martedì 13 Gennaio 2026
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Nella sua lotta alla pirateria, AGCOM multa Cloudflare per 14 milioni di euro

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Cloudflare, colosso statunitense che fornisce servizi di rete e hosting a una vasta parte del web, è stato sanzionato con una multa da 14 milioni di euro dall’Autorità garante per le comunicazioni (AGCOM). La decisione riguarda la violazione delle norme italiane in materia di antipirateria: secondo l’Autorità, nonostante le richieste di rimuovere determinati contenuti illeciti, l’azienda “ha continuato a non adottare alcuna misura per contrastare l’utilizzo dei propri servizi per la diffusione di contenuti illegali”. La decisione, adottata dal Consiglio dell’Autorità nella seduta del 29 dicembre 2025, ma notificata alla società solo ieri, giovedì 8 gennaio 2026, riguarda l’inottemperanza all’ordine impartito con la delibera n. 49/25/Cons del 18 febbraio 2025. Si trattava della richiesta di oscurare alcune pagine in applicazione del sistema noto come Piracy Shield, ovvero lo “scudo anti‑pezzotto” donato e promosso dalla Lega Serie A al fine di contrastare la trasmissione illegittima delle partite di calcio.

“Era stato chiesto alla Società, in quanto fornitore di servizi della società dell’informazione coinvolto nell’accessibilità di contenuti diffusi illecitamente, di provvedere alla disabilitazione della risoluzione Dns dei nomi di dominio e dell’instradamento del traffico di rete verso gli indirizzi Ip segnalati dai titolari dei diritti attraverso la piattaforma Piracy Shield, o comunque di adottare le misure tecnologiche e organizzative necessarie per rendere non fruibili da parte degli utilizzatori finali i contenuti diffusi abusivamente”, sostiene il comunicato diffuso da AGCOM. 

L’Autorità indipendente ha ordinato a Cloudflare di rendere inaccessibili alcuni indirizzi di rete, ma l’azienda ha evitato di dare seguito alla richiesta. Non si tratta però di un semplice atto di resistenza isolato, bensì l’ultimo capitolo di un’escalation di tensioni che va ormai avanti dal 2023, anno dell’introduzione della piattaforma di blocco dell’antipirateria. Sul piano formale, AGCOM sostiene che Cloudflare sia un mero intermediario tecnico tenuto a eseguire senza obiezioni gli ordini ricevuti. L’azienda rivendica di contro il proprio ruolo di infrastruttura globale che deve mantenere neutralità e sottolinea le numerose criticità — già ampiamente note — legate all’applicazione concreta dello strumento.

Per come è stato concepito, il Piracy Shield è una soluzione approssimativa e grossolana, che in passato ha già mostrato la tendenza a intrappolare tra le proprie maglie migliaia di siti del tutto estranei alla diffusione di contenuti piratati. Si tratta di un meccanismo di oscuramento che, non essendo adeguatamente notificato, è capace di colpire soggetti e aziende senza che questi se ne accorgano immediatamente, con conseguenti danni alla loro visibilità online. Persino Google Drive, nel 2024, era finito tra le vittime collaterali della misura antipirateria.

La Commissaria Elisa Giomi, da tempo vocalmente critica nei confronti delle modalità operative della piattaforma antipirateria, si è opposta alla sanzione, tuttavia il suo voto contrario non è bastato a fermare l’azione dell’AGCOM, la quale ha comunque inflitto a Cloudflare una multa significativa. La normativa antipirateria consente infatti di applicare sanzioni fino al 2% del fatturato globale di un’azienda; nel caso di Cloudflare, l’Autorità ha scelto di comminare una cifra pari all’1% dei ricavi dichiarati per il 2024. Non un semplice colpo di avvertimento, insomma.

