La procura di Belluno ha notificato un avviso di garanzia al legale rappresentante della Ss Security&Bodyguard, la società per cui lavorava Pietro Zantonini. Zantonini è stato trovato senza vita il 9 gennaio in un cantiere legato alle opere per le Olimpiadi Milano-Cortina 2026, dove lavorava come guardia. Il lavoratore stava coprendo il turno notturno in condizioni climatiche estreme, con le temperature scese fino a -12 gradi. Sono ancora in corso gli esami dei medici legali per accertare le cause della sua morte.
Identificazione personale: è obbligatorio mostrare un documento a un pubblico ufficiale?
Sono le 9 del mattino. Sei sveglio dalle 6, ti prepari, lavi e vesti la piccola, controlli i compiti del maggiore, scarrozzi lei all’asilo, lui a scuola, nel frattempo pensi alla presentazione che fra qualche minuto farai davanti al CDA. Finalmente parcheggi, intravedi l’ufficio in fondo alla via, passi accanto a una volante della polizia, non ci badi neanche, ma una voce ti gela: “Scusi, fornisca le sue generalità e favorisca un documento”.
L’obbligo di declinare le proprie generalità
Te l’hanno chiesto, non puoi fare finta di niente, omettere deliberatamente di rispondere o dichiararle false, perché tali condotte costituiscono reato. Ai sensi dell’art. 651 del codice penale, infatti, chiunque, richiesto da un pubblico ufficiale nell’esercizio delle sue funzioni, si rifiuti di dare i propri dati (nome, stato, altre qualità personali), è punito con arresto o ammenda. Per la precisione si tratta di una contravvenzione, ossia un reato non grave, ma è comunque un comportamento sanzionato.
L’esibizione di un documento di riconoscimento
Dopo aver declinato all’agente le tue generalità, frughi ovunque per trovare i documenti e realizzi di aver lasciato il portafoglio a casa. Maledetta frenesia.
Ebbene, l’ordinamento giuridico ti viene incontro, poiché non esiste una norma che sanzioni il mero fatto di uscire di casa senza un documento di identità. L’unica disposizione in materia, infatti, è l’art. 294 del regolamento di esecuzione del Testo Unico in Materia di Pubblica Sicurezza, in forza del quale la carta d’identità od i titoli equipollenti devono essere esibiti ad ogni richiesta degli ufficiali e degli agenti di pubblica sicurezza. L’art. 221 del T.U.L.P.S. stesso invece sanziona la violazione di tale norma con l’arresto o l’ammenda. Da ciò consegue che se hai con te i documenti (carta d’identità o patente) e non li esibisci, puoi essere penalmente sanzionato. Viceversa, se non li hai con te, non sei perseguibile penalmente ma puoi essere accompagnato in Questura per accertamenti. L’accompagnamento non rappresenta una sanzione ma una semplice prassi, e non è obbligatoria, trattandosi di una facoltà discrezionale delle forze dell’ordine.
In sostanza, se dichiari le tue generalità e magari hai con te altri documenti per comprovarne indirettamente la veridicità, potresti convincere l’agente a lasciarti andare. Viceversa, gita in Questura e promozione mancata al lavoro. Che è comunque sempre meglio di una denuncia.
Quello che forse non sai
Ebbene, la giornata è stata impegnativa e finalmente volge al termine. Ti stai rilassando sull’erba sintetica per il calcetto del mercoledì sera, quando subisci un fallo a pochi metri dalla porta e reagisci male, affrontando a brutto muso il tuo avversario. Il quale, a tua insaputa, è un carabiniere, e per ritorsione ti intima di identificarti e mostrargli un documento. In questo caso puoi anche rispondergli che la carta d’identità resta in borsa e che ti chiami Diego Armando Maradona. Come ribadito in più occasioni dalla Corte di Cassazione, gli obblighi di cui sopra operano soltanto quando la richiesta proveniente dal pubblico ufficiale è legittima, ossia formulata nell’esercizio delle proprie funzioni: controlli di sicurezza, mantenimento dell’ordine pubblico e, in generale, quando l’agente è in servizio o, se fuori servizio, quando si attiva per un obbligo giuridico (ad esempio per impedire la commissione di un reato).
