mercoledì 11 Febbraio 2026
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Elezioni in Giappone: Takaichi vince la scommessa e resta in sella

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Sanae Takaichi vince la scommessa elettorale e con 316 seggi ottiene i due terzi (maggioranza qualificata) della Camera bassa del Giappone, alla quale si aggiungono, in coalizione, i 34 seggi del Partito giapponese dell’Innovazione (PGI). Durante una tornata elettorale caratterizzata da condizioni climatiche avverse, con copiose nevicate in una gran parte del Paese, e un’affluenza elettorale ai minimi storici, il Partito Liberal Democratico (PLD) ottiene un successo senza precedenti: a nemmeno due anni dalle ultime elezioni, quando visse uno dei momenti più bassi della sua storia politica, la premier è riuscita nell’intento di cavalcare la nuova ondata di popolarità e riscrivere gli equilibri all’interno del Parlamento. Takaichi sorpassa i risultati ottenuti da Shinzō Abe nel 2012 e da Junichiro Koizumi nel 2005 e si accaparra la vittoria più schiacciante nella storia elettorale del Giappone dal dopoguerra in poi.

Sanae Takaichi, entrata in sostituzione del precedente presidente Ishiba soltanto lo scorso ottobre, con questa tornata elettorale si è giocata tutto. Spinta dalle statistiche che dipingono un consenso elettorale nei suoi confronti alle stelle, la iron lady giapponese ha deciso di sfruttare il momento per rimodellare la composizione del parlamento e godere così di maggiore libertà per governare. Difatti, dopo la graduale perdita di consensi subita dal partito Liberal Democratico, al governo per quasi settant’anni (fatta eccezione per due brevi finestre temporali), la possibilità di manovra negli ultimi mesi è stata messa a repentaglio a causa dell’abbandono nell’alleanza di governo del partito d’ispirazione buddista della Soka Gakkai Komeito. I buddisti, che a lungo hanno appoggiato la fazione liberaldemocratica, hanno chiuso la relazione decennale con i liberali proprio a causa della neoelezione di Takaichi.

L’accordo nato tra Komeito e il Partito Democratico Costituzionale del Giappone (PDCG), denominato Alleanza della Riforma Centrista (ARC), non ha però ottenuto i successi sperati. La principale formazione all’opposizione, infatti, non ha convinto fin da subito e le conseguenze sono state, prevedibilmente, fallimentari: 49 sono stati i seggi ottenuti in totale, di cui 28 ottenuti da Komeito e 21 dal PDCG, che dallo scioglimento della Camera ha perso 127 seggi. 

Parimenti, i risultati di formazioni come il Partito Comunista Giapponese, Mirai e il Partito Democratico per il Popolo non hanno raggiunto, in totale, la cinquantina di seggi.

Sanseito, invece, il partito di estrema destra salito alle cronache negli ultimi mesi per le proposte elettorali ispirate ai movimenti dell’alt-right occidentale, è passato da 2 a 15 seggi. Questo risultato, che segna in ogni caso una crescita per un partito di recente formazione, potrebbe essere motivato dal successo di Takaichi che è riuscita ad intercettare il voto di quella fascia elettorale, che, a parità di proposte politiche, ha preferito premiare l’esperienza trentennale e la stabilità di Takaichi, ai danni della neonata Sanseito.

Durante la breve campagna elettorale, avvenuta in seguito allo scioglimento della Camera bassa e durata nemmeno due settimane, il partito della premier ha messo in chiaro le intenzioni del governo in politica estera. Le difficili relazioni internazionali con la vicina Repubblica popolare cinese hanno ricoperto un ruolo di spicco: Takaichi ha promesso investimenti nella diversificazione delle fonti d’approvigionamento delle terre rare e ha rimarcato l’impegno per garantire pace e stabilità nello stretto di Taiwan. A questo si è aggiunta la proposta di rivedere le strategie di sicurezza nazionale e la rimozione dei limiti degli equipaggiamenti per le forze di autodifesa.

In un periodo di grave inflazione, profonda svalutazione dello yen giapponese e con un’economia in costante ristagno, le promesse politico-economiche avanzate dall’alleanza tra PLD e PGI sono apparse meno chiare, soffermandosi in particolar modo su manovre di natura fiscale, come l’abbassamento all’8% dell’imposta nazionale sugli alimenti, o pacchetti di investimenti di ambito pubblico-privato.

