La presidente del Kosovo, Vjosa Osmani, ha sciolto il Parlamento e convocato elezioni anticipate dopo il fallimento nell’elezione del nuovo capo dello Stato entro i termini costituzionali. Il Parlamento, composto da 120 seggi, non è riuscito a raggiungere il quorum necessario per eleggere il presidente entro la mezzanotte di giovedì. Il partito di governo Vetevendosje guidato dal premier Albin Kurti non ha ottenuto il sostegno dell’opposizione per il suo candidato, il ministro degli Esteri Glauk Konjufca. I partiti di minoranza chiedevano una figura condivisa. Il Kosovo aveva già votato anticipatamente il 28 dicembre dopo l’impasse seguita alle elezioni di febbraio 2025.
Lukashenko grazia 15 persone
Il presidente bielorusso Alexander Lukashenko ha graziato 15 persone incarcerate con accuse politiche. Il rilascio dei prigionieri segue un’analoga liberazione avvenuta lo scorso novembre, quando Lukashenko aveva rilasciato 123 persone, tra cui alcuni membri di spicco dell’opposizione. Essa avveniva nell’ambito dell’accordo con gli USA, che avevano spinto Lukashenko a liberare i propri dissidenti in cambio di una rimozione parziale delle sanzioni nel Paese.
In Spagna c’è l’unico governo europeo che, ripetutamente, dice no a USA e Israele
Pedro Sanchez l’ha fatto di nuovo. Pochi giorni dopo le aggressioni militari degli Stati Uniti e di Israele all’Iran ha deciso di schierarsi apertamente contro Donald Trump e l’intero asse atlantista. In un discorso pronunciato nella mattinata di ieri, 4 marzo, il premier socialista ha rimarcato un messaggio chiaro, già annunciato nelle sue ultime apparizioni pubbliche: «la posizione del governo di Spagna si riassume in quattro parole, no alla guerra». Dimostrandosi ancora una volta l’unico governo europeo capace di non cedere alle decisioni dell’asse israelo-statunitense, la Spagna ha scelto di distinguersi dalla cieca ubbidienza degli altri esecutivi e ha messo in evidenza la necessità di restare ancorati alla diplomazia del diritto internazionale.
Tutto nasce dal rifiuto da parte del governo socialista di permettere l’utilizzo della base navale di Rota, situata nella provincia di Cadice, e della base aerea di Morón de la Frontera, nella provincia di Siviglia, alle forze armate statunitensi. Queste basi, secondo la Costituzione spagnola, sono il frutto di una concessione della Spagna agli Stati Uniti, ma per essere utilizzate necessitano di un’autorizzazione previa dell’esecutivo spagnolo. Il veto di Sánchez ha portato alle ire del tycoon, che, in una conferenza stampa alla Casa Bianca, si è scagliato contro il governo socialista e ha minacciato di rompere le relazioni commerciali e imporre un embargo sul paese iberico, tutto davanti al silenzio del premier tedesco Friedrich Merz, unico rappresentante europeo presente in quel momento.
Le parole pronunciate da Pedro Sanchez fanno eco ad un contesto sociale e geopolitico che è parte della memoria collettiva del paese: ventitré anni fa una grande parte del popolo spagnolo scese in piazza per protestare contro l’appoggio militare offerto dal governo del premier Aznar in occasione dell’aggressione militare statunitense in Iraq. L’attuale premier, ieri, ha improntato il suo discorso sulle conseguenze della guerra voluta da George W. Bush nel 2003, allarmando sulle conseguenze, ancora ipotetiche, che questo nuovo conflitto potrebbe arrecare all’intera regione e al contesto economico europeo.
Non è la prima volta che Sanchez si sfila dagli interessi dell’alleanza bilaterale tra Stati Uniti d’America e Israele. Nel giugno del 2025 fece scalpore il rifiuto dell’esecutivo spagnolo di non adeguare la spesa militare del paese al 5% imposto da Donald Trump e Mark Rutte verso tutti i paesi NATO. In quell’occasione Sanchez, dopo aver scelto di incrementare nei primi mesi dello stesso anno il PIL sulla difesa al 2,1%, affermò di avere ottenuto un’eccezione da parte degli USA senza però evitare un primo, acceso, confronto con la dirigenza statunitense.
Più recentemente, il governo spagnolo si è rivelato essere una mosca bianca in Europa anche nel condannare l’aggressione statunitense ai danni del Venezuela, definita come una «violazione della legalità internazionale». In quell’occasione, Sanchez ha evitato di appoggiare apertamente il governo venezuelano (e oggi quello iraniano), ma ha rimarcato la necessità di rispettare le leggi della diplomazia internazionale.
Anche sul genocidio a Gaza la posizione del governo di Spagna ha provato a distinguersi dagli alleati europei. Nonostante una prima fase, durante la quale Sanchez reiterò il «diritto di Israele a difendersi», nel corso degli anni la sua posizione si è mossa verso una condanna netta dei crimini di guerra del governo Netanyahu. Il governo spagnolo è stato tra i primi stati europei a riconoscere lo stato palestinese dal 2023 (insieme a Norvegia e Irlanda) e nell’estate del 2025 ha annunciato una serie di misure per porre fine alla compravendita di armi e munizioni con lo stato di Israele.
