martedì 24 Marzo 2026
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La morte di internet non è una teoria, è un modello di business

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Il concetto di Internet che si era stagliato a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta era assolutamente radicale, rivoluzionario ed egualitario. Lo strumento, nato nei laboratori militari dell’esercito statunitense con il nome di ARPANET, era ormai stato assorbito dagli ambienti accademici e intellettuali, i quali ne avevano sovvertito gli originali fini militaristici con l’obiettivo di creare “una civiltà della Mente”. «Governi del Mondo Industriale […]. A nome del futuro, chiedo a voi del passato di lasciarci in pace. Non siete i benvenuti tra noi. Non avete sovranità dove noi ci riuniamo», scriveva il poeta John Perry Barlow nella sua Dichiarazione di indipendenza del Cyberspazio (1996).

«Stiamo creando un mondo in cui tutti possono accedere senza privilegi o pregiudizi concessi da razza, potere economico, forza militare o condizione di nascita. Stiamo creando un mondo in cui chiunque, ovunque, può esprimere le proprie convinzioni, per quanto peculiari esse siano, senza paura di essere costretto al silenzio o alla conformità. I vostri concetti giuridici di proprietà, espressione, identità, movimento e contesto non si applicano a noi. Sono tutti basati sulla materia, e qui non c’è materia». Nell’arco di trent’anni, i sogni progressisti di Barlow si sono però infranti brutalmente contro infrastrutture dominate da pochi potenti, policy che condizionano il pensiero in funzione dei capricci degli inserzionisti e leggi che concedono sempre più spazio alla sorveglianza e alla violazione della privacy.

L’Internet ideologico, per quanto possa sopravvivere ancora negli angoli più remoti della Rete, non è mai realmente nato. Al suo posto ha preso forma un World Wide Web fatto di spedizioni rapide, fast fashion, licenze di noleggio, infotainment e disinformazione, social media che promuovono attivamente l’estetica a scapito del contenuto. L’Internet ideologico non è mai nato, tuttavia anche quello del consumo e dell’intrattenimento non se la sta passando bene. Anzi, prende sempre più forma la “teoria della morte di Internet”, un’idea secondo cui il web non è più controllato dagli utenti, ma da un meccanismo alienante che si autoalimenta all’infinito, fino a logorarsi nel nonsenso.

La teoria del complotto prende forma

La teoria della morte di Internet si fonda sull’idea che, ormai da anni, la maggior parte del traffico sul web sia generata da bot, ovvero profili artificiali che producono e diffondono contenuti con l’obiettivo di plasmare l’immaginario digitale fino a conferirgli la forma più gradita ai poteri occulti che governerebbero segretamente il mondo. Come si può evincere dai toni apocalittici e assolutisti che la caratterizzano, si tratta di una teoria complottista. L’origine è incerta, tuttavia si ritiene che abbia iniziato a emergere nel discorso pubblico circa dieci anni fa, su portali di imageboard come 4chan, contesti noti per ospitare ideologie estreme e provocatorie.

La cosiddetta teoria della morte di Internet è fuoriuscita dalla sua nicchia solo negli ultimi anni, diventando virale parallelamente alla diffusione dei modelli di linguaggio di grandi dimensioni (LLM), le cosiddette intelligenze artificiali. Kaitlyn Tiffany del The Atlantic individua come momento chiave il 2021: prima dell’avvento esplosivo di ChatGPT, un utente del forum Agora Road ha descritto nel dettaglio il senso di paranoia e solitudine provato nell’esplorare il web contemporaneo, un sentimento che è presto riverberato in molti lettori. In quello stesso contesto, l’autore, noto come IlluminatiPirate, sosteneva però anche che l’evoluzione dei meme rappresentasse una sorta di prova empirica dell’esistenza di un’“entità” digitale in via di sviluppo. 

Nella sua formulazione originaria, questa idea rappresenta l’apoteosi del pensiero cospirazionista: accorpa una molteplicità di stimoli complessi all’interno di un’unica narrazione, semplificandone le dinamiche fino a tessere una visione del mondo dalle sfumature allucinate. Come molte teorie del complotto, tuttavia, anche la morte di Internet affonda le proprie radici in fatti reali e osservabili, soprattutto oggi, in un contesto in cui il mercato promuove l’idea degli agenti di IA proprio per delegare alle macchine l’ingrato compito di partecipare alle interazioni sul web. Il risultato è che il significato stesso della teoria sta progressivamente mutando, abbandonando le sue componenti più astruse per concentrarsi su un concetto più trasversale e condivisibile: l’Internet, per come lo conosciamo, è sempre più fagocitato da automatismi che si sostituiscono gradualmente agli esseri umani, rendendo l’ambiente inospitale per chiunque sia dotato di un cervello organico.

L’uccellino blu perde le ali

Nel maggio del 2022, l’imprenditore multimiliardario Elon Musk era nel pieno del processo di acquisizione del social media Twitter. L’intera vicenda si è rivelata estremamente insidiosa: Musk aveva avanzato un’offerta iper-inflazionata rispetto al valore effettivo della piattaforma, un passo falso al quale ha tentato goffamente di porre rimedio ricorrendo a pretesti di natura legale. Uno dei principali argomenti avanzati in questa fase consisteva nella denuncia di una presenza massiccia e non adeguatamente documentata di profili inautentici su Twitter che, gestiti da bot, finivano con il gonfiare artificialmente i dati di traffico del sito, adulterandone il valore. In questa dinamica, Musk ha costruito per sé una narrazione degna di un poemetto epico: una volta ottenuto il controllo della piattaforma, avrebbe combattuto i bot a spada tratta, o sarebbe «morto provandoci».

