giovedì 12 Febbraio 2026
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Ex Ilva, Commissione UE dà l’ok al prestito ponte

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L’importo del prestito di salvataggio per le acciaierie dell’ex ILVA pensato dal governo «è proporzionato, in quanto limitato al previsto deficit di liquidità e strettamente limitato ai normali costi operativi». Lo ha stabilito la Commissione Europea, dando il via libera all’erogazione del prestito ponte da 390 milioni di euro previsto dal piano dell’esecutivo sull’azienda. Tale somma serve a garantire l’operatività dell’azienda, a finanziare i costi operativi correnti, e a coprirne il fabbisogno di liquidità prima del termine della gara d’appalto per la sua vendita attualmente in corso. Intanto, da Taranto arriva notizia che a breve dovrebbero ripartire i lavori presso l’altoforno 2, chiuso dal 2024.

In Europa si moltiplicano i casi di licenziamento a causa degli Epstein Files

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La eco del caso Epstein sta investendo tutta Europa, facendo moltiplicare i casi di licenziamento e dimissioni di politici e diplomatici. Una delle notizie più fresche riguarda la Norvegia, dove alle pubbliche scuse della principessa ereditaria Mette-Marit per la sua lunga corrispondenza con il finanziere è seguita la rimozione di Mona Juul, ambasciatrice in Giordania e Iraq. Tuttavia, il Paese dove le 3 milioni di pagine di documenti recentemente rilasciate stanno avendo maggiore effetto è il Regno Unito, dove i membri del personale ristretto del premier Starmer stanno lasciando il proprio incarico uno dopo l’altro: centrale a Londra è il caso di Peter Mandelson, ormai ex ambasciatore negli Stati Uniti coinvolto in un presunto caso di spionaggio che sta facendo traballare il governo. Dimissioni e licenziamenti sono arrivati anche in Svezia, in Slovacchia e in Francia, dove il nome più importante a venire diffuso è quello dell’ex ministro della cultura e dell’educazione Jack Lang.

Le defezioni nel personale diplomatico, politico e di gabinetto di tutta Europa a causa del caso Epstein stanno aumentando sempre di più. Domenica 8 febbraio, in Norvegia, è stata rimossa Mona Juul, diplomatica e moglie dell’ex collega Terje Rod-Larsen, noto per il suo ruolo di spicco nella stesura degli Accordi di Oslo tra Israele e Palestina. Juul è stata licenziata per i suoi stretti rapporti con Epstein, ma i media norvegesi vanno più affondo nella questione: secondo una notizia uscita sui giornali locali, poco prima di morire, Epstein avrebbe lasciato in eredità 10 milioni di euro ai figli di Juul e del marito; i quotidiani riportano la notizia senza rimandare alla fonte primaria. Spostandosi appena a est, in Svezia, si è dimessa Joanna Rubinstein, presidente della sezione svedese dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati. L’annuncio è arrivato dopo che è emersa una sua visita presso l’isola di Epstein condita da apprezzamenti sul posto; Rubinstein ha visitato l’isola nel 2012, 4 anni dopo la prima condanna al defunto finanziere pedofilo.

Una delle figure politiche più di spicco a lasciare il proprio incarico è Miroslav Lajčák, consigliere per la sicurezza nazionale della Slovacchia già ministro degli Esteri, ex Presidente dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, ed ex Alto Rappresentante per la Bosnia ed Erzegovina. Nel suo caso, a fare scandalo è stato uno scambio di messaggi con Epstein risalente al 2018 in cui il politico rilascia commenti su delle donne ignote con il finanziere; nella breve conversazione viene menzionato anche un incontro che l’allora ministro degli Esteri slovacco avrebbe dovuto tenere di lì a breve con il proprio omologo russo Lavrov; a questo scambio, si aggiunge una mail risalente al 2017 in cui Lajčák chiede a Epstein di dare una mano a un’amica nella promozione di un film.

Uno dei Paesi più importanti in cui le figure della politica interna sono state travolte dal caso Epstein è la Francia. Qui, Jack Lang, ex ministro della cultura e dell’educazione francese sotto la presidenza François Mitterrand si è dimesso dall’Institut du Monde Arabe, dopo che la procura francese ha aperto un’indagine su di lui e sua figlia Caroline per presunto riciclaggio aggravato di frode fiscale. Il sito di informazione francese Mediapart aveva precedentemente rilasciato un articolo in cui indagava sui presunti legami finanziari e commerciali tra la famiglia Lang e Jeffrey Epstein, menzionando la fondazione di una società offshore con sede nelle Isole Vergini americane, una delle quali proprio di proprietà di Epstein. Il medesimo sito riporta che Caroline Lang avrebbe dovuto ereditare una somma di 5 milioni di euro dal finanziere; L’Indipendente non è riuscito a verificare tali informazioni.

