Le autorità messicane hanno annunciato che 11 persone sono state uccise durante una operazione per catturare un capo del narcotraffico nello Stato di Sinaloa. L’operazione è stata lanciata ieri dalla marina del Paese, e si è svolta a Culiacán, dove si trovava Omar Oswaldo Torres, detto “El Patas”. Il leader del cartello è stato arrestato e sono state sequestrate armi e attrezzature tattiche. La Marina ha affermato che i militari dispiegati hanno risposto al fuoco dopo essere stati attaccati.
Cortei a pagamento, zone rosse e proiettili di vernice: la maggioranza vuole l’ennesimo DL Sicurezza
Piovono emendamenti sul nuovo decreto sicurezza. Il pacchetto di leggi si trova ora in esame per la sua conversione in legge, ed è stato approvato dal Consiglio dei Ministri lo scorso 5 febbraio, per poi venire firmato e promulgato da Mattarella. Le opposizioni hanno presentato più di mille proposte di modifica alla misura, a cui si aggiungono le oltre cento dei partiti di maggioranza. Tra queste ultime, molte costituirebbero l’ennesima stretta sul dissenso: Fratelli d’Italia avrebbe proposto una misura per dotare le forze dell’ordine di pallottole a vernice e capsule al peperoncino da impiegare durante le manifestazioni, mentre la Lega avrebbe pensato una norma per istituire una sorta di cordone di zona rossa attorno alle forze di polizia schierate durante le manifestazioni – un’area di dieci metri attorno agli agenti entro cui i dimostranti non potrebbero entrare; non contento dalla sua iniziale esclusione dal decreto, lo stesso partito di Salvini avrebbe riproposto la cauzione per i cortei, da fare pagare agli organizzatori prima dello svolgimento delle manifestazioni.
Il decreto legge sulla sicurezza ha tempo fino a maggio per venire convertito definitivamente in legge, e in questo momento si trova in esame presso la commissione Affari costituzionali del Senato. Ieri è scaduto il termine per la presentazione degli emendamenti, che sono arrivati a quota 1.215 proposte, le quali – per quanto non ancora fascicolate – sono iniziate a trapelare da fonti interne ai partiti. La maggior parte proviene dall’opposizione: si tratta di 1.105 interventi – tra modifiche e ordini del giorno – che andrebbero dalla abolizione delle misure più discusse quali il fermo preventivo e il cosiddetto “scudo penale”, alla loro riscrittura per limitarne i casi di applicazione, fino ad arrivare a modifiche tecniche per rendere alcune delle proposte applicabili. A dominare la scena, tuttavia, nonostante meno numerosi, sembrano gli oltre cento emendamenti e ordini del giorno avanzati dalla maggioranza. Una delle proposte più discusse riguarda la stretta sulle persone migranti prevista dal decreto; una modifica presentata dall’intero centrodestra introdurrebbe un compenso per gli avvocati delle persone migranti che convincono i propri assistiti ad accettare le proposte di rimpatrio volontario, incentivandoli a lavorare per l’espulsione. Un’altra proposta congiunta prevedrebbe di semplificare l’istituzione di presidi di polizia nei luoghi sensibili.
Tra le proposte dei singoli partiti spiccano quelle della Lega: il Carroccio avrebbe infatti presentato emendamenti per aumentare le pene per i furti in abitazione, includendo l’arresto differito; velocizzare lo sgombero delle seconde case occupate; e introdurre tutele penali in caso di aggressioni e violenze anche al personale del trasporto pubblico locale e regionale. In materia di manifestazioni, la Lega avrebbe invece proposto «l’istituzione di una zona cuscinetto o zona di rispetto a limite invalicabile a tutela degli agenti nelle manifestazioni di piazza»; essa consisterebbe in un’area di dieci metri attorno alle forze dell’ordine schierate durante le proteste entro cui i manifestanti non potrebbero avvicinarsi; sempre su iniziativa della Lega, sarebbe stata ripresentata la proposta di fare pagare una cauzione per le manifestazioni ai loro organizzatori.
