giovedì 2 Aprile 2026
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Effetto referendum: anche i magistrati francesi chiedono di essere autonomi dal governo

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La vittoria del «No» al referendum costituzionale sulla giustizia in Italia, che ha respinto la riforma della separazione delle carriere tra giudici e pm promossa dal governo Meloni, ha fatto registrare conseguenze dirette anche oltralpe. All’esito della tornata referendaria, infatti, il Consiglio superiore della magistratura francese ha pubblicato un comunicato in cui, prendendo atto di quanto accaduto nel nostro Paese, ha lanciato un appello al presidente Emmanuel Macron e al governo affinché siano finalmente realizzate le riforme necessarie a garantire maggiore indipendenza della magistratura transalpina dal potere esecutivo. L’organo di autogoverno dei giudici francesi rivendica da tempo questa battaglia, a cui il voto italiano sembra avere impresso un nuovo slancio.

«Il Consiglio superiore della magistratura desidera riaffermare il proprio profondo attaccamento all’unità del corpo giudiziario, che riunisce giudici e pubblici ministeri in una cultura comune fondata su uno stesso statuto, una formazione unica e una deontologia condivisa, garantendo ai cittadini una giustizia indipendente e imparziale, dalla fase delle indagini fino al giudizio», si legge nella nota del CSM francese, diramata nella giornata del 27 marzo. In Francia, il corpo giudiziario conta al suo interno due formazioni: quella dei magistrats du siège (giudicanti) e quella dei magistrats du parquet (requirenti). Se le modalità di reclutamento e formazione sono identiche per entrambe le categorie, esse differiscono in quanto a status giuridico e garanzie. I magistrati giudicanti godono del principio di inamovibilità e sono indipendenti dal potere esecutivo; al contrario, i magistrati requirenti sono subordinati dal punto di vista gerarchico al ministro della Giustizia, che decide in maniera discrezionale i loro trasferimenti e orienta la loro azione.

Il CSM francese parte proprio dal risultato del referendum in Italia per sostenere che, in una cornice di crescente attenzione all’indipendenza della magistratura dagli altri poteri dello Stato, sia opportuno che anche la Francia metta mano a riforme per ovviare a determinate carenze strutturali. A questo proposito, l’organo auspica «la realizzazione della riforma dello status del pubblico ministero prevista dal progetto di legge costituzionale relativo alla riforma del Consiglio superiore della magistratura, adottato il 26 aprile 2016 da entrambe le Camere del Parlamento»: un provvedimento che prevede come le nomine dei magistrati del pubblico ministero proposte dal Ministro della giustizia «siano sottoposte a un parere vincolante del Consiglio (attualmente il parere è solo consultivo)» e che «la sezione del Consiglio competente per i magistrati del pubblico ministero deliberi come organo disciplinare e non più soltanto come organo consultivo in materia disciplinare».

Almeno dal 2000, il Consiglio d’Europa suggerisce di favorire cultura comune tra giudici e Pm, non impedendo il passaggio tra le funzioni. Nella primavera del 2024, in seguito al via libera da parte del Consiglio dei ministri italiano al disegno legge sulla separazione delle carriere dei magistrati, l’Associazione europea dei giudici (European association of judges, Eaj) ha parlato dei progetti di legge costituzionali del governo Meloni come di un «grave attacco all’indipendenza della magistratura», capace di «minare l’attuale equilibrio di poteri esistenti in Italia». A ogni modo, almeno per ora, tale pericolo è stato sventato: il referendum sulla separazione delle carriere si è schiantato contro il muro della volontà popolare, che ha bocciato la riforma con il 53,7% dei NO.

