domenica 30 Novembre 2025
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Riarmo UE: la Commissione apre anche ad armi nucleari e all’uranio impoverito

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La Commissione europea vuole reintrodurre la possibilità di investire in armi controverse. L’esecutivo comunitario ha infatti proposto una modifica al testo che definisce il progetto industriale e di riarmo Prontezza 2030, sostituendo il termine «armi controverse» con il termine «armi vietate», in un passaggio che definisce i progetti da escludere. I partiti The Left, Socialisti e Verdi hanno avanzato obiezioni sulla modifica, respinte dal parlamento, sottolineando che essa «limita l’ambito di applicazione dei tipi di armi esclusi a sole quattro categorie, nello specifico le mine antipersona, le munizioni a grappolo, le armi biologiche e le armi chimiche», finendo per includere nei potenziali investimenti anche armi nucleari, all’uranio impoverito, o dispositivi incendiari.

Nella sua proposta, la Commissione scrive che la definizione di armi controverse contenuta nel regolamento UE «lascia troppa incertezza e confuzione per gli amministratori e dovrebbe essere chiarita e semplificata, in particolare perchè i trattati e le convenzioni internazionali pertinenti di cui gli Stati membri sono parti non fanno riferimento alle armi controverse, ma piuttosto alle armi proibite». Il motivo è sempre lo stesso: potenziare la prontezza della difesa europea, programma che prevede l’investimento di 800 miliardi entro il 2030. Con la nuova modifica, dunque, le armi proibite si limiterebbero a «mine antiuomo, munizioni a grappolo, armi biologiche e chimiche il cui uso, possesso, sviluppo, trasferimento, fabbricazione e stoccaggio sono espressamente vietati dalle convenzioni internazionali». Armamenti quali munizioni all’uranio impoverito, armi incendiarie (quali il fosforo bianco) e nucleari non figurano nell’elenco, potendo dunque potenzialmente essere classificate come idonee per la classificazione ESG (Environmental, Social, Governance, ovvero l’etichetta che valuta la sostenibilità di un’azienda o un investimento sulla base di criteri ambientali, sociali e di governance).

Gli armamenti che rimarrebbero esclusi sono stati oggetto di numerose denunce nel corso della storia, proprio per le conseguenze devastanti derivanti dal loro utilizzo. Nel 2001, la procuratrice del tribunale penale per l’ex Jugoslavia, Carla del Ponte, aveva dichiarato che l’impiego di armi all’uranio impoverito da parte della NATO fosse assimilabile a un crimine di guerra, per via dei gravi danni alla salute che queste causano alle persone che vi sono esposte. L’Osservatorio Nazionale Amianto (ONA) italiano ha censito all’incirca 8 mila militari che, al ritorno dalle guerre nei Balcani, furono colpiti da diverse malattie, le più frequenti delle quali linfomi di Hodgkin e non Hodgkin e leucemia. Secondo il presidente dell’ONA, Ezio Boanni, almeno 400 persone sono morte per tumori causati dall’esposizione all’uranio impoverito, impiegato nel 1995 e nel 1999 in Bosnia Erzegovina e in Kosovo. Nel 2013, la Corte dei Conti del Lazio emise una sentenza nella quale si accoglieva il ricorso di un militare che era stato di stanza in Kosovo e ammalatosi successivamente di tumore, nella quale si sottolineava la correlazione tra la malattia e le condizioni ambientali nelle quali l’uomo aveva prestato servizio, confermata sulle perizie eseguite sui tessuti neoplastici dell’uomo. La stessa sentenza dichiarava che la contaminazione era anche avvenuta tramite l’acqua e il cibo approvvigionati in loco. Per quanto riguarda le armi incendiarie, un esempio micidiale è il fosforo bianco, utilizzato per esempio da Israele in Palestina in varie occasioni, come denunciato dall’ONU stessa. Una delle ultime sarebbe proprio nell’ambito dell’aggressione in Libano, secondo quanto dimostrerebbero le immagini raccolte da Amnesty. L’attacco sarebbe stato condotto il 13 ottobre 2023 contro obiettivi civili nel villaggio di Dhayra, nel Libano meridionale. Il fosforo bianco è una sostanza incendiaria che brucia una volta esposto all’aria: chi vi entra in contatto può incorrere in danni respiratori gravi, insufficienze al funzionamento di organi vitali e altri danni permanenti.

