sabato 14 Febbraio 2026
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Porto, basi e stazioni: così la Toscana si prepara alla guerra

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Il porto di Livorno, benché civile, è frequentemente attraversato da armi e merci militari, per lo più provenienti dagli Stati Uniti e diretti alla base di Camp Darby. Il traffico è pressoché continuo, ma la trasparenza scarseggia. A fine maggio 2025 è stato segnalato l’arrivo di una portacontainer che scaricava mezzi militari (dodici jeep con lanciarazzi) destinati a Camp Darby. A metà settembre 2025, un’altra nave cargo, la Slnc Severn battente bandiera statunitense, stava per scaricare caterpillar diretti alla base e altro materiale militare. Il GAP (Gruppo Autonomo Portuali) sostenuto da USB (Unione Sindacale di Base) ha impedito l’attracco presidiando per giorni la banchina. Il Comune di Livorno, già nel 2021, aveva approvato una mozione contro il transito delle armi, che a oggi resta però lettera morta, anche perché come in ogni porto manca la trasparenza sui traffici di armi. L’Indipendente ha chiesto da più di un mese alla Capitaneria di porto di Livorno la quantità di merci pericolose (IMDG) in partenza e in ingresso dal porto, senza (per ora) ottenere risposta.

Il porto di Livorno, proprio per il suo ruolo strategico civile e militare, è interessato da mastodontiche opere di ampliamento per facilitare l’attracco di navi portacontainer sempre più grandi. Parliamo della nuova Darsena Europa, tuttora in costruzione dopo i lavori iniziati nel 2025. Un’opera bipartisan, fortemente voluta sia da Eugenio Giani (presidente della Regione) sia dal ministro dei Trasporti Matteo Salvini. Il costo totale del progetto si aggira sul miliardo e mezzo di euro. Sarà costruita un’enorme isola di cemento in mezzo al mare, con due vasche di colmata, mentre i fondali saranno scavati per permettere l’ingresso di navi portacontainer e da crociera di oltre 300 metri, con pescaggio a 15 metri. In tutto verranno dragati 17 milioni di metri cubi di materiale. La diga foranea – che proteggerà il porto dalle onde – sarà lunga 4,6 km e si sommerà alle dighe interne di 2,3 km, che andranno a delimitare le nuove vasche di colmata da 130 ettari. Aziende come MSC Crociere e Grimaldi hanno già manifestato interesse alla concessione delle banchine, mentre le associazioni ambientaliste da tempo denunciano i danni per l’ecosistema marino, contestando la valutazione di impatto ambientale, approvata dal MASE nel 2024.

«Il dragaggio dei fondali e la costruzione della banchina andranno a intaccare ben tre territori SIC: il santuario dei cetacei, visto che questa è area di migrazione delle balene e cetacei; la prateria della Posidonia più grande del Mediterraneo, che sarà irrimediabilmente intaccata; e i banchi di corallo, che saranno danneggiati dall’intorbidimento delle acque dovuto allo scavo dei fondali. Il tutto dentro a un’area protetta», sottolinea Antonio Mori, del comitato Difesa Alberi Pisa. Camminando sul molo indica fin dove arriverà il cemento in mezzo al mare. «Questa enorme isola di cemento sarà alta 5 metri (uno in più rispetto al progetto iniziale), con un ulteriore aggravio da un punto di vista dell’impatto ambientale. Andrà anche ad alterare le correnti marine, ci sarà meno apporto di sabbia e un aumento di erosione della costa a nord. Come compensazione faranno un sabbiodotto [struttura per trasferire la sabbia degli scavi in zone soggette a erosione, NdR], che ovviamente consumerà molta energia». L’opera, in parte già iniziata, dovrebbe essere realizzata in 56 mesi, per essere completata, in teoria, entro il 2030.

Il Canale dei Navicelli e Camp Darby

La militarizzazione e lo sbancamento proseguono verso l’interno, grazie al Canale dei Navicelli, che collega il porto a Camp Darby, base militare statunitense e uno dei più grandi depositi (fuori dal territorio USA) di missili, proiettili, carri armati e veicoli corazzati. La base occupa 200 ettari del Parco di Migliarino, circondata da una distesa infinita di reti metalliche.

Lungo 17 km, largo 33 mt e profondo 3, questo antico canale risalente al ’500 attraversa la Tenuta del Tombolo, una delle più suggestive e incontaminate aree del Parco Regionale di Migliarino, San Rossore e Massaciuccoli, nel bosco di pianura più grande d’Italia. Il Canale dei Navicelli è utilizzato sia dai cantieri navali per l’uscita delle imbarcazioni civili, sia dai carichi di armamento di Camp Darby. Tra il 2023 e il 2024 è stato oggetto di progetti di “consolidamento sponde e dragaggio” commissionati dalla principale agenzia logistica della NATO, la NATO Support Agency (NSPA) per 1 milione e 400 mila euro, pagati dagli Stati Uniti.

