venerdì 20 Febbraio 2026
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In tutta Italia chi ha difeso la Palestina sta subendo repressione e processi

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Nei mesi scorsi siamo stati testimoni di uno dei maggiori moti di protesta del ventunesimo secolo. In Italia, la mobilitazione per la Palestina è arrivata in tutte le strade, le piazze, le università, coinvolgendo milioni di persone. Dopo la tregua raggiunta a Gaza, mentre la mobilitazione diminuiva e i media smettevano di parlarne, con puntualità sorprendente e a fari spenti è cominciata ad arrivare la risposta dello Stato: multe, denunce e arresti sono iniziati ad arrivare in ogni angolo del Paese. Una repressione diffusa che ha colpito praticamente in tutte le provincie, mirando sia i milit...

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Gli Epstein Files svelano una “rete criminale globale”: ora lo afferma anche l’ONU

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La portata, la sistematicità, la gravità dei crimini rivelati all’interno degli Epstein Files, commessi in un contesto corrotto, razzista e misogeno di mercificazione e disumanizzazione delle donne, potrebbero essere tali da rappresentare «crimini contro l’umanità». E di fatto, la loro l’estensione è tale da suggerire l’esistenza di una «rete criminale globale». Ad esprimersi in questo modo sono stati alcuni esperti delle Nazioni Unite, i primi rappresentanti di una istituzione internazionale a condannare esplicitamente il sistema che gli Epstein Files fanno emergere nel loro complesso e a denunciare le «terrificanti implicazioni sul livello di impunità per tali crimini». Il loro parere è tanto più importante in quanto arriva in un momento in cui il contenuto dei files viene sempre più trattato in maniera episodica e scandalistica, rincorrendo il gossip legato alle singole personalità, piuttosto che evidenziare le strutture criminali – secondo l’ONU, globali – che vi soggiacciono. Secondo gli esperti indipendenti delle Nazioni Unite, i quali operano a titolo individuale su mandato del Consiglio ONU dei diritti umani, i fatti riportati negli Epstein Files potrebbero costituire «alcuni dei crimini più gravi ai sensi del diritto internazionale». Tra questi: schiavitù sessuale, violenza riproduttiva, sparizioni forzate, tortura, trattamenti inumani e degradanti e femminicidio. «La portata, la natura, il carattere sistematico e la dimensione transnazionale di queste atrocità contro donne e ragazze sono così gravi che alcune di esse potrebbero ragionevolmente soddisfare la soglia legale dei crimini contro l’umanità», sostengono gli esperti. A caratterizzare, in particolare, i crimini vi è il fatto che questi si siano verificati nell’ambito di un attacco «diffuso o sistematico», oltre che consapevole, diretto contro la popolazione civile. Per questo motivo, quanto denunciato deve essere perseguito nei tribunali nazionali e internazionali competenti. Si tratta di crimini commessi «in un contesto di credenze suprematiste, razzismo, corruzione, misoginia estrema e mercificazione e disumanizzazione di donne e ragazze provenienti da diverse parti del mondo». Ogni nome che emerge dai frammenti che costituiscono l’immenso mosaico dei files, composto da milioni di documenti, rappresenta un tassello di quella che somiglia sempre più a una struttura che si regge sulle più potenti e influenti personalità del mondo della politica, della finanza, della tecnologia ma anche della cultura globale. Una macchina della quale Epstein sembra rappresentare più il meccanismo che ne ha permesso il funzionamento che il soggetto al centro della vicenda. La lista di nomi coinvolti è lunga e attraversa le cartine in ogni direzione, muovendosi da Donald Trump a Elon Musk per arrivare al principe Andrea e all’establishment israeliano, passando per l’ex presidente USA Bill Clinton e Bill Gates, fino a ipotizzare rapporti con il Mossad. Legami politici e intrecci con l’alta finanza, la tecnologia e la filantropia, grandi finanziatori, società offshore, trust e fondazioni. In mezzo, decine di testimonianze di coloro che si dichiarano vittime di abusi, la tratta di minori, lo sfruttamento sessuale di giovani e bambini, fino a vere e proprie ipotesi di infanticidio. Nonostante ciò, i quotidiani sembrano preferire la rincorsa al nome noto di turno (Sarah Ferguson e le figlie coinvolte nello scandalo, Sky; Naomi Campbell nei file di Epstein, Repubblica; Epstein, anche un sultano nello scandalo, ANSA, tanto per fare degli esempi), il dettaglio scabroso, piuttosto che guardare in profondità, sotto la superficie, dove si celano le assi e i nodi delle strutture di potere che controllano il mondo.