Il vero terremoto istituzionale, tuttavia, si è verificato nel Regno Unito. Qui, a parte il noto caso del Principe Andrea, accusato di reati sessuali, la destabilizzazione interna è stata innestata dal coinvolgimento di Peter Mandelson, ormai ex ambasciatore britannico negli USA. Il nome di Mandelson, figura storica del partito laburista, era già uscito fuori lo scorso settembre, quando – spiegano i media britannici – la prima tornata di mail pubblicate aveva mostrato che il diplomatico aveva mantenuto i suoi rapporti con Epstein anche dopo la condanna nel 2008. In quel periodo era stato rimosso dal suo incarico, e con il suo licenziamento erano arrivate anche le dimissioni di alcuni degli uomini dell’entourage di Starmer. Con la pubblicazione dei nuovi documenti, la procura londinese ha lanciato una indagine penale, secondo la quale Mandelson avrebbe condiviso informazioni sensibili con Epstein mentre ricopriva il ruolo di ministro per gli affari del governo nel 2009. Gli stessi media britannici riportano che il diplomatico e suo marito, Reinaldo Avila da Silva, avrebbero ricevuto trasferimenti di denaro per almeno 75.000 dollari. Domenica, il caso Mandelson ha costretto Morgan McSweeney, capo gabinetto del premier Starmer che aveva spinto per la sua nomina, a rassegnare le dimissioni; ieri, un altro abbandono, quello di Tim Allan, capo della comunicazione di Starmer. In seguito allo scandalo, il partito laburista scozzese ha chiesto le dimissioni di Starmer, che tuttavia ha trovato l’appoggio del gabinetto, riuscendo a tenere botta. 

Stop alla distruzione degli abiti invenduti: l’Europa vieta lo spreco della fast fashion

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fast fashion

L’Europa prova a mettere fine a una delle pratiche più controverse dell’industria della moda: la distruzione sistematica degli invenduti. Dal 2026 le grandi aziende non potranno più smaltire vestiti e scarpe mai indossati, una misura che segna un cambio di rotta nelle politiche ambientali europee e nel modello produttivo del settore tessile.
La decisione arriva con l’adozione di nuove norme nell’ambito del regolamento europeo sull’ecodesign dei prodotti sostenibili. L’obiettivo è ridurre gli sprechi, abbattere l’impatto ambientale e spingere le imprese verso modelli circolari, in cui gli inven...

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Ministero dell’Economia: alto dirigente indagato per insider trading

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Stefano Di Stefano, alto dirigente del ministero dell’Economia e consigliere di amministrazione di Monte dei Paschi di Siena è indagato dalla procura di Milano per insider trading. Di preciso, Di Stefano è accusato di avere acquistato azioni di Mediobanca e di MPS per circa 100mila euro quando era ancora in corso l’operazione con cui MPS ha acquistato Mediobanca, utilizzando dunque le informazioni in suo possesso per speculare. L’accusa è stata formulata dopo che la Guardia di Finanza ha sequestrato il telefono di Di Stefano lo scorso novembre nell’ambito dell’inchiesta sull’acquisto di Mediobanca da parte di MPS, in cui il dirigente non era inizialmente coinvolto.

Case sfitte, biglietti invenduti: è scoppiata la bolla dei prezzi olimpici

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Dopo picchi di prezzi da decine di migliaia di euro, la bolla dei costi degli alloggi per le Olimpiadi sembra definitivamente scoppiata. Nei mesi che hanno preceduto i giochi olimpici, in tanti hanno provato a scommettere sulla manifestazione gonfiando i prezzi a dismisura: secondo le ultime rilevazioni, a gennaio 2026 i prezzi medi degli affitti e degli alberghi nelle località interessate dagli eventi sono calati del 30%, con picchi negativi a Cortina, dove sono crollati del 75%. Complice, con ogni probabilità, il mancato raggiungimento delle aspettative nel flusso turistico: molti dei biglietti sono rimasti invenduti, mentre in località come Milano, il numero di case occupate destinate ad affitti brevi risulta il peggiore degli ultimi 10 anni. Non è l’unico dato che testimonia i risultati sotto gli auspici delle Olimpiadi, interessate anche dalla scarsa vendita dei biglietti che erano stati posti in vendita a prezzi folli, fino a quasi 9.000 euro l’uno per la cerimonia d’apertura.