A Milano i trattori tornano in piazza contro il Mercosur

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La maggioranza dei Paesi UE ha dato il prima via libera alla firma dell’accordo di libero scambio con il blocco sudamericano del Mercosur, che comprende Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay. Intanto, a Milano decine di trattori hanno bloccato il traffico in piazza Duca d’Aosta per protestare contro l’intesa. Agricoltori e allevatori da tutta Italia, con bandiere tricolori e cartelli come “Difendiamo il Made in Italy”, chiedono garanzie su prezzi, controlli e tutela del reddito agricolo, denunciando che l’accordo favorirebbe importazioni a basso costo e speculazione dannosa per produttori e consumatori. La mobilitazione è promossa da Riscatto Agricolo Lombardia, Coapi e altri sindacati di settore.

La guerra delle multinazionali farmaceutiche: Bayer denuncia Pfizer e Moderna

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Dopo che le grandi case farmaceutiche hanno guadagnato miliardi di dollari dalla vendita dei vaccini anti Covid-19, si è scatenata una guerra intestina tra i colossi del settore relativa alla proprietà intellettuale della “nuova” tecnologia basata sull’RNA messaggero. In particolare, Bayer ha denunciato Moderna, Pfizer e Johnson & Johnson (J&J) per avere utilizzato questa tecnologia già brevettata e sviluppata negli anni Ottanta dalla multinazionale dei pesticidi e prodotti agricoli Monsanto, per rafforzare l’mRNA nelle colture, rendendole più resistenti ai parassiti. La Monsanto è stata rilevata dalla Bayer nel 2018, per questo l’azienda farmaceutica tedesca ora rivendica il diritto d’autore sulla tecnologia, e quindi quello a ricevere royalties su tutte le vendite passate e future dei vaccini ad mRNA. Le cause intentante dal colosso tedesco contro le aziende rivali non arrivano in un momento qualunque, ma in una fase di ristrutturazione interna del colosso farmaceutico, in cui peraltro l’azienda deve affrontare ingenti perdite e contenziosi legati all’attività della controllata.

Nel dettaglio, le cause sono state depositate in due tribunali federali statunitensi: nel Delaware contro Moderna e contro il duo Pfizer-BioNTech, e nel New Jersey contro Johnson&Johnson. Secondo quanto denunciato da Bayer, infatti, la tecnologia sviluppata dalla sua controllata sarebbe stata determinante per risolvere il problema dell’instabilità dell’mRNA, responsabile della scarsa espressione proteica, e anche per il vaccino tradizionale a vettore virale di J&J. Risolvere questa criticità avrebbe migliorato la «capacità dei vaccini di conferire immunità al virus». Monsanto aveva depositato la domanda di brevetto nel 1989 e l’Ufficio brevetti e marchi l’aveva infine concesso nel 2010. Sei anni dopo, nel 2016, Bayer ha acquistato Monsanto per 66 miliardi di dollari. Su queste basi, il colosso – che non è coinvolto nello sviluppo dei vaccini contro il Covid-19 – ha chiesto un risarcimento non specificato e una percentuale sulle vendite passate e future dei sieri a mRNA. Come riporta l’agenzia di stampa Reuters, secondo i resoconti aziendali, Pfizer e BioNTech hanno guadagnato più di 3,3 miliardi di dollari di fatturato dalle vendite globali del loro vaccino Comirnaty nel 2024, mentre Moderna ha guadagnato 3,2 miliardi di dollari dal suo Spikevax.

Non è comunque la prima volta che si verificano contenziosi legali tra le multinazionali farmaceutiche per i brevetti della tecnologia a mRNA: già nel 2022, ad esempio, Moderna ha intentato una causa contro Pfizer-BioNtech, sostenendo di essere stata la prima a scoprire l’efficacia dell’mRNA nel produrre anticorpi neutralizzanti e depositando dei brevetti per tutelare queste scoperte. Tuttavia, il Patent Trial and Appeal Board (PTAB) dell’Ufficio brevetti e marchi degli Stati Uniti ha stabilito che le rivendicazioni sulle presunte scoperte dell’azienda per produrre il vaccino contro il COVID-19 sono «non brevettabili», dando ragione a Pfizer-BioNtech. Allo stesso tempo anche CureVac e GSK hanno intrapreso cause simili legate alla proprietà intellettuale dell’mRNA.