Da Fratelli d’Italia, invece, sarebbe arrivata una proposta per escludere dalle richieste di risarcimento di danni chi riporta lesioni commettendo un reato. Per quanto riguarda i cortei, invece, il partito della presidente Meloni ha presentato un ordine del giorno che propone di dotare le forze dell’ordine di pallottole a vernice, capsule al peperoncino e palle di gomma, da sparare con lanciatori e pistole ad aria. Lo scopo sarebbe proprio quello di usarle sulle persone in corteo, in situazioni che, a detta del Senatore Marco Lisei, autore della proposta, «richiedono un superamento delle tattiche basate esclusivamente sul contatto fisico, privilegiando tecnologie che garantiscano l’individuazione selettiva dei responsabili di atti criminosi».
È morto Umberto Bossi
Ieri sera, 19 gennaio, è morto Umberto Bossi, fondatore della Lega Nord e segretario del medesimo partito fino al 2012. Bossi aveva 84 anni ed era nato a Cassano Magnago, in provincia di Varese. Dopo le prime esperienze in partiti e movimenti di stampo regionalista e autonomista, fondò la Lega Nord nel 1989. Negli anni fu Deputato, Senatore, Europarlamentare e Ministro; è morto all’Ospedale di Circolo di Varese dopo essere stato ricoverato in terapia intensiva.
Nuovo rapporto ONU: Israele sta avviando una “pulizia etnica” in Cisgiordania
RAMALLAH, PALESTINA OCCUPATA – Almeno 36mila persone sfollate con la forza in un anno; 1.732 episodi di violenza da parte dei coloni israeliani contro comunità palestinesi; 84 nuovi avamposti costruiti, centinaia di ettari di terre sottratte e occupate dai coloni israeliani. Il nuovo rapporto dell’Ufficio ONU per i diritti umani pubblicato martedì 17 marzo è un ennesimo campanello d’allarme: nella Cisgiordania occupata, la violenza di Israele non fa che aumentare. Il governo ha velocizzato l’espansione degli insediamenti, e l’annessione di vaste parti della Cisgiordania occupata, inclusa Gerusalemme Est, sfollando con la forza oltre 36.000 palestinesi. Intanto che e demolizioni e i furti di terre continuano, la violenza dei coloni e dei militari cresce senza freni. E si rischia la pulizia etnica.
«Gli sfollamenti nella Cisgiordania occupata, che coincidono con gli sfollamenti su vasta scala dei palestinesi a Gaza per mano dell’esercito israeliano, sembrano indicare una politica israeliana concertata di trasferimento forzato di massa in tutto il territorio occupato, volta a provocare uno sfollamento permanente, sollevando timori di pulizia etnica», si legge.
Il rapporto copre il periodo di 12 mesi fino a ottobre 2025, e documenta 1.732 episodi di violenza da parte dei coloni israeliani che hanno causato vittime o danni alla proprietà, corrispondendo a un aumento del 24% rispetto ai 1.400 episodi segnalati nello stesso periodo dell’anno precedente.

Le ripetute violenze dei coloni non vanno lette come casi isolati, ma appartengono a un preciso schema portato avanti del governo di Tel Aviv. «La violenza dei coloni è proseguita in modo coordinato, strategico e in gran parte incontrastato, con le autorità israeliane che hanno svolto un ruolo centrale nel dirigere, partecipare o consentire tale condotta», ha rilevato il rapporto.
