martedì 17 Marzo 2026
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Military Mobility: il piano europeo per costruire “autostrade militari”

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Il 19 novembre 2025, la Commissione Europea e l’Alto Rappresentante dell’Unione hanno adottato il Pacchetto Mobilità Militare 2025 che include una proposta di Regolamento per facilitare lo spostamento rapido di truppe, equipaggiamenti e materiali militari, limitare i tempi di autorizzazione e semplificare procedure doganali. La proposta è ora sottoposta al vaglio del Parlamento e del Consiglio dell’UE, prima di diventare definitiva e vincolante.

La military mobility è in realtà da anni una delle preoccupazioni dell’Europa: con i Piani d’azione del 2018 e del 2022, l’UE ha riconosciuto alla rete TEN-T (Reti Transeuropee dei Trasporti) una strategicità militare. Già il Regolamento 2024/1679 ha deciso di prolungare i quattro corridoi della rete TEN-T verso l’Ucraina e la Moldavia, mentre allo stesso tempo vengono ridimensionati o declassati i collegamenti con la Russia e la Bielorussia. Anche il Libro Bianco sulla prontezza della difesa europea 2030 (il cosiddetto piano Rearm Europe) del marzo 2025 conteneva l’impegno a sviluppare la mobilità militare. Insomma, ogni anno la Commissione alza il tiro, presenta la guerra contro la Russia come ineluttabile e spinge un po’ più in là l’asticella dell’escalation.

«La guerra della Russia contro l’Ucraina ha dimostrato la necessità di spostare rapidamente truppe ed equipaggiamenti militari dal punto A al punto B. Tuttavia, complesse norme in tempo di pace possono trasformare un semplice convoglio in un incubo logistico», spiega la Commissione. Contro questo “incubo” si propone il sogno di un «trasporto militare fluido e senza ostacoli, rapido e su larga scala», a partire dall’eliminazione di lacci e lacciuoli normativi.

Eliminare le barriere normative

«Le procedure di autorizzazione sono spesso complesse con tempi di approvazione lunghi. Alcuni Stati membri richiedono un preavviso di 45 giorni», è il lamento della Commissione Europea che quindi chiede massimo 3 giorni per ottenere un’autorizzazione all’export in tempi normali e una semplice notifica in tempi emergenziali.

Di più: si chiede agli Stati di rilasciare «autorizzazioni perenni» valide fino alla successiva revoca e con la possibilità di ampliare l’ambito di applicazione. Per la Commissione vanno evitati il più possibile i «controlli alle frontiere» da parte delle Dogane per i carichi di armi (già ora fatti solo a campione) in quanto «potrebbero introdurre ritardi tali da compromettere la tempestività delle operazioni di trasporto militare». L’eliminazione di controlli alla Dogana potrebbe facilitare non solo l’esportazione di materiali «autorizzati» ma anche di quelli non autorizzati, magari riesportati verso milizie criminali o eserciti genocidi, e di fatto potrebbe alimentare il mercato illegale di armi, gettando altra benzina su un mondo già in fiamme. Il tutto ovviamente porterebbe a svuotare la legge italiana 185/90 (una delle più avanzate a livello europeo).

La Commissione si impegna inoltre a semplificare le norme che regolamentano il trasporto su strada, ferrovie e aerei per le merci militari pericolose (esplosivi) e carichi eccezionali (fuori sagoma o peso), garantendo «una maggiore flessibilità nell’applicazione di restrizioni […] al fine di agevolare il trasporto militare». La libera circolazione delle armi non si limita all’ambito comunitario ma è estesa anche ai Paesi NATO non europei (incluse quindi Turchia e USA) oltre ovviamente a Ucraina e Moldavia. «Queste misure favoriranno il movimento più rapido dell’assistenza militare verso l’Ucraina, con l’obiettivo […] di preparare il Paese a una futura adesione all’UE». Una volta che l’Ucraina farà parte dell’UE, la guerra alla Russia sarà ovviamente molto più vicina.

Standard militari per lavoratori civili

La Commissione Europea chiede che il trasporto militare effettuato da operatori civili (white fleet), sia «allineato» alle norme delle forze armate (green fleet). Si punta a militarizzare non solo le infrastrutture ma anche gli stessi lavoratori, che saranno sottoposti a norme più rigide tipiche dei militari. Questo probabilmente per disintegrare e reprimere il fronte di dissenso che sta crescendo tra i lavoratori della logistica che in questi mesi hanno sempre più ostacolato il trasporto di armi, in porti, aeroporti e ferrovie. A rimarcare il concetto, casomai non fosse chiaro, si sottolinea la necessità di una cooperazione civile-militare totale, facendo riferimento all’approccio «whole-of-society»: tutta la società deve essere impegnata nello sforzo bellico, convinta e consapevole della sua bontà. Un déjà-vu della vigilia della Prima guerra mondiale. 

I costi per adeguare le infrastrutture

«Poiché i convogli militari sono spesso di grandi dimensioni e composti da veicoli sovradimensionati e sovrappeso – si legge nella proposta di Regolamento – le infrastrutture devono essere adattate a tali trasporti militari eccezionali, in particolare rafforzando e ampliando ponti e tunnel stradali e ferroviari e aumentando in modo significativo la capacità di trasporto, soprattutto nei porti e negli aeroporti». I costi ambientali di queste opere non vengono minimamente presi in considerazione, non si parla di valutazioni sull’impatto ecologico. Per quanto riguarda i costi economici, per il periodo 2021-2027, sono stati già stanziati 1,69 miliardi di euro per co-finanziare 95 progetti in tutta Europa, nei quattro corridoi prioritari. Il pacchetto di mobilità militare di novembre 2025 prevede di decuplicare il bilancio, fino a 17 miliardi di euro per la prossima tranche (2028–2034). In altri punti del documento si parla di 500 nuovi progetti individuati con un fabbisogno complessivo stimato intorno ai 100 miliardi di euro. Fino alla nuova ondata di finanziamenti, prevista alla fine del 2027, gli Stati potranno usare i fondi di coesione: gli aiuti destinati al sociale saranno quindi dirottati per esigenze belliche. I fondi potranno provenire anche da Horizon Europe, il programma dell’Unione Europea che nei prossimi bandi sosterrà «azioni a duplice uso rilevanti per la mobilità militare».