A distanza di anni, il social è stato ribattezzato X e il problema dei bot non risulta affatto risolto. Tutt’altro. Gli analisti dell’agenzia di cybersicurezza CHEQ hanno stimato che, in occasione del Super Bowl del 2024, il traffico di X indirizzato verso gli inserzionisti fosse composto per il 75,85% da profili “fake” gestiti da bot o da account malevoli a guida umana. Il reale impatto del fenomeno resta però difficile da determinare: sotto la guida di Musk, la piattaforma ha infatti complicato l’accesso ai dati per i ricercatori, rendendo ancora più remota la possibilità di sviluppare un corpus di ricerca coordinato e comparabile. A ciò si aggiunge l’introduzione di Grok, il chatbot aziendale programmato per intervenire nei commenti, quando interpellato, sotto forma di post.

Il fatto che i bot siano percepiti con crescente intensità sui social non è tuttavia un esito riconducibile esclusivamente alle scelte manageriali di Musk. La facilità d’uso delle intelligenze artificiali generative, così come la loro attuale disponibilità a tariffe significativamente sottocosto, ha contribuito ad amplificare la portata e la credibilità delle attività truffaldine e ha inoltre spianato la strada a forme di content creation  e influencer digitali che, fino a non molto tempo fa, sarebbero state appannaggio esclusivo di personale dotato di competenze specifiche nell’animazione, nel montaggio video e nella scrittura dei testi. Non solo: piattaforme come Facebook hanno assunto la decisione deliberata di simulare profili di utenti allo scopo di stimolare le conversazioni. In questi casi, i ruoli si ribaltano: anziché essere gli esseri umani a fornire un comando eseguibile alle IA, sono le IA stesse a fornire lo stimolo agli utenti affinché questi si attivino.

Un social di sole intelligenze artificiali

Secondo quanto riportato dall’Imperva Bad Bot Report 2025 dell’azienda di gestione dei dati Imperva, nel 2024 il 51% del traffico Internet è stato attribuibile alle attività delle intelligenze artificiali, il che significa che la mole di dati movimentata dall’essere umano ha ormai un valore minoritario. Gli effetti di questa tendenza si avvertono su molteplici livelli: una parte consistente delle aziende ha affidato alle IA la selezione del personale, con il risultato che i lavoratori hanno iniziato a loro volta a delegare alle IA la stesura delle candidature; le attività di marketing si stanno progressivamente allontanando dalle già soffocanti dinamiche della Search Engine Optimization (SEO), pensata per i motori di ricerca, per spostarsi verso la Generative Engine Optimization (GEO) e la Answer Engine Optimization (AEO), pensate per i chatbot; la centralizzazione dei contenuti sulle cosiddette “answer engines” – sistemi basati su intelligenza artificiale (AI) progettati per fornire risposte dirette alle domande degli utenti – sta infine annichilendo il traffico verso i portali di informazione, giornalistica e non, scatenando un giro vizioso per cui le IA stanno soffocando quei portali che producono i dati su cui vengono addestrate. 

Ammesso e non concesso che gli esseri umani siano destinati a essere relegati agli angoli di Internet, come può evolversi l’ecosistema del web nel prossimo futuro? Una possibile risposta sembrava aver preso forma all’inizio del 2026, con la diffusione di un social network a uso esclusivo degli agenti di IA, Moltbook. Il portale si è trasformato in una sorta di “terrario” digitale, all’interno del quale le persone potevano assistere ai botta e risposta intrattenuti tra le macchine, che in breve tempo hanno iniziato a generare testi caratterizzati da toni e riflessioni facilmente interpretabili come “umani”. Più che un esperimento scientifico, però, Moltbook si è rivelato un efficace esercizio di marketing, se non altro perché è riuscito a spettacolarizzare funzioni di scarso valore cognitivo, senza chiarire in modo trasparente il ruolo svolto dagli utenti umani nel determinare le azioni e gli atteggiamenti dei bot di cui detengono il controllo. 

Dal primo server del CERN (1991, sopra) allo smartphone: ovvero dall’Internet accademico alla rete dominata da piattaforme
centralizzate, algoritmi opachi e traffico artificiale generato da bot e click farm

Una prospettiva analitica più solida viene offerta dallo studio Generative Exaggeration in LLM Social Agents: Consistency, Bias, and Toxicity, condotto dai ricercatori della Sapienza di Roma. Prefiggendosi l’obiettivo di comprendere come la tendenza agentica dell’IA, intesa come capacità di agire in modo autonomo, possa influenzare il discorso pubblico, i ricercatori hanno addestrato diversi modelli di linguaggio su 21 milioni di post pubblicati su X in occasione delle elezioni presidenziali statunitensi del 2024, sviluppando di fatto dei simulacri di specifici utenti. L’idea di fondo è semplice: clonare i post di una persona per verificare se un’IA, sottoposta agli stessi stimoli, risponderebbe nello stesso modo del personaggio originale. Dai test è emerso che, indipendentemente dai prompt assegnati ai vari profili, i modelli di intelligenza artificiale hanno distorto il comportamento registrato negli umani di riferimento, amplificandone i tratti più stereotipati fino a fomentare dinamiche estremiste.

