lunedì 30 Marzo 2026
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Maurizio Gasparri si dimette da capogruppo di Forza Italia

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Maurizio Gasparri, storico dirigente di Forza Italia, si dimetterà da capogruppo del partito al Senato, decisione che sarà formalizzata oggi pomeriggio in un’assemblea del gruppo. La richiesta di rimozione, firmata da oltre metà dei 20 senatori, tra cui i ministri Elisabetta Casellati e Paolo Zangrillo, era stata promossa da Claudio Lotito, senatore e presidente della Lazio. Gasparri lascia anche per la volontà di Marina Berlusconi e dopo la sconfitta del governo al referendum sulla giustizia, tema caro al partito. Probabile successore è Stefania Craxi, figlia dell’ex premier Bettino Craxi, alla guida del gruppo parlamentare.

Anche l’Anticorruzione contro il Ponte sullo Stretto: “Serve una nuova gara d’appalto”

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È ancora scontro sul Ponte sullo Stretto. Il presidente dell’Autorità Nazionale Anticorruzione, Giuseppe Busia, ha infatti aperto un nuovo fronte sulla sua realizzazione in audizione davanti alla commissione Ambiente del Senato, sostenendo che l’opera, così come oggi configurata, richiederebbe una nuova gara d’appalto per allinearsi alle regole europee. Il nodo riguarda il radicale mutamento dello schema finanziario – da un iniziale coinvolgimento del capitale privato al 60% a un finanziamento oggi interamente pubblico – e la lievitazione dei costi, passati dai circa 4 miliardi posti a base di gara agli attuali 13,5. La società Stretto di Messina, attraverso il suo amministratore delegato Pietro Ciucci, ha invece difeso l’iter avviato, ribadendo che i cantieri potranno aprire entro l’anno. Ma tutto sembra suggerire che così non sarà.

Secondo Busia, le modifiche intervenute nel tempo sono così significative e sostanziali da imporre una nuova procedura. «Il tema principale della nuova gara non è risolto dal decreto», ha spiegato il presidente dell’Anac, evidenziando come «l’assenza di una gara» comporti che «il passaggio da un progetto in cui il privato era chiamato a sostenere gran parte dei costi, il 60%, a una decisione politicamente diversa di garantire un finanziamento integralmente pubblico cambia completamente il quadro e quindi richiede una nuova gara». Il riferimento è all’articolo 72 della direttiva europea sugli appalti, che disciplina le modifiche sostanziali dei contratti in corso. Sul tema dei costi legati all’opera, Busia ha ricordato che la base originaria era intorno ai 4 miliardi, mentre oggi il valore complessivo è indicato in circa 13,5 miliardi: una cifra che, a suo avviso, rende quantomeno necessario un confronto con Bruxelles per verificare la compatibilità con la normativa. Non solo: «La costruzione del Ponte sullo Stretto attirerà appetiti della criminalità organizzata», ha avvertito Busia, chiedendo controlli rafforzati e vincoli al subappalto.

Alla lettura di Busia ha reagito Pietro Ciucci, amministratore delegato della Stretto di Messina Spa, che ha illustrato una visione alternativa dal punto di vista giuridico ed economico. «C’è un perfetto rispetto da parte del nostro progetto delle disposizioni dell’articolo 72 della direttiva europea in materia di contratti e di corrispettivo», ha dichiarato, affermando che l’aggiornamento del corrispettivo del contraente generale – passato da 3,9 miliardi nel 2006 a 10,5 miliardi oggi – è «pressoché esclusivamente il risultato dell’applicazione di clausole di indicizzazione dei prezzi» e non di varianti progettuali sostanziali. Quanto al cronoprogramma, Ciucci sostiene che «l’iter approvativo possa essere completato entro la fine dell’estate 2026, potendo così avviare la fase realizzativa nell’ultimo trimestre dell’anno».

