Il rewilding è un approccio alla conservazione della natura che va oltre le semplici aree protette: mira a ripristinare processi ecologici, biodiversità, specie chiave e dinamiche naturali, con un intervento umano mirato. Il concetto viene spesso semplificato nell’idea di “lasciar andare la natura a sé stessa”, ma la realtà è molto più articolata. Questo processo, che in italiano possiamo tradurre con rinaturalizzazione, è stato definito da Rewilding Europe, organizzazione europea che guida numerosi progetti, come un processo che lavora su ampie aree di paesaggio, stimola la diversità e l’abbondanza della fauna selvatica, vede le comunità locali come parte integrante dei progetti e può integrare metodi consolidati di conservazione.
A livello ambientale gli studi pubblicati su riviste internazionali indicano che i territori sottoposti a processi di rinaturalizzazione mostrano aumento della biodiversità, miglioramento della qualità del suolo, maggior capacità di assorbimento del carbonio e una migliore gestione naturale delle risorse idriche, senza contare che il ritorno di specie chiave come grandi erbivori, predatori e impollinatori, contribuisce a rendere gli ecosistemi più stabili e adattabili ai cambiamenti climatici. A livello economico e sociale, invece, il rewilding ha favorito il ritorno di un turismo lento, lo sviluppo di nuove professionalità legate a natura e territorio e la valorizzazione di terreni abbandonati.
Il nodo più critico resta la convivenza tra fauna selvatica e attività zootecniche. Il ritorno di lupi, linci o orsi viene spesso percepito come una minaccia diretta, anche quando i dati mostrano che gli episodi di predazione sono statisticamente limitati e mitigabili. In diversi Paesi europei, le resistenze degli allevatori hanno rallentato o bloccato progetti di rewilding, alimentando un conflitto che è culturale prima ancora che economico. Alcune comunità vivono il processo come una perdita di controllo sul territorio o come una decisione “calata dall’alto”: insomma, quando mancano dialogo e coinvolgimento reale, il progetto rischia di fallire.
A livello globale uno dei progetti più citati è quello di Knepp Wildland, nel Regno Unito. Qui un’ex azienda agricola intensiva è stata trasformata in un paesaggio semi-selvaggio, lasciando che grandi erbivori e processi naturali rimodellassero il territorio. I risultati raccontano del ritorno di specie rare di uccelli e insetti, dell’aumento della complessità ecologica e di una nuova sostenibilità economica nata grazie al turismo naturalistico. Dall’altro lato non si può prescindere dal fatto che sia un’operazione che si inserisce in un territorio specifico e quindi non è automaticamente replicabile ovunque: presentarla come modello universale rischia di nascondere le differenze strutturali tra territori.
In molte aree interne italiane, il rewilding è già in corso, ma non per scelta politica: è il risultato dell’abbandono agricolo, dello spopolamento e della marginalizzazione economica. Dalle Alpi alla Sila in Calabria, il ritorno della fauna selvatica avviene spesso senza una strategia condivisa, generando conflitti che poi vengono letti come “emergenze” nella cronaca quotidiana. La sfida è trasformare un processo spontaneo in una scelta consapevole e governata, che è quello che sta accadendo ad esempio sull’Appennino, grazie al progetto Rewilding Appennines.
È uno degli 11 progetti europei di Rewilding Europe che lavorano per ripristinare la natura su larga scala. Il 2025 ha visto la nascita dell’Enterprise Network for Coexistence: 37 aziende locali tra artigiani, agricoltori, ristoratori e operatori turistici, hanno scelto di lavorare insieme, condividendo la visione di un Appennino in cui l’economia locale si rinnova e la natura è parte del futuro. Sul lato eventi, in 40 incontri pubblici, è stato celebrato il primo Bear Smart Communities Festival, che ha riunito oltre 250 persone attorno a una visione di sviluppo radicata nella coesistenza con l’animale selvatico e il KinoAppennino, che ha portato 35 artisti nel cuore dell’Appennino Centrale, oltre alla seconda edizione del Convegno Nazionale Italicus, organizzato insieme all’associazione Io non ho paura del lupo. Il 2025 ha confermato l’impegno di Rewilding Apennines per il ripristino fluviale con la rimozione dello sbarramento sul fiume Liri e il rilascio di trote e gamberi autoctoni; ma i numeri degli interventi effettuati riguardano anche l’installazione di 80 recinti elettrificati, 53 cassonetti anti-orso e il rinforzo 5 pollai. Questi strumenti sono essenziali per ridurre i danni, prevenire i conflitti ed evitare che gli orsi si abituino alla presenza umana.
«In 5 anni il valore dei patrimoni dei miliardari globali è cresciuto dell’81% e, da soli, 12 tra gli individui più ricchi del pianeta detengono più ricchezza del 50% più povero dell’umanità». Il Rapporto Oxfam 2026, presentato in occasione dell’apertura dei lavori del World Economic Forum a Davos, fotografa un salto storico nella polarizzazione economica mondiale: per la prima volta, i miliardari sono oltre 3.000. Le loro fortune complessive valgono più di 18 trilioni di dollari, una ricchezza che supera di otto volte il Pil italiano. Dodici individui concentrano più risorse della metà più povera dell’umanità, mentre miliardi di persone restano intrappolate nella precarietà, in un mondo in cui l’accumulo estremo di capitale ridisegna i rapporti di potere, trasformando il mondo in un’arena oligarchica.
Fonte: Forbes. Liste annuali e lista in tempo reale dei miliardari globali. Rielaborazione di Oxfam. Valori a prezzi costanti (anno base 2018)
Da marzo 2020 a oggi, i patrimoni dei miliardari sono cresciuti dell’81% in termini reali. Solo nell’ultimo anno, l’incremento è stato di 2,5 trilioni di dollari con un tasso di crescita annuo del 16,2%, tre volte superiore alla media del quinquennio precedente.Il divario è ormai strutturale: in media, l’1% più ricco del pianeta controlla il 43,8% della ricchezza globale e dispone di una ricchezza superiore di 8.251 volte rispetto a quella di una persona collocata nella metà più povera dell’umanità. È una forbice che non si limita a descrivere l’ingiustizia: la produce. Secondo il rapporto, «Il 65% della ricchezza accumulata dai miliardari nell’ultimo anno equivale alle risorse necessarie a porre fine alla povertà globale». E aggiunge: «La loro ricchezza aggregata vale 26 volte l’ammontare necessario a riportare alla soglia di 3 dollari al giorno chiunque viva sotto tale livello di povertà estrema». Eppure, mentre i super-ricchi prosperano, secondo la Banca Mondiale, quasi 3,8 miliardi di persone vivono in condizioni di povertà e le prospettive non migliorano: senza un cambio di rotta, nel 2050 un terzo della popolazione mondiale resterà intrappolato nella deprivazione.
Anche l’Italia segue questa traiettoria. Oxfam la definisce «il Paese delle fortune invertite»: «la ricchezza è sempre più concentrata in alto, mentre la metà più povera della popolazione registra da anni un calo della propria quota». È un movimento costante: chi dispone di capitali, immobili e rendite consolida il proprio vantaggio, mentre chi vive di lavoro perde terreno. Il 10% più ricco delle famiglie controlla il 59,9% della ricchezza nazionale, mentre la metà più povera si ferma al 7,4%. Tra giugno 2024 e giugno 2025 il patrimonio complessivo è cresciuto del 3,6%, ma quasi due terzi dell’aumento sono finiti al 5% più ricco, alla metà inferiore è arrivato appena il 4,6%. I 79 miliardari italiani, nello stesso periodo, hanno guadagnato 54,6 miliardi in termini reali, con fortune in larga parte ereditarie. La vulnerabilità si espande «a macchia di leopardo» e non riguarda più soltanto le periferie sociali, ma attraversa lavoratori, giovani, famiglie monoreddito. Le opportunità si divaricano: «chi sta meglio ha migliori chance educative e lavorative e migliore accesso al credito». La crescita dell’occupazione non basta a compensare la bassa qualità del lavoro, la sottoccupazione di giovani e donne, i salari fermi e l’aumento del lavoro povero. Anche avere un impiego non mette più al riparo dalla povertà: affitti, energia e beni essenziali erodono redditi già fragili. In questo quadro, le politiche pubbliche «riconoscono meriti e premialità a gruppi sociali e territori in condizioni di relativo vantaggio» e «non sono inclini a ricucire i divari economici e le profonde fratture sociali del Paese». Per questo Oxfam è netta: la disuguaglianza «non è un fenomeno casuale e ineluttabile, è frutto di scelte politiche».
