L'Italia, si sa, è il Paese in cui sono nate e si sono efficacemente sviluppate le tre associazioni mafiose tradizionali, Cosa Nostra, 'ndrangheta e Camorra. Compagini criminali che, insieme a clan locali e mafie estere, hanno letteralmente colonizzato tutta la Penisola: nessuna regione può ormai dirsi immune alla loro influenza. Eppure, mentre per affari finanziari e riciclaggio le mafie investono nelle città più ricche del Nord, nel Meridione continuano a esercitare un pervasivo controllo del territorio, con un devastante impatto sociale ed economico. La manifestazione più evidente di questo...
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Un operaio dell’indotto siderurgico, dipendente della ditta Gea Power, è morto in un incidente sul lavoro avvenuto nello stabilimento ex Ilva di Taranto. L’uomo è precipitato da circa dodici metri dopo il cedimento improvviso di un piano di calpestio nell’area dell’agglomerato, dove si preparano i materiali per l’altoforno. Trasportato in gravi condizioni prima all’infermeria interna e poi in ospedale, è deceduto poco dopo. Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria ha espresso cordoglio e annunciato verifiche immediate. Lo scorso 12 gennaio, sempre all’ex Ilva, l’operaio 46enne Claudio Salamida era deceduto in un incidente simile.
L’entrata in funzione della TAV Torino-Lione slitta al 2034. Lo ha reso noto la società costruttrice TELT, che soltanto pochi mesi fa aveva messo nel mirino il 2032 per la consegna dell’opera. Il ritardo rispetto alle iniziali tabelle di marcia tocca così la soglia dei vent’anni. In questo periodo, stando alle stime della Corte dei Conti Europea, i costi sono lievitati del 127%. Soltanto la tratta transfrontaliera supera gli 11 miliardi di euro, con un incremento del 23% negli ultimi anni. In Italia lo scavo del tunnel principale non è ancora iniziato. A tal proposito, si attende l’arrivo sui cantieri della Tunnel Boring Machine (TBM): la fresa scaverà la roccia e contemporaneamente rivestirà le pareti di cemento armato, preparando la posa dei binari.
A comunicare l’ulteriore slittamento è stato il direttore generale di TELT, Maurizio Bufalini, che ha dovuto correggere le precedenti rassicurazioni: «La previsione è fine Trentatré per la fine dei lavori e quindi appena sono finiti i lavori la linea viene messa in esercizio, quindi Trentaquattro». Una data che allontana definitivamente le speranze di vedere completata l’infrastruttura nei tempi promessi all’inizio degli anni Duemila, quando l’opera veniva presentata come imminente. Numerose sono le criticità che negli ultimi anni hanno segnato la realizzazione dell’opera, tra cronoprogrammi disattesi, rallentamenti burocratici e costi fuori controllo. La percentuale di avanzamento resta bassa — circa il 28% dell’opera — con 46 km di gallerie scavati finora, dei quali una ventina appartengono al tunnel del Moncenisio e sono tutti sul versante francese. Le due canne complessive misurano 57 km: la maggior parte del lavoro è stata realizzata oltralpe; sul lato italiano si procede ancora con opere preparatorie e messa in sicurezza.
A fine gennaio, la Corte dei Conti europea aveva bollato il progetto della TAV con dati impietosi, evidenziando un aumento dei costi del 127% rispetto alle stime iniziali (il progetto originario degli anni Novanta prevedeva 5,2 miliardi) e un ritardo cumulato di diciotto anni nella consegna dell’opera. L’analisi, contenuta in un aggiornamento della relazione sulle grandi “infrastrutture-faro” dei trasporti UE, ha delineato un quadro di criticità condiviso da molti megaprogetti continentali, ma particolarmente problematico per il collegamento transalpino. I costi, già lievitati a 11,1 miliardi di euro in valuta 2012 (circa 14,7 miliardi a valori correnti), salgono impietosamente. Se si considerano anche le tratte nazionali di accesso, la cifra complessiva raggiunge i 25-27 miliardi, come documentato dai rapporti della Cour des Comptes francese e dai monitoraggi dell’Osservatorio Torino-Lione. Il percorso di rincari accomuna la TAV ad altri colossi infrastrutturali: tra i casi più emblematici, la Rail Baltica, che ha visto i costi quadruplicare (+291%), e il canale Senna-Nord Europa, che fa segnare un +225%.
