sabato 24 Gennaio 2026
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Israele bombarda un auto a Gaza: 5 uccisi, di cui 3 reporter

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L’esercito dello Stato ebraico ha lanciato un attacco contro un’automobile che stava viaggiando nel centro della Striscia di Gaza, uccidendo 5 persone, tra cui 3 reporter. A dare la notizia sono diversi media palestinesi e l’agenzia di stampa AFP, che ha precisato che in passato uno degli operatori mediatici uccisi avrebbe lavorato per l’agenzia in qualità di freelance. Gli stessi ufficiali dell’esercito israeliano hanno confermato l’attacco, affermando che dei sospettati avrebbero utilizzato «droni di Hamas»; dall’inizio del cessate il fuoco a Gaza 100 giorni fa, Israele ha ucciso almeno 483 persone in 1.300 episodi di violazione dell’accordo.

Il business della guerra al posto dell’auto: Renault si lancia sui droni militari

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La crisi del settore automobilistico europeo sta portando diverse aziende a considerare piani di riconversione parziale delle loro capacità produttive verso il settore della difesa, investendo di fatto nel business della guerra. In questo contesto, il marchio francese Renault è il primo ad aver siglato un contratto con la Direction Générale de l’Armement (DGA) francese per produrre droni d’attacco a lungo raggio nell’ambito di un progetto denominato “Chorus”. L’attività si svolgerà in collaborazione con l’azienda di difesa Turgis Gaillard e potrebbe arrivare a produrre fino a 600 droni al mese, con la possibilità di stipulare un contratto decennale del valore di un miliardo di euro, in base al successo dei test. L’obiettivo è quello di fornire all’esercito francese una capacità di attacco e sorveglianza meno costosa e più rapida rispetto ai missili tradizionali, oltre a quello di non dipendere più esclusivamente dal drone MQ-9 Reaper fornito dagli USA. La mossa di Renault si inserisce anche nel quadro dell’aumento dei budget militari nazionali, stimati in oltre 800 miliardi di euro entro il 2030 per UE e NATO.

Nello specifico, Renault produrrà in serie – in due delle sue fabbriche francesi negli stabilimenti di La Mans e Cléon – il drone militare polifunzionale denominato “Chorus”: con circa dieci metri di lunghezza e otto metri di larghezza, potrà raggiungere una velocità di 400 chilometri orari e volare fino a 5000 metri di altitudine. Sarà finanziato principalmente da fondi pubblici ed è prevista la consegna di una dozzina di droni alla DGA entro l’estate del 2026 per convalidare il progetto. La produzione è già stata avviata nella primavera del 2025 presso lo stabilimento Renault ACI a Le Mans, dove è stata creata una catena dedicata che coinvolge (su base volontaria) tra 100 e 200 dei 1800 dipendenti che precedentemente progettavano e producevano telai per automobili. Il progetto Chorus, infatti, è stato avviato all’inizio del 2025, quando la DGA ha chiesto a Renault di partecipare al Drone Pact.

Secondo fonti riportate e confermate dalla rivista economica francese L’Usine Nouvelle, è stata l’azienda di difesa Turgis Gaillard a progettare la prima versione del Chorus: l’azienda ha stretto, dunque, un partenariato con Renault quando il drone era già in fase di sviluppo. Il ruolo dell’azienda automobilistica è ora quello di formulare raccomandazioni per ridurre la complessità dei prodotti così da poterli produrre su scala industriale: Renault ha riprogettato la prima versione del drone Chorus grazie a un gruppo di circa trenta persone che ha applicato strategie automobilistiche per ridurre i costi e ottimizzarlo, tra cui l’utilizzo di materiali provenienti da veicoli e la rivettatura autoperforante (tecnica di assemblaggio utilizzata nel settore automobilistico).