Per quanto riguarda il contenzioso aperto da Bayer, invece, al momento Pfizer, BioNTech e Johnson & Johnson non hanno rilasciato dichiarazioni, mentre un portavoce di Moderna ha affermato che l’azienda si difenderà. Come anticipato, nel caso in questione, le cause arrivano in un momento difficile per la multinazionale farmaceutica tedesca: Bayer deve affrontare perdite e contenziosi legati alle attività di Monsanto, compresi oltre 67.000 procedimenti legali negli Stati Uniti relativi all’uso del glifosato da parte dell’azienda. La società punta così a usare la proprietà intellettuale come leva economica, mentre al contempo sviluppa nuovi prodotti per assicurarsi i ricavi futuri.

In generale, mentre le discussioni e gli studi sull’efficacia e gli eventuali effetti collaterali dei vaccini a mRNA sono ancora in corso, il settore è attraversato da una sorta di guerra di tutti contro tutti per aggiudicarsi la proprietà intellettuale e, dunque, i ricavi sulle nuove tecnologie, confermando come l’interesse per i profitti sia prioritario per le grandi società farmaceutiche.

Tempesta Goretti: al buio oltre 500mila case in Francia e Regno Unito

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La tempesta Goretti sta colpendo duramente diverse regioni di Francia e Regno Unito, con venti molto forti, piogge intense e nevicate che da giovedì interessano vari paesi europei. Le conseguenze più gravi riguardano l’energia elettrica: in Francia circa 380mila abitazioni sono senza luce, di cui 226mila in Normandia. Nel Regno Unito l’elettricità è stata ripristinata a 148mila case, ma altre 44mila risultano ancora al buio, soprattutto nel centro e sud-ovest dell’Inghilterra. La tempesta sta inoltre causando pesanti disagi ai trasporti stradali, ferroviari e aerei.

Il labirinto di leggi che regola la psichiatria in Italia

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Il 13 maggio 1978 entra in vigore la legge 180, altrimenti conosciuta come legge Basaglia, che ha portato alla graduale chiusura dei manicomi e alla progressiva introduzione dei dipartimenti di salute mentale. Con questa legge l’Italia fu il primo Paese al mondo a bandire gli ospedali psichiatrici e a istituire una rete di servizi territoriali che comprende i Servizi Psichiatrici di Diagnosi e Cura (SPDC), i Centri di Salute Mentale (CSM) – che coordinano in ambito territoriale tutti gli interventi di prevenzione, cura e riabilitazione –, le strutture residenziali e i centri diurni. Nel 2023, ...

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Italia, la strage silenziosa dei senzatetto: 414 morti in un anno