DIRETTA – Ucciso soldato UNIFIL – Trump mette nel mirino il petrolio iraniano

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Sabato 28 febbraio, Israele ha dato il via a un nuovo attacco contro l’Iran, con missili che hanno colpito diverse zone della capitale Teheran. Centinaia le vittime, compresa la Guida suprema Ali Khamenei, cui è succeduto il figlio, Mojtaba Khamenei. L’attacco è giunto solamente due giorni dopo la ripresa dei colloqui tra Iran e USA, dei quali Trump si era detto non soddisfatto nonostante l’Oman, lo Stato mediatore, avesse parlato di “un’apertura senza precedenti” a nuove idee per un accordo sul dossier sul nucleare. In risposta all’aggressione israelo-statunitense, l’Iran ha bombardato diverse basi statunitensi nei Paesi del Golfo. I raid tra le parti sono andati avanti tutto il fine settimana e per i giorni successivi. Nella notte tra domenica 8 e lunedì 9 marzo, la milizia libanese Hezbollah ha lanciato un attacco contro una base israeliana ad Haifa, aprendo un nuovo fronte della guerra; nella tarda serata di lunedì 9 marzo, i pasdaran hanno annunciato la chiusura dello Stretto di Hormuz, facendo schizzare i prezzi del petrolio. A fine mese si sono uniti al conflitto anche gli Houthi, lanciando diversi missili verso Israele.


Sono due i soldati dell’UNIFIL, la missione dell’ONU in Libano, uccisi dall’attacco di ieri sera. A dare la notizia sono gli stessi caschi blu. Intanto, secondo l’emittente qatariota Al Jazeera un attacco israeliano avrebbe ucciso un soldato libanese nel sud del Paese.


Il segretario di Stato USA Marco Rubio è stato intervistato dall’emittente qatariota Al Jazeera. Rubio ha dichiarato che “i missili a corto raggio lanciati dall’Iran hanno un solo scopo: attaccare l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti, il Qatar, il Kuwait e il Bahrein”, e che per tale motivo l’Iran devesmettere di produrre i droni e i missili che abbiamo visto di recente”.

Rubio ha anche affermato che “in un modo o nell’altro”, l’Iran sarà costretto a riaprire lo Stretto di Hormuz, e che gli USA si starebbero preparando a formare – e guidare – una coalizione militare internazionale nell’eventualità in cui dovessero decidere di intervenire militarmente. “Se l’Iran scegliesse di chiudere lo Stretto di Hormuz dopo la fine dell’operazione militare, dovrà affrontare gravi conseguenze”.


Il presidente degli USA Donald Trump ha rilasciato un post sul proprio social Truth in cui torna a minacciare di distruggere “completamente” tutti gli impianti di generazione elettrica e i pozzi petroliferi iraniani se Teheran non riaprirà lo Stretto di Hormuz; gli USA hanno anche minacciato di distruggere e attaccare l’isola di Khark, il principale centro logistico di idrocarburi dell’Iran e – “forse” – gli impianti di desalinizzazione.


Il governo spagnolo ha disposto la chiusura dello spazio aereo per tutti i velivoli coinvolti nella guerra all’Iran. Il divieto riguarda tanto gli aerei impegnati nei bombardamenti quanto quelli di supporto e rifornimento. Negato l’utilizzo agli USA delle basi aeree di Rota e Morón de la Frontera, nonostante le minacce di un embargo commerciale. Crescono dunque le tensioni tra Madrid e Washington.


A Islamabad, capitale del Pakistan, si è appena concluso un vertice tra i ministri degli Esteri di Arabia Saudita, Turchia ed Egitto che, insieme ai padroni di casa, hanno discusso del conflitto in corso in Asia occidentale.

I quattro Paesi invocano la de-escalation, ponendo enfasi sull’unità del mondo musulmano. Il vertice avrebbe lavorato per porre le basi a un tavolo negoziale tra le parti in guerra. Il Pakistan, Paese ospitante, si candida per questo ruolo. 

Se da un lato il presidente USA Trump oscilla tra aperture a tavoli diplomatici e ipotesi di invasioni terrestri, dall’altro Teheran alza un muro sull’ipotesi negoziale.


Una nuova ondata di missili iraniani è stata lanciata verso Israele. Sirene nel nord del Paese. Colpita la raffineria Bazan ad Haifa.


La missione UNIFIL, dispiegata in Libano, ha comunicato la morte di un peacekeeper e il ferimento di un altro soldato, entrambi indonesiani. Sono stati colpiti da alcuni proiettili, la cui provenienza non è stata ancora specificata da UNIFIL.

Nel frattempo è arrivata la condanna da parte di António Guterres, Segretario Generale delle Nazioni Unite, che invoca il rispetto del diritto internazionale.


Israele ha lanciato un nuovo attacco aereo sulla periferia meridionale di Beirut. Il bilancio delle vittime non è ancora definitivo ma si contano già diversi morti e feriti tra la popolazione civile.

L’Iran ha confermato la morte di Alireza Tangsiri, comandante della marina del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie, ferito nei giorni scorsi durante un bombardamento israeliano.