Fonte: Banca d’italia, statistiche dei conti distributivi sulla ricchezza delle famiglie italiane. Rielaborazione di Oxfam
Il Rapporto Oxfam descrive un mondo in cui l’estrema ricchezza cresce molto più rapidamente della capacità collettiva di ridurre la povertà. «Se l’incremento di ricchezza dei miliardari nel 2025 fosse distribuito tra tutti i cittadini del pianeta – 250 dollari a persona – i miliardari sarebbero comunque più ricchi di oltre 500 miliardi rispetto all’anno precedente». L’accumulazione procede anche quando viene “simulata” la redistribuzione. Il paradosso è evidente: mentre pochi concentrano capitali equivalenti a intere economie nazionali, miliardi di persone restano esposte a fame, precarietà abitativa, accesso incerto a sanità e istruzione. Oxfam propone un cambio di rotta: tassazione progressiva dei grandi patrimoni, contrasto alle scappatoie fiscali, rafforzamento dei servizi pubblici, politiche salariali dignitose. Nel rapporto trova spazio anche il “limitarismo” di Ingrid Robeyns: fissare per legge una soglia massima alla ricchezza individuale – attorno ai 10 milioni di euro o dollari – oltre la quale i patrimoni verrebbero fortemente tassati a beneficio dell’interesse collettivo. Non per livellare le disuguaglianze, ma per spezzare una dinamica che rende la ricchezza sempre più ereditaria e la povertà permanente. In un mondo in cui 3.000 persone concentrano capitali superiori a quelli di intere nazioni, il problema non è la scarsità: è la distribuzione.
Nella notte, Kiev è stata colpita da un nuovo attacco russo con droni e missili balistici. Secondo l’agenzia Rbc Ukraine, i raid hanno interessato la capitale e le aree circostanti, causando blackout e interruzioni dell’acqua in diversi quartieri. Il sindaco Vitali Klitschko ha riferito su Telegram di edifici e infrastrutture danneggiati: 5.635 condomini sono senza riscaldamento. L’amministrazione militare ha invitato i residenti a restare nei rifugi. I quartieri sulla riva sinistra del Dnipro risultano senza luce e acqua.
Da gennaio 2026, in tutta l’Unione europea è entrato in vigore un nuovo sistema di protezione dell’acqua potabile che riguarda una delle contaminazioni più diffuse e meno visibili degli ultimi decenni: quella da PFAS. È la prima volta che l’UE introduce un controllo obbligatorio e coordinato a livello comunitario sulla presenza di queste sostanze chimiche, note come “inquinanti eterni”, nelle acque destinate al consumo umano.
Il provvedimento attua la direttiva europea sull’acqua potabile e obbliga tutti gli Stati membri a controllare regolarmente la presenza di PFAS, verificando il rispetto d...
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Il presidente bulgaro Rumen Radev ha annunciato le sue dimissioni, affermando che avrebbe formato un partito per candidarsi alle elezioni anticipate, previste quest’anno. Radev è salito al potere lo scorso mese, dopo le dimissioni del precedente governo arrivate a causa di un ingente moto di protesta contro la proposta di finanziaria. Radev avrebbe dovuto coprire l’incarico fino alla fine dell’anno. Se la Corte Costituzionale accetterà le dimissioni, sarà sostituito dalla vicepresidente Iliana Iotova fino alle elezioni presidenziali.
Quello che doveva essere il “Corpo di Pace” per gestire la tregua in Palestina è piuttosto una nuova piattaforma politica con lo scopo di soppiantare le istituzioni e la legge internazionali. A gestirlo sarebbe lo stesso Trump, in veste di Presidente, carica dal mandato privo di scadenza e densa di poteri decisionali; gli altri membri – capi di Stato e di Governo – sarebbero scelti dal Presidente, e rimarrebbero nel Corpo per tre anni, salvo il pagamento di un contributo da «oltre un miliardo di dollari». Accanto a essi, opererebbe una sorta di comitato esecutivo, composto da politici e imprenditori miliardari. Insomma: il “Gaza Board of Peace”, di Gaza, ha solo il nome, tanto che nella sua stessa carta fondativa l’exclave palestinese non compare neanche una volta. Si tratta, piuttosto, di un corpo di oligarchi della finanza mondiale e leader politici accuratamente selezionati da Trump, l’autoproclamatosi vertice del nuovo ordine mondiale a guida americana.
Le notizie ufficiali sul Gaza Board of Peace finora scarseggiano. Il Corpo è parte del piano a venti punti che ha istituito il cessate il fuoco a Gaza lo scorso ottobre e sta venendo formato in questi giorni, con l’avvio della cosiddetta “fase due” della tregua. Il testo del documento è stato diffuso integralmente dai media israeliani. Sin dalle premesse, il Corpo di Pace rende chiaro il proprio obiettivo: «Dichiarando che una pace duratura richiede giudizio pragmatico, soluzioni di buon senso e il coraggio di abbandonare approcci e istituzioni che troppo spesso hanno fallito», si legge nelle prime righe, in quello che pare un chiaro riferimento all’ONU. Il compito del Corpo di Pace sarebbe quello di «garantire una pace duratura nelle aree colpite o minacciate da conflitti»; il riferimento ai conflitti è generale, e non menziona alcuno specifico teatro di guerra. Lo scopo, insomma, è quello di gestire le guerre in generale.
Il Corpo di Pace sarebbe formato da due organi: il primo è un comitato esecutivo, composto da «leader di caratura mondiale», ossia politici e miliardari; il comitato sarebbe guidato da un Capo eletto dai membri e avrebbe il compito di guidare i percorsi di transizione di pace; i suoi membri resterebbero in carica due anni. Il secondo è invece una sorta di consiglio, a cui parteciperebbero capi di Stato e di Governo; questi avrebbero il compito di prendere le decisioni e di consigliare il comitato esecutivo; i suoi membri resterebbero in carica tre anni, salvo il pagamento di oltre un miliardo di dollari nel primo anno di entrata in effetto della Carta. Comitato e consiglio si riunirebbero periodicamente.
Al vertice della piramide, il Presidente, incarico dai poteri pressoché assoluti che verrebbe assunto da Trump: il presidente sceglierebbe i membri di entrambi gli organi e avrebbe autorità esclusiva di «creare, modificare o sciogliere entità sussidiarie» e sottocomitati per le iniziative di pace, avrebbe il potere di sciogliere l’intero corpo, e – soprattutto – sarebbe privo di scadenza di mandato; il Presidente potrebbe venire destituito solo attraverso votazione unanime del consiglio, avrebbe poteri di veto assoluti, dovrebbe ratificare ogni scelta e potrebbe rimuovere a sua discrezione qualsiasi membro dell’esecutivoe del consiglio (scelta, quest’ultima che potrebbe essere rovesciata con l’approvazione dei due terzi dei membri). Il Presidente nominerebbe inoltre un suo successore. La carta stabilisce anche che il Corpo di Pace avrebbe personalità giuridica (e potrebbe dunque istituire contratti, avere conti, asset, e beni, o presentarsi in tribunale), e darebbe priorità alle leggi nazionali dei membri. Il Corpo si scioglierebbe ogni anno solare dispari salvo rinnovo del Presidente. La carta entrerebbe in vigore una volta ratificata da tre Stati.
Per ora, è noto che Trump ha invitato circa 60 Paesi e organizzazioni a fare parte del Corpo di Pace: tra questi, l’UE, la Russia, la Bielorussia, ma anche Israele, Argentina, India, Canada, Francia, Pakistan, Turchia. Secondo le ricostruzioni dei media, la Russia, in attesa di specifiche, starebbe valutando l’idea di ratificare la carta; altri Paesi, come l’Italia, sono rimasti sul vago, affermando di essere «pronti a fare la propria parte»; altri ancora, come l’Argentina, hanno accettato l’invito; la Francia, invece, avrebbe rifiutato perché l’organizzazione descritta nel documento minerebbe i poteri dell’ONU.
Accanto agli inviti ai politici, Trump ha anche nominato il corpo esecutivo, che sarà formato dal Segretario di Stato USA Marco Rubio; Steve Witkoff, braccio destro diplomatico di Trump; Jared Kushner, genero del presidente, ex inviato speciale di Trump e imprenditore; Tony Blair, ex premier britannico e fondatore dell’omonima fondazione; Robert Gabriel, consigliere politico; e Marc Rowan e Ajay Banga, due imprenditori multimiliardari, rispettivamente amministratore delegato di Apollo Global Management e banchiere ed ex AD di Mastercard. È stato inoltre formato il primo sottocomitato esecutivo, che supervisionerà la situazione a Gaza: di esso faranno parte anche imprenditori attivi nell’edilizia, e diversi politici tra cui Hakan Fidan, ministro degli Esteri turco.