Dopo aver rimesso al suo posto il tuo avversario, ti avvii serenamente a battere il calcio di rigore. Tanto il goal della serata l’hai appena segnato.
Corea del Sud: chiesta la pena di morte per l’ex presidente
I pubblici ministeri sudcoreani hanno chiesto la condanna a morte per l’ex presidente Yoon Suk Yeol, accusato di essere stato a capo di una insurrezione. Yoon è sotto indagine per avere provato a instaurare la legge marziale nel Paese nel dicembre del 2024. Dopo tale tentativo, è stato deposto dal Parlamento per poi essere arrestato in vista del processo. Nell’ambito di tale vicenda, Yoon è accusato anche di ostruzione alla giustizia, accusa per cui è stata richiesta una pena di 10 anni di carcere.
Clima: l’1% più ricco ha già consumato le emissioni annuali a disposizione
A soli dieci giorni dall’inizio del 2026, l’1% più ricco della popolazione mondiale ha già esaurito il proprio budget annuale di carbonio, ovvero la quantità di CO2 che potrebbe essere emessa da ciascuno senza superare la soglia di riscaldamento globale di 1,5°C. Lo ha attestato una nuova analisi pubblicata da Oxfam. Ancora più sconcertante è il dato relativo allo 0,1% dei super ricchi, che secondo i risultati avrebbe bruciato il proprio limite in appena 72 ore, il 3 gennaio. Questa “Giornata dell’Inquinatore”, come è stata definita dall’organizzazione, illumina in modo crudo come una minuscola élite sia responsabile in modo sproporzionato dell’aggravarsi della crisi climatica, mentre la stragrande maggioranza dell’umanità paga il prezzo più alto.
Le emissioni generate dall’1% più ricco in un solo anno, si stima, causeranno circa 1,3 milioni di morti legate al caldo entro la fine del secolo. Entro il 2050, i danni economici ai paesi a basso e medio-basso reddito, causati dalle emissioni di questa élite, potrebbero raggiungere la cifra di 44mila miliardi di dollari. Per rimanere entro il limite di sicurezza di 1,5°C, l’1% più ricco dovrebbe ridurre le proprie emissioni del 97% entro il 2030. Un obiettivo che appare lontanissimo, considerando che la persona media nello 0,1% più ricco emette oltre 800 kg di CO2 al giorno, mentre una persona della metà più povera del pianeta ne emette in media solo 2 kg.
Il problema non si limita agli stili di vita iper-lussuosi, ma si estende agli investimenti. Ogni miliardario detiene in media un portafoglio di investimenti in aziende che producono 1,9 milioni di tonnellate di CO2 equivalente all’anno. Nel 2024, le emissioni legate agli investimenti di 308 miliardari – stimate in circa 586 milioni di tonnellate di CO2 equivalente – hanno infatti superato quelle combinate di 118 paesi. Quasi il 60% degli investimenti dei miliardari è concentrato in settori ad alto impatto climatico, come i combustibili fossili, e due terzi delle aziende in cui investono non sono allineate con gli obiettivi dell’Accordo di Parigi. Tale potere economico si traduce sistematicamente in potere politico, che viene utilizzato per indebolire l’azione climatica. Alle recenti conferenze ONU sul clima, i lobbisti dei combustibili fossili hanno superato in numero la maggior parte delle delegazioni nazionali, mentre la partecipazione delle comunità indigene, in prima linea nella crisi, è risultata assai marginale.
