venerdì 20 Marzo 2026
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Trump sta cercando di trascinare i Paesi europei nella guerra contro l’Iran

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Nonostante continui a sostenere di avere annichilito flotta e capacità belliche di Teheran, Trump sembra avere fatto esplodere un conflitto da cui non sa più come uscire. Entrato nella terza settimana di guerra, il presidente degli Stati Uniti ha lanciato diffusi appelli per formare una “Coalizione Hormuz” con lo scopo di scortare le navi dallo Stretto centrale nel traffico marittimo di idrocarburi, chiedendo aiuto a Paesi amici e nemici. Se la NATO non partecipa andrà incontro a «un futuro molto negativo», gli Stati che acquistano il proprio petrolio dal Golfo Persico «devono occuparsi del passaggio», e le potenze che hanno interessi nella zona, «si spera», aderiranno all’iniziativa. Sfortunatamente per Trump, la chiamata alle armi non è andata come sperava: gli alleati statunitensi nella regione dell’Indopacifico hanno rifiutato la proposta, mentre dai rappresentanti europei di Germania, Francia, Regno Unito e Spagna si è sollevato un coro di voci contro l’iniziativa, bocciata anche dai rappresentanti diplomatici dell’UE e dalla stessa Italia.

L’annuncio della formazione della Coalizione Hormuz è arrivato ieri, 16 marzo. In un post sulla sua piattaforma social Truth, Trump ha affermato senza mezzi termini che «molti Paesi, soprattutto quelli colpiti dal tentativo iraniano di chiudere lo Stretto di Hormuz, invieranno navi da guerra, in collaborazione con gli Stati Uniti d’America, per mantenere lo Stretto aperto e sicuro», salvo poi ritrattare qualche riga dopo scrivendo che «si spera» che i Paesi più colpiti dal blocco iraniano collaborino con Washington. Gli Stati individuati da Trump sono quelli con maggiori interessi – economici e politici – in Asia Occidentale: si tratta di Corea del Sud, Francia, Giappone, Regno Unito e Cina, rivale degli USA nella corsa al primato economico globale. Nel corso della giornata Trump è stato scostante e contraddittorio: ha prima detto di avere chiesto a sette Paesi di partecipare alla Coalizione Hormuz, per poi lanciare appelli diretti e indiretti ai membri della NATO e agli alleati europei.

In ogni caso, l’appello ha collezionato rifiuti: la Cina, come prevedibile, ha rilasciato una dichiarazione in cui «esorta nuovamente tutte le parti a interrompere immediatamente le operazioni militari e ad evitare un’ulteriore escalation delle tensioni, al fine di impedire che l’instabilità regionale abbia un impatto ancora maggiore sull’economia globale»; a rilasciare tali dichiarazioni è stato il ministro degli Esteri di Pechino, rispondendo a una domanda sul possibile coinvolgimento del Paese nella Coalizione Hormuz. Col passare delle ore, sono arrivati i rifiuti di Australia e Giappone, tra i principali alleati degli USA nell’Indopacifico, e sono iniziate a farsi sentire le voci degli europei. Nelle sue prime dichiarazioni, l’Alta Rappresentante per gli Affari Esteri UE, Kaja Kallas, è rimasta sul vago, sostenendo che avrebbe parlato coi Paesi di un possibile ampliamento delle missioni Aspides e Atalanta attive rispettivamente sul Mar Rosso – per contrastare il passato blocco dello Stretto di Bab el Mandeb imposto dalla milizia yemenita Ansar Allah, meglio nota con il nome di Houthi, in supporto al popolo palestinese e contro il genocidio – e contro il fenomeno della pirateria lungo le coste della Somalia. A tal proposito, il ministro degli Esteri italiano Tajani ha affermato che l’Italia appoggerebbe una estensione delle missioni attive, ma che queste non potrebbero arrivare a toccare lo Stretto di Hormuz.