«Gli americani hanno gestito i lavori in autonomia, un segnale chiaro della volontà di non cedere sovranità territoriale sulle sponde del canale che, formalmente, appartiene allo Stato italiano ma che, nei fatti, viene trattata come un’estensione della base militare americana», sottolinea il consigliere comunale di Pisa Francesco Auletta, capogruppo di Diritti in Comune.

La Port Authority di Pisa srl (ex Navicelli Pisa), che ha curato il progetto per conto della NATO, è una società interamente a capitale pubblico, di proprietà al 100% del Comune di Pisa, che dovrebbe avere un ruolo di coordinamento e controllo sulla navigazione nel Canale.

Eppure il presidente Mirko Benetti, interrogato dal consigliere Auletta il 30 settembre 2025 in una commissione consiliare, ha dichiarato: «Abbiamo contezza che avvengono trasbordi di materiale militare NATO nel Canale, ma non ne conosciamo il contenuto. Le comunicazioni sul trasporto vengono fornite alla Port Authority solo all’ultimo momento e non abbiamo nessun potere di verifica o controllo su ciò che passa». 

Con altri quattro milioni di euro, pagati sempre dagli USA tramite l’agenzia logistica della NATO, nel 2024 è stata realizzata anche una banchina fluviale, detta Tombolo Dock, cementificando parte della sponda davanti a Camp Darby, col fine di movimentare più velocemente armi, mezzi e materiali bellici.

Ma non è finita, perché con la legge di bilancio 2026 il Governo ha stanziato altri 30 milioni di euro per la “navigabilità del fiume” a servizio dei cantieri nautici civili. Il 12 febbraio c’è stata la posa della prima pietra. «L’investimento sui Navicelli si inserisce pienamente nella strategia di “Military Mobility”. I 30 milioni per i Navicelli sono stati inseriti nel DL Infrastrutture n. 89 del 2024 con un emendamento posto esattamente dopo il comma che finanzia l’avvio dei lavori per la nuova base militare nel Parco di San Rossore. Una continuità legislativa che rivela il disegno complessivo: la militarizzazione definitiva del territorio pisano», rimarcano gli attivisti di Diritti in Comune.

Il riarmo passa dai binari 

Camp Darby, in precedenza USAG Livorno, è stata riorganizzata come sito satellite dello United States Army Garrison (USAG) Italy. Foto di Linda Maggiori

Le merci militari, verso e da Camp Darby, passano anche sui binari: a questo sono serviti i lavori per costruire un nuovo ponte girevole ferroviario, che collega le due sponde del canale, iniziati nel settembre 2022 e terminati a fine 2023, al costo di quarantadue milioni di dollari, tutti statunitensi. Vicino alle reti militari campeggiano ancora cataste di tronchi tagliati.

«Nonostante il Parco avesse bocciato il progetto del ponte girevole, è andato comunque avanti, e sono stati abbattuti circa mille alberi della selva pisana. A questo si aggiunge l’impatto dei lavori del canale e della banchina Tombolo Dock. Il tutto dentro un sito di interesse comunitario e UNESCO», spiega l’attivista Fausto Pascali. «Tramite le dichiarazioni di RFI (Rete Ferroviaria Italiana) siamo venuti a sapere che tra gennaio 2023 e agosto 2025 sono passati 44 treni, circa uno al mese, da e verso Camp Darby, quindi treni con carichi militari, stoccati nella base e poi inviati nelle zone di conflitto».

A giugno 2025 la ferrovia tra Pisa e Livorno è stata chiusa al traffico per una settimana: da comunicato ufficiale della Rete Ferroviaria Italiana il motivo erano «lavori di completamento del rinnovo degli scambi e dei binari a Tombolo, per una gestione più flessibile della circolazione». Ma secondo i Ferrovieri contro la guerra e il Coordinamento Antimilitarista Livornese, i lavori sono serviti a potenziare la logistica militare ferroviaria da e verso Camp Darby. Il riarmo passa anche da stazioni civili come quella di Pontedera. L’Unione Europea, nell’ambito dei progetti di trasporto dell’MCE (Meccanismi per Collegare l’Europa) tra il 2024 e il 2027 ha infatti finanziato con 3.875.000 di euro l’ampliamento del binario 4 della stazione di Pontedera (Pisa) e i binari 1, 2, 3 e 4 della stazione di Palmanova (Udine). La finalità del progetto è quella di consentire la manovra dei treni merci lunghi 740 metri per il duplice uso civile-militare, nelle linee ferroviarie Firenze-Pisa-Livorno e Udine-Cervignano. Ricordiamo peraltro che la linea ferroviaria Firenze-Pisa si interseca (proprio a Pisa) con la linea diretta a La Spezia, dove risiede un importante polo produttivo di Leonardo.  