Le autorità del Kuwait hanno confermato l’attacco iraniano a un impianto di dissalazione, segnalando l’uccisione di un lavoratore indiano. Si tratta della rappresaglia annunciata da Teheran a seguito dei bombardamenti subiti ai siti industriali e strategici, ad opera di Israele e Stati Uniti.


  • Intervistato dal Financial Times nella giornata di ieri, Trump ha detto senza mezzi termini che gli USA vorrebbero “prendere il petrolio iraniano”, similmente a quanto fatto poche settimane fa con il Venezuela di Maduro. “Quello che preferirei è prendere il petrolio in Iran, ma alcune persone stupide negli Stati Uniti dicono: perchè lo stai facendo? Ma sono persone stupide” ha riferito il presidente al quotidiano. Per portare a termine l’obiettivo, sarebbe necessario impadronirsi dell’isola di Kharg, hub di esportazione della maggior parte del petrolio iraniano. “Magari prendiamo l’isola di Kharg, non lo so. Abbiamo molte opzioni” ha dichiarato Trump. Nelle ultime settimane, gli USA hanno schierato circa 10 mila marines in Medio Oriente.
  • Attacchi in tutto l’Iran hanno colpito scuole, infrastrutture energetiche e zone residenziali, mentre Israele ha dichiarato di aver intercettato alcuni missili iraniani. Attacchi con droni sono proseguiti su molti dei Paesi del Golfo.
  • I prezzi del greggio hanno sfiorato questa mattina i 116 dollari a barile, la cifra più alta in due settimane.
  • Un attacco missilistico ha colpito per la prima volta la base USA Victory, a Baghdad: non ci sono feriti perchè l’area era stata recentemente evacuata.

Narcotraffico: 20 persone arrestate tra Spagna e Italia

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Maxi operazione della Guardia di finanza di Milano contro un traffico internazionale di droga tra Italia e Spagna: eseguiti 20 arresti e sequestri di beni di lusso. L’indagine, coordinata dalla Dda con il supporto della Direzione nazionale antimafia ed Eurojust, ha smantellato due gruppi criminali di origine rom e marocchina. L’organizzazione importava hashish dal Marocco, distribuendolo a Milano, nel Sud Italia e a Barcellona, movimentando oltre 350 chili in quattro mesi. Le indagini, ostacolate da telefoni criptati e documenti falsi, hanno portato al sequestro di 176 chili di droga, armi, contanti e auto di lusso, tra cui una Ferrari e una Bmw.

Le Olimpiadi sono finite, ma la nuova cabinovia di Cortina non è ancora pronta

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A oltre un mese dalla conclusione delle Olimpiadi invernali e a distanza ormai di due settimane dalla conclusione dei Giochi paralimpici, la nuova cabinovia Apollonio-Socrepes di Cortina d’Ampezzo non è ancora entrata in servizio. L’impianto, che è costato circa 35 milioni di euro, doveva collegare il centro del paese con la pista Olympia delle Tofane, sede delle gare di sci alpino femminile. Eppure il cantiere, oggetto fin dal principio di proteste e contestazioni per la posizione in area franosa e per un iter assai travagliato, non è stato completato in tempo per l’evento. Nonostante le rassicurazioni delle istituzioni, oggi le cabine giacciono ancora in deposito, mentre il collaudo procede a rilento.

Il 5 marzo scorso, proprio nel giorno di apertura delle Paralimpiadi, Simico – la società responsabile delle infrastrutture olimpiche – aveva annunciato ufficialmente la fine dei lavori, dichiarando che «si sono ufficialmente conclusi ieri i lavori della Cabinovia Apollonio Socrepes», aggiungendo che, «dopo i nulla osta tecnici ricevuti da Ansfisa (Agenzia nazionale per la sicurezza delle ferrovie e delle infrastrutture stradali, ndr), il documento di fine lavori e il collaudo statico sanciscono a tutti gli effetti il completamento dell’impianto funiviario». Ciononostante, le foto diramate dal portale locale “Voci di Cortina” hanno raccontato un’altra realtà: ponteggi ancora montati, mezzi al lavoro, nessuna cabina installata. Oggi, a fine marzo, la situazione non sembra affatto essere cambiata. «È ancora tutto fermo – ha spiegato Marina Menardi, direttrice della testata locale –. Le cabine non sono ancora state montate, gli operai in questi giorni stanno lavorando alla stazione intermedia per liberare la strada». Ansfisa sta ora conducendo le verifiche tecniche necessarie al collaudo. Simico ha precisato che «una parte delle cabine sta effettuando i giri, le altre sono regolarmente in deposito. Sono stati effettuati, con esito positivo, i primi giri completi. I test sull’impianto andranno avanti anche nelle prossime settimane».

