venerdì 23 Gennaio 2026
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Negli USA, per difendere i quartieri dalla polizia federale, sono tornate le Black Panthers

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Mentre negli Stati Uniti infuriano le proteste esplose a seguito dell’uccisione di Renee Nicole Good, a Minneapolis, durante uno dei tantissimi raid dell’ICE (Immigration and Customs Enforcement), a Filadelfia sono tornate le Pantere Nere. Guidato dal presidente nazionale Paul Birdsong, il gruppo locale del Black Panther Party for Self-Defense ha fatto la sua comparsa con una coreografia che richiama esplicitamente l’estetica e la militanza degli anni ’60: divise nere, berretti e fucili d’assalto bene in vista. Lo scopo è quello di proteggere i cortei di manifestanti anti-ICE ma soprattutto i quartieri dove vivono le comunità afroamericane, così come quelli di minoranze in generale. Nelle parole di Birdsong, le Black Panthers sono lo «scudo armato» di quelle persone che vivono nel terrore delle politiche trumpiane, eseguite dagli agenti federali che ormai molti negli Stati Uniti chiamano «Gestapo».

Nel gelido inverno di Filadelfia, città in cui i Padri Fondatori si riunirono nell’Independence Hall per scrive e firmare la Costituzione nel settembre 1787, il ritorno operativo delle Black Panthers segna una svolta radicale nel panorama della protesta americana. Non si tratta di una mera rievocazione storica. E il gruppo non agisce più solo come baluardo della comunità nera, ma si è sollevato per proteggere «i migranti finiti nel mirino delle espulsioni di massa targate Donald Trump». Il movimento ha ripreso vigore in risposta all’uccisione di Renee Nicole Good, una madre di tre figli colpita a morte da un agente federale a Minneapolis durante un raid. L’evento ha agito da catalizzatore, trasformando il dolore in una postura di difesa proattiva. Birdsong è stato categorico: «Se fossimo stati lì, nessuno sarebbe stato toccato. Agenti dell’ICE, ascoltatemi bene: se commettete crimini in questa città, andrete in prigione».

Lunedì 19 gennaio, in coincidenza con il Martin Luther King Day, gli attivisti hanno annunciato l’inizio di una mobilitazione permanente davanti agli uffici dell’ICE. Non è una scelta casuale: nel giorno che celebra la lotta per i diritti civili, Filadelfia risponde con una forma di resistenza radicale – e armata per la propria difesa. La novità politica più rilevante di questa mobilitazione è la fusione dell’agenda per la liberazione nera con quella dei diritti degli immigrati e delle minoranze in generale. È una rottura netta con la narrazione mainstream, che spesso ha cercato di dipingere queste comunità come concorrenti per le scarse risorse del welfare. La logica adottata a Filadelfia è brutale nella sua semplicità e punta dritta all’intersezionalità delle lotte: «Quando vengono a prendere uno di noi, stanno già pianificando di venire a prendere tutti», ha detto Birdsong. Questa solidarietà trasversale sta riscrivendo le regole del dissenso urbano, creando una coalizione che il governo federale fatica a gestire con i metodi convenzionali.

La risposta della Casa Bianca non si è fatta attendere. Donald Trump ha bollato i manifestanti come «insurrezionalisti pagati» e ha nuovamente minacciato di invocare l’Insurrection Act del 1807. L’attivazione di questa legge consentirebbe al presidente di schierare l’esercito regolare sul suolo nazionale per sedare le rivolte, scavalcando l’autorità dei governatori. A Filadelfia, tuttavia, la frattura istituzionale è totale. Da una parte il potere federale preme per l’uso della forza; dall’altra, le autorità locali oppongono una resistenza burocratica e politica. Il procuratore distrettuale Larry Krasner e membri del consiglio comunale come Kendra Brooks hanno dichiarato gli agenti ICE “non benvenuti” in città, promuovendo attivamente sessioni di “Know Your Rights” (letteralmente: “Conosci i tuoi diritti”) per preparare i cittadini ai raid e ostacolare l’azione federale.

