venerdì 9 Gennaio 2026
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Venezuela: nella notte droni e spari vicino al palazzo presidenziale, poi rientra l’allarme

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Nella notte tra lunedì e martedì, nel centro di Caracas, colpi d’arma da fuoco ed esplosioni hanno squarciato il silenzio attorno al Palazzo di Miraflores, sede del governo venezuelano, mentre sui social iniziavano a circolare immagini di droni in volo sopra l’area presidenziale, dando origine a speculazioni su un possibile tentativo di colpo di Stato. L’allerta sicurezza è rientrata in meno di un’ora, ma l’episodio ha confermato il clima di forte tensione che attraversa il Paese. Poche ore prima, Delcy Rodríguez aveva prestato giuramento come presidente ad interim davanti all’Assemblea nazionale, mentre a New York si era svolta la prima udienza giudiziaria di Nicolás Maduro e della moglie Cilia Flores, comparsi davanti a un giudice federale dopo il sequestro da parte delle forze speciali statunitensi.

Le prime segnalazioni arrivate dal centro di Caracas verso l’una e trenta ore italiane riferivano di sagome di droni in volo sopra il complesso presidenziale e di movimenti anomali di uomini armati nelle strade adiacenti, alimentando per diverse ore il timore di un’operazione militare o di un incidente di sicurezza. In alcuni dei video circolati sui social si distinguono colonne di mezzi militari e blindati, da cui scendono uomini armati schierati in assetto operativo, affiancati da motociclisti con fucili imbracciati, immagini che richiamano le unità paramilitari legate al ministero dell’Interno. In almeno alcuni edifici residenziali della zona, i vetri sarebbero stati raggiunti da proiettili vaganti. Secondo fonti locali citate da El Nacional, gli spari sarebbero stati il risultato di un errore di coordinamento interno: alcune unità a terra avrebbero aperto il fuoco dopo aver individuato come “non identificati” droni di sorveglianza operativi nell’area senza un’adeguata comunicazione preventiva. La confusione avrebbe innescato una risposta armata immediata. Non risultano feriti e le autorità non hanno diffuso una ricostruzione ufficiale dettagliata dei fatti.

L’episodio si inserisce in una fase di profonda instabilità istituzionale e politica per il Venezuela. Proprio ieri, l’ex presidente Nicolás Maduro e la moglie Cilia Flores sono comparsi davanti al giudice federale Alvin Hellerstein del distretto meridionale di New York a Manhattan, rispondendo alle accuse di traffico di droga, narco-terrorismo e uso illecito di armi da guerra. In aula, con i piedi ammanettati e camicia blu sopra la tuta arancione carceraria, Maduro si è dichiarato “innocente” e “prigioniero di guerra”, definendo la sua presenza negli Stati Uniti un sequestro illegittimo e ribadendo di essere ancora il presidente costituzionale del Venezuela. La prossima udienza è stata fissata per il 17 marzo. Il loro difensore è l’avvocato americano Barry Pollack, noto per aver rappresentato Julian Assange. È considerato uno dei più autorevoli penalisti statunitensi, con oltre trent’anni di esperienza nella difesa di dirigenti d’azienda, alti funzionari pubblici e grandi organizzazioni coinvolti in procedimenti complessi e ad alta esposizione mediatica. Il caso che ne ha consolidato la notorietà internazionale resta quello del fondatore di WikiLeaks, concluso lo scorso giugno con la fine di un contenzioso con Washington durato quattordici anni.