Anche l’Assemblea 29 giugno di Viareggio, nata dopo la strage ferroviaria del 2009, è preoccupata dalla militarizzazione delle ferrovie: «Sempre più carichi pericolosi transiteranno su un binario della stazione civile di Pontedera, tra gente che si reca nei luoghi di lavoro e di studio, in mezzo a un centro ad alta concentrazione abitativa, lavorativa e sanitaria, con grave rischio in caso di incidenti – che nelle ferrovie purtroppo non sono rari – i cui esiti possono amplificarsi per la presenza di materiali esplosivi», denuncia il comitato. 

Le merci militari viaggiano anche su gomma: sono decine e decine le comunicazioni arrivate al Comune di Pisa da parte del Comando logistico delle Forze Armate sui trasporti di armi, mezzi e munizioni dirette a Camp Darby, scoperte dagli attivisti pisani di Diritti in Comune: si tratta di preavvisi di circolazione di automezzi militari con carichi sovradimensionati, verso la base americana.

L’aeroporto militare di Pisa e il nuovo hangar

L’aeroporto Galileo Galilei di Pisa è un altro snodo del traffico di armi. Gestito civilmente dalla società Toscana Aeroporti, la sua titolarità e l’infrastruttura di base sono però dell’Aeronautica Militare, in particolare della 46ª Brigata Aerea che qui opera con i velivoli da trasporto militare. Il Ministero della Difesa ha stanziato per il triennio 2024-2026 circa 40 milioni di euro per la costruzione di un nuovo hangar per il C130J Lockheed Martin Super Hercules, capace di movimentare mezzi e truppe e del C27J Alenia Spartan, costruito da Leonardo e anch’esso utilizzato per lo stesso scopo.

«Negli ultimi anni la base della 46ª Brigata Aerea ha visto un aumento esponenziale del traffico aereo militare, in particolare diretto alla Polonia per rifornire l’esercito ucraino di armi», raccontano gli attivisti. «Spesso questi enormi aerei arrivano da Sigonella, la più importante base militare USA nel Mediterraneo». La commistione con l’aeroporto civile è sempre più insostenibile, tanto che nel marzo 2022 i lavoratori dello scalo civile si sono trovati a dover movimentare casse di armi destinate all’Ucraina. Grazie allo sciopero indetto da USB, si sono rifiutati di caricare il materiale bellico.

La base ex CISAM 

Poco distante dalla base americana, verrà costruita una nuova base militare della dimensione di 140 ettari, ricadenti in maggioranza all’interno del Parco naturale regionale San Rossore Migliarino Massaciuccoli, a San Piero a Grado. Anche questo progetto ricade nel sito UNESCO “Riserva della Biodiversità”, che copre le “Selve costiere della Toscana”. Il progetto è stato approvato dal Governo, dalla Regione Toscana, dal Comune di Pisa e dall’Ente Parco, e interessa i Comuni di San Piero a Grado, Pisa e Pontedera, con un costo che si aggira sui 520 milioni di euro.

Se la base verrà costruita, denunciano gli attivisti del movimento No Base, i lavori comporteranno l’abbattimento di decine di migliaia di alberi, tra farnie e pini secolari. Per questo, dal 2023, studenti e residenti stanno animando un presidio nella pineta, denominato “Tre pini” per opporsi e sorvegliare. I lavori non sono ancora partiti e si aspetta la valutazione di impatto ambientale. «Finora sono stati negati i documenti principali: il cronoprogramma, il piano economico, le analisi tecniche e gli atti con cui si definisce la progettazione dell’opera per motivi di sicurezza nazionale», spiega il consigliere Auletta. «Questi documenti ci sono dovuti: abbiamo quindi presentato un’istanza di riesame». Nell’area si trova anche un reattore nucleare abbandonato (ex CISAM) che dovrebbe essere dismesso e bonificato.