La scelta di Renault di riconvertire parte delle sue capacità produttive verso il campo militare arriva in un momento di forte difficoltà per il settore dell’auto. La società, dunque, ha colto subito l’occasione di compensare le perdite o la mancata redditività guardando alla produzione di prodotti militari, anche su impulso del governo francese e considerata l’alta domanda di mezzi per la difesa. Tuttavia, i progetti legati al settore militare non sostituiranno – per ora – l’attività principale (il core business) di Renault, ma rappresentano un’importante diversificazione che segna il riorientamento e il cambio di strategia delle aziende automobilistiche per sopravvivere a una crisi che ha determinato per la prima volta la chiusura di stabilimenti di marchi storici come, ad esempio, quelli di Volkswagen in Germania. Il declino dell’auto si è accentuato in seguito al contrasto con la Russia e soprattutto in seguito al venir meno delle forniture di gas russo a basso costo specialmente in Germania, che dipendeva per metà del suo fabbisogno energetico dalla nazione eurasiatica. Tuttavia, le stesse criticità che hanno travolto il settore dell’auto – alti costi energetici e carenza di materie prime e minerali critici – potrebbero travolgere anche la produzione nel settore militare su cui Bruxelles ha deciso di investire massicciamente.

Insieme a Renault, diverse altre aziende europee stanno pensando di orientarsi verso la produzione di articoli militari: in Germania, ad esempio, la ditta di armamenti Rheinmetall ha riconvertito due ex-fabbriche auto a Berlino e Neuss per produrre proiettili, componenti per veicoli blindati e munizioni e sta inoltre valutando l’acquisizione dello stabilimento Volkswagen di Osnabrück per assemblare veicoli Lynx. La stessa Volkswagen si è dichiarata disponibile a utilizzare fabbriche attualmente non in uso per la produzione militare. In Italia, invece, il Ministro dell’Industria Adolfo Urso ha proposto la conversione delle fabbriche automobilistiche in industrie belliche con l’obiettivo di preservare posti di lavoro, considerato il calo del 63% nella produzione di veicoli nel gennaio del 2025. Molte nazioni europee, dunque, stanno cercando di risollevarsi dalla crisi economica investendo nel riarmo, con il rischio però non solo di alimentare una pericolosa corsa agli armamenti, ma anche di andare incontro alle stesse criticità che hanno determinato la crisi dell’industria, tra cui la dipendenza dall’estero e gli alti costi produttivi. Nel frattempo, sembra inarrestabile il crollo del settore automobilistico europeo.

Anche NVIDIA avrebbe piratato dei libri per addestrare la sua IA

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L’idea originaria di un internet egualitario e senza padroni è stata, negli anni, fagocitata e annichilita da una realtà dominata da poche grandi aziende tecnologiche capaci di imporsi in modo sempre più incontrollato. E, talvolta, questa assimilazione è più letterale di quanto si possa immaginare. Secondo gli atti di un procedimento legale, Anna’s Archive – l’enorme archivio di libri, articoli scientifici, fumetti e documenti provenienti dalle principali “biblioteche ombra” del web libero – avrebbe finito per soddisfare le ambizioni di NVIDIA, gigante tech che avrebbe richiesto accesso a file di ogni tipo, compresi materiali illeciti, pur di alimentare i propri modelli di intelligenza artificiale.

La notizia, riportata inizialmente da TorrentFreak, evidenzia come l’aggiornamento di una class action depositata agli inizi del 2024 presso la Corte federale statunitense abbia portato alla luce preziosi retroscena riguardanti una delle aziende più influenti al mondo. Non si tratta infatti di un semplice aggiustamento procedurale, bensì dell’inserimento di una serie di documenti interni che, qualora confermati come autentici, dimostrerebbero esplicitamente come alcuni dirigenti avessero richiesto esplicitamente materiali che sapevano essere stati diffusi online in maniera illegale.

La natura stessa di Anna’s Archive è al centro di accesi dibattiti legali. Il progetto mira a costruire una biblioteca universale che sia capace di raccogliere ogni tipo di libro, rivista o pubblicazione scientifica, rendendola disponibile al maggior numero possibile di persone. Un obiettivo che incarna ideali di libero accesso alla conoscenza e che, nella pratica, rappresenta anche uno strumento potente contro censure e oscurantismi di Stato. Tuttavia, per sua stessa struttura, l’approccio divulgativo della no profit si sovrappone in modo marcato alla violazione del diritto d’autore, una promiscuità che si accattiva regolarmente le ire formali di molteplici governi.