Spari vicino alla Casa Bianca, gravi due agenti, fermato attentatore

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Due membri della Guardia Nazionale sono stati gravemente feriti mercoledì pomeriggio in una sparatoria avvenuta a pochi isolati dalla Casa Bianca a Washington. Un uomo di 29 anni, di origine afghana entrato negli Stati Uniti nel 2021, è stato arrestato dopo essere stato colpito durante lo scontro a fuoco. Le autorità definiscono l’accaduto come un “attacco mirato” contro i militari. In risposta, il governo ha mobilitato altri 500 soldati della Guardia Nazionale a Washington. Non è ancora chiaro il movente; l’indagine è in corso.

In Puglia la mobilitazione popolare ha cancellato una gara di pesca al polpo

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polpo

Doveva tenersi a Taranto la gara di pesca al polpo promossa dalla sezione locale della Lega Navale Italiana. L’evento, pensato come una giornata competitiva aperta agli appassionati di pesca del capoluogo pugliese, è stato cancellato a pochi giorni dall’annuncio. A bloccarlo, una mobilitazione collettiva che ne ha messo in discussione il senso stesso: organizzare una competizione per catturare un animale noto per essere intelligente e complesso è apparso a molti in contrasto con il rispetto dovuto alla vita marina.
A guidare la protesta è stata l’OIPA - Organizzazione Internazionale Protezione...

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USA: archiviate accuse contro Trump sulle elezioni del 2020

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Lo Stato statunitense della Georgia ha archiviato le accuse contro Trump per un caso risalente al 2020, in cui il presidente avrebbe tentato di sovvertire i risultati delle elezioni presidenziali. Secondo il procuratore, non ci sarebbero elementi abbastanza solidi per arrivare a una condanna e portare avanti un processo contro Trump sarebbe «inutilmente gravoso» per lo Stato. Il caso in questione riguardava una telefonata fatta da Trump al segretario di Stato della Georgia Brad Raffensperger in cui il presidente chiedeva al segretario di «trovare 11.780 voti» per spostare i risultati elettorali a suo favore.

L’Iran è alle prese con la peggiore siccità degli ultimi decenni

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L’Iran è senz’acqua. Da settimane il Paese sta affrontando una siccità senza precedenti, che analisti e commentatori descrivono come la peggiore degli ultimi sessant’anni. La situazione risulta particolarmente critica nella capitale Teheran, ma la scarsità di piogge e le difficoltà nell’approvvigionamento di acqua stanno interessando pressoché tutte le province. In generale, dall’inizio dell’autunno, le precipitazioni nel Paese sono diminuite dell’82,8%; a Teheran sono caduti solo 1,1 millimetri di pioggia. Per far fronte all’emergenza, le autorità stanno adottando diverse misure, dal razionamento dell’acqua all’inseminazione delle nuvole, ma per ora hanno ottenuto scarsi risultati. La situazione risulta talmente critica che sui social è iniziata a emergere la teoria che i Paesi vicini “ruberebbero le nuvoledall’Iran, ipotesi che i media ufficiali sono stati costretti a smentire pubblicamente. C’è chi invece propone misure drastiche, come l’evacuazione dell’intera Teheran e lo spostamento provvisorio della capitale.