Altri leader europei hanno sin da subito condannato l’iniziativa di Trump. Il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha detto che non invierà navi sullo Stretto e che la questione di Hormuz non può coinvolgere la NATO, che – almeno in teoria – sarebbe un’alleanza di tipo difensivo, non offensivo. Il presidente francese Emmanuel Macron, rappresentante di uno dei Paesi europei con più interessi nell’Asia Occidentale, si è mostrato dai primi momenti scettico, per poi cassare la missione. Analoghi rifiuti sono arrivati dal premier britannico Keir Starmer, anch’egli alla guida di un Paese dagli ampi interessi nella regione, e dal gabinetto estero della Spagna. Nel pomeriggio, la stessa Kallas ha affermato che lo Stretto di Hormuz è fuori dalle competenze della NATO. Dopo una sequela di due di picche, Trump è corso ai ripari, dichiarando che «numerosi Paesi mi hanno detto che potrebbero partecipare. Alcuni ne sono molto entusiasti, altri no», senza tuttavia specificare chi avrebbe aderito all’iniziativa.

Le rotte che attraversano lo Stretto di Hormuz risultano cruciali nel traffico mondiale di idrocarburi. Dal passaggio, l’unico sbocco sul mare per la maggior parte dei Paesi del Golfo, transita circa il 20% del petrolio globalee il 30% di quello commerciato via mare. L’Alta Rappresentante Kallas ha affermato di avere discusso con il Segretario Generale dell’ONU Antonio Guterres per trovare modi alternativi per garantire il flusso di barili da Hormuz, avanzando l’ipotesi di una soluzione analoga a quella presa nel 2022 con la cosiddetta “Black Sea initiative”, in Italia nota come “accordo sul grano”, l’intesa siglata tra Russia, Ucraina, Turchia e ONU per consentire l’esportazione sicura di grano dai tre porti ucraini di Odessa, Chornomorsk e Yuzhny per stabilizzare i prezzi. In ogni caso, i Paesi europei, compresi quelli più coinvolti come la Francia, che ha inviato molteplici risorse belliche nella regione, non paiono intenzionati a entrare in guerra. Gli appelli di Trump davanti a un tale numero di rifiuti, in questo, paiono – almeno per il momento – confermare i dubbi che molti commentatori statunitensi esprimono sin dall’inizio del conflitto,  ormai convinti che il presidente si sia lasciato trascinare in un conflitto per accontentare le aspirazioni di Netanyahu.

In Bolivia indigeni e comunità locali guidano la nascita di nuove aree protette

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In Bolivia oltre 900 mila ettari di territorio - tra foreste amazzoniche e altopiani andini - sono appena entrati in un sistema di tutela ambientale. La misura prevede l’istituzione di quattro nuove aree protette nelle quali attività come il disboscamento intensivo, l’espansione agricola non pianificata e alcune operazioni minerarie saranno limitate o sottoposte a regole più severe per salvaguardare l’ecosistema. L’iniziativa nasce dal lavoro congiunto di governi municipali, comunità indigene e organizzazioni locali che hanno deciso di intervenire direttamente per proteggere territori sempre p...

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Marghera: una multinazionale USA licenzia tutti i dipendenti per sostituirli con l’IA

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La multinazionale californiana InvestCloud, attiva nel campo dello sviluppo di piattaforme digitali per istituti finanziari, ha comunicato il licenziamento collettivo di tutti i 37 dipendenti della sua unica sede italiana, situata a Marghera (Venezia). La decisione, che è stata annunciata lo scorso 9 marzo a sindacati e istituzioni, è motivata da una radicale riorganizzazione aziendale direttamente collegata all’integrazione di sistemi basati sull’intelligenza artificiale. Secondo la lettera inviata alle parti sociali, il nuovo modello di business «non prevede il mantenimento di strutture locali autonome», portando dunque alla chiusura definitiva della ex Finantix, acquisita dal gruppo statunitense nel 2021. La vicenda ha sollevato immediatamente allarme sociale, con i sindacati che denunciano un pericoloso precedente per l’intero comparto.

