venerdì 13 Marzo 2026
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La svolta della Cina: la crescita del PIL sparisce dagli obiettivi economici

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Per la prima volta in più di trent’anni, la Cina ha deciso di abbassare le aspettative di crescita del PIL. L’annuncio è stato fatto dal premier Li Qiang nel corso del consueto appuntamento annuale delle Due Sessioni, le riunioni tra Assemblea Nazionale del popolo e Conferenza consultiva del popolo, nel quale si decidono gli obiettivi economici, politici e militari dell’anno corrente. Dopo anni in cui gli obiettivi si sono aggirati dal 5% in sui, il premier ha infatti annunciato che quello fissato dal governo per il 2026 si attesterà su un intervallo tra il 4,5 e il 5%. Con questa misura, che ha fatto particolarmente scalpore nella stampa occidentale in quanto sancirebbe il rallentamento economico che da anni attanaglia il Paese, il governo intende mandare un messaggio chiaro: in questa fase storica appare necessario abbandonare la ricerca affannosa del PIL, accettare la situazione e i limiti del contesto socioeconomico cinese e iniziare una transizione verso una crescita economica basata sulla sostenibilità e sulla qualità, invece che sulla quantità e sui numeri.

Questa visione economica si sposa perfettamente con gli obiettivi messi a punto dal Comitato Centrale del Partito Comunista cinese nel XV piano quinquennale (che verrà approvato ufficialmente entro la prossima settimana), attraverso il quale il Paese darà vita ad un processo di trasformazione industriale basato, tra le altre cose, sull’innovazione tecnologica. Questi elementi, che caratterizzeranno la Cina del decennio a venire, sono stati affrontati nelle riunioni degli scorsi giorni; davanti all’incertezza economica globale, il Paese punterà sull’autosufficienza tecnologica per prevenire limitazioni commerciali imposte da rivali internazionali come gli Stati Uniti. In quest’ottica, il settore dell’intelligenza artificiale, dei semiconduttori, della biomedicina e dell’industria aerospaziale diventano punti cardine dello sviluppo industriale e degli investimenti del governo.

Alla base della corsa verso l’autosufficienza risiede la necessità di mettere mano sullo squilibrio tra offerta e domanda interna: tra gli obiettivi principali annunciati durante le Due Sessioni e nel XV piano quinquennale l’espansione dei consumi interni resta uno dei propositi più complessi da portare a termine, complice, tra gli altri, la crisi del settore immobiliare e un tasso di disoccupazione giovanile pari al 17%. L’aumento nei consumi potrebbe rivelarsi una mossa efficace in virtù dei dati demografici, seppur in calo, della popolazione cinese. Tale crescita permetterebbe così di porre fine definitivamente al paradigma della “fabbrica del mondo”, che per lungo tempo si è basato principalmente sulle esportazioni e le fluttuazioni del mercato internazionale.

Spazio anche alla definizione degli obiettivi militari: in leggero calo la previsione della spesa per la difesa nazionale che passa dal 7,2% al 7%. L’innovazione tecnologica entra anche nel settore militare, con lo stesso premier Li che ha riconosciuto i progressi nell’addestramento militare e nel combattimento. Nonostante il momento storico di profonda incertezza, nel quale la Cina sembra restare a guardare gli sconvolgimenti che la circondano, la posizione assunta in ambito militare sembra essere particolarmente conservativa, dove non si registrano preoccupazioni riflesse negli obiettivi annuali. Attraverso le parole di Li Qiang si può osservare una inconsueta aggressività nella formula utilizzata per rivolgersi a Taiwan, per la quale Pechino ha promesso di «reprimere» eventuali azioni separatiste. Il premier, inoltre, ha riaffermato l’interesse da parte della Repubblica Popolare di insistere sulla politica dell’Una sola Cina e del Consenso del ‘92, che riscontra peraltro l’accordo del Kuomintang, partito attualmente all’opposizione del governo taiwanese e vicino alle posizioni di Pechino.