Salvo qualche caso sporadico, da ormai inizio autunno, le sole province iraniane a ospitare precipitazioni sono quelle settentrionali e nordorientali; le altre province hanno registrato picchi di riduzione delle precipitazioni superiori al 100%, tanto che, fino al 7 novembre, 20 delle 31 province iraniane non avevano ancora visto una goccia d’acqua. Le prime piogge diffuse sono arrivate solo lo scorso 10 novembre, per poi ripetersi tra il 15 e il 17 novembre. Nonostante ciò, l’Istituto Meteorologico iraniano ha precisato ai media governativi iraniani che non avrebbero avuto «un impatto significativo sull’approvvigionamento idrico», stimando che il recupero delle risorse perse avrebbe richiesto un periodo «anche superiore a una stagione o un anno». Come anticipato, le precipitazioni novembrine non hanno realmente mitigato la situazione: secondo l’ultimo bollettino generale dell’Istituto Meteorologico Nazionale iraniano, ripreso da media ufficiali e semi-ufficiali, al 17 novembre, 18 province registravano una riduzione delle precipitazioni superiore al 95%; quelle in cui la situazione risulta più sotto il controllo registravano cali tra il 40% e il 65%, mentre nella provincia di Teheran la diminuzione si attestava al 96,9%. Nei dieci giorni successivi, non è piovuto.

La mancanza di piogge ha causato in primo luogo una crisi nell’approvvigionamento di acqua, portando allo svuotamento delle risorse disponibili. Secondo l’Istituto meteorologico 28 tra le maggiori dighe del Paese hanno meno di 30 milioni di metri cubi d’acqua, e pare ormai inevitabile diminuirne l’erogazione nelle case. A Teheran i cittadini lamentano tagli improvvisi alla rete idrica, fenomeno che già a inizio novembre veniva descritto dagli stessi media governativi come all’ordine del giorno. Sempre nella capitale, luogo dove la crisi idrica risulta più marcata, le risorse disponibili sono diminuite di oltre la metà, mentre oltre il 40% delle zone umide del Paese ha subito fenomeni di essiccazione, e una parte significativa degli ecosistemi acquatici si trova ora in condizioni critiche. «L’essiccazione di queste aree ha portato all’espansione di centri attivi di polvere e sabbia nelle regioni centrali, orientali e meridionali del Paese, tanto che oltre 8 milioni di ettari di terreni in Iran sono esposti a erosione e desertificazione eolica grave», sostengono i rapporti dell’Istituto per la Protezione dell’Ambiente iraniano.

La crisi idrica ha costretto le autorità a correre ai ripari, chiedendo aiuto a Paesi vicini come la Turchia, disponendo l’invio di scorte d’acqua a Teheran tramite autocisterne, riabilitando pozzi, studiando metodi per ridurre i consumi idrici nei settori domestico, industriale e agricolo, e tentando di applicare tecniche di inseminazione delle nuvole per fare piovere artificialmente; pare tuttavia che la continua siccità abbia impedito un uso diffuso di tali tecnologie. C’è chi addirittura ha affermato che potrebbe essere necessario evacuare Teheran; il presidente Pezeshkian ha invece affermato che, se ci fossero le disponibilità economiche, risulterebbe più efficace spostare direttamente la capitale per un periodo limitato. Secondo Mohsen Ardakani, Amministratore delegato dell’Ufficio idrico e delle acque reflue di Teheran, per risolvere la crisi servirebbe implementare le infrastrutture per l’approvvigionamento idrico anche mediante l’uso di sistemi di controllo intelligenti, migliorare i bacini idrici per la sostenibilità e costruirne di nuovi, installare dispositivi di risparmio energetico nelle abitazioni e ridurre i consumi dei cittadini almeno del 20%.

In una situazione come quella iraniana, individuare le cause della siccità non è facile. Sui social si è diffusa quella che sui media ha preso il nome di “teoria del furto di nuvole”, secondo cui i Paesi vicini “devierebbero” le nuvole iraniane nel proprio territorio per “rubare la pioggia”. L’ipotesi è stata smentita dal capo dell’Istituto per lo sviluppo e lo sfruttamento delle tecnologie idriche iraniano, ma è finita per avere una tale risonanza mediatica da venire ripresa dai media governativi e da commenti di analisti, per evidenziare la situazione critica in cui versa il Paese. Le spiegazioni delle cause della siccità da parte degli esperti sono molto più complesse, e prendono in analisi diversi fattori: in primo luogo il fatto che, in generale, l’Iran è un Paese soggetto a temperature alte e clima arido, con forti e ricorrenti variazioni; lo stesso caso di quest’anno, per quanto più grave di quello degli anni precedenti, è solo l’ultimo di una lunga serie di periodi di siccità. L’istituto meteorologico sostiene che questo sarebbe il sesto anno di siccità consecutivo.