E mentre, come da copione, i diplomatici israeliani a Ginevra accusano l’ufficio di essere «l’epicentro di un vile attivismo anti-israeliano», i fatti in Cisgiordania parlano da soli: dall’inizio della guerra iniziata da Tel Aviv e Stati Uniti contro l’Iran, sono almeno 15 i palestinesi uccisi in questo pezzo di Palestina, di cui 6 da parte dei coloni. Pochi giorni fa, i soldati di Tel Aviv – in borghese – hanno aperto il fuoco contro una macchina a Tammoun, nei pressi di Tubas, sterminando una famiglia che stava tornando a casa. Othman e Mohammed avevano 7 e 5 anni; sono stati crivellati di colpi insieme ai genitori, mentre i due fratellini sopravvissuti sono stati picchiati dai militari. «Abbiamo ucciso dei cani», hanno detto i militari a Khaled, uno dei due bambini ancora in vita, riferendosi alla sua famiglia.
Secondo il rapporto, l’impunità diffusa e radicata «sta facilitando e incoraggiando la violenza e le molestie contro i palestinesi».

Durante lo stesso periodo di 12 mesi, «un numero senza precedenti di 84 avamposti è stato istituito nella Cisgiordania occupata, portando il totale a oltre 300».
Il documento evidenzia anche il rischio crescente di sfollamento per migliaia di palestinesi appartenenti a comunità beduine situate a nord-est di Gerusalemme Est a causa dell’avanzamento dei piani di insediamento, nello specifico il famigerato piano E1, che se realizzato taglierà in due la Cisgiordania, mettendo la parola fine all’idea di uno Stato palestinese. Mentre le demolizioni di case continuano, Israele ha approvato o vuole approvare circa 27.200 unità abitative per i coloni in Cisgiordania, oltre a 36.973 unità a Gerusalemme Est.
Il rapporto aggiunge che il trasferimento illegale di persone protette costituisce un crimine di guerra secondo la Quarta Convenzione di Ginevra, osservando che tali atti possono comportare responsabilità penale individuale per i funzionari coinvolti e, in determinate circostanze, possono configurare anche un crimine contro l’umanità.
Il documento conclude inoltre che il trasferimento di potere dall’esercito israeliano alle autorità civili, le misure per confiscare terre palestinesi per l’espansione degli insediamenti, così come altre politiche e pratiche discriminatorie, «equivalgono a un regime istituzionalizzato di discriminazione sistematica, oppressione e violenza da parte di Israele contro i palestinesi», in violazione del divieto del diritto internazionale di segregazione razziale e apartheid.
È così che l’Alto Commissario ONU per i diritti umani Volker Türk ha chiesto a Israele di cessare immediatamente e completamente la creazione e l’espansione degli insediamenti e di invertirne gli effetti, invocando l’evacuazione di tutti i coloni e la fine dell’occupazione del territorio palestinese. Per l’ufficio Onu Israele deve consentire il ritorno dei palestinesi sfollati e porre fine a tutte le pratiche di confisca delle terre, sfratti forzati e demolizioni di abitazioni.
Ma mentre l’ennesimo rapporto certifica l’apartheid israeliano, parla di “rischio” di pulizia etnica e di annessione della Cisgiordania, l’inazione e il silenzio intorno sono assordanti: i governi occidentali tacciono, continuando a finanziare ed appoggiare politicamente Israele. Mentre a Gaza il genocidio non si è mai fermato. La Palestina è ormai diventata la pietra tombale del sistema internazionale, dell’Onu, e del diritto internazionale.
Bielorussia: liberati 250 prigionieri politici
Il presidente bielorusso Alexander Lukashenko ha liberato 250 prigionieri politici. Il rilascio arriva nell’ambito di una trattativa con Washington per ottenere un allentamento delle sanzioni statunitensi sul Paese e risulta il maggiore dall’inizio dei negoziati. Secondo le ONG locali, prima dell’annuncio di oggi, nel Paese erano presenti oltre 1.100 prigionieri politici. Tra i liberati c’è Marfa Rabkova, coordinatrice della rete di volontari della ONG Viasna, arrestata nel settembre 2020 e condannata a 14 anni e nove mesi.