Oggi, all’età di 93 anni, è morto Valentino Garavani, fondatore dell’omonimo marchio di alta moda, Valentino. Valentino iniziò la sua carriera nella moda negli anni ’50, lavorando per marchi parigini; nel 1959 fondò il suo atelier a Roma, e negli anni ’60 si affermò come uno degli stilisti più noti al mondo. A dare la notizia della sua morte è lo stesso gruppo di cui fu fondatore. Valentino è morto nella sua casa, a Roma; la camera ardente sarà allestita presso PM23, a Roma, tra mercoledì e giovedì 22 gennaio. Il funerale si terrà venerdì 23 gennaio 2026, alle ore 11.00, presso la Basilica di Santa Maria degli Angeli e dei Martiri.
Tiktok annuncia un giro di vite all’uso dell’app da parte degli under-13, soggetti la cui iscrizione sulla piattaforma non è consentita. Almeno ufficialmente. Mentre diversi Paesi europei stanno indagando o valutando di aprire indagini sul social, l’azienda cinese opta dunque per l’introduzione di una nuova tecnologia di verifica dell’età destinata agli utenti dell’Unione Europea. Il sistema, in arrivo nelle prossime settimane, promette di individuare gli account irregolari attraverso un’analisi basata su strumenti di intelligenza artificiale assistiti dall’intervento di un equipe di moderatori.
L’annuncio, diffuso alla stampa venerdì 16 gennaio, presenta la nuova soluzione come il risultato di un anno di collaborazione con il regolatore irlandese per la protezione dei dati, il Data Protection Commissioner. Secondo quanto riportato, il sistema è stato testato in parallelo all’entrata in vigore nel Regno Unito dell’Online Safety Act, ovvero quella normativa che impone alle piattaforme di limitare l’accesso dei minori a contenuti ritenuti illegali o potenzialmente dannosi per il loro sviluppo.
TikTok afferma che il nuovo sistema di controllo si baserà su un’analisi dei comportamenti degli utenti, con l’obiettivo di individuare profili le cui abitudini risultino compatibili con quelle giudicate tipiche di un minore. Gli account che supereranno questa prima fase di filtraggio verranno poi segnalati al personale umano, il quale è incaricato di valutare se procedere o meno al blocco. Il comunicato, come spesso accade in questi casi, è però avaro di dettagli tecnici, soprattutto per quanto riguarda il ruolo e le modalità di intervento degli addetti alla moderazione.
Da anni le grandi piattaforme social hanno progressivamente ridotto le risorse dedicate alla supervisione dei contenuti. Ufficialmente, questa scelta viene motivata con l’inefficienza delle forme tradizionali di moderazione, considerate lente, fallibili e influenzate da pregiudizi. Molti osservatori, però, ritengono che la svolta sia legata anche ai mutamenti del clima politico globale e, più semplicemente, alla volontà di contenere i costi e massimizzare i profitti. Il personale rimasto è spesso impiegato tramite società esterne, che finiscono regolarmente al centro di scandali legati a turni estenuanti e alla scarsa tutela della salute mentale di dipendenti e collaboratori.
Il rischio è che gran parte del processo venga affidata a un sistema automatizzato poco supervisionato, calibrato su criteri che potrebbero penalizzare anche utenti perfettamente conformi alle norme. Non a caso, TikTok precisa che la nuova procedura sarà affiancata da meccanismi di appello potenziati, attraverso i quali gli utenti potranno dimostrare la propria età tramite carte di credito, documenti ufficiali o strumenti di verifica biometrica forniti da terze parti. Nello specifico, da Yoti. L’azienda sottolinea inoltre come l’evoluzione del quadro normativo europeo — sempre più orientato all’identificazione anagrafica degli utenti — imponga la necessità di trovare compromessi tra la tutela dei minori e la protezione della privacy.
A monte di tutto ciò, restano i dubbi sull’efficacia di un approccio che si limita a impedire ai minori di accedere ai social senza che vengano affrontate parallelamente le cause profonde dei rischi che li riguardano. Il proibizionismo si è spesso rivelato più uno strumento di controllo che una reale risposta ai problemi di disagio, soprattutto quando non è accompagnato da interventi educativi, sociali, culturali ed economici capaci di agire sulle criticità alla radice. Nel caso dei social, inoltre, il crescente intreccio tra finanza globale e grandi aziende tecnologiche alimenta ulteriori perplessità sulla reale applicabilità e tenuta delle norme.
L’esempio più recente dei limiti di questo approccio arriva dall’Australia, Paese che lo scorso dicembre ha vietato l’uso dei social per gli under-16. I primi riscontri mostrano l’inefficacia radicale delle misure: le sospensioni sono state poche e molti minori hanno rapidamente trovato modi per aggirare i controlli. Come osserva la neuropsicologa Tiziana Metitieri, il rischio è che l’insistenza sul tenere i giovani fuori dai social si presta soprattutto a diventare una forma di distrazione, utile a sollevare le piattaforme dalle responsabilità legate alla diffusione di disinformazione, propaganda e contenuti illegali, finendo al contempo per restringere gli spazi digitali di aggregazione delle nuove generazioni.
Mentre i riflettori del mondo rimangono fissi sulle mappe del fronte e sulle ipotetiche trattative di pace, nel ventre molle dell’Europa si sta consumando una trasformazione profonda, pericolosa e largamente ignorata. La guerra in Ucraina non è soltanto il più grande conflitto convenzionale sul suolo europeo dalla Seconda Guerra Mondiale: è diventata la più formidabile incubatrice per l’estremismo di destra globale. Una traiettoria che su L‘Indipendente avevamo descritto in una lunga e dettagliata inchiesta pubblicata a maggio 2022, di cui il presente articolo costituisce il doveroso aggiornamento. I fatti ci dicono che l’Internazionale neo-nazista, nonostante l’Ucraina stia perdendo il conflitto mentre Trump e Putin cercano una soluzione diplomatica, non è affatto in ritirata, ma si è evoluta. Ha smesso i panni dei vecchi skinhead per indossare tute tattiche e visori notturni. Ha abbandonato le rapine e altre attività illegali per finanziarsi attraverso donazioni in criptovalute, ha sostituito le sezioni di partito con gli “Active Club”, palestre dove si coltiva il culto della violenza. Dall’addestramento militare ai festival musicali che fungono da centri logistici, fino all’uso di tecnologie belliche avanzate, i gruppi di estrema destra hanno sfruttato il conflitto per costruire un’infrastruttura transnazionale, autosufficiente e pronta a sopravvivere alla guerra stessa.
Il ricercatore dell’Università di Ottawa, Ivan Katchanovski, nel capitolo “The Far-Right Involvement in the Russia-Ukraine War”, parte del volume The Russia-Ukraine War and its Origins: From the Maidan to the Ukraine War, pubblicato il 1 ottobre 2025, cerca di infilarsi tra le due narrazioni che sostengono il campo di guerra. Entrambe, secondo l’autore, sono prive di fondamento empirico. Katchanovski parte spiegando quale siano queste due narrazioni: da un lato, la Federazione Russa che ha costruito il casus belli dell’invasione del 2022 sulla necessità di “denazificare” l’Ucraina, dipingendo l’intero apparato statale, militare e governativo di Kiev come un regime neo-nazista o fascista. L’autore spiega che questa narrazione, diffusa dai media di stato russi, mira a delegittimare l’esistenza stessa dello stato ucraino e a giustificare l’intervento armato agli occhi dell’opinione pubblica interna e internazionale. Dall’altro lato, la risposta occidentale e ucraina è stata caratterizzata da una negazione quasi totale del fenomeno, riducendo l’estrema destra a un elemento marginale, irrilevante dal punto di vista elettorale e ormai “deradicalizzato” attraverso l’integrazione nelle strutture statali regolari.
Dunque, secondo Katchanovski la Russia avrebbe ingigantito la portata del numero e dell’influenza di questi elementi all’interno dello stato ucraino. Eppure, come vedremo poco più avanti, su questo Katchanovski si contraddice. Uno degli aspetti più incisivi dell’analisi di Katchanovski è la critica alla copertura mediatica occidentale. Prima del 2022, testate come Time, BBC e Bellingcat documentavano ampiamente la natura neo-nazista di Azov, i suoi legami con il suprematismo bianco globale e le violazioni dei diritti umani. Dopo il febbraio 2022, si è assistito a un’operazione sistematica di “whitewashing” (ripulitura). Simboli come il Wolfsangel (utilizzato dalla divisione SS Das Reich) e il Sole Nero (Schwarze Sonne), onnipresenti nelle uniformi e nei rituali di Azov, sono stati reinterpretati dai media come generici simboli patriottici, quando non ignorati del tutto. Katchanovski dimostra, attraverso l’analisi dei social media interni dei gruppi, che l’ideologia non è mai cambiata: i membri continuano a venerare figure collaborazioniste della Seconda Guerra Mondiale (come Stepan Bandera e la OUN-B) e a promuovere un’agenda etno-nazionalista radicale. Ed è quanto abbiamo documentato nell’inchiesta de L’Indipendente del maggio 2022 (“L’internazionale neo-nazista sogna il potere con le armi della NATO”).