«Questi risultati hanno implicazioni dirette per l’impiego dei LLM come agenti sociali», si legge nella ricerca. «Che si tratti di filiere di moderazione, di sistemi deliberativi o di generazione di media sintetici, questi modelli rischiano di introdurre preconcetti sistematici, potenzialmente rafforzando la polarizzazione e presentando caricature ideologiche come comportamenti ordinari». Lasciate a sé stesse, le intelligenze artificiali generative non fanno altro che formulare, in modo stocastico, contenuti apparentemente coerenti, ma privi di reale significato, reiterando in maniera circolare ciò che le macchine sono state addestrate a considerare come “plausibile”.

Tutta questione di vibe 

La presunta morte di Internet non colpisce però solamente la produzione di contenuti, bensì anche le infrastrutture che alimentano l’intera rete. Il web deve infatti fronteggiare la crisi silenziosa del link rot, la “putrefazione” dei collegamenti dovuta all’incuria accumulata nel corso degli anni. Le cause della decadenza sono molteplici: può accadere che non si ritenga più conveniente sostenere i costi fissi di mantenimento dei portali, che l’azienda che ospita un contenuto chiuda i battenti, oppure che un plug-in non venga più aggiornato per restare compatibile con i software odierni.

A prescindere dai motivi che stanno alla base del fenomeno, il Pew Research Center stimava nel 2024 che almeno il 38% delle pagine accessibili nel 2013 fosse ormai irraggiungibile. Nel giro di circa dieci anni, più di un terzo di Internet è scomparso senza lasciare traccia, un fatto che, in un ecosistema profondamente interconnesso, produce ripercussioni la cui reale portata è difficile da comprendere pienamente. Esistono realtà come Internet Archive che cercano disperatamente di rallentare questa inesorabile erosione, tuttavia si tratta di una strada in salita: la non-profit americana è frequentemente al centro di battaglie legali legate ai diritti d’autore dei materiali che ospita e, più recentemente, di attacchi informatici che ne compromettono sicurezza e funzionalità, il tutto mentre gli Stati Uniti riducono i sostegni economici dedicati al progetto.

Mentre fatichiamo a preservare la memoria storica del web, anche il suo futuro appare inesorabilmente a rischio. La diffusione dei LLM specializzati nella programmazione informatica ha offerto a molte realtà tech il pretesto per procedere con licenziamenti su larga scala, con i dirigenti che cercano di promuovere l’idea che le IA siano ormai in grado di sviluppare software e applicazioni interpretando semplici comandi testuali, pratica nota come “vibe coding”. Nell’ottobre del 2024, il CEO di Google, Sundar Pichai, è arrivato addirittura a celebrare il fatto che oltre il 25% del codice informatico dell’azienda fosse scritto da intelligenze artificiali, apparentemente impermeabile al fatto che il pubblico stia progressivamente imparando a disprezzare le interazioni sostenute con i servizi erogati dall’azienda da lui guidata.

La criticità di questo approccio è che, allo stato attuale, i sistemi di intelligenza artificiale generativa producono con regolarità risultati difettosi, i quali dovrebbero essere supervisionati e corretti da personale adeguatamente formato e consapevole. Quello stesso personale che, però, viene messo alla porta. Ecco dunque che l’azienda di cybersicurezza Veracode riporta come il 45% del codice generato tramite IA presenti vulnerabilità critiche, le quali tendono a stratificarsi con facilità, ma risultano estremamente complesse da individuare una volta consolidate. Questo rende più frequente la possibilità di incappare in realtà che non investono le risorse necessarie per effettuare correzioni adeguate o che ripongono eccessiva fiducia in codici malamente prodotti da entità terze. 

L’assassino che si muove nell’ombra

I concetti alla base della teoria della morte di Internet si stanno innegabilmente concretizzando e prendono forma sotto i nostri occhi, trasformando il web in una landa desolata che non offre più oasi di salvezza per gli utenti umani. Si intavolano così perverse dinamiche in cui le macchine finiscono per comunicare con sé stesse al fine di ottimizzare la produzione di una sbobba priva di forma e sapore: l’AI slop. Sarebbe però ingiusto attribuire questa deriva all’intelligenza artificiale e altrettanto improbabile collegarla a un’oscura cabala che armeggia dietro le quinte della società. Volendo cercare un colpevole, dovremmo piuttosto guardare all’ecosistema digitale che abbiamo costruito nel tempo: abbiamo accettato modelli che traggono profitto dalla quantità, non dalla qualità, che favoriscono la viralità e l’engagement a discapito della verifica dei contenuti e della visione autoriale. Un fast food della mente che l’IA non può che emulare e accelerare, condizionata da riferimenti che già in partenza custodiscono difetti ai quali non ci siamo mai azzardati a porre rimedio. Per salvare Internet dalla dipartita definitiva occorre dunque rivoluzionare i paradigmi che muovono la rete, oppure avere il coraggio di spegnere tutto e iniziare a pensare un’alternativa che non veda le persone come semplici consumatori, ma come parte di una comunità. 

Messico, raid anti-narcos: 11 morti

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Le autorità messicane hanno annunciato che 11 persone sono state uccise durante una operazione per catturare un capo del narcotraffico nello Stato di Sinaloa. L’operazione è stata lanciata ieri dalla marina del Paese, e si è svolta a Culiacán, dove si trovava Omar Oswaldo Torres, detto “El ⁠Patas”. Il leader del cartello è stato arrestato e sono state sequestrate armi e attrezzature tattiche. La Marina ha affermato che i militari dispiegati hanno risposto al fuoco dopo essere stati attaccati.