Le piante officinali italiane sono sempre più a rischio
Un patrimonio naturale che intreccia salute, economia e tradizioni locali è oggi sotto pressione crescente. Nel report 2026 “Natura selvatica a rischio”, Legambiente segnala che diverse specie vegetali officinali – sia per uso medicinale che aromatico – sono a rischio di estinzione a causa dell’effetto combinato di crisi climatica, perdita di habitat, raccolta intensiva e commercio illegale. Il settore vale oltre un miliardo di euro, con 9.000 ettari coltivati e più di 400 produttori.
Tra le specie più vulnerabili figurano la genziana (Gentiana lutea), utilizzata per le sue radici dalle proprietà digestive e amare-toniche, l’arnica (Arnica montana), impiegata in preparazioni topiche per contusioni e infiammazioni, e l’artemisia nana (Artemisia schmidtiana), anch’essa tradizionalmente impiegata in fitoterapia. Queste piante sono classificate come “vulnerabili” o “quasi minacciate” secondo i criteri dell’Unione Internazionale per la Conservazione delle Natura (IUCN), soprattutto a causa della raccolta intensiva e degli effetti della crisi climatica negli ambienti montani delle Alpi e degli Appennini. Alla lista si aggiungono anche il ginepro (Juniperus communis), le cui bacche aromatiche sono utilizzate sia in fitoterapia sia nella tradizione alimentare, la liquirizia (Glycyrrhiza glabra), apprezzata per le radici con proprietà emollienti e digestive, la valeriana, nota per l’uso sedativo e rilassante, e l’Erba di San Giovanni (Hypericum perforatum), impiegata per le sue proprietà antinfiammatorie e antidepressivo naturali. Comprendere le caratteristiche e la storia delle piante officinali è vitale per sfruttare tutto il loro potenziale in termini di proprietà curative. Nonostante l’uso secolare di medicinali a base di erbe da parte di praticamente tutte le società umane, solo un numero relativamente piccolo di specie vegetali è stato oggi studiato come possibile farmaco. Gli studi etnobotanici ed etnofarmacologici aumentano così la possibilità di identificare nuove molecole utili, a patto che nel mentre queste risorse genetiche non si perdano irrimediabilmente. Secondo i dati dell’IUCN, 17.000 specie di piante medicinali sono minacciate a livello globale a causa della perdita di habitat, dello sfruttamento eccessivo, delle specie invasive e dell’inquinamento.
In Italia, particolarmente critica è la situazione della genziana. Negli ultimi anni le popolazioni naturali di questa specie hanno registrato una contrazione significativa sia sulle Alpi sia lungo l’Appennino, nonostante la specie sia protetta e inserita nell’Allegato V della Direttiva UE Habitat (92/43/CEE), che regola il prelievo delle radici in natura per uso erboristico e commerciale. Il caso più allarmante riguarda la Sardegna, dove studi condotti tra il 2016 e il 2023 classificano la specie come “in pericolo” a causa della riduzione della qualità dell’habitat. A livello nazionale, secondo i dati IUCN, alcune regioni mediterranee potrebbero registrare entro il 2050-2070 una riduzione dell’areale superiore al 50%. La situazione appare ancora più rilevante se si considera il peso economico del settore. In Italia il comparto delle piante officinali muove infatti un mercato superiore al miliardo di euro. Nel Paese si contano circa 9.000 ettari coltivati, i quali interessano circa 130 specie coltivate e 430-450 produttori specializzati. Il Piemonte rappresenta la regione leader per coltivazione e produzione, con circa 750 ettari. Tra le aree più note spicca Pancalieri, tra Cuneo e Torino, storicamente legata alla coltivazione di menta piperita, ma anche di melissa, salvia, camomilla, assenzio ed echinacea. Importanti distretti produttivi sono presenti anche in Toscana, Marche, Puglia, Emilia-Romagna e Lombardia. La distribuzione naturale delle piante officinali segue invece le caratteristiche climatiche e ambientali della penisola. Le regioni del centro-sud e le isole maggiori, grazie al clima mediterraneo e ai suoli ben drenati, ospitano numerose specie aromatiche spontanee. In Sicilia, ad esempio, crescono origano, rosmarino, timo, cappero e finocchietto selvatico, mentre in Sardegna sono diffusi mirto, elicriso e lentisco. Ugualmente Calabria, Puglia e Basilicata, dove è altrettanto presente la macchia mediterranea costiera ricca di specie da millenni utilizzate dall’uomo per vari scopi. L’Arco Alpino e l’Appennino garantiscono invece la presenza, spesso all’interno di aree protette, di specie tipiche degli ambienti montani, prime fra tutte arnica e genziana.