L’iter del Ponte è, da mesi, oltremodo frastagliato. A fine ottobre, la Corte dei Conti aveva bocciato il progetto dell’opera, respingendo la delibera del Comitato interministeriale per la programmazione economica e lo sviluppo sostenibile (Cipess) con motivazioni collegate a documentazione carente, calcoli poco chiari, e mancato rispetto delle norme ambientali. A metà novembre, la Sezione centrale di controllo di legittimità della Corte dei Conti ha inferto un secondo colpo al progetto, non concedendo il visto di legittimità al terzo atto aggiuntivo della convenzione tra il Ministero delle Infrastrutture e la società concessionaria Stretto di Messina Spa, ampliando la crisi amministrativa aperta dal precedente rifiuto e bloccando, di fatto, la definizione degli impegni amministrativi e finanziari necessari per la progettazione e costruzione dell’opera. A inizio febbraio, il Consiglio dei Ministri ha dato il via libera a un nuovo provvedimento sul Ponte sullo Stretto di Messina. Si tratta di un decreto approvato in risposta ai rilievi avanzati dalla Corte dei Conti, con l’obiettivo di sbloccare l’iter per l’opera. A marzo, l’esecutivo ha allungato i tempi per la realizzazione del Ponte, fissando la nuova data della messa in funzione al 2034: un anno in più rispetto alle ultime stime.

L’UE sposta 12 miliardi dai fondi di coesione alla difesa

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Il vicepresidente esecutivo della Commissione europea Raffaele Fitto ha reso note le cifre della revisione di medio termine della programmazione dei fondi di Coesione per il periodo 2021-2027. Dagli Stati membri è arrivata la modifica di 186 programmi nazionali e regionali, che hanno riorientato 34,6 miliardi di euro verso quelle che sono state definite nuove priorità: alla competitività sono andati oltre 15 miliardi, alla difesa circa 12. Il resto è stato distribuito tra emergenza abitativa, resilienza idrica e sicurezza energetica. Il reindirizzamento dei fondi di coesione verso la difesa è una delle tante politiche pensate dalla Commissione nell’ambito del piano di riarmo, che prevede di mobilitare circa 800 miliardi di euro.

Coltivare per resistere: le comunità che sfidano il monopolio del cibo

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Civiltà Contadina è un’organizzazione che opera come una rete di seed savers che sfida le “zone grigie” della normativa, rivendicando il diritto millenario allo scambio di semi fuori dai cataloghi ufficiali, spesso ostacolati da barriere burocratiche pensate per le sementi industriali. «Seminano, coltivano, selezionano, scambiano e poi ricominciano da capo. In altre parole, niente di nuovo o di speciale, solo quello che l’uomo come specie ha fatto per millenni. Ma forse, in questo mondo alla rovescia, avere delle radici e conservare la propria identità individuale e comunitaria - e i semi ne s...

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Alcuni attivisti della Flotilla per Cuba sono stati sequestrati

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«La solidarietà non è un crimine»: così alcuni attivisti del Nuestra América Convoy, la Flotilla internazionale per Cuba, hanno annunciato di essere stati arrestati e interrogati. Gli attivisti avevano raggiunto L’Avana via nave e via aereo, consegnando tonnellate di aiuti umanitari tra pannelli solari, biciclette, cibo e medicine. La missione umanitaria è stata lanciata in risposta al rinnovato embargo statunitense su Cuba, con lo scopo di rompere l’assedio sull’isola, che ha innescato una grave crisi energetica nel Paese. Al rientro nei propri Paesi, alcuni di loro sono stati fermati negli aeroporti di Miami e di Panama e interrogati per ore dalle autorità, prima di essere rilasciati. A Panama è stato fermato Thiago Avila, attivista noto per la partecipazione alla missione della Global Sumud Flotilla, che aveva cercato di consegnare aiuti umanitari a Gaza prima che l’intero equipaggio (oltre quattrocento persone) fosse sequestrato dall’esercito israeliano. Proprio il team di comunicazione dell’attivista aveva fatto sapere sui social che Avila era stato arrestato e interrogato per sei ore nell’aeroporto di Panama, mentre la stessa cosa era successa ad oltre una dozzina di membri del convoglio a Miami. “Nessuna spiegazione per ore, nessuna trasparenza e nessun rispetto per un’azione umanitaria” denuncia il suo team sui social, aggiungendo: “non possiamo normalizzare l’intimidazione di chi lotta per giustizia, diritti umani e dignità”. Katie Halper, altra attivista arrestata e trattenuta a Miami, ha scritto sui propri social “Non inviatemi messaggi di testo, su Signal, su WhatsApp e non ditemi nulla al telefono in questo momento che non vorreste che il governo vedesse”, come a suggerire che il poprio telefono sia stato messo sotto controllo dal governo USA. Gli attivisti stessi avevano denunciato che i propri telefoni erano stati sequestrati e analizzati, così come i computer. “Stanno attivamente cercando di metterci paura”, hanno dichiarato i fermati. La Flotilla era partita a metà marzo con l’obiettivo di rompere l’assedio statunitense sull’isola, distribuendo aiuti umanitari e prestando soccorso alla popolazione soffocata dal recente inasprimento del bloqueo imposto dagli USA. A fine gennaio, infatti, Trump ha imposto il divieto di scaricare carburante sull’isola, A bordo delle imbarcazioni vi erano un centinaio di persone, tra politici, infermieri, medici e studenti, e un totale di 20 tonnellate di aiuti tra cibo e medicinali. Anche la società civile italiana ha contribuito alla missione, con oltre 45 mila euro di donazioni e 5 tonnellate di medicinali raccolte – inclusi costosissimi farmaci antitumorali.