Con la chiusura dell’evento e l’attesa per l’ufficializzazione del nuovo piano quinquennale, si aprono settimane di grande fermento per la visita prevista per fine marzo di Donald Trump nella Repubblica Popolare. Davanti al fuoco della guerra e all’imprevidibilità statunitense, la Cina sceglie ancora una volta di muoversi lentamente mentre pianifica i cambi essenziali dei prossimi anni.

Mali, attacchi di gruppi islamisti: 12 morti

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Militanti di Jama’at Nusrat al-Islam wal-Muslimin (JNIM), milizia islamista affiliata ad Al Qaeda, hanno ucciso 10 camionisti e due apprendisti nella regione di Kayes, nel Mali occidentale. La notizia è stata data dall’ONG Human Rights Watch, in un rapporto riguardante gli attacchi dello scorso gennaio. Secondo testimoni locali, i miliziani di JNIM avrebbero preso di mira un convoglio di 40 camion, che trasportava carburante verso la regione di Kayes. Il convoglio era partito dalla capitale del Senegal, Dakar, il 27 gennaio per attraversare il confine con il Mali il giorno successivo. Da settimane JNIM sta portando avanti una offensiva contro gli Stati del Sahel, prendendo di mira la catena di approvvigionamento di carburante.

La magistratura tedesca processa gli ambientalisti per “organizzazione criminale”

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Processare gli ambientalisti per “organizzazione criminale” non è più una novità in Germania, che da un paio d’anni a questa parte ha visto abbattersi su Letzte Generation una forte repressione giudiziaria. Il movimento ambientalista e non violento si è sciolto nel 2025 proprio a seguito delle incriminazioni dei suoi attivisti nonché della violenza poliziesca; ora la Procura di Monaco alza il tiro e indaga su Melanie Guttmann e Lea Bonasera, co-fondatrici dell’organizzazione. A essere contestato è ancora una volta l’articolo 129 del Codice Penale, ideato per combattere la criminalità organizzata e oggi usato contro attivisti pacifici, come sottolineano giuristi e associazioni per i diritti umani.

Secondo la Procura di Monaco, Melanie Guttmann e Lea Bonasera avrebbero guidato un’organizzazione con scopi criminali. L’accusa è stata depositata al Tribunale Regionale, che dovrà decidere se dare luogo al processo oppure no. Le co-fondatrici di Letzte Generation rischierebbero fino a cinque anni di carcere. Entrambe respingono il teorema accusatorio: «Abbiamo protestato pacificamente per la protezione del clima e questo non dovrebbe essere criminalizzato», dice Bonasera al Taz. La strategia messa in campo da Letzte Generation si ispirava ai principi della non violenza, prediligendo l’azione diretta del blocco stradale«Le soglie per applicare l’articolo 129 sono molto alte — commenta Green Legal Impact — e trasformare manifestanti pacifici in una minaccia per la sicurezza pubblica crea un precedente pericoloso. La Procura tenta persino di attribuire alla Letzte Generation la violenza di alcuni automobilisti per costruire questa presunta minaccia. Questo rovesciamento tra vittime e responsabili è assurdo».

Se l’impianto accusatorio dovesse essere accettato dai giudici si creerebbe un nuovo precedente repressivo in Germania, mettendo sullo stesso piano criminalità organizzata e protesta politica, tutelata costituzionalmente. Bonasera parla di attacco alla democrazia e di intimidazione nei confronti dei manifestanti, che negli ultimi anni sono ritornati a occupare un ruolo rilevante nella scena pubblica. L’ambiente resta un argomento cardine, come dimostrano le preferenze raccolte dai Verdi alle varie tornate elettorali, ma non isolato: si pensi alle recenti mobilitazioni contro il genocidio del popolo palestinese o agli scioperi per gli aumenti salariali. I manifestanti si sono ritrovati di fronte violenza poliziesca e repressione, al punto da far arretrare il terreno democratico. Lo ha messo nero su bianco l’organizzazione internazionale CIVICUS, da anni impegnata nel monitoraggio dello stato di salute della democrazia nel mondo. Per il 2024, CIVICUS ha declassato lo spazio civico tedesco, da “ristretto” a “ostruito” (fino al 2022 la Germania vantava piene opportunità civili). «Questa valutazione significa che lo spazio civico è fortemente limitato, con le autorità che impongono vincoli legali e sostanziali al pieno godimento dei diritti fondamentali. La Germania si unisce ad altri 39 Paesi con la stessa valutazione, tra cui Ungheria, Brasile e Sudafrica».