Nonostante la natura legalmente ambigua del progetto, NVIDIA avrebbe comunque deciso di attingere ai file condivisi da Anna’s Archive, pur dopo essere stata avvertita dagli stessi gestori che gli archivi richiesti contenevano materiale piratato. Uno scambio di email mostra infatti come il team di data strategy dell’azienda sia entrato in contatto con i responsabili del portale per ottenere nuovi documenti con cui addestrare il proprio modello di intelligenza artificiale, NeMo. Avvertiti della natura illecita dei contenuti, i tecnici avrebbero comunque fornito l’autorizzazione a procedere. In questo modo NVIDIA avrebbe ottenuto l’accesso a un archivio di circa 500 GB che, secondo l’accusa, sarebbe stato successivamente affiancato da ulteriori fonti pirata, tra cui gli archivi LibGen, Sci‑Hub e Z‑Library.

Dal canto suo, NVIDIA sostiene da tempo che l’esfiltrazione di dati dal web per addestrare sistemi di intelligenza artificiale rientri nel perimetro del “fair use”. Tuttavia, recenti sviluppi giudiziari suggeriscono che questa posizione potrebbe non reggere, soprattutto quando viene dimostrato l’impiego di materiale ottenuto in palese violazione del diritto d’autore. Lo scorso giugno, un giudice californiano ha stabilito che Anthropic non aveva infranto il copyright nell’utilizzare, senza il consenso di autori ed editori, numerosi libri per l’addestramento della propria IA. Secondo la corte, il processo di trasformazione operato dai modelli di intelligenza artificiale era sufficientemente profondo da escludere la dimensione del plagio.

Allo stesso tempo, il tribunale ha precisato che quella decisione non esonerava comunque l’azienda dalle responsabilità legate all’aver ottenuto i documenti in modo illegale, ricorrendo a pratiche del tutto simili a quelle che oggi vengono contestate a NVIDIA. La Big Tech, però, non è l’unica destinata a subire le conseguenze di queste rivelazioni: Anna’s Archive si trova sotto pressioni crescenti. Il sito è finito al centro di un caso di portata eccezionale quando, a dicembre, è riuscito a copiare gran parte dell’archivio del servizio musicale Spotify, replicando una quantità di dati che rappresenterebbe il 99,6% degli ascolti totali della piattaforma. Pochi giorni dopo, a inizio gennaio, il principale dominio della no profit — annas-archive.org — è stato oscurato dal suo fornitore a seguito di un ordine restrittivo richiesto dalle principali case discografiche statunitensi.

Aggiornamento 22/01/25: in fase di pubblicazione di questo articolo sono emerse le carte giudiziarie che contestualizzano la sospensione di alcuni domini di Anna’s Archive. L’informazione è stata integrata nel testo.

Nigeria, scontri con milizie: liberati 62 ostaggi

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Le truppe nigeriane hanno lanciato due operazioni separate contro i gruppi armati attivi nel Paese negli Stati nordoccidentali di Kebbi e Zamfara. In seguito all’operazione, almeno due militanti sono stati uccisi, e 62 ostaggi sono stati recuperati. Lo scorso 18 gennaio, oltre 160 fedeli sono stati rapiti da due chiese a Kaduna, capitale dell’omonimo Stato nigeriano. In generale, negli ultimi mesi, gli scontri dell’esercito con le milizie armate e i gruppi islamisti – come Boko Haram – stanno aumentando di numero e intensità.

Norvegia, l’esercito scrive ai cittadini: “requisiremo case e mezzi in caso di guerra”

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«Le requisizioni hanno lo scopo di assicurare che, in una situazione di guerra, le forze armate abbiano accesso alle risorse necessarie per la difesa del Paese». È il contenuto delle lettere che, da lunedì, l’esercito norvegese ha iniziato a recapitare ai cittadini, avvertendo che, in scenari di conflitto o di grave crisi, potranno essere espropriati abitazioni, veicoli, imbarcazioni e macchinari. La comunicazione, spiegano le Forze Armate, serve a “migliorare la prontezza nazionale”. Per il 2026, sono previste circa 13.500 notifiche. Gli avvisi, basati su una legge nazionale sulla difesa risalente al dopoguerra, non hanno effetto in tempo di pace: servono a informare in anticipo sui possibili obblighi e a rendere più rapida la logistica militare qualora la situazione dovesse degenerare.