A parlare chiaro sono i dati di un’indagine svolta da Altroconsumo, che attraverso una accurata analisi confronta tre diverse fasi temporali (estate-autunno 2025, dicembre 2025 e fine gennaio 2026) simulando un weekend per due persone nel corso delle settimane dei Giochi ed effettuando un paragone tra quei valori e un ordinario weekend di gennaio. Ciò che emerge è un quadro di notevole ridimensionamento, con il prezzo medio calcolato dall’organizzazione che passa da 1.874 euro (la rilevazione di dicembre) a 1.103 euro (rilevazione di fine gennaio). Il calo registrato si attesta dunque al 30% e, tra tutte le località, Cortina è quella che fa segnare una caduta estrema.

Nei mesi autunnali, Cortina aveva rappresentato il simbolo dei listini “astronomici”, con annunci pubblicitari che avevano toccato cifre altissime per settimane d’affitto). Ora, però, è tutto diverso: per un fine settimana olimpico si parla di cifre che si aggirano sui 500-600 euro; nelle misurazioni precedenti, le medesime soluzioni arrivavano a costare anche 5/6 volte tanto. A pochi giorni dall’avvio delle Olimpiadi, Milano registrava una domanda per affitti brevi inferiore alle attese, con una occupazione si ferma al 46%, molti alloggi ancora liberi e tariffe sensibilmente più basse rispetto a grandi eventi come il Salone del Mobile. Dai dati si può constatare come la situazione non sia uniforme: se in Valtellina il prezzo medio si è ridimensionato da quasi 1.700 euro a circa 720 euro, Val di Fiemme e Milano mostrano valori più contenuti (rispettivamente attorno a 453 euro e poco sopra i 300 euro rispettivamente), sebbene con aumenti significativi rispetto a un normale fine settimana. Insomma, mentre le aree montane hanno fatto registrare i rincari più palesi in origine, così come i ribassi più evidenti, la città meneghina ha visto una forbice più contenuta tra alberghi e piattaforme di affitto.

Ampliando la lente d’ingrandimento in ambiti che vanno oltre la sola questione del pernottamento, si colgono alcuni effetti collaterali, tra cui i rincari sui trasporti locali e voci di costo inattese. L’aumento dei biglietti per usufruire di alcune linee (ad esempio la tariffa “olimpica” introdotta su certe tratte) ha provocato episodi di forte clamore mediatico — come il caso del ragazzino di 11 anni fatto scendere da un autobus perché sprovvisto del nuovo biglietto da 10 euro — che hanno messo sotto i riflettori rincari non solo degli alloggi ma anche dei trasferimenti necessari per raggiungere le venue.

A pesare sul bilancio catastrofico dei Giochi è anche la voce dei ticket per le gare: se è vero che le cifre variano a seconda delle discipline (meno di 100 euro per due persone per hockey, biathlon, curling e sci di fondo, oltre 300 per sci acrobatico o lo short track, più di 550 per il pattinaggio di figura), alcune fasce di prezzo sono risultate proibitive, con cerimonie e pacchetti hospitality che hanno toccato cifre molto alte; così, a pochi giorni dall’inizio delle Olimpiadi, gli organizzatori hanno messo mano al lancio di promozioni last minute – come ad esempio il “2×1” o sconti riservati a determinate categorie – per poter riempire le migliaia di posti rimasti vuoti allo Stadio di San Siro. L’evidente risultato è dunque un mix di prezzi elevati su carta e vendite non corrispondenti alla domanda prevista.

Seitan: cos’è davvero e cosa è meglio sapere sul suo consumo

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Il seitan è un alimento vegetale altamente proteico ottenuto dal glutine del grano tenero (o dal farro), chiamato anche talvolta “carne di grano” dalle persone vegane, per la sua consistenza soda e l’uso versatile in cucina come sostitutivo delle carni animali. È ricco di proteine e povero di grassi. Tuttavia, è carente di vitamina B12, oltre che dell’amminoacido lisina e di varie altre sostanze che sono contenute esclusivamente nella carne, come ad esempio la carnitina e la carnosina. 

Questo alimento è nato nella tradizione culinaria orientale: si presume che i primi a idearlo e produrlo fossero i monaci buddisti giapponesi, per sostituire i cibi di origine animale. Il nome attuale venne invece coniato in tempi più recenti, all’inizio degli anni Sessanta, da uno dei protagonisti principali legati alla dieta macrobiotica, George Ohsawa, uno scrittore giapponese, divulgatore in Occidente delle antiche teorie cinesi, che contribuì in maniera determinante alla diffusione di tradizioni orientali quali l’arte del tè, il bonsai, il judo, l’agopuntura e la medicina tradizionale cinese.

Il seitan si ottiene lavando l’impasto di farina per rimuovere amido e fibre, lasciando solo la parte proteica che poi viene cotta in acqua bollente e insaporita con salsa di soia e condimenti di vario genere. Ha un sapore neutro che lo rende adatto a molte preparazioni: alla piastra, a fette, nel ragù, come spezzatino o hamburger. Controindicazioni: è un alimento assolutamente vietato ai celiaci e a chi abbia delle allergie al grano. Per queste ultime, il seitan è un cibo molto tossico, essendo un concentrato di puro glutine. 