California: 10 dispersi a causa di una valanga

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Dieci sciatori fuori pista risultano dispersi dopo che una valanga li ha travolti. I dieci sciatori facevano parte di un gruppo più ampio di 16 persone, che si trovava nell’area di Castle Peak, nella Sierra Nevada, quando una valanga si è staccata a un’altitudine di circa 2.500 metri. Decine di soccorritori stanno perlustrando l’area per raggiungere i 6 sopravvissuti e e trovare i 10 sciatori dispersi.

Caffaro, dopo 25 anni iniziano le demolizioni nel sito contaminato di Brescia

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caffaro abbattimento

La bonifica dell’area dell’ex stabilimento chimico Caffaro, una presenza ingombrante e simbolicamente legata a una delle più gravi contaminazioni ambientali italiane, ha preso concretamente avvio con la demolizione del primo edificio all’interno del Sito di Interesse Nazionale (SIN) di Brescia. L’intervento, partito venerdì 13 febbraio con l’abbattimento di uno dei fabbricati del complesso industriale, un tempo utilizzato come magazzino, segna il passaggio dalla lunga fase di studi e progettazione all’operatività sul campo. 
La storia del sito affonda le radici all’inizio del Novecento. Lo sta...

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Perù, rimosso il presidente ad interim

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Con 75 voti a favore, 24 contrari e 3 astensioni, il Congresso peruviano ha approvato la mozione di censura contro il presidente ad interim José Jerí, rimuovendolo dall’incarico. Jerí era diventato presidente lo scorso ottobre, dopo la rimozione dell’ex presidente Dina Boluarte, destituita tramite impeachment. Negli ultimi mesi, Jerí aveva perso diversi consensi; i giorni scorsi è finito coinvolto in una polemica per avere incontrato in maniera non ufficiale degli imprenditori cinesi. Le prossime presidenziali si terranno nell’aprile di quest’anno.

USA, attacchi nel Pacifico e nei Caraibi: 11 uccisi

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Lo United States Southern Command, comando delle forze armate statunitensi, ha annunciato di avere effettuati tre distinti attacchi contro imbarcazioni nel Pacifico Orientale e nei Caraibi, uccidendo 11 persone. Di preciso, quattro persone sono state uccise nel primo attacco, altre quattro nel secondo e tre nell’ultimo. I primi due sono stati condotti nel Pacifico, e l’ultimo nel Mar dei Caraibi. L’esercito degli USA ha motivato tali attacchi sostenendo di avere preso di mira imbarcazioni di narcotrafficanti, come già fatto in precedenti situazioni.

Vanuatu, l’arcipelago del Pacifico che vuole portare in tribunale il nord globale

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Leggi più chiare, piani d’azione per limitare l’aumento della temperatura al di sotto di 1,5 gradi centigradi, eliminazione dei sussidi per lo sfruttamento delle fonti fossili e soprattutto istituzione di un registro internazionale dei danni per fornire forme di riparazione economica ai Paesi più danneggiati dal cambiamento climatico. Sono i principali punti su cui ruota una proposta di risoluzione alle Nazioni Unite avanzata dal piccolo arcipelago del Pacifico di Vanuatu. La bozza intende tradurre il parere consultivo rilasciato dalla Corte Internazionale di Giustizia lo scorso luglio in un’azione multinazionale concreta, invitando tutti i Paesi e le organizzazioni regionali a rispettare i loro obblighi ai sensi degli accordi internazionali relativi al cambiamento climatico. La proposta è andata di traverso agli Stati Uniti, che hanno fatto circolare una nota tra i membri dell’ONU, esortandoli a esercitare pressioni su Vanuatu perché ritiri la bozza.