Particolare attenzione è stata posta sulle proposte di carattere sociale: in ambito migratorio, Takaichi si sarebbe dichiarata favorevole a un tetto massimo per l’accoglienza di persone straniere e turisti, oltre che sulla revisione di leggi che limiti l’acquisizione di immobili da parte di residenti non giapponesi.

Non sono tardate le congratulazioni della premier italiana Giorgia Meloni. «Buon lavoro alla mia cara amica Sanae e al nuovo Parlamento giapponese» ha chiosato sul suo profilo X complimentandosi con la premier Takaichi. Anche il presidente degli Stati Uniti d’America Donald Trump ha commentato su Truth la vittoria dei liberali: «è stato un onore appoggiare te e la tua coalizione. Ti auguro un Grande Successo nell’approvazione del tuo programma conservatore “Pace attraverso la Forza”».

Se questo risultato elettorale cambia drasticamente la composizione della Camera bassa e permette al Partito Liberal Democratico di governare con maggiore libertà, l’ostacolo principale di questo governo resta ancora la Camera alta, all’interno della quale non gode di maggioranza. Il successo ottenuto da Takaichi, però, alimenta nuovamente il dibattito sulla revisione costituzionale: difatti, il controllo dei due terzi di entrambe le Camere permetterebbe al governo di attuare una revisione della Costituzione. Occhi puntati, quindi, sulla modifica del controverso articolo 9, tramite il quale il Giappone rinuncia formalmente al diritto di belligeranza e che per anni ha rappresentato una degli obiettivi politici del PLD e di Abe.

Sanae Takaichi è riuscita a strappare un risultato elettorale storico, ma non troppo lontano dalle aspettative. Nel momento in cui finirà la tipica luna di miele postelettorale e calerà la “Sanaemania” che sembra impazzare nella popolazione giapponese più giovane, resta da vedere come la premier si muoverà su tematiche attualmente delicate, tanto da un punto di vista economico, quanto da un punto di vista fiscale. Appare chiaro, però, che da semplice “protetta di Shinzō Abe” Sanae Takaichi ha saputo riprendere in mano un partito allo sbaraglio, per dare inizio ad una nuova era.

Colombia: almeno 14 vittime per le piogge torrenziali

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In Colombia le piogge torrenziali di questi giorni — una rarità visto il periodo — hanno provocato almeno 14 vittime, come reso noto dalle autorità locali. Risultano anche due dispersi, un totale di 9mila case distrutte e 35mila ettari di terreno allagati. L’agenzia meteorologica nazionale IDEAM ha spiegato che un fronte freddo proveniente dall’America del nord e diretto verso la costa caraibica della Colombia ha aumentato le precipitazioni del mese scorso del 64% rispetto alla media storica.

Meloni alza il tiro contro il dissenso: “Chi è contro le Olimpiadi è nemico della nazione”

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Le Olimpiadi Milano-Cortina 2026 non sono iniziate che da tre giorni, ma lo scontento della popolazione è già impossibile da nascondere. Il culmine è stato raggiunto sabato, quando tra le 5 e le 10mila persone sono scese in corteo a Milano. Il governo, nel tentativo di nascondere sotto il tappeto malfunzionamenti, ritardi, devastazione ambientale e malagestione di risorse pubbliche, risponde con la tattica ormai consolidata: criminalizzare il dissenso. È stata la stessa Giorgia Meloni la prima a commentare gli scontri di sabato, con una retorica tipica dei regimi autoritari: per la premier, infatti, chi manifesta contro le Olimpiadi è «nemico dell’Italia e degli italiani». Nessuna volontà, insomma, di comprendere le ragioni delle proteste democratiche dei cittadini, quanto piuttosto quella di aizzare l’elettorato contro chi manifesta. Alle sue dichiarazioni hanno fatto immediatamente eco quelle del ministro Crosetto, che è tornato ad attaccare i magistrati, colpevoli, a suo dire, di non tenere in carcere i manifestanti arrestati dalla polizia.