La misura si inserisce in un più ampio rafforzamento della preparazione civile e militare. Lo Stato intende garantirsi un accesso immediato a risorse private considerate strategiche in caso di emergenza. I destinatari delle notifiche comprendono proprietari di immobili, aziende con attrezzature utili e possessori di mezzi di trasporto, selezionati in base a criteri logistici. Le lettere chiariscono che, qualora venisse dichiarato uno stato di guerra, i beni indicati potrebbero essere presi in consegna dall’esercito. Si tratta di un meccanismo già previsto dall’ordinamento, riattivato ora in quello che le autorità definiscono il contesto di sicurezza più grave dal secondo dopoguerra. «La Norvegia si trova nella situazione di sicurezza più grave dalla Seconda guerra mondiale. La nostra società deve essere preparata alle crisi di sicurezza e, nel peggiore dei casi, alla guerra», ha spiegato in una nota il capo dell’organizzazione logistica militare, Anders Jernberg. L’esercito sottolinea che la conoscenza anticipata delle possibili confische è essenziale per evitare confusione e ritardi operativi. La decisione arriva mentre la Norvegia, membro della NATO con un confine terrestre e marittimo con la Russia, amplia la propria postura di difesa. In questo clima di militarizzazione permanente, la popolazione viene progressivamente educata all’idea che la proprietà sia revocabile e che la guerra diventi uno scenario amministrato, inscritto nelle procedure burocratiche, prima ancora che nei mezzi militari. Nel modello di “difesa totale”, che fonde apparato bellico e società civile, il cittadino non è più soltanto elettore o contribuente, ma diventa una risorsa strategica: il suo spazio privato è potenzialmente spazio militare, l’auto può diventare mezzo logistico, la casa un alloggio per truppe, mentre il confine tra tempo di pace e tempo di guerra si fa sempre più sottile.

In Europa si moltiplicano segnali di un continente che si prepara a uno stato di emergenza permanente. Francia, Germania e Italia hanno avviato piani per rendere gli ospedali compatibili con scenari bellici: gestione di feriti di massa, carenze energetiche, attacchi alle infrastrutture critiche. Anche la sanità, pilastro del welfare, viene ripensata in chiave militare. È un passaggio strutturale. Il racconto dominante costruisce un allarme continuo che penetra nella percezione collettiva: la “minaccia” russa, la guerra ibrida, l’instabilità ai confini, ora persino il dossier sulla Groenlandia. Ogni tensione viene inscritta in una narrazione di guerra imminente, che serve a disorientare l’opinione pubblica, a normalizzare lo stato di crisi e ad abituare per gradi i cittadini ad accettare l’impensabile.

L’effetto non è solo geopolitico, ma prima di tutto psicologico. Si educa la popolazione a vivere nell’eccezione, interiorizzando l’idea che diritti, proprietà e libertà possano essere sospesi in nome della sicurezza. Il caso norvegese è emblematico proprio per questo: non impone ancora nulla, ma lavora sull’immaginario collettivo, preparando il terreno. Insegna che ciò che si possiede non è davvero intoccabile, che il privato può essere revocato, che l’eccezione è destinata a diventare la regola. È il meccanismo della teoria dello shock, già sperimentato in altri ambiti e diventato conclamato durante la pandemia, dove ogni emergenza legittima nuove rinunce e il cittadino viene gradualmente abituato a giustificare misure sempre più invasive in nome di una minaccia esterna, incombente, raramente verificabile fino in fondo. La Norvegia non prefigura una guerra imminente, ma introduce un modello di governo fondato sull’emergenza continua, in cui il conflitto viene interiorizzato come orizzonte permanente, diventando prima una condizione mentale e solo in seguito, forse, un fatto storico.