Nella comunicazione ufficiale, l’azienda ha evidenziato che, nell’ultimo anno e mezzo, si è assistito a una «significativa accelerazione dei processi tecnologici», contraddistinta in particolare «dall’integrazione di soluzioni basate sull’intelligenza artificiale». Il modello storico, organizzato con team dislocati in diversi Stati impegnati in adattamenti locali, secondo InvestCloud «ha determinato duplicazioni operative, economie di scala ridotte, tempi di sviluppo più lunghi e una valorizzazione solo parziale dei benefici in termini di produttività e automazione derivanti dall’intelligenza artificiale». La finalità è quindi quella di accentrare le competenze in un numero limitato di «centri di eccellenza globali», provvedendo a disfarsi delle strutture periferiche, tra cui quella di Marghera. Massimo Bitonci, assessore regionale allo sviluppo economico, ha ipotizzato una possibile delocalizzazione di tali centri sul territorio indiano, ma non ci sono ad oggi notizie certe su questo versante.

A rendere ancora più amara la pillola per i lavoratori sono i dati di bilancio: nel 2024 la società italiana ha registrato ricavi in crescita da 6,2 a 9,96 milioni di euro, con un utile netto di oltre 500mila euro dopo un 2023 in rosso. «Il caso della InvestCloud Italy di Marghera dimostra in modo pratico come la “Transizione” tecnologica impatti pesantemente nel lavoro e oggi sempre più anche nel settore metalmeccanico (che include molte aziende dell’ICT, ndr) travolgendo quell’idea di giustizia sociale, tutela occupazionale e impresa locale per cui tutti i giorni combattiamo», ha commentato Matteo Masiero della Fim Cisl. «Non siamo di fronte soltanto ad una riorganizzazione aziendale: siamo davanti ad un caso emblematico che dimostra come l’intelligenza artificiale non sia affatto neutra. Il punto vero è sempre lo stesso: quale intelligenza artificiale, con quali strumenti, con quali regole e sotto quale controllo pubblico», hanno dichiarato Daniele Giordiano e Michele Valentini della Cgil di Venezia. I sindacati hanno chiesto un tavolo istituzionale per affrontare quello che temono possa diventare un «effetto domino» nel settore dell’ICT, mentre il primo incontro con l’azienda è previsto per il 19 marzo.

Il caso di Marghera si inserisce, in realtà, in una trasformazione più ampia che, alla luce delle novità tecnologiche, sta attraversando l’intero settore finanziario. Secondo un’analisi della European Banking Authority dedicata all’uso dell’intelligenza artificiale nel sistema bancario europeo, negli ultimi anni banche e società fintech stanno accelerando l’integrazione di tecnologie come machine learning, analisi dei big data e sistemi di intelligenza artificiale nei processi interni. Tali strumenti vengono infatti utilizzati in particolare per attività come assistenza ai clienti, profilazione delle transazioni, prevenzione delle frodi e automazione dei processi operativi. La stessa autorità europea osserva che molte di queste soluzioni sono ormai passate dalla fase di sperimentazione a quella di integrazione strutturale nelle infrastrutture informatiche delle istituzioni finanziarie. In un quadro di forte competizione internazionale, l’obiettivo primario è ovviamente quello di aumentare l’efficienza e ridurre i costi operativi. Una macro-trasformazione che, secondo molti osservatori, sta contribuendo a ridefinire il mercato del lavoro nel settore finanziario e tecnologico.

I video deep fake sono diventati parte integrante della guerra (e della società)

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La guerra in Medio Oriente si sta ormai combattendo su molteplici fronti, compreso quello dell’informazione. Mentre le bombe distruggono obiettivi militari e civili, si sta diffondendo a grande velocità un’infodemia che mira a fornire chiavi di lettura ai molti avvenimenti in corso, ma con un problema strutturale: tra oscuramenti della rete e censure governative, le parti coinvolte faticano a produrre e distribuire la quantità di immagini necessaria a sostenere i meccanismi virali dell’informazione odierna. Il risultato è che false immagini satellitari e filmati manipolati hanno raggiunto cent...

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Dibattito sul Referendum, Valditara: “Verifiche e ispezioni nelle scuole”

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A una settimana dal referendum, il ministero dell’Istruzione ha chiesto agli uffici scolastici di condurre «un’attenta verifica» delle «segnalazioni riguardanti dibattiti che sarebbero avvenuti all’interno di istituti scolastici statali in assenza di contraddittorio». Secondo il ministro, nelle scuole, il dibattito sul referendum sarebbe sbilanciato verso le ragioni del No, sussistendo dunque un pericolo di «indottrinamento». Il sindacato Flc CGIL ha parlato di una «narrazione tanto grave quanto infondata»; la scorsa settimana, in un istituto di Napoli, un gruppo di alunni ha infatti deciso di abbandonare un’aula in cui si teneva un incontro sul referendum perché «c’erano solo esponenti per il Sì».