Anche la campagna “Il Buio oltre le Reti” promossa dal Movimento No Base, tramite accessi agli atti plurimi, pressa le istituzioni a dare le informazioni negate. La nuova base, distante poche centinaia di metri da Camp Darby, ospiterà 700 persone e servirà ai reparti speciali GIS dei Carabinieri e al Reggimento paracadutisti Tuscania. «Si tratta di reparti speciali che sostengono, addestrano, armano eserciti e forze paramilitari in tutto il mondo. Sono incaricati anche della sorveglianza e protezione delle piattaforme ENI e delle basi NATO all’estero», raccontano gli attivisti. Come se non bastasse, su 34 ettari di zona parco, all’interno della base di Camp Darby, riconsegnati da alcuni anni dagli Stati Uniti al Ministero della Difesa, è stato costruito un centro di addestramento per il 9° Reggimento d’Assalto Paracadutisti “Col Moschin”. L’investimento di circa 40 milioni di euro rientra nel progetto Caserme Verdi. A Pontedera, nella tenuta Isabella, saranno invece costruiti un autodromo per piste di prova, un poligono di tiro e una base per decollo elicotteri. Insomma, un territorio che letteralmente non ha pace, colonizzato a scopo militare. Gli attivisti non perdono la speranza e rilanciano l’idea di una città per la pace, chiedono che si vieti l’utilizzo di qualsiasi infrastruttura civile per il trasporto di armi, che si chiuda Camp Darby e che l’area dove sorge sia restituita alla cittadinanza. 

La Camera ha votato la fiducia sull’invio di armi all’Ucraina

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Con 207 voti favorevoli, 119 contrari e 4 astenuti, la Camera ha per la prima volta votato la fiducia sul testo del decreto che proroga l’invio delle armi a Kiev. La mossa è stata necessaria per blindare il testo del provvedimento dopo che Futuro Nazionale, il neonato partito del generale Vannacci, aveva proposto tre emendamenti. Come specificato da Crosetto in aula, il voto sulla fiducia sarebbe servito a capire chi è dentro e chi fuori dalla maggioranza di governo. Vannacci ha comunque annunciato che voteranno no al decreto, sul quale si dovrebbe deliberare in serata.

La Russia starebbe cercando di sostituire Telegram con un social media statale

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Telegram restrizioni Russia

Telegram, la piattaforma di messaggistica usata da milioni di russi per comunicare e informarsi, è stata sottoposta a limitazioni da parte dell’autorità di controllo delle comunicazioni di Mosca, Roskomnadzor, che ha iniziato a rallentarne l’accesso e ad applicare restrizioni crescenti con l’obiettivo dichiarato dal Cremlino di contrastare presunte violazioni di legge.

Il quadro, più che tecnico, è politico, visto che si tratta di uno dei pochi spazi digitali rimasti relativamente liberi nel Paese, e assume tutt’altro valore se si tiene conto del fatto che la mossa si inserisce in una strategia di controllo del web – con la progressiva marginalizzazione dei servizi digitali stranieri – mentre le autorità stanno promuovendo un’app di messaggistica statale chiamata MAX.

«La Russia sta limitando l’accesso a Telegram nel tentativo di costringere i suoi cittadini a passare a un’app controllata dallo stato, creata per la sorveglianza e la censura politica», è il messaggio lanciato da Pavel Durov, il fondatore dell’applicazione, che spiega: «Limitare la libertà dei cittadini non è mai la risposta giusta. Telegram rappresenta la libertà di parola e la privacy, indipendentemente dalla pressione». Durov, nato a San Pietroburgo nel 1984, ha lasciato il Paese nel 2014 dopo uno scontro con le autorità relativo ad un altro social da lui creato, VKontakte. Allora dichiarò di aver rifiutato richieste dei servizi di sicurezza russi (FSB) di fornire dati su attivisti ucraini e di chiudere gruppi dell’opposizione russa.

Negli ultimi dieci anni la Russia ha costruito, pezzo dopo pezzo, un’infrastruttura normativa e tecnica pensata per ridurre il peso dei servizi stranieri nel proprio spazio digitale. Prima ha rafforzato i poteri dell’autorità di controllo Roskomnadzor, introducendo registri centralizzati di siti da bloccare e obblighi di localizzazione dei dati per le aziende tecnologiche straniere. La svolta è arrivata nel 2022, dopo l’invasione dell’Ucraina. Facebook e Instagram sono state dichiarate “organizzazioni estremiste” e bloccate; Twitter è stato oscurato; migliaia di siti d’informazione indipendenti sono stati resi inaccessibili.