Rifornimento di combustibile

La proposta di Regolamento afferma senza giri di parole che la mobilità militare dipende dal fossile e si rammarica del «calo della domanda civile di combustibili fossili e della chiusura delle raffinerie» che «stanno creando nuovi rischi e dipendenze dalle importazioni», oltre a creare «colli di bottiglia nell’approvvigionamento energetico». Per questo «la Commissione riesaminerà il quadro sulla sicurezza energetica, inclusa la Direttiva sulle scorte petrolifere, per valutare adeguamenti relativi ai carburanti sostenibili, mitigare i rischi emergenti e rafforzare la prontezza della mobilità militare attraverso una maggiore resilienza energetica». Da Green Deal a Military Deal è stato un attimo. 

EMERS e siamo in guerra

In caso di emergenza sarà attivato il Sistema Europeo di Risposta Rafforzata per la Mobilità Militare (EMERS). Non è chiaro se sarà attivato in caso di attacco effettivo da parte di uno Stato nemico o solo in caso di una ipotetica minaccia, né come evitare i falsi allarmi. A premere il “bottone rosso” sarà il Consiglio entro 48 ore, su proposta della Commissione, di propria iniziativa o su richiesta di almeno uno Stato membro. Ove possibile, la Commissione consulterà il Gruppo per il Trasporto nella Mobilità Militare proposto nel Regolamento, coordinandosi ovviamente con la NATO. 

Quando l’EMERS sarà attivo, si applicheranno norme speciali, non serviranno autorizzazioni preventive ma solo notifiche del passaggio armi, con un preavviso ridotto. «Saranno previste deroghe in materia di tempi di guida e periodi di riposo per il trasporto militare effettuato da operatori civili». Sospese anche le regole sul cabotaggio (norme che assicurano che i camionisti non restino lontani da casa per periodi eccessivi e ricevano un trattamento equo quando operano all’estero). Tradotto: se adesso i camionisti non possono guidare più di tot ore di fila, con la procedura EMERS potranno guidare molto più a lungo e con meno riposo. Quindi esplosivi pericolosi saranno trasportati in TIR guidati da automobilisti stanchi e privati del sonno necessario. 

E ancora: «Il trasporto militare sarà esentato dalle restrizioni alla circolazione basate sulle prestazioni ambientali dei veicoli o su misure relative alla qualità dell’aria e al controllo del rumore applicate in aeroporti e porti». Con l’attivazione dello stato di emergenza ci sarà uno spostamento di truppe e ordigni improvviso e massiccio, rischiando di provocare una reazione e quindi l’escalation del conflitto.

Riconversione bellica per le imprese della logistica

Secondo la proposta di Regolamento, un gran numero di veicoli ferroviari civili può essere considerato già idoneo per operazioni di trasporto militare oppure adattabile. Le forze armate avranno l’accesso ai registri esistenti di veicoli e aeromobili e ferrovie, per poterne disporre secondo le loro esigenze. Quindi l’Italia, già fanalino di coda per  i mezzi pubblici, avrà parte dei veicoli ferroviari sottratti all’uso civile e “adattati” per il trasporto di armi, mezzi corazzati e truppe. La vita per i pendolari sarà ancora più dura. Le imprese della logistica dal canto loro segneranno nel nuovo «catalogo della mobilità militare» le proprie «offerte». Vista la crescente domanda di mobilità, la Commissione propone una riconversione delle imprese legate al mondo della logistica (da chi produce pianali per carri merci, a chi trasporta): «Sostenere l’espansione delle capacità industriali per la produzione di equipaggiamenti per la mobilità militare, nonché la formazione, riqualificazione e aggiornamento del personale». La compagnia ferroviaria tedesca DB Cargo ad esempio si è già impegnata a riservare una capacità di 343 carri pianali e due fasce orarie giornaliere per il trasporto militare. In Italia dal 2022 il servizio di trasporto di materiali e mezzi delle forze armate invece è stato affidato a Mercitalia, del gruppo FS. Mentre Leonardo ha stretto un accordo con RFI (Rete Ferroviaria Italiana) sulla military mobility con l’obiettivo di adeguare la rete ferroviaria al transito dei propri armamenti e convogli militari.

Ogni Stato membro sarà tenuto a designare un “Coordinatore Nazionale per il Trasporto Militare” e già nel 2026 saranno organizzate delle esercitazioni (stress test), «mirate a garantire il rapido movimento di assistenza militare verso l’Ucraina e i confini orientali dell’Unione», nelle quali sarà coinvolta anche la Nato.

Ferrovieri contro la guerra

Se il movimento dei portuali contro la guerra è già molto forte a livello internazionale, gli altri operatori della logistica stanno muovendo i primi passi, sostenuti dal sindacalismo di base. Si muove qualcosa nel settore aeroportuale, grazie ad alcuni lavoratori coraggiosi, mentre il settore dei camionisti è ancora abbastanza silente. In fase di veloce crescita il Collettivo Ferroviere/i contro la guerra, almeno in Italia, che da oltre un anno e mezzo si è mobilitato con bollettini e presidi. In Toscana i ferrovieri hanno manifestato insieme ai familiari della strage di Viareggio: «Con un aumento sproporzionato di transiti militari e di merci pericolose, non ci sarà più sicurezza per nessuno, né lavoratori né popolazione», spiegano.

