venerdì 3 Aprile 2026
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“Lavoro da casa e niente viaggi”: l’Europa valuta le restrizioni per la crisi energetica

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“Mentre la crisi in Medio Oriente entra nel suo secondo mese, è chiaro che ci troviamo di fronte a una situazione molto grave”, che “rischia di imporre ulteriori costi alle nostre imprese e alle nostre famiglie”: così si è pronunciato ieri Dan Jorgesen, commissario UE per l’Energia, al termine della riunione informale con i ministri europei. Per far fronte alla situazione, sarà necessario che gli Stati adottino “misure volontarie” e “temporanee” di riduzione del consumo di carburante”, come suggerito anche dall’Agenzia Internazionale dell’Energia (AIE), con particolare attenzione al settore dei trasporti, soprattutto quelli privati. Meno viaggi in aereo e su mezzi privati, dunque, e più incentivi al car-sharing e al trasporto pubblico, oltre che un maggiore ricorso al lavoro da casa.

“Dall’inizio del conflitto in Medio Oriente, nell’UE i prezzi del gas sono aumentati di circa il 70% e quelli del petrolio del 60%. In termini finanziari, 30 giorni di conflitto hanno già aggiunto 14 miliardi di euro alla fattura dell’Unione per l’importazione di combustibili fossili”, spiega Jorgensen. La ricaduta sui prezzi è quindi evidente, ma l’UE non si trova ancora al punto di registrare carenze immediate di approvvigionamento di carburante. Tenendo presente che le conseguenze della crisi “non saranno di breve durata”, è necessario che gli Stati offrano una risposta “unitaria” alla situazione. E mentre la Commissione lavora a un pacchetto di misure da presentare agli Stati membri (che questa volta, al contrario del 2022, non conterrà una tassazione sugli extra-profitti), Jorgensen ha inviato a ciascuno di essi una lettera con le prime indicazioni da seguire, basate sulle 10 raccomandazioni diffuse dall’AIE.

Secondo l’Agenzia, il trasporto su strada rappresenta circa il 45% della richiesta mondiale di petrolio, motivo per il quale le azioni consigliate si concentrano soprattutto su questo settore – ma anche sul settore aereo, della cucina e dell’industria. Proprio da qui bisogna partire per far fronte alla crisi: più smart-working, quindi, e riduzione della circolazione delle auto private tramite la promozione del trasporto pubblico, l’accesso in centro a targhe alterne e incentivi al car sharing. Oltre a questo, andrebbero ridotti i limiti di velocità di almeno 10 km/h sulle autostrade, mentre per i trasporti commerciali si consigliano “migliori pratiche di guida, manutenzione dei veicoli e ottimizzazione del carico. Andrebbero poi ridotti i viaggi aerei, specie se di affari, mentre andrebbe incentivata la cottura elettrica. Si consiglia, infine, che l’industria sfrutti “la flessibilità delle materie prime petrolchimiche e attuare misure di efficienza e manutenzione a breve termine”. In questo contesto, secondo la Commissione, i Paesi UE dovrebbero operare un “monitoraggio rigoroso” e “disincentivare la produzione delle raffinerie UE”.

Al netto delle iniziative emergenziali, secondo Jorgensen l’unico mezzo per l’UE per sottrarsi a queste crisi ripetute è l’indipendenza energetica, “un imperativo strategico dal punto di vista economico e della sicurezza, non solo per il clima”. “L’unica via da seguire”, per il commissario, vede “energia pulita prodotta localmente, elettrificazione, interconnessioni modernizzate ed efficienza energetica”. Non esattamente la strada che ha scelto di percorrere l’Italia, che ha recentemente posticipato la chiusura delle centrali a carbone di 12 anni, muovendosi in direzione sostanzialmente opposta rispetto buona parte degli Stati UE. Nel suo intervento alla riunione dei ministri di ieri, il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica Pichetto Fratin ha dichiarato che, a fronte della situazione attuale, l’unica soluzione possibile è, per quanto riguarda il gas, “massimizzare l’uso delle infrastrutture via pipeline già esistenti” e diversificare ulteriormente le rotte di approvvigionamento. Non dovrebbero inoltre esservi “particolari esitazioni sull’uso di biocarburanti sostenibili anche per il trasporto stradale”, mentre vanno riconsiderate le politiche energetiche e di decarbonizzazione del nostro Paese – ad esempio valutando di “attenuare il ricorso alle onerose soluzioni per la decarbonizzazione che fanno leva sugli ETS e sul mercato del carbonio”.