Negli anni successivi le restrizioni si sono estese ad altre app, tra blocchi, rallentamenti selettivi e multe, mentre il Parlamento ampliava le norme contro le VPN e imponeva obblighi più stringenti di cooperazione e consegna dei dati. Parallelamente, il Cremlino ha iniziato a promuovere alternative nazionali, come la già citata MAX, muovendosi nella direzione della “sovranità digitale”, cioè un internet sempre più chiuso alle influenze esterne, che però per i critici sarebbe tecnicamente controllabile dallo Stato.

La stretta russa arriva pochi giorni dopo l’annuncio del governo spagnolo, che vorrebbe implementare una legge per vietare i social ai minori di 16 anni, seguendo l’esempio dell’Australia, che ha una legge già in vigore, e della Francia, dove manca l’approvazione del Senato, nell’ottica di proteggere i minori. Durov ha criticato anche questa iniziativa, sostenendo che misure generalizzate di questo tipo rischiano di comprimere diritti digitali e libertà individuali, e ribadendo la propria contrarietà a interventi statali che limitino l’uso delle piattaforme online, indipendentemente dal Paese che li propone.

Ciclone tropicale colpisce il Madagascar: 20 morti

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Il ciclone tropicale Gezani ha toccato il suolo del Madagascar, con venti oltre i 195 km/h e forti piogge che hanno già causato frane e allagamenti. Il bilancio dei morti è di almeno 20 persone, mentre il servizio meteorologico del Paese ha emesso allerte rosse in diverse aree dell’isola. Da quanto comunica l’Ufficio Nazionale per la Gestione dei Rischi e dei Disastri a causare le vittime sarebbe stato il crollo di alcuni edifici. Altre 33 persone sono rimaste ferite e 15 sono tutt’ora disperse; oltre 2.700 gli evacuati dalle aree a rischio.

Il Galles sta discutendo una legge per punire i politici bugiardi

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Il Parlamento del Galles ha approvato in prima lettura un disegno di legge volto a punire i politici che mentono o diffondono notizie false e “fuorvianti” in campagna elettorale. Maggioranza e opposizione sono ora al lavoro per la stesura degli emendamenti che verranno discussi nelle prossime settimane, con l’approvazione definitiva della legge prevista tra fine febbraio e inizio marzo. L’obiettivo dell’intervento — inedito a livello mondiale — è quello di ricostruire la fiducia negli elettori, traditi da promesse mancate e notizie che distorcono la realtà. La discussione apre tuttavia una serie di quesiti, a partire dalla compressione del diritto di parola, destinati a infiammare il dibattito pubblico gallese.

Di fronte a quello che un recente sondaggio di IPSOS ha certificato essere il punto più basso degli ultimi 40 anni per quanto riguarda la fiducia dei britannici verso la classe politica, il Galles ha deciso di criminalizzare i politici bugiardi. La versione attuale del disegno di legge prevede sanzioni crescenti per i candidati che in campagna elettorale fanno affermazioni “fuorvianti”, “ingannevoli” o false per ottenere voti, non intaccando invece la condotta durante il mandato. Si inizia con la ritrattazione di quanto dichiarato fino ad arrivare alla sospensione dalla corsa elettorale e quindi alla sostituzione con un altro membro della lista in caso di vittoria alle urne. L’intervento amplierebbe la legislazione vigente, che fa capo al Representation of the People Act (1983) e vieta ai politici di diffondere dichiarazioni false relative ad azioni e condotte (quindi fatti oggettivi) di un altro candidato.

Il disegno di legge in discussione alla Senedd, il Parlamento monocamerale del Galles, gode di un certo sostegno tra le fila del Partito Laburista e del Plaid Cymru, che fornisce al primo sostegno esterno nel suo governo di minoranza. Gli interrogativi aperti dalla norma sono tanti, a partire dal come verrà definita la “verità”. Se il legislatore dovesse continuare lungo la strada tracciata dal Representation of the People Act, la risposta porterebbe all’intervento di un tribunale elettorale, chiamato però a decisioni più delicate perché riguardanti opinioni in un mondo di dati e informazioni in continua mutazione. Lo sottolineano i comitati sorti contro il progetto di legge, secondo cui quest’ultimo rischierebbe di scoraggiare i dibattiti e favorire l’autocensura. «Molte questioni non hanno risposte chiare e le statistiche e la ricerca qualitativa possono essere interpretate in tanti modi», dice Vian Bakir, docente di giornalismo e comunicazione politica, che individua un’alternativa: «lasciare ai politici carta bianca sulla parola, ma garantire che l’intero ecosistema della sfera pubblica sia sufficientemente sano da esaminare attentamente le false dichiarazioni e di evidenziare gli errori fattuali, in modo che i politici siano tenuti a renderne conto pubblicamente». Intervenire dunque su educazione politica e pensiero critico, magari già in età scolare, piuttosto che ampliare la repressione, creando precedenti potenzialmente pericolosi per la libertà di parola.

