Un terremoto di magnitudo 7.6 ha colpito il Mare delle Molucche, in Indonesia, causando un morto e un ferito. La scossa principale è avvenuta al largo dell’isola di Ternate a 35 km di profondità. La vittima è deceduta nel crollo di un edificio a Manado, dove un’altra persona è rimasta ferita a una gamba. Sono state registrate circa 50 scosse di assestamento, la più forte di magnitudo 5.5. Inizialmente era stato lanciato un allarme tsunami, poi revocato. Onde fino a 75 cm hanno interessato diverse località nelle Molucche e nel Sulawesi Settentrionale.
Molise, crolla ponte sul fiume Trigno: non ci sono vittime o feriti
Dopo tre giorni di piogge intense è crollato il ponte sul fiume Trigno, lungo la statale 16 tra Abruzzo e Molise. Il cedimento è avvenuto improvvisamente intorno alle 9, mentre erano in corso verifiche per una possibile riapertura al traffico: la struttura ha collassato a metà. La strada era già chiusa in via precauzionale dopo l’esondazione del fiume, evitando conseguenze gravi. Il ponte, situato tra San Salvo e Montenero di Bisaccia, rappresentava un collegamento strategico tra le due regioni: il crollo provoca ora pesanti disagi alla viabilità locale.
Camera, sospesi 32 deputati per proteste contro convegno sulla “remigrazione”
L’Ufficio di presidenza della Camera ha sospeso complessivamente 32 deputati di opposizione per l’occupazione della sala stampa del 30 gennaio, organizzata per impedire una conferenza sulla “remigrazione”. Ventidue parlamentari sono stati sospesi per 5 giorni e altri dieci per 4 giorni, con sanzioni più severe per chi aveva occupato i posti degli oratori. Fra i parlamentari sospesi per 5 giorni, 10 sono del PD, 8 del M5S e 4 di AVS. L’evento, promosso dal leghista Domenico Furgiuele, prevedeva interventi di esponenti dell’estrema destra, anche neonazisti. I deputati hanno giustificato la protesta ritenendo inaccettabile ospitare alla Camera rappresentanti di movimenti neofascisti o radicali.
La “minaccia” di Trump all’Europa: “porterò gli USA fuori dalla NATO”
La NATO è una «tigre di carta» e l’uscita degli USA dall’Alleanza Atlantica è «irrevocabile». A dirlo è il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, in una intervista al quotidiano britannico The Telegraph. Trump ha specificato di stare «seriamente» considerando l’uscita degli USA dalla NATO a causa del rifiuto di inviare navi da guerra verso lo Stretto di Hormuz da parte dei membri dell’Alleanza. «Noi siamo sempre stati lì per loro, e lo saremmo sempre stati. Loro non sono lì per noi», ha detto Trump. Le dichiarazioni arrivano in un momento in cui gli Stati Uniti e Israele sembrano trovarsi in seria difficoltà sul campo: la guerra in Iran, che doveva essere una “operazione lampo”, si sta trascinando ormai da oltre un mese (con evidenti difficoltà sul campo da parte di Tel Aviv e Washington), scatenando una crisi energetica globale. In un contesto del genere, il rifiuto dei Paesi UE a farsi trascinare nel conflitto ha incendiato ulteriormente i malumori del tycoon.
