Alberto Trentini e Mario Burlò sono stati liberati in Venezuela e si trovano ora alla sede dell’ambasciata d’Italia a Caracas. Lo ha annunciato il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, precisando che i due connazionali sono in buone condizioni e presto torneranno nel nostro Paese. La premier Giorgia Meloni ha espresso «gioia e soddisfazione» per il risultato, ringraziando le autorità venezuelane per la collaborazione. Trentini e Burlò erano detenuti rispettivamente da oltre un anno nelle carceri di Caracas; la loro scarcerazione segue la liberazione, avvenuta negli ultimi giorni, di altri italiani come Luigi Gasperin e Biagio Pilieri.
Trump torna a minacciare anche Cuba: “faccia un accordo prima che sia troppo tardi”
Dopo il raid in Venezuela, le pressioni sulla Groenlandia e il riaccendersi del dossier iraniano, nel mirino di Donald Trump finisce anche Cuba. Il presidente USA ha lanciato un ultimatum a L’Avana, invitandola a «raggiungere un accordo, prima che sia troppo tardi». Un messaggio che colpisce un nervo scoperto della politica americana: il rapporto con Cuba, centrale per una parte dei falchi neocon repubblicani. A incarnare questa linea è il Segretario di Stato Marco Rubio, figlio di immigrati cubani, che Trump ha evocato come possibile futuro leader dell’isola, rilanciando un post di un utente conservatore, Cliff Smith, datato 8 gennaio, che lo indicava come prossimo «presidente di Cuba». «Mi sembra un’ottima idea!», ha commentato il tycoon, trasformando una provocazione in segnale politico.
Washington sostiene che l’asse Caracas-Avana sia definitivamente rotto e invita Cuba a scegliere tra riforme e apertura democratica o il collasso economico: «Per molti anni Cuba ha vissuto grazie alle ingenti quantità di petrolio e denaro provenienti dal Venezuela. In cambio, Cuba ha fornito “servizi di sicurezza” agli ultimi due dittatori venezuelani, ma ora non più». Da qui, il messaggio diretto alla leadership cubana: il governo dell’isola deve negoziare un accordo con gli Stati Uniti, oppure affrontare le conseguenze. Domenica, di ritorno verso Washington, di fronte alla domanda di una giornalista che gli chiedeva di un possibile sequestro delle petroliere che si dirigono verso Cuba, Trump non ha negato la possibilità: «Molte persone del settore petrolifero sono davvero interessate», ha affermato, sorridendo. La risposta di L’Avana è stata immediata. «Cuba non riceve e non ha mai ricevuto alcun compenso monetario o materiale per i servizi di sicurezza forniti a nessun Paese», ha scritto su X il ministro degli Esteri cubano Bruno Rodriguez Parrilla respingendo le accuse sulla natura delle relazioni con Caracas. Nel suo post, ha accusato gli Stati Uniti di comportarsi «come un egemone criminale e incontrollato che minaccia la pace e la sicurezza», in «tutto il mondo». Il presidente Miguel Díaz-Canel ha rivendicato la sovranità dell’isola e promesso resistenza: «Cuba è una nazione libera, indipendente e sovrana. Nessuno ci dice cosa fare», ha scritto Diaz-Canel su X, aggiungendo che l’isola caraibica è «pronta a difendere la patria fino all’ultima goccia di sangue».
Prima della rivoluzione, gli Stati Uniti controllavano settori chiave dell’economia cubana e assorbivano la maggior parte del suo commercio estero. Dopo il 1959, fallito il tentativo di rovesciare il nuovo governo con l’operazione della Baia dei Porci, Washington impose nel 1962 l’embargo come strumento permanente per strangolare l’isola e mettere fine al sistema socialista nato dalla rivoluzione. Le minacce di Trump contro Cuba non sono un episodio isolato, ma si inseriscono in un decennio di politiche sempre più aggressive verso l’isola. Già durante la sua prima presidenza, il tycoon aveva fortemente rafforzato l’embargo economico e le restrizioni commerciali contro l’isola, invertendo la politica di riavvicinamento dell’era Obama. Anche sotto l’amministrazione Biden sono state mantenute molte di queste misure e, con il memorandum del 30 giugno 2025, intitolato “National Security Presidential Memorandum/NSPM-5”, la Casa Bianca ha rafforzato l’embargo, irrigidendo limitazioni ai flussi finanziari, divieti su commercio, rimesse e viaggi, con l’obiettivo dichiarato di “promuovere libertà e democrazia” e quello implicito di destabilizzare il governo cubano. Parallelamente, la stretta economica si è incrociata con una serie di interventi militari e operazioni di sicurezza nel continente, che ha avuto un impatto diretto sulle relazioni regionali e ha giocato un ruolo nel nuovo giro di vite verso l’isola caraibica.