Giorgia Meloni: “Non condanno né condivido l’attacco all’Iran, non ho elementi”

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Dopo essersi detta «preoccupata da un conflitto che, in particolare con la reazione scomposta dell’Iran, comporta il rischio di un’escalation», Giorgia Meloni è tornata a parlare della guerra in Asia Occidentale. Durante un’intervista a Fuori dal Coro, il programma condotto da Mario Giordano, alla presidente del Consiglio è stato chiesto se condivida o condanni l’intervento militare di Israele e Stati Uniti in Iran. «Risponderei nessuno dei due — ha detto Meloni — perché io non ho oggettivamente gli elementi necessari, come non ce li ha quasi nessuno in Europa, anzi nessuno, per prendere una posizione che sia da questo punto di vista categoria». Eppure gli elementi sono chiari e fanno capo al diritto internazionale, il quale vieta aggressioni alla sovranità di un altro Stato senza il consenso del Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Una materia che evidentemente la leader di Fratelli d’Italia conosce bene, avendo dichiarato nella stessa intervista che «dobbiamo fare i conti con un quadro nel quale sono oggettivamente saltate le regole del diritto internazionale».

Cambiano gli studi radiotelevisivi ma non la sostanza. Fresca degli elogi ricevuti da Donald Trump, Meloni non prende posizione sull’aggressione israelo-americana all’Iran, nonostante le centinaia di vittime provocate e le ripercussioni economiche già giunte in Italia, a suon di aumenti generalizzati su bollette, gas e benzina. Dopo aver sostanzialmente scaricato la colpa del conflitto su Teheran, prima ai microfoni di RTL e poi a quelli di Canale 5, Meloni ha deciso di non condannare né condividere l’intervento militare voluto da Israele e appoggiato dagli USA. Durante un’intervista a Fuori dal coro, la presidente del Consiglio dice di non avere gli elementi necessari per prendere posizione, aggiungendo che soltanto il premier spagnolo Pedro Sánchez lo ha fatto. Quest’ultimo non ha usato mezzi termini nel condannare l’attacco unilaterale, configuratosi come una violazione del diritto internazionale. A venir meno sono sia i presupposti della legittima difesa sia il consenso del Consiglio di Sicurezza dell’ONU — gli unici due casi che legittimano l’uso della forza tra gli Stati.

In un passaggio successivo della sua intervista, Meloni cita parzialmente Rafael Grossi, capo dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA), sulle scorte iraniane di uranio arricchito e dichiara: «l’Iran sarebbe arrivato a un livello di arricchimento dell’uranio molto più alto di quello che serve per usi civili. Oggettivamente nessuno può permettersi che il regime degli Ayatollah si doti di armi nucleari, atteso che ha anche missili a lungo raggio». Nessuna parola sulle contestuali precisazioni dell’AIEA, secondo cui «non vi sono prove che l’Iran stia costruendo una bomba nucleare».

Dopo oltre due anni passati a coprire le violazioni del diritto internazionale compiute dagli alleati — si pensi ai voli effettuati da Netanyahu sui cieli italiani nonostante il mandato di cattura della Corte Penale Internazionale — ci si accorge che il banco è saltato e a regnare nelle relazioni statali è il caos. La mancata condanna all’aggressione israelo-americana così come le dichiarazioni successive suggeriscono una posizione di rassegnazione di fronte alla legge del più forte: «Dobbiamo fare i conti con un quadro nel quale sono oggettivamente saltate le regole del diritto internazionale», dice Meloni.