Il post pubblicato subito dopo il corteo da Meloni (sulla scia di quanto già fatto dopo il corteo per Askatasuna dello scorso 31 gennaio, con una solerzia che gli abitanti di Niscemi avrebbero forse desiderato) riprende non a caso un video di Fox News, emittente statunitense fedelissima di Trump. Nel suo post, Meloni fa riferimento anche a quanto accaduto negli scorsi giorni a Bologna, dove i cavi della ferrovia sarebbero stati tagliati impedendo ai treni di partire. Il gesto non è ancora stato rivendicato da nessuno, nè si è certi che si tratti effettivamente di un sabotaggio, ma il governo ha già emesso la sua sentenza al riguardo. Per Meloni, coloro che “manifestano ‘contro le Olimpiadi’”, finendo così sulle “televisioni di mezzo mondo”, altro non sono che “nemici dell’Italia e degli italiani”, “bande di delinquenti” che hanno vanificato il lavoro delle migliaia di persone non pagate (o, nelle parole della premier, “volontari”) che lavorano gratuitamente “perchè vogliono che la loro nazione faccia bella figura, che sia ammirata e rispettata”. Una dialettica profondamente antidemocratica, che definisce chiunque abbia qualcosa da dire contro le Olimpiadi un criminale, oltre a cancellare le rivendicazioni al cuore della manifestazione – non “contro le Olimpiadi” di per sè ma contro il costo imposto a cittadini e ambiente, tra cementificazione, saccheggio idrico, disagio dei residenti, abbattimento di piante secolari, espropri e così via.

Le parole di Meloni erano state anticipate, la settimana scorsa, dal discorso di Piantedosi alla Camera. In riferimento ai fatti accaduti durante la manifestazione di Askatasuna, il ministro dell’Interno ha dichiarato senza mezzi termini che sarebbe ipocrita distinguere manifestanti violenti da quelli non violenti. La volontà della piazza è “innalzare il livello di scontro con le istituzioni”, una vera e propria “strategia dell’eversione dell’ordine democratico”. Va tuttavia detto che le massicce operazioni di polizia messe in campo a Torino (militarizzazione di un quartiere, soffocato dai lacrimogeni; pestaggi squadristi da parte dei poliziotti in strada; massicce operazioni di sicurezza preventiva) non hanno portato poi a grandi risultati: le uniche tre persone arrestate per l’unico atto pubblicamente documentato di violenza contro un poliziotto sono state scarcerate nel giro di 48 ore. Naturalmente, per l’esecutivo la colpa sarebbe dei magistrati che, ancora una volta cercano di ostacolare la politica. Di fatto, in vista del referendum ogni pretesto è diventato buono per lanciare un attacco contro i giudici, il cui unico scopo, nella visione del governo, sarebbe quello di fare opposizione politica.

Il diritto a manifestare il dissenso, colonna portante di una democrazia che voglia definirsi tale, è per l’esecutivo attacco diretto allo Stato. La centralità del tema per il governo è evidente, dal momento che la presidente del Consiglio è in prima linea nel lanciare attacchi contro le piazze, la magistratura e in generale chiunque faccia opposizione. E il passaggio dalle parole ai fatti è immediato: la scorsa settimana il Consiglio dei ministri ha infatti approvato il testo dell’ennesimo decreto sicurezza, che reprime ulteriormente manifestanti e movimenti fornendo in parallelo ulteriori tutele di impunità alla polizia. Al netto della propaganda politica e dei toni da regime, tuttavia, restano i fatti: c’è una parte di Paese sempre più scontenta e sempre più disposta a urlare il proprio dissenso in piazza, senza manganello che tenga.

Psilocibina contro la depressione: per la prima volta un ospedale pubblico italiano avvia l’uso

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psilocibina paziente Italia depressione

A Chieti è stata scritta una pagina nuova della psichiatria italiana. In un ospedale pubblico, per la prima volta, una paziente con depressione resistente ai farmaci ha ricevuto un trattamento sperimentale a base di psilocibina, la sostanza psichedelica studiata da anni a livello internazionale per i suoi potenziali effetti antidepressivi. Un evento che segna un cambio di paradigma e porta anche in Italia una ricerca finora rimasta ai margini del sistema sanitario. La somministrazione è avvenuta presso la Clinica psichiatrica dell’ospedale Santissima Annunziata, nell’ambito di uno studio clini...