Intanto emergono nuove criticità legate alla gestione del territorio. Lo scalo di Orbassano, inizialmente valutato come possibile base operativa, è stato dichiarato indisponibile perché vincolato ai lavori della Torino-Lione almeno fino al 2034. Una scelta che sottrae per anni un’infrastruttura strategica a funzioni ordinarie, con ricadute sull’intero sistema ferroviario locale. A complicare il quadro si aggiunge la partita industriale tra i colossi ferroviari. Con una delibera del 19 dicembre 2025, l’Autorità di Regolazione dei Trasporti ha imposto a Rete Ferroviaria Italiana di garantire alla compagnia francese SNCF l’accesso agli impianti del nodo torinese in condizioni «eque e non discriminatorie».
L’aggressione israeliano-statunitense all’Iran ha presto scatenato un conflitto su larga scala. La ritorsione iraniana si è abbattuta su tutti i Paesi del Golfo che ospitano basi USA, paralizzando il traffico aereo nella regione e lasciando decine di migliaia di cittadini italiani bloccati in Medio Oriente, tra cui anche un gruppo di 200 studenti coinvolti nel programma “L’ambasciatore del futuro”. Per gestire le richieste dei concittadini, il ministero degli Esteri ha istituito la “Task Force Golfo”, una squadra di emergenza composta da 50 persone che avrà il compito di sostenere le ambasciate e i consolati della regione. Intanto, il ministro della Difesa Guido Crosetto è rientrato in Italia, dopo essere rimasto temporaneamente intrappolato a Dubai senza che nessuno avvertisse lui e il governo italiano dell’imminente inizio di una guerra destinata a espandersi nell’intera Asia Occidentale.
La Task Force Golfo della Farnesina è stata istituita ieri, 1° marzo. In una breve intervista Tajani ha spiegato che la squadra avrà il compito di tenersi in contatto con tutte le ambasciate e i consolati della regione e di gestire le richieste degli italiani alle istituzioni rappresentative del Belpaese nella regione del Golfo e in generale nel Medio Oriente. Secondo Tajani, la situazione più «incerta» per gli italiani sarebbe negli Emirati Arabi Uniti, e specialmente ad Abu Dhabi e a Dubai. Proprio a Dubai era rimasto bloccato il ministro Crosetto, che si trovava nella metropoli finanziaria per prendere la propria famiglia e rientrare in Italia. Trovatosi improvvisamente in zona di guerra, il ministro è rimasto un giorno negli Emirati, per poi recarsi via terra a Mascate, in Oman, da dove è ripartito per l’Italia con volo militare. Ha versato sua sponte «il triplo della tariffa prevista» al Comando del 31esimo stormo di Ciampino, nel tentativo di mettere a tacere le critiche sulla sua assenza durante una delle maggiori crisi regionali degli ultimi anni. Dai banchi dell’opposizione non sono tardate ad arrivare contestazioni e battute ironiche sul fatto che il governo italiano non sapesse niente dell’attacco israeliano-statunitense che avrebbe innescato una guerra in tutto il Medio Oriente.
La Task Force risponderà allo stesso numero dell’Unità di Crisi della Farnesina, lavorando in coordinazione con essa, e smistando le migliaia di chiamate di assistenza dei cittadini italiani. Nei soli Emirati, nelle aree interessate dai bombardamenti incrociati, vivono 20mila italiani. Nella medesima Dubai sono attualmente presenti 124 studenti liceali minorenni e altri 66 maggiorenni tra studenti, docenti e personale del Wsc World Student Connection, l’associazione che ha organizzato l’uscita “L’ambasciatore del futuro”. Qui, «sono state messe a disposizione 45 camere all’Hotel Le Meridien e ulteriori 20 camere sono invece prenotate presso un hotel a Bur Dubai», spiega il ministero. «Tutti i giovani sono affidati ai propri tutor e docenti e saranno seguiti 24 ore su 24 dallo staff del Wsc». Negli Emirati è attivo anche il consolato, a cui la Farnesina ha aggiunto cinque linee di emergenza per gestire le chiamate degli italiani. «Tutto è garantito e sostenuto anche economicamente dal governo degli Emirati Arabi Uniti», ha specificato Tajani.
Non è noto quando gli italiani bloccati nella regione potranno rientrare in Italia. Pare tuttavia che lo spazio aereo per i voli civili rimarrà chiuso anche oggi. Oggi stesso, alle 15, Tajani terrà una informativa urgente sulla crisi nel Golfo davanti alle Commissioni Esteri e Difesa del Senato ed Esteri della Camera; il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, invece, ha convocato il Comitato Nazionale per l’Ordine e la Sicurezza Pubblica al Viminale.