Bangladesh, bus precipita in un fiume a Daulatdia: almeno 24 morti

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Almeno 24 persone sono morte in Bangladesh dopo che un autobus con circa 40 passeggeri è precipitato nel fiume Padma mentre cercava di imbarcarsi su un traghetto a Daulatdia, nel distretto di Rajbari, a circa 100 km da Dhaka. Il mezzo ha perso il controllo, si è ribaltato ed è affondato a circa 9 metri di profondità. I soccorritori hanno recuperato 22 corpi, tra cui uomini, donne e bambini; altre due persone sono morte dopo il salvataggio. Le operazioni, condotte da vigili del fuoco, sommozzatori e forze di sicurezza, proseguono: si teme che vi siano ancora dispersi.

Prima nega, poi diffida, poi si ritira: ENI abbandona il progetto del gas nelle acque palestinesi

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Eni, Palestina, gas, ritiro

ENI ha fatto un passo indietro dal contestato progetto di esplorazione di gas nel Mediterraneo orientale, al largo di Gaza. Lo conferma il quotidiano finanziario israeliano Globes e lo ribadisce la stessa azienda in una dichiarazione all'agenzia Staffetta Quotidiana: la multinazionale italiana ha abbandonato il consorzio con Dana Petroleum e Ratio Energies, aggiudicatario di sei licenze di esplorazione offshore nel tratto di Mediterraneo all'interno della zona economica esclusiva palestinese. Il ritiro sarebbe avvenuto nell'ottobre 2025, ma la notizia è emersa solo ora, dopo che Ratio Energies...

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Dal 7 ottobre l’Italia avrebbe inviato 416 spedizioni a uso militari verso Israele

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I Giovani Palestinesi in Italia hanno pubblicato un dossier di oltre 60 pagine per denunciare il coinvolgimento italiano nel genocidio del popolo palestinese perpetrato da Israele. Il documento, compilato in collaborazione con diverse altre associazioni, verrà presentato il prossimo 29 marzo a Roma ed evidenzia che – dopo l’escalation del 7 ottobre 2023 – l’Italia avrebbe inviato a Israele 416 spedizioni contenenti apparecchiatura tecnologica, componenti per aerei, e strumentazione a uso militare, oltre a centinaia di migliaia di tonnellate di carburante. Tra i vari, sono compresi oltre 150 carichi di componenti aerospaziali e avionici da Leonardo, la maggiore industria bellica italiana, tra cui anche spedizioni alle linee di produzione di aerei impiegati nei bombardamenti a Gaza. Alla luce di tale ricerca, le associazioni chiedono all’Italia di imporre un embargo totale sull’invio di armi a Israele e di rescindere gli accordi che ne regolamentano le esportazioni, nel rispetto degli obblighi internazionali del Paese.

«Nonostante le ripetute rassicurazioni pubbliche del Ministro degli Affari Esteri Antonio Tajani e della Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, secondo cui l’Italia avrebbe limitato le esportazioni di armamenti verso Israele, questa ricerca rivela una realtà sostanzialmente diversa». Sono queste le parole con cui i Giovani Palestinesi esordiscono nel loro nuovo rapporto sulle relazioni bilaterali tra Italia e Israele. Secondo il resoconto, il meccanismo che soggiace al commercio tra Roma e Tel Aviv seguirebbe principalmente tre canali: il primo è un canale diretto, di trasferimento dalle infrastrutture aeroportuali e portuali italiane a quelle israeliane; il secondo è un canale indiretto, che passa da Paesi terzi; l’ultimo, invece, «consiste in importazioni italiane e relazioni industriali più ampie con aziende militari israeliane». Il documento si concentra sul primo di questi tre.