Ai problemi geografici, si aggiungono gli elevati consumi di acqua da parte del settore agricolo e di quello energetico: secondo le varie stime, l’agricoltura consuma tra l’85% e il 90% delle risorse idriche, mentre gli impianti petrolchimici e di raffinazione – su cui il Paese punta da anni – risultano particolarmente idrovori. Già in passato, la costruzione di nuove raffinerie era stata rallentata a causa della scarsità d’acqua per i sistemi di raffreddamento. Oltre a ciò, ci sono i problemi degli impianti di approvvigionamento, spesso obsoleti e inefficienti: a Teheran il 60% dell’acqua è erogata da pozzi, e i sistemi di distribuzione perdono circa il 22% della quantità di acqua che erogano; i problemi della rete idrica sono stati accentuati dalla “Guerra dei Dodici Giorni” con Israele, in cui alcune delle infrastrutture sono state danneggiate. Altri analisti, come Kaveh Madani, ex vice capoufficio del ministero dell’Ambiente iraniano ed esperto nello studio delle acque presso l’ONU, sostengono che il problema dell’acqua sia dovuto anche alla malagestione della politica, che avrebbe trattato la risorsa come un «bene illimitato», portando a quella che nel Paese viene definita «bancarotta idrica». In Iran, spiega Madani, i consumi sono superiori alle attività di recupero, e questo con gli anni ha comportato una perdita della risorsa.

Cesena, debutta il primo autobus a guida autonoma d’Italia: per ora in un parcheggio

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Sabato 15 novembre è comparso a Cesena, per la prima volta in Italia, uno strano autobus. È un mezzo più piccolo del solito, con appena otto posti a sedere, e ha una forma curiosamente arrotondata: si fa quasi fatica a distinguere la parte anteriore da quella posteriore, visto che non esiste un vero posto di guida. Sulla fiancata campeggia la scritta: «Qui viaggia il futuro». Si tratta del primo mezzo pubblico a guida autonoma arrivato in città, realizzato grazie al progetto europeo Ginevra, un programma che punta a sviluppare nuove forme di mobilità intelligente nei comuni medio-piccoli di tutta Europa. L’autobus “robot” sta portando avanti una sorta di tournée dimostrativa nel continente: prima di Cesena ha fatto tappa a Varaždin, in Croazia, e tra poche settimane proseguirà verso la Germania. Durante il fine settimana, gli abitanti della città romagnola sono stati invitati a salire a bordo e a provare un breve giro all’interno di un parcheggio completamente chiuso al traffico.

Nel resto del mondo

Un robotaxi a guida autonoma Waymo in una stazione di ricarica

Premessa necessaria: quando si parla di guida autonoma è sempre meglio maneggiare i numeri con grande cautela. Le aziende che sviluppano sistemi di self-driving sono costantemente alla ricerca di investimenti e non è raro che i loro report assumano toni ottimistici, spesso più vicini al marketing che alla cronaca tecnica, allo scopo di attrarre nuovi capitali e finanziamenti pubblici. Nonostante ciò, un dato resta evidente: negli Stati Uniti e in Cina le auto a guida autonoma circolano davvero, da anni, mentre in Europa siamo ancora fermi ai progetti pilota. I numeri sono ancora contenuti, ma stanno crescendo rapidamente. È importante chiarire che non parliamo di auto private a disposizione dei cittadini, bensì di robotaxi: veicoli a guida autonoma gestiti da aziende private. Negli Stati Uniti a farla da padrone nella messa in strada è Waymo, la società di Alphabet (Google). Il servizio ha superato i duemila veicoli autonomi in circolazione in città come Phoenix, San Francisco, Las Vegas e Miami, con piani di espansione che coinvolgono una ventina di nuove aree urbane. Negli ultimi anni, l’azienda ha dichiarato di aver completato oltre quattro milioni di corse senza conducente, arrivando a gestire centinaia di migliaia di viaggi ogni settimana.