Intanto nelle stazioni in provincia di Pisa (Tombolo e Pontedera) e di Palmanova (Udine), sono stati finanziati e già realizzati opere di allungamento dei binari per ospitare treni merci da 750 metri. Negli scali di Genova Sampierdarena-Parco Fuori Muro e di La Spezia Marittima sono in fase di attuazione due progetti europei con termine lavori previsto nel 2027, per collegare i porti liguri al corridoio TEN-T. Il finanziamento dell’Unione Europea prevede oltre 28 milioni di euro erogati a RFI per lo scalo di Genova e oltre 9 milioni per La Spezia. «Un fiume di soldi pubblici che, invece di essere utilizzati nel miglioramento della mobilità civile, nella sicurezza ferroviaria e nei contratti collettivi delle categorie del personale ferroviario (insieme a corpose e necessarie assunzioni), vengono spesi in obiettivi di morte, distruzione e miseria», commenta il collettivo dei ferrovieri contro la guerra. «La mobilitazione già in essere sui contratti deve diventare un tutt’uno con la mobilitazione antimilitarista, in quanto lo sfruttamento del lavoro alimenta la guerra. Non potranno esserci migliori condizioni di lavoro se come ferrovieri/e non spezzeremo questo binomio». 

Roma, torture nel carcere minorile: indagati 10 poliziotti

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Pestaggi e aggressioni a danni di minorenni, anche attraverso l’impiego di oggetti come sedie, bastoni ed estintori. Sono questi i fatti per cui dieci agenti della polizia penitenziaria di Roma sono finiti indagati dalla Procura a vario titolo. Le accuse precise sono di lesioni per cinque agenti, falso ideologico per altri tre e tortura per gli ultimi due; per cinque di loro, i pm hanno chiesto la sospensione dal servizio. Le vittime sono almeno tredici ragazzi tra i 15 e i 19 anni, tutti stranieri, detenuti presso il carcere minorile di Casal del Marmo. Le accuse si basano su una serie di testimonianze raccolte dagli operatori della struttura tra cui educatori, preti e suore, che sarebbero stati più volte spinti e aggrediti verbalmente dai medesimi agenti.

Secondo le indagini della Procura, gli abusi, i maltrattamenti e le torture degli agenti sui ragazzi sarebbero stati portati avanti nel periodo compreso tra febbraio e novembre del 2025. A fare scattare l’allarme sono stati gli operatori del posto, temendo per l’incolumità delle vittime: «Qui o si interviene o scappa il morto», ha detto uno dei cappellani. I medesimi operatori riportano di avere subito aggressioni fisiche e verbali e di essere stati più volte allontanati dalle scene durante le situazioni di maggiore tensione. Generalmente, questi casi sono all’ordine del giorno presso il carcere minorile di Casal del Marmo: secondo l’ultimo rapporto di Antigone, diffuso lo scorso febbraio, a fine 2024 nell’IPM romano si contavano 214 sanzioni disciplinari, 16 detenuti trasferiti per ragioni di sicurezza, 188 episodi di autolesionismo, e 17 tentati suicidi.

I racconti delle vittime degli abusi e dei testimoni sono crudi, e restituiscono quello che pare un approccio sistematicamente violento da parte degli agenti della polizia penitenziaria accusati. I ragazzi si rivolgono a loro usando appellativi come “Animale”, “Pugile”, “Sceriffo”. Le indagini sono ancora in corso, e per ora le testimonianze più dettagliate si concentrano sugli episodi di violenza, che sarebbero corroborati dai referti medici. Nelle zone non coperte dalle telecamere, gli agenti avrebbero inoltre approfittato dell’assenza di circuiti per picchiare i ragazzi – spesso servendosi di oggetti. Una delle testimonianze più significative arriva da un ragazzo di 15 anni: mentre litigava con un compagno di cella, uno dei poliziotti coinvolti gli avrebbe sferrato un pugno, spedendolo in infermeria; lì, «mi ha lanciato addosso dei libri e mi ha fatto sdraiare sul lettino, togliere i pantaloni e gli slip. Poi mi ha minacciato di tagliarmi le p***e, ha preso una forbice e l’ha avvicinata al mio testicolo destro facendomi uscire del sangue», riporta il ragazzo. Dopo l’episodio, sarebbe stato riportato in cella, dove «hanno continuato a picchiarmi con calci e pugni».

Pakistan: attaccato deposito di carburante afghano

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Il Pakistan ha bombardato il deposito di carburante della compagnia aerea privata Kam Air vicino all’aeroporto di Kandahar, in Afghanistan. A dare l’annuncio questa mattina sono le autorità talebane, che hanno anche dichiarato che il Pakistan avrebbe effettuato bombardamenti in altre zone, tra cui la capitale Kabul, dove avrebbe colpito edifici civili e ucciso cittadini afghani. Il nuovo bombardamento arriva in un momento di tensione tra i due Paesi, che hanno riacceso le reciproche ostilità il mese scorso. Da qualche giorno, tuttavia, non si segnalavano raid pakistani su Kabul e gli scontri al confine si erano attenuati.

Non solo carcere: in Canada vittime e colpevoli si incontrano e quasi nessuno torna a delinquere

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A Fort McMurray, una piccola città canadese nell’Alberta settentrionale, un programma di giustizia riparativa sta attirando l’attenzione degli esperti del sistema penale. Dal 2022, tra le 115 persone che hanno completato il percorso, solo una è tornata a commettere reati. Un dato che rafforza l’idea che un altro modo di fare giustizia sia possibile (e migliore): punire chi ha sbagliato, riconoscere e riparare il danno subito dalla vittima e, allo stesso tempo, ridurre il rischio che quella persona torni a delinquere. Con effetti positivi non solo per chi è coinvolto direttamente, ma per l’inte...