Le possibili soluzioni delineate da Oxfam sono concrete: aumentare le imposte su redditi e patrimoni dei super-ricchi; introdurre tasse permanenti sugli utili straordinari delle grandi imprese — con proposte che prevedono aliquote fino al 50% sui rendimenti eccedenti soglie prestabilite —; vietare o tassare in modo punitivo beni di lusso ad alta intensità carbonica come jet privati e superyacht; applicare una tassa sui profitti straordinari delle compagnie fossili, misura che potrebbe generare risorse dell’ordine di centinaia di miliardi di dollari nel primo anno per finanziare lo sviluppo del Sud globale. Parallelamente, secondo l’organizzazione, è necessario limitare fortemente la partecipazione diretta delle corporazioni fossili ai negoziati e il peso della loro lobby, rafforzando invece la voce della società civile per costruire un sistema economico che metta al centro persone ed ecosistemi.
Trump: dazi del 25% a chi fa affari con l’Iran
Sullo sfondo delle proteste in Iran il presidente degli USA Donald Trump ha annunciato che – «con effetto immediato» – il Paese imporrà dazi del 25% agli Stati che fanno affari con l’Iran. Le tariffe varranno per tutti i settori, ha specificato Trump. Le proteste in Iran sono scoppiate lo scorso mese per contestare l’aumento dei prezzi e il crollo della valuta locale; coi giorni sono diventate sempre più ampie, trasformandosi in un generale moto anti-governativo, mentre le autorità hanno intensificato la repressione delle piazze, uccidendo centinaia di persone. In precedenza, Trump aveva dichiarato che gli USA sarebbero stati pronti a intervenire militarmente se il numero dei dimostranti uccisi fosse aumentato.
Argentina, roghi distruggono oltre 10mila ettari di foresta
Un vasto incendio divampato la scorsa settimana nella Patagonia condivisa da Argentina e Cile si è esteso in questi giorni fino al villaggio di Epuyén, di circa duemila abitanti, devastando quasi diecimila ettari di foresta. La combinazione di siccità prolungata, temperature elevate e forti venti ha favorito la propagazione delle fiamme, rendendo difficili le operazioni di spegnimento. Oltre tremila persone, inclusi numerosi turisti, sono state evacuate. Più di 500 vigili del fuoco operano nella provincia di Chubut. Nonostante lo spegnimento di 22 roghi, la situazione resta critica. Secondo Greenpeace Argentina, quest’estate sono già andati in fumo 52mila ettari.
Birmania: nel pieno della guerra civile inizia il processo per genocidio contro l’esercito
Mentre i caccia dell’esercito birmano bombardavano un piccolo villaggio nella regione di Magway, a migliaia di chilometri di distanza, all’Aia, si sono aperte davanti alla Corte internazionale di giustizia (CIG) le udienze di uno dei procedimenti più rilevanti nella storia recente del diritto internazionale. La giunta militare della Birmania è chiamata a rispondere dell’accusa di genocidio per la persecuzione sistematica della minoranza rohingya, espulsa con la violenza dallo Stato di Rakhine a partire dal 2017. L’esito del processo potrebbe creare un precedente e orientare anche quello per genocidio intentato dal Sudafrica contro Israele per i crimini commessi nella Striscia di Gaza.