Sul fronte Tesla, invece, la scommessa riguarda il futuro. Il consiglio di amministrazione ha approvato un pacchetto di compensi potenzialmente colossale per Elon Musk: una cifra che potrebbe arrivare fino a mille miliardi di dollari subordinata al raggiungimento di obiettivi estremamente ambiziosi. Tra questi, figura anche la vendita di un milione di robotaxi.

Anche la Cina non resta indietro. Qui il governo, oltre a investire nella ricerca e nello sviluppo delle tecnologie “in laboratorio”, ha finanziato la creazione di aree pilota: interi distretti urbani che sono stati riconvertiti con segnaletica, strade e sensori pensati apposta per la guida autonoma. Il risultato è che l’azienda Baidu, con la sua piattaforma Apollo Go, la principale nel Paese, ha già messo in strada circa mille robotaxi, operativi in oltre venti città, fra cui Pechino, Wuhan e Shenzhen con centinaia di migliaia di corse effettuate ogni settimana e oltre 17 milioni di viaggi complessivi.

Sul fronte degli incidenti con i veicoli a guida autonoma, il quadro è complesso e ancora in piena evoluzione, ma alcuni elementi critici cominciano a delinearsi. Dal 2019 al 2024, negli Stati Uniti, sono stati registrati circa quattromila incidenti che coinvolgono auto robot; i dati più recenti indicano un tasso di circa 9,1 incidenti per milione di miglia percorse, contro i 4,1 per milione della guida umana. Tra gli aspetti positivi, invece, c’è la lieve entità degli incidenti a guida autonoma (si tratta in molti casi di piccoli tamponamenti o uscite di strada a bassa velocità) e il fatto che, col progredire della tecnologia, la situazione non possa che migliorare.

Annunci Europei

L’autobus a guida autonoma in giro per l’Europa a scopo dimostrativo

Cosa succede invece in Europa? Qui non si è ancora andati oltre la guida autonoma di livello 3: quella in cui il veicolo utilizza i sensori per aiutare il conducente a mantenere la velocità corretta, restare nella corsia o effettuare alcune manovre in autonomia, ma sempre richiedendo che il guidatore resti vigile e pronto a riprendere il controllo. È una tecnologia avanzata, ma molto diversa dalla guida autonoma di livello 4 (che in Europa ancora non esiste in forma commerciale), in cui il passeggero può davvero lasciare totalmente il comando al veicolo all’interno di aree operative predefinite.

A dominare la scena, per ora, sono soprattutto gli annunci. Waymo (Google) ha annunciato l’intenzione di sbarcare nel Regno Unito nel 2026, iniziando con una fase pilota e puntando a lanciare un servizio di robotaxi nei mesi successivi. Stellantis ha annunciato nuovi investimenti per sviluppare veicoli in grado di operare al livello 4. In Italia, 60 sindaci di diversi comuni hanno annunciato di voler partecipare a una rete nazionale di sperimentazione della mobilità autonoma, immaginando i propri territori come laboratori dove testare futuri servizi robotaxi o navette senza conducente.

Tutto questo entusiasmo, però, si scontra con una realtà ben più rigida: l’Europa non ha ancora un quadro normativo uniforme per autorizzare servizi di livello 4 su strada pubblica. Le infrastrutture intelligenti sono diffuse solo in casi isolati e i test sono limitati e frammentati Paese per Paese. Così, mentre Cina e Stati Uniti mettono in strada migliaia di robotaxi, in Europa la guida autonoma resta confinata ai comunicati stampa, ai progetti pilota e a pulmini da otto posti da provare nei parcheggi durante il fine settimana.