Ad annunciare l’avanzamento della bozza di risoluzione per l’adozione del parere consultivo della CIG è stato Ralph Regenvanu ministro del clima di Vanuatu. La proposta si lega a una iniziativa inaugurata dallo stesso arcipelago del Pacifico nel 2023, quando Vanuatu ha guidato una risoluzione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite per chiedere alla Corte Internazionale di Giustizia chiarimenti sugli obblighi degli Stati relativi al cambiamento climatico e sulle eventuali conseguenze legali delle loro azioni. La risoluzione è stata adottata da una coalizione di 132 Nazioni, e ha portato all’apertura di un procedimento in seno alla CIG, che lo scorso luglio ha emesso il parere consultivo oggetto di dibattito. Il parere elenca gli obblighi vincolanti per gli Stati firmatari dei vari protocolli per il clima, passando in rassegna i diversi impegni previsti da ciascun trattato. In generale, ritiene la CIG, gli Stati devono adottare misure per mitigare le emissioni e i danni all’ambiente, e cooperare con gli altri Paesi per raggiungere gli obiettivi stabiliti dalle convenzioni internazionali, «anche attraverso trasferimenti tecnologici e finanziari». Quelli di limitare i danni all’ambiente e di cooperare con gli altri Paesi sono vincoli stabiliti anche dal diritto internazionale consuetudinario, l’insieme di norme non scritte a cui sono soggetti tutti gli Stati della comunità internazionale.

La violazione degli oneri previsti dalle convenzioni internazionali o dal diritto consuetudinario comporta l’obbligo di cessare le azioni illecite, quello di fornire assicurazioni e garanzie che tali condotte non vengano ripetute e – soprattutto – la «riparazione integrale agli Stati lesi sotto forma di restituzione o risarcimento», ove stabilito «un nesso causale sufficientemente diretto e certo tra l’atto illecito e il danno» perpetrato dallo Stato accusato. Proprio quest’ultimo punto risulta il più controverso per gli Stati Uniti, e quello dove si sta maggiormente concentrando l’attenzione sulla proposta di Vanuatu: l’arcipelago, chiedendo il rispetto del parere consultivo della CIG, apre la strada alle richieste di compensazioni agli Stati che causano danni ambientali in territori esterni dalla loro area di competenza.

Una simile norma potrebbe inoltre rafforzare le richieste dei cittadini di quei medesimi Paesi che portano i propri Stati in tribunale per chiedere risarcimenti per danni climatici o per costringerli ad adottare misure di contenimento delle emissioni. Ultimamente, questo genere di iniziative, volte a garantire la giustizia climatica, si stanno moltiplicando, portando anche a qualche risultato. Nel 2024, la Svizzera è stato il primo Stato europeo chiamato a risarcire i propri cittadini per non aver rispettato gli obblighi sul clima; la federazione elvetica è stata condannata dalla CEDU dopo che un’associazione composta da oltre 2.000 donne anziane l’ha citata in giudizio per inazione climatica per avere violato l’articolo 8 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo. Il caso più recente riguarda i Paesi Bassi e i suoi vincoli nei confronti dell’isola di Bonaire, che costituisce una municipalità speciale nederlandese. Il Paese è stato condannato da un tribunale distrettuale dell’Aia per avere violato la Convenzione europea dei diritti dell’uomo non tutelando i cittadini dell’isola; il tribunale ha inoltre ordinato al governo di elaborare un piano di tutela dell’isola e di stabilire gli obiettivi vincolanti per la riduzione delle emissioni di gas serra; in questo caso non è stato disposto il risarcimento, ma il tribunale olandese si è appoggiato proprio al parere vincolante della CIG che Vanuatu vorrebbe venisse adottato formalmente.

Olimpiadi invernali: tra IA e montaggi, l’altra gara è quella della disinformazione

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olimpiadi

Le Olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026 non sono soltanto un evento sportivo globale: sono anche un grande moltiplicatore di propaganda e disinformazione. Nelle settimane dell’evento, video generati dall’intelligenza artificiale, audio manipolati e montaggi costruiti ad arte hanno invaso i principali social network, accumulando milioni di click e visualizzazioni. Tra montaggi fatti con l’Intelligenza Artificiale e dichiarazioni mai pronunciate, sono diversi i contenuti costruiti per alimentare polarizzazione e traffico, più che per raccontare la realtà.

In un contesto già segnato da tensioni politiche e interessi economici che hanno ben poco a che fare con lo spirito olimpico, la distorsione digitale fa un passo verso un ulteriore livello di opacità. Non è solo un problema di bufale virali: è la dimostrazione di quanto un evento possa trasformarsi in un laboratorio perfetto per testare le nuove armi della manipolazione.