Nei giorni scorsi, il presidente USA ha lanciato critiche e minacce nei confronti di diversi Stati europei, proprio per la mancata collaborazione nelle operazioni militari in Medio Oriente. Dopo che la Francia ha chiuso il proprio spazio aereo ai mezzi militari carichi di armi e diretti verso Israele, Trump ha pubblicato un post sul suo social Truth nel quale ha accusato Parigi di essere “ALQUANTO INUTILE [maiuscolo originale, ndr]” nell’ambito della guerra contro l’Iran e che “gli Stati Uniti se ne RICORDERANNO!!!”. Una risposta della quale la Francia si è detta “sorpresa” dal momento che la propria posizione è la medesima dall’inizio del conflitto: pochi giorni dopo l’attacco, infatti, Parigi aveva fatto sapere che non avrebbe permesso all’esercito USA di usare le basi francesi, salvo offrire un “appoggio temporaneo” in caso questi avessero avuto l’incarico di difendere i partner di Parigi nella regione. Ancora meno lusinghiere erano state le parole spese da Trump nei confronti del premier spagnolo Pedro Sanchez, che aveva minacciato di imporre un embargo al Paese socialista e di troncare tutte le relazioni commerciali – minaccia che ad ora non ha avuto seguito, anche se le basi di Rota e Moron permangono chiuse ai voli USA coinvolti nella guerra, insieme all’intero spazio aereo spagnolo. Il presidente non ha poi mancato di deridere il premier britannico Keir Starmer, dichiarando “non avete nemmeno una marina. Siete troppo vecchi e avevate portaerei che non funzionavano”. Tuttavia, Starmer lo ha ribadito chiaramente: “Questa non è la nostra guerra e non verremo trascinati dentro di essa”.
Dall’inizio della guerra in Iran, Trump (che ha vinto le elezioni promettendo di non scatenare guerre) continua a ripetere che la fine è molto vicina e che gli obiettivi statunitensi sono ormai stati raggiunti, con l’avversario dipinto come ridotto in ginocchio e senza speranze di rialzarsi. Un quadro che non sembra poi tanto corrispondere alla realtà delle cose: la “operazione lampo” annunciata a inizio conflitto si sta incancrenendo, il cambio di regime non si è verificato e l’Iran si sta dimostrando padrone assoluto dello Stretto di Hormuz. La situazione è tale per cui gli USA sono stati costretti a prepararsi ad eventuali operazioni di terra, dispiegando all’incirca 10 mila marines in Medio Oriente – eventualità che piace poco agli stessi vertici militari USA. A tutto ciò si aggiungono le dichiarazioni del presidente USA in merito a un accordo di pace sempre più vicino, puntualmente smentite dai vertici iraniani, che lo hanno accusato di star solamente cercando di influenzare l’andamento dei mercati e contenere la crisi energetica che ha travolto l’Occidente. Di fatto, il piano di pace ipotizzato da Washington è stato prontamente rispedito al mittente, senza nemmeno passare per mediatori o colloqui.
A fronte delle difficoltà sul terreno e della riluttanza dei Paesi UE a entrare in un conflitto scatenato unilateralmente da USA e Israele, Trump ha prima minacciato di interrompere i rifornimenti di armi all’Ucraina, poi attaccato i singoli Paesi e infine l’Alleanza Atlantica. Le dichiarazioni hanno mandato in allarme Mark Rutte, segretario generale della NATO, che dovrebbe incontrare il tycoon la prossima settimana. Tuttavia, permangono dubbi riguardo al fatto che questa rappresenti solamente l’ennesima minaccia di Trump che verosimilmente non avrà seguito. La NATO, infatti, è sempre stato lo strumento principe che ha permesso agli USA di avere una presenza militare importante nella UE, mantenendo anche un controllo sulle alleanze del continente e garantendo un appoggio militare alle guerre imperialiste scatenate da Washington. Si pensi in primis alla Russia, prima della guerra alleato commerciale della UE, ora tagliata fuori a favore degli Stati Uniti, divenuti primi fornitori di GNL del continente. E poi alle guerre in Jugoslavia (i cui bombardamenti furono lanciati senza autorizzazione del Consiglio di Sicurezza ONU) e in Medio Oriente, finalizzate a ottenere cambi di regime funzionali agli interessi imperialistici di Washington. Inclusa quella attuale contro l’Iran, nella quale gli USA non stanno riuscendo, per ora, a trascinare l’Alleanza.