L’estrema destra ha imposto la guerra a tutti i costi
In foto: Andriy Biletsky suprematista bianco, leader del partito politico Corpo Nazionale, attuale comandante del 3º Corpo d’armata dell’esercito ucraino
Un’intuizione fondamentale dello studio di Katchanovski riguarda il fallimento degli Accordi di Minsk e delle trattative di pace del 2022. L’analisi suggerisce che i presidenti ucraini Poroshenko prima e, soprattutto, Zelensky poi, siano stati ostaggi politici delle formazioni armate radicali. Ogni tentativo di implementare gli accordi di Minsk (con la prevista autonomia per il Donbass), o possibile accordo di pace, è stato accolto con minacce esplicite di colpo di stato o di violenza da parte di leader come Andriy Biletsky (Azov) e Dmytro Iarosh (Settore Destro). E menomale che questi gruppi non avevano un potere effettivo. Le enormi pressioni, andate a segno, che i governi hanno avuto da queste formazioni nazi-fascite confermano che la portata del fenomeno ha intaccato pesantemente le strutture statali ucraine, piegandole alla loro volontà di guerra, prima e dopo il 24 febbraio 2022. La campagna “No alla Capitolazione” del 2019, guidata dal Corpo Nazionale (ala politica di Azov), ha dimostrato la capacità di mobilitare migliaia di veterani armati nelle strade di Kiev, costringendo Zelensky a ritrattare le sue promesse elettorali di pace. Fatto che L’Indipendente aveva già riportato in un articolo del marzo 2022 inerente al potere di queste organizzazioni in Ucraina.
Anche nelle fasi iniziali dell’invasione russa, quando si discuteva un possibile accordo di pace a Istanbul, la pressione dell’ala radicale, potenziata dal sostegno delle fazioni occidentali più intransigenti, ha contribuito a far deragliare la diplomazia. L’estrema destra ha sempre visto qualsiasi compromesso con la Russia come un tradimento esistenziale, preferendo la continuazione della guerra totale. Contrariamente alle stime che parlavano di poche migliaia di combattenti, Katchanovski nota che con la mobilitazione generale e la creazione delle Forze di Difesa Territoriale e i corpi internazionali (come la Legione Internazionale), l’influenza dei quadri di estrema destra si è moltiplicata. Essendo i combattenti più motivati e addestrati, spesso assumono ruoli di comando in nuove unità, diffondendo la loro ideologia e prassi operativa ben oltre i confini formali dei reggimenti.
“Internazionale Nera”: preoccupazioni di ieri e di oggi
Il rapporto di Katchanovski traccia un orizzonte che va oltre l’attuale fase del conflitto, delineando scenari inquietanti per il futuro dell’Ucraina e dell’Europa. Lo sviluppo militare dell’estrema destra pone le basi per un possibile futuro conflitto interno. In uno scenario post-bellico, l’Ucraina si troverà con decine di migliaia di veterani radicalizzati, armati con le migliori tecnologie occidentali e politicamente ambiziosi. Questi gruppi potrebbero rifiutarsi di deporre le armi, trasformandosi in signori della guerra regionali o sfidando l’autorità centrale se questa non si allinea alla loro visione ideologica. Oppure potrebbero decidere di portare la guerra altrove e magari sotto altri profili e in altre modalità.
Persino Valery Zaluzhny, ambasciatore ucraino a Londra, ex comandante in capo dell’esercito e, presumibilmente, contendente al ruolo di presidente per il dopo guerra con importante sostegno in Occidente, ha messo in guardia da quello che sarà il futuro. Circa un milione di militari che tornano a casa potrebbero diventare vulnerabili alla tentazione del denaro facile a causa della mancanza di lavoro, alloggio e reddito stabile. Ciò creerà rischi di aumento della criminalità, pericolo per le strade e destabilizzazione politica, compresa la possibilità di una guerra civile.
Militari del battaglione Azov
In collegamento con questo, un’altra possibilità enunciata nell’inchiesta de L’Indipendente è la stessa che evidenzia Katchanovski sul ruolo dell’Ucraina come nuovo epicentro del suprematismo bianco internazionale. Come l’Afghanistan negli anni ’80 attirò gli islamisti radicali, l’Ucraina, dal 2014, attira i neo-nazisti di tutto l’Occidente. Questi foreign fighters acquisiscono esperienza di combattimento reale, contatti internazionali e accesso ad armi, che potrebbero poi essere utilizzate per azioni terroristiche o insurrezionali nei loro paesi d’origine (fenomeno del “blowback”). L’FBI e altre agenzie occidentali avevano lanciato l’allarme già prima del 2022, quando questi estremisti andavano a combattere nella guerra civile contro i russi in Donbass. Queste preoccupazioni sono state però silenziate dalla necessità geopolitica di sostenere lo sforzo bellico contro la Russia. Il rischio concreto, di cui vediamo già i primi segnali in tutta Europa, fuori e dentro i parlamenti, è che la destra estrema prenda sempre di più piede, potendo contare su una condizione economica-sociale sempre più difficile per tanti, forse tutti, i paesi dell’Unione Europea.
Laboratorio Ucraina: l’istituzionalizzazione delle milizie
Parlare di Azov oggi significa descrivere un ecosistema complesso che si è evoluto drasticamente dal 2014 al 2022, così come dal 2022 ad oggi. Non è più un singolo battaglione di ispirazione neo-nazista, ma un movimento multiforme che comprende unità d’élite militari, un partito politico, organizzazioni giovanili e una rete di assistenza civile. Nella precedente inchiesta vi abbiamo parlato della sua ideologia, della volontà di “rivoluzione conservatrice mondiale”, attraverso la necessaria alleanza in una rete multiforme nazifascista. Oggi vediamo cosa è diventato Azov e dove sono i suoi personaggi più importanti. Così come faremo una panoramica di altre importanti figure dell’estrema destra ucraina.
Il “brand” militare Azov si è biforcato in due strutture principali, appartenenti a rami diversi delle forze armate ucraine, ma unite da simbologia e origini comuni. La 12ª Brigata delle Forze Speciali “Azov”, fanteria d’assalto e operazioni speciali, ha partecipato alla battaglia dell’acciaieria Azovstal a Mariupol nel 2022. Questa formazione è parte della Guardia Nazionale dell’Ucraina (NGU), che dipende dal ministero degli Interni. Dopo la caduta di Mariupol e il ritorno dei comandanti dalla prigionia, l’unità è stata ricostituita, ampliata a brigata e ha combattuto nella foresta di Serebryansky e nel settore di Toretsk. Questa è l’unità famosa per l’addestramento rigoroso basato su standard NATO e un forte spirito di corpo.
La Segretaria internazionale del Corpo Nazionale, Olena Semenyaka, filosofa e ideologa di Azov
Poi c’è la 3ª Brigata d’Assalto Separata nata nel 2022-2023 per iniziativa dei veterani di Azov. Questa è una Forza di Terra dell’Ucraina (ZSU), dipendente dal ministero della Difesa. È diventata una delle brigate d’assalto più mediatiche della guerra, utilizzata a Bakhmut (2023) e Avdiivka (2024). Questa forza militare ha una propria macchina mediatica potentissima e un reclutamento aggressivo. Nel marzo di quest’anno, la 3ª Brigata d’Assalto Separata è stata avanzata a rango di Terzo Corpo d’Armata, con a capo il fondatore di Azov, il “Führer bianco”, Andriy Biletsky. Un approfondito articolo di Intelligence Online, tra le altre cose, illustra come il Terzo Corpo d’Armata abbia una sua propria capacità elevata e semi-indipendente con il Technology Centre Nova, o Nova Division of Ground Robotic Systems. Questa unità, con sede a Kiev, a seconda dei progetti, ha tra gli 80 e i 250 ingegneri, tecnici e operatori ed è il cervello tecnologico del gruppo capeggiato da Biletsky. Il centro progetta e testa una gamma di sistemi robotici a terra, droni tattici e software di supporto decisionale. L’articolo spiega anche come il fondatore di Azov ambisca al ruolo politico di primo piano nel Paese e come Zelensky lo percepisca come una minaccia. Nell’ultimo mese, nella metropolitana di Kiev sono apparsimanifesti con la faccia di Biletsky con la scritta “Pronto per qualsiasi scenario”.