Crimea, precipita aereo militare russo: 29 morti

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Un aereo da trasporto militare russo Antonov An-26 si è schiantato contro una scogliera mentre sorvolava la Crimea. Lo riferisce la TASS, l’agenzia di stampa russa. Nello schianto sono morti sei membri dell’equipaggio e 23 soldati. Secondo Mosca, l’incidente sarebbe stato causato da un guasto tecnico che dal pomeriggio aveva interrotto i contatti con l’aereo, facendone perdere le tracce. Le indagini continuano.

L’ONU riconosce la tratta degli schiavi africani come “il più grave crimine contro l’umanità”

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schiavitù onu schiavi

L’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha approvato una risoluzione che definisce la tratta degli schiavi africani “il più grave crimine contro l’umanità”. Un riconoscimento ufficiale che guarda al passato ma ha effetti sul presente. Il testo, promosso dal Ghana, è stato adottato con 123 voti favorevoli, tre contrari - Stati Uniti, Israele e Argentina - e 52 astensioni, tra cui quelle dei Paesi dell’Unione europea e del Regno Unito.
Tra il XVI e il XIX secolo, milioni di uomini, donne e bambini africani furono catturati, venduti e deportati con la forza verso le Americhe e altre regioni. Il ...

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Calcio: l’Italia ancora una volta fuori dai mondiali

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La nazionale italiana di calcio ha perso lo spareggio contro la Bosnia e non andrà ai mondiali per la terza volta di fila, non era mai successo. L’Italia, passata in vantaggio nel primo tempo con Moise Kean, è poi rimasta in dieci uomini per l’espulsione del difensore Alessandro Bastoni. La Bosnia ha pareggiato con Tabakovic al 79° minuto. Il pareggio si è protratto fino alla fine dei tempi supplementari, quindi i calci di rigore: per l’Italia sbagliano Esposito e Cristante. La Bosnia va ai mondiali per la seconda volta nella sua storia.

Rapita a Baghdad la giornalista Shelly Kittleson

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Il Ministero dell’Interno iracheno ha annunciato il rapimento di un giornalista americana da parte di un gruppo di ignoti. La giornalista, Shelly Kittleson, collabora con diversi media, specialmente italiani; secondo quanto comunica l’emittente saudita Al Arabiya, lavora per l’agenzia di stampa italiana ANSA e collabora come freelance per altre testate. Secondo quanto comunicano le autorità irachene, uno dei rapitori sarebbe stato arrestato, mentre gli altri sarebbero fuggiti con la donna; sequestrato, inoltre, un veicolo utilizzato dai rapitori.

L’Iran si sta dimostrando padrone assoluto dello Stretto di Hormuz

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Mentre si rincorrono le voci di una possibile operazione di invasione terrestre statunitense in Iran, lo Stretto di Hormuz è palcoscenico di un’affermazione di forza di Teheran. Infatti, quella che per decenni è stata una via d’acqua contesa tra il diritto internazionale e le minacce asimmetriche, oggi appare saldamente nelle mani dell’Iran. E dire che lo Stretto è chiuso è solo una parte della verità. Le navi dei Paesi che si sono apertamente opposti hanno la possibilità di transitare sotto la sicurezza e la supervisione del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC). Con questa strategia politica, l’Iran trasforma un’arma che colpisce in maniera indiscriminata (il blocco totale) in una che colpisce in maniera selezionata (il controllo). E così le navi cinesi, russe, pakistane, indiane, irachene, malesi, tailandesi, spagnole e giapponesi possono attraversare Hormuz, pagando comunque una sorta di pedaggio per un valore che oscilla tra uno e due milioni di dollari. Ma pagato in yuan. Così come i carichi delle navi, i quali devono essere pagati con la moneta cinese. 

Il segnale più evidente di questo nuovo equilibrio è il ritorno della compagnia marittima COSCO. Il colosso cinese ha ufficialmente riaperto le prenotazioni verso scali strategici verso tutti i Paesi del Golfo Persico. Pechino, sfruttando le relazioni con Teheran ha ottenuto garanzie che altri non hanno. Il dialogo sino-iraniano ha permesso alla Cina di navigare in acque sicure mentre il resto del mondo osserva. Teheran ha infatti introdotto un disegno di legge per tassare i mercantili che attraversano lo Stretto. Queste “tasse di transito”, giustificate come contributi per la sicurezza o “spese belliche”, possono raggiungere la cifra astronomica di due milioni di dollari per singola nave, pagati con moneta cinese. L’Iran ha così iniziato a concedere “pass” speciali, e non solo alla Cina. Anche Russia, India, Pakistan, Iraq, Thailandia, Malesia, Spagna e Giappone possono usufruire dello Stretto di Hormuz in virtù delle loro azioni e delle loro dichiarazioni sulla guerra di aggressione israelo-statunitense nei confronti dell’Iran.