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Torture sistematiche, fame e umiliazioni: il rapporto che svela le carceri israeliane

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L’associazione israeliana per i diritti umani B’Tselem ha pubblicato di recente il nuovo rapporto sulle carceri israeliane intitolato “Living Hell”: ciò che emerge, attraverso approfondite indagini e ricostruzioni e grazie a diverse testimonianze dirette da parte di prigionieri palestinesi, è che le strutture di detenzione dello Stato ebraico funzionano come una rete di campi di tortura per i palestinesi, con abusi fisici, sessuali e psicologici sistematici. Il rapporto del 2026 è il seguito di un altro documentato resoconto uscito nell’agosto 2024 con il titolo “Welcome to hell”. Oltre alle condizioni disumane in cui vengono tenuti i palestinesi e agli abusi fisici e sessuali, nel documento vengono denunciate le umiliazioni, la fame deliberata e la negazione di cure mediche come ulteriori strumenti di tortura che spesso conducono alla morte dei detenuti. La crudeltà di questi campi di tortura fa parte «dell’assalto coordinato» e della pressione psicologica che lo Stato israeliano sta sferrando ormai da lungo tempo alla società palestinese.

Secondo B’Tselem, alla fine di settembre 2025, l’Israel Prison Service (IPS) deteneva 10.914 palestinesi in stato di detenzione o in prigione per motivi definiti «di sicurezza», inclusi 2.931 provenienti dalla Striscia di Gaza. In quel periodo, l’IPS deteneva anche 1.983 palestinesi, 18 dei quali provenienti dalla Striscia di Gaza, per essersi trovati illegalmente in Israele. L’organizzazione, tuttavia, ha sottolineato che alla fine del 2020, l’IPS ha adottato una nuova politica e ha smesso di fornire a B’Tselem i dati richiesti, pubblicandoli solo sul suo sito in modo parziale. In base ai dati disponibili dell’organizzazione, dagli inizi di ottobre del 2023 a gennaio 2026, 84 prigionieri palestinesi (tra cui un minore), le cui identità sono note, sono morti nelle carceri israeliane. Altre organizzazioni per i diritti umani e alcuni media investigativi indicano, invece, un numero superiore, parlando di almeno 94 morti, inclusi alcuni non identificati. Secondo un articolo del quotidiano israeliano Haaretz, invece, a partire da agosto 2025, almeno sei palestinesi sono morti durante gli interrogatori dello Shin Bet (l’agenzia d’intelligence dello Stato ebraico che si occupa della sicurezza interna).

Le condizioni di vita dei detenuti delle carceri israeliane «restano inumane» secondo il rapporto di B’Tselem: l’estremo sovraffollamento, l’incatenamento prolungato, l’assenza di contatti con il mondo esterno, la fame, il cibo scadente, la mancanza di igiene, di vestiti e acqua pulita sono le condizioni disumane a cui sono costretti i prigionieri palestinesi, la maggior parte dei quali sottoposti a detenzione amministrativa, vale a dire privati della libertà senza accuse né processi. Le condizioni nella prigione di Rakefet Wing a Ramla, che è completamente sotterranea, sono particolarmente dure. La documentazione prodotta dall’organizzazione per i diritti umani israeliana raccoglie la testimonianza di 21 prigionieri palestinesi rilasciati in base all’accordo tra Israele e Hamas nell’ottobre 2025 o nei mesi precedenti. Molti detenuti liberati hanno paura di raccontare le loro esperienze nelle carceri israeliane perché – secondo i testimoni – le autorità israeliane minacciano di riarrestare chiunque condivida informazioni circa la realtà dei centri detentivi israeliani. Tuttavia, alcuni di loro hanno rivelato le loro esperienze drammatiche, raccontando gli abusi sistematici.