C’è poi la parte politica e civile, formata dal Corpo Nazionale, Centuria e Azov Patronage Service. La Segretaria internazionale del Corpo Nazionale è Olena Semenyaka, filosofa e ideologa di Azov, di cui via abbiamo parlato nell’inchiesta del 2022. Come si può vedere dal suo profilo Facebook, Semenyaka ha continuato e continua nel suo lavoro di diffusione dell’ideologia di Azov così come di tessitura di relazioni con organizzazioni affini in tutto l’Occidente. Insomma, l’ideologa continua con il suo lavoro orientato a costituire una rete composta da elementi affini che possano dare vita alla “rivoluzione conservatrice mondiale”. Centuria è una specie di ordine dedito all’addestramento giovanile, all’educazione ideologica e patriottica. Azov Patronage Service (Servizio di Patronato)è la parte civile, lodata ed efficiente. Si occupa della cura dei feriti, del supporto legale e psicologico ai soldati, e dell’assistenza alle famiglie dei caduti. Gestiscono la riabilitazione e i funerali con un livello di organizzazione spesso superiore a quello dello Stato.
Secondo un recente sondaggio, il Corpo Nazionale, guidato da Biletsky, sarebbe la terza forza politica nazionale (11,9%), dietro ad una eventuale candidatura di Zaluzhny (19,9%) e Poroshenko (16,2) e davanti a Zelensky (11,3%)
Sebbene Azov sia certamente l’organizzazione nazifascista più importante e meglio equipaggiata in Ucraina, e probabilmente al mondo, non c’è solo Azov. Anche le altre formazioni nazi-fasciste citate nella scorsa inchiesta (Svoboda, Settore Destro, C-14) hanno rafforzato la loro posizione, inglobate nei gangli dell’esercito ucraino.
L’Italia e l’Occidente: organizzazioni terroristiche e condanne
Negli ultimi tre anni, il panorama dell’estrema destra ha subito una mutazione radicale in tutto l’Occidente. Abbandonata progressivamente la ricerca del consenso elettorale, a parte alcune eccezioni più mainstream, le frange estreme hanno abbracciato una logica cellulare e accelerazionista. Piccoli gruppi accomunati dalla stessa visione suprematista del mondo, legati da una rete transnazionale che intende distruggere l’ordine attuale per costruirne uno nuovo, basato sulla razza. Quel “nichilismo attivo” di cui parla Semenyaka e di cui abbiamo parlato nella precedente inchiesta: un nichilismo distruttivo e costruttivo allo stesso tempo. Un quadro confermato dal report Europol SOCTA 2025, che evidenzia come la minaccia del terrorismo di destra sia diventata transnazionale, fluida e sempre più militarizzata.
Membri dell’organizzazione The Base. The Base utilizza l’alfabeto runico nella sua simbologia, in particolare la runa Eif, una versione ruotata e riflessa della runa Eihwaz. La runa Eif fu utilizzata dalla Germania nazista durante l’Olocausto.
Nel novembre 2023, un’importante operazione di polizia paneuropea coordinata da Europol ed Eurojust, ha portato all’arresto di cinque persone e all’interrogazione di altre sette. L’operazione è stata condotta contemporaneamente in Belgio, Croazia, Italia, Lituania, Paesi Bassi e Romania. Gli individui appartenevano all’organizzazione The Base. Alcuni dei sospetti avevano già scritto un manifesto, avevano accesso alle armi e consideravano di lanciare un’azione imminente. Nel 2024 The Base è stata inserita dall’Unione Europea nella lista designata delle organizzazioni terroristiche. Questa organizzazione statunitense appartiene alla galassia nazifascista di cui fa parte anche un altro gruppo nato negli USA, Atomwaffen Division (AWD), i cui membri, o quelli di cellule più piccole, sono stati arrestati in varie operazioni di polizia di Paesi europei, Italia compresa.
Nel novembre 2022, dopo tre anni di indagine, è stata conclusa l’operazione di polizia che aveva portato all’arresto di vari esponenti dell’organizzazione nazifascista Nuovo Ordine di Hagal. L’indagine della Polizia di Stato ha svelato l’esistenza di un gruppo con base in Campania che non si limitava alla propaganda, ma pianificava azioni violente contro obiettivi civili, come il centro commerciale “Vulcano Buono”, e militari, come la caserma dei Carabinieri di Marigliano. L’operazione è stata eseguita in contemporanea a Napoli, Avellino, Caserta, Milano, Torino, Palermo, Ragusa, Treviso, Verona, Salerno, Potenza, Cosenza e Crotone. Dall’indagine sono emersi i contatti diretti tra il Nuovo Ordine di Hagal e le organizzazioni nazifasciste ucraine come Azov, Centuria e Settore Destro in «vista di possibili reclutamenti nelle fila dei citati gruppi combattenti». Il 24 settembre di quest’anno, la Cassazione (sentenza 36665/2025) ha disposto il carcere per Maurizio Ammendola, ritenuto il capo dell’organizzazione, riconoscendo il delitto di associazione a delinquere sovversiva, spostandolo dai domiciliari alla detenzione. Ammendola, nel dicembre 2024, era stato condannato in primo grado a cinque anni e sei mesi.
Una marcia del Nordic Resistance Movement (NMR)
Negli Stati Uniti, nel giugno 2024, il Nordic Resistance Movement (NMR), gruppo nazifascista scandinavo, è stato designato come gruppo terroristico e inserito nell’elenco di entità sotto sanzioni da parte del Dipartimento del Tesoro. Sempre negli Stati uniti, nel dicembre dello stesso anno, Robert Rundo, fondatore del Rise Above Movement (RAM), è tornato in carcere dopo che è stato estradato dalla Romania. La prima volta ci era finito nel 2018, dopo essere fuggito in El Salvador e, anche in quel caso, estradato negli USA. Rundo ha più volte visitato l’Ucraina e ha stretti legami con Azov, come raccontato nella precedente inchiesta de L’Indipendente. Lo statunitense è stato condannato a due anni di carcere federale, essendosi dichiarato colpevole di cospirazione e di aver violato l’Anti-Riot Act, il quale punisce atti sovversivi. Robert Boman, altro membro di RAM, è stato condannato per le medesime accuse nel marzo di quest’anno.
Active Club: tra lotta, reclutamento e addestramento
Il panorama globale dell’estremismo di destra sta attraversando una fase di profonda metamorfosi, abbandonando progressivamente le strutture gerarchiche rigide del passato in favore di un modello decentralizzato, fluido e focalizzato sull’azione diretta e sulla preparazione paramilitare. Mentre le strutture gerarchiche tradizionali come The Base o Nuovo Ordine di Hagal finiscono sotto la scure delle operazioni di antiterrorismo, il vero salto di qualità dell’estrema destra contemporanea si manifesta in una forma liquida, molecolare e apparentemente meno politica, ma strategicamente più insidiosa: gli Active Club. Secondo il Program on Extremism della George Washington University, che ha dedicato al fenomeno uno studio monografico intitolato “Active Clubs and Transnational Far-Right Extremism”, questa rete rappresenta la spina dorsale del “suprematismo bianco 3.0”. Non si tratta più di organizzazioni verticali, facili da infiltrare e smantellare per le forze dell’ordine, ma di un franchising del fanatismo: cellule autonome e decentralizzate, tantissime sigle e sotto-sigle, ramificazioni e legami transnazionali.
La genesi di questo fenomeno è indissolubilmente legata al “Laboratorio Ucraina”. Gli Active Club sono nati negli Stati Uniti una quindicina di anni fa ma per lungo tempo non hanno avuto l’importanza che ricoprono adesso, negli USA ma soprattutto in Europa. Infatti, la legislazione USA permette il formarsi di qualsiasi tipo di organizzazione, anche la più estrema. Sotto la protezione del primo emendamento, le organizzazioni estremiste posso tranquillamente esistere (vedi Ku Klux Klan e altri). I membri di queste organizzazioni sono perseguiti individualmente solo se commettono azioni contro la legge ma non per la loro appartenenza. Il discorso è differente in diversi Paesi europei, dove le organizzazioni estremiste possono essere messe fuori legge in base alla loro ideologia. Così, gli Active Club hanno trovato terreno fertile su suolo europeo.