La corsa a vuoto delle fonti fossili: giacimenti in declino, costi in aumento

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Nonostante sia ancora diffusa una retorica che dipinge come insostituibile la produzione di energia basata sulle fonti fossili, la realtà mostra sempre più un quadro differente. Le fonti fossili, infatti, sono sempre più antieconomiche nonostante i sussidi diretti e indiretti che le multinazionali petrolifere continuano a ricevere dagli Stati. A ribadirlo sono due analisi pubblicate quasi in contemporanea – il Production Gap Report 2025 e il nuovo rapporto dell’Agenzia Internazionale dell’Energia (Iea) – che mettono in luce un paradosso che rischia di condizionare mercati, sicurezza energetica e questione ecologica: la produttività dei giacimenti esistenti cala costantemente e i nuovi progetti di estrazione fossile sono spesso in zone talmente complesse dal punto di vista morfologico da rivelarsi del tutto non redditizi se non grazie a incentivi statali.

Secondo il Production Gap Report 2025, venti tra i principali produttori mondiali di combustibili fossili, tra cui Stati Uniti, Russia, Cina, Arabia Saudita e Brasile, stanno pianificando un aumento della produzione rispetto ai livelli del 2023. Se questi programmi verranno attuati, la produzione complessiva nel 2030 sarà più del doppio rispetto a quella compatibile con l’obiettivo di contenere il riscaldamento globale entro 1,5°C. Solo Regno Unito, Australia e Norvegia prevedono riduzioni nella produzione di petrolio e gas entro il 2030, mentre undici dei venti paesi analizzati hanno addirittura aumentato i loro piani rispetto al 2023. Queste intenzioni si scontrano frontalmente con quanto rilevato dall’Iea nella sua ultima analisi, basata su oltre 15.000 giacimenti petroliferi e di gas in tutto il mondo. L’agenzia documenta che la produzione globale da giacimenti esistenti sta calando molto più rapidamente del previsto. Nel dettaglio, i giacimenti offshore europei perdono in media oltre il 15% della produzione ogni anno, mentre quelli da scisto calano addirittura del 35% il primo anno e di un ulteriore 15% nel secondo. Il direttore esecutivo dell’Iea, Fatih Birol, sottolinea che «quasi il 90% degli investimenti annuali a monte nel settore petrolifero e del gas è destinato a compensare le perdite di approvvigionamento nei giacimenti esistenti». In termini economici, si tratta di circa 570 miliardi di dollari all’anno spesi unicamente per mantenere i livelli attuali di produzione.

E qui si trova il vero nodo. L’Iea calcola che, anche mantenendo elevati i livelli di investimento nei campi esistenti, da qui al 2050 sarebbero necessari oltre 45 milioni di barili al giorno di nuova produzione petrolifera e quasi 2.000 miliardi di metri cubi di gas da campi convenzionali non ancora sviluppati. In pratica, per tenere la produzione stabile occorrerebbe aggiungere l’equivalente della produzione combinata dei tre maggiori produttori mondiali di petrolio e gas. Questo quadro sembrerebbe dare ragione a chi sostiene l’espansione: senza nuovi investimenti, la produzione fossile crollerebbe. Ma lo stesso rapporto dell’Iea sottolinea che questo scenario dipende in modo cruciale dall’andamento della domanda. Se quella globale calasse come previsto nello scenario compatibile con l’obiettivo di contenere il riscaldamento del pianeta entro gli +1,5 °C, allora i giacimenti già in attività sarebbero sufficienti e non ci sarebbe bisogno di aprirne di nuovi. Lo scenario “zero emissioni nette” elaborato dall’agenzia dimostra infatti che un’accelerazione della transizione energetica comporterebbe un calo della domanda tale da rendere superflua la costruzione di nuove infrastrutture fossili. Da un lato, quindi, i governi temono quindi di restare senza forniture affidabili e si aggrappano all’idea di nuove estrazioni sotto la spinta delle pressioni industriali; dall’altro, la realtà dei giacimenti e le dinamiche di mercato indicano che le risorse fossili richiedono investimenti sempre più onerosi e offrono rendimenti decrescenti.