Intanto, il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha ribadito che gli USA «non sono in guerra con il popolo venezuelano» e sul fronte della transizione politica, ha escluso che si possano tenere elezioni in Venezuela nei prossimi 30 giorni. Il tycoon ha parlato di un progetto di ricostruzione delle infrastrutture energetiche venezuelane che potrebbe richiedere fino a 18 mesi e per il quale gli Stati Uniti sono pronti a offrire sovvenzioni alle compagnie petrolifere. Nel frattempo, alla Assemblea nazionale venezuelana Delcy Rodríguez, finora vicepresidente e ministro del petrolio, ha prestato giuramento come presidente ad interim per un periodo iniziale di 90 giorni, con possibilità di estensione fino a sei mesi. In concomitanza con l’insediamento, nelle strade di Caracas, i sostenitori di Maduro sono scesi in piazza chiedendone la liberazione. Nel suo primo messaggio ufficiale, Rodriguez ha lanciato un appello a Trump per lavorare insieme su “pace e dialogo”, auspicando una relazione bilaterale rispettosa e cooperativa. La sua nomina è stata riconosciuta dall’esercito, mentre la leader dell’opposizione e Premio Nobel per la Pace Maria Corina Machado, da una località segreta, ha dichiarato di voler tornare in patria «il prima possibile» e in un’intervista a Fox News ha attaccato duramente Rodríguez, definendola parte integrante dell’apparato che ha sostenuto la corruzione e la repressione.

Iran: almeno 35 morti e 1200 arresti nelle proteste

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Sale a 35 il bilancio delle vittime delle proteste contro la crisi economica in Iran. Lo riferisce l’ong Human Rights Activists, secondo cui tra i morti figurano quattro bambini e due membri delle forze di sicurezza. Dall’inizio delle manifestazioni, almeno 1.200 persone sono state arrestate. Sarebbero inoltre circa 250 gli agenti di polizia e 45 i membri delle forze Basij iraniane rimasti feriti. Il bilancio delle vittime rimane, però, difficile da verificare. Le proteste si sono estese a 27 delle 31 province del Paese. Intanto, il capo della magistratura, Gholamhossein Mohseni Ejei, ha avvertito che il sistema giudiziario non mostrerà “alcuna clemenza” verso i “rivoltosi”, pur riconoscendo il diritto a manifestare per rivendicazioni economiche.

Contro gli affitti brevi: Capri taglia l’IMU a chi affitta ai residenti

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Il Comune di Capri, isola nel golfo di Napoli appartenente all'arcipelago Campano e parte della città metropolitana di Napoli, ha deciso di azzerare l’IMU per i proprietari che affittano i propri immobili ai residenti. Una misura pensata per riportare sul mercato gli affitti a lungo termine, ormai diventati rari dopo anni di espansione delle locazioni turistiche brevi. È una scelta netta, che interviene su uno dei nodi più delicati delle località ad alta pressione turistica: l’accesso alla casa per chi vive e lavora stabilmente sul territorio.
La decisione è stata approvata durante l’ultimo Co...

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Studio USA ammette: nel 2025 la Russia è avanzata in Ucraina a ritmo doppio

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Un’analisi dell’Istituto americano per lo Studio della Guerra (ISW) ha certificato che il 2025 è stato l’anno dell’avanzata più significativa delle forze russe in Ucraina dall’invasione su larga scala del 2022. Lo studio, condotto assieme al Progetto Minacce Critiche (CTP), rivela infatti che Mosca ha conquistato nell’ultimo anno un’area territoriale superiore a quella ottenuta nel 2024 e nel 2023 messi insieme, nonostante il picco degli sforzi diplomatici per un piano di pace negli ultimi mesi. Un’accelerazione che rischierebbe fortemente di compromettere le stesse trattative in corso.

Secondo il documento, nel solo 2025 la Russia ha annesso oltre 5.600 chilometri quadrati di territorio ucraino, una superficie pari allo 0,94% del totale del paese. Questo dato eclissa i progressi cumulativi del 2024, fermi a 4.000 km², e quelli del 2023, ammontanti a soli 580 km². Un’avanzata sostenuta e graduale, seppur con ritmi variabili: a dicembre Mosca ha conquistato 244 km², il suo progresso mensile più debole da marzo, ma il mese di novembre ha fatto registrare un balzo in avanti di 701 km². L’offensiva si è concentrata particolarmente nel Donbass, con guadagni anche di 131 km² nella regione di Zaporizhzhia, teatro di intensi bombardamenti.