Ripristino della natura: per l’Europa i benefici sono dieci volte superiori ai costi

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Ripristinare la natura non è una scelta ideologica né un vezzo ambientalista, bensì una decisione economica strategica che riguarda la sicurezza, la salute e la stabilità dell’Europa. A dirlo non è un’organizzazione ambientalista, ma una nuova analisi dell’European Academies Science Advisory Council (Easac), l’organo che riunisce le accademie scientifiche nazionali dei Paesi Ue insieme a quelle di Norvegia, Svizzera e Regno Unito. Nel documento Opportunities in Nature Restoration, i ricercatori spiegano infatti che l’attuazione piena del Regolamento Europeo sul Ripristino della Natura rappresenta un investimento con ritorni almeno dieci volte superiori ai costi.

Secondo l’analisi, il costo stimato per il ripristino degli ecosistemi degradati in Europa ammonta a circa 150 miliardi di euro. I benefici economici attesi, però, arrivano fino a 1.800 miliardi di euro, grazie alla riduzione delle perdite legate ai disastri naturali, al miglioramento della salute pubblica, a una maggiore resilienza climatica e al rafforzamento della sicurezza alimentare e idrica. Insomma, non si tratta di una spesa, piuttosto di una forma di investimento nella prevenzione e nel benessere futuro. «Il ripristino della natura non è un lusso ambientale. È una misura fondamentale di gestione del rischio», afferma Thomas Elmqvist, direttore Ambiente dell’Easac e autore principale del rapporto. In un contesto in cui l’Europa spende già miliardi per far fronte a inondazioni, siccità, incendi boschivi e impatti sanitari, investire sugli ecosistemi significa ridurre costi futuri oggi ampiamente prevedibili. Il quadro di partenza, del resto, è critico. I sistemi naturali europei risultano fortemente degradati: solo l’1,4% delle foreste può essere considerato intatto e appena il 3,3% del territorio è soggetto a un intervento umano minimo. Questa erosione del capitale naturale è direttamente collegata all’aumento dei danni da alluvioni, al declino della fertilità dei suoli, all’indebolimento della capacità delle foreste di assorbire carbonio e al crescente rischio di incendi. Lo studio mette in discussione anche i modelli economici tradizionali, che continuano a trattare la natura come una risorsa sacrificabile. «Ignorare il ruolo economico della natura è un grave errore strategico», sottolinea Elmqvist spiegando che ecosistemi sani proteggono infrastrutture, stabilizzano i sistemi alimentari e riducono la spesa pubblica per emergenze e sanità. Quando gli ecosistemi collassano, i costi ricadono su cittadini, assicurazioni e governi.

Il Regolamento Europeo sul Ripristino della Natura introduce per la prima volta obiettivi giuridicamente vincolanti per il recupero di ecosistemi, habitat e specie in tutti gli Stati membri. La misura nasce da una constatazione condivisa dalla comunità scientifica e dalle istituzioni europee: la natura nell’Unione è in grave difficoltà. Secondo i dati più recenti, l’80% degli habitat è in cattive condizioni, il 70% dei terreni è degradato e il 10% delle specie di api e farfalle è a rischio di estinzione, sotto la pressione combinata di inquinamento, cambiamenti climatici, perdita di habitat e specie invasive. Il regolamento punta a invertire questa tendenza prevedendo misure di ripristino efficaci su almeno il 20% delle aree terrestri e marine entro il 2030, con l’obiettivo di intervenire su tutti gli ecosistemi degradati entro il 2050. Gli interventi riguardano habitat terrestri e marini, foreste, fiumi e pianure alluvionali, sistemi agricoli e aree urbane, riconoscendo che ecosistemi sani beneficiano tanto la biodiversità quanto la società. A questo impianto scientifico e strategico ha fatto però da opposizione un iter legislativo lungo e politicamente tortuoso. Il Regolamento è stato oggetto di forti resistenze e tentativi di indebolimento durante tutto il negoziato, in particolare da parte di alcuni governi e settori economici che ne hanno contestato soprattutto l’impatto su agricoltura e competitività. Dopo l’accordo politico provvisorio raggiunto tra Consiglio e Parlamento europeo nel novembre 2023, il testo è stato approvato dal Parlamento europeo nel febbraio 2024 e formalmente adottato dal Consiglio dell’Ue nel giugno 2024, ma non all’unanimità. In quella sede, l’Italia ha votato contro insieme ad un’altra manciata di Stati membri, confermando le profonde divisioni politiche che hanno accompagnato l’intero percorso della legge. Ad ogni modo, come hanno ora ribadito gli scienziato dell’Easac, «i passi indietro in materia ambientale non eliminano i costi, li spostano semplicemente in avanti». Vien da sé che il ripristino della natura non è un freno allo sviluppo europeo, ma una delle sue condizioni fondamentali.