Il rapporto individua un totale di 416 spedizioni di materiali tecnologici, componenti per aerei, e strumentazione a doppio uso civile e militare o a uso militare esclusivo. In lista, compaiono materiali ottici avanzati, strumentazione per la protezione elettronica e anti-interferenza, materiali per la sorveglianza, ma anche scatole di munizioni e giubbotti antiproiettile. Tra le varie attrezzature anche unità necessarie allo sviluppo di velivoli senza pilota – e, dalla Lombardia, un velivolo integrale – così come componenti per aerei militari utilizzati durante i bombardamenti a Gaza, come gli F-15 di Elbit Systems. I materiali più individuabili come apparecchiatura a doppio uso civile e militare – quali cavi, luci e fanali, sono stati spesso inviati ad aziende attive nel campo bellico, come la stessa Elbit Systems e i suoi distaccamenti.

Alle spedizioni militari si aggiunge l’invio di oltre 224 chilotonnellate di carburante, necessario per le operazioni militari israeliane a Gaza. «Le infrastrutture per il carburante e l’energia sono anche parte integrante del progetto delle colonie, poiché la rete elettrica israeliana integra direttamente gli insediamenti illegali e non li distingue dalle infrastrutture all’interno della Linea Verde», si legge nel rapporto. Ad alimentare i dubbi, arriva il fatto che le spedizioni registrate sono state catalogate come «clandestine»: in diverse occasioni, le navi partite dall’Italia hanno disattivato i propri localizzatori, finendo per celare la loro destinazione verso Israele. Per ciascuna di queste spedizioni, il noleggiatore era indicato come Oil Refineries Ltd, affiliata al Gruppo Bazan, il più grande conglomerato petrolifero israeliano che, solo nel 2023 ha prodotto 723 chilotonnellate di carburante per aerei militari. Alle spedizioni di petrolio si aggiungono quelle di diesel, necessario per alimentare tecnologie e mezzi militari israeliani, primi fra tutti i carri armati Merkala.

Le spedizioni prese in analisi coinvolgono i principali aeroporti e porti marittimi italiani, tra cui Roma Fiumicino e Milano Malpensacentrali per il commercio militare, ma anche Genova e Ravenna, così come i terminal carburanti di Taranto e della Baia di Santa Panagia; le spedizioni provengono e transitano dalle regioni di Liguria, Abruzzo, Puglia, Campania, Lazio, Lombardia, Piemonte, Toscana, Veneto, Umbria ed Emilia-Romagna. «La maggior parte delle spedizioni a carattere militare analizzate», scrive il rapporto, «passano per gli aeroporti, tuttavia anche i porti marittimi italiani svolgono un ruolo significativo». Tra le compagnie coinvolte, Mediterranean Shipping Company (MSC) e ZIM sul versante marittimo, e EL AL, ITA Airways e Challenge Air Cargo tra quelle aeree. I carichi «sono trasportati regolarmente su voli commerciali di linea (EL AL, ITA Airways, Lufthansa) e vettori cargo dedicati (Poste Air Cargo, Challenge Air Cargo)».

«I dati di questo dossier dimostrano in modo inconfutabile che il complesso militare industriale italiano è parte integrante del genocidio in corso a Gaza». Evidenziati – seppure in maniera parziale – i legami italiani con la macchina genocida israeliana, le associazioni chiedono alle istituzioni di: «imporre un embargo bilaterale totale sulle armi nei confronti di Israele»; annullare tutti i permessi di esportazione e gli accordi di assistenza tecnica attualmente attivi; sospendere la fornitura di petrolio greggio e gasolio impiegati dalla macchina bellica israeliana; «monitorare e fornire dati trasparenti per tutti i trasbordi e le esportazioni dual-use in transito dai porti e aeroporti italiani»; rescindere il memorandum militare Italia-Israele. Quest’ultimo dovrebbe venire rinnovato il prossimo aprile, e già l’anno scorso è stato oggetto di numerose contestazioni da parte della società civile.

L’ex direttore di Frontex è indagato per crimini contro l’umanità

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Crimini contro l’umanità e tortura. Sono queste le accuse mosse nei confronti dell’ex direttore di Frontex, Fabrice Leggeri, dalla Corte d’Appello di Parigi. La notizia arriva dall’agenzia di stampa internazionale francese AFP, che ha parlato con una fonte giudiziaria a conoscenza dell’inchiesta. Leggeri era stato denunciato nel 2024 dalla ONG francese Ligue des Droits de l’Homme (LDH), che lo aveva accusato di aver «condotto una politica volta a ostacolare, a qualunque costo l’ingresso dei migranti nell’Unione Europea», anche in termini di vite umane. Frontex non è nuova ad accuse di violazioni del diritto umanitario: negli ultimi anni, l’agenzia – che monitora i confini europei – è finita sotto indagine per casi di respingimento illegale di persone migranti.