L’accelerazione è stata resa possibile da un nuovo “modello operativo” che si basa su una prolungata campagna di interdizione aerea sul campo di battaglia (BAI), con sforzi di interdizione tattica, missioni di infiltrazione e assalti di piccoli gruppi di massa che hanno permesso i progressi russi nelle direzioni Pokrovsk, Oleksandrivka e Hulyaipole che si sono verificate nell’autunno 2025. Ad aprile e maggio 2025, i russi hanno dispiegato lungo tutto il fronte elementi del Centro per le Tecnologie Avanzate Senza Equipaggio, fondamentali per il successo di queste operazioni. Adattamenti tecnologici cruciali hanno supportato la campagna, come la produzione su vasta scala di droni a fibra ottica, più resistenti alle contromisure elettroniche ucraine. Il raggio di azione di questi droni è aumentato da circa 7 chilometri all’inizio della primavera 2025 a circa 20 chilometri nell’estate 2025, per arrivare, con adattamenti recenti, a tra i 50 e i 60 chilometri.

Le avanzate relativamente più veloci della Russia nel 2025 hanno spesso approfittato delle cattive condizioni meteorologiche – pioggia, nebbia, neve – che ostacolano le operazioni dei droni ucraini. Non mancano comunque, secondo il documento, vere e proprie battute d’arresto per l’esercito del Cremlino. Lo studio evidenzia che le forze ucraine hanno riconquistato terreno in due aree specifiche: nella regione di Kharkiv i russi hanno perso 125 km², mentre in quella di Dnipropetrovsk il arretramento è stato di 55 km². «Queste riconquiste ucraine sono le più importanti dal giugno 2023» si legge nell’analisi, che nota come proprio queste due zone siano quelle da cui il piano americano propone esplicitamente il ritiro russo.

A fine dicembre, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha incontrato il presidente statunitense Donald Trump nella sua residenza di Mar-a-Lago, in Florida, per parlare del nuovo piano in venti punti per la pace, elaborato congiuntamente da Washington e Kiev. L’incontro è stato preceduto da una lunga telefonata con Vladimir Putin. In conferenza stampa, Trump è apparso ottimista, ma il piano di pace resta in gran parte teorico, privo di passi concreti e segnato da «uno o due temi spinosi», ossia da questioni strategiche e territoriali ancora aperte, tra cui il Donbass, la centrale nucleare di Zaporizhzhia e l’adesione dell’Ucraina alla NATO. Nel quadro di una guerra che prosegue nonostante i colloqui, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, nei suoi auguri per il 2026, ha offerto una valutazione sul processo di pace, affermando che un accordo per porre fine alla guerra è «pronto al 90%». Ha però avvertito che il restante 10% determinerà il «destino della pace», lasciando intendere che la questione cruciale del futuro dei territori occupati rimane il nodo irrisolto.

Scontri in Yemen: 400 turisti bloccati nel Paese, 86 italiani

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400 turisti stranieri sono bloccati sull’isola di Socotra, in Yemen, a causa degli scontri tra le milizie legate al gruppo separatista del Consiglio di Transizione del Sud (STC) e i gruppi legati al governo centrale. Tra questi, 86 sono italiani; la Farnesina ha avvisato di stare collaborando con l’ambasciata dell’Arabia Saudita – competente anche per lo Yemen – per velocizzare il rientro dei propri cittadini. Gli scontri in Yemen vanno ormai avanti da inizio dicembre, quando le forze del STC – supportate dagli Emirati Arabi – hanno lanciato una vasta offensiva contro quelle del governo centrale – supportato dall’Arabia Saudita – conquistando vaste porzioni di territorio.

