aperte a Vicenza da Washington. I quattro capisaldi USA —scrive il Centro Sociale Bocciodromo, tra i promotori della protesta — «rendono la città parte integrante di un sistema di guerra globale costruito sopra le vite dei territori. Oggi abbiamo ribadito che Vicenza non vuole essere complice; non accetteremo che le nostre città diventino avamposti militari mentre guerre e crisi vengono decise sopra le nostre teste».

La mobilitazione vicentina si inserisce in un più ampio movimento contro guerra e militarizzazione, che per il 27 e 28 marzo ha organizzato due giornate a Roma al grido di “No Kings“. In programma una manifestazione «contro le destre, le politiche repressive e belliciste dei governi», che si svolgerà in contemporanea con le proteste di Londra e degli Stati Uniti. Il fermento è alto: proprio in questi giorni centinaia di manifestanti hanno bloccato per ore la stazione ferroviaria di Pisa e impedito a un convoglio carico di armi di arrivare a destinazione. Ha fatto invece indignare cittadini e amministratori locali l’esercitazione militare tenuta dagli USA, a quanto pare senza alcuna autorizzazione, nel Parco delle Madonie, area naturale protetta del palermitano.

Trent’anni dopo le guerre jugoslave, la Croazia è libera dalle mine antiuomo

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mine anti uomo croazia

Dopo una lunga operazione di bonifica iniziata dopo la guerra degli anni Novanta, la Croazia ha annunciato di essere finalmente libera dalle mine antiuomo. In trent’anni di lavoro, il Paese ha completato la rimozione degli ordigni esplosivi disseminati durante il conflitto che seguì alla dissoluzione della Jugoslavia. Per milioni di persone significa terreni agricoli di nuovo utilizzabili e comunità libere di tornare a vivere in aree precluse. Il ministro degli Interni croato Davor Božinović ha confermato la conclusione della campagna di sminamento, che ha richiesto ingenti risorse economiche ...

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Austria, crolla un’impalcatura: 4 morti

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Quattro persone sono morte a seguito del crollo di un’impalcatura in un cantiere nel quartiere residenziale di lusso del nono distretto di Vienna. A dare la notizia è un portavoce della polizia di Vienna, che ha precisato che l’edificio era un antico palazzo del XIX secolo. Secondo un rappresentante sanitario, una quinta persona, un uomo di 45 anni, sarebbe rimasta gravemente ferita. Le indagini sull’incidente sono ancora in corso.

Il PIL non ci rende più felici: la scienza smonta il mito della crescita infinita

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C’è un dogma invisibile che governa le nostre vite, una religione laica i cui comandamenti vengono recitati ogni sera nei titoli dei telegiornali: il culto della crescita infinita. Ci hanno insegnato che se il Prodotto Interno Lordo sale, tutto va bene; se scende, è l’abisso. Eppure, osservando le nostre città congestionate, l’ansia generazionale e un pianeta in fiamme, il sospetto che questo indicatore sia una bussola rotta è diventato una certezza. La scienza, oggi, mette il sigillo definitivo: non abbiamo bisogno di produrre di più per stare meglio. Al contrario, il nostro benessere dipende ormai dalla nostra capacità di fermarci.

Mentre la politica si affanna a inseguire decimali di crescita, uno studio rivoluzionario pubblicato su Nature Climate Change e coordinato dai ricercatori dell’ICTA-UAB (Universitat Autònoma de Barcelona) demolisce le fondamenta del produttivismo moderno. La tesi è dirompente nella sua semplicità: nei Paesi ad alto reddito, il legame tra crescita economica e progresso sociale si è spezzato.

I ricercatori hanno dimostrato che esiste una “soglia di saturazione”. Una volta garantiti i bisogni fondamentali – casa, cibo, istruzione, salute – ogni ulteriore incremento del PIL non si traduce in un aumento della longevità o della soddisfazione personale, ma solo in un aumento dello stress ecologico. Lo studio evidenzia come politiche orientate alla “post-crescita” non siano un ritorno bucolico al passato, ma una strategia di sopravvivenza scientificamente fondata. La proposta è la sufficienza, il giusto per tutti e quindi ridurre la produzione di beni superflui e l’obsolescenza programmata per liberare tempo e risorse. Meno ore di lavoro, con sempre più Paesi che inaugurano con successo la settimana lavorativa corta, più servizi pubblici universali. È la transizione da un’economia di accumulatori seriali a un’economia del prendersi cura, di sé, del proprio tempo e degli altri.

Se l’idea di abbandonare il PIL può sembrare un’utopia radicale, la realtà ci dice che il fronte del cambiamento è già ampio. Il Bhutan è stato il precursore con la sua Felicità Interna Lorda, indice normativo che orienta la vita pubblica imponendo che lo sviluppo economico non possa mai avvenire a discapito della conservazione ambientale o della cultura locale, ma oggi il movimento è guidato dalla WEGo (Wellbeing Economy Governments), una partnership che unisce nazioni diverse ma accomunate dalla stessa urgenza: Scozia, Nuova Zelanda, Islanda, Galles e Finlandia.

In Nuova Zelanda, il bilancio dello Stato non viene più valutato solo in termini fiscali, ma sulla base del benessere mentale dei cittadini e della salute dei propri ecosistemi. La Finlandia e l’Islanda hanno integrato il benessere sociale come pilastro della stabilità nazionale, dimostrando che la resilienza di una società si misura dalla solidità dei suoi legami e non dal numero di auto vendute. Il Canada, allo stesso modo, ha adottato quadri di riferimento che mettono la giustizia intergenerazionale al centro delle scelte di bilancio. Anche l’Italia, pur tra mille contraddizioni, monitora dal 2013 il BES (Benessere Equo e Sostenibile), un set di indicatori che affianca al PIL parametri come la qualità dell’aria, la partecipazione sociale e la speranza di vita in salute.

La sfida che la scienza lancia alla politica è culturale prima che economica. Continuare a misurare il progresso attraverso il consumo di risorse in un pianeta finito è, per definizione, un atto di follia. I ricercatori ci dicono che la stabilità climatica e la salute mentale collettiva sono possibili solo se accettiamo di decolonizzare il nostro immaginario dall’ossessione del “più”.

L’Overshoot Day (Giorno del sovrasfruttamento della Terra) è la data in cui l’umanità esaurisce tutte le risorse naturali che il pianeta è in grado di rigenerare in un anno. Da quel momento in poi viviamo “a debito ecologico”, consumando più di quanto la Terra possa sostenere. Nel 2025 la data è stata il 24 luglio, ma in questo 2026 è atteso verso la fine di giugno, quindi sempre più anticipato nel calendario.

Uscire dalla ruota della produttività a tutti i costi non significa rinunciare al benessere, ma al contrario iniziare finalmente a goderselo. Significa scambiare l’iper-consumo con il tempo ritrovato, la competizione forsennata con la collaborazione. La vera notizia, nel 2026, non dovrebbe essere focalizzata su quanto cresceremo quest’anno, ma su quanto saremo capaci di ridare un senso alla parola prosperità. Perché un’economia che cresce sulle macerie del mondo e sull’esaurimento dei suoi abitati non è progresso: è solo un errore di prospettiva.