Foto dal web: glutine di frumento in polvere per la preparazione del seitan

Per tutte le altre persone senza problemi col grano e col glutine è un cibo che quindi va bene? Dipende. Se consumato in piccole quantità e solo saltuariamente potrebbe non dare alcun problema di gonfiore o fastidi intestinali, ma se viene consumato frequentemente può invece determinare sintomi infiammatori dell’intestino. Questo è dovuto a due fattori principali:

  1. il seitan si ottiene dalla farina di frumento creando un impasto (panetto) della sola parte proteica del frumento, senza che avvenga alcuna lievitazione dell’impasto a carico di batteri o lieviti – come invece avviene nella lievitazione degli impasti per fare il pane, la pizza o altri prodotti lievitati come le brioche. La lievitazione però aggiusta l’impasto e lo rende molto più digeribile per il nostro intestino, a patto che sia fatta bene e che duri parecchie ore. Infatti nella lievitazione i batteri e i lieviti operano trasformazioni chimiche nell’impasto, trasformando sia le proteine del grano che i suoi amidi in composti più semplici e digeribili. Nel seitan si fa l’impasto, poi lo si cuoce in acqua senza alcuna lievitazione: questo significa che il prodotto finale sarà più ostico per il nostro intestino e per gli enzimi che dovranno poi operare la digestione e frammentazione del glutine.
  1. Va considerato poi che i prodotti confezionati a base di seitan che l’industria rende disponibili in commercio sono sempre additivati anche di altre sostanze chimiche per migliorarne sapore, consistenza e durata. Sostanze che tuttavia aggiungono ulteriori difficoltà alla digestione nel nostro organismo. Leggendo un’etichetta di un burger di seitan, ad esempio, troveremo di frequente non solo l’ingrediente proteine di frumento (glutine), ma anche proteine di soia concentrate reidratate, olio di girasole, olio di colza, bianco d’uovo in polvere, insaporitore (destrosio, estratto di lievito, spezie, sale marino, estratti di spezie), aroma, fibra di pisello, amido di pisello, amido di patate, regolatore di acidità: aceto tamponato, emulsionanti: gomma di guar – sodio alginato, estratto di malto d’orzo in polvere, estratto di lievito essiccato. Spesso si possono trovare anche amido modificato e altri ingredienti e sostanze ultraprocessate. Questo fa si che l’alimento finale che portiamo nel piatto sia per definizione un cibo ultra-lavorato difficile da digerire, proprio perché molto lontano da un cibo naturale e semplice. 
Seitan in panetto, foto tratta dal sito Vegolosi

In linea generale, estrarre una proteina o un’altra sostanza da un qualsiasi alimento naturale (in questo caso si tratta del frumento) e poi concentrare la quantità di questa sostanza per creare un altro alimento dalla conformazione chimica e assemblando varie sostanze, determina sempre dei “sovraccosti digestivi” per l’organismo, proprio perché si va ad alterare la proporzione dei nutrienti da come essa è distribuita e prevista in natura a come l’industria vuole concepirla artificialmente.

Il seitan può reperirsi in commercio già pronto in panetto (cotto) oppure in polvere come preparato da impastare e poi cuocere.

Israele ha approvato nuove misure che consentono la colonizzazione totale della Cisgiordania

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RAMALLAH, CISGIORDANIA OCCUPATA – Sono state approvate dal gabinetto di sicurezza israeliano nuove misure volte ad ampliare il controllo di Tel Aviv in Cisgiordania e che accelerano il tentativo di annessione e colonizzazione del territorio da parte di Israele. Mentre Netanyahu si appresta a volare negli Stati Uniti per l’ennesimo incontro con Trump, i ministri di estrema destra Israel Katz e Bezalel Smotrich hanno annunciato un pacchetto di decisioni che minano il Protocollo di Oslo e il Protocollo di Hebron, cambiano le procedure di registrazione dei terreni e di acquisizione delle proprietà in Cisgiordania e consentono allo Stato di demolire gli edifici di proprietà palestinese nell’Area A. L’Autorità Palestinese condanna la grave escalation e chiama la comunità internazionale e in particolare l’amministrazione statunitense a intervenire; Hamas esorta le nazioni arabe e musulmane a interrompere i legami con Israele, e sollecita la popolazione palestinese della Cisgiordania a intensificare la resistenza contro l’occupazione.