Quando lo sport è una minaccia: la storia del campetto di Betlemme che Israele vuole demolire

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BETLEMME, PALESTINA OCCUPATA – Un muro alto circa 8 metri. Torrette militari, telecamere, soldati israeliani. È all’ombra del famoso “muro dell’apartheid” che separa la Cisgiordania dall’altra parte di Palestina occupata nel 1948 che sorge il campo da calcio del campo profughi di Aida, nella periferia di Betlemme. Un campo da calcio pieno di vita, dove centinaia di ragazzi e giovani si incontrano, si allenano, giocano; uno dei pochi luoghi di socialità in quel campo profughi famoso per essere stato nominato “il luogo più esposto ai lacrimogeni del mondo” a causa dei costanti gas lanciati dall’esercito per reprimere manifestazioni o proteste. Ma che ora Israele vuole demolire. «Il 31 dicembre ci hanno consegnato il secondo ordine di demolizione» dice Munther Amira a L’Indipendente. Cinquantacinque anni, è uno dei referenti dell’Aida Youth Center, uno dei centri giovanili del campo rifugiati. «Il primo ordine l’hanno consegnato il 3 novembre. Questo è il secondo. Ci hanno dato una settimana. Ma la demolizione può arrivare anche a fine mese», dice.

Il campo da calcio è stato costruito nel 2020. Sono centinaia i giovani che lo usano, comprese le ragazze del campo profughi di Aida che hanno fatto parte delle squadra nazionale femminile palestinese a livello giovanile. Secondo Tel Aviv, il campo da calcio è stato costruito senza permesso e viola le norme di sicurezza militari. Pretende che venga smantellato dagli stessi abitanti, oppure lo distruggeranno coi bulldozer israeliani e presenteranno il conto.

Foto di Moira Amargi

«Il campo da calcio è situato in area A, teoricamente sotto la giurisdizione, l’amministrazione, e la sicurezza palestinese», ribadisce Mohammah Abu Srour, volontario dello Youth center e responsabile dello sport club, a L’Indipendente. «La terra è stata data dal comune di Betlemme al “popular committee” di Aida tramite la chiesa armena, a cui affittano i terreni. Tutti i procedimenti legali e amministrativi sono stati rispettati, quindi Israele non ha nessuna motivazione per demolire il campo». Non sono i soli spazi che rischiano la demolizione. Un teatro e un giardino hanno ricevuto un primo avviso simile e la popolazione locale denuncia che molte delle strutture vicine al muro di apartheid saranno soggette allo stesso destino.

Foto di Moira Amargi

Il campo profughi di Aida è uno dei tre campi per rifugiati istituiti a Betlemme dalle Nazioni Unite per i palestinesi mandati via dalle proprie terre durante la Nakba, la “catastrofe” dei palestinesi. Tra il 1948 e il 1950 migliaia di persone sfollate dai futuri israeliani hanno trovato rifugio qui, per scampare ai massacri dell’invasione che ha portato alla formazione dello Stato di Israele nel 1948. I nipoti di quei rifugiati vivono tuttora nei campi profughi; Aida Camp è un fazzoletto di terra che ospita attualmente circa 7000 persone in circa mezzo chilometro quadrato. 2500 di esse sono bambini, che vivono in condizioni di sovraffollamento e di repressione costante a causa dei frequenti raid militari israeliani. Qui, solamente nella giornata di oggi, lunedì 5 gennaio, i coloni hanno fatto irruzione in diverse abitazioni per arrestare e interrogare almeno 25 palestinesi, successivamente rilasciati.

All’ingresso del campo si trova un cancello con una scultura raffigurante una grande chiave, simbolo del diritto dei palestinesi di tornare nelle terre da cui sono stati espulsi.
«Crediamo che Israele voglia demolire e portare via le nostre ambizioni, speranze, e vogliono distruggere lo sport in tutti i campi profughi in Palestina. Tutte le loro politiche hanno un solo obbiettivo, ed è di obbligare i palestinesi a lasciare la propria terra», continua Mohammah.