Se la mediaticità delle dichiarazioni del premier spagnolo ha reso Sanchez il nuovo leader, de facto, di quella parte di sinistra europea che cerca di allontanarsi da Washington, non mancano le contraddizioni. Lo stesso pacchetto di misure che avrebbe segnato l’embargo alla compravendita armamentistica israeliana, dopo poco tempo risultò essere poco efficace e lontano dall’essere definito “totale”. Inoltre, solo pochi giorni dopo l’approvazione al Congresso dei Deputati spagnolo delle suddette misure, Sanchez prese parte alla firma a Il Cairo del piano di “pace” ordito da Trump per porre fine al genocidio a Gaza.
Inoltre, le prime dichiarazioni ufficiali del premier spagnolo in merito alle aggressioni statunitensi e israeliane contro l’Iran sono state pronunciate in occasione dell’inaugurazione del Mobile World Congress di Barcellona: secondo quanto denunciato dal collettivo catalano la Fira en la Mira, questo evento fieristico che tratta telefonia mobile e tecnologia all’avanguardia ospita trentasette aziende israeliane, nove delle quali direttamente interessate nello sviluppo di tecnologie militari per aziende di armi e governi, tra i quali spicca il ministero della Difesa israeliano.
Se il governo spagnolo al momento vive un momento particolarmente teso in politica interna, tra scandali di corruzione, instabilità politica e profonda incertezza riguardo il futuro prossimo del mandato legislativo, è necessario sottolineare che le varie dichiarazioni di Pedro Sanchez, per quanto spesso poco efficaci e probabilmente finalizzate ad un ritorno elettorale, risultano essere l’unico controcanto non bellicista in un contesto europeo ormai completamente assoggettato dagli interessi imperialisti degli Stati Uniti e Israele. Anche in ambito commerciale, la Spagna ha cercato di proseguire sulla propria strada, mantenendo una multilateralità che ha permesso a Sanchez di divenire uno tra i più rispettati interlocutori europei, ad esempio, con la Repubblica Popolare Cinese.
«David Rossi è stato ammazzato»: dopo 13 anni tutto da rifare per il giallo del manager MPS

Raccontano che ci sia parecchio nervosismo negli uffici della procura di Siena, in questi giorni. La notizia rimbalzata da Roma, ossia la riapertura del caso di David Rossi con l’ipotesi di omicidio, è destinata a ribaltare non solo i verdetti giudiziari fin qui acquisiti, ma probabilmente anche diversi equilibri che in città sono misurati da sempre col bilancino dei pesi contrapposti. Il lavoro compiuto fino adesso dalla Commissione parlamentare guidata dal presidente Gianluca Vinci è stato ineccepibile. Le perizie dei Ris e del medico legale, unitamente al materiale acquisito con le audizioni, hanno convinto (ma sarebbe forse più giusto dire costretto) i magistrati senesi ad aprire un nuovo fascicolo di indagine per far luce sulla morte del responsabile della Comunicazione del Monte dei Paschi di Siena. La Commissione d’inchiesta bis sulla morte di Rossi si è insediata due anni fa, il 5 marzo 2024, periodo durante il quale ha proceduto a tutto vapore i propri lavori, tenendo complessivamente 42 riunioni plenarie e ascoltando 33 persone, tra familiari di Rossi, avvocati ed ex legali della famiglia, consulenti, parlamentari, giornalisti, dipendenti attuali ed ex di Mps, Comune e Fondazione Palazzo Te di Mantova. Proprio in questi giorni cade l’anniversario (6 marzo 2013) di quella caduta nel vuoto da una finestra alle spalle di Rocca Salimbeni, sancta sanctorum della banca che all’epoca era senza dubbio il primo istituto di credito italiano. All’indomani dell’apertura di un nuovo dossier da parte degli inquirenti, la Commissione ha approvato all’unanimità la relazione, che sarà presentata pubblicamente all’Archivio di Stato, a Palazzo Piccolomini, proprio nel giorno che ricorda quella tragica sera.