Nonostante una diversità di piante officinali tra le più spiccate al mondo, il documento del Cigno Verde sottolinea l’urgenza di rafforzare le politiche di tutela in Italia. Tra le principali proposte avanzate da Legambiente vi sono la necessità di evitare il sovrasfruttamento delle specie spontanee, promuovere una raccolta sostenibile attraverso criteri e tecniche uniformi su tutto il territorio nazionale e sviluppare linee guida informative rivolte ai cittadini. «La flora officinale italiana – spiega Stefano Raimondi, responsabile nazionale biodiversità di Legambiente – rappresenta una risorsa biologica ed economica strategica, ma non illimitata». La sua conservazione – ha aggiunto – richiede infatti politiche basate su dati scientifici, tutela degli habitat e filiere trasparenti e tracciabili, condizioni indispensabili per garantire nel tempo sia la salute degli ecosistemi sia la disponibilità di piante officinali di qualità. L’associazione propone inoltre di adottare soluzioni basate sulla natura per il ripristino degli ecosistemi degradati e di accelerare la creazione di nuove aree protette, migliorando al contempo la gestione di quelle esistenti. Un’altra priorità riguarda l’adattamento alla crisi climatica e il contenimento delle specie aliene invasive, fattori che possono compromettere ulteriormente gli habitat naturali. Accanto alle criticità, il report evidenzia però anche alcune esperienze positive. In Toscana è stato approvato il primo elenco regionale delle piante officinali spontanee con l’obiettivo di rafforzarne la tutela. In Calabria è nata l’alleanza “Calabria Oasi della Biodiversità d’Europa”, che riunisce circa cinquanta realtà impegnate nella salvaguardia della flora e della fauna locali. In Alto Adige si punta invece sulla valorizzazione delle sementi autoctone e su un catasto digitale per migliorare tracciabilità e conservazione.
La BCE mantiene invariati i tassi di interesse
La Banca Centrale Europea ha mantenuto invariati i tassi di interesse per la sesta volta consecutiva dopo otto riduzioni di fila. La BCE ha motivato tale decisione affermando che nonostante la guerra in Asia Occidentale generi prospettive più incerte, l’inflazione risulta relativamente stabile attorno all’obiettivo del 2%, livello considerato adeguato per la sanità dell’economia. I tassi di interesse sui depositi presso la banca centrale, sulle operazioni di rifinanziamento principali e sulle operazioni di rifinanziamento marginale rimarranno dunque rispettivamente al 2,00%, al 2,15% e al 2,40%.