L’azione delle Pantere Nere non si esaurisce nell’ostentazione delle armi. La loro strategia si muove su due binari paralleli. Da un lato, i pattugliamenti armati intorno ai centri di detenzione e nei quartieri sensibili servono a scoraggiare abusi di potere da parte delle forze dell’ordine. Dall’altro, il gruppo ha riattivato i programmi di mutuo soccorso: distribuzione di cibo e beni di prima necessità per garantire che la paura dei raid non paralizzi la vita quotidiana. Questa presenza ha creato una faglia profonda nell’opinione pubblica. Se per molti residenti le Pantere rappresentano l’unica protezione tangibile contro uno Stato percepito come autoritario, i critici, oltre della stampa conservatrice, temono che la presenza di civili armati possa innescare una spirale di violenza fuori controllo. Eppure, i dati sul campo suggeriscono un primo effetto: i raid previsti per lo scorso weekend in alcuni quartieri di Filadelfia sono stati rinviati o drasticamente ridimensionati per “ragioni di sicurezza”.

In un’America che sembra aver perso ogni terreno comune di dialogo, Filadelfia è diventata ufficialmente il laboratorio di una nuova resistenza urbana. Resta da vedere se questo modello rimarrà un caso isolato o se diventerà la scintilla per una mobilitazione nazionale capace di paralizzare le politiche migratorie della Casa Bianca. La sfida è lanciata, e le strade della città non sono mai state così calde durante un’inverno.

Spagna: deragliano altri 2 treni, morto macchinista, diversi feriti

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A due giorni dalla tragedia ferroviaria in Andalusia in Spagna, martedì sera è avvenuto un nuovo deragliamento di un treno della linea 4 delle ferrovie regionali catalane (Rodalies). L’incidente ha avuto luogo tra Sant Sadurní d’Anoia e Gelida, nei pressi di Barcellona, dopo che un muro di contenimento è crollato sui binari a causa delle piogge intense. Il macchinista è morto e almeno 37 passeggeri sono rimasti feriti, di cui quattro in condizioni serie. I soccorsi hanno mobilitato ambulanze e vigili del fuoco per assistere i viaggiatori e liberare i vagoni. Il servizio ferroviario della linea R1 e R4 di Rodalies è stato sospeso.

Lo Stato italiano dovrà risarcire la famiglia di un pompiere ucciso dall’amianto

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Oltre un milione di euro per compensare, quantomeno sul piano materiale, la morte di un lavoratore avvenuta come conseguenza dello svolgimento delle proprie mansioni. Si tratta dell’ammontare del risarcimento, disposto dal tribunale di Genova, che il ministero dell’Interno dovrà pagare alla famiglia di un vigile del fuoco di La Spezia. L’uomo, 66 anni, è morto dopo aver sviluppato un mesotelioma pleurico come conseguenza dell’esposizione prolungata e ripetuta all’amianto negli anni di attività lavorativa. Non si tratta della prima sentenza di questo tipo: negli anni, sono stati numerosi i verdetti che hanno imposto alle istituzioni di risarcire le famiglie delle persone uccise dall’esposizione all’amianto sul posto di lavoro. In questo caso, di particolare rilevanza è il fatto che il risarcimento sia stato riconosciuto anche ai nipoti, in quanto identifica l’entità del danno causato da queste circostanze.

Come spiegato dall’avvocato difensore della famiglia, prima che ne fosse accertata la pericolosità l’amianto veniva impiegato in moltissimi ambiti, compresi «coperte, guanti, maschere e altri dispositivi di protezione personale». Marco Piergallini, segretario generale di CONAPO (il sindacato autonomo dei vigili del fuoco), ha sottolineato alla stampa che la mappatura nazionale dell’amianto rappresenta una necessità immediata. Si tratta di una battaglia che «da anni portiamo avanti contro i ministeri competenti», in quanto la sua assenza «espone quotidianamente i vigili del fuoco, e non solo loro, a rischi gravissimi per la salute». Solamente tra il 2010 e il 2020, infatti, una media di 1.545 persone all’anno sono decedute per mesotelioma: in media, 25 di queste avevano 50 anni o meno. Si tratta di almeno 17 mila casi nel giro di 10 anni, verificatisi soprattutto in Piemonte, Valle d’Aosta, Lombardia e Liguria – territori con un alto numero di cantieri navali, poli industriali, ex industrie del cemento-amianto ed ex cave di amianto.