La transizione energetica, nel frattempo, accelera. In una dinamica che è guidata dal mercato anche in assenza di precisi impegni pubblici. Se si guarda dove stanno andando i soldi, il mercato sta già votando con il portafoglio: l’IEA stima che nel 2024 gli investimenti globali in tecnologie e infrastrutture di “clean energy” – rinnovabili, reti, accumuli, efficienza – raggiungeranno circa 2.000 miliardi di dollari su oltre 3.000 miliardi di investimenti energetici complessivi, cioè circa il doppio di quanto va ancora a petrolio, gas e carbone. Già nel 2023 la curva era girata: per ogni dollaro speso in combustibili fossili, nel mondo si spendevano circa 1,7 dollari in tecnologie pulite. Nel settore elettrico, gli investimenti in tecnologie pulite hanno addirittura superato di 10 a 1 quelli nei combustibili fossili. Il quadro, quindi, è chiaro: i governi dichiarano piani di espansione che rischiano di compromettere gli obiettivi climatici, mentre l’industria fossile deve affrontare il declino strutturale delle riserve e costi insostenibili per mantenere lo status quo. La vera direzione di marcia sembra però già segnata. Gli investitori, spinti da logiche economiche più che da pressioni esterne, stanno progressivamente abbandonando i combustibili fossili a favore delle energie rinnovabili.

Golpe in Guinea-Bissau: i militari prendono il controllo del Paese

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L’esercito della Guinea Bissau ha effettuato un colpo di Stato e «preso il controllo totale del Paese». Ad annunciarlo sono gli stessi militari, dopo avere scagliato un attacco nella capitale Bissau. Il golpe avviene tre giorni dopo le elezioni presidenziali e legislative, per cui entrambi i maggiori candidati hanno reclamato la vittoria; domani sarebbero stati resi noti i risultati delle elezioni, ma l’esercito ha annunciato di avere sospeso il processo elettorale «fino a data da destinarsi». I militari, inoltre, avrebbero arrestato il presidente Umaro Embalo, e i candidati di opposizione Fernando Dias e Domingos Simoes Pereira; questi ultimi starebbero venendo trasferiti in una base aerea del Paese.

L’Italia destinerà il 41% dei fondi per l’industria alla produzioni di armi

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Il governo italiano ha deciso di sacrificare la crescita e lo sviluppo industriale della Penisola sull’altare del settore della Difesa. In base ai documenti di contabilità pubblica e come riportato dal Sole 24 Ore, infatti, emerge che nel triennio 2026-2028 la difesa assorbirà il 40,9% dei fondi previsti per il ministero delle Imprese e del made in Italy, vale a dire 10,29 miliardi di euro su 25,16 miliardi totali. Si tratta di dati che si ottengono incrociando gli allegati al disegno di legge di bilancio, in esame al Parlamento, con quelli dell’ultimo Documento programmatico di finanza pubblica (Dpfp). Il ministero delle Imprese e del Made in Italy, dunque, è stato scelto come canale per finanziare il riarmo, secondo una linea politica che si sta affermando in buona parte degli Stati europei e fortemente caldeggiata da Bruxelles e dall’Alleanza Atlantica. Il tutto avviene proprio in un lungo periodo di declino per l’industria italiana e in generale europea.

«Per contribuire al rafforzamento della capacità di difesa europea e al consolidamento del pilastro europeo della Nato, l’Italia sta assumendo un ruolo attivo nell’aumento degli investimenti nel settore della difesa, nella maggiore integrazione industriale e nel sostegno a programmi congiunti di ricerca e sviluppo», si legge nel Dpfp. La rilevanza conferita al settore bellico è una conseguenza delle conclusioni del Vertice della NATO tenutosi nel giugno 2025, da cui è emerso l’impegno ad aumentare le spese per la difesa, prevedendo di raggiungere entro il 2035 l’obiettivo del 5% in rapporto al Pil. Secondo il Sole 24 Ore, la tendenza a fare del ministero per l’Industria un canale privilegiato per finanziare il settore del riarmo non è una novità del governo Meloni né dell’ultima manovra. Tuttavia, «solo da quest’anno il documento “Nota illustrativa sulle leggi pluriennali di spesa in conto capitale” allegato al Dpfp (che ha sostituito la vecchia Nadef) consente di fare una proporzione sul budget totale».