L’ultimatum della Casa Bianca segna una svolta apertamente interventista: ora Trump non si limita più a minacciare l’isola, ma immagina già una Cuba “post-comunista” plasmata da Washington, arrivando a indicare Marco Rubio come “leader ideale” dell’isola. Una figura, quella dell’attuale Segretario di Stato, costruita politicamente sul mito familiare dell’esilio dopo l’ascesa al potere di Fidel Castro, smentito però da un’inchiesta del Washington Post, che nel 2011 collocava l’arrivo dei suoi genitori negli Stati Uniti ben due anni e mezzo prima della rivoluzione. La retorica della libertà mostra così il suo vero volto: non uno slancio democratico, ma il paravento di un progetto di ingegneria politica imposto dall’esterno, alimentato da una propaganda che da anni dipinge L’Avana come «una minaccia diretta per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti» al solo scopo di legittimare l’ennesima operazione di cambio di regime.
Patagonia in fiamme: territori devastati ed evacuazioni di turisti e abitanti
Dalla fine di dicembre vasti incendi boschivi stanno colpendo l’area andina del sud dell’Argentina, in Patagonia, costringendo migliaia di persone all’evacuazione e distruggendo abitazioni, infrastrutture e foreste. La zona più colpita è quella di Epuyen, nella provincia di Chubut dove le fiamme, alimentate da temperature elevate, siccità prolungata e forti venti, hanno raggiunto in poche ore zone le zone abitate, sorprendendo residenti e turisti e rendendo necessario l’intervento delle brigate antincendio e dell’esercito.
Secondo le autorità locali, il rogo che ha colpito Epuyén è uno dei più gravi registrati negli ultimi anni. Le operazioni di spegnimento sono rese difficili dalle condizioni climatiche estreme e dalla vastità dell’area interessata. Un’emergenza che si inserisce in una stagione segnata da incendi sempre più frequenti e intensi, sullo sfondo di una crisi climatica che colpisce duramente i territori del sud dell’Argentina.
Il panorama è apocalittico, con colonne di fumo che si alzano da entrambi i lati del monte Cerro Pirque e una costante pioggia di cenere, mentre le fiamme hanno già devastato più di 6500 ettari di territorio. Secondo i media locali l’incendio ha riguadagnato forza ieri pomeriggio, quando i forti venti hanno alimentato il fuoco spingendolo sul versante orientale della montagna, verso la Route 40, una delle arterie stradali più importanti dell’Argentina che, nel tratto che passa da Epuyén, svolge una funzione chiave di collegamentodella Patagonia andina. Sono diverse le testimonianze di persone costrette a fuggire, mentre l’incendio dalla Route 40 si spostava verso Coihue Hill, tra la laguna di El Plesiosaurio e il ranch Las Mercedes.
Abel Nievas, Segretario delle Foreste della provincia di Chubut, ha raccontato a La Nacion che: “La situazione è complessa; l’incendio è estremamente attivo. Stiamo cercando di contenere le fiamme che avanzano lungo il fianco sinistro, nella zona di Pedregoso. Abbiamo tentato di evacuare tutti dalla zona e l’incendio l’ha attraversata. Probabilmente diverse case saranno colpite”. E poi racconta che: “Abbiamo anche due grandi fronti di incendio: uno vicino a El Monasterio, il fianco destro dell’incendio, sopra il lago Epuyén, che minaccerà l’area intorno a Puerto Bonito. E poi un altro fronte che brucia attraverso il ranch di Leleque, che sta avanzando rapidamente verso sud-est. Stiamo lavorando lì con macchinari pesanti, cercando di contenere quel fianco”. Nel frattempo Ignacio Torres, governatore di Chubut, ha ordinato l’evacuazione di oltre 3mila turisti e lanciato un appello: “Dobbiamo fare di tutto per proteggere la Cordigliera delle Ande e i suoi abitanti”.
Secondo Nievas: “La gente è piuttosto esausta. Ora stanno arrivando altri 75 vigili del fuoco da Córdoba ed Entre Ríos. Attualmente, circa 550 persone stanno lavorando per combattere l’incendio, tra vigili del fuoco e personale di supporto”. Per il Segretario delle foreste il problema principale: “È la siccità estrema; l’avevamo previsto. Sapevamo che la situazione era complessa, ma non immaginavamo che sarebbe stata così”. Le autorità hanno diramato avvisi spiegando che la città di Epuyén potrebbe dover essere presto evacuata se le fiamme dovessero raggiungere Puerto Bonito.