In particolare, hanno denunciato un grave sistema di abusi sessuali che include percosse ai genitali, penetrazione anale con vari oggetti e l’uso di cani aggressivi contro i detenuti. Oltre a questo tipo di torture, i detenuti sono sottoposti ad altre frequenti e istituzionalizzate violenze, tra cui shock elettrico, uso di gas lacrimogeni e granate stordenti. Anche l’uso di spegnere le sigarette sui loro corpi o ustionarli con liquidi bollenti sono pratiche diffuse nell’inferno nelle carceri israeliane. Al contempo, la stessa mancanza di cure mediche è una tortura che si traduce in danni irreversibili che vanno dall’amputazione degli arti, alla perdita dell’udito e della vista e, in alcuni casi, arrivano alla morte. Sono dilaganti le malattie della pelle, tra cui la scabbia, a causa della mancanza di cure e igiene. Non mancano poi umiliazioni e abusi psicologici: i prigionieri liberati hanno raccontato di essere stati filmati mentre erano nudi, di essere stati costretti a scusarsi per crimini che non avevano commesso e a cantare “Am Chai Yisrael”, uno slogan ebraico che significa “Il popolo di Israele vive”. Inoltre, hanno subito insulti e minacce verso i loro familiari. In diversi casi, gli abusi psicologici sono stati descritti dai testimoni come parte di un tentativo per arruolare collaboratori.

Per quanto riguarda i minori, da settembre 2025 i soldati israeliani hanno preso 350 bambini. Secondo un rapporto di Defence for Children International-Palestine, il 74% dei minori incarcerati ha subito violenza, il 26% è stato interrogato in condizioni di pressione e il 21% è stato posto in isolamento per due o più giorni come mezzo di pressione durante l’interrogatorio. Nel marzo del 2025, il diciassettenne palestinese Walid Ahmad è stato il primo minore a morire in un centro detentivo come conseguenza di malnutrizione e mancanza di adeguate cure mediche.

A partire dal 2023 i detenuti palestinesi nelle strutture detentive dello Stato sionista sono più che raddoppiati: mentre nel settembre 2023 erano 4.935, nel settembre del 2025 risultano 10.863. Di fronte ai sistematici orrori dell’esercito e dello Stato ebraico, testimoniati e messi nero su bianco da organizzazioni internazionali e anche israeliane, i media occidentali tacciono così come la politica, concentrati a debellare l’“antisemitismo”, annichilendo di fatto la verità e libertà d’espressione.

India e Malesia accordi sotto il partenariato globale

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India e Malesia hanno rilanciato i propri accordi di partenariato commerciale e annunciato nuove collaborazioni nei settori dei semiconduttori, della difesa e della gestione delle catastrofi. Negli incontri, tenutisi oggi, 9 febbraio, sono stati firmati 11 accordi di cooperazione. Il primo ministro malese Anwar Ibrahim ha ricordato che il partenariato con l’India, siglato nell’agosto del 2024, prevede la collaborazione in molteplici settori, tra cui commercio e investimenti, sicurezza alimentare, difesa, sanità e turismo. L’anno scorso, il partenariato ha fruttato oltre 18 miliardi di dollari agli scambi commerciali tra i due Paesi.

Ghali, Bad Bunny e la ribellione a furia di balletti

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E insomma, alla fine l’esibizione del cantante Ghali alla cerimonia delle Olimpiadi invernali a Milano non ha risollevato le sorti del popolo palestinese. Non era tanto una speranza, quanto semmai un timore. Almeno a sentire le parole del governo e degli organizzatori delle Olimpiadi, che avevano assicurato che Ghali, qualsiasi cosa fosse accaduta, non avrebbe mai espresso il suo libero pensiero sul palco. Per la serenità delle Olimpiadi, per il rispetto verso la Patria, per la stabilità del delicato equilibrio globale. La scena è ormai familiare: grande evento mondiale, artista pop con un passato di prese di posizione, dichiarazioni preventive per sterilizzare il messaggio, rassicurazioni istituzionali per tenere tutto “neutro”. E infatti Ghali ha rispettato gli accordi. È salito sul palco, ha letto la poesia di Rodari, ha preso gli applausi, e ha tolto il disturbo ricevendo lo stesso trattamento che si riserva ai bambini durante il cenone di Natale.

Il paradosso è evidente. Mai come oggi la musica è globale, interconnessa, al passo coi tempi e in grado di raggiungere un pubblico vastissimo. Eppure, mai come oggi le viene chiesto di stare zitta. O meglio, di dire qualcosa che non disturbi, che non prenda posizione e che soprattutto non rompa i coglioni il delicato equilibrio tra sponsor, governi e broadcaster. L’artista può esserci, basta che non significhi nulla. Un po’ come Mariah Carey, che infatti ha cantato Volare leggendo un gobbo sul quale c’erano scritti solo versi incomprensibili.