Gli USA bloccano i voli in Texas

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La Federal Aviation Administration (FAA), agenzia federale che regola l’aviazione civile statunitense, ha disposto un blocco di dieci giorni su tutti i voli – commerciali e civili – da e per l’aeroporto texano di El Paso. Il blocco sarà valido fino alla sera del 20 febbraio. La misura, comunicata senza preavviso, è stata motivata con «speciali questioni di sicurezza», senza fornire ulteriori dettagli.

Trump e il Regno Unito stanno litigando per delle minuscole isole nell’Oceano Indiano

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Dopo il caso della Groenlandia, si sono ulteriormente acuite le tensioni tra USA e Regno Unito per la disputa su un accordo internazionale che riguarda le isole Chagos, delle minuscole, ma a quanto pare strategiche, isole nell’Oceano Indiano. Considerate le ultime colonie della Gran Bretagna nella regione, il governo inglese si era impegnato recentemente a cederle a Mauritius, ma il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, si è opposto duramente alla decisione, salvo poi ammorbidire le sue posizioni in seguito a un colloquio col primo ministro inglese Keir Starmer. In un post sul suo social Truth, il capo della Casa Bianca aveva descritto la decisione britannica come «una grande stupidaggine». Il motivo? Sull’atollo più grande dell’arcipelago, denominato Diego Garcia, si trova un’importante base aeronavale, gestita congiuntamente da Regno Unito e Stati Uniti, sebbene l’influenza statunitense risulti preminente in termini di personale e infrastrutture.

La reazione di Trump ha così sospeso l’iter parlamentare per ratificare la restituzione dell’arcipelago a Mauritius: il governo inglese aveva firmato un accordo per la restituzione a maggio 2025, il quale, tuttavia, deve ancora essere ratificato dal parlamento britannico. Un passaggio che è stato rinviato agli inizi di febbraio proprio per via delle proteste del capo della Casa Bianca. Quest’ultimo in un suo post su X aveva ancora una volta chiamato in causa Russia e Cina, sostenendo che le due potenze «potrebbero trarre vantaggio da questa presunta debolezza» e affermando che la questione delle Chagos sarebbe solo «l’ennesimo esempio di una lunga serie di ragioni legate alla sicurezza nazionale per cui la Groenlandia deve essere acquisita». In altre parole, il tycoon sostiene che gli alleati siano inaffidabili e questo richiederebbe la sovranità diretta degli Stati Uniti su determinate aree strategiche. Secondo alcune ricostruzioni, inizialmente Trump non si era opposto all’intesa, ma in seguito – a causa delle tensioni con Londra per quanto riguarda la questione della Groenlandia – avrebbe cambiato atteggiamento e opinione circa le sorti delle Chagos. Tuttavia, nell’ultimo colloquio tenuto con il primo ministro inglese Keir Starmer, avvenuto il 5 febbraio scorso, sembra che Trump abbia accettato l’accordo raggiunto per la restituzione dell’arcipelago.

Ciò che al tycoon interessa particolarmente è la base militare presente sull’atollo Diego Garcia. La sua posizione nell’Oceano Indiano, infatti, è strategica: da lì sono partite operazioni e attacchi aerei statunitensi contro l’Afghanistan e l’Iraq, e recentemente contro il gruppo degli Houthi in Yemen. Inoltre, la base è relativamente vicina all’Iran, che gli USA stanno minacciando anche militarmente: i bombardieri B-2 Spirit – gli stessi usati negli attacchi ai siti del programma nucleare iraniano l’estate scorsa – possono colpire e poi tornare indietro senza bisogno di rifornimenti. Una nota di Downing Street ha chiarito che l’accordo – negoziato nel 2022 sotto il governo Biden – «garantisce il mantenimento delle operazioni della base congiunta USA-UK per generazioni e che gli avversari restino fuori». Il tutto è possibile perché l’intesa con Maurtius prevede che il Regno Unito mantenga il controllo su Diego Garcia per 99 anni, prorogabile per altri 40, in cambio di un pagamento annuale a Mauritius di 101 milioni di sterline (120 milioni di euro). Tale intesa era stata approvata da tutti gli alleati del gruppo dei Five Eyes – Australia, Canada, Nuova Zelanda, Regno Unito e Stati Uniti – e, secondo Londra, non mette a rischio il controllo statunitense sulla base.