Un Paese sprofondato in una guerra civile dopo il colpo di Stato del 2021, in seguito alla presa del potere da parte del Tatmadaw (le forze armate birmane) che hanno rovesciato il governo di Aung San Suu Kyi, vede per la prima volta incrinarsi l’impunità dei suoi generali. Non è un dettaglio: è la prima volta che uno Stato africano non leso promuove un caso di questo tipo contro un altro Paese in nome di un principio universale e in difesa dei diritti di una popolazione. Il percorso che ha condotto alla prima udienza del 12 gennaio è stato lungo e segnato da snodi procedurali di grande rilievo. Il procedimento nasce dall’azione avviata dal Gambia, con il sostegno politico e finanziario dell’Organizzazione della Cooperazione Islamica, che ha chiamato la giunta militare birmana a rispondere della violazione della Convenzione sul genocidio, per le persecuzioni contro i rohingya, minoranza musulmana privata da decenni di diritti e cittadinanza. Nel 2017, l’esercito birmano avviò una campagna di violenze sistematiche – uccisioni, stupri, villaggi incendiati e rasi al suolo – che costrinse oltre 700mila persone a fuggire in Bangladesh. Le prove raccolte negli anni delineano un’operazione pianificata di pulizia etnica. Nel 2020, la Corte ordinò alla giunta militare misure urgenti per proteggere i rohingya, ma dopo il golpe del 2021 l’esercito ha ignorato gli obblighi e continuato le persecuzioni, come documentato dall’ONU, che denuncia un’escalation di violenze, con bombardamenti su scuole, ospedali e campi profughi.
Tra il 2024 e il 2025, undici Stati (Canada, Danimarca, Francia, Germania, Paesi Bassi, Regno Unito, Maldive, Slovenia, Rdc, Belgio, Irlanda) hanno presentato richiesta di intervento e sono stati ammessi a partecipare alle udienze sul merito per esporre le loro osservazioni, a sostegno dell’interpretazione della Convenzione proposta dal Gambia. Sui fatti del 2017 è stata aperta anche un’inchiesta separata della Corte penale internazionale dove, nel 2024, il procuratore capo, Karim Khan, ha chiesto alla Corte di emanare un mandato d’arresto per il vertice della giunta militare della Birmania, il generale Min Aung Hlaing. Con l’avvio delle udienze di merito, la Corte entra nella fase decisiva: saranno esaminate testimonianze e perizie sulle operazioni contro i rohingya. Il nodo centrale è dimostrare l’intento genocida. Alla Corte internazionale di giustizia (CIG) si giudica la responsabilità dello Stato per violazione della Convenzione, alla Corte penale internazionale (CPI) quella penale dei singoli, con piani giuridici ed effetti radicalmente diversi. Per il Gambia l’intento genocida emerge da un disegno complessivo: violenze sistematiche, villaggi distrutti, stupri di massa, odio istituzionale e negazione dei diritti.
L’esito del processo è un banco di prova per il diritto internazionale: riafferma che il genocidio riguarda l’intera comunità globale, mette in discussione i criteri con cui la Corte accerta l’intento genocida e riapre il nodo dell’efficacia delle sue decisioni. Nicholas Koumjian, capo della Commissione d’indagine dell’ONU, ha spiegato che «è probabile che il caso stabilisca un importante precedente su come il genocidio viene definito e su come possa essere dimostrato». Uno su tutti: il caso di genocidio che coinvolge Israele per i crimini commessi nella Striscia di Gaza, intentato nel 2024 dal Sudafrica. La posta in gioco è evitare una giustizia a geometria variabile, capace di colpire i generali birmani, ma indulgente con Tel Aviv. L’offensiva israeliana su Gaza ha già mostrato quanto facilmente il linguaggio dell’autodifesa possa trasformarsi in uno scudo politico e quanto il diritto internazionale, senza una reale volontà di applicarlo, rischi di restare lettera morta.
Forti scosse di terremoto in Romagna: paura e persone in strada
Due scosse di terremoto hanno scosso la Romagna nella mattinata di oggi, martedì 13 gennaio, generando paura tra la popolazione. La prima, di magnitudo 4,3, è stata registrata alle 9.27 con epicentro a sud-ovest di Russi, la seconda di 4,1 pochi minuti dopo a est di Faenza. A Forlì centinaia di persone sono scese in strada e tutti gli edifici pubblici sono stati evacuati per precauzione. Non si registrano danni rilevanti, ma sono in corso verifiche dei vigili del fuoco. Per consentire i controlli, la circolazione ferroviaria è stata sospesa su varie linee della rete romagnola.