Il programma “Interventi in materia di difesa nazionale” da solo vale poco meno di 9,2 miliardi nel triennio, quasi quanto il programma “Incentivazione del sistema produttivo” che, tra gli altri, contiene i contratti di sviluppo (2 miliardi nel triennio), i crediti d’imposta del piano 4.0 (1,4 miliardi), la Nuova Sabatini (1,3 miliardi), gli Ipcei (i progetti di ricerca di comune interesse europeo, 850 milioni), gli Accordi per l’innovazione (300 milioni). Alla difesa sono destinati anche 1,1 miliardi, sempre nel triennio, per progetti di ricerca e sviluppo nel settore dell’industria aeronautica, parte del programma “Politiche industriali, per la competitività, il made in Italy e gestione delle crisi di impresa”. Le singole tabelle del programma offrono anche i dettagli delle risorse triennali: con oltre 7,3 miliardi si finanzieranno, ad esempio, lo sviluppo e l’acquisizione dei caccia Eurofighter Typhoon e quello delle unità navali della classe Fremm; lo sviluppo del missile Aster 30 Block 1 NT e del sistema missilistico di difesa antimissile e antiaereo FSAF PAAMS. La legge di stabilità del 2013, inoltre, concede l’autorizzazione pluriennale (555 milioni per l’ultimo triennio) per l’acquisizione di unità da trasporto e sbarco (LHD), di sei pattugliatori polivalenti d’altura, di un’unità di supporto logistico e due unità ad altissima velocità, oltre a unità operative nell’ambito del Programma navale per la tutela della capacità marittima della Difesa e a unità per il progetto Near Future Submarine.

Mentre i fondi destinati allo sviluppo industriale vengono dirottati al settore della Difesa, il quadro dell’industria italiana continua a rimanere cupo: sebbene a settembre 2025, la produzione abbia registrato segnali di ripresa con un aumento del 2,8% rispetto al mese precedente e dell’1,5% su base annua, i problemi che affliggono l’economia italiana e europea sono lontani dall’essere superati. Dal febbraio 2023 la produzione industriale è calata per 26 mesi consecutivi, prendendo in considerazione la sua variazione tendenziale, ossia in relazione allo stesso mese dell’anno precedente, mentre l’indice PMI del settore manifatturiero è sotto la soglia dei 50 punti da tre anni, tranne qualche piccola variazione in positivo, l’ultima ad agosto, quando è stato a 50,4 per tornare poi di nuovo sotto i 50 punti a settembre. Tra le cause di questa stagnazione economica ci sono gli alti costi energetici, il difficile contesto internazionale, le politiche “green” dell’Ue e i recenti dazi introdotti da Donald Trump. Ma anche la recessione dell’economia tedesca che si riversa su quella italiana. Uno dei problemi più urgenti però è quello del costo dell’energia, mediamente più cara rispetto agli altri Paesi europei: secondo uno studio di Confindustria nel 2024 le imprese italiane hanno pagato l’elettricità l’87 per cento in più rispetto alla Francia, il 72 per cento in più della Spagna e quasi il 40 per cento in più della Germania.

A fronte di questo contesto, il governo italiano ha fatto ben poco per diminuire i prezzi dell’energia e risollevare il settore industriale, mentre sembra aver puntato tutto sul settore della Difesa, rispondendo a esigenze e logiche sovranazionali più che alle necessità del Paese reale e della sua economia.

Incendio a Hong Kong: almeno 13 morti

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Oggi pomeriggio a Hong Kong è scoppiato un incendio che ha investito diversi grattacieli residenziali. A venire colpito dalle fiamme è il complesso residenziale di Wang Fuk, che ospita circa 2.000 appartamenti, suddivisi in otto blocchi. Da quanto comunicano i vigili del fuoco, le operazioni di soccorso sono ancora in corso, ma il numero di persone ancora all’interno delle strutture interessate dalle fiamme risulta ignoto. Almeno 13 persone sono morte, tra cui anche alcuni vigili del fuoco intervenuti per domare l’incendio. Secondo le prime ricostruzioni, l’incendio si sarebbe propagato a partire dalle impalcature in legno di bambù all’esterno dei grattacieli; ancora ignote le cause scatenanti.