Ursula von der Leyen e Kaja Kallas, rispettivamente presidente della Commissione europea e Alta Rappresentante dell’Unione per gli Affari esteri, alzano il tiro e suggeriscono un adattamento all’ordine mondiale coercitivo. «L’Europa non può più essere custode del vecchio ordine mondiale, di un mondo che non c’è più e che non tornerà», ha detto Ursula von der Leyen alla conferenza annuale degli Ambasciatori Ue a Bruxelles. Anche in quest’occasione, seguendo l’esempio dell’alleata ritrovata Giorgia Meloni, i vertici comunitari non hanno condannato l’aggressione israelo-americano all’Iran. Cade dunque la maschera del rispetto (a intermittenza) del diritto internazionale che ha segnato l’Unione europea nella sua storia recente, tra gestioni opache di dati e informazioni, libertà dei migranti violatecomplicità nel genocidio del popolo palestinese.

Regno Unito, Camera dei Comuni boccia il divieto dei social per under 16

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La Camera dei Comuni del Regno Unito ha respinto la proposta di vietare l’uso dei social media ai minori di 16 anni, presentata dal Partito Conservatore come emendamento al “Children’s Wellbeing and Schools Bill”. La misura, già approvata dalla Camera dei Lord, è stata bocciata con 307 voti contrari e 173 favorevoli. I conservatori hanno accusato il premier Keir Starmer di esitazione; i Liberal Democratici hanno sostenuto che la scelta del governo non offre risposte immediate alle famiglie. Intanto il Parlamento ha approvato nuovi poteri per la ministra della Tecnologia Liz Kendall, che potrà introdurre in futuro restrizioni sull’uso delle piattaforme social.

La fertilità nei Paesi europei è al nuovo minimo storico: 1,34 figli per donna

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In tutta Europa si fanno sempre meno figli. È quanto emerge dagli emblematici dati diramati da Eurostat, che attestano come, nel 2024, il tasso di fertilità nell’UE abbia toccato il suo valore più basso, fermandosi a 1,34 figli per donna. Nel 2023, la media era di 1,38. Tra i Paesi membri, Malta ha registrato il tasso più basso (1,01), mentre l’Italia è a 1,18. In controtendenza, la Bulgaria guida con 1,72. Emerge inoltre un ritardo nella maternità rispetto al passato: le over 30 risultano essere le più feconde, con l’età media al primo figlio che sale a 29,9 anni. Infine, cresce il contributo delle madri straniere, che rappresentano il 24% dei parti.

Nello specifico, i dati raccontano che le nuove nascite sono state 3,55 milioni, con un calo del 3,3% rispetto al 2023. Il dato si allontana sempre più dalla soglia di sostituzione (2,1 figli), avvicinandosi alla soglia critica dell’1,3, con conseguenti rischi di invecchiamento della popolazione e pressione su welfare e pensioni. L’unico Stato europeo che ha fatto registrare una crescita del proprio tasso di fertilità è stata la Slovenia (passata da 1,51 del 2023 a 1,52 dell’anno successivo). Per tutti gli altri, c’è una discesa, spesso anche molto pronunciata. Dopo Malta, i dati peggiori li fanno segnare la Spagna (1,10), la Lituania (1,11) e la Polonia (1,14), dopo la quale c’è il nostro Paese (il calo rispetto al 2023 è di 0,03). Più in alto ci sono la Germania (1,36) e la Francia (1,61). Eloquente è anche il dato relativo al tasso di fecondità, che, secondo l’analisi di Eurostat, è in progressiva crescita dal 2004, attestandosi nel 2024 a 29,9 anni. A sfondare sonoramente quota 30 è il nostro Paese, che guida la classifica delle neo-mamme più “vecchie”, con un’età media di 31,9 anni. All’estremo opposto c’è ancora la Bulgaria, dove l’età media scende a 26,9 anni.