Cittadini ed enti locali denunciano da tempo che l’area in cui è in costruzione la cabinovia risulta a rischio frane, e presenta pericolosità geologica compresa tra i valori medi ed elevati. L’opera era finita in mezzo ai riflettori lo scorso settembre, quando i lavori del cantiere per la sua costruzione avevano causato un cedimento del terreno, aprendo una voragine di 15 metri di lunghezza. Prima dell’incidente, nel 2024, l’opera era stata bloccata dal Comitato Tecnico Regionale, che ne aveva sospeso l’approvazione proprio per via delle criticità ambientali. Il progetto presentava agli occhi degli esperti «discordanze e carenza di indagini», motivo per cui era stato chiesto che fossero fatte tutta una serie di integrazioni. La zona risulta infatti di pericolosità compresa tra il livello P2 (pericolosità geologica media) e P3 (periocolosità geologica elevata).

La gravità della situazione era emersa chiaramente a fine gennaio da una lettera inviata dal responsabile operativo dei Giochi, Andrea Francisi, alle autorità locali. Il documento, motivato dalla «mancata messa in funzione della cabinovia», avvertiva che «il venir meno, a ridosso dell’avvio delle operazioni olimpiche, di tale infrastruttura strategica genera rilevantissime criticità organizzative, con impatti significativi sulla gestione dei flussi, sulla sicurezza e sulla capacità complessiva del sistema». A ciò si aggiungono i costi, lievitati dai 22 milioni iniziali agli attuali 35, e il nodo del parcheggio: il progetto prevedeva un’area da oltre 750 posti che quasi sicuramente non verrà realizzata, lasciando il Comune a doversi inventare una soluzione provvisoria e poi definitiva. L’opera, pur non rientrando tra quelle «indifferibili» per lo svolgimento delle gare, era stata fortemente voluta dal governo e da Simico, che ne avevano fatto un simbolo dell’eredità olimpica.

[Crediti foto di copertina: Voci di Cortina]

Fake vintage: quando il fast fashion imita e la truffa è a portata di app

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Qual è il confine tra vintage e fast fashion se anche questi ultimi si mettono a produrre capi che scimmiottano l’estetica dei primi? E come si può capire cosa è veramente di seconda mano su piattaforme di rivendita quando sulle stesse si trovano capi appena comprati da colossi di ultra fast fashion e subito venduti al doppio del prezzo? Che su app come Vinted ormai si trovi di tutto è cosa abbastanza nota, così come è noto che la rivendita di capi non è più solo un modo per favorire l’economia circolare ma per alcuni un secondo lavoro che produce entrate costanti tutti i mesi; ma quello che sta succedendo ultimamente è ancora un passo avanti verso il caos. Un vero e proprio nuovo modello di business dove vengono acquistati capi su Shein, Temu o Aliexpress e gli stessi rivenduti immediatamente al doppio o al triplo del prezzo.

Uno dei fattori chiave del successo dei siti come Shein è, oltre ai prezzi inverosimilmente bassi, il suo essere in grado di scopiazzare ad arte quelli che sono i design di altri (più volte sono state segnalate e denunciate per plagi stilistici), cavalcando ciò che desta interesse e rendendoli popolari grazie ad una rapida diffusione. Visto il rapido interesse dei consumatori verso il vintage, era chiaro che prima o poi i signori della copia avrebbero attinto a quell’estetica come fonte di “ispirazione”. E così è stato.

La Swedish Motorcycle Jacket ne è un esempio. Ultimamente, questo modello di giacca biker anni 60 ispirata a quelle militari svedesi, sta spopolando in rete tramite annunci e social, andando letteralmente a ruba. E fin qui, tutto più o meno nella norma (a parte il fatto che ultra fast fashion e vintage sono ai poli opposti della catena della moda: la prima produce in tempi velocissimi per essere consumata in maniera altrettanto veloce; la seconda è moda fatta per restare e durare, che dà valore al tempo e riporta in auge il passato, in un’ottica decisamente circolare).