Ci spostiamo di diversi chilometri. Tra poche ore, nella notte tra domenica e lunedì, si svolgerà un altro evento di carattere globale: la finale del Super Bowl negli Stati Uniti, dove durante l’intervallo si esibirà il cantante di origini portoricane Bad Bunny

Bad Bunny è uno che ultimamente fa molta fatica a non rompere il delicato equilibrio tra sponsor, governi e broadcaster.

Lo scorso 1 febbraio il suo ultimo disco Debí Tirar Más Fotos ha vinto il Grammy come miglior album dell’anno, diventando il primo nella storia del premio a essere interamente cantato in spagnolo. Un risultato che fotografa bene il successo di un album che ha avuto un enorme riscontro di pubblico pur senza mostrarsi particolarmente accomodante verso il mercato statunitense. Non solo per la lingua, ma anche per i temi affrontati: l’immigrazione, l’identità, la condizione di sentirsi sempre ospiti, persino quando si è a casa propria. Bad Bunny racconta tutto questo in modo diretto, personale, spesso quotidiano. Ed è probabilmente qui la chiave del successo del disco: non punta il dito su problemi, ma li attraversa. E chi ascolta, anche senza comprenderne ogni parola, riceve il messaggio.

L’album ha avuto un successo enorme, al punto da rendere Bad Bunny l’artista più ascoltato al mondo su Spotify. Un risultato che ha attirato l’attenzione della NFL, la lega che organizza il Super Bowl, che ha deciso di affidargli il seguitissimo show dell’intervallo. C’è però un problema, tutt’altro che marginale: Bad Bunny odia Trump e ha più volte criticato apertamente le sue politiche migratorie. A settembre ha dichiarato di aver escluso gli Stati Uniti dal suo prossimo tour mondiale per paura che l’ICE potesse compiere una retata contro i suoi fan. Come se non bastasse, durante la cerimonia dei Grammy, al momento di ritirare il premio, è salito sul palco e prima ancora di ringraziare ha detto: «ICE OUT. Non siamo selvaggi, non siamo animali, non siamo alieni. Siamo esseri umani e siamo americani».

La cosa ha suscitato l’indignazione del governo e della galassia MAGA, che infatti per il Super Bowl, forse l’evento più orgogliosamente americano che esista, ha organizzato in tutta fretta una controprogrammazione: un “All American Halftime Show” trasmesso in streaming durante il quale si esibirà Kid Rock, rassicurando gli ascoltatori con la cara vecchia nostalgia reazionaria.

Bad Bunny, dal canto suo, ha promesso una grande festa nella quale “tutto il mondo ballerà”.

Insomma, ci sono tutti gli ingredienti per garantire al pubblico un grande spettacolo americano. Resta il dubbio che, visto cosa sta succedendo negli Stati Uniti, non basti trasformare la ribellione in uno spettacolo da intervallo per scuotere veramente le coscienze. Se la protesta, o il suo contrario, diventano un contenuto “streamabile” tra uno spot e l’altro, il rischio è che il messaggio finisca per valere quanto un applauso tra una azione di gioco e l’altra. E finché la protesta resterà confinata nell’intervallo, ci ritroveremo sempre lì, a chiederci se quello che abbiamo appena visto era un grido d’aiuto o solo l’ennesimo, perfetto, balletto.

*Rettifica, ore 11:00 del 9 febbraio: Nella versione originaria dell’articolo era presente un passaggio che lasciava intendere che Ghali fosse stato pagato per la partecipazione alla cerimonia olimpica. Tuttavia gli artisti che si esibiscono non avrebbero ricevuto un cachet, ma solo benefici indiretti dati dalla visibilità dell’evento. Ci scusiamo per l’errore. 

Cucina italiana patrimonio UNESCO, ma sul cibo crescono scandali e irregolarità

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La cucina italiana è stata ufficialmente riconosciuta come Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità dall’UNESCO il 10 dicembre 2025, un traguardo storico che celebra non solo i piatti, ma le pratiche, i valori sociali e la trasmissione delle conoscenze culinarie, rendendo l’Italia il primo Paese al mondo a ricevere tale onore. «La cucina italiana è Patrimonio dell’Umanità. Oggi l’Italia ha vinto ed è una festa che appartiene a tutti perché parla delle nostre radici, della nostra creatività e della nostra capacità di trasformare la tradizione in valore universale». Così il ministro dell’Ag...