La volontà del governo israeliano, è chiara: annettere la Cisgiordania. L’hanno annunciato, l’hanno ripetuto e, passo dopo passo, lo stanno facendo. Le aggressioni di coloni e militari, gli sfollamenti forzati della popolazione da un lato, i nuovi pacchetti di leggi dall’altro. Le elezioni sono tra pochi mesi e il governo di Netanyhau – in particolare i partiti di estrema destra – fanno campagna elettorale sulla pelle dei palestinesi. “Continueremo a seppellire l’idea di uno Stato palestinese” ha affermato l’ufficio del ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich in una dichiarazione, mentre il ministro della Difesa Katz ha ribadito che queste decisioni riflettono una chiara politica di rafforzamento del controllo di Israele sulla Cisgiordania e sono una garanzia per il futuro degli insediamenti ebraici in quella zona.

Le nuove misure del gabinetto di sicurezza d’Israele

Le nuove misure “consentiranno agli ebrei di acquistare terreni in Giudea e Samaria proprio come acquistano [terreni] a Tel Aviv o Gerusalemme”, ha affermato il gabinetto di sicurezza, utilizzando la terminologia biblica per le regioni che compongono la Cisgiordania. Il piano ha infatti ordinato la pubblicazione dei registri catastali prima riservati in Cisgiordania, abrogando la disposizione legale che impediva ai non-arabi di acquistare immobili nella zona, una legge che di fatto proteggeva il territorio dalla colonizzazione israeliana. Inoltre, il gabinetto ha abolito la legislazione che richiedeva un permesso speciale per le transazioni immobiliari. Si prevede che questo cambiamento consentirà agli israeliani di acquisire proprietà con una burocrazia minima.

Ma le nuove disposizioni vanno ben oltre: estendono “le attività di supervisione e applicazione della legge [israeliana, ndr] alle aree A e B per quanto riguarda le violazioni idriche, i danni ai siti archeologici e i rischi ambientali”. Di fatto, permettendo l’allargamento del controllo israeliano a parti del territorio palestinese che è – secondo gli Accordi di Oslo II firmati nel 1995– sotto il controllo esclusivo dell’Autorità Palestinese (Area A), aprendo le porte a nuove ondate di furti di terre, demolizioni e espulsioni in nome della “protezione ecologica” e dell’archeologia. Una scusa che Israele utilizza da anni per colonizzare terre in “Area C”, ossia i territori palestinesi che sono già sotto il controllo militare e amministrativo israeliano. Nel pacchetto di regole Israele rompe anche il Protocollo di Hebron; il piano estende il controllo di Tel Aviv sulla Tomba dei Patriarchi, e trasferirà l’autorità sui permessi di costruzione per gli insediamenti ebraici e su alcuni importanti siti religiosi dal comune di Hebron, che è subordinato all’Autorità Palestinese, a Israele.

Fino ad ora, in conformità con l’accordo di Hebron del 1997, qualsiasi modifica edilizia nella comunità ebraica doveva essere approvata sia dal comune che dall’amministrazione civile. Con l’approvazione del gabinetto, tali modifiche richiederanno ora solo l’autorizzazione da parte dell’establishment della difesa israeliano. L’organizzazione ombrello Yesha Council, che rappresenta gli insediamenti illegali in Cisgiordania, ha definito le decisioni di domenica tra “le più significative prese dallo Stato di Israele dal suo ritorno in Giudea e Samaria 58 anni fa”. “Il governo di Israele ha annunciato oggi, in pratica, che la Terra di Israele appartiene alla Nazione di Israele”, ha affermato il consiglio, aggiungendo che le decisioni “stanno di fatto consolidando la sovranità israeliana sul territorio”.

L’Autorità Palestinese ed Hamas chiamano a intervenire

La presidenza palestinese ha condannato con forza le decisioni del gabinetto di sicurezza israeliano, considerendole una “continuazione della guerra totale condotta dal governo israeliano contro i palestinesi e un’escalation senza precedenti” sottolineando che “rappresentano l’attuazione pratica dei piani di annessione e sfollamento.” Per l’Autorità Palestinese queste decisioni violano anche tutti gli accordi firmati tra l’OLP e Israele, nonché il diritto internazionale e le risoluzioni di legittimità internazionale, e costituiscono una palese violazione degli Accordi di Oslo e dell’Accordo di Hebron. In un comunicato hanno invitato la comunità internazionale in particolare il Consiglio di sicurezza e l’amministrazione statunitense a intervenire per bloccare le decisioni di Tel Aviv.