Il giudice condanna la Banca d’Italia: confermate le responsabilità nella truffa dei diamanti
Banca d’Italia aveva torto, Report ha documentato in modo corretto lo scandalo dei diamanti venduti dalle banche ai propri clienti e sui quali – documenti e testimonianze alla mano – aveva evidenziato tutte le criticità del sistema di controllo, su quella che si è poi rivelata una gigantesca truffa su scala milionaria. Questa è la decisione del Tribunale di Roma che ha rigettato l’istanza dell’istituto di via Nazionale che aveva avanzato richieste di risarcimento milionarie (condannandola anche al pagamento delle spese legali 7.616 euro), citando la trasmissione per la puntata nella quale, con metodo giornalistico considerato corretto dal giudice, era stato raccontato al grande pubblico una vicenda che ha truffato almeno centomila persone per un valore stimato di almeno 2 miliardi (rimborsati 1.2), con 297 segnalazioni ma migliaia di persone finite nella trappola. Al centro della vicenda giudiziaria, la puntata del 2021 che aveva messo sotto i riflettori tutte le falle dei controlli bancari sullo scandalo dei diamanti offerti da diverse banche tra cui Unicredit, Banco BPM, Banca Intesa e Monte dei Paschi, un raggiro che ha truffato almeno centomila persone, secondo le stime, per un valore di 2 miliardi. La sola MPS ha venduto diamanti per 370 milioni, trovandosi alla fine una minusvalenza – cioè un saldo negativo – di 250 milioni in pancia.
Buchi e disattenzioni

Nella trasmissione condotta da Sigfrido Ranucci, è venuta alla luce la testimonianza di Carlo Bertini, ispettore di Bankitalia e coordinatore del gruppo di vigilanza congiunto su Mps (“Joint Supervisory Team” o Jst) che è poi diventato suo malgrado un whistlerblower. Nella puntata oggetto delle ire di Via Nazionale, Bertini aveva raccontato alle telecamere di Report l’”omessa vigilanza prudenziale” dell’istituto sulle banche che si occupavano della commercializzazione dei diamanti, descrivendo i buchi e le disattenzioni nei controlli sulla compravendita dei diamanti da parte degli istituti e sulle conseguenti operazioni finanziarie. Per Bertini è iniziata una durissima vicenda personale all’interno di Banca d’Italia che si è poi conclusa col suo licenziamento, dopo essere stato inizialmente sospeso, sostanzialmente per aver appunto parlato davanti alle telecamere di Report. Il bubbone dei diamanti era già scoppiato anni prima, con un’ispezione della Banca d’Italia che faceva seguito ad una segnalazione giunta da un dipendente di Mps a Siena, e con una prima trasmissione di Report (2016) che aveva raccontato per prima questa colossale truffa sulla quale la Procura di Milano ha poi aperto un’inchiesta penale, col sequestro di 80 milioni. Bertini ha semplicemente verificato, e raccontato alla trasmissione Report, che il traffico di pietre preziose non si era arrestato, ma anzi proseguiva in modo quasi indisturbato da parte degli istituti coinvolti. Ne è venuto fuori un report che Bertini ha consegnato ai suoi superiori, in Via Nazionale, scatenandone l’ira e venendo accusato di gettare discredito e grave danno alla reputazione dell’istituto. Nel frattempo il Tar del Lazio aveva dato ragione a Bertini, stabilendo che il suo licenziamento (è stato destituito dal suo incarico il 18 luglio 2022) è avvenuto in modo illegittimo, in quanto durante la seduta della Commissione di disciplina di Banca d’Italia a cui era stato convocato, non gli è stato permesso di essere assistito da un avvocato. Ma nel proseguo, altre pronunce dello stesso tribunale amministrativo hanno ribaltato questa decisione, fino a quella del Consiglio di Stato che ha definitivamente confermato la validità del licenziamento.