“Il problema che abbiamo oggi è l’enorme quantità di vegetazione disponibile per essere bruciata, che è sconcertante. La siccità è un fattore chiave. Faccio questo lavoro da quasi 35 anni, sono un vigile del fuoco da 40, ho dedicato tutta la mia vita al fuoco e non abbiamo mai vissuto una situazione simile”, ha dichiarato Nievas.
Malesia blocca l’accesso alla IA di Musk
La Malesia ha bloccato l’accesso a Grok, il chatbot di intelligenza artificiale di Elon Musk. L’annuncio arriva in seguito a uno scandalo che ha coinvolto Grok e il social network X, ex Twitter, dopo che la piattaforma era stata utilizzata per generare immagini pedopornografiche. La Malesia è il secondo Paese a bloccare l’utilizzo di Grok, dopo l’Indonesia. In altri Paesi, come in Irlanda, organizzazioni per i diritti umani hanno invece accusato Grok di violare le leggi contro lo sfruttamento sessuale dei minori, chiedendo alla polizia di aprire un caso contro la piattaforma.
L’artigianato nel settore tessile italiano è in crisi
La moda italiana è a corto di mani. Per quanto si pensi ad un sistema industrializzato ed ottimizzato da macchine e macchinari, il saper fare e la manualità sono ancora fondamentali per il sano funzionamento di questo settore. Eppure, l’artigianato ed ancor di più la figura dell’artigiano, non gode di ottima salute; anzi, sta pericolosamente scomparendo, creando un vuoto di conoscenze che rischiano di non passare mai alle nuove generazioni. Nel mondo della moda il divario tra professioni creative e quelle manuali è sempre più ampio, tanto che molti direttori artistici conoscono solo superficialmente il processo di realizzazione di un prodotto; una carenza grave che contribuisce ad accentuare l’abbandono dell’artigianato e il crescente distacco della moda da chi produce davvero i suoi prodotti. Ma la moda è fatta di oggetti tangibili, superfici, forme e modelli che devono essere studiati, capiti ed architettati in modo da stare in piedi, assolvere alla loro funzione e brillare di un’estetica propria. E, per fare questo, servono mani, abilità, prove ed errori che si maturano solo con anni di esperienza (non a caso tempi addietro in bottega si passavano almeno 7 anni).
Come spesso succede, l’origine dei problemi sta alla base, ovvero nel momento dell’orientamento e della formazione di chi, nel settore moda, vorrebbe proiettare il proprio futuro professionale. Le scuole, soprattutto quelle pubbliche e universitarie, offrono una formazione molto accurata a livello teorico ma spesso sono poco collegate al mondo produttivo reale. Questo implica una difficoltà di inserimento lavorativo, specie nei ruoli tecnici e artigianali. Le blasonate scuole private, dall’appeal internazionale, hanno un’offerta decisamente più ampia, ma basata fondamentalmente sul marketing, concentrandosi sui corsi che vendono meglio o offerte per le quali clienti (ovvero gli studenti) sono disposti a pagare di più. Supermercati di formazione, dove l’aspetto concreto e lo sviluppo del pensiero critico sono secondari rispetto all’immagine percepita dall’esterno. Inoltre, altro dettaglio non trascurabile, è la mancata corrispondenza tra l’offerta formativa e le reali esigenze delle aziende.
«Il settore moda, infatti, necessita ogni anno di circa 9.000 profili tecnici specializzati, il sistema educativo italiano ne forma poco più di 2.000, lasciando scoperto un fabbisogno di circa 7.000 lavoratori all’anno. Circa il 47,5% delle aziende del comparto riscontra problemi nel soddisfare le proprie esigenze di assunzione. I mestieri con maggiore carenza, riporta Confindustria moda, sono i tecnici specializzati, i sarti e gli artigiani, gli operai tessili, gli addetti alla manovia, i tecnici del controllo qualità, i macchinisti e gli addetti alla pelletteria».
E questo si ricollega ad un altro problema, quello della comunicazione. Nel racconto fashion, dove i direttori creativi sono trattati al pari di guru e dove l’attenzione mediatica va all’immagine ma non alla sostanza, tutti aspirano alle luci della ribalta, all’olimpo dei privilegiati, al posto in prima fila. Essere colui o colei che dà forma a quello che sfila in passerella è decisamente poco accattivante (e chi vuole essere invisibile al giorno d’oggi?).