Hamas, inoltre, chiama alla ribellione. Invita “i palestinesi e i loro giovani ribelli in Cisgiordania e a Gerusalemme a intensificare il confronto con l’occupazione e i suoi coloni con tutti i mezzi disponibili, per contrastare i progetti di annessione, giudaizzazione e sfollamento forzato”. Definisce le misure adottate ieri parte dell’ “approccio fascista di insediamento coloniale, del piano di annessione globale e della guerra di sterminio e pulizia etnica” di Israele, e chiede agli stati arabi e islamici “di assumersi la loro responsabilità storica nell’affrontare l’occupazione e i suoi piani volti a imporre l’annessione della Cisgiordania come un fatto compiuto”. Li sprona a “rafforzare una posizione araba e islamica unitaria” e a “intraprendere misure concrete e serie, in primo luogo interrompendo le relazioni con l’entità sionista ed espellendo i suoi ambasciatori dalle capitali che hanno stabilito relazioni con essa,” invitando anche le Nazioni Uniti e la comunità internazionale a esercitare una “pressione reale ed efficace sull’occupazione affinché cessi le sue violazioni e aggressioni”.

Libia, incidente in gommone con migranti: 53 dispersi

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Nel pomeriggio di oggi, 9 febbraio, un gommone con a bordo 55 persone migranti si è capovolto al largo delle coste libiche. Il bilancio è di 53 vittime o dispersi, tra cui due neonati. A dare la notizia è l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, citando le sopravvissute, due donne nigeriane. L’imbarcazione era partita giovedì scorso da Zawiya, nella Libia nordoccidentale; l’incidente è avvenuto poco più a ovest, al largo delle coste di Zuara. Ancora in corso le operazioni di ricerca e soccorso.

I robotaxi autonomi di Waymo ricorrono alle indicazioni di lavoratori filippini

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L’esistenza dei robotaxi viene spesso citata come uno degli esempi più lampanti di ciò che l’intelligenza artificiale può offrire alla società, la prova concreta che gli automatismi sono in grado di svolgere mansioni tradizionalmente affidate all’uomo. Eppure, un’udienza al Congresso statunitense ha rivelato che persino Waymo – l’azienda considerata più avanzata nel settore – si affida dietro le quinte a un contingente di lavoratori stranieri incaricati di suggerire alle vetture come comportarsi quando l’IA non è in grado di gestire autonomamente una situazione. Anche i sistemi a “guida autonoma”, insomma, non si rivelano veramente autonomi, appoggiandosi piuttosto alla forza lavoro di Paesi in via di sviluppo.

L’audizione, tenutasi mercoledì 4 febbraio, mirava a raccogliere il punto di vista di accademici, lobbisti e leader del settore per capire come alleggerire quelle “leggi obsolete che rallentano questa tecnologia vitale”. Quello che si prefissava come un assist all’industria dell’automotive si è però trasformato in un momento delicato per Mauricio Peña, Chief Safety Officer di Waymo, il quale si è trovato a rispondere alle domande del Senatore senatore Ed Markey riguardanti l’utilizzo da parte dell’azienda di veicoli prodotti in Cina e, soprattutto, sul ricorso alla supervisione di lavoratori stranieri per supportare il servizio.

L’informazione non era del tutto inedita: Waymo aveva già accennato in passato che il software di guida sia solito interfacciarsi con un operatore umano per ricevere indicazioni su come gestire situazioni complesse. Tuttavia, l’azienda controllata da Alphabet evita accuratamente di esplicitare questo dettaglio nelle comunicazioni rivolte al grande pubblico, lasciando intendere che sia l’intelligenza artificiale a gestire ogni fase della guida. Questa scarsa trasparenza rende difficile valutare la reale portata e le modalità del fenomeno, con il risultato che la testimonianza di Peña ha portato per la prima volta alla luce informazioni finora sconosciute.

Messo alle strette, il CSO ha ammesso l’esistenza di tecnici operativi sia negli Stati Uniti sia all’estero. Sul momento, non ha fornito cifre né chiarito se la maggior parte degli operatori si trovi sul territorio americano o fuori dai confini nazionali, tuttavia ha confermato che le collaborazioni internazionali sono concentrate nelle Filippine. Successivamente, Waymo ha precisato che il personale è adeguatamente formato e che tutti gli operatori sono in possesso di una patente di guida. Resta però un punto irrisolto: l’azienda non ha specificato se si tratti di una patente statunitense o filippina, lasciando aperto il tema delle possibili discrepanze tra le normative stradali dei due Paesi.

Che gli esseri umani intervengano sulle decisioni delle IA non è di per sé un problema – anzi, spesso è un meccanismo di sicurezza –, ma l’opacità con cui la pratica è gestita è stata immediatamente individuata dai politici statunitensi come una vulnerabilità critica per la sicurezza nazionale. A complicare il quadro c’è anche un recente incidente: a fine gennaio un robotaxi Waymo ha investito un “giovane pedone” davanti a una scuola elementare, alimentando l’indignazione dell’opinione pubblica. La notizia getta inoltre benzina sul fuoco anche per quanto riguarda il fronte economico. La guida autonoma promette di sostituire un’intera categoria professionale con sistemi di intelligenza artificiale, tuttavia l’esternalizzazione delle attività di supervisione che è emersa suggerisce un fenomeno di dumping sociale spostando il lavoro verso Paesi dove i salari sono più bassi. “È una cosa se un taxi viene sostituito da un Uber o da un Lyft”, osserva Markey. “È un’altra quando i posti di lavoro finiscono completamente all’estero”.