Il capo della giunta militare del Myanmar, il generale Min Aung Hlaing, ha concesso l’amnistia a 10.162 detenuti in occasione del Giorno dei contadini, festività nazionale dedicata agli agricoltori. Tra i beneficiari figurano 7.337 persone condannate in base alla legge antiterrorismo. In un provvedimento separato, altre 12.487 persone perseguite o latitanti ai sensi della stessa normativa vedranno chiusi i procedimenti per istigazione. Non vi sono segnali di una possibile liberazione dell’ex leader Aung San Suu Kyi, deposta con il golpe del 2021 e da allora detenuta in isolamento. L’amnistia precede di due settimane la prima sessione parlamentare dopo oltre cinque anni, successiva a elezioni contestate.
Dopo i primi test condotti dal Giappone nel 2024, l’idea di utilizzare il legno per costruire satelliti sta iniziando a interessare anche la ricerca europea. L’obiettivo è duplice: limitare l’accumulo di detriti in orbita e ridurre l’impatto ambientale delle attività spaziali, soprattutto nella fase di rientro nell’atmosfera, quando i materiali tradizionali possono disperdere particelle e residui metallici.
Nel novembre 2024 il Giappone ha lanciato nello spazio LignoSat, considerato il primo satellite con struttura portante in legno. Si tratta di un piccolo cubo di circa dieci centimetri per l...
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Nel 1966 Ennio Morricone era a Marsiglia quando, improvvisamente, sentì un suono che non si aspettava. Era una normale sirena della polizia, ma, a differenza di quelle italiane, costruite su due note che si ripetono, questa era tritonale. Quel cambiamento minimo accese la sua immaginazione. Da lì nacque l’idea per una canzone fondata sullo stesso principio: tre note molto vicine tra loro, ripetute in modo ossessivo, poi un piccolo scarto di tonalità e di nuovo il ciclo che ricomincia, in un crescendo che ricorda quello di una sirena che si avvicina. Una struttura che, descritta a parole, potrebbe sembrare persino banale, ma che nella musica, grazie al genio di Morricone, si trasforma in un miracolo. Quel miracolo era Se telefonando.
Un ciclo di tre note attorno alle quali si regge un intero brano. Lo stesso principio su cui si basa, volontariamente o involontariamente, anche il pezzo scritto da un giovane cantautore napoletano che, 26 anni fa, portò sul palco di Sanremo una delle canzoni più anti-sanremesi mai ascoltate.
Siamo nel 2000. 50ª edizione del Festival. Alla conduzione, per la seconda volta consecutiva, c’è Fabio Fazio, che ha come compito principale quello di svecchiare il Festival dopo le austere gestioni di Pippo Baudo, Mike Bongiorno e Raimondo Vianello. La lista degli artisti in gara segna effettivamente un cambio di passo e la qualità delle canzoni è decisamente alta. Ci sono, tra gli altri, i Tiromancino e Riccardo Sinigallia con la bellissima Strade, Max Gazzè con Il timido ubriaco, e poi i Subsonica e Samuele Bersani con due capolavori come Tutti i miei sbagli e Replay.
Poi vabbè, c’erano pure Fabrizio Moro e un frate che suonava la chitarra elettrica e che sarebbe poi stato arrestato per truffa. Perché va bene svecchiare, ma siamo comunque a Sanremo.
Per la categoria nuove proposte c’è invece un cantante che ha portato un pezzo particolarmente strano. Alessio Bonomo, 30 anni, autore di La Croce. Una canzone decisamente fuori dai canoni anche per quella edizione del Festival, che comunque si era presa molte libertà. Il brano si apre con lo strillo di una chitarra elettrica suonata col wah. Un suono sporco e acido, che potrebbe tranquillamente arrivare da un disco di Jimi Hendrix e che infatti sembra provenire da un’altra dimensione rispetto al palco di Sanremo. È un attacco che pare quasi un errore tecnico, qualcosa che qualcuno in regia dovrebbe abbassare in fretta. E invece no: è proprio così.