Il Regno Unito aveva sottratto le Chagos a Mauritius nel 1965, tre anni prima di concedere l’indipendenza alla colonia, e le aveva sottoposte a uno sfollamento forzato. L’atto britannico aveva dato vita a una disputa territoriale decennale con Mauritius, sulla quale si erano espresse sia la Corte internazionale di giustizia sia l’Assemblea generale delle Nazioni Unite dando ragione all’isola. Attualmente, l’atollo di Diego Garcia è inaccessibile ai comuni visitatori e anche ai giornalisti. L’accesso è riservato esclusivamente al personale militare o ai lavoratori civili autorizzati. Dopo il colloquio con Starmer, Trump ha affermato di aver capito che «l’accordo raggiunto dal Primo Ministro Starmer, secondo molti, è il migliore che potesse fare». Tuttavia, il presidente statunitense ha aggiunto che «se in futuro l’accordo di locazione dovesse mai fallire, o se qualcuno minacciasse o mettesse in pericolo le operazioni e le forze statunitensi nella nostra base, mi riservo il diritto di garantire e rafforzare militarmente la presenza americana a Diego Garcia».

Rettifica: il titolo di questo articolo è stato corretto perchè riportava erroneamente il nome dell’Oceano Pacifico anzichè quello dell’Oceano Indiano.

Heineken: annunciati più di 5mila licenziamenti

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Il colosso della birra Heineken taglierà tra i 5mila e i 6mila posti di lavoro nei prossimi due anni con l’obiettivo di ridurre i costi. L’annuncio della multinazionale è avvenuto durante la presentazione dei risultati del 2025, che hanno visto una riduzione dei volumi di vendita e ricavi in calo rispetto all’anno precedente. Come spiegato dall’amministratore delegato Dolf van den Brink, la maggior parte dei licenziamenti avverrà al di fuori dei Paesi Bassi, dove il gruppo impiega quasi 4mila persone e ha il suo quartier generale.

Cinque modi per migliorare la scuola italiana, a partire da domani

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Si parla spesso dei problemi della scuola italiana. Mancano risorse, gli edifici sono vecchi, le classi sovraffollate e i programmi faticano a stare al passo con la complessità del presente. È una narrazione che conosciamo bene, ripetuta nei dibattiti pubblici e nelle cronache. Eppure, in mezzo a questa lunga lista di criticità, una verità rimane spesso in ombra: la scuola italiana sta in piedi grazie ai docenti. Non grazie allo Stato, ma nonostante lo Stato.

Ogni mattina, migliaia di insegnanti entrano in aula con un obiettivo semplice e potentissimo: fare del proprio meglio per i ragazzi che hanno davanti. Sono tutti così? No. Sarebbe ingenuo dirlo. Ma sono molti di più di quanti pensiamo. Se è vero che i problemi strutturali non si risolvono con la buona volontà individuale, è altrettanto vero che esistono azioni concrete che ogni docente può compiere per migliorare la scuola dall’interno. Ne proponiamo cinque, immediatamente applicabili.

1. Rivoluzionare l’aula

Non importa quanto l’aula sia spoglia, buia o trascurata: il primo vero atto educativo è trasformare lo spazio. Spostare i banchi, creare gruppi di lavoro, rompere la disposizione frontale significa comunicare agli studenti che lì dentro non si è solo destinatari di contenuti, ma protagonisti di un processo. Un’aula organizzata in modo flessibile diventa uno spazio di confronto, ricerca e scoperta, in cui le idee circolano e l’apprendimento prende forma attraverso le relazioni. Questa pratica genera una diversa forma di ordine, più viva e partecipata, capace di generare coinvolgimento autentico e risultati profondi. 

2. Lo studente al centro

Passiamo all’organizzazione della lezione: per l’insegnante rinunciare a esserne il centro costante è una scelta pedagogica coraggiosa e necessaria. La sfida è parlare solo per 8–10 minuti fornendo un input iniziale su un concetto, come un evento storico o un fenomeno scientifico, lasciando poi gli studenti esplorare l’argomento in autonomia. Fondamentale è poi il tutoring tra pari: gli studenti che hanno compreso un contenuto lo spiegano ai compagni in piccoli gruppi, con il docente che osserva e supporta. Questo approccio favorisce non solo la comprensione dei contenuti, ma anche lo sviluppo di sicurezza, empatia e senso di appartenenza al gruppo.