Il governo ha rinviato la costruzione del Ponte sullo Stretto al 2034

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Il governo Meloni mette nuovamente mano al Ponte sullo Stretto. Lo fa allungando i tempi e fissando la nuova data della messa in funzione al 2034, un anno in più rispetto alle ultime stime. Dal 2026 al 2029 l’opera sponsor del Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Matteo Salvini verrà anche sottofinanziata, liberando delle risorse per alleggerire il debito che grava su Rete Ferroviaria Italiana (RFI), partecipata statale. La maggioranza di centrodestra ha messo nero su bianco i nuovi aggiornamenti per il Ponte sullo Stretto nel decreto-legge n. 32/2026, che domani inizierà in Senato il suo iter di conversione in legge. L’intervento politico era dovuto a causa della recente bocciatura della Corte dei Conti, che aveva rilevato diversi vizi procedurali; tuttavia i comitati popolari restano sugli scudi. Il decreto-legge «elude il nodo centrale, l’obbligo di una nuova gara, e non stanzia alcuna risorsa aggiuntiva per aggiornare documenti e procedure», denuncia l’associazione “Invece del ponte”.

Continua l’odissea tutta italiana intorno al ponte che dovrebbe collegare Sicilia e Calabria. Sul finire del 2025, la Corte dei Conti aveva svelato tutte le criticità del progetto, a partire dalle violazioni delle normative nazionali e comunitarie in tema di appalti, fino alla tutela dell’ambiente e degli habitat naturali, passando per i costi complessivi dell’opera. A cinque mesi di distanza dalla pronuncia, la maggioranza di centrodestra ha messo mano al Ponte sullo Stretto, rivedendo tabelle di marcia e finanziamenti. Alla luce dei ritardi accumulati, la data stimata per l’entrata in funzione dell’opera slitta dal 2033 al 2034. La società Stretto di Messina S.p.A. rassicura sull’inizio dei lavori, fissato per settembre. I primi anni, fino al 2029, saranno comunque segnati da un rallentamento dovuto ai tagl economici decisi dalla maggioranza nell’ultimo decreto-legge.

“Per ridurre l’esposizione debitoria di RFI S.p.A. — si legge nel testo — viene autorizzata la spesa di 1,8 miliardi di euro per l’anno 2026 e 1 miliardo di euro per l’anno 2027″. Non è difficile comprendere da dove buona parte di questi fondi saranno presi: tra il 2026 e il 2028 la spesa per il Ponte sullo Stretto verrà ridotta di circa 2,3 miliardi di euro. Fondi che dovrebbero tornare al progetto a partire dal 2030 (fatti salvi ulteriori ripensamenti), per una spesa complessiva da lasciare invariata a 13,5 miliardi di euro. Il dl «non stanzia alcuna risorsa aggiuntiva per aggiornare documenti e procedure», commenta l’associazione “Invece del ponte”, sottolineando il mancato adeguamento «all’obbligo di una nuova gara» sancito dalla Corte dei Conti, avendo riscontrato dei vizi procedurali a favore di Eurolink, incaricato di progettare e costruire l’opera.

“In considerazione della complessità tecnica e della necessità di garantire un allineamento temporale perfetto tra la realizzazione del Ponte e le opere di adduzione ferroviaria — si legge nel dl — la norma prevede la nomina di un Commissario Straordinario“, individuato nell’amministratore delegato di RFI, Aldo Isi. Con l’ultimo intervento, la maggioranza di centrodestra attiva dunque la macchina della semplificazione amministrativa per accelerare su cantieri e autorizzazioni.