Il dl Sicurezza apre agli agenti infiltrati nelle carceri
Dopo avere concesso ai membri dei servizi segreti di assumere il comando di organizzazioni criminali e terroristiche, il governo Meloni punta alle carceri. Un articolo del nuovo decreto sicurezza estende infatti i casi in cui gli ufficiali della polizia giudiziaria possono condurre operazioni “sotto copertura”, aprendo alle missioni di infiltrazione nelle strutture detentive. Il decreto – che oggi si trova in esame presso la Commissione Affari Costituzionali del Senato – permette agli agenti coinvolti in inchieste relative a diversi reati, tra cui quelli legati ai casi di terrorismo e droga, di ricevere, acquistare, nascondere, e ostacolare l’individuazione di denaro e beni legati alle indagini; tale intervento, «rischia di acuire la conflittualità, alimentando diffidenza e sospetto generalizzato tra detenuti e operatori», osserva l’associazione Antigone. «Il risultato è la trasformazione dell’istituzione penitenziaria in un presidio di sicurezza interna, dove la gestione delle tensioni assume i tratti dell’intervento di polizia più che del governo trattamentale».
L’articolo che permette alla polizia giudiziaria di infiltrarsi tra i detenuti propone una modifica all’articolo 9, comma 1, della legge n. 146 del 2006, che regola proprio le «operazioni sotto copertura»; il decreto dispone che «gli ufficiali di polizia giudiziaria appartenenti ai nuclei investigativi del Corpo di polizia penitenziaria» non sono punibili nel casi in cui mettano in pratica condotte che costituirebbero reato con la finalità di raccogliere prove nell’ambito di indagini relative a diversi reati. I reati per cui possono infiltrarsi sono quelli legati a: rivolta, terrorismo, droga, corruzione, concussione, peculato, tortura e violenza sessuale – compresi i casi di violenza di gruppo e abuso su minori. Gli agenti coinvolti nelle indagini non sono punibili se: acquistano, ricevono (o accettano in offerta o promessa), sostituiscono o nascondono denaro documenti, sostanze stupefacenti e in generale beni e oggetti legati al reato sotto indagine; gli agenti possono analogamente ostacolare l’individuazione degli stessi beni, consentirne l’impiego e compiere attività che potrebbero portare a una delle azioni elencate.
«La previsione di operazioni sotto copertura all’interno degli istituti di pena segna un ulteriore slittamento del carcere da luogo deputato all’esecuzione della pena in funzione rieducativa a spazio governato secondo logiche di ordine pubblico», scrive Antigone. «In un contesto già caratterizzato da sovraffollamento e tensioni strutturali, l’introduzione di agenti infiltrati rischia di acuire la conflittualità, alimentando diffidenza e sospetto generalizzato tra detenuti e operatori», continua l’associazione. «Il carcere, anziché essere ambito di trattamento e responsabilizzazione, viene così assimilato a un teatro permanente di prevenzione e repressione». Ad allarmare, insomma, è la chiara impostazione securitaria della legge che trasforma le carceri, già dense di problemi strutturali che minano le relazioni tra i detenuti, in centri di controllo; al posto di puntare sulla rieducazione, si alza così il livello di conflittualità nelle strutture.
L’approccio securitario dell’articolo riprende la struttura analogamente repressiva dell’intero decreto, di cui l’ampliamento della capacità operativa della polizia giudiziaria costituisce solo un tassello. Essa fa eco ai diversi interventi legislativi approvati dall’esecutivo Meloni nei suoi quattro anni di governo; a tal proposito, il decreto sicurezza che ha preceduto quest’ultimo, approvato l’anno scorso, ha rafforzato i poteri dei servizi segreti italiani, autorizzando gli operatori di AISE e AISI non solo a infiltrarsi in organizzazioni criminali e terroristiche, ma addirittura a dirigerle, legittimando gravissimi reati quali associazione sovversiva, terrorismo interno e banda armata.