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La Russia alla Biennale e il (solito) doppio standard occidentale sui diritti umani

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Quest’anno, dopo quattro anni dalla sua esclusione, la Russia potrà nuovamente partecipare all’Esposizione internazionale d’arte della Biennale di Venezia. La scelta è arrivata dalla stessa Fondazione Biennale, ma non è andata giù ai Paesi europei: 22 ministri della Cultura europei (di cui 20 UE) hanno inviato alla Fondazione una lettera in cui la invitano a rinnovare l’esclusione della Russia e dei suoi artisti all’esposizione. Ai ministri, ha fatto eco la Commissione Europea, che ha minacciato la Fondazione di privarla dei finanziamenti comunitari se la Russia dovesse partecipare all’evento. Ministri ed esecutivo UE fanno riferimento alla «brutale» guerra in Ucraina e alle sue conseguenze su cittadini e istituzioni culturali di Kiev. Come prevedibile, tuttavia, le loro spade non si sono levate in difesa delle vite uccise e delle istituzioni culturali rase al suolo in Palestina da Israele, né tantomeno contro la campagna bellica israelo-statunitense verso l’Iran definita dalla stessa Meloni «fuori dal diritto internazionale».

I ministri europei hanno inviato la propria lettera al Presidente e al comitato direttivo della Fondazione martedì 10 marzo. A firmarla i capi di gabinetto di Austria, Belgio, Bulgaria, Croazia, Danimarca, Estonia, Finlandia, Francia, Germania, Grecia, Irlanda, Lettonia, Lituania, Lussemburgo, Paesi Bassi, Norvegia, Polonia, Portogallo, Romania, Spagna, Svezia e Ucraina. Da parte UE, insomma, mancano solo Repubblica Ceca, Cipro, Italia, Malta,  Slovacchia, Slovenia e Ungheria. Il ministro italiano Giuli, tuttavia, ha affermato che la scelta della Fondazione è arrivata contro il parere del governo e ha chiesto a Tamara Gregoretti, rappresentante del ministero nel Consiglio d’Amministrazoine della Fondazione, di lasciare il proprio posto; dall’altra parte, Salvini e l’ex governatore veneto Zaia hanno mostrato solidarietà alla Biennale così come il sindaco di Venezia Brugnaro.

Lo scontro politico, tanto internamente all’Italia, quanto a Bruxelles, è un fronte piuttosto rilevante, perché la Fondazione dipende dai finanziamenti pubblici, e la Commissione ha apertamente minacciato di chiudere i rubinetti: «La decisione della Fondazione Biennale non è compatibile con la risposta collettiva dell’UE alla brutale aggressione russa, si legge in un comunicato. Qualora la Fondazione Biennale dovesse procedere con la sua decisione di consentire la partecipazione della Russia, valuteremo ulteriori azioni, tra cui la sospensione o la cessazione del finanziamento UE in corso alla Fondazione Biennale». Si parla, riporta l’agenzia di stampa internazionale Reuters, di due milioni di euro di fondi.

Se la partecipazione della Russia alla Biennale ha scatenato una reazione dura da parte dell’Europa, non si può dire lo stesso di quella israeliana e statunitense. Eppure, i motivi per cui la Federazione era stata esclusa, si potrebbero applicare anche a Washington e Tel Aviv; il 2 marzo 2022, la Fondazione Biennale scriveva: «La Biennale di Venezia intende manifestare il suo pieno sostegno a tutto il popolo ucraino e ai suoi artisti, insieme alla ferma condanna dell’inaccettabile aggressione militare messa in atto dalla Russia». La Biennale, aggiungeva, «rifiuta peraltro – finché permane tale situazione – ogni forma di collaborazione con chi ha attuato o sostiene un atto di aggressione di inaudita gravità, e non accetterà pertanto la presenza alle proprie manifestazioni di delegazioni ufficiali, istituzioni e personalità a qualunque titolo legate al governo russo».

La Commissione parla di «guerra di aggressione illegale della Russia contro l’Ucraina» e sostiene che «la cultura promuove e tutela i valori democratici, incoraggia il dialogo aperto, la diversità e la libertà di espressione e non dovrebbe mai essere utilizzata come piattaforma per la propaganda». La lettera dei ministri alla Fondazione rimarca il ruolo «morale» della cultura nella promozione dei valori della libertà e della dignità umana, fa riferimento alla aggressione in corso e alle sue «devastanti conseguenze umane e culturali», e parla della «distruzione sistematica della vita e del patrimonio culturale dell’Ucraina». Secondo le autorità ucraine, la Russia avrebbe distrutto 1.685 siti di patrimonio culturale mentre 2.483 infrastrutture culturali sarebbero state distrutte o danneggiate.

La attuale guerra israelo-statunitense è stata descritta da molti come fuori dal perimetro internazionale. L’attacco di sabato 28 marzo è stato scagliato su iniziativa di Washington e Tel Aviv e il conflitto che ne è scaturito ha portato, tra Libano e Iran, a circa 4 milioni di sfollati, e all’uccisione di oltre 1700 persone, di cui circa 180 bambine di una scuola elementare. Tra i luoghi colpiti dalle bombe israelo-statunitensi, oltre ad abitazioni e scuole, anche luoghi di rilevanza storica e culturale, siti UNESCO e luoghi di culto. In Libano è stato ucciso un prete cristiano. Negli ultimi due anni nella Striscia di Gaza, un’area grande meno della metà della sola Kiev, Israele ha ucciso direttamente oltre 70mila persone, e distrutto il 78% di tutti gli edifici, tra cui sul piano culturale si annoverano 14 siti religiosi, 122 edifici di interesse storico e artistico, 3 depositi di beni culturali mobili, 9 monumenti, 1 museo e 8 siti archeologici. Tel Aviv è accusata di avere condotto un genocidio davanti alla Corte Internazionale di Giustizia e una delle sue massime autorità quale stesso premier Netanyahu è ricercata dalla Corte Penale Internazionale per crimini contro l’umanità. Nonostante le continue richieste della società civile, la Biennale di Venezia non ha mai preso in considerazione di escludere Israele e artisti israeliani dalla mostra internazionale. Nemmeno le autorità politiche di Bruxelles hanno mai rilasciato una dichiarazione a riguardo, a testimonianza del doppio standard politico delle istituzioni europee.