Cortei a pagamento, zone rosse e proiettili di vernice: la maggioranza vuole l’ennesimo DL Sicurezza

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Piovono emendamenti sul nuovo decreto sicurezza. Il pacchetto di leggi si trova ora in esame per la sua conversione in legge, ed è stato approvato dal Consiglio dei Ministri lo scorso 5 febbraio, per poi venire firmato e promulgato da Mattarella. Le opposizioni hanno presentato più di mille proposte di modifica alla misura, a cui si aggiungono le oltre cento dei partiti di maggioranza. Tra queste ultime, molte costituirebbero l’ennesima stretta sul dissenso: Fratelli d’Italia avrebbe proposto una misura per dotare le forze dell’ordine di pallottole a vernice e capsule al peperoncino da impiegare durante le manifestazioni, mentre la Lega avrebbe pensato una norma per istituire una sorta di cordone di zona rossa attorno alle forze di polizia schierate durante le manifestazioni – un’area di dieci metri attorno agli agenti entro cui i dimostranti non potrebbero entrare; non contento dalla sua iniziale esclusione dal decreto, lo stesso partito di Salvini avrebbe riproposto la cauzione per i cortei, da fare pagare agli organizzatori prima dello svolgimento delle manifestazioni.

Il decreto legge sulla sicurezza ha tempo fino a maggio per venire convertito definitivamente in legge, e in questo momento si trova in esame presso la commissione Affari costituzionali del Senato. Ieri è scaduto il termine per la presentazione degli emendamenti, che sono arrivati a quota 1.215 proposte, le quali – per quanto non ancora fascicolate – sono iniziate a trapelare da fonti interne ai partiti. La maggior parte proviene dall’opposizione: si tratta di 1.105 interventi – tra modifiche e ordini del giorno – che andrebbero dalla abolizione delle misure più discusse quali il fermo preventivo e il cosiddetto “scudo penale”, alla loro riscrittura per limitarne i casi di applicazione, fino ad arrivare a modifiche tecniche per rendere alcune delle proposte applicabili. A dominare la scena, tuttavia, nonostante meno numerosi, sembrano gli oltre cento emendamenti e ordini del giorno avanzati dalla maggioranza. Una delle proposte più discusse riguarda la stretta sulle persone migranti prevista dal decreto; una modifica presentata dall’intero centrodestra introdurrebbe un compenso per gli avvocati delle persone migranti che convincono i propri assistiti ad accettare le proposte di rimpatrio volontario, incentivandoli a lavorare per l’espulsione. Un’altra proposta congiunta prevedrebbe di semplificare l’istituzione di presidi di polizia nei luoghi sensibili.

Tra le proposte dei singoli partiti spiccano quelle della Lega: il Carroccio avrebbe infatti presentato emendamenti per aumentare le pene per i furti in abitazione, includendo l’arresto differito; velocizzare lo sgombero delle seconde case occupate; e introdurre tutele penali in caso di aggressioni e violenze anche al personale del trasporto pubblico locale e regionale. In materia di manifestazioni, la Lega avrebbe invece proposto «l’istituzione di una zona cuscinetto o zona di rispetto a limite invalicabile a tutela degli agenti nelle manifestazioni di piazza»; essa consisterebbe in un’area di dieci metri attorno alle forze dell’ordine schierate durante le proteste entro cui i manifestanti non potrebbero avvicinarsi; sempre su iniziativa della Lega, sarebbe stata ripresentata la proposta di fare pagare una cauzione per le manifestazioni ai loro organizzatori.

Da Fratelli d’Italia, invece, sarebbe arrivata una proposta per escludere dalle richieste di risarcimento di danni chi riporta lesioni commettendo un reato. Per quanto riguarda i cortei, invece, il partito della presidente Meloni ha presentato un ordine del giorno che propone di dotare le forze dell’ordine di pallottole a vernice, capsule al peperoncino e palle di gomma, da sparare con lanciatori e pistole ad aria. Lo scopo sarebbe proprio quello di usarle sulle persone in corteo, in situazioni che, a detta del Senatore Marco Lisei, autore della proposta, «richiedono un superamento delle tattiche basate esclusivamente sul contatto fisico, privilegiando tecnologie che garantiscano l’individuazione selettiva dei responsabili di atti criminosi».

È morto Umberto Bossi

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Ieri sera, 19 gennaio, è morto Umberto Bossi, fondatore della Lega Nord e segretario del medesimo partito fino al 2012. Bossi aveva 84 anni ed era nato a Cassano Magnago, in provincia di Varese. Dopo le prime esperienze in partiti e movimenti di stampo regionalista e autonomista, fondò la Lega Nord nel 1989. Negli anni fu Deputato, Senatore, Europarlamentare e Ministro; è morto all’Ospedale di Circolo di Varese dopo essere stato ricoverato in terapia intensiva.

Da area degradata a spazio verde per la comunità: la rinascita del Parco Milcovich di Padova

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parcomilcovich padova

Nel quartiere Arcella, a nord di Padova, un’area verde per anni sinonimo di degrado è diventata un luogo frequentato e aperto alla città. Il Parco Milcovich oggi è al centro di un progetto di rigenerazione urbana che negli ultimi cinque anni ha trasformato uno spazio marginale in un punto di incontro per residenti, associazioni e attività culturali. Il progetto include anche una strategia ambientale che punta a ridurre l’impatto delle attività svolte nel parco e a sostenere la creazione di nuove foreste in Italia e all’estero. Il Parco Milcovich si trova in una delle zone più popolose e multic...