A quel punto la chitarra inizia il suo riff ossessivo di tre note sul quale si regge l’intero brano. Poco dopo entra, inevitabilmente, l’orchestra. Gli archi, tuttavia, non cercano di “ripulire” quel suono, né di renderlo presentabile per la prima serata. Prima lo assecondano, poi costruiscono un crescendo che genera un vero e proprio cortocircuito: da un lato c’è la tradizione melodrammatica sanremese, dall’altro siamo quasi dalle parti dei Sonic Youth. Due stili totalmente diversi che cercano di dividere lo stesso spazio in armonia, come farebbero due coinquilini che si odiano ma che devono comunque vivere insieme perché mancano i soldi per l’affitto. In mezzo a tutto questo, immobile al centro del palco, c’è Alessio Bonomo. Che non canta. Recita. O meglio: pronuncia. La sua voce non cerca mai la melodia e non prova in alcun modo a farsi bella. Sta lì, tesa. Come il monologo di qualcuno che ha deciso di dire una cosa importante nel posto meno adatto possibile.
“E ognuno ha la sua croce, ma certe croci sono enormi”, dice nell’attacco del pezzo, e già a questo punto è chiaro che non siamo esattamente nell’universo poetico di Papaveri e papere. La canzone avanza per accumulo emotivo, come una salita continua. Parla delle croci che affliggono ognuno di noi, ma anche di come ognuno di noi sia “un falegname che costruisce nuove croci”, fino ad arrivare a chi “da questo orrendo costruire ne esce pure vincitore”. Ogni frase è un passo in più verso il cuore della canzone, che si materializza quando Bonomo lancia un urlo improvviso, evidenziato dalla musica che si blocca all’istante: “ROBA DA SPACCARGLI UN PALO IN MEZZO AGLI OCCHI!”. Sarebbe il ritornello. Sembra più una bestemmia.
Alla fine del video si sentono alcuni timidi applausi, ma è facile immaginare le espressioni perplesse del pubblico in sala. Il brano, inutile dirlo, non avrà molta fortuna. Arriverà quartultimo in classifica e non avrà, di fatto, alcuna vita commerciale. Un anno dopo, però, Alessio Bonomo pubblicherà il suo primo album, La rosa dei venti, prodotto da un altro musicista passato da quella 50ª edizione del Festival: Fausto Mesolella, chitarrista degli Avion Travel, che proprio quell’anno vinsero all’Ariston con Sentimento. Anche quello un brano totalmente fuori asse rispetto alla tradizione sanremese.
Col senno di poi, quel Sanremo del 2000 appare come un momento di equilibrio raro nella musica moderna, che poteva permettersi certe deviazioni e certi picchi di eccellenza restando comunque popolare. Intendiamoci: Sanremo, nonostante i proclami, non è mai stato lo specchio di niente. Anche oggi, nel 2026, al di là di febbraio, fuori dalla Liguria, si produce musica di ogni genere, spesso animata dal desiderio di guardare avanti e di esprimere la propria identità artistica in maniera originale. Sanremo, invece, è solamente il risultato delle scelte di qualche dirigente rincoglionito della Rai e delle case discografiche, che spingono per mettere in vetrina i loro artisti invenduti come se fossero prosciutti.
Tuttavia, se si guarda alle canzoni in gara all’Ariston negli ultimi anni, lo scarto con il passato non sembra solo stilistico, ma concettuale. Anche nel caso di quei cantanti che vorrebbero portare sul palco il proprio stile personale, bello o brutto che sia, l’azzardo creativo sembra essere stato completamente sostituito dalla ricerca della riconoscibilità immediata. Tutto deve funzionare subito, possibilmente al primo ascolto, possibilmente su TikTok. Canzoni che sembrano tutte omologate e che passano senza lasciare traccia, come sirene bitonali dirette a tutta velocità in qualche luogo dove non sta succedendo nulla di interessante. Una creazione di testi, melodie e arrangiamenti che appare più simile a una produzione industriale che a un flusso creativo personale. Basta guardare al numero degli autori necessari a comporre un singolo brano. Ci sono volute 6 persone per scrivere il pezzo che ha vinto Sanremo 2026. Una canzone, oggettivamente, davvero brutta.
La Croce di Alessio Bonomo invece, nel bene o nel male, era solo di Alessio Bonomo.