Il vero cortocircuito arriva quando la stessa giacca “finto-vintage” prodotta in maniera veloce viene rivenduta su Vinted al triplo del prezzo, spacciata per qualcosa di veramente vintage. Originale. Basta rimuovere l’etichetta, aggirare i controlli approssimativi della piattaforma, rispondere in maniera vaga a chi fa domande o chiede informazioni e la truffa è fatta.

Questo fenomeno, che agli occhi di qualcuno può sembrare anche una trovata geniale per fare qualche soldo in più, è in realtà un problema che coinvolge tutta l’industria della moda e la cultura del vintage stessa. Il vintage è, per sua natura, qualcosa che ha una storia, che parla di qualità, di estetica legata al tempo, di unicità e anche di rarità (alcuni pezzi sono delle vere e proprie chicche). Pezzi di passato a prezzi più o meno accessibili ai quali, negli ultimi tempi, viene avvicinata anche una valenza sostenibile perché si tratta di rimettere in circolo capi ed accessori già esistenti, evitando di supportare la sovrapproduzione. Ma se i produttori di massa si appropriano della stessa estetica per riprodurre milioni di pezzi e aumentare le vendite, a costi decisamente inferiori…il vintage che fine farà?

E se comprare vintage era un buon compromesso tra qualità e prezzo, e siti come Vinted erano diventati luoghi perfetti per trovare rarità e fare acquisti in un’ottica più consapevole, adesso che anche questi luoghi sono stati contaminati da prodotti di scarsa qualità e truffe tra privati supportati da multinazionali dell’ultra fast fashion, dove andremo a trovare qualcosa di veramente originale? Ammesso che l’originalità sia ancora un valore fondamentale dell’acquisto…

Forse niente succede per caso. E forse, anche questa ennesima tendenza, è solo il modo di assecondare il periodo storico ed economico che stiamo vivendo; un momento dove siamo tartassati continuamente dal bisogno di apparire e sfoggiare cose nuove ma senza i mezzi per assecondare questi “bisogni” (indotti). E per far fronte all’ennesimo capriccio va bene tutto. Anche il fake vintage prodotto da Shein e rivenduto su Vinted al doppio del prezzo. Che, comunque, sarà sempre più basso di un vintage originale.

DDL Sicurezza, prima volta del “fermo preventivo”: 91 anarchici in questura a Roma

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L’intento era quello di commemorare la morte di Sara Ardizzone e Alessandro Mercogliano, ritrovati morti lo scorso 19 marzo forse (le indagini sono ancora in corso) a seguito dell’esplosione dell’ordigno che si ipotizza stessero cercando di costruire. Invece, si sono trovati le forze dell’ordine che, senza che fosse stato commesso alcun crimine, li hanno fermati, identificati e tradotti in Questura, dove sono stati rilasciati alcuni fogli di via obbligatori. È quanto accaduto a 91 cittadini afferenti a varie realtà dell’area anarchica, primi destinatari del nuovo provvedimento di “fermo preventivo” introdotto dall’ultimo decreto sicurezza promosso dal governo Meloni. La misura permette alle forze dell’ordine di poter trattenere fino a 12 ore (e prima della convalida del magistrato) qualunque individuo con precedenti specifici che stia cercando di raggiungere il luogo di una manifestazione. Esulta la presidente del Consiglio, che ha usato l’episodio per sottolineare “quanto fosse necessaria questa norma”.

Sara e Alessandro sono stati ritrovati all’interno di un casale nel parco degli Acquedotti, a Roma. Le indagini sono ancora in corso e pochi sono gli elementi certi, ma secondo gli inquirenti una delle ipotesi probabili è che i due siano rimasti uccisi dall’esplosione di un ordigno “non convenzionale” che stavano cercando di assemblare. Anche a fronte della scarsezza di elementi investigativi certi, autorità e istituzioni hanno immediatamente cavalcato l’onda della presunta minaccia terroristica e giustificato così una serie di divieti, compreso quello per la commemorazione dei due anarchici, prevista per la mattina di ieri, domenica 29 marzo. Secondo la polizia, il provvedimento sarebbe stato necessario per il rischio di contaminazione dell’area, dove sono in corso le indagini. Tuttavia, la Questura ha anche sottolineato che la commemorazione di Sara e Alessandro da parte dei compagni, proprio per “l’inclinazione ideologica dell’anarchismo”, sarebbe “in contrasto con i valori della convivenza civile e democratica”. Così, quando un gruppo di cittadini si è presentato comunque al parco degli Acquedotti, domenica mattina, è scattato il fermo preventivo e, una volta in questura, sono stati consegnati i fogli di via obbligatori.