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Nuovo rapporto ONU: Israele sta avviando una “pulizia etnica” in Cisgiordania

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RAMALLAH, PALESTINA OCCUPATA – Almeno 36mila persone sfollate con la forza in un anno; 1.732 episodi di violenza da parte dei coloni israeliani contro comunità palestinesi; 84 nuovi avamposti costruiti, centinaia di ettari di terre sottratte e occupate dai coloni israeliani. Il nuovo rapporto dell’Ufficio ONU per i diritti umani pubblicato martedì 17 marzo è un ennesimo campanello d’allarme: nella Cisgiordania occupata, la violenza di Israele non fa che aumentare. Il governo ha velocizzato l’espansione degli insediamenti, e l’annessione di vaste parti della Cisgiordania occupata, inclusa Gerusalemme Est, sfollando con la forza oltre 36.000 palestinesi. Intanto che e demolizioni e i furti di terre continuano, la violenza dei coloni e dei militari cresce senza freni. E si rischia la pulizia etnica.

«Gli sfollamenti nella Cisgiordania occupata, che coincidono con gli sfollamenti su vasta scala dei palestinesi a Gaza per mano dell’esercito israeliano, sembrano indicare una politica israeliana concertata di trasferimento forzato di massa in tutto il territorio occupato, volta a provocare uno sfollamento permanente, sollevando timori di pulizia etnica», si legge.

Il rapporto copre il periodo di 12 mesi fino a ottobre 2025, e documenta 1.732 episodi di violenza da parte dei coloni israeliani che hanno causato vittime o danni alla proprietà, corrispondendo a un aumento del 24% rispetto ai 1.400 episodi segnalati nello stesso periodo dell’anno precedente.

Fonte foto: Quds News Network

Le ripetute violenze dei coloni non vanno lette come casi isolati, ma appartengono a un preciso schema portato avanti del governo di Tel Aviv. «La violenza dei coloni è proseguita in modo coordinato, strategico e in gran parte incontrastato, con le autorità israeliane che hanno svolto un ruolo centrale nel dirigere, partecipare o consentire tale condotta», ha rilevato il rapporto.

E mentre, come da copione, i diplomatici israeliani a Ginevra accusano l’ufficio di essere «l’epicentro di un vile attivismo anti-israeliano», i fatti in Cisgiordania parlano da soli: dall’inizio della guerra iniziata da Tel Aviv e Stati Uniti contro l’Iran, sono almeno 15 i palestinesi uccisi in questo pezzo di Palestina, di cui 6 da parte dei coloni. Pochi giorni fa, i soldati di Tel Aviv – in borghese – hanno aperto il fuoco contro una macchina a Tammoun, nei pressi di Tubas, sterminando una famiglia che stava tornando a casa. Othman e Mohammed avevano 7 e 5 anni; sono stati crivellati di colpi insieme ai genitori, mentre i due fratellini sopravvissuti sono stati picchiati dai militari. «Abbiamo ucciso dei cani», hanno detto i militari a Khaled, uno dei due bambini ancora in vita, riferendosi alla sua famiglia.

Secondo il rapporto, l’impunità diffusa e radicata «sta facilitando e incoraggiando la violenza e le molestie contro i palestinesi».

Dall’inizio della guerra iniziata da Tel Aviv e Stati Uniti contro l’Iran, sono almeno 15 i palestinesi uccisi in Cisgiordania. Fonte foto: Quds News Network

Durante lo stesso periodo di 12 mesi, «un numero senza precedenti di 84 avamposti è stato istituito nella Cisgiordania occupata, portando il totale a oltre 300».
Il documento evidenzia anche il rischio crescente di sfollamento per migliaia di palestinesi appartenenti a comunità beduine situate a nord-est di Gerusalemme Est a causa dell’avanzamento dei piani di insediamento, nello specifico il famigerato piano E1, che se realizzato taglierà in due la Cisgiordania, mettendo la parola fine all’idea di uno Stato palestinese. Mentre le demolizioni di case continuano, Israele ha approvato o vuole approvare circa 27.200 unità abitative per i coloni in Cisgiordania, oltre a 36.973 unità a Gerusalemme Est.

Il rapporto aggiunge che il trasferimento illegale di persone protette costituisce un crimine di guerra secondo la Quarta Convenzione di Ginevra, osservando che tali atti possono comportare responsabilità penale individuale per i funzionari coinvolti e, in determinate circostanze, possono configurare anche un crimine contro l’umanità.
Il documento conclude inoltre che il trasferimento di potere dall’esercito israeliano alle autorità civili, le misure per confiscare terre palestinesi per l’espansione degli insediamenti, così come altre politiche e pratiche discriminatorie, «equivalgono a un regime istituzionalizzato di discriminazione sistematica, oppressione e violenza da parte di Israele contro i palestinesi», in violazione del divieto del diritto internazionale di segregazione razziale e apartheid.

È così che l’Alto Commissario ONU per i diritti umani Volker Türk ha chiesto a Israele di cessare immediatamente e completamente la creazione e l’espansione degli insediamenti e di invertirne gli effetti, invocando l’evacuazione di tutti i coloni e la fine dell’occupazione del territorio palestinese. Per l’ufficio Onu Israele deve consentire il ritorno dei palestinesi sfollati e porre fine a tutte le pratiche di confisca delle terre, sfratti forzati e demolizioni di abitazioni.