Frane e alluvioni verificatesi nello stato brasiliano di Minas Gerais hanno provocato almeno 72 vittime (65 a Juiz de Fora e 7 a Ubá). Tra le vittime si contano anche 13 bambini. La quota degli sfollati raggiunge invece le 10mila persone, costrette a lasciare la propria casa. «Aiuteremo queste persone a ricostruire la loro vita, dando loro una casa. L’unica cosa che non possiamo restituire sono le vite perdute», ha dichiarato il presidente Lula. Nelle prossime ore sono previste nuove piogge.
«Khamenei, una delle persone più malvagie della storia, è morto». Così il presidente degli Stati Uniti ha annunciato la morte della Guida Suprema iraniana Ali Khamenei, ucciso dai bombardamenti israeliano-statunitensi di ieri, 28 febbraio. La conferma della sua morte è arrivata nella notte dai media ufficiali di Teheran. Tutti i maggiori rappresentanti del Paese hanno annunciato una risposta ancora più dura contro gli Stati Uniti e Israele, che si sta realizzando in questo stesso momento, con bombardamenti in tutta la regione; intanto, studiano i prossimi passi: il Rahbar, o appunto “Guida Suprema”, è la figura più importante dell’ordinamento iraniano, e rappresenta il collante tra il potere religioso e quello politico. Con la morte di Khamenei terminano 37 anni di leadership segnati dalla repressione, dalla tessitura di alleanze interne ed estere, e dall’ascesa dei pasdaran, e si genera un vuoto di potere al vertice della catena iraniana che rende ignoto il destino del Paese nel lungo periodo.
Ali Khamenei: la carriera politica
Ali Khamenei nacque il 19 aprile 1939 a Mashdad, importante città di fede per i musulmani di culto sciita. Proveniva da una famiglia azera, in quello che risulta un Paese fortemente multietnico – l’Iran, dove la comunità azera rappresenta una consistente percentuale della popolazione. Iniziò a studiare dagli ayatollah – massimi esponenti del clero sciita – sin da ragazzo, negli anni ’50, viaggiando tra Mashdad, Najaf e Qom; proprio a Qom seguì le lezioni dell’ayatollah Ruhollah Khomeyni, ispiratore della rivoluzione islamica e primo Rahbar dell’Iran. Durante il decennio successivo, fu un fervente oppositore dello scià, e si rese protagonista di un moto di dissenso politico che gli valse sei arresti. Nel 1979, anno della rivoluzione islamica, si era ritagliato uno spazio tra le figure politiche chiave del neonato regime. Al fianco di Khomeyni fu nominato imam della preghiera del venerdì a Teheran, portando avanti una modesta carriera clericale.
I veri compiti che gli vennero affidati, tuttavia, furono quelli politici: tra il 1980 e il 1981 ricoprì il ruolo di viceministro della Difesa e di supervisore dei pasdaran– le Guardie della Rivoluzione Islamica – per volere dello stesso Khomeyni, e rappresentò il Rahbar presso l’Alto Consiglio di Difesa. Verso la fine del 1981 divenne Presidente, la massima carica esecutiva del Paese, subentrando a Muhammad Ali Rajai, assassinato da un oppositore politico; diventò così il primo esponente del clero a ricoprire tale carica. Fu riconfermato nel 1985, e lungo tutta la sua carriera da Presidente seguì da vicino la linea di Khomeyni. Il salto di qualità avvenne nel 1989, con la morte del primo Rahbar. Khomeyni aveva designato come suo successore il Grande Ayatollah Hossein-Ali Montazeri, che tuttavia cadde in disgrazia dopo avere criticato le politiche repressive del governo e il massacro degli oppositori politici. Per un breve periodo, al vertice della catena di comando si creò un vuoto di potere: nel Paese non c’era nessuna figura capace di ereditare il ruolo Khomeyni, ed emerse il nome di Khamenei.
L’ascesa a Guida Suprema
Un giovane Khamenei (a sinistra) con la prima Guida Suprema, Khomeyni.
La candidatura di Khamenei era invisa ai membri di alto rango del clero iraniano perché l’allora presidente non aveva una carica religiosa abbastanza elevata per ricoprire il ruolo di Rahbar, come richiesto dalla Costituzione iraniana: uno dei principi alla base del diritto iraniano è quello del wilayat al-Faqih, in italiano traducibile come “tutela del giurisperito”, secondo il quale in attesa del ritorno dell’imam il giurista ha la facoltà di tutelare gli interessi della comunità; in uno Stato fondato sul testo sacro, questo implica direttamente che a ricoprire la carica più elevata debba essere un religioso di alto rango e prestigio, con riconosciute capacità di interpretazione del Corano tali da venire emulato, cosa che Khamenei non era. Per permettere la sua nomina a Rahbar venne dunque portata avanti una revisione costituzionale e nel frattempo gli venne affidato l’incarico temporaneamente; questa nomina gli valse il soprannome di “ayatollah in una notte”, affibbiatogli dai suoi detrattori per schernire la sua repentina ascesa nelle gerarchie religiose.