“Il decreto sicurezza funziona” ha esultato Meloni, “il fermo preventivo disposto per 91 soggetti dell’area anarchica, ritenuti pericolosi e arrivati a Roma per una manifestazione non autorizzata dalla Questura in memoria dei due anarchici morti il 19 marzo nell’esplosione di un ordigno che stavano confezionando, conferma quanto fosse necessaria questa norma”. Questa prevede che ufficiali e agenti di polizia possano “accompagnare nei propri uffici” i cittadini e trattenerli fino a 12 ore, in occasione di eventi pubblici o nel caso in cui questi abbiano precedenti penali specifici, per i quali “sussista un fondato motivo di ritenere che pongano in essere condotte di concreto pericolo per il pacifico svolgimento della manifestazione”. Secondo la presidente del Consiglio, la misura “non serve a limitare la libertà di manifestare, come sosteneva certa sinistra. Serve, al contrario, a garantire che le manifestazioni si svolgano in modo pacifico e non violento, come prevede la Costituzione, e a tutelare chi vuole esercitare quel diritto in modo civile, senza violenza e senza devastazione”. Di fatto, però, quello che è successo è stato proprio che la commemorazione è stata vietata in via preventiva.

Dai gruppi anarchici, intanto, è arrivata piena solidarietà ai compagni fermati. “Non sappiamo quello che sia successo in quel casolare. Non sarebbe la prima volta che giornalisti e istituzioni speculano sulle vite di compagnx per alimentare l’allarme terrorismo”. Nel Manifesto per Sara e Sandrone pubblicato online, i compagni scrivono. “di fronte all’ordine che ci soffoca, Sara e Sandrone hanno fatto una scelta, quella di combattere senza riserve. Quando la società che ci incarcera impedisce la stessa possibilità di alzare la testa, quando la guerra degli Stati imperversa massacrando intere popolazioni, la violenza liberatrice non è più un’opzione, ma la sola via percorribile”.

Russia-Ucraina, raid incrociati: 1 morto nella regione di Rostov

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Le difese aeree ucraine hanno intercettato 150 dei 164 droni lanciati dalla Russia nella serata del 29 marzo, secondo quanto riferito dall’Aeronautica di Kiev. L’attacco ha incluso anche un missile balistico Iskander-M partito dalla Crimea occupata e diversi droni di tipo Shahed, Gerbera e Italmas. Parallelamente, in territorio russo, la città di Taganrog, nell’oblast’ di Rostov, è stata colpita da un massiccio attacco di droni ucraini: segnalate esplosioni per oltre due ore, danni e evacuazioni. Autorità locali e fonti sui social parlano del più intenso attacco subito dalla città dall’inizio del conflitto.

Non solo libri: a Firenze arriva la Biblioteca degli Oggetti per condividere utensili e strumenti

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utensili da lavoro

Non tutto ciò che utilizziamo deve essere per forza acquistato e posseduto. Esistono utensili e strumenti che servono una o due volte e poi finiscono inutilizzati in un cassetto. Da questa consapevolezza nasce a Firenze la Biblioteca degli Oggetti, un servizio pubblico che permette di prendere in prestito anche oggetti di uso quotidiano: piccoli elettrodomestici, strumenti tecnologici o attrezzature per il tempo libero. L’obiettivo è ridurre gli acquisti superflui, limitare gli sprechi e offrire un’alternativa concreta a chi ha bisogno di attrezzi per un utilizzo occasionale.
Il funzionamento ...

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Parma, rubati quadri di Renoir, Cézanne e Matisse

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Nel giro di poche ore sono stati rubati nel parmense tre quadri dall’alto valore artistico. Si tratta de I pesci di Renoir (1917), La Natura morta con ciliegie di Cézanne (1890) e Odalisca sulla terrazza di Matisse (1922). I tre quadri erano esposti nel museo della Fondazione Magnani Rocca a Mamiano, in provincia di Parma. Al momento i responsabili del furto non sono stati identificati.