«Prima della seconda Intifada giocavamo nel nostro campo da calcio dietro il muro; poi gli israeliani hanno installato il muro nel 2022, e si sono annessi il nostro terreno», ricorda. «Così abbiamo costruito questo campo da calcio cinque anni fa. E ora vogliono portarci via anche questo». Mohammah sottolinea come questa è la dura realtà a cui i rifugiati palestinesi e tutti i palestinesi sono costretti: «Israele ci sta restringendo il nostro diritto al movimento, ci reprime in tutti gli aspetti della nostra vita, per obbligarci ad andarcene e a lasciare la Palestina», dice.

Foto di Moira Amargi

«La nostra squadra da calcio rappresenta i rifugiati palestinesi di Betlemme; noi crediamo ancora e abbiamo fede di tornare alle nostre terre [sottratte nel 1948, ndr]. Lo scopo del campo da calcio non è solo di praticare lo spot, ma è anche un messaggio politico per dire che ancora crediamo e vogliamo praticare i nostri diritti». I giovani del campo hanno anche lanciato una petizione chiamata FiFA: Save our pitch per bloccare la demolizione. «Il nostro messaggio per le persone fuori dalla Palestina, per la FIFA, per tutte le squadre di calcio, in Italia, Spagna, ovunque, è di supportare la nostra causa, di difenderla, di non lasciare demolire il nostro spazio».

Svizzera: congelati i beni di Maduro

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La Svizzera ha congelato tutti i beni del presidente venezuelano Nicolas Maduro e dei suoi collaboratori nel Paese. A dare la notizia è il Consiglio federale del Paese, che ha specificato che la misura avrà effetto immediato e sarà valida per quattro anni; essa, continua il Consiglio, mira a preservare beni potenzialmente «acquisiti illecitamente» e si aggiunge alle sanzioni imposte al Venezuela dal 2018.

Abruzzo: il governo approva le trivelle nonostante frane, dighe e rischi sismici

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Il governo ha espresso un primo parere favorevole al progetto di estrazione di gas a Bomba, nella provincia abruzzese di Chieti, presentato da LnEnergy. La società con sede a Londra e guidata da Mark Frascogna ha ottenuto il giudizio positivo dal Comitato Pnrr-Pniec del Ministero dell’Ambiente, che riconosce però gravi criticità: rischio di subsidenza, riattivazione di faglie, sismicità indotta e possibili effetti sulla stabilità della diga del lago artificiale di Bomba, che contiene 83 milioni di metri cubi d’acqua. Manca ancora il nulla osta del Ministero della Cultura. La riproposizione dell’istanza ha riacceso la protesta dei cittadini che da oltre 15 anni lottano contro il progetto, che era già stato bocciato in passato, anche dal Consiglio di Stato nel maggio 2015, richiamando il principio di precauzione.

Nell’alta Val di Sangro, i sindaci locali, incluso quello di Bomba, Raffaele Nasuti, hanno annunciato l’intenzione di presentare ricorso al TAR non appena il decreto ministeriale sarà pubblicato, evidenziando presunti «vizi di forma e difetti sostanziali» nella procedura autorizzativa. La Commissione VIA nazionale ha espresso un giudizio positivo sulla compatibilità ambientale, condizionando l’ok all’istituzione di un Osservatorio ambientale per monitorare gli impatti e alla successiva approvazione del Ministero della Cultura. Tuttavia, tecnici e amministratori locali rilevano che il comitato nazionale non ha competenza specifica sulle fasi operative di estrazione e raffinazione degli idrocarburi e che le criticità tecniche non sono state risolte. Nel novembre 2018 la Commissione nazionale VIA aveva espresso parere negativo al progetto di estrazione di gas proposto dalla Cmi Energia, ritenendo insufficiente la documentazione tecnica presentata e troppo elevati i rischi per la sicurezza, evidenziando gravi criticità idrogeologiche e la presenza di decine di frane attive attorno al lago e sulla sponda del monte Tutoglio. Gli esperti regionali avevano parlato di oltre 80 “movimenti di massa” nella zona, segno di una morfologia instabile e sensibile anche a piccoli cambiamenti geomorfologici. Sembrava una guerra vinta per Bomba, che invece oggi si ritrova a combattere. Gli oppositori al progetto di estrazione del gas sottolineano che l’applicazione del principio di precauzione – invocato nel 2015 dal Consiglio di Stato – implicherebbe un blocco preventivo di attività potenzialmente dannose fino al consolidamento scientifico dei rischi; la mera istituzione di un osservatorio ambientale non è considerata adeguata a prevenire possibili eventi irreversibili.