Per bilanciare l’iniziale opposizione del clero, Khamenei tesse una fitta rete di interessi interni volta a garantirsi l’appoggio necessario a ricoprire il ruolo di Rahbar. Costituì quello che è stato definito “stato profondo dell’Iran”, un sistema di alleanze per spartire il potere nel Paese in cambio di un riconoscimento politico e religioso. A beneficiare di questo meccanismo furono i pasdaran, che iniziarono a mettere le mani nella maggior parte dei settori economici del Paese; oggi amministrano una buona fetta delle infrastrutture energetiche, dell’edilizia, oltre che parte del settore militare. Altro elemento portante dell’agenda di Khamenei fu quello di indebolire le strutture elettive del Paese, dando sempre più centralità agli organi di nomina della Guida Suprema; tale indirizzo portò a un conseguente tentativo di rinsaldare il sistema repressivo. A chiudere il cerchio, la costituzione del cosiddetto “asse della resistenza”, il sistema di alleanze con i gruppi armati esteri – come il libanese Hezbollah – che ha favorito la legittimazione interna rafforzando l’influenza e la rete di sicurezza del defunto Rahbar.
Cosa succede ora? L’ordinamento dell’Iran
Con la morte di Khamenei si crea un vuoto di potere al vertice della catena di comando iraniana. L’Articolo 11 della Costituzione prevede che «in caso di morte, dimissioni o destituzione della Guida», si formi – in attesa della nomina del suo successore – «un Consiglio composto dal Presidente, dal Capo del potere giudiziario e da uno dei giuristi del Consiglio dei Guardiani». L’ordinamento iraniano è parecchio intricato: il potere legislativo è in mano al Parlamento (il Majles) e quello esecutivo al Presidente, entrambi eletti dal popolo. Accanto a queste istituzioni vi è il Consiglio dei Guardiani, un organo collegiale non elettivo composto da 12 membri, di cui la metà nominata dal Parlamento e la metà dal Rahbar; il Consiglio dei Guardiani ha il compito di valutare che le leggi – verso cui può esercitare diritto di veto – siano conformi al diritto islamico e alla Costituzione, e passa al vaglio le candidature a Presidente. Vi è poi l’Assemblea degli Esperti, composta da 88 membri eletti a suffragio universale (con il lasciapassare del Consiglio dei Guardiani) che nominano la Guida Suprema e – almeno in teoria – vegliano sulla sua condotta; durante il suo mandato, Khamenei ha indebolito il potere di controllo di tale organismo. Al vertice di tutto vi è, appunto, la Guida Suprema.
In attesa che l’Assemblea degli Esperti nomini il prossimo Rahbar, il potere è dunque in mano al Presidente Pezeshkian, al Capo della Magistratura Gholamhossein Mohseni Ejei, e all’Ayatollah Arafi, eletto oggi come rappresentante del Consiglio dei Guardiani dal Consiglio per il Discernimento, istituzione creata per gestire le dispute tra il Parlamento e il Consiglio dei Guardiani i cui membri sono nominati dal Rahbar. L’uccisione di Khamenei solleva una incognita sul suo successore; fino al 2024 in tanti reputavano l’ex presidente Ebrahim Raisi il più probabile candidato come terza Guida Suprema, ma nel maggio dello stesso anno morì in un incidente in elicottero. L’attuale lista dei potenziali successori di Khamenei è lunga e comprende il figlio Mojtaba, da anni suo consigliere informale; ci sono poi Hassan Khomeyni, nipote del fondatore della Repubblica Islamica, e Hassan Rouhani, ex presidente e religioso moderato. A oggi, tuttavia, non vi è un nome che spicca più di un altro come potenziale nuovo Rahbar.