Iran: Trump ammassa le truppe, ma l’invasione di terra preoccupa anche i vertici militari USA

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È passato un mese dall’aggressione israelo-americana all’Iran. Non c’è stata alcuna operazione lampo o cambio di regime, ma soltanto un’escalation militare a suon di attacchi e rappresaglie. In queste ore sono arrivati in Asia Occidentale circa 3000 marines, che si aggiungono così agli oltre 17mila soldati statunitensi già presenti nella regione. Un dispiegamento importante ma non sufficiente per un’invasione su larga scala dell’Iran, che ha un’estensione territoriale 5 volte più grande dell’Italia. Se non dovesse concretizzarsi l’ipotesi diplomatica, la Casa Bianca potrebbe passare alla fase successiva dell’escalation militare, conducendo limitate operazioni di terra su siti strategici, come l’isola di Kharg. Lo ha confermato anche il Pentagono, che attende direttive dal presidente Donald Trump. Quest’ultimo si trova tra due fuochi: da un lato l’establishment pro Tel Aviv che spinge per la resa dei conti con l’Iran e dall’altro i vertici militari che suggeriscono cautela.

La nave da guerra USS Tripoli è arrivata nell’area di responsabilità del Comando Centrale degli Stati Uniti per il Medio Oriente. A bordo della nave, precedentemente di stanza in Giappone, ci sono più di 3000 marines, accompagnati da velivoli da trasporto e mezzi d’assalto anfibi. Washington rafforza dunque la sua presenza militare nella regione, piombata in una guerra sempre più complessa. All’aggressione israelo-americana, l’Iran ha risposto serrando i ranghi e attaccando le basi di Washington nei Paesi del Golfo, oltre a diverse città israeliane, Haifa e Tel Aviv su tutte. In un secondo momento si è aggiunto Hezbollah, impegnando lo Stato ebraico sul fronte settentrionale; nelle scorse ore anche gli Houthi yemeniti hanno sposato la causa, rispondendo militarmente all’attacco subito dall’Iran. Quest’ultimo è stato sferrato a poche ore dalla fine dell’ultimo round negoziale tra Iran e Stati Uniti, il che complica oggi la percorrenza della via diplomatica, che tuttavia non sembrerebbe tramontata del tutto. Il Pakistan starebbe infatti agendo da mediatore informale, passando messaggi tra le parti.

L’allerta resta massima per le autorità iraniane, che temono il ripetersi dello scenario già visto a fine febbraio. Non ha usato mezzi termini il presidente del parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf nell’accusare la Casa Bianca di star spingendo pubblicamente sull’ipotesi negoziale mentre prepara l’escalation. Il Washington Post ha rivelato che il Pentagono si sta preparando a possibili operazioni di terra limitate, dalla durata di diverse settimane. La conferma è arrivata dalla portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, che ha dichiarato: «è il lavoro del Pentagono quello di effettuare preparativi per offrire tutte le opzioni al commander-in-chief. Questo non significa che il presidente ha deciso». Nel frattempo sono arrivati 3000 marines nella regione e l’amministrazione Trump starebbe valutando di inviarne altri 10mila.

Il dispiegamento di forze in Asia Occidentale può essere visto come un tentativo sia di forzare la mano e trascinare le autorità iraniane a tavoli negoziali, sacrificando parte delle richieste, sia di provare a chiudere la questione militarmente. Il primo mese di guerra è costato decine di miliardi di dollari agli americani, oltre alla morte e al ferimento di diversi soldati, il che ha fatto calare drasticamente il consenso verso Trump. Contro le sue politiche sono scesi ieri in strada più di 8 milioni di americani, nell’ambito del No Kings Day.

Più che per un’invasione su larga scala — che potrebbe trasformarsi per Washington in una sorta di Vietnam 2.0 — i soldati e i mezzi presenti in Asia Occidentale potrebbero essere impiegati per la conquista dell’isola di Kharg, cruciale per il commercio energetico, o per la distruzione di basi e siti militari. Un’ipotesi comunque osteggiata da una parte dei vertici militari interni, che pongono l’attenzione sui rischi che un’escalation comporterebbe per i soldati americani nella regione. La nuova fase incontrerebbe infatti la resistenza iraniana, come affermato da Mohammad Bagher Ghalibaf.