Nelle ore successive alla cerimonia di apertura delle Olimpiadi invernali Milano-Cortina 2026 ha iniziato a circolare sui social un video che mostrerebbe il pubblico di San Siro intonare Bella Ciao subito dopo l’esecuzione dell’inno di Mameli. La clip, rilanciata su TikTok e Instagram con didascalie allusive, ha rapidamente raccolto migliaia di condivisioni alimentando polemiche e letture politiche dell’episodio. Le immagini ufficiali dell’evento raccontano però un’altra storia. L’inno nazionale, eseguito da Laura Pausini, è stato seguito da un lungo applauso del pubblico, senza alcun coro collettivo. L’audio risulta sovrapposto e fuori sincrono rispetto alle immagini, segnale tipico di un montaggio successivo. Non solo: il contenuto, come riportato da Facta, proviene da un profilo che nella propria descrizione dichiara apertamente di pubblicare “fake news”, ma gli utenti che l’hanno visto, e magari condiviso, ne erano all’oscuro.

Tra i contenuti virali circolati durante le Olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026 c’è anche un video che mostra il vicepresidente statunitense J.D. Vance accompagnato da fischi del pubblico durante la cerimonia di apertura. Le registrazioni ufficiali confermano che, al momento dell’ingresso della delegazione statunitense, Vance sia stato effettivamente fischiato, come riportato anche da diversi media. Tuttavia, la versione fake circolata, non coincide con il filmato integrale dell’evento. L’audio appare amplificato e sovrapposto, con una continuità diversa rispetto alla sequenza originale. Anche alcuni dettagli visivi risultano alterati: nella clip manipolata l’abito indossato da Vance appare differente rispetto a quello documentato nelle immagini ufficiali. Qui il video non inventa l’episodio, ma lo rielabora e lo amplifica, trasformando un frammento reale in una narrazione costruita per massimizzare impatto e viralità.

Un altro caso significativo assume le sembianze di un servizio della Canadian Broadcasting Corporation (CBC), ma è in realtà una ricostruzione alterata con voci generate artificialmente e filmati di repertorio. In questo servizio manipolato si afferma che gli atleti ucraini sarebbero stati isolati dagli altri partecipanti ai Giochi a causa di comportamenti aggressivi, cosa che non emerge dalle immagini ufficiali né dalle dichiarazioni della CBC. La stessa CBD ha sbugiardato il contenuto spiegando che nel servizio originale viene semplicemente mostrato il villaggio olimpico senza alcuna accusa o riferimento. “Con queste falsificazioni, la Russia sta cercando di screditare gli ucraini e minare il sostegno internazionale all’Ucraina”, ha dichiarato all’AFP il ministro dello sport ucraino Matviy Bidny.

Altro caso è quello della sciatrice svedese Frida Karlsson, impegnata alle Olimpiadi invernali, presentata però in modo ingannevole la presunta “principessa svedese Frida”. Circola un post con la sua foto accompagnata da questo testo: “La principessa svedese Frida definisce Trump uno psicopatico inquietante e sostiene che l’Europa dovrebbe vietare tutti i prodotti americani. Invita inoltre il Canada ad aderire all’UE”. Il post ha superato le 200mila visualizzazioni. In realtà la Karlsson non ha rilasciato alcuna dichiarazione su Donald Trump, mentre sul sito ufficiale della Casa Reale svedese non compare alcuna principessa di nome Frida.

Il Belgio convoca l’ambasciatore USA

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Il ministro degli Esteri del Belgio, Maxime Prévot ha annunciato di avere convocato «immediatamente» l’ambasciatore statunitense nel Paese, Bill White per portare avanti una contestazione formale. Poco prima della convocazione, White aveva pubblicato un lungo post sul social X accusando il Belgio di antisemitismo; White ha fatto riferimento a un caso scoppiato la scorsa estate, quando tre mohel (le figure religiose che eseguono la circoncisione rituale ebraica) sono finiti al centro di una indagine per violazioni della normativa nazionale, che stabilisce che le procedure mediche debbano essere effettuate da professionisti autorizzati.

Da oggi i poliziotti possono girare con armi private e cariche anche fuori servizio

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Da oggi i poliziotti possono girare con armi private e cariche anche fuori servizio. Una circolare del Viminale, datata 5 febbraio, ha infatti reso immediatamente applicabile l’articolo 28 del decreto-legge Sicurezza dell’11 aprile 2025, estendendo a quasi 400mila operatori delle forze dell’ordine la facoltà di acquistare e portare con sé, senza licenza, un’arma diversa da quella di ordinanza quando non sono in servizio. Il provvedimento supera le precedenti limitazioni che riservavano questa possibilità a ufficiali, dirigenti e magistrati, andando a includere anche gli agenti di polizia locale con qualifica di pubblica sicurezza. Per l’acquisto basterà esibire il tesserino professionale in armeria, mentre la detenzione dovrà essere comunicata all’Autorità di pubblica sicurezza entro 72 ore.