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Nel solo 2025, in Italia o sono morte 414 persone senza dimora: un numero che, al di là di leggere oscillazioni, conferma una tendenza consolidata e drammatica degli ultimi anni. I dati, raccolti dall’Osservatorio fio.PSD, rivelano un fenomeno continuo e diffuso su tutto il territorio nazionale, che colpisce soprattutto uomini stranieri in età non avanzata. Queste morti, spesso avvenute in solitudine e in condizioni di estrema vulnerabilità, rappresentano l’esito estremo di una vita ai margini, segnata dalla mancanza di accesso alle cure, dall’isolamento sociale e dalla lontananza dai servizi essenziali. La cifra di decessi registrati conferma una strage silenziosa e strutturale, in linea con i 434 decessi del 2024 e i 415 del 2023. Le statistiche, raccolte dalla federazione di enti che seguono le persone senza dimora, raccontano che si tratta per lo più di uomini (oltre il 90%), con una forte presenza di cittadini provenienti da paesi extra-europei (in primis Marocco e Tunisia, mentre si registra un aumento delle vittime originarie del Bangladesh, dell’India e del Pakistan). L’età media della morte è drammaticamente bassa, ferma a 46,3 anni, con un divario significativo tra italiani (54,2 anni) e stranieri (42 anni). Un dato che stride con la speranza di vita generale della popolazione italiana, che si attesta sugli 81,4 anni per gli uomini. Contrariamente a quanto si possa pensare, la stagione invernale, nonostante il freddo, non registra un picco sproporzionato di morti. Nel 2025 i decessi di gennaio (44) non sono stati molto diversi da quelli di agosto (37) o giugno (35). Ciò è dovuto in parte all’attivazione dei piani emergenziali per il freddo, che aumentano i posti letto e l’attività delle unità di strada. La geografia di questa strage invisibile vede il Nord Italia come l’area più colpita, con oltre la metà dei decessi: la Lombardia guida la triste classifica con 78 morti, seguita da Veneto (46) e Piemonte (25). Anche il Centro contribuisce con numeri significativi, soprattutto il Lazio (60 decessi). Se le grandi città come Roma (48 morti) e Milano (27) registrano i valori assoluti più alti, il fenomeno non è confinato ai grandi centri urbani. Il report evidenzia infatti che «a fronte del 40,5 per cento di decessi che avviene nelle 14 città metropolitane, la maggioranza delle morti si verifica in provincia», talvolta in comuni molto piccoli. «Il dato – si legge nel documento – mette in luce la necessità di sviluppare interventi capillari, capaci di raggiungere anche le realtà territoriali meno servite dove il fenomeno rimane, spesso, meno visibile». I luoghi dei decessi raccontano da soli le condizioni di vita estreme. Circa un terzo delle morti (34%) avviene in spazi pubblici come strade, parchi e aree pubbliche. Un altro 23% si verifica in baracche e ripari di fortuna, mentre preoccupa la percentuale dei decessi per annegamento (15%) e di quelli avvenuti all’interno delle case circondariali (8%). Le cause di morte riflettono una condizione di perenne pericolo: il 42% è attribuibile a malori improvvisi o malattie aggravate dopo anni di vita in strada, mentre un altro 40% è riconducibile a eventi traumatici, incidenti, aggressioni o suicidi. «Le cause dei decessi tra le persone senza fissa dimora riflettono una condizione di estrema vulnerabilità in cui i fattori personali, sociali e ambientali si intrecciano, aggravando situazioni già precarie che la strada amplifica», si legge nel rapporto. Per affrontare il fenomeno con politiche più efficaci, si ritiene fondamentale realizzare una migliore raccolta dati. Per questo, il 26, 28 e 29 gennaio è in programma la rilevazione nazionale “Tutti Contano”, promossa da Istat e condotta da fio.PSD nelle 14 città metropolitane. L’iniziativa, che coinvolgerà migliaia di volontari, mira a intervistare le persone senza dimora per ottenere informazioni dettagliate sulle loro condizioni e sui loro percorsi di vita, con l’obiettivo di superare approcci puramente emergenziali o pietistici.

Gaza, raid israeliani uccidono 11 palestinesi

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Almeno 11 palestinesi sono stati uccisi giovedì in una serie di attacchi israeliani nella Striscia di Gaza, secondo fonti mediche locali. Un raid aereo ha colpito una tenda a Khan Younis, nel sud, causando quattro morti e diversi feriti, tra cui bambini; un’altra persona è stata uccisa a est della città. Altri attacchi hanno provocato vittime a Jabalia, dove è stata colpita una scuola che ospitava sfollati, a Deir al-Balah e nel quartiere Zeitoun di Gaza City. L’esercito israeliano ha parlato di una risposta al lancio fallito di un razzo da Gaza, affermando di aver colpito militanti di Hamas e infrastrutture militari.

Un nuovo rapporto ONU spiega la segregazione razziale di Israele contro i palestinesi

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L’Onu ha condannato nuovamente Israele per le sue politiche portate avanti contro la popolazione palestinese in Cisgiordania e a Gerusalemme Est. Lo ha fatto con un rapporto che documenta il peggioramento della situazione in tutti i territori occupati a partire almeno dal dicembre 2022. Il rapporto parla di furto di terre e risorse naturali, discriminazioni razziali, segregazione, e descrive il sistema di violenze sistematiche impunite, sfollamenti forzati e limitazioni in aumento alla libertà del movimento dei palestinesi chiedendone lo smantellamento. Mentre gli organismi internazionali continuano a lanciare appelli, Tel Aviv si prepara ad avviare i cantieri per la costruzione di 3401 nuove case nell’insediamento “E1” recentemente approvato, che rischia di spaccare in due la Cisgiordania, insieme alla costruzione di altre 19 nuove colonie, sempre illegali per il diritto internazionale.