Senz’altro l’Ucraina è stata un laboratorio anche in questo processo di riorganizzazione dei gruppi dell’estrema destra. Come abbiamo riportato nella precedente inchiesta de L’Indipendente, Rundo e i suoi sodali hanno modellato la loro visione guardando esplicitamente a quanto era stata fatto nel corso degli anni in Ucraina dai vari gruppi neonazisti, Azov su tutti. E la stessa cosa è stata fatta da tante organizzazioni nazifasciste europee, come già documentato. A tal fine ricordiamo anche la piattaforma internazionale Reconquista, occasione di incontro, discussione e formazione transnazionale tra le varie organizzazioni nazifasciste occidentali.
Robert Rundo è un attivista statunitense dell’estrema destra: co-fondatore della violenta Rise Above Movement (RAM), ha poi promosso il modello degli “Active Clubs” come rete decentralizzata legata a fitness e propaganda; nel 2024 si è dichiarato colpevole per cospirazione a violare l’Anti-Riot Act ed è stato condannato a 24 mesi.
Come riportato da una approfondita inchiesta pubblicata dal The Guardian nell’ottobre di quest’anno, intitolata “Neo-fascist fight: Active Clubs and White Supremacy”, questa mutazione ha permesso al movimento di sopravvivere e prosperare nonostante la pressione giudiziaria. Gli Active Club operano oggi come centri di reclutamento pre-militare de facto, aggirando i radar dell’antiterrorismo classico. Il reclutamento non avviene proponendo inizialmente testi ideologici o piani di sovversione, ma offrendo cameratismo, sport da combattimento e l’ideale di uno stile di vita “guerriero” e salutista. È una trappola perfetta per giovani maschi disillusi, alienati dalla società atomizzata e in cerca di un senso di appartenenza: si entra per lo sport e per migliorare il proprio fisico, si finisce radicalizzati in una “milizia ombra” pronta ad attivarsi.
Il meccanismo psicologico è sottile: l’Active Club offre una cura a quella che viene percepita come crisi della mascolinità contemporanea attraverso la disciplina fisica e la violenza controllata. Tuttavia, come sottolinea Newsweek in un report dedicato alla diffusione del fenomeno negli Stati Uniti, le palestre non sono fini a sé stesse. L’addestramento fisico è propedeutico allo scontro razziale. Il combattimento corpo a corpo non è visto come sport, ma come preparazione alla guerra urbana. La propaganda prodotta da questi gruppi, diffusa tramite canali Telegram crittografati e piattaforme video alternative, mostra sessioni di sparring brutale alternate a trekking, stickeraggio anonimo (azioni di attacchinaggio di adesivi con messaggi suprematisti) e sessioni di addestramento tattico dissimulato da softair. L’estetica è curatissima, moderna, priva dei vecchi simboli del nazismo storico, sostituiti da rune, croci celtiche stilizzate e loghi minimalisti che richiamano i brand di abbigliamento sportivo underground.
Il report della George Washington University evidenzia come la struttura decentralizzata renda quasi impossibile fermare il fenomeno arrestando un singolo capo: ogni Active Club è un’isola autonoma che condivide il “know-how” ma non la catena di comando. Se una cellula cade, ne nascono altre due. Inoltre, questi gruppi fungono da bacino di riserva per i foreign fighters. Il percorso è spesso tracciato: dalla palestra locale dell’Active Club, dove si impara a incassare e a colpire, al viaggio in Ucraina o in altre zone di conflitto per acquisire esperienza con le armi da fuoco reali, per poi tornare in patria con un bagaglio di competenze letali.
Non c’è bisogno di un ordine esplicito per passare all’azione violenta. L’addestramento costante crea una forma mentis in cui l’aggressione contro il “nemico politico” o razziale diventa una reazione automatica. Gli Active Club stanno costruendo un esercito dormiente che si prepara al “Giorno X” del collasso sociale attraverso la capacità di controllare il territorio quartiere per quartiere. È la realizzazione pratica di quel “Suprematismo 3.0”: non più partiti politici che cercano voti, né cospiratori che scrivono manifesti in scantinati bui, ma una rete internazionale di “guerrieri” atletici, presentabili e perfettamente integrati nel tessuto sociale, pronti a trasformare le loro abilità in violenza politica al primo segnale di instabilità sistemica. L’Ucraina ha fornito il modello e il terreno di prova. L’Occidente ora ospita le filiali di questo esercito fantasma, in attesa che la scintilla scocchi. E se negli Stati Uniti vediamo come la tensione politico-sociale sia già altissima, l’Europa, con la sua crisi sistemica, è terreno molto fertile.
L’espansione degli Active Club
Il fondatore del Patriot Front, Thomas Rousseau (in basso a destra, terzo da destra), posa con i membri dell’Active Club Mid Missouri Minutemen
Secondo i dati più recenti rilasciati nel giugno 2025 dal Global Project Against Hate and Extremism (GPAHE), negli ultimi due anni, gli Active Club hanno registrato un’espansione senza precedenti su scala mondiale. Se nel 2020 gli Active Club erano qualche decina sparsa tra Stati Uniti ed Europa, adesso se ne contano 187 in 27 Paesi del mondo, approdando anche in alcuni paesi latinoamericani. La Germania rappresenta il Paese con la più alta espansione in rapporto al periodo, con 19 nuovi circoli formati solamente tra aprile e ottobre 2024. Questo rapido incremento non è casuale ma coordinato da Active Club Germania, organizzazione ombrello per coordinare i circoli territoriali. In un paese con leggi severe contro l’estremismo (Verfassungsschutz), la capacità di organizzare una rete nazionale così rapidamente suggerisce un alto livello di sofisticazione e probabili legami con strutture neonaziste preesistenti che necessitavano di un nuovo “contenitore” moderno, così come l’afflusso nel Paese di persone provenienti dall’Ucraina legate ad Azov e Centuria.
Sono una ventina in tutto gli Active Club presenti in Francia. Diverse persone sono state arrestate negli ultimi due anni per aver partecipato ad azioni violente o per averne pianificato l’azione. I club sono molto attivi anche nel nord Europa. In Finlandia, Svezia e Norvegia i legami di questi gruppi suprematisti sono ovviamente con il Nordic Resistance Movement. Molto attivi anche nei Paesi Baltici, dove questi club organizzano ronde cittadine per mettere in sicurezza i quartieri rispetto a immigrati e stupratori. Nel Regno Unito sono stati aperti tre nuovi circoli in due anni. Quest’anno anche la Svizzera ha visto l’apertura del suo primo club. Il numero maggiore registrato di aperture tra il 2023 e il 2025 si è avuto negli Stati Uniti, con l’apertura di 38 nuovi club. Anche in Canada è stata registrata un’intensa attività, anche in relazione ai gruppi statunitensi, segnando dunque una stretta alleanza tra i club dei due Paesi vicini. Per la prima volta gli Active Club sono comparsi anche in America Latina, precisamente in Cile e Colombia, fondati da coloro che si sentono orgogliosi eredi di quei bianchi che colonizzarono il continente.
Il tesoro invisibile: criptovalute, dark web e l’economia di guerra parallela
Se l’addestramento paramilitare fornisce i muscoli e l’ideologia il cervello, il denaro rimane il sangue che tiene in vita l’organismo dell’estremismo transnazionale. Ma dimenticate le rapine in banca vecchio stile alla The Order degli anni ’80. La nuova “Internazionale Nera” si muove su binari finanziari che sono, per definizione, apolidi, rapidi e largamente invisibili, la blockchain. L’inchiesta si sposta qui sul terreno scivoloso della finanza decentralizzata (DeFi), dove i gruppi neo-nazisti hanno dimostrato una capacità di adattamento superiore a quella delle agenzie di intelligence che dovrebbero contrastarli. Come evidenziato da TRM Labs, in “2025 Crypto Crime Report”, l’uso delle criptovalute per il finanziamento illecito non è diminuito nonostante il crollo di alcune piattaforme, ma si è specializzato, spostandosi verso asset e tecniche che garantiscono un anonimato quasi totale.
L’Ucraina, in questo contesto, ha giocato un ruolo di pioniere involontario ma decisivo. A partire dall’invasione del 2022, il Paese è diventato il primo stato al mondo a condurre una campagna di finanziamento bellico basata massicciamente sulle donazioni in criptovaluta. Se da un lato questo ha permesso al governo di Kiev di raccogliere milioni per la difesa, dall’altro ha sdoganato l’uso di wallet digitali per finanziare gruppi paramilitari autonomi. Formazioni come Azov, il Corpo Volontario Russo o le milizie di Settore Destro hanno pubblicato apertamente indirizzi Bitcoin, Ethereum e USDT sui loro canali Telegram, raccogliendo fondi da simpatizzanti in tutto il mondo senza che nessuna banca centrale potesse bloccare i flussi. Secondo un alert specifico del Comitato contro il Terrorismo del Consiglio di Sicurezza dell’ONU (CTED), l’estrema destra violenta ha abbracciato le criptovalute non solo per necessità, ma come scelta strategica per aggirare il sistema bancario tradizionale, soggetto alle normative antiriciclaggio e al congelamento dei beni.