Negli ultimi decenni la Val di Sangro ha subito trasformazioni infrastrutturali che hanno lasciato segni profondi sul territorio e sulle comunità locali. La costruzione della diga di Bomba, tra il 1955 e il 1960, ha contribuito allo spopolamento dei paesi e fu accompagnata da numerose frane: durante i lavori una vasta massa di terreno crollò sul lato destro della diga, evitando una tragedia solo perché l’evento avvenne di notte. Anche il versante del Monte Tutoglio dovette essere rinforzato con ingenti colate di cemento, mentre entrambe le sponde del lago restano tuttora interessate da movimenti franosi, peggiorati nel tempo. A distanza di anni, la realizzazione della strada di fondovalle confermò la fragilità dell’area: il viadotto di Bomba, costruito nonostante i timori degli abitanti, iniziò a sprofondare subito dopo il completamento a causa del terreno instabile. L’opera non entrò mai in funzione e venne abbandonata, diventando nel tempo il simbolo di un’infrastruttura concepita senza un’adeguata valutazione delle condizioni geologiche del territorio.

La decisione del governo ha riacceso la mobilitazione popolare. Il 27 dicembre 2025 si è tenuta una fiaccolata di protesta con la partecipazione di cittadini, amministratori locali, associazioni e comitati ambientalisti contrari al progetto. La manifestazione, organizzata dal comitato “Gestione partecipata del territorio”, ha messo in evidenza la contrarietà diffusa all’idea di trasformare un’area agricola e naturale in un sito industriale di estrazione e trasformazione di gas, richiamando la memoria storica dei dissesti e invocando alternative energetiche sostenibili. Le opposizioni, infatti, non si limitano a denunciare le criticità geologiche, ma propongono di inserire il lago e l’area circostante in una riserva naturale protetta come strumento di tutela ambientale a lungo termine.

Nel cuore di X prosperano violenza sessuale e pedopornografia

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In questi giorni è esploso uno scandalo attorno al chatbot della piattaforma X, Grok, a seguito dell’introduzione di un aggiornamento al sistema di modifica delle immagini che permette di creare con estrema facilità deepfake in cui le persone ritratte vengono spogliate e messe in bikini. La funzione è stata immediatamente impiegata in modo non consensuale, coinvolgendo anche VIP e minorenni. Tuttavia, questo “incidente” rappresenta solo la punta dell’iceberg, è semplicemente un episodio particolarmente visibile e pop che evidenzia l’atteggiamento complessivo di un social che da tempo offre terreno fertile per abusi e contenuti pedopornografici.

Il nuovo strumento di editing introdotto su Grok è stato progettato senza espressi fini erotici, ma per modificare con estrema rapidità qualsiasi immagine caricata sulla piattaforma. Questi però non richiede alcuna autorizzazione preventiva e gli utenti non hanno la possibilità di disattivarlo per proteggere le proprie foto. L’obiettivo è evidente: spingere le persone a effettuare le modifiche direttamente all’interno di X, evitando che si rivolgano a servizi di intelligenza artificiale concorrenti. Come spesso accade con gli strumenti di IA generativa facilmente accessibili e privi di controlli adeguati, un simile potere sull’informazioni visiva è defluito rapidamente in trend in cui vengono fatti circolare contenuti sviluppati senza il consenso dei soggetti coinvolti. Nel giro di pochi giorni sono dunque emersi post goliardici, di propaganda politica e moltissime immagini di natura sessuale.