Ma mentre l’ennesimo rapporto certifica l’apartheid israeliano, parla di “rischio” di pulizia etnica e di annessione della Cisgiordania, l’inazione e il silenzio intorno sono assordanti: i governi occidentali tacciono, continuando a finanziare ed appoggiare politicamente Israele. Mentre a Gaza il genocidio non si è mai fermato. La Palestina è ormai diventata la pietra tombale del sistema internazionale, dell’Onu, e del diritto internazionale.

Bielorussia: liberati 250 prigionieri politici

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Il presidente bielorusso Alexander Lukashenko ha liberato 250 prigionieri politici. Il rilascio arriva nell’ambito di una trattativa con Washington per ottenere un allentamento delle sanzioni statunitensi sul Paese e risulta il maggiore dall’inizio dei negoziati. Secondo le ONG locali, prima dell’annuncio di oggi, nel Paese erano presenti oltre 1.100 prigionieri politici. Tra i liberati c’è Marfa Rabkova, coordinatrice della rete di volontari della ONG Viasna, arrestata nel settembre 2020 e condannata a 14 anni e nove mesi.

Le piante officinali italiane sono sempre più a rischio

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Un patrimonio naturale che intreccia salute, economia e tradizioni locali è oggi sotto pressione crescente. Nel report 2026 “Natura selvatica a rischio”, Legambiente segnala che diverse specie vegetali officinali – sia per uso medicinale che aromatico – sono a rischio di estinzione a causa dell’effetto combinato di crisi climatica, perdita di habitat, raccolta intensiva e commercio illegale. Il settore vale oltre un miliardo di euro, con 9.000 ettari coltivati e più di 400 produttori.

Tra le specie più vulnerabili figurano la genziana (Gentiana lutea), utilizzata per le sue radici dalle proprietà digestive e amare-toniche, l’arnica (Arnica montana), impiegata in preparazioni topiche per contusioni e infiammazioni, e l’artemisia nana (Artemisia schmidtiana), anch’essa tradizionalmente impiegata in fitoterapia. Queste piante sono classificate come “vulnerabili” o “quasi minacciate” secondo i criteri dell’Unione Internazionale per la Conservazione delle Natura (IUCN), soprattutto a causa della raccolta intensiva e degli effetti della crisi climatica negli ambienti montani delle Alpi e degli Appennini. Alla lista si aggiungono anche il ginepro (Juniperus communis), le cui bacche aromatiche sono utilizzate sia in fitoterapia sia nella tradizione alimentare, la liquirizia (Glycyrrhiza glabra), apprezzata per le radici con proprietà emollienti e digestive, la valeriana, nota per l’uso sedativo e rilassante, e l’Erba di San Giovanni (Hypericum perforatum), impiegata per le sue proprietà antinfiammatorie e antidepressivo naturali. Comprendere le caratteristiche e la storia delle piante officinali è vitale per sfruttare tutto il loro potenziale in termini di proprietà curative. Nonostante l’uso secolare di medicinali a base di erbe da parte di praticamente tutte le società umane, solo un numero relativamente piccolo di specie vegetali è stato oggi studiato come possibile farmaco. Gli studi etnobotanici ed etnofarmacologici aumentano così la possibilità di identificare nuove molecole utili, a patto che nel mentre queste risorse genetiche non si perdano irrimediabilmente. Secondo i dati dell’IUCN, 17.000 specie di piante medicinali sono minacciate a livello globale a causa della perdita di habitat, dello sfruttamento eccessivo, delle specie invasive e dell’inquinamento.

In Italia, particolarmente critica è la situazione della genziana. Negli ultimi anni le popolazioni naturali di questa specie hanno registrato una contrazione significativa sia sulle Alpi sia lungo l’Appennino, nonostante la specie sia protetta e inserita nell’Allegato V della Direttiva UE Habitat (92/43/CEE), che regola il prelievo delle radici in natura per uso erboristico e commerciale. Il caso più allarmante riguarda la Sardegna, dove studi condotti tra il 2016 e il 2023 classificano la specie come “in pericolo” a causa della riduzione della qualità dell’habitat. A livello nazionale, secondo i dati IUCN, alcune regioni mediterranee potrebbero registrare entro il 2050-2070 una riduzione dell’areale superiore al 50%. La situazione appare ancora più rilevante se si considera il peso economico del settore. In Italia il comparto delle piante officinali muove infatti un mercato superiore al miliardo di euro. Nel Paese si contano circa 9.000 ettari coltivati, i quali interessano circa 130 specie coltivate e 430-450 produttori specializzati. Il Piemonte rappresenta la regione leader per coltivazione e produzione, con circa 750 ettari. Tra le aree più note spicca Pancalieri, tra Cuneo e Torino, storicamente legata alla coltivazione di menta piperita, ma anche di melissa, salvia, camomilla, assenzio ed echinacea. Importanti distretti produttivi sono presenti anche in Toscana, Marche, Puglia, Emilia-Romagna e Lombardia. La distribuzione naturale delle piante officinali segue invece le caratteristiche climatiche e ambientali della penisola. Le regioni del centro-sud e le isole maggiori, grazie al clima mediterraneo e ai suoli ben drenati, ospitano numerose specie aromatiche spontanee. In Sicilia, ad esempio, crescono origano, rosmarino, timo, cappero e finocchietto selvatico, mentre in Sardegna sono diffusi mirto, elicriso e lentisco. Ugualmente Calabria, Puglia e Basilicata, dove è altrettanto presente la macchia mediterranea costiera ricca di specie da millenni utilizzate dall’uomo per vari scopi. L’Arco Alpino e l’Appennino garantiscono invece la presenza, spesso all’interno di aree protette, di specie tipiche degli ambienti montani, prime fra tutte arnica e genziana.