La misura, rimasta inattuata per mesi in attesa dei regolamenti attuativi, è stata sbloccata da una circolare del dipartimento di Pubblica sicurezza che fornisce le prime indicazioni operative. Secondo quanto si legge nel documento, «il citato articolo 28 dispone una rilevante innovazione in tema di porto d’armi senza licenza a favore degli agenti di pubblica sicurezza. La necessità per gli agenti di dimostrare il bisogno di portare fuori servizio armi diverse da quelle di cui sono già dotati viene superata dalla presunzione legale dell’esigenza di autotutela». Viene inoltre specificato che «il porto fuori servizio di un’arma diversa da quella di ordinanza è stato concepito sia in termini di autotutela degli operatori, che di rafforzamento della loro capacità operativa». La platea degli interessati è assai ampia. Si parla, infatti, di oltre 96mila agenti della Polizia di Stato, 106mila carabinieri, 58mila finanzieri e 37mila agenti penitenziari, per un totale di circa 397mila persone. A questi si aggiungono gli agenti di polizia locale che abbiano ottenuto dal prefetto la qualifica di pubblica sicurezza e siano già dotati di arma d’ordinanza. Per loro vige la stessa limitazione territoriale prevista per il servizio: la pistola privata potrà essere portata solo all’interno del comune di competenza, salvo deroghe specifiche.

L’acquisto è semplificato al massimo, dal momento che, come come chiarisce la circolare del Dipartimento di Pubblica Sicurezza, non occorrono licenze né particolari titoli autorizzativi: basterà entrare in armeria e mostrare la tessera per acquistare. La norma menziona espressamente categorie di strumenti che rientrano nella facoltà concessa, indicando «armi lunghe da fuoco», «rivoltelle o pistole di qualunque misura» e anche i «bastoni animati la cui lama non abbia una lunghezza inferiore a centimetri 65». Resta fermo il limite massimo di tre armi detenibili e l’obbligo di denuncia all’Autorità entro 72 ore, «affinché – spiega la circolare – l’Autorità di pubblica sicurezza sia nelle condizioni di avere immediata conoscenza delle persone che detengono armi e dei luoghi in cui le stesse sono detenute, anche ai fini di procedere, in ogni momento, ad eventuali controlli».

La decisione, tuttavia, non è esente da critiche all’interno delle stesse forze dell’ordine. Fonti qualificate della polizia hanno sollevato il delicato tema delle possibili ricadute sulla violenza domestica; perplessità arrivano anche dal sindacato dei carabinieri: «Già un’arma porta problemi – ammette Antonio Tarallo, segretario generale dell’Unione sindacale italiana carabinieri – figuriamoci due. Non sono troppo favorevole a questa misura. Molti vogliono la pistola privata perché l’arma in dotazione è scomoda». Non mancano, invece, consensi tra alcuni sindacati. «La circolare contribuisce a fare chiarezza su un tema delicato come quello del porto dell’arma personale – ragiona Vincenzo Piscozzo, segretario generale dell’Unione sindacale italiana finanzieri – superando incertezze interpretative che hanno generato disomogeneità nel tempo».

Il DL Sicurezza è stato adottato dal Governo lo scorso aprile e convertito in legge dal Parlamento a giugno. Il testo, di forte impronta securitaria e liberticida, ha previsto l’introduzione di 14 nuove fattispecie incriminatrici e l’inasprimento delle pene di altri 9 reati. Esso ha inaugurato, tra le altre cose, il reato di «occupazione arbitraria di immobile destinato a domicilio altrui» (che prevede fino a 7 anni di reclusione per tutte le fattispecie già punite con il reato di «occupazione»), quello di blocco stradale (massimo 2 anni di reclusione), quello di rivolta nelle carceri e nei CPR (previsti anche in caso di resistenza passiva). Il decreto, inoltre, ha confermato le cosiddette “zone rosse” nelle città, potenziato lo strumento del DASPO urbano e previsto una stretta contro chi protesta contro le grandi opere.