Il contesto non è nuovo. Da mesi diverse organizzazioni civili chiedono che X venga indagata per violazioni delle norme sui contenuti non consensuali, quest’ultimo episodio si limita a riportare l’attenzione sulle già note criticità strutturali della piattaforma, in particolare sulla gestione dei suoi sforzi di moderazione. Non bisogna fraintendere, X non è un territorio digitale anarchico: pur avendo drasticamente ridotto i suoi sforzi di controllo, continua a esercitare un forte potere decisionale ed è spesso accusata di manipolare i propri algoritmi per amplificare la visibilità di determinati utenti, se non addirittura per oscurare interi argomenti poco graditi al proprietario, Elon Musk. Nonostante sia dunque presente una forma di censura, la violenza sessuale e la pedopornografia continuano a trovare spazio su questa piattaforma di massa.

Le immagini allegate all’articolo sono state sfocate dalla redazione.

Essendo X il social d’alto profilo più permissivo nei confronti dei contenuti di natura sessuale, non sorprende che sia diventato una vetrina per la vendita di materiale erotico alimentata da modelle‑influencer e da gruppi tematici. Si tratta di un sottobosco totalmente legittimo, che tuttavia rappresenta una complessità manageriale che richiede da parte dei fornitori estrema cautela: consentire la presenza di un mercato del sesso sul proprio portale va a rendere impossibile l’eliminazione automatica di ogni contenuto rappresentante scene di nudo, con il risultato che diventa più che mai necessario vigilare attivamente perché non si verifichino abusi. X, evidentemente, si dimostra lassista.

La piattaforma ospita infatti una quantità notevole di profili effimeri che rimangono attivi per pochi giorni e che promettono accesso a foto e video di adolescenti e bambini tramite canali criptati o servizi di hosting esterni. Non è da escludere che molti di questi account siano semplici truffe rivolte a predatori sessuali, ma resta il fatto che X consenta la circolazione di anteprime di tali materiali, le quali sono spesso già di per sé estremamente esplicite. Vengono messe in bella mostra preview di cartelle e di file, nonché brevi clip che offrono un “assaggio” del prodotto umano che viene mercificato. 

La tendenza di spogliare persone inconsapevoli e bambini su X non rappresenta dunque un’eccezione, bensì accomuna molteplici fenomeni che non sono altro che la conseguenza di scelte deliberate. Fughe di informazioni e ricerche accademiche indicano infatti che i principali modelli di IA sono stati addestrati impiegando anche ampi archivi pornografici, alcuni dei quali includevano migliaia di scatti di minori. A questo si somma la decisione di Musk di compromettere l’infrastruttura di moderazione del fu-Twitter per favorire, almeno ufficialmente, la “libertà di parola”; una decisione che ha ridotto i costi di gestione del servizio e gli ha consentito di determinare con maggiore agilità quali fossero le informazioni da divulgare, ma che ha minato la possibilità di tutelare le vittime di violenza. Digitale e non. Questi scandali non sono pertanto il sottoprodotto imprevedibile di un servizio, ma la conseguenza di una progettazione consapevole che, deresponsabilizzata, si può permettere di fare ciò che vuole.

Ucraina, si dimette il capo dei servizi segreti Vasyl Malyuk

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Vasyl Malyuk ha annunciato le dimissioni da capo del Servizio di Sicurezza dell’Ucraina (Sbu), incarico ricoperto dal luglio 2022. La notizia è stata diffusa dal canale Telegram dell’Sbu e rilanciata da Rbc Ukraina. In un messaggio ufficiale, Malyuk ha spiegato di lasciare la guida dell’agenzia ma di restare all’interno della struttura per occuparsi di operazioni speciali asimmetriche, con l’obiettivo di infliggere il massimo danno al nemico. Secondo i media ucraini, il presidente Zelensky gli avrebbe proposto altri incarichi istituzionali, offerta che Malyuk avrebbe rifiutato.