«Fatti veri, non fake news»
Bertini ha raccontato una vicenda quasi kakfiana, condita da pressioni, minacce e varie forme di mobbing interno agli uffici dove il suo report su Mps era stato accolto, pare, tra le urla inviperite dei suoi superiori. Bertini è stato anche denunciato per per violazione del segreto d’ufficio e dovrà essere sottoposto a processo penale nel quale, tuttavia, Banca d’Italia rischia un altro boomerang, nel caso non fossero accertate le sue responsabilità e quindi venisse assolto dalle accuse. Naturalmente la notizia della sentenza del tribunale di Roma è stata accolta con entusiasmo da Sigfrido Ranucci, conduttore di Report: «Fatti veri, non fake news. La giustizia ha riconosciuto il nostro diritto a informare i cittadini». Per la trasmissione, che è stata spesso nell’occhio del ciclone per le inchieste e i reportage offerti al grande pubblico Rai, una vittoria morale che corrobora anche chi crede ancora nella possibilità di fare un’informazione non asservita al potere sulla televisione pubblica. La puntata del programma finita nell’occhio del ciclone da parte di Banca d’Italia si intitolava “The whistleblower” e nell’inchiesta realizzata da Emanuele Bellano raccontava appunto «le lacune nel sistema di controllo delle banche nella distribuzione e vendita dei diamanti». Il reportage che si è basato sulle dichiarazioni e le testimonianze di Bertini, raccontava come Banca d’Italia non avesse bloccato la vendita dei diamanti, nonostante fosse al corrente delle irregolarità e delle problematiche che sono poi sfociate anche in class action dei cittadini che sono stati truffati dagli istituti coinvolti. I diamanti venivano venduti da società terze, “WI.D.B S.p.a.” e “D.P.I S.p.a”, ad un prezzo almeno tre volte superiore il loro reale valore e con condotte da parte degli istituti di credito a dir poco discutibili.
Tecniche di raggiro
Ai clienti, infatti, veniva tra l’altro proposto l’acquisto dei diamanti mostrando grafici e tabelle nelle quali la curva delle quotazioni era in continua crescita, e spiegando loro che potevano verificare le quotazioni stesse sul Sole24Ore. Peccato che tali valori fossero in realtà pubblicati nella sezione riservata alle inserzioni e alle pubblicità a pagamento da parte delle società venditrici, quindi senza nessuna attendibilità certificata. La reazione di Banca d’Italia alla trasmissione di Report era stata durissima. Prima di presentare un ricorso con richiesta di risarcimento, Via Nazionale aveva pubblicato un comunicato nel quale dichiarava che nel corso della puntata del 13 dicembre 2021 di Report «l’azione della Banca d’Italia è stata rappresentata in modo fortemente distorto, anche sulla base delle affermazioni di un dipendente della Banca stessa, il dottor Carlo Bertini». Nella nota si fa anche riferimento al «procedimento disciplinare a cui l’ispettore è stato sottoposto nel 2021 (il suo report risaliva a due anni prima, ndr) per violazioni di disposizioni del Regolamento del personale della Banca d’Italia. Tra questi, assume un rilievo centrale la divulgazione tra il personale dell’Istituto e all’esterno del medesimo di comunicazioni idonee a gettare discredito e a nuocere gravemente alla reputazione della Banca d’Italia e di suoi rappresentanti, nonché l’indebita divulgazione all’esterno della Banca d’Italia di informazioni in suo possesso in relazione all’attività lavorativa svolta». Anche di questo, Report aveva dato conto nella puntata di Report che il tribunale di Roma ha assolto da ogni accusa, ribadendo che si è trattato solo ed esclusivamente di esercizio corretto e professionale del diritto di cronaca. Proprio in questi giorni, a Milano – dove è partita nel 2017 l’inchiesta principale sui diamanti, poi finita in uno spezzatino di vari filoni e stralci – è stato condannato l’ex notaio Franco Novelli, associato alla “IDB Intermarket Diamond Business”, società poi fallita che operava sul mercato dei diamanti da investimento offerti e venduti a prezzi largamente superiori. Novelli è stato ritenuto di fatto l’amministratore della Idb (al cui vertice si trovava Claudio Giacobazzi, suicidatosi nel 2018), che poi è fallita, e dopo alterne vicende giudiziarie è stato appunto condannato dal tribunale per autoriciclaggio ad una pena di 4 anni più la confisca di 113 milioni di euro.