«Che si tratti di accedere all’acqua, andare a scuola, correre all’ospedale, visitare familiari o amici o raccogliere le olive, ogni aspetto della vita dei palestinesi in Cisgiordania è controllato e limitato dalle leggi, dalle politiche e dalle pratiche discriminatorie di Israele», ha commentato l’Alto commissario Onu per i diritti umani, Volker Türk. «Si tratta di una forma particolarmente grave di discriminazione razziale e segregazione, che assomiglia al tipo di sistema di apartheid che abbiamo visto», ha affermato. Il sistema israeliano di repressione e apartheid è evidente nella Cisgiordania occupata, dove la popolazione è soggetta quotidianamente a incursioni militari, detenzioni arbitrarie e demolizioni. È lo stesso diritto alla vita che viene messo in discussione: il rapporto parla di oltre 1.500 uccisioni di palestinesi tra il 1 gennaio 2017 e il 30 settembre 2025. Le autorità israeliane hanno aperto 112 indagini, con una sola condanna. Le cifre dell’impunità esplicitano come le violenze di coloni e militari contro i palestinesi non solo restino nel silenzio, ma siano, di fatto, accolte dalle autorità di Tel Aviv.

La discriminazione sistematica nei confronti dei palestinesi nei territori palestinesi occupati è una preoccupazione di lunga data, osserva il rapporto. La situazione, tuttavia, sta peggiorando drasticamente. La vita dei palestinesi è diventata sempre più limitata e insicura; i circa mille punti di controllo tra checkpoint, cancelli, e posti di blocco mobili rendono gli spostamenti sempre più ardui, violando il diritto al lavoro, allo studio, e aggravando le già difficili condizioni economiche. I palestinesi continuano a subire confische di terra su larga scala e la privazione dell’accesso alle risorse; mentre ai palestinesi viene sottratta sempre più terra e le risorse idriche vengono deviate, le colonie israeliane si allargano. Il rapporto cita anche la discriminazione giuridica a cui sono costretti i non-israeliani, giudicati in Tribunali militari durante i quali vengono sistematicamente violati i loro diritti a un processo equo e giusto.

«Dal 7 ottobre 2023, il governo israeliano ha ulteriormente ampliato l’uso della forza illegale, la detenzione arbitraria e la tortura, la repressione della società civile e le restrizioni indebite alla libertà dei media, le severe restrizioni alla libertà di movimento, l’espansione degli insediamenti e le relative violazioni nella Cisgiordania occupata, il che ha segnato un deterioramento senza precedenti della situazione dei diritti umani in quella zona», continua il rapporto, aggiungendo che a ciò si aggiunge il protrarsi e l’escalation della violenza dei coloni, in molti casi con l’acquiescenza, il sostegno e la partecipazione delle forze militari israeliane. Il documento descrive come «asfissiante» l’insieme delle politiche israeliane create per controllare ogni aspetto della vita dei palestinesi, concludendo che esistono motivi ragionevoli per ritenere che la separazione, la segregazione e la subordinazione siano destinate a diventare permanenti, al fine di mantenere l’oppressione e il dominio sui palestinesi.

Sono centinaia le relazioni che testimoniano le violazioni sistemiche dei diritti umani di Israele; decine le risoluzioni, le richieste, le commissioni che negli anni hanno chiesto a Tel Aviv di interrompere gli abusi e di ritirarsi dai territori occupati della Cisgiordania e di Gerusalemme. Nonostante ciò, i governi continuano ad appoggiare politicamente ed economicamente Tel Aviv, e Israele accelera il suo piano di pulizia etnica e annessione dei territori palestinesi. «Ogni tendenza negativa documentata nel rapporto non solo è continuata, ma si è anche accelerata. E ogni giorno che si permette che questa situazione continui, le conseguenze per i palestinesi peggiorano».