Il rapporto evidenzia come anche il tasso di natalità lordo – ovvero il numero di bambini nati vivi ogni mille abitanti, sia in forte calo. La parabola discendente parte dal 1970, quando era pari a 16,4; 15 anni dopo scendeva a 12,8, nel 2000 a 10,5 e, nel 2024, a 7,9 (nemmeno la metà, dunque, della cifra fatta segnare cinque decenni fa). Viene inoltre fatta luce su un altro fenomeno rilevante, ovvero il contributo ai numeri esposti dell’immigrazione intra ed extra Unione Europea. Come attestato dalla ricerca, infatti, nel 2024 il 24% dei neonati era di “madre straniera”, nata dunque in un Paese diverso da quello del bambino. Tale quota vede un continuo incremento dal 2013, con il Lussemburgo a guidare la classifica (qui la percentuale di neonati con madre straniera è addirittura del 68%). A presentare i tassi più bassi sono invece gli Stati dell’Est, Bulgaria, Romania e Slovacchia, dove il 97% dei neonati hanno una mamma nata nel loro stesso Paese.

Un report Istat uscito nel dicembre del 2024, intitolato “I giovani nelle città metropolitane: la fragilità dei percorsi educativi nei contesti urbani”, aveva segnalato come le grandi città del nostro Paese si stiano pian piano svuotando di giovani. Secondo le statistiche dettagliate nella ricerca, infatti, nell’ultimo trentennio un milione e mezzo di ragazze e ragazzi hanno abbandonato i grandi centri urbani della Penisola. Al 1° gennaio 2024, i giovani di età compresa tra gli 0 e i 24 anni che risiedono nelle città metropolitane sono 4,8 milioni, ovvero il 36,8% del totale italiano. Essi costituiscono il 22,6% della popolazione complessiva e sono diminuiti di oltre 1,5 milioni rispetto al 1993. Un declino attribuibile a una combinazione di fattori, tra i quali spiccano la riduzione delle nascite e della fertilità e il crescente invecchiamento della popolazione. L’immigrazione, che in passato ha contribuito a mitigare la perdita di giovani, appare non più sufficiente a bilanciare il calo demografico.

“Semi di libertà”: il nuovo numero del Mensile de L’Indipendente

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Da oggi è disponibile sul nostro sito il nuovo numero del Mensile de L’Indipendente, la rivista rilegata e da conservare al cui interno troverete 80 pagine di contenuti esclusivi, tra inchieste e approfondimenti riguardanti ambiente, diritti, consumo critico e molto altro. Si tratta di notizie che non troverete su altri media, perchè noi, al contrario della maggior parte dei mezzi di informazione, non ospitiamo pubblicità e non siamo dunque influenzabili da poteri politici e interessi economici. L’inchiesta di copertina di questo mese riguarda la rivoluzione silenziosa di contadini e ricercatori che difendono la biodiversità attraverso la coltivazione di varietà di sementi al di fuori dei cataloghi industriali, lottando per la sovranità alimentare e il diritto a colitvare in libertà nell’era dei brevetti.

Il mensile de L’Indipendente ha come sottotitolo i tre pilastri che ne definiscono la cifra giornalistica: inchieste, consumo critico, beni comuni. Ogni parola è stata scelta con cura, racchiudendo ciò che vogliamo e possiamo fare, perché non abbiamo padroni, padrini o sponsor da compiacere. Esse rappresentano i tre punti cardinali che sono alla base del nostro impegno giornalistico: inchieste (per svelare i lati nascosti della politica e dell’economia), consumo critico (per vivere meglio, certo, ma anche per promuovere scelte consapevoli capaci di colpire gli interessi privilegiati) e beni comuni (perché la nostra missione è quella di leggere la realtà nell’interesse dei cittadini e non delle élite oligarchiche che controllano i media dominanti). All’interno del mensile ci saranno poi, naturalmente, approfondimenti sull’attualità e sui temi che caratterizzano da sempre la nostra agenda: esteri, geopolitica, ambiente, diritti sociali.