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Haiti, il Consiglio presidenziale cede il potere al premier

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Il presidente del Consiglio presidenziale di transizione (CPT) di Haiti, Laurent Saint-Cyr, ha trasferito il mandato al primo ministro Alix Didier Fils-Aimé. Il CPT era stato istituito nel 2024 con il compito di indire elezioni e riportare sicurezza nel Paese, colpita da scontri tra bande armate; ieri è scaduto il suo mandato, e oggi il presidente ha ceduto la guida del Paese al premier. Con tale decisione, il presidente rinvia ulteriormente la chiamata dei cittadini alle urne, che era prevista per agosto. L’ultima tornata elettorale si è tenuta nel 2016.

In Abruzzo sono stati abbattuti almeno 90 ulivi secolari per il gasdotto SNAM

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«Questo è un reato contro la natura, contro le persone, contro la civiltà». Così commenta Vincenzo Virtù lo sradicamento di almeno 90 ulivi secolari, abbattuti nel suo terreno durante i lavori del gasdotto SNAM in Abruzzo. A quanto pare, per un tubo dal diametro di 40cm sarebbe stato aperto un varco largo diversi metri. La temporanea e coatta servitù di passaggio notificata al contadino abruzzese ha così comportato danni irreparabili alla sua proprietà e al paesaggio di Paglieta, nella Val di Sangro. Virtù ha quindi lanciato un appello a istituzioni e società civile, affinché veglino sui territori. Nel frattempo i lavori di potenziamento del gasdotto SNAM fanno discutere anche nelle altre regioni interessate, sollevando non pochi dubbi sul loro impatto ambientale.

«Il permesso ce l’hanno, ma non quello di fare il maggior danno possibile», dice Vincenzo Virtù ai microfoni di Telemax, in riferimento alla coatta servitù di passaggio notificatagli per i lavori di potenziamento del gasdotto SNAM. Quest’ultimo attraversa attualmente la Puglia e termina in Abruzzo. Il progetto della Linea Adriatica prevede un prolungamento fino a Minerbio, in provincia di Bologna. I lavori sono in corso, nonostante la bocciatura della giunta abruzzese, e Paglieta si è ritrovata lungo la strada per Torino di Sangro e Casalbordino, prossimi snodi abruzzesi verso nord. Contrada San Nicola, dove Vincenzo Virtù possiede due terreni, si è vista cambiare volto, con lo sradicamento di almeno 90 ulivi secolari. Di fronte alla vicenda, il presidente dell’associazione ambientalista Nuovo Senso Civico, Alessandro Lanci, ha parlato di schema ricorrente, dove le società «cercano di risparmiare e velocizzano il lavoro a scapito del territorio». Lo spettro di cause risarcitorie milionarie fa il resto, spingendo i proprietari all’inazione mediatica e giuridica. Virtù ha invece deciso di esporsi, denunciando e appellandosi alle istituzioni, affinché vigilino su quanto accade sui propri territori.

L’ampliamento del gasdotto SNAM semina preoccupazione lungo il suo nuovo percorso. Nelle Marche, il comitato Voci dalla Valle ha ad esempio chiesto controlli indipendenti sui lavori della Linea Adriatica, preoccupato dalle modifiche al paesaggio e dalle criticità ambientali. Queste ultime sono diverse, a partire dalle stime che prevedono per la realizzazione della Linea Adriatica l’abbattimento di ben due milioni di alberi. C’è poi la questione del dissesto idrogeologico, col tracciato del gasdotto SNAM in una zona ad alto rischio. Tra le associazioni ecologiste in prima linea contro la grande opera figura il Gruppo d’Intervento Giuridico (GrIG), che ne mette in discussione persino l’utilità, citando la dotazione italiana di infrastrutture sovradimensionate rispetto al fabbisogno nazionale, sempre più slegato dal gas. A questo punto la Rete Adriatica diventerebbe sì strategica, ma «soltanto per gli interessi economici del Gruppo ENI e del Gruppo SNAM».