“I presidenti al fronte per primi”: la legge Cantona che smonta i guerrafondai

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Eric Cantona

Ci sono momenti in cui basta una sola frase per mettere in ginocchio l’ipocrisia di un’intera epoca. Eric Cantona, 59 anni, francese, ex genio del pallone e da tempo intellettuale scomodo, l’ha trovata. Ospite del programma televisivo francese Clique, sul canale Canal+, per presentare il suo nuovo album Perfect Imperfection, il Re dello United ha abbandonato il copione e ha parlato di guerra, quella scatenata in Iran dagli attacchi di Stati Uniti e Israele e che rimbalza ogni giorno sui nostri schermi con tutto il peso di esseri umani ammazzati che non riusciamo nemmeno più a contare.

La sua proposta è di un’elementarità quasi feroce, una legge internazionale che stabilisca un principio chiaro: se un presidente decide di fare la guerra, deve essere il primo ad andare al fronte. Prima lui. Prima i potenti. Prima chi firma gli ordini dagli uffici climatizzati. E soltanto dopo, eventualmente, i figli degli altri.

Il ragionamento è impietoso nel suo buon senso. «Stanno in uffici lunghi venticinque metri», ha detto Cantona rivolgendosi al presentatore Mouloud Achour, «e poi mandano a morire ragazzi di diciotto anni». Non c’è ideologia in queste parole, non c’è una bandiera da sventolare. C’è qualcosa di più elementare e perciò più devastante: la constatazione che chi decide le guerre non le subisce mai. Che l’ordine di attaccare viene firmato da mani che non scaveranno mai una trincea. Che dall’altra parte – e qui Cantona abbassa la voce – spesso non ci sono nemmeno soldati, ma bambini, civili, innocenti senza nome e senza colpa.

La conclusione logica della sua proposta è altrettanto diretta: se i presidenti sapessero di dover combattere in prima persona i conflitti che scatenano, di guerre se ne farebbero pochissime. «Perché di coraggiosi», taglia corto l’ex numero 7 dei Red Devils, «non ce ne sono molti». È un j’accuse senza appello, tanto più tagliente perché privo di retorica.

Il riferimento a Trump e Netanyahu è implicito ma trasparente. I due presidenti non vengono mai nominati, ma è come se fossero lì, ingombranti, al centro di ogni parola. Cantona descrive esattamente il profilo di chi decide la sorte del mondo dalla distanza siderale di un palazzo, delegando a giovani senza esperienza il compito di eseguire volontà che non hanno scelto. E poi, in un passaggio che colpisce per la sua lucidità, evoca il presidente colombiano Gustavo Petro: ex guerrigliero, oggi capo di Stato, un uomo che conosce il suono delle armi non dai dispacci militari ma dalla propria pelle. Un leader che dice di voler la pace, ma che ha dichiarato di essere pronto a riprendere le armi qualora il suo paese fosse minacciato. Un profilo che — suggerisce Cantona — merita almeno rispetto, perché chi ha già rischiato la vita in prima persona sa esattamente cosa sta chiedendo agli altri.

Poi arriva la dichiarazione più personale, quella che chiude ogni discussione. «Nessuno dei miei figli andrà in guerra. Zero. Per fare cosa? Per chi? Per quale motivo?». E sul Milite Ignoto — simbolo dei caduti in tutti i paesi del mondo — Cantona riserva una lettura spietata: quella tomba senza nome, dice, serve solo a spingere altri ad andare a morire, aprendo una crepa nella narrazione eroica con cui ogni generazione dovrebbe considerare il sacrificio bellico come inevitabile, quasi dovuto.

Non è la prima volta che Cantona accende polemiche che vanno ben oltre il rettangolo di gioco. In passato aveva chiesto l’esclusione di Israele da tutte le competizioni sportive internazionali, definendo il calcio non semplicemente uno sport ma uno strumento culturale e politico — un soft power — che può e deve essere sospeso quando uno Stato viola le regole fondamentali della convivenza umana. Posizioni scomode, divisive, che si possono condividere o contestare, ma che hanno il pregio di essere dette ad alta voce da qualcuno che potrebbe tranquillamente tacere.

Perché Cantona non ha più nulla da dimostrare. Ha vinto tutto nel calcio, ha costruito una seconda vita come attore e musicista, può permettersi il lusso del silenzio. Invece parla. E la sua “legge” — mandiamo i leader in trincea prima dei loro sudditi — è una di quelle idee che, una volta pronunciate, è difficile smettere di sentire risuonare. Perché sono vere. Perché sono semplici. Perché fotografano con precisione chirurgica la distanza abissale che separa chi ordina da chi obbedisce, tra chi sopravvive da chi muore. Di uomini disposti a dirlo così, senza filtri e senza paura, ce ne sono sempre meno. Forse è per questo che quando parla Eric Cantona, vale ancora la pena ascoltarlo.

Riaperta dopo 6 anni la tratta Pechino-Pyongyang

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Oggi da Pechino è partito il primo treno per la capitale nordcoreana Pyongyang dopo sei anni dall’ultimo viaggio. Il treno arriverà domani mattina in Nord Corea dopo un viaggio di oltre 24 ore. Il servizio era stato sospeso dopo lo scoppio della pandemia di COVID-19 nel 2020, e da allora non era mai stato riaperto. Assieme a esso, sono stati riattivati anche i voli da Dandong, nel nordest della Cina, alla stessa Pyongyang, anch’essi interrotti dal 2020.