Questi sono solamente alcuni dei contenuti che potrete ritrovare nel nuovo numero:

  • la società israeliana, vista da dentro – il racconto di giovani israeliani antisionisti che vivono tra Gerusalemme e Tel Aviv, in una quotidianità segnata dalla presenza diffusa delle armi, dal peso dell’educazione militare e da un sistema che contribuisce a normalizzare la guerra;
  • la verità sul pane industriale – processi rapidi e standardizzati, che privilegiano resa e conservazione piuttosto che qualità e digeribilità, caratterizzano uno degli alimenti più consumati, tra coadiuvanti tecnologici, enzimi non dichiarati in etichetta e farine raffinate, che perdono gran parte dei nutrienti originari;
  • la morte di internet come modello di business – come automazione, centralizzazione e modelli estrattivi stanno svuotando il web di contenuti autentici, memoria e partecipazione umana;
  • da dove iniziare per vivere in un ecovillaggio – dalle comunità storiche agli insediamenti più recenti, gli ecovillaggi italiani sfuggono alle definizioni e raccontano un mosaico di esperienze fondate su vita condivisa, sostenibilità e responsabilità reciproca, con l’autoproduzione e la cura delle relazione come princìpi cardine.

Il nuovo numero del mensile de L’Indipendente è acquistabile (in formato cartaceo o digitale) sul nostro shop online, ed è disponibile anche tramite il nuovo abbonamento esclusivo alla rivista, con il quale potreste ricevere la versione cartacea a casa ogni mese per un anno al prezzo di 90 euro, spese di spedizione incluse. Per consultare le modalità dell’abbonamento ed, eventualmente, sottoscriverlo potete cliccare qui: lindipendente.online/abbonamenti.

Intascava tangenti per favorire i mafiosi: in manette dirigente regionale siciliano

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Il dirigente della Regione Sicilia Giancarlo Teresi è stato arrestato con l’accusa di corruzione aggravata per aver favorito Cosa nostra. Secondo l’inchiesta, avrebbe assegnato lavori pubblici alla società riconducibile al boss di Favara Carmelo Vetro in cambio di tangenti. Entrambi sono finiti in carcere. Coinvolti nell’indagine anche Salvatore Vetro, fratello del capomafia, e Antonio Lombardo, amministratore formale dell’azienda. Per gli investigatori Teresi avrebbe messo per anni la propria funzione al servizio degli interessi del boss, già condannato per mafia, ricevendo diversi pagamenti illeciti. Sotto esame appalti per bonifiche, dragaggi e ripascimenti nei porti di Marinella di Selinunte, Scicli-Donnalucata e Terrasini.

La prima vittoria della Gen Z: in Nepal cambia il governo dopo 18 anni

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Il vento delle proteste ha sortito i suoi effetti sulla rappresentanza politica istituzionale. Giovedì 5 marzo in Nepal si sono tenute le attese elezioni parlamentari per rinnovare la Camera Bassa del Paese, e, nonostante non sia ancora giunto a termine lo spoglio, il trentacinquenne Balen Shah sembra aver avuto la meglio contro il rivale e presidente uscente Sharma Oli. Questa tornata elettorale è stata la prima occasione per la popolazione nepalese di esprimere il proprio voto dopo le rivolte che, nel settembre del 2025, costrinsero il governo alle dimissioni. Balen Shah, ex rapper e già sindaco della capitale Kathmandu, che si era schierato coi manifestanti denunciando la corruzione del Paese.