Nonostante l’assenza di un immediato successore, quella fitta rete di alleanze forgiata negli anni da Khamenei rende la Repubblica Islamica capace – almeno dal punto di vista puramente strutturale – di reggere il colpo della scomparsa del Rahbar. Va inoltre rilevato che Khamenei era in età avanzata e che è molto probabile che i vertici del Paese fossero già preparati alla sua morte, come del resto dichiarato dallo stesso presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf. È ancora troppo presto per provare a fare previsioni sul futuro: se da un punto di vista materiale le istituzioni dovrebbero riuscire a tenere, non è detto che ce la facciano sul piano ideologico, e che il popolo non scenda in piazza a chiedere la caduta del regime; resta inoltre da considerare il ruolo dell’esercito (l’artesh) e soprattutto dei pasdaran, che sul lungo periodo – in virtù della loro influenza – potrebbero reclamare maggiore spazio all’interno degli organi politici della Repubblica, e causare una potenziale crisi istituzionale.
RAMALLAH, CISGIORDANIA OCCUPATA – Una sirena improvvisa dal telefono, un messaggio in solo ebraico che sa di allarme. Il rombo dei jet militari che si dirigono verso l’Iran. È così che, per molti, la guerra è cominciata. Sono circa le 8.30 del mattino di sabato 28 febbraio: la Cisgiordania si stava svegliando, quando Israele e gli Stati uniti hanno dato il via all’offensiva militare che potrebbe scatenare una guerra regionale in Medio Oriente.
Il rumore degli arei militari non ha più smesso, e ha accompagnato – invadente sottofondo – tutti i palestinesi in questa prima giornata di guerra. Mentre le bombe iniziavano a cadere, e il sistema Iron Dome provava a intercettare le decine di missili iraniani creando forti esplosioni che si tramutavano in boati, la Cisgiordania è stata blindata. In nome di chissà quale “sicurezza”, l’esercito d Tel Aviv ha ristretto ancora di più i movimenti dei palestinesi nel Paese, creando forti disagi. Code infinite ai check-point, mentre molti dei circa 288 “gates”, i cancelli di metallo posti sulle strade tra le città e i paesini palestinesi, sono stati chiusi.
Ramallah e Gerico sono state blindate, ma anche a Hebron, Betlemme, Tulkarem, Nablus, Jenin, Gerusalemme gli spostamenti erano quasi impossibili. Bloccati in coda a pochi metri dal muro dell’apartheid fuori Ramallah, il suono delle sirene di Gerusalemme si sentiva forte e chiaro. Quel lamento lugubre che invita i cittadini – israeliani – a mettersi al sicuro nei bunker, si alternava all’allarme improvviso emesso dai telefoni con sim israeliane che suonavano a ogni attacco. La maggior parte dei palestinesi – con sim palestinese – guardavano invece una app che descrive tutte le aree interessate dal lancio dei missili, avvisando quando entrare e uscire dalle “zone sicure”. Che in Cisgiordania occupata, non esistono.
L’offensiva israeliana, mascherata da “attacco preventivo”, non sarà breve e i palestinesi si preparano. In molti ieri sono andati a comprare scorte di cibo, riempiendo le dispense delle case. Le incognite, sono troppe: la limitazione degli spostamenti, l’aumento dei check-point. La probabile chiusura delle frontiere. I gruppi Telegram sono una delle forme principali con la quale i palestinesi si tengono aggiornati e seguono gli eventi; guardano i video degli attacchi in Iran, le studentesse morte e la devastazione del complesso di Ali Khamenei dove la Guida Suprema dell’Iran è rimasta uccisa, ma anche i bombardamenti iraniani contro gli stati arabi in risposta, i missili intercettati e i missili che invece hanno raggiunto gli obbiettivi in tutto il Medio Oriente.
La sera, per Ramallah si vedono gruppetti di persone riunite ad osservare il cielo. Le famiglie e gli amici si riuniscono sui tetti o negli spiazzi aperti a guardare le scie infuocate causate dai missili iraniani e dal sistema di difeso israeliano che li prova a intercettare. Non c’è tristezza, anzi. Per molti i missili iraniani sono benvenuti. Mentre la guerra a Gaza continua e Israele chiude nuovamente il valico di Rafah, la Cisgiordania sta venendo serrata sempre di più in una morsa che ha il sapore dell’annessione. Nonostante la guerra, i coloni illegali non fermano i continui attacchi verso la popolazione e le incursioni dei militari continuano. I movimenti sono tuttora ristretti, e il numero dei cancelli chiusi è oggi aumentato. I missili iraniani non possono che essere visti come una flebile speranza che qualcosa cambi; e che la pressione sofferta dalla popolazione palestinese, si alleggerisca.
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