Un gruppo di cittadini ha portato in tribunale l’occupazione partitica della RAI
È stata depositata presso il TAR del Lazio una class action popolare contro la Rai e il Ministero dell’Economia e delle Finanze per porre fine alla «occupazione partitica» del servizio pubblico radiotelevisivo. Il ricorso è stato promosso dall’associazione Generazioni Future, rappresentata dal professor Ugo Mattei, docente di Diritto civile all’Università di Torino, insieme a Media Pluralisti Europei, con il patrocinio dell’avvocato Luigi Paccione. Secondo i ricorrenti, l’attuale governance di viale Mazzini si trova infatti una «situazione di assoluta illegalità» rispetto alla normativa europea, che richiede procedure di nomina trasparenti e del tutto svincolate dalla politica. La Rai, dicono i promotori, è stata ed è ancora segnata da «un’occupazione pluridecennale che annienta il diritto degli utenti alla trasparenza e alla imparzialità dell’informazione».
L’azione legale collettiva, che ha già raccolto oltre diecimila adesioni, denuncia la violazione del Regolamento europeo 2024/1083, il cosiddetto Media Freedom Act, entrato in vigore lo scorso 8 agosto, che impone l’indipendenza editoriale e funzionale dei media di servizio pubblico dai condizionamenti politici. Nella realtà, fanno notare i ricorrenti, il metodo dell’«occupazione partitocratica» e della spartizione del servizio pubblico continua a segnare, senza soluzione di continuità, le dinamiche interne alla Rai. «Dall’agosto scorso la Rai versa in situazione di assoluta illegalità e la sua governance è radicalmente contraria ai principi e alle regole di un Regolamento Europeo fonte primaria del nostro diritto», spiegano i promotori, sottolineando come «le polemiche di queste settimane relative alle nomine mostrano come il metodo dell’occupazione partitocratica e della spartizione del servizio pubblico, con relativa collocazione di figure fedeli nei posti chiave, continui imperterrito senza che dell’illegalità europea e delle relative responsabilità e costi ben pochi si preoccupino». Il CDA Rai è oggi formato da 7 membri: 4 sono eletti dal Parlamento (2 dalla Camera, 2 dal Senato), 2 sono designati dal governo – nello specifico dal Ministero dell’Economia e delle Finanze – e 1 è eletto dai dipendenti dell’azienda.
La class action mira a ottenere dal Tar una sentenza di accertamento che verifichi la mancata applicazione della normativa europea, con l’obiettivo di ripristinare il pluralismo e l’indipendenza dell’informazione pubblica. I sostenitori dell’iniziativa chiedono inoltre un intervento sulla gestione finanziaria dell’azienda, con particolare riferimento alla «restituzione del canone non dovuto» e alla «limitazione delle spese stravaganti di retribuzione di noti personaggi televisivi, complici del generale progetto di disinformazione pubblica, di cui la Rai partitocratica è protagonista», aprendo così la strada a un possibile coinvolgimento della Corte dei Conti. Sostenuta da un patto di oltre venti organizzazioni, la class action rappresenta un tentativo di mobilitazione popolare per difendere un «bene comune» pagato dai cittadini attraverso il canone. La piattaforma per aderire è accessibile sul sito generazionifuture.org, dove i cittadini possono prenotarsi come partecipanti all’azione collettiva.
«L’occupazione della Rai, dopo entrata in vigore del Media Freedom Act, ha raggiunto un nuovo livello – dichiara a L’Indipendente il Prof. Ugo Mattei -. Essa non è più soltanto politicamente vergognosa ma oggi è anche smaccatamente illegale. Questa volta davvero “ce lo chiede l’Europa!”». Sulla Rai, prosegue Mattei, «emerge in modo chiarissimo il comune interesse all’occupazione tanto della destra quanto della cosiddetta sinistra: emerge così in modo plastico come il Italia la vera contrapposizione sia fra chi vuole la Rai bene comune e chi vuole mantenerla come puro strumento di propaganda. Il popolo contro la casta. Lo strumento giuridico della class action può dare al primo uno strumento per coalizzarsi per difendere i beni comuni».