Russia: attacco alle infrastrutture energetiche ucraine

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La Russia ha lanciato un ingente attacco missilistico contro le infrastrutture energetiche ucraine. Nell’attacco sono stati impiegati droni, e armi terrestri e navali a lungo raggio, tra cui il missile “Oreshnik”, che avrebbe raggiunto una velocità di 13.000 chilometri orari; il missile ha colpito uno dei maggiori impianti di stoccaggio ucraini, situato nella regione di Leopoli. Presi di mira anche siti di produzione di droni a Kiev. L’offensiva di oggi arriva in risposta a un attacco registratosi lo scorso 29 dicembre, che avrebbe preso di mira la residenza di Putin; l’Ucraina ha affermato di non avere attentato alla vita del presidente russo, rigettando le accuse.

Torino: a 20 giorni dallo sgombero l’area attorno Askatasuna è ancora territorio militare

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TORINO – Pochi minuti prima dell’uscita dei bambini da scuola, la zona pedonale si riempie di genitori e parenti in attesa. Sembrano quasi non fare più nemmeno caso alle decine di agenti che fanno su e giù per l’area, chiacchierando tra loro e guardandosi intorno con aria circospetta. Questa sembra essere diventata, almeno per il momento, la realtà del quartiere Vanchiglia, a quasi un mese dallo sgombero del centro sociale Askatasuna. L’interno dell’edificio è ormai vuoto e semidistrutto, gli ingressi murati. Nella pace che regna nel quartiere in un pomeriggio qualunque di inizio anno, niente sembra giustificare effettivamente la massiccia presenza di forze dell’ordine.

Al mio arrivo, all’altezza del numero 47 di corso Regina sono almeno tre le camionette parcheggiate, più un camion idrante e alcune volanti della municipale. I jersey recintano ancora tutta la zona antistante il centro sociale. Altre camionette sono sparse intorno a tutto il perimetro di Askatasuna, inclusa l’area dove si trovano l’asilo nido e la scuola elementare. Tra le persone in attesa vi sono residenti del quartiere, ma anche persone che vengono da altre zone della città. Sono soprattutto queste ultime che commentano come la presenza degli agenti abbia «finalmente liberato l’area da spacciatori e brutta gente». Chi in Vanchiglia ci vive risponde con un sorriso a queste affermazioni. «Innanzitutto sappiamo tutti che questo è un problema che non viene da Askatasuna», mi dice un padre in attesa davanti alla scuola elementare. «E poi non è certo servito nemmeno a quello: chi spacciava in questa zona si è semplicemente spostato di qualche decina di metri, all’angolo con piazza Santa Giulia. Ma comunque non è infastidito dagli agenti, perché loro non sono qui per questo». E anche chi si mostra più critico nei confronti di Askatasuna non nasconde che, forse, tutto questo dispiegamento di forze dell’ordine è «un pochino esagerato».

Le scuole adiacenti al centro sociale sono state chiuse con due giorni di anticipo rispetto alle altre. La comunicazione è stata data ai genitori che si apprestavano a lasciare i figli a scuola la mattina stessa dello sgombero, il 18 dicembre. Da allora, nessuno ha potuto più accedervi, nemmeno per recuperare i lavoretti che i bimbi avevano fatto per Natale. Fino alla mattina del 7 gennaio, la zona pedonale di via Balbo è rimasta del tutto inaccessibile, sigillata dai jersey. Una volta riaperte le scuole, questi sono stati rimossi e sostituiti dalle camionette, che bloccano completamente il passaggio da entrambi gli accessi. Solamente la rabbia dei genitori, mi viene raccontato, le ha convinte a indietreggiare di qualche metro, in modo da nascondersi parzialmente alla vista dei bambini che entrano ed escono da scuola. «Ieri mattina gli agenti non volevano lasciar passare nemmeno i genitori. Ci permettevano giusto di andare a portare i bambini fino all’ingresso della scuola, ma poi dovevamo allontanarci» mi racconta un papà. «E non se ne capisce davvero la necessità, dal momento che dentro [ad Askatasuna, ndr] hanno spaccato tutto e murato gli ingressi».