UE-Mercosur: centinaia di trattori protestano davanti al Parlamento europeo

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“No agli accordi tossici”, “Stop Mercosur”, “Von der Leyen Go Home!”. Tra slogan, striscioni e trombette, migliaia di agricoltori con i loro trattori hanno manifestato martedì davanti al palazzo del Parlamento europeo a Strasburgo, in Francia, contro l’accordo UE-Mercosur. Il trattato è stato firmato il 17 gennaio in Paraguay dalla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, ma il Parlamento europeo deve ancora votarlo. I mezzi agricoli hanno trasformato la piazza in un presidio, occupando le vie d’accesso e bloccando il traffico. Le proteste riflettono la forte opposizione del settore primario europeo, che teme la pressione competitiva sui prezzi, standard sanitari più bassi e perdita di reddito.

Nella conferenza stampa di sabato, Ursula von der Leyen ha difeso l’accordo siglato dopo più di 25 anni di negoziati, rivolgendosi direttamente ai cittadini europei, sostenendo che l’intesa con il Mercosur sia «positiva per l’Europa e per ogni Stato membro». Il percorso del trattato, però, è tutt’altro che concluso: la Commissione dovrà decidere se applicarlo in via provvisoria dopo una prima ratifica nei Paesi sudamericani, che potrebbe arrivare presto, soprattutto in Argentina. Inoltre, il via libera del Parlamento europeo resta incerto. Nonostante il sostegno ufficiale di popolari, socialisti e liberali, le defezioni interne mettono a rischio una maggioranza solida. In attesa del voto, cresce il fronte di chi spera di fermare l’intesa o, come alcuni eurodeputati, di sottoporla prima al vaglio della Corte di giustizia europea.

È una richiesta che intercetta le rivendicazioni dei manifestanti, i quali chiedono tutele più solide per l’agricoltura dell’UE, la revisione delle condizioni del trattato e garanzie contro l’ingresso massiccio di prodotti sudamericani a prezzi inferiori a quelli locali. Per molti agricoltori l’accordo significa esporsi a una concorrenza ritenuta sleale: carni, cereali, zucchero e soia potrebbero arrivare sul mercato europeo a costi più bassi, con standard produttivi giudicati meno rigorosi e possibili ricadute sulla sicurezza alimentare per i consumatori. In un comparto già fragile, con margini ridotti e costi elevati, l’impatto rischia di destabilizzare gli equilibri. I sindacati parlano di un accordo che penalizza chi produce in Europa secondo regole severe, favorendo Paesi con normative più permissive. Tra i nodi centrali ci sono le clausole di salvaguardia e il principio di reciprocità: senza un’attivazione automatica, le tutele dipendono da iter complessi e lenti, incapaci di proteggere in tempi utili le imprese agricole dalla concorrenza sleale. Le marce dei trattori sono l’epilogo di mesi di mobilitazioni in tutto il continente. Francia, Polonia, Irlanda, Belgio e Italia hanno già visto le campagne scendere in piazza contro politiche percepite come ostili o inadeguate. Alla base c’è anche la percezione di un abbandono politico: l’accordo è il detonatore di una sfiducia più ampia verso le politiche agricole dell’UE. Al centro della protesta c’è l’asimmetria delle regole e la richiesta di reciprocità e controlli efficaci.