Casi clinici inventati per 25 anni: lo scandalo che scuote la ricerca medica e scientifica

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ricerca scientifica case report inventati

La medicina e la ricerca scientifica si fondano su dati, osservazioni e casi reali. Ma cosa succede quando una parte di quella letteratura si rivela, semplicemente, inventata? È quello che è emerso nelle scorse settimane in una polemica che coinvolge la rivista scientifica Paediatrics & Child Health, pubblicazione ufficiale della Canadian Paediatric Society edita dalla Oxford University Press. Dopo oltre due decenni di pubblicazioni, la rivista ha infatti dovuto correggere 138 articoli scientifici pubblicati dal 2000 in poi, aggiungendo un avviso che cambia radicalmente la loro natura: i casi clinici descritti non erano reali, ma fittizi.

Per anni quei lavori erano stati letti, citati e utilizzati nella letteratura scientifica come normali osservazioni cliniche. Solo oggi i lettori scoprono che si trattava di esempi costruiti come strumenti didattici.

Cosa sono i case report e perché sono importanti

Per comprendere la portata della vicenda occorre partire da un punto fondamentale: che cos’è un case report. Nella letteratura medica e scientifica, un case report è la descrizione dettagliata di un singolo caso clinico osservato nella pratica. Può trattarsi di una malattia rara, di una reazione inattesa a un farmaco, di una nuova combinazione di sintomi o di una complicazione imprevista. Non sono studi statistici su grandi popolazioni, ma hanno comunque un ruolo cruciale nella medicina. Spesso sono proprio i case report a segnalare per primi fenomeni che poi diventano oggetto di ricerche più ampie: nuove patologie, effetti collaterali o rischi farmacologici. Per questo motivo, anche se hanno un livello di evidenza scientifica più basso rispetto agli studi clinici controllati, vengono pubblicati su riviste peer-reviewed – e cioè con articoli scientifici valutati e revisionati da altri esperti indipendenti dello stesso settore prima di essere pubblicati – e entrano a far parte del patrimonio della letteratura scientifica.

Il caso “Baby boy blue”

La questione è emersa dopo un’inchiesta del New Yorker, che ha riportato l’attenzione su uno dei case report pubblicati dalla rivista nel 2010. Il lavoro, intitolato “Baby boy blue”, descriveva un neonato che avrebbe mostrato segni di esposizione agli oppioidi attraverso il latte materno mentre la madre assumeva paracetamolo con codeina. Nel corso dell’inchiesta uno dei coautori ha ammesso che il caso era stato inventato. Da lì la decisione della rivista di intervenire retroattivamente su tutta la serie di articoli legati al Canadian Paediatric Surveillance Program (CPSP).

«Alla luce dell’articolo del New Yorker, abbiamo deciso di aggiungere un avviso di correzione a tutte le 138 pubblicazioni per chiarire che i casi sono fittizi», ha spiegato Joan Robinson, direttrice della rivista. In futuro, ha aggiunto, gli articoli specificheranno esplicitamente nel testo che il caso descritto è inventato.

Il problema è che per oltre vent’anni questo non era stato chiarito. Gli articoli seguivano infatti la struttura classica di un case report: una descrizione clinica iniziale, seguita da una sezione di “learning points” con dati e osservazioni epidemiologiche. Nulla indicava che si trattasse di scenari ipotetici.

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Le critiche del mondo scientifico

La vicenda ha suscitato forti reazioni nel mondo accademico. Il farmacologo e clinico David Juurlink, professore all’Università di Toronto, ha sottolineato che la scelta di limitarsi a una correzione editoriale non sarebbe sufficiente, perché almeno alcuni di questi articoli dovrebbero essere ritirati completamente: un caso inventato pubblicato come osservazione clinica, ha detto, finisce per assomigliare a una vera e propria fabbricazione scientifica. Altro parere riportato da Retraction Watch, testata online specializzata nel monitoraggio dell’integrità scientifica, è quello di George Lundberg, ex direttore della rivista JAMA: i lettori di una rivista medica peer-reviewed, ha ricordato, «hanno il diritto assoluto di credere che ciò che leggono sia accurato e fattuale, salvo indicazioni esplicite contrarie».

«La ricerca scientifica in generale clinica o laboratoristica che sia, ha una serie di problemi enormi e ci sono quotidianamente casi che richiedono attenzione, ma qui la questione centrale è la correttezza, trasparenza, e integrità della rivista medica», spiega a L’Indipendente Marco Cosentino, professore di Farmacologia dell’Università degli Studi dell’Insubria a Varese e direttore del centro di ricerche in Farmacologia Medica. «Hanno ritenuto di suscitare maggior interesse nel lettore pubblicando casi fittizi. È una cosa che ci può stare, se parliamo di didattica e formazione di medicina, però bisogna dire chiaramente che si tratta di una simulazione». Un esempio: la facoltà di medicina di Varese sta investendo molti soldi per acquistare un software che integra una sorta di paziente virtuale in grado di simulare dal punto di vista clinico tutta una serie di patologie differenti, cosa ritenuta utile per fare esercitare gli studenti. «Il caso clinico inventato, o, in maniera più elegante, simulato, fa parte della metodologia didattica, ma deve essere esplicito».