Nonostante una diversità di piante officinali tra le più spiccate al mondo, il documento del Cigno Verde sottolinea l’urgenza di rafforzare le politiche di tutela in Italia. Tra le principali proposte avanzate da Legambiente vi sono la necessità di evitare il sovrasfruttamento delle specie spontanee, promuovere una raccolta sostenibile attraverso criteri e tecniche uniformi su tutto il territorio nazionale e sviluppare linee guida informative rivolte ai cittadini. «La flora officinale italiana – spiega Stefano Raimondi, responsabile nazionale biodiversità di Legambiente – rappresenta una risorsa biologica ed economica strategica, ma non illimitata». La sua conservazione – ha aggiunto – richiede infatti politiche basate su dati scientifici, tutela degli habitat e filiere trasparenti e tracciabili, condizioni indispensabili per garantire nel tempo sia la salute degli ecosistemi sia la disponibilità di piante officinali di qualità. L’associazione propone inoltre di adottare soluzioni basate sulla natura per il ripristino degli ecosistemi degradati e di accelerare la creazione di nuove aree protette, migliorando al contempo la gestione di quelle esistenti. Un’altra priorità riguarda l’adattamento alla crisi climatica e il contenimento delle specie aliene invasive, fattori che possono compromettere ulteriormente gli habitat naturali. Accanto alle criticità, il report evidenzia però anche alcune esperienze positive. In Toscana è stato approvato il primo elenco regionale delle piante officinali spontanee con l’obiettivo di rafforzarne la tutela. In Calabria è nata l’alleanza “Calabria Oasi della Biodiversità d’Europa”, che riunisce circa cinquanta realtà impegnate nella salvaguardia della flora e della fauna locali. In Alto Adige si punta invece sulla valorizzazione delle sementi autoctone e su un catasto digitale per migliorare tracciabilità e conservazione.

La BCE mantiene invariati i tassi di interesse

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La Banca Centrale Europea ha mantenuto invariati i tassi di interesse per la sesta volta consecutiva dopo otto riduzioni di fila. La BCE ha motivato tale decisione affermando che nonostante la guerra in Asia Occidentale generi prospettive più incerte, l’inflazione risulta relativamente stabile attorno all’obiettivo del 2%, livello considerato adeguato per la sanità dell’economia. I tassi di interesse sui depositi presso la banca centrale, sulle operazioni di rifinanziamento principali e sulle operazioni di rifinanziamento marginale rimarranno dunque rispettivamente al 2,00%, al 2,15% e al 2,40%.

Il giudice condanna la Banca d’Italia: confermate le responsabilità nella truffa dei diamanti

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Banca d’Italia aveva torto, Report ha documentato in modo corretto lo scandalo dei diamanti venduti dalle banche ai propri clienti e sui quali – documenti e testimonianze alla mano – aveva evidenziato tutte le criticità del sistema di controllo, su quella che si è poi rivelata una gigantesca truffa su scala milionaria. Questa è la decisione del Tribunale di Roma che ha rigettato l’istanza dell’istituto di via Nazionale che aveva avanzato richieste di risarcimento milionarie (condannandola anche al pagamento delle spese legali 7.616 euro), citando la trasmissione per la puntata nella quale, con metodo giornalistico considerato corretto dal giudice, era stato raccontato al grande pubblico una vicenda che ha truffato almeno centomila persone per un valore stimato di almeno 2 miliardi (rimborsati 1.2), con 297 segnalazioni ma migliaia di persone finite nella trappola. Al centro della vicenda giudiziaria, la puntata del 2021 che aveva messo sotto i riflettori tutte le falle dei controlli bancari sullo scandalo dei diamanti offerti da diverse banche tra cui Unicredit, Banco BPM, Banca Intesa e Monte dei Paschi, un raggiro che ha truffato almeno centomila persone, secondo le stime, per un valore di 2 miliardi. La sola MPS ha venduto diamanti per 370 milioni, trovandosi alla fine una minusvalenza – cioè un saldo negativo – di 250 milioni in pancia. 

Buchi e disattenzioni

In foto: Carlo Bertini

Nella trasmissione condotta da Sigfrido Ranucci, è venuta alla luce la testimonianza di Carlo Bertini, ispettore di Bankitalia e coordinatore del gruppo di vigilanza congiunto su Mps (“Joint Supervisory Team” o Jst) che è poi diventato suo malgrado un whistlerblower. Nella puntata oggetto delle ire di Via Nazionale, Bertini aveva raccontato alle telecamere di Report l’”omessa vigilanza prudenziale” dell’istituto sulle banche che si occupavano della commercializzazione dei diamanti, descrivendo i buchi e le disattenzioni nei controlli sulla compravendita dei diamanti da parte degli istituti e sulle conseguenti operazioni finanziarie. Per Bertini è iniziata una durissima vicenda personale all’interno di Banca d’Italia che si è poi conclusa col suo licenziamento, dopo essere stato inizialmente sospeso, sostanzialmente per aver appunto parlato davanti alle telecamere di Report. Il bubbone dei diamanti era già scoppiato anni prima, con un’ispezione della Banca d’Italia che faceva seguito ad una segnalazione giunta da un dipendente di Mps a Siena, e con una prima trasmissione di Report (2016) che aveva raccontato per prima questa colossale truffa sulla quale la Procura di Milano ha poi aperto un’inchiesta penale, col sequestro di 80 milioni. Bertini ha semplicemente verificato, e raccontato alla trasmissione Report, che il traffico di pietre preziose non si era arrestato, ma anzi proseguiva in modo quasi indisturbato da parte degli istituti coinvolti. Ne è venuto fuori un report che Bertini ha consegnato ai suoi superiori, in Via Nazionale, scatenandone l’ira e venendo accusato di gettare discredito e grave danno alla reputazione dell’istituto. Nel frattempo il Tar del Lazio aveva dato ragione a Bertini, stabilendo che il suo licenziamento (è stato destituito dal suo incarico il 18 luglio 2022) è avvenuto in modo illegittimo, in quanto durante la seduta della Commissione di disciplina di Banca d’Italia a cui era stato convocato, non gli è stato permesso di essere assistito da un avvocato. Ma nel proseguo, altre pronunce dello stesso tribunale amministrativo hanno ribaltato questa decisione, fino a quella del Consiglio di Stato che ha definitivamente confermato la validità del licenziamento. 