Verificando il passaggio in tempo reale delle navi, si nota come la rotta per passare lo Stretto passa necessariamente attraverso il triangolo formato dall’isola di Hormuz, l’isola di Larak e il porto di Bandar Abbas, sulla terraferma. Le navi che hanno l’autorizzazione a passare devono procedere attraverso quest’area affinché l’IRGC possa non solo controllare la loro rotta ma anche compiere operazioni di ispezione delle navi. Mentre scriviamo questo articolo, una nave, di nome Valley, battente bandiera del Botswana, si appresta ad entrare nel triangolo per le operazioni di controllo. La nave, partita dal porto emiratino di Khor al Fakkan, è diretta al porto iracheno di Basrah. 

Mentre Teheran incassa pedaggi e consolida alleanze regionali, la risposta degli Stati Uniti appare duale e contraddittoria. L’amministrazione Trump si muove su due binari paralleli: da un lato, promuove un piano di pace in quindici punti per stabilizzare l’area; dall’altro, la pressione militare è ai massimi storici. Il contingente statunitense è stato portato a circa 50.000 unità, e si rincorrono voci insistenti su una possibile operazione di sbarco sull’isola di Kharg, il terminale petrolifero più importante dell’Iran. E su questo, Bagher Ghalibaf, Presidente dell’Assemblea legislativa islamica, è stato lapidario: «Li aspettiamo, daremo loro fuoco».

L’impatto economico di questa gestione “privatizzata” dello Stretto risulta essere un duro colpo per gli Stati Uniti e tutto l’Occidente, sia dal punto di vista politico, militare e economico. Con la sua strategia politica Teheran cerca così di soddisfare i Paesi amici e di non inimicarsi Paesi terzi. Non solo. L’Iran cerca di esasperare possibili conflitti interni all’Occidente, tendendo la mano a coloro, come la Spagna, che non si allenano a Washington e Tel Aviv. Il governo spagnolo, forse per non creare maggiore tensione interna alla NATO, si è affrettato a dire che la Spagna non ha chiesto permessi speciali e che la sua posizione è per una de-escalation e per la necessità arrivare ad un accordo generale, bocciando la via dei patti bilaterali.

La strategia di Teheran ha trasformato una potenziale “apocalisse economica” in uno strumento geopolitico: isolare gli Stati Uniti e Israele, premiare gli alleati del blocco eurasiatico e tentare i partner occidentali meno allineati, come la Spagna, con la promessa di una stabilità a pagamento. Se le parole di Bagher Ghalibaf suggeriscono una preparazione al conflitto totale, l’efficienza burocratica con cui l’IRGC gestisce le ispezioni nel triangolo di Bandar Abbas racconta una realtà diversa: l’Iran agisce già come lo Stato sovrano dello Stretto di Hormuz.

L’Antitrust multa Morellato per 26 milioni di euro

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L’Autorità garante della concorrenza e del mercato, meglio nota come Antitrust, ha imposto una multa di 26 milioni di euro all’azienda di gioielli Morellato, accusandola di avere violato le norme sulla concorrenza nella distribuzione di gioielli. Secondo l’Antitrust, tra il 2018 e il 2025, Morellato avrebbe imposto ai propri rivenditori autorizzati i prezzi di vendita sui prodotti e i tetti massimi sugli sconti online, e impedito loro di vendere i beni su siti terzi.

Cos’è e cosa chiede il movimento No Kings

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no kings

C'è una frase che circola sui cartelli, sulle magliette e nei profili social di milioni di americani: No Kings. Due parole semplici, quasi elementari che evocano momenti storici come la Rivoluzione americana, i Padri Fondatori, ma soprattutto il rifiuto di qualsiasi forma di potere assoluto. Il riferimento ha un volto preciso, quello di Donald Trump, che alla Casa Bianca è tornato più determinato di prima. In pochi mesi, attorno a quelle due parole, si è costruito uno dei movimenti di protesta tra i più grandi della storia recente degli Stati Uniti. Il 28 marzo 2026 ha raggiunto il suo apice: ...