Solamente poche settimane fa, il tribunale di Messina aveva condannato RFI (Rete Ferroviaria Italiana spa) a risarcire con 1,2 milioni di euro la famiglia di un suo ex dipendente, anch’egli deceduto per aver sviluppato un mesotelioma pleurico. Questa rappresenta infatti una delle conseguenze più comuni, ma anche la più letale, dell’esposizione alle fibre di amianto, anche se si manifesta dopo un periodo di 30-40 anni dall’esposizione. In questo caso l’uomo, elettricista addetto alla manutenzione, aveva prestato servizio sui traghetti e negli impianti elettrici delle Ferrovie dello Stato tra il 1977 e il 2001. La diagnosi di mesotelioma era giunta nel 2014 e l’uomo era deceduto pochi mesi dopo, nel 2015, all’età di 68 anni. Anche in questo caso, RFI è stata condannata a risarcire i famigliari di 1,2 milioni di euro.

In Antartide è nato il primo archivio per custodire i ghiacci del mondo

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Ice Memory Sanctuary.

Alla stazione Concordia, uno dei luoghi più freddi e isolati del pianeta nel cuore del plateau antartico, è stato inaugurato l’Ice Memory Sanctuary. Si tratta della prima “biblioteca” mondiale di carote di ghiaccio, campioni prelevati dai ghiacciai di tutto il pianeta e conservati per le generazioni future. L’obiettivo è salvare le tracce dei climi del passato prima che i ghiacciai, sempre più fragili, scompaiano.
I ghiacciai sono infatti vere e proprie pagine di storia climatica. Intrappolano bolle d’aria, particelle di polvere, tracce di eruzioni vulcaniche, inquinanti industriali e gas serr...

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Cisgiordania: Israele ha raso al suolo la sede UNRWA di Gerusalemme Est

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È stata demolita stamattina la sede dell’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi (UNRWA), a Gerusalemme Est. I bulldozer israeliani, insieme all’esercito, hanno fatto irruzione nel complesso dell’agenzia alle prime luci del mattino, e dopo aver isolato le strade circostanti, hanno proceduto alla demolizione delle strutture. Poi hanno issato la bandiera israeliana sull’edificio, nel quartiere palestinese di Sheikh Jarrah. “Si tratta di un attacco senza precedenti contro l’UNRWA e i suoi locali. Costituisce inoltre una grave violazione del diritto internazionale e dei privilegi e delle immunità delle Nazioni Unite” ha dichiarato il portavoce dell’UNRWA, Jonathan Fowler. L’UNRWA (Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione dei profughi palestinesi nel Vicino Oriente) è l’agenzia ONU creata nel 1949 per fornire assistenza umanitaria, protezione, istruzione e servizi sanitari ai circa 5 milioni di profughi palestinesi registrati in Giordania, Libano, Siria e nei territori palestinesi. Offre servizi essenziali come scuole, centri medici, supporto sociale e aiuti in caso di emergenza.

L’agenzia ONU è nel mirino d’Israele da decenni, ma dal 7 di ottobre 2023 i suoi tentativi di cancellarla hanno trovato anche sostegno internazionale, quando almeno 9 Stati le hanno tagliato i finanziamenti a seguito delle accuse – senza prove – secondo cui alcuni membri del personale erano coinvolti negli attacchi di Hamas del 7 ottobre. Lo Stato ebraico vuole chiudere UNRWA perché l’agenzia difende e rappresenta il diritto dei rifugiati palestinesi a tornare nella propria terra dalla quale sono stati cacciati nel 1948, terra che poi è diventato lo Stato di Israele. Oggi la Rete delle organizzazioni non governative palestinesi (PNGO) ha ribadito che la demolizione e il raid fanno parte dei continui tentativi di smantellare le operazioni di UNRWA ed eliminare il diritto al ritorno dei rifugiati palestinesi, garantito dalla risoluzione 194 delle Nazioni Unite. “Ciò fa parte di una campagna continua da parte della potenza occupante che prende di mira i campi profughi palestinesi nella Cisgiordania settentrionale, con l’obiettivo di minarli e rimodellarli come testimonianza della Nakba, nell’ambito della sua guerra aperta contro il popolo palestinese e dei suoi continui crimini di genocidio nella Striscia di Gaza e in Cisgiordana”, scrivono.