3. La classe come laboratorio

Creare stazioni di apprendimento rende la didattica più inclusiva e rispettosa delle differenze. Nella stazione di elaborazione, ad esempio, gli studenti osservano e analizzano materiali concreti, immagini, o esperimenti, mentre in quella di produzione possono creare un proprio elaborato. La stazione di riflessione è il luogo di approfondimento e di confronto, mentre nella stazione digitale possono concentrarsi sulla ricerca utilizzando tablet e pc. Questo approccio diversifica le attività e avvicina gli studenti ai contenuti, secondo i propri tempi, modalità e inclinazioni. 

4. Il legame tra studio e vita reale 

È fondamentale mostrare che le conoscenze non sono fini a sé stesse, ma strumenti per comprendere il mondo. In che modo? Affrontando ad esempio problemi autentici, come la gestione di un budget o la lettura di una bolletta, oppure simulando ruoli e contesti, come quello del giornalista o dello scienziato, per applicare conoscenze disciplinari. Quando gli studenti percepiscono un legame tra ciò che accade in classe e l’esperienza quotidiana, nasce il desiderio di approfondire, fare domande, continuare a cercare anche oltre il tempo scolastico. E questo incoraggia la loro curiosità.

5. Focus sulle competenze trasversali

Da ultimo, ma non per importanza, ogni progettazione didattica dovrebbe interrogarsi sulle competenze trasversali che sta promuovendo. Questo si può fare esplorando ad esempio il lavoro cooperativo, in cui a ogni studente è assegnato un ruolo diverso, oppure insegnando la gestione del conflitto, attraverso il confronto e la mediazione. Anche l’autovalutazione è di grande importanza: gli studenti sono così chiamati a riflettere su come hanno lavorato e non solo su cosa hanno imparato. Queste abilità permetteranno loro di orientarsi poi nella complessità della vita reale.

Albania: violente proteste, molotov e scontri davanti al palazzo del governo

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Migliaia di persone hanno affollato le strade di Tirana per chiedere le dimissioni del governo, partecipando alla manifestazione indetta dal leader di opposizione Sali Berisha. La guida del Partito Democratico ha canalizzato il malcontento esploso in Albania dopo i casi di corruzione che hanno travolto l’esecutivo, in particolare la vicepremier Belinda Balluku, esponente del Partito Socialista, lo stesso del primo ministro Edi Rama. È proprio quando la folla si è radunata vicino ai cancelli della sua residenza che i manifestanti hanno realizzato un fitto lancio di molotov e fuochi d’artificio. La polizia schierata in tenuta antisommossa ha risposto a suon di lacrimogeni e idranti. Al termine della manifestazione si sono contate decine di persone arrestate nonché diversi feriti in entrambi gli schieramenti.

«Edi, smettila di rubare i nostri soldi» è una delle tante scritte apparse tra la folla scesa in piazza a Tirana. Nel mirino dei manifestanti è finito il governo, al centro di una bufera giudiziaria riguardante casi di corruzione. A dicembre, infatti, la vicepremier Belinda Balluku è stata incriminata e sospesa con l’accusa di aver usato fondi pubblici con l’obiettivo di favorire alcune società private nell’aggiudicamento di diverse gare d’appalto, per un giro d’affari da diversi milioni di euro. Nelle scorse ore la Procura di Tirana aveva chiesto al Parlamento di revocare l’immunità a Balluku ma il voto non è stato ancora calendarizzato. Nel frattempo migliaia di albanesi sono scesi in strada per far sentire la propria voce e chiedere le dimissioni del governo, nella terza manifestazione organizzata da dicembre. Chi sta provando ad approfittare della situazione è il leader dell’opposizione nonché ex premier Sali Berisha, che da anni intrattiene con Rama un fitto scambio di accuse reciproche su corruzione, legami con la criminalità organizzata e nepotismo. Un fenomeno che appare radicato e trasversale all’interno dello scacchiere politico, in un Paese in fondo alle classifiche europee per trasparenza e diffusione della corruzione, rappresentando uno dei maggiori ostacoli all’ingresso dell’Albania nell’UE.

Una volta radunatosi nei pressi del palazzo governativo, un gruppo di manifestanti ha lanciato fuochi d’artificio e molotov, provocando incendi localizzati e ferendo una decina di agenti. I lanci hanno illuminato la notte albanese per diversi minuti, nonostante gli inviti alla calma ripetuti dai megafoni degli organizzatori. La polizia, che ieri nella capitale poteva contare su un dispiegamento di 1300 agenti, ha risposto con idranti e lacrimogeni, allontanando la folla dalla residenza di Edi Rama. Alla fine della protesta si sono contate decine di arresti tra i manifestanti e diversi feriti, parlamentari compresi, come denunciato da Berisha che in vista della manifestazione del 20 febbraio lancia un messaggio al governo: «non provocate la nostra moderazione».