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Cosa sappiamo del presunto divieto all’uso della base di Sigonella ai velivoli americani

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Da questa mattina tutti i giornali italiani stanno riportando indiscriminatamente – senza alcun lavoro di verifica – la notizia per cui l’Italia avrebbe impedito agli USA l’utilizzo delle proprie basi aeree per condurre operazioni nella guerra in Asia Occidentale. I titoli paiono senza possibilità di appello: l’Italia avrebbe rizzato la schiena e detto no al coinvolgimento nella guerra israelo-statunitense contro Teheran. Tale versione inizia a stridere a partire dai contenuti dei medesimi articoli: a venire negato sarebbe stato – in un solo caso – l’uso della base di Sigonella per un’operazione di bombardamento, non il transito di tutti gli aerei. Nel pomeriggio, dopo piogge di richiami alla “Crisi di Sigonella” tra Craxi e Reagan e complotti su presunte frizioni tra Italia e USA, è intervenuto Crosetto, smentendo le ricostruzioni mediatiche: «Le basi sono attive, in uso e nulla è cambiato», ha detto il ministro, senza tuttavia specificare se negli scorsi giorni sarebbe davvero stato negato l’atterraggio di bombardieri USA in Sicilia.

La notizia secondo la quale l’Italia avrebbe negato agli USA di utilizzare le proprie basi è stata riportata inizialmente dal Corriere della Sera: secondo il quotidiano, una squadra di bombardieri USA avrebbe provato ad atterrare a Sigonella senza consultare preventivamente il ministero; il piano di volo avrebbe previsto l’atterraggio in Sicilia e la ripartenza dalla medesima base verso l’Asia Occidentale, e sarebbe stato comunicato solo mentre i velivoli si trovavano in viaggio. Il Capo di Stato Maggiore della Difesa Luciano Portolano avrebbe dunque negato agli aerei di atterrare, poiché privi delle dovute autorizzazioni: secondo gli accordi vigenti, pubblicati solo in parte, gli USA non possono avviare “operazioni cinetiche” (i bombardamenti) a partire dalle basi italiane senza ricevere l’autorizzazione del governo, che, tuttavia, dovrebbe prima passare dal Parlamento. Ad aggiungere dettagli è arrivata La Repubblica, che sostiene che l’episodio, confermato da fonti di governo, sarebbe avvenuto lo scorso venerdì.

La rotta percorsa da un aereo Lockheed KC-130T Hercules (adibito al supporto logistico e al trasporto di truppe o carico) della Marina USA lo scorso 29 marzo. Immagine tratta dal sito di monitoraggio aereo AirNav.

Dopo l’uscita dell’articolo del Corriere, la stragrande maggioranza dei media ne ha ripreso il contenuto dandolo per certo, appiccicandogli titoli fuorvianti, come a suggerire che il divieto sarebbe stato esteso a tutte le operazioni e gli aerei statunitensi. Per smentire tale quadro sarebbe bastato consultare qualche sito di monitoraggio aereo, su cui appare evidente che gli USA non abbiano mai smesso di utilizzare le basi italiane per condurre le proprie operazioni in Asia Occidentale: dalla piattaforma AirNav, si può notare che negli scorsi giorni la base di Sigonella è stata utilizzata per più missioni statunitensi verso la base di Souda, a Creta, da tanti considerata uno dei più importanti centri logistici degli USA per le operazioni nella regione del Mediterraneo Orientale; da Sigonella è inoltre partito un aereo della Marina USA verso l’aeroporto di Yanbu, in Arabia Saudita; in generale, la base sta venendo utilizzata dagli USA sin dai primi giorni di guerra.

Dopo una mattinata di articoli su una possibile crisi diplomatica tra Italia e USA, e continui richiami alla “Crisi di Sigonella” del 1985, lo scontro diplomatico tra Washington e Roma scoppiato dopo il dirottamento della nave Achille Lauro da parte di quattro membri del Fronte per la Liberazione per la Palestina, a fornire la smentita finale è arrivato Crosetto, con un post sul social X in cui ha precisato che non vi è stata alcuna decisione di sospendere l’uso delle basi agli assetti USA: «Gli accordi internazionali disciplinano e distinguono con chiarezza ciò che necessita di specifica autorizzazione del Governo (per la quale si è deciso di coinvolgere sempre il Parlamento) in assenza della quale non è possibile concedere nulla e ciò che invece è considerato autorizzato tecnicamente perché ricompreso negli accordi. Un ministro deve solo farli rispettare. Terzium non datur». Allo stesso modo, ha affermato Crosetto, non ci sarebbe stato «alcun raffreddamento o tensione con gli USA». Alla comunicazione di Crosetto è seguita una nota di Palazzo Chigi, che ribadisce quanto comunicato dal ministro. Né la nota del Governo, né Crosetto hanno menzionato il presunto caso di venerdì, che al momento resta dunque una indiscrezione mediatica. Tanto le informazioni fornite dai siti monitoraggio, quanto le note di ministro della Difesa ed esecutivo, insomma, confermano che le operazioni logistiche e di supporto operative degli Stati Uniti nelle basi italiane non si sono mai fermate, e che, anzi, vanno avanti da oltre un mese.