«Fatti veri, non fake news»

Bertini ha raccontato una vicenda quasi kakfiana, condita da pressioni, minacce e varie forme di mobbing interno agli uffici dove il suo report su Mps era stato accolto, pare, tra le urla inviperite dei suoi superiori. Bertini è stato anche denunciato per per violazione del segreto d’ufficio e dovrà essere sottoposto a processo penale nel quale, tuttavia, Banca d’Italia rischia un altro boomerang, nel caso non fossero accertate le sue responsabilità e quindi venisse assolto dalle accuse. Naturalmente la notizia della sentenza del tribunale di Roma è stata accolta con entusiasmo da Sigfrido Ranucci, conduttore di Report: «Fatti veri, non fake news. La giustizia ha riconosciuto il nostro diritto a informare i cittadini». Per la trasmissione, che è stata spesso nell’occhio del ciclone per le inchieste e i reportage offerti al grande pubblico Rai, una vittoria morale che corrobora anche chi crede ancora nella possibilità di fare un’informazione non asservita al potere sulla televisione pubblica. La puntata del programma finita nell’occhio del ciclone da parte di Banca d’Italia si intitolava “The whistleblower” e nell’inchiesta realizzata da Emanuele Bellano raccontava appunto «le lacune nel sistema di controllo delle banche nella distribuzione e vendita dei diamanti». Il reportage che si è basato sulle dichiarazioni e le testimonianze di Bertini, raccontava come Banca d’Italia non avesse bloccato la vendita dei diamanti, nonostante fosse al corrente delle irregolarità e delle problematiche che sono poi sfociate anche in class action dei cittadini che sono stati truffati dagli istituti coinvolti. I diamanti venivano venduti da società terze, “WI.D.B S.p.a.” e “D.P.I S.p.a”, ad un prezzo  almeno tre volte superiore il loro reale valore e con condotte da parte degli istituti di credito a dir poco discutibili. 

Tecniche di raggiro

Ai clienti, infatti, veniva tra l’altro proposto l’acquisto dei diamanti mostrando grafici e tabelle nelle quali la curva delle quotazioni era in continua crescita, e spiegando loro che potevano verificare le quotazioni stesse sul Sole24Ore. Peccato che tali valori fossero in realtà pubblicati nella sezione riservata alle inserzioni e alle pubblicità a pagamento da parte delle società venditrici, quindi senza nessuna attendibilità certificata. La reazione di Banca d’Italia alla trasmissione di Report era stata durissima. Prima di presentare un ricorso con richiesta di risarcimento, Via Nazionale aveva pubblicato un comunicato nel quale dichiarava che nel corso della puntata del 13 dicembre 2021 di Report «l’azione della Banca d’Italia è stata rappresentata in modo fortemente distorto, anche sulla base delle affermazioni di un dipendente della Banca stessa, il dottor Carlo Bertini». Nella nota si fa anche riferimento al «procedimento disciplinare a cui l’ispettore è stato sottoposto nel 2021 (il suo report risaliva a due anni prima, ndr) per violazioni di disposizioni del Regolamento del personale della Banca d’Italia. Tra questi, assume un rilievo centrale la divulgazione tra il personale dell’Istituto e all’esterno del medesimo di comunicazioni idonee a gettare discredito e a nuocere gravemente alla reputazione della Banca d’Italia e di suoi rappresentanti, nonché l’indebita divulgazione all’esterno della Banca d’Italia di informazioni in suo possesso in relazione all’attività lavorativa svolta». Anche di questo, Report aveva dato conto nella puntata di Report che il tribunale di Roma ha assolto da ogni accusa, ribadendo che si è trattato solo ed esclusivamente di esercizio corretto e professionale del diritto di cronaca. Proprio in questi giorni, a Milano – dove è partita nel 2017 l’inchiesta principale sui diamanti, poi finita in uno spezzatino di vari filoni e stralci –  è stato condannato l’ex notaio Franco Novelli, associato alla “IDB Intermarket Diamond Business”, società poi fallita che operava sul mercato dei diamanti da investimento offerti e venduti a prezzi largamente superiori. Novelli è stato ritenuto di fatto l’amministratore della Idb (al cui vertice si trovava Claudio Giacobazzi, suicidatosi nel 2018), che poi è fallita, e dopo alterne vicende giudiziarie è stato appunto condannato dal tribunale per autoriciclaggio ad una pena di 4 anni più la confisca di 113 milioni di euro.