L’acqua come obiettivo militare: l’arma segreta nella guerra in Medio Oriente

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Una minaccia più letale dei missili balistici e più destabilizzante delle fluttuazioni del prezzo del greggio sta emergendo con prepotenza nello scenario mediorientale, più nello specifico nel Golfo Persico. Stiamo parlando di acqua potabile. Nonostante l’immensa ricchezza dovuta ai giacimenti di gas e petrolio, senza l’acqua potabile i Paesi del Golfo non potrebbero esistere come li conosciamo oggi. La vera vulnerabilità strategica della regione risiede nella sua dipendenza assoluta dalla tecnologia di desalinizzazione dell’acqua, necessaria per la sopravvivenza di milioni di persone che vivono nelle metropoli del Golfo. L’Iran ha accusato Stati Uniti e Israele di aver varcato una soglia pericolosa con l’attacco ad un suo impianto di desalinizzazione. Il Bahrein dice di essere stato colpito da Teheran in egual misura. 

Successivamente, il Bahrain ha accusato formalmente l’Iran di aver condotto operazioni di sabotaggio contro le proprie strutture di potabilizzazione, un atto che ha provocato razionamenti severi in diverse aree dell’arcipelago. Se queste accuse venissero confermate, significherebbe che la guerra ha già oltrepassato la soglia della distruzione materiale ed economica per entrare in quella della minaccia esistenziale stessa. Le nazioni del Consiglio di Cooperazione del Golfo (GCC), Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Qatar, Bahrain e Oman, hanno costruito la ricchezza dei propri regni, prima che con il petrolio, con un sistema di desalinizzazione e potabilizzazione dell’acqua. Senza questi impianti non esiste tutto il resto. In una regione quasi priva di fonti idriche permanenti, la sopravvivenza di oltre 100 milioni di persone è legata a doppio filo a circa 450 impianti di desalinizzazione. Queste cattedrali tecnologiche trasformano l’acqua salata del mare in acqua che si può bere, ma rappresentano oggi il più critico dei punti della sicurezza regionale.

La concentrazione di queste infrastrutture lungo le coste del Golfo le rende bersagli statici di estrema vulnerabilità. A differenza dei pozzi petroliferi, che possono essere ripristinati o le cui scorte possono essere compensate da riserve strategiche globali, un impianto di desalinizzazione distrutto non ha sostituti immediati. Se il petrolio genera ricchezza, l’acqua garantisce l’esistenza stessa dello Stato. Senza di essa, il contratto sociale tra i regnanti e la popolazione si dissolve in pochi giorni. Anche per questo, oltre agli impianti di desalinizzazione, gli Stati del Golfo spendono molto in geoingegneria, tramite l’“inseminazione delle nuvole”, per aumentare il volume di acqua a disposizione.

Il caso più emblematico di questa fragilità è rappresentato da Riyadh, capitale dell’Arabia Saudita. Situato sulla costa orientale saudita c’è l’impianto di Jubail, uno dei complessi di desalinizzazione più grandi al mondo e funge da polmone idrico principale per la capitale, situata nel cuore del deserto. Secondo un rapporto della CIA del 2010, un blocco totale o la distruzione di Jubail forzerebbe l’evacuazione di massa di Riyadh, una metropoli di oltre 7 milioni di abitanti, entro una settimana.

Non esiste un piano di contingenza realistico per trasportare acqua potabile sufficiente per una popolazione di tali dimensioni in un ambiente iper-arido. In questo contesto, l’acqua non è più solo una risorsa, ma una “bomba atomica” che, se attivata, non contamina il terreno con le radiazioni ma lo rende comunque inabitabile (o insostenibile per un così alto numero di persone).

Fuoco incrociato tra Pakistan e Afghanistan: 2 morti

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Le autorità afghane hanno annunciato che almeno due bambini sono stati uccisi da attacchi provenienti dal Pakistan. Altre 10 persone sono invece state ferite. I combattimenti sono stati segnalati sulle aree di confine, dove soldati pakistani e afghani si sono scambiati reciprocamente colpi di arma da fuoco e mortaio. Le ostilità tra i due Paesi sono riemerse lo scorso mese, per poi vivere un calo fino alla scorsa settimana. Contando gli ultimi sette giorni, quello di oggi risulta il terzo episodio di scontri violenti tra i due Paesi.