Il sistema delle multe in Finlandia è diverso dagli altri (e più equo)

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In Finlandia, una multa non è soltanto una sanzione, ma un modo per rendere realmente proporzionale la punizione alla disponibilità economica di chi ne è colpito. Tale principio, in vigore nel Paese da oltre un secolo, è molto semplice: la stessa violazione deve “pesare” in maniera analoga per un operaio, per un impiegato o per un imprenditore miliardario, attraverso una sanzione calibrata non in ottica assoluta, ma relativa. Il sistema si chiama päiväsakko, letteralmente “multa a giornata”, ed è ancora oggi sostenuto da oltre l’80% dei finlandesi, in coerenza con una cultura fiscale fortemente improntata alla progressività.

Nello specifico, il calcolo parte dal reddito netto giornaliero del trasgressore, considerato pari alla metà del suo stipendio netto giornaliero (o, parimenti, dividendo per 60 il reddito netto mensile e sottraendo una franchigia per i figli a carico). Il valore minimo di una “giornata” è di 6 euro. A seconda della gravità dell’infrazione si assegna un numero di giornate: per l’eccesso di velocità si va da 10 a 32 giorni. Una volta moltiplicati i due fattori, si ottiene l’importo finale. Per i superamenti lievi (fino a 20 km/h oltre il limite) restano in vigore multe fisse tra 140 e 200 euro; oltre quella soglia scatta la progressività. Oggi la polizia finlandese può verificare istantaneamente il reddito di un automobilista collegandosi tramite smartphone a un database centrale dei contribuenti. Non è dunque possibile mentire, che anzi rappresenta un reato punibile con tre mesi di detenzione. Quando nel 1999 il controllo automatico sostituì l’autocertificazione, l’importo medio delle multe salì di circa il 30%.

Gli esempi più noti sono quelli che finiscono sulle cronache internazionali. Nel 2002 Anssi Vanjoki, alto dirigente della Nokia, dovette pagare 116.000 euro per aver guidato la sua Harley‑Davidson a 75 km/h in una zona con limite di 50 km/h. Più di recente, Anders Wiklöf, 76 anni, presidente di una holding da 350 milioni di euro di fatturato, è stato multato con 121.000 euro per aver superato di 30 km/h il limite. «Mi dispiace molto per l’accaduto», ha dichiarato a un giornale locale. Aveva già ricevuto multe per 63.680 euro nel 2018 e per 95.000 euro cinque anni prima: i precedenti hanno aggravato la sanzione, che gli è costata anche la sospensione della patente per dieci giorni. Importante è sottolineare come l’efficacia di questo sistema si veda direttamente sulla strada. Basti pensare che a Helsinki, da quasi due anni, non si verificano incidenti mortali. Oltre alle multe, contribuiscono alla sicurezza infrastrutture come carreggiate ristrette, piste ciclabili protette e un eccellente trasporto pubblico: Helsinki registra cinque volte meno feriti di Parigi in proporzione alla popolazione.

Può sembrare curioso pensare che, già nel 1921, un Paese giovane come la Finlandia considerasse prioritaria la repressione dell’eccesso di velocità. In realtà non era questo il punto: le violazioni del codice della strada rappresentano soltanto l’ambito più noto di applicazione del päiväsakko, ma non certo l’unico. La riforma introdotta allora riguardava infatti l’intero impianto del sistema, esteso a un’ampia gamma di reati. Tra questi figuravano, ad esempio, la vendita di alcolici ai minori, il furto e il taccheggio, la diffamazione, la resistenza a pubblico ufficiale, il vandalismo, fino a condotte come l’abbandono di animali domestici o la pesca di esemplari sotto misura, ciascuna associata a un determinato numero di “giorni” di multa.