Sul piano istituzionale la partita resta aperta. A Strasburgo si valutano emendamenti, rilievi giuridici e persino ipotesi di stop, con dubbi sulla compatibilità dell’intesa rispetto ai trattati europei. Diversi eurodeputati spingono per un passaggio preliminare alla Corte di Giustizia, che potrebbe rallentare l’iter per mesi. Nel frattempo, le forze politiche si muovono in ordine sparso: per alcuni il Mercosur è una leva strategica nel nuovo equilibrio commerciale globale, per altri un compromesso che espone le categorie più vulnerabili a costi troppo alti. In questo clima, movimenti agricoli e sindacati continuano a chiedere aiuto finanziario, strumenti di gestione dei mercati e tariffe protettive che compensino gli effetti di una maggiore apertura commerciale. La protesta dei trattori è l’immagine plastica di un conflitto più profondo tra un modello di integrazione economica che punta alla liberalizzazione e le comunità agricole che temono di rimanere schiacciate da forze di mercato fuori misura. Resta aperto il nodo di trovare un equilibrio tra crescita globale e sostenibilità locale, tra standard europei e competitività internazionale: un equilibrio che, ora, si gioca sul campo, strada per strada.

Seul, condannato l’ex premier Han Duck-soo per tentato colpo di Stato

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«Si ritiene che Han abbia svolto un ruolo significativo negli atti insurrezionali di Yoon e di altri, garantendo, almeno formalmente, il rispetto dei requisiti procedurali». Con queste motivazioni, la Corte distrettuale centrale di Seul ha condannato l’ex primo ministro sudcoreano Han Duck-soo a 23 anni di carcere per il suo coinvolgimento nel tentativo di imporre la legge marziale del 3 dicembre 2024. I giudici hanno stabilito che Han abbia «ignorato il suo dovere e la sua responsabilità», contribuendo alle azioni dell’allora presidente Yoon Suk-yeol. La pena supera i 15 anni chiesti dalla procura, ritenendo le condotte di particolare gravità. Han, che ha sempre negato ogni illecito, è stato trasferito immediatamente in carcere.

Negli USA, per difendere i quartieri dalla polizia federale, sono tornate le Black Panthers

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Mentre negli Stati Uniti infuriano le proteste esplose a seguito dell’uccisione di Renee Nicole Good, a Minneapolis, durante uno dei tantissimi raid dell’ICE (Immigration and Customs Enforcement), a Filadelfia sono tornate le Pantere Nere. Guidato dal presidente nazionale Paul Birdsong, il gruppo locale del Black Panther Party for Self-Defense ha fatto la sua comparsa con una coreografia che richiama esplicitamente l’estetica e la militanza degli anni ’60: divise nere, berretti e fucili d’assalto bene in vista. Lo scopo è quello di proteggere i cortei di manifestanti anti-ICE ma soprattutto i quartieri dove vivono le comunità afroamericane, così come quelli di minoranze in generale. Nelle parole di Birdsong, le Black Panthers sono lo «scudo armato» di quelle persone che vivono nel terrore delle politiche trumpiane, eseguite dagli agenti federali che ormai molti negli Stati Uniti chiamano «Gestapo».

Nel gelido inverno di Filadelfia, città in cui i Padri Fondatori si riunirono nell’Independence Hall per scrive e firmare la Costituzione nel settembre 1787, il ritorno operativo delle Black Panthers segna una svolta radicale nel panorama della protesta americana. Non si tratta di una mera rievocazione storica. E il gruppo non agisce più solo come baluardo della comunità nera, ma si è sollevato per proteggere «i migranti finiti nel mirino delle espulsioni di massa targate Donald Trump». Il movimento ha ripreso vigore in risposta all’uccisione di Renee Nicole Good, una madre di tre figli colpita a morte da un agente federale a Minneapolis durante un raid. L’evento ha agito da catalizzatore, trasformando il dolore in una postura di difesa proattiva. Birdsong è stato categorico: «Se fossimo stati lì, nessuno sarebbe stato toccato. Agenti dell’ICE, ascoltatemi bene: se commettete crimini in questa città, andrete in prigione».