Mentre i bulldozer iniziavano a demolire le strutture, il ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir è arrivato sul posto per assistere alla demolizione. “Questo è un giorno importante per la sovranità a Gerusalemme”, ha affermato. “Oggi questi sostenitori del terrorismo vengono cacciati da qui con tutto ciò che hanno costruito. Questo è ciò che verrà fatto a ogni sostenitore del terrorismo”. UNRWA è uno dei bersagli preferiti del ministro di estrema destra israeliano, forte sostenitore del suprematismo ebraico nonché uno dei leader della colonizzazione della Cisgiordania e della recente proposta di legge che invoca la pena di morte per i prigionieri palestinesi. Anche il vicesindaco della città, Arieh King ha gioito dell’operazione. “Oggi abbiamo sconfitto il nemico, è stato cacciato via da Gerusalemme e, con l’aiuto di Dio, lo cacceremo via da ogni parte della Terra d’Israele. Non c’è scelta: o loro o noi” ha dichiarato .

Nell’ottobre del 2024, la Knesset ha approvato due leggi che vietano ad UNRWA di operare nel territorio israeliano e che proibiscono ai funzionari israeliani di avere contatti con l’agenzia. Il mese scorso ha modificato la legge per vietare la fornitura di elettricità o acqua alle strutture UNRWA, che includono scuole e centri medici. La settimana scorsa, il segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres ha avvertito il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu che potrebbe portare il suo Paese davanti alla Corte internazionale di giustizia se non abroga le leggi che prendono di mira l’UNRWA e restituisce i beni e le proprietà sequestrati. In una lettera dell’8 gennaio a Netanyahu, Guterres ha affermato che l’ONU non può rimanere indifferente alle “azioni intraprese da Israele, che sono in diretta violazione degli obblighi di Israele ai sensi del diritto internazionale. Devono essere revocate senza indugio”.

Gli edifici di UNRWA erano stati posti sotto sequestro il mese scorso, anche in quel caso sostituendo la bandiera ONU con quella israeliana. L’ONU considera Gerusalemme Est occupata da Israele, mentre Tel Aviv, violando gli accordi sanciti in passato nonché numerose risoluzioni ONU, considera tutta Gerusalemme parte del proprio territorio.

La Camera approva il decreto Ilva: è legge

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Con 136 voti a favore, 96 contrari e 4 astenuti, la Camera dei Deputati ha approvato il decreto-legge ex Ilva; il provvedimento era già stato approvato dal Senato, e diventerà ora legge. Esso prevede lo stanziamento di 149 milioni di euro di prestito a Ilva volti a garantire la continuità degli stabilimenti di interesse strategico, da erogare nel caso in cui la procedura di cessione a terzi non si concluda entro il 30 gennaio. Il testo dispone inoltre una integrazione del trattamento economico dei dipendenti per cui – nel 2025 e nel 2026 – è stato prorogato il ricorso alla cassa integrazione.

Togo: estradato ex presidente del Burkina Faso

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Il Togo ha annunciato di avere estradato l’ex presidente ad interim del Burkina Faso, Paul-Henri Sandaogo Damiba su richiesta del governo burkinabé. Ouagadougou accusa l’ex presidente di appropriazione indebita di fondi pubblici, istigazione delinquere e di avere architettato un golpe contro il Paese; il Togo ha affermato di avere ricevuto la garanzia che Damiba non sarà condannato a morte. L’ex leader del Paese si trovava in Togo dopo la sua destituzione da parte dell’attuale presidente Ibrahim Traoré col golpe del 2022; precedentemente ricopriva la carica di presidente ad interim, assunta a seguito di un altro colpo di Stato.