Milizie del Settore Destro
Tuttavia, il vero pericolo non risiede tanto nel Bitcoin, il cui registro è pubblico e tracciabile, quanto nella migrazione verso le cosiddette “Privacy Coins” come Monero. Queste valute utilizzano crittografia avanzata per oscurare mittente, destinatario e importo della transazione, rendendo i fondi praticamente non tracciabili. I gruppi legati alla galassia suprematista, inclusi gli amministratori dei canali che coordinano gli Active Club in Occidente, incoraggiano sistematicamente i donatori a utilizzare Monero o a passare attraverso servizi di “mixing” o “tumbling”. Questi servizi, descritti efficacemente nell’inchiesta “Coin Laundry” dell’ICIJ (International Consortium of Investigative Journalists), agiscono come lavatrici digitali: mescolano le criptovalute di migliaia di utenti diversi per spezzare la catena di tracciabilità, restituendo monete “pulite” pronte per essere spese.
Il denaro raccolto non serve solo a comprare armi o droni, come descritto nel capitolo precedente. Finanzia un intero ecosistema di sussistenza: paga le spese legali per i camerati arrestati, finanzia la stampa di propaganda, l’acquisto di attrezzature per le palestre degli Active Club e i viaggi dei foreign fighters. È un’economia circolare autosufficiente. Inoltre, l’estrema destra ha imparato a monetizzare la propria immagine attraverso il merchandising online e piattaforme di streaming alternative (come Odysee o BitChute), dove le donazioni avvengono in crypto, sfuggendo alla censura finanziaria di giganti come PayPal o Visa.
Mentre l’Unione Europea cerca di stringere le maglie con il regolamento MiCA (Markets in Crypto-Assets), la natura globale della rete rende ogni sforzo parziale. Come sottolinea l’ICIJ, esiste un arcipelago di giurisdizioni “offshore” e di exchange non regolamentati che non applicano le procedure KYC (Know Your Customer) permettendo a chiunque di aprire conti anonimi. È attraverso queste falle che il denaro fluisce dall’Europa e dagli Stati Uniti verso i fronti caldi, e viceversa. C’è poi il fenomeno, sempre più diffuso, degli NFT (Non-Fungible Token) utilizzati per riciclare denaro o finanziare cause estremiste sotto la parvenza di “arte digitale”, un settore ancora largamente deregolamentato dove il valore è soggettivo e lo scambio di somme ingenti non desta immediato sospetto.
Ma c’è un aspetto ancora più inquietante sollevato dagli analisti finanziari e di sicurezza: il potenziale per l’autofinanziamento attraverso il crimine informatico. Non siamo più di fronte a militanti che chiedono l’elemosina digitale. Alcuni segmenti dell’estrema destra, specialmente quelli legati alla sfera accelerazionista e tecnologicamente competente (la stessa che assembla i droni), hanno iniziato a collaborare o a emulare i gruppi di ransomware. L’idea è semplice: utilizzare attacchi informatici per estorcere criptovalute ad aziende o istituzioni occidentali e reinvestire il bottino nella “guerra santa”. Sebbene le prove di un collegamento sistemico siano ancora frammentarie, il trend è in crescita.
In definitiva, l’infrastruttura finanziaria dell’Internazionale Nera è oggi robusta, ridondante e resistente alla censura. Hanno costruito una “banca ombra” che non ha sportelli, non ha direttori e non risponde a nessun governo. Mentre le polizie nazionali sequestrano conti correnti postali o prepagate, milioni di dollari in valore equivalente viaggiano invisibili sopra le loro teste, alimentando il reclutamento e il riarmo. L’Ucraina, con la sua deregolamentazione di fatto dovuta allo stato di guerra, ha fornito l’ambiente ideale per testare e perfezionare questi canali, che ora sono a disposizione di qualsiasi cellula voglia attivarsi in Occidente, e non solo.
La moda come divisa e i festival come hub di guerra
Se le criptovalute costituiscono le arterie invisibili del finanziamento, esiste un livello molto più visibile, epidermico e simbolico che permette a questa “Internazionale Nera” di riconoscersi, contarsi e finanziare la propria causa alla luce del sole: il mercato dell’identità. Nel 2020, Bellingcat aveva dedicato un’inchiesta a questo tema specifico. Nel 2025, essere un estremista di destra non significa più necessariamente rasarsi la testa o indossare bomber sgualciti. L’estetica si è evoluta in un codice complesso, un “tribalismo di marca” dove l’abbigliamento funge da divisa non ufficiale. Brand come Thor Steinar, Ansgar Aryan, Erik and Sons o White Rex non vendono semplice abbigliamento ma appartenenza. Indossare una felpa con riferimenti runici stilizzati o acronimi comprensibili solo agli “iniziati” (come “HTLR” o riferimenti al numero 88) serve a due scopi: il mutuo riconoscimento in una folla anonima – un elemento visivo che segnala “io sono uno di voi” senza allertare l’uomo comune – e il finanziamento diretto del movimento. I profitti di queste linee di abbigliamento, spesso gestite da figure di spicco dell’ambiente neonazista, vengono reinvestiti per pagare avvocati, affittare sale per concerti o acquistare equipaggiamento paramilitare.
Ma è nei grandi raduni paneuropei che questo ecosistema commerciale e ideologico trova la sua massima espressione. Questi eventi non sono semplici concerti o tornei sportivi: sono fiere campionarie dell’odio, hub di networking internazionale e, soprattutto, gigantesche macchine da soldi.
Il caso più emblematico della trasformazione da sottocultura a macchina da guerra è il festival Asgardsrei di Kiev. Fino al 2021, la capitale ucraina era considerata la “Mecca” del National Socialist Black Metal, attirando ogni inverno migliaia di pellegrini radicali da tutta Europa per celebrare il solstizio d’inverno tra concerti e conferenze. Con l’inizio del conflitto con la Russia, il festival ha subito una mutazione forzata, ma il suo spirito non è morto: si è militarizzato. La mente dietro Asgardsrei, il russo Alexey Levkin, leader della band M8L8TH, non ha smesso di operare. La sua etichetta e brand di abbigliamento, Militant Zone, si è trasformata in una logistica di guerra. Il merchandising del festival – magliette con teschi, soli neri e slogan nichilisti – viene venduto online ai sostenitori occidentali e i proventi vengono dirottati direttamente per equipaggiare i volontari del Corpo Volontario Russo (RDK) – parte della Legione Internazionale di difesa territoriale dell’Ucraina – e altre formazioni di estrema destra che combattono a fianco dell’esercito ucraino. Chi compra una t-shirt a Berlino o Milano oggi non sta solo supportando una band, sta letteralmente comprando equipaggiamento per il fronte.
Spostandoci in Germania, il festival Schild & Schwert (“Scudo e Spada”), a Ostritz, rappresenta invece la resilienza del “modello di business classico”. Organizzato da Thorsten Heise, figura storica dell’NPD (ora Die Heimat), l’evento combina comizi politici, concerti e tornei di arti marziali. Nonostante la sorveglianza asfissiante della polizia tedesca e le contromanifestazioni della società civile, il festival sopravvive grazie a un cavillo legale: presentandosi come evento politico protetto dalla Costituzione. Qui la strategia è l’occupazione dello spazio: comprare terreni (come l’Hotel Neisseblick) per creare zone dove lo Stato non può entrare, e dove la vendita di birra, cibo e gadget finanzia la struttura. È un sistema autarchico: la musica attira i giovani, i discorsi li indottrinano, le MMA li esaltano, e i loro soldi mantengono la struttura in piedi.
Ma l’evoluzione più pericolosa si osserva con il Kampf der Nibelungen (KdN), il più grande torneo di sport da combattimento dell’estrema destra europea. Banditoufficialmente dal ministero dell’Interno tedesco, il KdN non è scomparso, si è semplicemente adattato passando alla clandestinità e sfruttando questo come strategia di marketing. Ispirandosi al modello del White Rex di Denis Kapustin, leader del già citato Corpo Volontario Russo, il torneo è diventato un evento per un’élite selezionata. Location segrete svelate solo all’ultimo momento via canali criptati, divieto assoluto di alcol e droghe, focus totale sulla performance atletica e sulla disciplina. Il KdN rappresenta la professionalizzazione della violenza di piazza: qui non si formano rissosi skinhead da stadio, ma combattenti lucidi e tecnici. L’evento funge da “Champions League” per gli Active Club di tutto il mondo, consolidando legami transnazionali non sulla base di sbronze collettive, ma sudore e sangue condiviso sul ring. La repressione statale ha ottenuto l’effetto opposto: ha reso l’evento esclusivo, mitologico e molto più attraente per chi cerca l’esperienza radicale pura.