Dopo la decisione del governo di bloccare temporaneamente l’accesso a più di venti social network, le fasce più povere della popolazione e una gran parte della cosiddetta “Generazione Z” sono insorte, organizzando attraverso la piattaforma online Discord le prime proteste. Il blocco dei social è stato la goccia che ha fatto traboccare il vaso: il tasso di disoccupazione giovanile al 21% e l’indice di povertà assoluta al 20% hanno infatti alimentato un malcontento esploso contro gli agi, spesso ostentati sugli stessi social, delle famiglie al potere. Durante le rivolte i manifestanti hanno preso d’assalto il Parlamento, la Corte Suprema e le residenze del presidente e hanno subito una violenta repressione che ha portato a più di settanta morti. Dopo le dimissioni di Sharma Oli, il testimone è passato nella mani della giurista Sushila Karki che ha indetto le elezioni per il marzo del 2026.

Tra i volti noti che hanno appoggiato con vigore le proteste spiccava Balen Shah (noto semplicemente come Balen), ingegnere di formazione, rapper di successo e sindaco di Kathmandu. Balen, che in occasione delle rivolte si è schierato dalla parte dei manifestanti, è stato visto come il successore più papabile per il ruolo di presidente del Paese e i risultati ai seggi sembrano confermare questa tendenza.

Volto nuovo della politica nepalese, Shah ha deciso di mettersi in gioco nel 2022 e ha riscontrato fin da subito un ottimo successo elettorale, che lo ha portato con il 39% delle preferenze a ricoprire il ruolo di sindaco della capitale. Durante il suo mandato, Shah ha messo a punto una serie di misure finalizzate ad un miglioramento drastico del sistema di raccolta dei rifiuti e alla lotta contro l’abusivismo edilizio. Seppure nel corso degli anni da sindaco alcune delle sue politiche siano state fortemente criticate, specialmente dagli abitanti delle baraccopoli da lui smantellate, la sua immagine pubblica ha visto un aumento della popolarità, anche grazie alla cura spasmodica delle sue reti social.

La tornata elettorale degli scorsi giorni ha visto quindi la messa in scena dello scontro dicotomico tra due concetti diversi di politica: da un lato il vecchio, rappresentato da Sharma Oli, che trae con sé gli ultimi vent’anni del potere nepalese. Settantaquattrenne e in lizza per un ipotetico quarto mandato, Oli è il presidente del Partito Comunista marxista-leninista unificato del Nepal e rappresenta l’immagine della corruzione istituzionale del paese. Rappresentante di un blocco che era al potere praticamente senza soluzione di continuità dalla fine della monarchia in Nepal, nel 2008. Dall’altro lato, invece, Balen incarna il nuovo e sembra aver raccolto il gravoso compito di portare una ventata di freschezza all’interno della scena politica. Nonostante ciò, è bene sottolineare che all’interno del Partito Rastriya Swatantra (Partito Nazionale Indipendente), la formazione politica con la quale ha deciso di correre alle presidenziali, non sono nuovi casi di illecito. Difatti, Rabi Lamichhane, fondatore del PRS, conduttore televisivo ed ex ministro degli Interni durante il governo Oli, è stato coinvolto in svariati scandali giudiziari, con accuse di istigazione al suicidio, frode e appropriazioni indebite.

Nonostante ciò, Balen Shah sembra essere riuscito a ottenere la fiducia dell’elettorato, grazie anche ad un abile posizionamento sulle manifestazioni dello scorso autunno e ad un programma elettorale incentrato sull’accesso a sanità e istruzione per le classi più povere. Secondo le ultime stime (aggiornate alle ore 17.30 GMT+5.45), il PRS è riuscito ad accaparrarsi 125 dei 165 seggi della Camera bassa determinati dal voto diretto. Mentre per quanto riguarda la rappresentazione proporzionale il Partito Nazionale Indipendente ha ottenuto 58 dei 110 seggi totali.