Le camionette che presidiano la zona pedonale di via Balbo, dove affacciano il nido, la scuola elementare e il giardino di Askatasuna

I danni fatti dalla polizia all’interno del centro, infatti, sarebbero tanto gravi da non renderlo nemmeno più agibile. «Tubature e sanitari sono stati distrutti, le scale per scendere in cantina sono state distrutte, il laboratorio di arte, la palestra popolare, tutto distrutto. Gli ingressi sono stati murati, accedere non è più possibile» mi riferisce Stefano, attivista di Askatasuna. «Qualcosa siamo riusciti a recuperarlo prima di Natale, ma poca roba. Altre cose, tra le quali un generatore e soldi in contanti, sono sparite».

Nemmeno i bambini sono rimasti indifferenti a ciò che sta accadendo. «Si rendono conto di tutto», mi racconta una giovane madre all’uscita della scuola elementare. I suoi figli, dice, le hanno chiesto più volte chi fossero gli «uomini con le pistole» che girano intorno a scuola. «Io vivo qui», mi dice, «e posso dirti che la chiusura di Askatasuna è un problema per noi. Loro ci lasciavano usare i loro spazi, due volte a settimana organizzavano la merenda per i bambini. Ora stiamo facendo diverse riunioni di quartiere, per cercare di capire come recuperare la coesione che è venuta a mancare con la chiusura del centro».

Mentre i figli escono da scuola, infatti, alcuni genitori allestiscono un tavolo con cibo e bevande. Tra i bambini che corrono su e giù mangiando patatine e adulti infreddoliti che chiacchierano, passeggiano agenti a gruppi di due o tre. Ogni tanto qualcuno perde la pazienza e grida loro di allontanarsi. Su questo piccolo tratto di via pedonale, dove affacciano le due scuole e il giardino che Askatasuna condivideva con il nido (il cui accesso è al momento interdetto, anche ai bambini), sono stati allestiti bagni chimici per gli agenti. «Almeno non usano più i bagni del nido, come facevano quando le scuole erano chiuse», mi dice Ortensia, del Comitato Vanchiglia. «Ovviamente, niente di tutto questo era necessario». C’è di positivo, però, che questa situazione ha avvicinato molto i comitati di quartiere, che ora stanno cercando il modo di organizzarsi e collaborare. Non solo perché a bambini e genitori è stato sottratto uno spazio di aggregazione, mi spiega, ma anche per rivendicare il diritto di tutti i cittadini ad avere a disposizione spazi pubblici di incontro e discussione.

Pochi giorni fa, i comitati hanno inviato una lettera al prefetto e alle istituzioni, denunciando l’uso sproporzionato della forza e la militarizzazione in atto nel quartiere. La risposta è giunta dal segretario generale provinciale del sindacato di polizia FSP, che ha commentato come Askatasuna sia «la base criminale di ogni azione e pensiero sovversivo contro lo Stato» e che «ai bambini i genitori dovrebbero un giorno raccontare che il 18 dicembre 2025 il bene ha vinto contro il male assoluto». All’interno di un bar vicino a via Balbo, molto frequentato dagli agenti, alcune madri leggono ad alta voce la lettera. La reazione è un misto di rabbia e ilarità. «Come può essere questa la risposta che viene data alle famiglie? Sarebbe questo, il bene che trionfa?» ci si chiede.

Con il passare del tempo, e il freddo che si fa sempre più intenso, le famiglie tornano a casa, ma le camionette rimangono al loro posto, aumentando anzi di numero. Qualcuno tra i genitori ha avanzato l’ipotesi che la militarizzazione proseguirà per un altro mese, ma nessuno ne ha la certezza. Nel frattempo, Askatasuna rilancia la mobilitazione e conferma gli appuntamenti per le prossime settimane, che culmineranno a gennaio nella grande manifestazione nazionale prevista per il 31. «Sappiamo che l’attacco contro di noi altro non è se non un tentativo di piegare il movimento per la Palestina, che in Italia sta diventando sempre più grande», mi dice Stefano, «ma non sarà certo questo a fermarci o a impedirci di continuare a scendere in piazza».