Banksy, svelata l’identità: il nome che il mercato voleva ma che l’arte non avrà mai

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Per trent’anni l’arte più famosa del mondo non aveva nome. O meglio, ne aveva uno solo: Banksy. Un nome che era insieme un manifesto, uno scudo e un paradosso vivente. La magia è finita il 13 marzo 2026, quando Reuters ha pubblicato un’inchiesta in grado di svelare, documenti alla mano, chi si nasconde dietro la bomboletta spray più politica della storia contemporanea. Si chiama Robin Gunningham. È nato a Bristol nel 1973. E da qualche anno si fa chiamare David Jones, tra i nomi più comuni del Regno Unito.

L’inchiesta Reuters: quattro anni per un nome

Il punto di partenza è l’autunno del 2022, quando una serie di murales appare sulle macerie di edifici bombardati nell’Ucraina devastata dalla guerra russa. Sette opere, disseminate tra Kiev e i villaggi della periferia: immagini di bambini, di ginnaste, di atleti che danzano su cumuli di polvere e ferro. Mentre Banksy le rivendica su Instagram, l’agenzia inizia a scavare.

I giornalisti Simon Gardner, James Pearson e Blake Morrison seguono la pista per anni intervistando una dozzina di persone vicine all’artista e analizzando fotografie in cui il volto è sì coperto, ma lascia trasparire qualche dettaglio. Risalgono al settembre 2000, quando un uomo viene arrestato a New York sul tetto del 675 di Hudson Street, mentre deturpa un cartellone pubblicitario di Marc Jacobs. Nelle carte giudiziarie, mai rese pubbliche fino ad allora, c’è una confessione scritta a mano. Il nome è Robin Gunningham. Un nome che, a dire il vero, era già circolato. Nel luglio 2008 il Mail on Sunday aveva pubblicato un’inchiesta indicando proprio Robin Gunningham come il volto dietro la maschera, corredandola di una fotografia. Il manager dell’artista smentì senza esitazione, e la storia si sgonfiò. Inoltre poco dopo l’uscita di quell’inchiesta, Banksy avrebbe cambiato legalmente il proprio nome da Robin Gunningham a David Jones, rendendo di fatto il nome svelato dal tabloid già obsoleto nel momento in cui veniva pubblicato.

La Reuters riesce a chiudere cerchio con i dati di immigrazione in Ucraina: il 28 ottobre 2022, lo stesso giorno in cui Robert Del Naja di Massive Attack e il fotografo Giles Duley (senza braccia e con protesi alle gambe, quindi riconoscibilissimo) entrano in Ucraina, un certo David Jones attraversa il confine. La data di nascita sul passaporto coincide con quella di Robin Gunningham. Due giorni dopo, un’anziana del villaggio di Horenka prepara il caffè per due pittori mascherati. Quando Reuters le mostra una galleria fotografica, la sua reazione non lascia spazio ai dubbi.

L’avvocato di Banksy, Mark Stephens, ha scritto all’agenzia chiedendo di non pubblicare: rivelare l’identità dell’artista violerebbe la sua privacy, interferirebbe con la sua arte, lo metterebbe in pericolo. «Lavorare in forma anonima o sotto pseudonimo serve interessi sociali vitali», ha scritto Stephens. «Protegge la libertà di espressione, consentendo ai creatori di dire la verità al potere senza timore di ritorsioni.» Reuters ha pubblicato lo stesso. L’ex manager dell’artista, Steve Lazarides, ha liquidato la questione con una frase che vale un’opera: «Robin Gunningham non esiste. Il nome che avete l’ho ucciso anni fa».

Un artista che ha scelto i muri del mondo

Prima di essere un enigma, Banksy è stato un ragazzo di Bristol che spruzzava stencil sui muri della sua città. La sua prima opera riconoscibile – The Mild Mild West, un orsacchiotto di peluche che fronteggia una fila di poliziotti in tenuta antisommossa – appare nel 1999 e stabilisce già la grammatica di tutto ciò che verrà: ironia tagliente e contenuto politico che brucia sotto la superficie. Negli anni Duemila i topi e le scimmie di Banksy colonizzano Londra. Girl with Balloon compare nel 2002 sul Waterloo Bridge. Kissing Coppers scandalizza Brighton nel 2004. Flower Thrower diventa l’icona globale di una resistenza nonviolenta che il sistema non sa come gestire.