Lunedì 19 gennaio, in coincidenza con il Martin Luther King Day, gli attivisti hanno annunciato l’inizio di una mobilitazione permanente davanti agli uffici dell’ICE. Non è una scelta casuale: nel giorno che celebra la lotta per i diritti civili, Filadelfia risponde con una forma di resistenza radicale – e armata per la propria difesa. La novità politica più rilevante di questa mobilitazione è la fusione dell’agenda per la liberazione nera con quella dei diritti degli immigrati e delle minoranze in generale. È una rottura netta con la narrazione mainstream, che spesso ha cercato di dipingere queste comunità come concorrenti per le scarse risorse del welfare. La logica adottata a Filadelfia è brutale nella sua semplicità e punta dritta all’intersezionalità delle lotte: «Quando vengono a prendere uno di noi, stanno già pianificando di venire a prendere tutti», ha detto Birdsong. Questa solidarietà trasversale sta riscrivendo le regole del dissenso urbano, creando una coalizione che il governo federale fatica a gestire con i metodi convenzionali.

La risposta della Casa Bianca non si è fatta attendere. Donald Trump ha bollato i manifestanti come «insurrezionalisti pagati» e ha nuovamente minacciato di invocare l’Insurrection Act del 1807. L’attivazione di questa legge consentirebbe al presidente di schierare l’esercito regolare sul suolo nazionale per sedare le rivolte, scavalcando l’autorità dei governatori. A Filadelfia, tuttavia, la frattura istituzionale è totale. Da una parte il potere federale preme per l’uso della forza; dall’altra, le autorità locali oppongono una resistenza burocratica e politica. Il procuratore distrettuale Larry Krasner e membri del consiglio comunale come Kendra Brooks hanno dichiarato gli agenti ICE “non benvenuti” in città, promuovendo attivamente sessioni di “Know Your Rights” (letteralmente: “Conosci i tuoi diritti”) per preparare i cittadini ai raid e ostacolare l’azione federale.

L’azione delle Pantere Nere non si esaurisce nell’ostentazione delle armi. La loro strategia si muove su due binari paralleli. Da un lato, i pattugliamenti armati intorno ai centri di detenzione e nei quartieri sensibili servono a scoraggiare abusi di potere da parte delle forze dell’ordine. Dall’altro, il gruppo ha riattivato i programmi di mutuo soccorso: distribuzione di cibo e beni di prima necessità per garantire che la paura dei raid non paralizzi la vita quotidiana. Questa presenza ha creato una faglia profonda nell’opinione pubblica. Se per molti residenti le Pantere rappresentano l’unica protezione tangibile contro uno Stato percepito come autoritario, i critici, oltre della stampa conservatrice, temono che la presenza di civili armati possa innescare una spirale di violenza fuori controllo. Eppure, i dati sul campo suggeriscono un primo effetto: i raid previsti per lo scorso weekend in alcuni quartieri di Filadelfia sono stati rinviati o drasticamente ridimensionati per “ragioni di sicurezza”.

In un’America che sembra aver perso ogni terreno comune di dialogo, Filadelfia è diventata ufficialmente il laboratorio di una nuova resistenza urbana. Resta da vedere se questo modello rimarrà un caso isolato o se diventerà la scintilla per una mobilitazione nazionale capace di paralizzare le politiche migratorie della Casa Bianca. La sfida è lanciata, e le strade della città non sono mai state così calde durante un’inverno.

Spagna: deragliano altri 2 treni, morto macchinista, diversi feriti

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A due giorni dalla tragedia ferroviaria in Andalusia in Spagna, martedì sera è avvenuto un nuovo deragliamento di un treno della linea 4 delle ferrovie regionali catalane (Rodalies). L’incidente ha avuto luogo tra Sant Sadurní d’Anoia e Gelida, nei pressi di Barcellona, dopo che un muro di contenimento è crollato sui binari a causa delle piogge intense. Il macchinista è morto e almeno 37 passeggeri sono rimasti feriti, di cui quattro in condizioni serie. I soccorsi hanno mobilitato ambulanze e vigili del fuoco per assistere i viaggiatori e liberare i vagoni. Il servizio ferroviario della linea R1 e R4 di Rodalies è stato sospeso.