Nonostante lo scrutinio non sia ancora giunto al termine, il presidente uscente Sharma Oli ha già riconosciuto la vittoria del rivale, augurandogli attraverso un post su X un mandato quinquennale «sereno e proficuo». Sulla scena internazionale, invece, non si sono fatte attendere le congratulazioni del presidente indiano Narendra Modi, che ha reiterato «il suo impegno a lavorare a stretto contatto con il popolo del Nepal e il suo nuovo governo». Non è un caso che Modi abbia scelto di spendere delle parole per la probabile vittoria di Balen; difatti, il premier uscente Oli ha mantenuto nel corso degli anni relazioni cospicue con il principale rivale dell’India, la Repubblica Popolare Cinese, in particolar modo appoggiando gli interessi cinesi nell’ambito della Belt and Road Initiative.

Se i seggi confermeranno la probabile vittoria del giovane volto della politica nepalese Balen Shah, si potrà affermare che le ormai note “rivolte della Generazione Z” hanno ottenuto un primo reale successo elettorale. Chissà se il premier spinto dal vento della protesta riuscirà a soddisfare le aspettative.

Le esportazioni italiane di armi sono cresciute del 157% in cinque anni

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«I flussi globali di armi aumentano di quasi il 10% mentre la domanda europea aumenta vertiginosamente». Così l’Istituto Internazionale di Ricerche sulla Pace di Stoccolma (SIPRI), uno dei più grandi istituti di studi sulla pace al mondo, titola il proprio comunicato in cui lancia il suo ultimo rapporto sull’esportazione delle armi. Mentre il mercato delle armi prolifera a livello globale, sono quelle italiane, in particolare, a registrare una decisa impennata, aumentando del 157% e facendo schizzare il Belpaese alla sesta posizione nella classifica globale delle nazioni esportatrici di armi.

In generale, nel mondo, le esportazioni di armi sono cresciute del 9,2% complessivamente nel 2021-2025 rispetto al quinquennio precedente (2016-2020). Non tutte le aree del globo hanno tuttavia collaborato a tale aumento: se a trainare il trendi vi sono gli Stati delle Americhe (+12%) e dell’Europa (i quali hanno triplicato le vendite negli ultimi cinque anni, registrando un +210%), calano l’export degli altri continenti – Asia, Oceania e Africa – e dell’area del Medio Oriente. Nel periodo 2021-2025, in particolare, gli USA hanno esportato il 74% del totale delle armi: dei 99 Stati che le hanno acquistate, la maggior parte (35) si trova in Europa. Si tratta della prima volta in vent’anni, riporta SIPRI, che questo accade. L’Europa, insomma, aumenta le proprie esportazioni, ma in buona parte si tratta di armi acquistate dagli USA – le cui esportazioni verso il nostro continente sono triplicate negli ultimi cinque anni. Per quanto riguarda i soli 29 Paesi NATO in Europa, oltre la metà delle armi importate provengono dagli USA (il 58% del totale).

Dal canto suo, i 27 Stati UE hanno rappresentato il 28% dell’export globale negli ultimi cinque anni – quattro volte quello della Russia e cinque volte quello della Cina. E tra i principali esportatori al mondo in questo periodo vi è proprio l’Italia, che si colloca ora al sesto posto della classifica globale (classifica nella quale la Francia è al secondo posto, la Germania al quarto e la Spagna al decimo). Nel quinquenni 2021-25, l’export di armi in Italia è cresciuto del 157% rispetto al periodo precedente, facendo sì che ora le armi da noi esportate siano il 5,1% del totale globale. Queste vengono inviate per la maggior parte in Medio Oriente (59%), ma anche verso l’Asia e l’Oceania (16%) e l’Europa (13%).

Come sottolinea la Rete Pace e Disarmo, il dato italiano smonta definitivamente la narrazione del governo per svuotare la legge 185/90, secondo la quale le imprese italiane sarebbero svantaggiate dalla concorrenza europea a causa di controlli più severi. Una narrazione che è definitivamente smontata dai dati: “non c’è alcuno svantaggio competitivo da attribuire ai controlli della legge 185/90” sottolinea la Rete, che rilancia la campagna Basta Favori ai Mercanti delle Armi. Quest’ultima chiede di non modificare la normativa, oltre a maggior trasparenza su contratti e destinazioni e lo stop al riarmo.