Ma è in Palestina che l’arte di Banksy acquista la sua dimensione più scomoda e necessaria. Sul Muro di separazione israeliano compaiono le sue immagini più potenti: bambini che salgono su palloncini verso il cielo, una bambina perquisita da un soldato, un varco immaginario che apre su una spiaggia caraibica. Nel 2017, a Betlemme, inaugura il Walled Off Hotel, affacciato sul muro e con «la peggiore vista sul mondo»: una struttura reale, aperta ai visitatori, che è allo stesso tempo opera d’arte, atto politico e schiaffo alla comunità internazionale. Negli ultimi anni, con Gaza sotto le bombe, Banksy è tornato a dipingere: un gatto che gioca con un gomitolo di filo tra le macerie, un civile che porta in spalla una bandiera bianca.

In Italia, la sua firma è apparsa in luoghi simbolici. Nel maggio 2019 è toccato a Venezia: all’alba del 9 maggio, sulle mura di Palazzo San Pantaloncompare Migrant Child, un bambino in giubbotto di salvataggio che regge una torcia olimpica arancione — lo stesso colore dei canotti dei migranti nel Mediterraneo. L’opera arriva nei giorni di apertura della Biennale, quando la città è piena di galleristi e collezionisti: non è un caso. Anni dopo, Banca Ifis acquista l’intero palazzo con l’intenzione di restaurare il murale. Una “buona intenzione” che tradisce esattamente ciò che quell’opera voleva significare.

Restaurare Banksy significa ucciderlo

Il murales è per definizione un’opera ribelle. Non chiede il permesso, non è inserito una cornice e non pretende il pagamento di un biglietto d’ingresso. Il suo destino è stare esattamente dove sta: esposto al vento, alla pioggia, all’incuria, per poi svanire. Quando Venezia decide di restaurare Migrant Child, trasforma un urlo in un soprammobile. Quando le gallerie organizzano mostre su Banksy con riproduzioni autorizzate a prezzi da mercato, eseguono su di lui la stessa operazione che i suoi murales denunciano: trasformare la critica in prodotto, l’indignazione in consumo. Nel 2018, la celebre Girl with Balloon viene messa all’asta da Sotheby’s e, nel momento esatto in cui il martelletto cade, si autodistrugge passando attraverso un trituratore nascosto nella cornice. La folla rimane senza parole. Il mondo ride, o piange, o non capisce.

Nel 2021, durante la pandemia, dipinge su un vagone della metropolitana londinese topi che starnutiscono, tossiscono, usano il gel disinfettante, denunciando la gestione dell’emergenza sanitaria; il gestore della metro fa rimuovere l’opera nel giro di poche ore. Lo stesso anno vende un quadro per raccogliere fondi per gli ospedali britannici del NHS, dimostrando che il sistema è disposto ad accettare i suoi soldi pur continuando a cancellare i suoi muri. Nel 2025, un’opera compare davanti alle Royal Courts of Justice di Londra, critica rispetto al giro di vite del governo britannico sul diritto di protesta. Rimossa anche quella.

Un nome non cambia niente

La forza di Banksy non ha mai avuto bisogno di un volto. Ce l’hanno ricordato loro (i collezionisti, i mercanti, i funzionari della cultura istituzionale) ogni volta che hanno tentato di dargliene uno: con le mostre non autorizzate che spuntano ovunque, con i documentari sulla “vera storia”, con le aste e i restauri e le targhe commemorative. Forse è questa la sua opera più compiuta: non un singolo stencil, non un singolo murales, ma la costruzione di un mito che il mercato rincorre da trent’anni senza riuscire ad afferrare. Ora ha anche un nome. Robin Gunningham. Cinquantadue anni, Bristol. Potete metterlo in catalogo, se volete. Ma sarà un catalogo senza voce, perché i muri continueranno a parlare per lui.

Roma, scontro tra tram: 10 feriti

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A Roma, nel quartiere Pigneto, dieci persone sono rimaste ferite a seguito del tamponamento fra due tram, delle linee 5 e 19. Sono in corso gli accertamenti da parte degli agenti della polizia municipale per ricostruire la dinamica dei fatti. Al momento la viabilità risulta tornata regolare. Il tamponamento nella capitale avviene in un periodo già movimentato per il trasporto locale, alla luce dei diversi incidenti tranviari avvenuti a Milano nelle ultime due settimane.