Così l’artigianato muore e la moda con lui, soprattutto nel comparto del lusso (ma non solo). Ecco perché molte aziende, piuttosto che scavarsi la fossa da sole, sono corse ai ripari, fondando le proprie “Academy” interne dove tramandare il sapere di maestri artigiani alle nuove generazioni. Nel 2001 la napoletana Kiton, ha fondato la propria scuola di alta sartoria affidandosi all’esperienza di ex-sarti in pensione per formare nuove leve in un percorso di tre anni, al quale seguiva l’inserimento in azienda. Lo scorso anno ha compiuto 25 anni la Prada Group Academy: pensata come scuola pionieristica di Arti e Mestieri, nel corso di questi anni ha attivato 29 percorsi formativi con oltre 570 studenti di diverse nazionalità e solo nel 2024 circa 120 giovani sono stati formati e più di 80 sono entrati stabilmente in azienda. Un modo per tramandare saperi e formare personale qualificato da inserire nel proprio organico; ma anche per investire nell’artigianalità riconoscendone il valore profondo e fondamentale. Bottega Veneta, Gucci, Tod’s e Fendi hanno seguito le impronte, con percorsi prettamente pratici volti a tutelare il know-how artigianale del Made in Italy, contrastando la sparizione di competenze e rifornendo le aziende di artigiani altamente specializzati.
Senza queste persone la moda sarebbe una campagna pubblicitaria vuota; un mero esercizio di comunicazione senza alcuna sostanza. Dopotutto l’artigiano è colui che è in grado di trasformare un’idea creativa in un oggetto concreto. Che la chiave del rilancio del settore risieda proprio in questa presa di coscienza?
Siria, le forze curde lasciano Aleppo
Proteste in Iran, Trump: “pronti ad aiutare i manifestanti”, Pasdaran in stato di allerta
Le proteste in Iran continuano a salire di intensità. Da ormai settimane, il popolo iraniano si è sollevato per contestare l’aumento dei prezzi e il crollo del rial – la moneta locale – allargando nei giorni le manifestazioni a quello che sembra un più ampio moto anti-governativo. La rete internet nel Paese rimane quasi totalmente inaccessibile, e le notizie arrivano da media internazionali, ONG e da qualche video che riesce a uscire nonostante il blocco. Secondo un bilancio di un gruppo umanitario, sarebbero state uccise oltre 100 persone, e in diversi casi le forze di sicurezza iraniane avrebbero utilizzato armi da fuoco contro i manifestanti. Intanto, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump continua a gettare benzina sul fuoco, affermando di essere «pronto a intervenire» in aiuto della popolazione, mentre l’esercito e le Guardie Rivoluzionarie (pasdaran) puntano il dito contro USA e Israele, affermando che le violenze sarebbero state orchestrate dai propri nemici.
È difficile sapere cosa stia esattamente succedendo in Iran. Da ormai tre giorni, la rete internet è praticamente assente in tutto il Paese, e nonostante una piccola ripresa, riescono a emergere poche testimonianze dirette. Diversi video verificati da testate internazionali mostrano strade incendiate e folti cortei sfilare per le città del Paese; altrettante testimonianze raccolte dai media dimostrerebbero l’uso della violenza da parte delle forze di sicurezza iraniane per reprimere il dissenso. Secondo alcune ricostruzioni apparse su media indipendenti, inoltre, il Paese avrebbe schierato anche le Guardie Rivoluzionarie per sedare le rivolte. A essere certo e confermato dai media ufficiali è che le manifestazioni hanno toccato tutti i maggiori centri del Paese, tra cui Teheran, Shiraz e Isfahan, e che siano state particolarmente partecipate; secondo la ONG Iran Human Rights (IHRNGO) – con sede a Oslo, in Norvegia – le proteste avrebbero ormai raggiunto tutte le province e 111 città. Il bilancio delle vittime resta invece ancora incerto; la stessa IHRNGO parla di almeno 51 morti e oltre 2.000 arresti, Amnesty e Human Rights Watch (HRW) sono ferme al 3 gennaio e riportano di 28 persone uccise, mentre Human Rights Activists News Agency (HRNA), agenzia di stampa delle ONG iraniane, parla di 116 morti e oltre 2.600 arresti con proteste in 185 città.
Honduras, la presidente ordina il riconteggio dei voti
La presidente uscente honduregna Xiomara Castro ha rilasciato un decreto in cui ordina il riconteggio delle elezioni presidenziali «voto per voto». Le elezioni in Honduras si sono tenute lo scorso 30 novembre, ma il vincitore, Nasry Asfura, è stato annunciato solo il 24 dicembre, dopo una serie di tensioni con i leader degli altri partiti, che lo accusavano di brogli e di avere permesso interferenze straniere; Asfura, supportato apertamente dal presidente degli USA Trump, si è imposto con il 40,3% delle preferenze, mentre il leader del Partito Liberale, Salvador Nasralla, è arrivato secondo con il 39,5% dei voti.