La Corte dei Conti UE demolisce la TAV: costi più che raddoppiati, lavori in ritardo di 18 anni

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Un aumento dei costi del 127% rispetto alle stime iniziali e un ritardo cumulato di diciotto anni nella consegna dell’opera: sono questi i dati impietosi con cui la Corte dei Conti europea ha bollato il progetto della linea ferroviaria ad alta velocità Torino-Lione. L’analisi, contenuta in un aggiornamento della relazione sulle grandi “infrastrutture-faro” dei trasporti UE, disegna un quadro di criticità condiviso da molti megaprogetti continentali, ma particolarmente problematico per il collegamento transalpino. I costi, già lievitati a 11,1 miliardi di euro in valuta 2012 (circa 14,7 miliardi a valori correnti), continuano a salire, mentre la data di inaugurazione slitta ormai al 2033, ben oltre la scadenza del 2030 fissata per il completamento della rete centrale europea.

La relazione dei revisori di Lussemburgo inserisce la Torino-Lione nel novero delle opere strategiche che hanno riscontrato le maggiori difficoltà. Rispetto all’ultimo aggiornamento del 2020, i costi sono cresciuti di un ulteriore 23% negli ultimi sei anni. Il confronto con il progetto originario degli anni ’90 è ancora più spietato: da una stima iniziale di 5,2 miliardi si è passati agli attuali 11,1 miliardi, con un incremento, appunto, del 127%. Un percorso di rincari che accomuna la TAV ad altri colossi infrastrutturali: tra i casi più emblematici, la Rail Baltica, che ha visto i costi quadruplicare (+291%), e il canale Senna-Nord Europa, che fa segnare un +225%.

Le cause di questo deterioramento finanziario e temporale sono molteplici. La Corte riconosce che i cantieri strategici “hanno dovuto affrontare ulteriori sfide legate alla pandemia di COVID-19 e alla guerra di aggressione della Russia contro l’Ucraina, a cui si sono aggiunti nuovi requisiti normativi e alcuni problemi tecnici imprevisti”. Tuttavia, il giudizio complessivo rimane severo. «Le conclusioni sono inequivocabili: l’obiettivo di completare la rete centrale Ten-T dell’Ue entro il 2030 non sarà sicuramente raggiunto», si legge nel report. Per la Torino-Lione, la data di completamento è ora il 2033, «contrariamente alla scadenza del 2015 fissata inizialmente o a quella del 2030 indicata nel calendario del 2020».

La società pubblica italo-francese Telt, responsabile della costruzione, ha replicato alle critiche, sostenendo che il paragone con le stime degli anni ’90 non sia corretto. In una nota afferma: «La Corte confronta tempi e costi attuali con quelli dell’ipotesi originaria che non è stata concretizzata. Una comparazione che non riflette la realtà». La società sottolinea come il progetto sia radicalmente mutato, passando dall’idea di una «singola galleria» a un «tunnel a doppia canna», e ricorda l’impegno formale di Italia, Francia e Commissione Ue a completare i lavori, siglato nel 2025.

Il rapporto della Corte non si limita alla Torino-Lione, ma delinea un panorama generale di ritardi e costi fuori controllo per l’intera rete transeuropea dei trasporti (TEN-T). Per i cinque megaprogetti di cui si hanno dati completi, il ritardo medio è salito a 17 anni, rispetto agli 11 stimati nel 2020. Anche il tunnel di base del Brennero, i cui costi sono lievitati del 40%, non aprirà prima del 2032, con 16 anni di ritardo. Nel complesso, gli otto progetti esaminati hanno visto l’aumento reale dei costi passare dal +47% del 2020 all’attuale +82%.Un aspetto che la Corte dei Conti europea contesta all’Esecutivo Ue è la scarsa assertività nel far rispettare le scadenze. Il rapporto rileva come la Commissione «si è avvalsa solo una volta, «e per nessuno degli otto megaprogetti esaminati, del principale (seppur limitato) strumento giuridico a sua disposizione per ottenere spiegazioni a proposito dei ritardi». Nonostante le criticità, i progetti hanno continuato a ricevere finanziamenti comunitari consistenti, con ulteriori 7,9 miliardi stanziati dal 2020, per un totale di 15,3 miliardi di euro di fondi Ue.