Nella denuncia di LDH, Leggeri veniva accusato di aver “incoraggiato” i suoi uomini a lasciare che fossero le autorità libiche e greche a intercettare le imbarcazioni dei migranti, spingendoli a facilitarne l’operato. Mentre l’operato delle autorità greche nell’ambito dei salvataggi in mare è finito svariate volte sotto inchiesta, è ormai noto da anni – grazie a testimonianze di sopravvissuti, inchieste giornalistiche, indagini di ONG e anche alcuni processi – che la Libia sia una sorta di lager a cielo aperto per i migranti e che la “guardia costiera libica”, organo creato ad hoc dalle istituzioni europee per poter operare i respingimenti, si sia macchiata di crimini quali violenze, torture e omicidi.

Nel 2022 Leggeri, alla guida di Frontex dal 2015, si era dimesso dopo che un’indagine dell’ufficio europeo antifrode (OLAF) aveva dimostrato la complicità dell’agenzia nei respingimenti illegali ai confini europei, con particolare riferimento ad alcuni episodi avvenuti nel 2020. L’indagine – top secret, ma trapelata su alcuni mezzi di informazione – aveva dimostrato, tra le altre cose, come gli operatori di Frontex fossero stati assegnati ad altre missioni affinchè evitassero di vedere gli incidenti che si stavano verificando in mare e ostacolato il lavoro degli specialisti dei diritti umani. Alle indagini dell’OLAF si era aggiunto anche l’esito di quelle giornalistiche, che avevano documentato con immagini le violazioni. “Errori del passato” li aveva definiti Frontex, in una nota. Eppure, il nome dell’agenzia è stato collegato ad un gran numero di violazioni e stragi avvenute nel Mediterraneo, da quella di Pylos, nella quale persero la vita oltre 600 persone, a quella di Cutro, nella quale vi furono 94 morti accertate e molte altre che rimangono solamente un’ipotesi per il semplice fatto che i corpi non sono mai stati trovati.

Le dimissioni di Leggeri hanno avuto tutta l’aria di essere un parafulmine, una sorta di modo per silenziare le critiche. D’altro canto, il budget dedicato all’agenzia è aumentato esponenzialmente negli ultimi anni, passando dai 333 milioni del 2019 fino a superare il miliardo di euro nel 2025. Nessuna altra agenzia europea gode di finanziamenti lontanamente somiglianti a questa cifra. Lo stesso Leggeri non è uscito poi così sconvolto dalla vicenda: nel 2024 si è buttato in politica a fianco di Marine Le Pen, rappresentante dell’estrema destra francese, per entrare nell’europarlamento. Non erano mancate le critiche nei confronti dell’agenzia, trasformata, a suo dire, in una “super ONG diretta da osservatori e responsabili dei diritti fondamentali”. Jordan Bardella, leader di Rassemblement National, ha dichiarato pieno supporto a Leggeri, “oggetto di vessazioni giudiziarie da parte di associazioni di estrema sinistra” per aver “difeso i confini dell’Europa dall’immigrazione di massa”. Che i corpi di molti di coloro che migravano “illegalmente” giacciano sul fondo del Mediterraneo, anche grazie a Frontex, è in fondo un particolare trascurabile.

Si è dimessa Santanché

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Dopo le richieste di Giorgia Meloni, la ministra del Turismo Daniela Santanché ha annunciato le proprie dimissioni: «Non ti nascondo un po’ di amarezza per l’esito del mio percorso ministeriale ma nella mia vita sono abituata a pagare i miei conti e spesso anche quelli degli altri», si legge in una nota di Santanché diffusa dai media. Le dimissioni di Santanché seguono quelle del Sottosegretario alla Giustizia Dalmastro, arrivate dopo uno scandalo relativo alla costituzione di una società con la figlia di Mario Caroccia, condannato in via definitiva come prestanome del clan camorristico Senese, e della Capa Gabinetto di Bartolozzi, giunte dopo la vittoria del No al referendum sulla magistratura.