Il fondatore e leader del Corpo Volontario Russo, Denis ”White Rex” Kasputin
Infine, c’è il momento in cui la teoria incontra la pratica: il Giorno dell’Onore (Tag der Ehre) a Budapest. Ogni febbraio, migliaia di neonazisti convergono in Ungheria per commemorare il tentativo di rottura dell’assedio sovietico da parte delle truppe tedesche e ungheresi nel 1945. Se un tempo era una parata nostalgica, negli ultimi anni è diventato il punto di scontro fisico più caldo d’Europa. Il pellegrinaggio è l’occasione per saldare alleanze operative tra gruppi tedeschi, italiani, bulgari, scandinavi e baltici. Ma dal 2023, la situazione è degenerata in guerriglia urbana. Gli attacchi mirati condotti dal gruppo Antifa Ost (designato per questo motivo, sia da Orban che da Trump, come gruppo terroristico) contro i partecipanti neonazisti hanno innescato una spirale di vendette e una narrazione di “assedio” che ha galvanizzato l’estrema destra. Per i gruppi neo-nazifascisti, Budapest non è più solo una commemorazione, ma una zona di guerra attiva dove testare la propria preparazione contro un nemico reale.
Questi eventi, dal concerto metal di Kiev al ring clandestino tedesco fino alle strade di Budapest, sono i vasi comunicanti di un’unica realtà. Mentre i governi guardano i singoli episodi, l’Internazionale Nera sposta uomini, soldi e competenze da un hub all’altro, usando la musica e lo sport come aggregante iniziale per costruire un esercito transnazionale.
Il boomerang della storia: quando i mostri tornano a casa
Tirando le somme di questo viaggio attraverso i battaglioni, le blockchain, le palestre e i ritrovi “tribali” dell’estrema destra, il quadro che emerge è quello di una tempesta perfetta. L’Occidente si trova oggi di fronte a un paradosso storico che rischia di pagare a carissimo prezzo: per difendere i propri confini esterni da ciò che considera un autoritarismo statale, ha nutrito, addestrato e legittimato forze interne intrinsecamente ostili alla democrazia liberale. La guerra in Ucraina finirà, prima o poi. Ma le infrastrutture che abbiamo descritto – la rete degli Active Club, i canali di finanziamento irrintracciabili, le competenze nell’uso dei droni e delle armi e l’ideologia nazifascista non svaniranno con la firma di un trattato di pace. Al contrario.
Il vero pericolo inizierà il giorno dopo il cessate il fuoco o qualsiasi accordo verrà raggiunto. Migliaia di veterani radicalizzati, abituati alla violenza e delusi dai compromessi della politica faranno ritorno nei loro paesi d’origine. Non torneranno come semplici reduci, ma come avanguardie di quella “rivoluzione conservatrice mondiale” teorizzata dagli ideologi di Azov. Troveranno un’Europa segnata da crisi economica, tensioni sociali e fragilità istituzionale: il terreno di coltura ideale per chi teorizza l’accelerazionismo e il collasso del sistema. E tanti sono anche già tornati, per mettere in piedi la struttura che sarà necessari. Lo dimostra l’aumento incredibile di Active Club avvenuto in Germania nel giro di pochi mesi, così come in tanto altri Paesi occidentali.
Il “Laboratorio Ucraina” ha dimostrato che l’estrema destra del XXI secolo non è un fenomeno folcloristico o nostalgico quanto piuttosto un pericolo reale per le società democratiche occidentali che si trovano nel bel pieno di una crisi strutturale facilmente sfruttabile da queste organizzazioni.
«Tutti gli imputati sono assolti perché il loro obiettivo non era commettere un reato, ma fornire aiuti umanitari». Con questa motivazione, la Corte d’appello di Lesbo ha prosciolto 24 attivisti accusati di traffico di migranti e altri reati legati alla gestione dei flussi sull’isola greca, ponendo fine a un’odissea giudiziaria di oltre sette anni. Tra gli operatori assolti figurano anche la nuotatrice, attivista e rifugiata siriana Sarah Mardini e il volontario Seán Binder, arrestati nel 2018 e divenuti simboli della lotta contro la criminalizzazione della solidarietà.
La vicenda giudiziaria si è innestata nel pieno della crisi migratoria, che ha visto Lesbo come uno dei principali punti di arrivo dei migranti diretti verso l’Europa. I 24 operatori, appartenenti all’organizzazioneEmergency Response Centre International (ERCI), erano stati fermati in vari momenti tra il 2018 e il 2019, con accuse che spaziavano dall’«associazione a delinquere allo scopo di facilitare l’ingresso illegale di cittadini stranieri in Grecia» al riciclaggio. In caso di condanna, avrebbero rischiato fino a 20 anni di carcere. Seán Binder e Sarah Mardini – che ha ispirato il film Netlflix The Swimmers, che racconta il suo lungo viaggio dalla Siria a Berlino – hanno entrambi passato mesi in custodia cautelare nel 2018 e anni di incertezza legale. Nel corso degli anni, il processo è stato segnato da rinvii e forti contestazioni, soprattutto per l’impianto accusatorio: tra gli elementi indicati come prova figurava anche l’uso di WhatsApp per coordinare i soccorsi, interpretato dall’accusa come segno di un’organizzazione criminale. La Corte ha respinto questa lettura, chiarendo che un gruppo di messaggistica non equivale a una struttura criminale organizzata. Il pubblico ministero Dimitris Smyrnis aveva chiesto l’assoluzione degli operatori umanitari, sottolineando che «non è stata dimostrata alcuna responsabilità penale», contribuendo alla decisione finale di proscioglimento. Il giudice Vassilis Papathanassiou, presidente del tribunale penale di Mitilene, ha motivato la sentenza, spiegando che le azioni degli attivisti avevano come unico scopo «salvare vite in mare», non commettere reati.
Il verdetto è stato accolto con sollievo e celebrazioni fra i difensori e i sostenitori degli imputati. Wies de Graeve, direttore esecutivo per il Belgio di Amnesty International, che si trovava nell’aula del tribunale di Lesbo ha definito la decisione «agrodolce»: una vittoria per la giustizia, ma segnata dai danni personali e professionali causati da anni di processo. Eve Geddie, direttrice dell’Ufficio istituzioni europee di Amnesty International, ha sottolineato che le «accuse non avrebbero mai dovuto arrivare in tribunale», mentre Human Rights Watch ha rimarcato il peso del «calvario giudiziario» che hanno dovuto affrontare gli imputati «per aver salvato delle vite». Secondo le ONG, il processo e la sua lentezza riflettono una tendenza più ampia alla militarizzazione delle frontiere e alla criminalizzazione della solidarietà, che in tutta Europa ha prodotto un effetto deterrente sulle operazioni di soccorso, riducendo l’assistenza proprio dove sarebbe più necessaria.
Il caso riapre il dibattito su come gli Stati europei trattano la solidarietà nei confronti dei migranti. Il governo Mitsotakis ha adottato misure tra le più rigide d’Europa: in base alla normativa greca, le leggi anti-smuggling vengono applicate in modo così estensivo che chi guida un’imbarcazione di migranti finisce spesso incriminato per favoreggiamento dell’immigrazione irregolare, anche senza prove di profitto o legami con reti criminali. Ne deriva una lunga serie di processi fondati talvolta sulla sola testimonianza della guardia costiera, in cui persone che raccontano di essere state costrette a prendere il controllo del mezzo – talvolta per evitare naufragi – vengono trattate come scafisti e condannate a pene sproporzionate. Nonostante la linea dura del governo greco, la pressione non si arresta: nelle ultime settimane oltre mille migranti sono arrivati tra Creta e Gavdos, soprattutto dal Nord Africa. A fine ottobre 2025, gli attraversamenti illegali erano 39.495, in calo del 18% su base annua, ma sufficienti a mantenere alta la tensione politica.
L’assoluzione non cancella l’impatto sulle vite degli imputati, ma indica che il sistema giudiziario può distinguere tra aiuto umanitario e traffico di esseri umani e, come ha commentato Seán Binder, la sentenza dovrebbe creare un precedente e ricordare che «fornire assistenza umanitaria salvavita è un obbligo, non un reato».
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