Nel frattempo, in Val di Susa hanno avuto inizio gli sfratti forzati per fare spazio ai cantieri. Dallo scorso 19 novembre, le forze dell’ordine hanno infatti eseguito gli ordini di rilascio per tre abitazioni a San Giuliano, dove sorgerà la stazione internazionale. L’area, oggetto di un decreto di esproprio del 2023, servirà alla logistica dello scavo e poi alla stazione stessa. Un capitolo doloroso per una comunità che da tre decenni si oppone all’opera, e che vive questi atti come una violenza. «Perdere una casa non è solo una questione economica: significa vedere cancellata una parte della propria vita», ha denunciato il Movimento No Tav. L’estensione complessiva dei terreni espropriati è di circa quattromila metri quadrati, per un totale di oltre un migliaio di proprietari. Tanti erano stati, infatti, gli attivisti che nel 2012 avevano comprato una porzione di territorio a testa, al fine di rendere più difficoltosa per le aziende l’appropriazione dei terreni.

Afghanistan, attentato dell’ISIS: 7 morti

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Il gruppo islamista dello Stato Islamico ha reclamato un attacco avvenuto nella capitale Kabul. L’attacco è stato lanciato ieri contro un ristorante cinese, e ha provocato la morte di 7 persone, tra cui un cittadino cinese. A essere bersaglio dell’attentato erano proprio i cittadini cinesi: l’ISIS accusa la Cina di discriminare le persone di fede musulmana residenti nel proprio territorio e di violare i loro diritti umani. Pechino rigetta le accuse; la Cina ha inoltre contattato le autorità di Kabul chiedendo loro di proteggere i propri cittadini. L’attentato di ieri è il quarto attacco ai danni di cittadini cinesi in Afghanistan negli ultimi tre mesi.

Fondi ad Hamas, scarcerati in tre: smontato l’impianto basato sui dossier israeliani

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Il Tribunale del Riesame di Genova ha disposto la scarcerazione di tre dei sette arrestati nell’inchiesta sui presunti finanziamenti ad Hamas, annullando le misure cautelari emesse il 27 dicembre scorso nei confronti di Adel Ibrahim Salameh Abu Rawwa, Raed Al Salahat e Khalil Abu Deiah. Restano invece in carcere Mohammad Hannoun, presidente dell’Associazione Palestinesi in Italia, accusato di essere il vertice della presunta cellula italiana e finanziatore dell’organizzazione, e altri quattro indagati, con conferma della custodia cautelare. Secondo il Riesame, parte dell’impianto probatorio – in particolare la cosiddetta “battlefield evidence”, ossia il materiale di intelligence di origine israeliana – non è stato ritenuto pienamente utilizzabile. Il Riesame ha messo in discussione l’assunto più delicato dell’inchiesta: che materiale di intelligence militare, raccolto in un contesto di guerra, possa diventare automaticamente prova processuale, riaffermando il confine tra attività bellica e garanzie dello Stato di diritto. Le motivazioni della decisione verranno depositate entro 30 giorni.

Tutti e sette gli indagati erano stati detenuti alla fine dello scorso dicembre, quando, sulla base di documentazione proveniente per la maggior parte di Israele, erano stati accusati di finanziare il gruppo di resistenza palestinese Hamas. Il gip di Genova ha deciso di procedere nonostante le accuse provenissero da uno Stato sul quale pende una causa per genocidio presso la Corte Internazionale di Giustizia e nonostante, come emerge dagli atti, non vi fossero prove schiaccianti contro Hannoun e gli altri indagati. Non vi sono nemmeno indicazioni su come l’esercito israeliano (IDF) abbia raccolto le prove delle accuse che il governo di Tel Aviv rivolge ad Hannoun e agli altri sei arrestati, nonostante sia fondamentale, ricorda l’istanza stessa del gip, che siano raccolte «in modo conforme allo Stato di diritto e ai diritti umani».

Per coloro che rimangono in carcere, il Tribunale avrebbe ritenuto di poter valutare in maniera separata l’esistenza di indizi di colpevolezza, basandosi su fonti differenti – e quindi non sulle accuse israeliane. Nel frattempo, la scarcerazione rappresenta «un risultato importante», ha commentato Nicola Canestrini, avvocato, che sottolinea come «la giustizia non può essere usata come strumento di guerra».