Pubblicamente, le aziende promuovono con entusiasmo l’idea che robot e sistemi automatizzati stiano entrando nelle nostre vite per assumersi compiti potenzialmente critici. Eppure, continuano a emergere episodi che mostrano come dietro queste tecnologie operino lavoratori invisibili, spesso costretti a ritmi massacranti e a mansioni degradanti che possono compromettere la loro salute mentale. Mentre l’industria spinge per portare automi in ogni casa, vale forse la pena ricordare che il termine “robota” si traduce come “servo della gleba”: un richiamo scomodo al rischio che il nostro desiderio di nuovi “schiavi” finisca per ricadere ancora una volta su esseri umani in carne e ossa, piuttosto che su macchine prive di coscienza.

Perché Israele dovrebbe essere esclusa dalle Olimpiadi invernali

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Partita il 26 novembre da Olimpia in Grecia e giunta il 6 dicembre in Italia, la fiaccola Olimpica ha percorso tutta la penisola per arrivare il 6 febbraio a Milano dove ha acceso il braciere olimpico per l’apertura delle XXV Olimpiadi Invernali 2026 di Milano-Cortina. Due mesi in cui la fiaccola, simbolo primario dei valori olimpici, ha toccato tutte le province italiane. Grande partecipazione popolare e grande battage pubblicitario, ma anche diffuse proteste, con grande evidenza mediatica per le prime e oscuramento totale per le seconde. Il motivo delle contestazioni? La presenza ai Giochi Olimpici della rappresentanza israeliana (ma non solo, come spiegheremo dopo), condividendo la richiesta del Comitato Olimpico Palestinese di escludere Israele dalle Olimpiadi di Parigi 2024 per violazione della tregua olimpica, evidentemente estensibile a omologhe competizioni. Richiesta parallela a quella rivolta nel 2024 dalla Palestine Football Association (PFA) al presidente della FIFA Gianni Infantino per l’esclusione di Israele dalle competizioni calcistiche internazionali. Anche questa richiesta non è stata accolta, e si tratta dello stesso Infantino che ha appena inventato dal nulla e attribuito a Donald Trump il premio FIFA per la pace, a compensazione del mancato Nobel.

Precedenti storici e doppi standard

L’esclusione dalle Olimpiadi di alcuni Paesi, per il mancato rispetto dei diritti umani, ha una storia lunga almeno sessant’anni. Il Sudafrica, nell’edizione di Tokyo 1964, era stato escluso a causa delle «politiche di apartheid e discriminazione razziale» imposte alla popolazione nera: l’esclusione è durata per tutte le successive edizioni, fino a Seoul 1988. Nel 1972, alle Olimpiadi di Monaco, era stato escluso lo Zimbabwe sempre a causa di politiche di discriminazione razziale. 

A Sidney 2000 era stato escluso dai giochi l’Afghanistan dei talebani, per la violazione dei diritti delle donne. A Rio 2016, invece, non era stato ammesso il Kuwait a causa di modifiche alla legislazione sportiva che screditavano le Olimpiadi. Infine, a Parigi 2024 Russia e Bielorussia sono state escluse per l’invasione dell’Ucraina. 

Purtroppo è ancora più lunga la pratica dello sportswashing, o comunque dell’uso strumentale dello sport per legittimarsi a livello interno e internazionale. Dalle Olimpiadi di Berlino del 1936, funzionali alla propaganda nazista, per arrivare ai Campionati mondiali di calcio in Qatar, al centro di grandi contestazioni per il mancato rispetto dei diritti umani.

Il ruolo politico dello sport

Il movimento BDS Italia (Boicottaggio-Disinvestimento-Sanzioni) ha quindi lanciato un appello per la mobilitazione della società civile, in occasione del passaggio della fiaccola, per ribadire che le politiche di apartheid, occupazione e genocidio perpetrate da Israele nei confronti della popolazione palestinese vanno fermate, denunciando anche le pratiche di sportswashing, che permettono a Israele di presentarsi come un Paese civile e democratico. L’appello ricorda anche l’uccisione di oltre 800 sportivi palestinesi (tra atleti e dirigenti) solo nel corso degli ultimi due anni e la pressoché totale distruzione delle infrastrutture sportive a Gaza. Ci troviamo quindi di fronte a palesi violazioni non solo del diritto internazionale, ma anche della stessa Carta Olimpica e, alla luce di queste, si svela l’enorme ipocrisia degli organismi sportivi interpellati, che hanno rigettato tali istanze distinguendo in modo specioso tra le decisioni riguardanti il conflitto russo-ucraino e quelle relative al genocidio in Palestina.