Sulla possibilità di ritirare definitivamente gli studi, spiega: «Cosa vuol dire specificare successivamente che i casi erano fittizi? Si potrebbe fare una modifica ai testi online, ma per quelli pubblicati solo su cartaceo il problema come si risolve? E poi, se riflettiamo sul caso dello studio della codeina, ci accorgiamo che questi stessi studi sono stati presi come riferimento e utilizzati in altre pubblicazioni. C’è addirittura un meta-studio in proposito pubblicato su Nature che fa vedere come, a distanza di anni, studi poi ritirati e studi invece completamente genuini, vengono letti e soprattutto citati esattamente nella stessa misura. Il sistema non ha una capacità intrinseca di autocorreggersi, e quindi rimane il problema, a distanza di tempo e spazio, di aver immesso nel sistema uno studio fallato, con conseguenze difficili da prevedere». Inoltre resta aperto il dubbio su quanti altri studi fallati siano presenti in letteratura. «Il dubbio fa parte della maniera in cui ci si dovrebbe approcciare alla ricerca, includendo il cosiddetto scetticismo sistematico, che significa coltivare in maniera razionale e costruttiva l’approccio del dubbio. Altra cosa è quando l’impianto complessivo della ricerca perde di credibilità: diventa un problema enorme», conclude Cosentino.

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Una lezione sulla trasparenza

La rivista ha spiegato che i casi erano stati resi fittizi per proteggere la privacy dei pazienti. Molti riguardavano condizioni ben note — come sifilide congenita o sindrome feto-alcolica — per le quali descrivere un singolo paziente reale avrebbe aggiunto poco alla conoscenza scientifica. Per questo gli autori costruivano esempi clinici plausibili, basati su dati epidemiologici e sull’esperienza medica, utilizzandoli come strumenti didattici per illustrare sintomi, diagnosi e possibili complicazioni.

Eppure, proprio per questo, la trasparenza avrebbe dovuto essere ancora maggiore. La scienza non è immune da errori, anzi: spesso è proprio a partire dagli errori che si costruiscono le nuove scoperte. Ma la sua forza sta nella capacità di correggersi pubblicamente. Quando però un racconto inventato circola per anni nella letteratura scientifica senza essere identificato come tale, il problema non riguarda solo un articolo o una rivista: riguarda la fiducia nel sistema stesso della conoscenza scientifica.

Perché nella medicina, più che in qualsiasi altro campo, una storia clinica non è mai solo una storia: è un dato, una prova, un tassello che contribuisce a costruire ciò che medici e ricercatori credono sia vero. E quando quel tassello si rivela immaginario, la domanda diventa inevitabile: quanti altri lo sono senza che ce ne siamo accorti?

Caso Epstein: i Mandelson Files sbugiardano Starmer e fanno tremare Downing Street

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L’eco dello scandalo Epstein continua a scuotere la politica britannica e ora rischia di travolgere direttamente il premier Keir Starmer. I documenti governativi appena pubblicati raccontano una storia che incrina la versione ufficiale di Downing Street: il primo ministro era a conoscenza dei legami tra Lord Peter Mandelson, figura centrale dei Laburisti e storico stratega dei governi guidati da Tony Blair e Gordon Brown, e Jeffrey Epstein, eppure lo ha comunque nominato ambasciatore negli Stati Uniti. Il 24 febbraio scorso, Mandelson è stato arrestato e poi rilasciato su cauzione con l’accusa di aver condiviso quando era ministro segreti governativi con il finanziere condannato per crimini sessuali. Avvertimenti chiari sul “rischio reputazionale generale” circolavano tra i funzionari governativi già prima della designazione del dicembre 2024, ma furono ignorati.

Ora, la prima tranche dei cosiddetti Mandelson Files147 pagine di una massa di informazioni che si ritiene ammontino a centinaia di migliaia – mostra un processo di nomina giudicato in modo “stranamente affrettato”, come ammesso dal suo stesso consigliere alla sicurezza nazionale, Jonathan Powell, e una catena di responsabilità politiche che potrebbe minare la stessa leadership di Starmer. Le carte rese pubbliche dal governo britannico rappresentano solo una parte del materiale disponibile, ma già delineano un quadro politicamente esplosivo. Dai documenti, che sbugiardano Starmer, si evince che il premier era stato informato dei rapporti tra Mandelson ed Epstein, amicizia che sarebbe proseguita fino almeno al 2011, “dopo la prima condanna di Epstein nel 2008 per aver procurato una minorenne”. In un altro passaggio si scopre che “Mandelson soggiornò nella casa di Epstein mentre quest’ultimo era in carcere nel giugno 2009.”

Già dagli Epstein Files desecretati il 30 gennaio, erano emerse e-mail, incontri privati e scambi che avrebbero coinvolto anche dossier politici ed economici sensibili. Secondo gli investigatori, Epstein considerava Mandelson una fonte privilegiata di informazioni sulla politica britannica ed europea. Alcune comunicazioni suggeriscono che il Lord abbia condiviso con il finanziere valutazioni su strategie economiche e dinamiche governative nel delicato periodo successivo alla crisi del 2008. Gli atti indicano, inoltre, pagamenti per circa 75.000 dollari tra il 2003 e il 2004 su conti collegati a Mandelson o al marito Reinaldo Avila da Silva. Il politico ha sempre negato qualsiasi scambio improprio, ma i trasferimenti e le e-mail – che includono perfino richieste di consigli per acquistare un appartamento in Brasile – hanno condotto a un’inchiesta penale.

Nonostante ciò, il premier britannico avrebbe proseguito nel processo di nomina dell’ex eminenza grigia del New Labour come ambasciatore a Washington. La difesa di Starmer si è concentrata sull’idea di essere stato ingannato. Il premier ha sostenuto che Mandelson avrebbe “mentito” sui rapporti con Epstein, dando l’impressione di “conoscere a stento” il finanziere. Nei documenti pubblicati non emergono, però, prove evidenti che il Lord abbia effettivamente fornito dichiarazioni false durante i controlli preliminari. Le verifiche interne avevano posto tre domande chiave: sui contatti con Epstein dopo la sua condanna, sui soggiorni nelle proprietà del finanziere e sui legami con la fondazione di Ghislaine Maxwell. Secondo il capo della comunicazione di Downing Street, le risposte fornite erano state considerate “soddisfacenti”.