Una protesta in occasione del passaggio della fiamma olimpica di Milano – Cortina 2026 a Brescia

La risposta all’appello è stata massiccia e diffusa. Nonostante il blackout mediatico, è stato evidente che la mobilitazione ha riguardato la maggior parte delle località italiane attraversate dalla fiaccola. Le proteste hanno avuto carattere non violento con cartelli, striscioni e slogan che chiedevano l’esclusione di Israele dai Giochi. Lo spiegamento di forze di sicurezza è stato imponente con evidenti direttive per avere un atteggiamento di minima tolleranza nei confronti di presidi fissi, purché distanti dalla meta finale. Ma appena si palesava l’intenzione dei manifestanti di accompagnare il cammino della fiaccola o di presenziare alla cerimonia di accensione del braciere alla fine di ogni giornata, la vigilanza si faceva più stretta fino all’interposizione fisica per impedire l’accesso degli attivisti al cospetto del palco della cerimonia. Non è mancata qualche colluttazione fino alla rottura del polso di un’attivista da parte di un poliziotto durante le proteste all’Aquila.

L’importanza del boicottaggio sportivo

Il tema del boicottaggio sportivo potrebbe sembrare secondario in uno scenario drammatico con oltre 70mila morti civili (di cui oltre 20mila bambini), centinaia di migliaia di feriti, la distruzione del sistema sanitario, educativo e la devastazione ambientale da parte dell’esercito israeliano (IDF) a Gaza. Bisogna considerare però che anche la distruzione del sistema sportivo fa parte della strategia israeliana di rompere i legami sociali e rendere più probabile l’abbandono della loro terra da parte dei palestinesi o la sottomissione al sistema di controllo totale nei loro confronti. E invece dal punto di vista israeliano l’esclusione dalle competizioni sportive, in primis quelle calcistiche, avrebbe un effetto dirompente nell’incrinare lo status di Paese intoccabile. Lo sport, da sempre, ha il potere di veicolare valori di coesione sociale perlopiù declinati in chiave identitaria e nazionalistica. Lo afferma anche Ilan Pappè, l’autorevole storico israeliano tra i maggiori critici del proprio Paese, quando, in occasione di un incontro pubblico, ha affermato nell’incredulità generale che l’esclusione di Israele dalla FIFA sia tra le cose più temute dai cittadini.

Una delle proteste alla Vuelta a España che hanno portato al ritiro del team israeliano dalle ultime gare della stagione

Missione impossibile? Forse no, anche solo ripercorrendo le ultime azioni di boicottaggio sportivo. La diffusa protesta per la presenza della squadra ciclistica Israel Premier Tech, che a detta del suo finanziatore aveva l’esplicito obiettivo di “lavare” a livello internazionale l’immagine di Israele, al Giro d’Italia e poi alla Vuelta a España, ha portato al ritiro del team IPT dalle ultime gare della stagione e infine all’interruzione dell’accordo del suo principale sponsor, appunto la Premier Tech, annunciato a novembre 2025. Della rinuncia invece degli sponsor della nazionale di calcio, prima Puma e poi Erreà, si è già parlato in precedenti articoli di questo giornale, così come del boicottaggio di Reebok richiesto dal BDS in tutto il mondo. Nel caso poi delle Olimpiadi i motivi di boicottaggio si “sprecano”. Stiamo parlando di un evento che drena un’enorme quantità di denaro pubblico a beneficio dei privati. Con la scusa dell’occasione unica per valorizzare un territorio, oltre alla costruzione di ecomostri, il più delle volte abbandonati per inutilizzo dopo pochi anni, si costruiscono strade, varianti, parcheggi che, soprattutto per i giochi invernali, significano intervenire in modo devastante in un territorio particolarmente fragile. Per quanto riguarda le Olimpiadi estive spesso sono l’occasione per “riqualificare” interi quartieri della città estromettendo la popolazione residente meno abbiente. Spesso poi la tempistica urgente per una scadenza improrogabile crea condizioni lavorative al di sotto di qualsiasi minimo standard di sicurezza e di salario.

Nel corso delle proteste per il passaggio della fiaccola si sono manifestate anche rivendicazioni civili e ambientali relative a queste problematiche, a indicare che la lotta per la libertà della Palestina si intreccia e in qualche modo assume su di sé la battaglia per la libertà di tutte e tutti.