La rivelazione ha scatenato una tempesta politica a Westminster. Il caso è esploso durante il dibattito alla Camera dei Comuni, dove il ministro Darren Jones ha ammesso che Mandelson “non avrebbe mai dovuto ricevere l’incarico” e ha definito “inaccettabile” la buonuscita richiesta dall’ex ambasciatore dopo la sua rimozione. Mandelson, richiamato nel settembre 2025 dopo appena nove mesi di mandato, aveva infatti chiesto una liquidazione da 547.000 sterline. Il Tesoro ha poi ridotto la cifra a 75.00 sterline, ma la polemica non si è placata. Per le opposizioni si tratta comunque di uno scandalo e di un insulto alle vittime di Epstein. La leader conservatrice Kemi Badenoch ha definito “scioccante” la capacità di giudizio del premier. I Liberal Democratici hanno chiesto che la somma venga devoluta in beneficenza, mentre il leader dei Verdi Zack Polanski ha invocato apertamente le dimissioni di Starmer. Le ombre si allungano anche oltre il governo attuale. Un documento conservato nei National Archives britannici attesterebbe un incontro del 2002 a Downing Street tra Tony Blair ed Epstein, “facilitato da Mandelson”, presentato all’epoca come “amico di Bill Clinton”.

Intanto, nuovi documenti potrebbero essere pubblicati nelle prossime settimane. Se le rivelazioni dovessero confermare la piena consapevolezza di Downing Street sui legami tra Mandelson ed Epstein, lo scandalo rischia di trasformarsi in una crisi istituzionale senza precedenti: quella che molti osservatori definiscono già la più grave vicenda politica britannica del dopoguerra.

La programmazione via intelligenza artificiale sta causando problemi ad Amazon

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Amazon sta attraversando una fase segnata da ripetuti problemi nell’erogazione dei propri servizi: sia il celebre portale di e‑commerce sia la proficua Amazon Web Services (AWS), la divisione del gruppo dedicata al cloud, hanno subito blackout prolungati che hanno inciso in modo significativo su ricavi e reputazione. Sebbene l’azienda non abbia fornito spiegazioni dettagliate e trasparenti sulle cause dei disservizi, diverse indiscrezioni suggeriscono un possibile legame con modifiche ai sistemi introdotte attraverso strumenti di intelligenza artificiale. Il fatto che Amazon abbia convocato i suoi ingegneri senior per un incontro interno dedicato proprio alle criticità generate dai processi “assistiti dall’IA generativa” sembra rafforzare questa ipotesi.

Negli ultimi mesi AWS ha registrato diverse interruzioni di servizio, almeno due delle quali sono state ricondotte dal Financial Times all’impiego di Kiro, uno strumento “agentico” sviluppato internamente all’azienda e introdotto lo scorso luglio per accelerare il passaggio “dal concept alla produzione” in ambito software. Secondo le testimonianze raccolte dalla testata, alcuni tecnici avrebbero delegato all’intelligenza artificiale la risoluzione autonoma di problemi operativi, con esiti che hanno raggiunto picchi disastrosi. In un caso, Kiro avrebbe addirittura “cancellato e ricreato” la stessa sezione di sistema che era stata chiamata a correggere, provocando un blackout di 13 ore.

Amazon Shopping non se la passa affatto meglio. In questo caso, i disservizi sono stati attribuiti all’impiego di Q, assistente di IA sviluppato per supportare la programmazione. Secondo una nota interna intercettata da Bloomberg, il vicepresidente senior dei servizi e‑commerce, Dave Treadwell, avrebbe denunciato una “tendenza agli incidenti” protratta per settimane e con effetti su larga scala. Gli errori generati dall’intelligenza artificiale hanno portato alla mancata registrazione di oltre sei milioni di ordini, costringendo l’azienda a introdurre una policy d’emergenza: per 90 giorni, ogni modifica al codice critico dovrà essere supervisionata da due ingegneri distinti prima dell’implementazione.

Secondo un ennesimo report del Financial Times, di fronte a questi disservizi, Amazon ha organizzato un incontro martedì 10 marzo con i suoi ingegneri d’alto profilo al fine di analizzare le cause alla radice dei problemi. “Come probabilmente sapete, la disponibilità del sito e delle infrastrutture non è stata buona ultimamente”, ha dichiarato Treadwell allo staff, attribuendo la situazione alle “modifiche assistite dall’intelligenza artificiale generativa”. Nello specifico, la criticità identificata consiste nel fatto che “non sono ancora consolidate delle pratiche di buon utilizzo e di salvaguardia delle nuove GenAI”. In altre parole, l’introduzione delle tecnologie di IA non è stata accompagnata da linee guida operative adeguate, lasciando i tecnici a procedere in modo disomogeneo e spesso improvvisato.

Amazon ha precisato che il problema non riguarda il grado di autonomia delle IA, ma la necessità di rafforzare il “controllo degli accessi da parte degli utenti”. Nessun cambio di rotta, dunque: l’intelligenza artificiale generativa continuerà a essere utilizzata, ma sarà sottoposta a una supervisione molto più rigorosa. In particolare, gli sviluppatori junior dovranno attendere l’approvazione dei superiori prima di poter eseguire qualunque intervento assistito dall’IA. Un approccio sensato e sano che andrebbe sempre applicato per strumenti di questo tipo, ma che rischia di vanificare la presunta convenienza offerta dalla GenAI. Il tempo risparmiato nella programmazione potrebbe infatti trasformarsi in ore dedicate alla verifica incrociata e ai passaggi autorizzativi.