Doppia archiviazione
Con la relazione si esclude in modo definitivo che Rossi si sia tolto la vita, sotto pressioni e minacce di cui si è ipotizzato a lungo: è stato un omicidio, cosa che la Procura fino adesso ha sempre rifiutato di accettare come ipotesi investigativa, come dimostrano le due archiviazioni delle altrettante inchieste. Al centro di dubbi e polemiche per le tante perplessità che ha lasciato da sempre, almeno in qualcuno, la strana, stranissima morte di Rossi, i magistrati toscani decisero addirittura di pubblicare sul sito della procura l’ordinanza di archiviazione del fascicolo disposta dal Gip. Gli elementi e gli indizi per valutare, invece, la scena di un crimine nel quale l’uomo è stato vittima di un’aggressione di persone diverse, invece, c’erano fin da subito. Come evidenziano, ad esempio, le ferite e le escoriazioni riscontrate sul suo corpo dopo la morte, e che sono incompatibili con atti autolesionistici di un suicida, secondo gli esperti scientifici dei carabinieri e il medico legale Robbi Manghi, che insieme al tenente Adolfo Gregori ha firmato le consulenze tecniche disposte dalla Commissione. In particolare, a destare sospetti e indurre gli esperti a escludere il suicidio, ci sono ferite sul volto di Rossi che non si spiegano, se non con la forte pressione che qualcuno ha esercitato sulla sua testa per premerla contro i supporti di legno della finestra del suo ufficio. La conclusione a cui sono pervenuti Ris e medico legale è che qualcuno abbia letteralmente sollevato e sospeso nel vuoto Rossi, tenendolo per le braccia, prima di lasciarlo cadere nel vuoto dove è precipitato. Secondo la perizia stesa dal medico legale, Robbi Manghi, «le lesioni sulla fronte e sulla palpebra sono effetto di un urto contro un oggetto acuminato, non piatto, tagliente come il sistema di ancoraggio del filo antivolatili. Le ecchimosi dell’area della tempia e della parte sotto zigomatica sono compatibili con un oggetto di evento contusivo, un colpo o una manata, dovuto a un trauma di una terza persona o al fatto che la parte del corpo sia stata appoggiata con violenza su una parte piana come la barra metallica anticaduta». In buona sostanza, secondo le risultanze delle perizie acquisite dalla Procura, Rossi è stato picchiato e sospeso nel vuoto, prima di essere lasciato cadere. Gli ignoti che sono entrati nel suo ufficio, secondo la ricostruzione della Commissione, lo hanno affrontato e presumibilmente minacciato, prima di spingerlo prima contro la finestra, per poi sollevarlo e sospenderlo nel vuoto. Le lesioni al viso, secondo i tecnici che hanno collaborato con la Commissione, «confermano, ancora una volta, che il corpo di David Rossi racconta che quelle lesioni non sono conseguenza di un suicidio, non sono in nessun modo riconducibili a una precipitazione».
La faccia premuta contro la finestra
Si è quindi ribaltato tutto, a cominciare dall’esito dei lavori della prima Commissione parlamentare (all’epoca presieduta da Pierantonio Zanettin) che quattro anni fa, nel 2022, ha commissionato e presentato una super-perizia che escludeva tutto quello che non fosse un’ipotesi di suicidio. Secondo i periti ingaggiati per l’approfondimento, Rossi si era praticamente arrampicato contro il muro, dopo aver scavalcato la finestra, reggendosi ad una barra di metallo esterna e puntando piedi e ginocchia, fino al momento in cui si sarebbe lasciato cadere nel vuoto. L’ipotesi, completamente smentita dalle nuove e ultime perizie, non ha mai però spiegato diversi altri punti oscuri della vicenda, a cominciare dal fatto che l’orologio da polso di Rossi è piombato sul selciato, poco lontano dal corpo, diversi minuti dopo che lo stesso era precipitato. Le ferite rinvenute sul polso della vittima, hanno spiegato i consulenti della Commissione Vinci, sono compatibili con l’azione di chi, tenendolo per i polsi, ha premuto o sfregato lo stesso orologio contro la sua pelle, lasciando segni e causando la rottura dello stesso. Ma anche le nove ferite rinvenute, tra viso e corpo, parte delle quali riferite dai periti attuali, fino adesso erano rimaste senza spiegazione. Così come il fatto che Rossi sia rimasto circa 22 minuti steso al suolo, agonizzante, senza che nessuno abbia visto o sentito nulla. Eppure, nei filmati delle telecamere puntate sul vicolo dove è precipitato, si vedono ad un certo punto alcune persone che si avvicinano al corpo riverso al suolo, guardano, e poi si allontanano. Anche con l’ipotesi di omicidio volontario che spazza ogni dubbio, la vicenda resta comunque molto cupa e ancora piena di punti di domanda. A cominciare, naturalmente, dall’identità dei responsabili. «Adesso vogliamo sapere chi lo ha ucciso», ha detto la famiglia che in questi anni non è mai stata convinta dall’andamento delle indagini e dalla parola suicidio con cui era stata archiviata la morte del loro caro. Chi può aver ucciso Rossi, e perché? Il movente del delitto su cui dovranno indagare i magistrati senesi apre scenari impensabili, considerando che l’azione è avvenuta all’interno della sede centrale, il cuore dirigenziale e operativo di Mps. Anche se la banca ha sempre detto che a quell’ora, dopo le 20 di sera, gli uffici erano vuoti e non c’era nessuno, una telecamera ha smentito la versione, dimostrando che non era così. Proprio nell’ufficio di Rossi, peraltro, con la perquisizione effettuata dagli inquirenti poco dopo il suo volo dalla finestra, si è innescata una delicata vicenda giudiziaria che ha avuto per protagonisti tre magistrati della Procura, impegnati nelle indagini a vario titolo e tutti e tre poi iscritti nel registro degli indagati da parte dei colleghi di Genova per “falso ideologico e omissione sul sopralluogo”. In quanto, essendo arrivati sul posto prima della polizia giudiziaria e quindi prima che venissero effettuati i rilievi tecnico-scientifici, avrebbero spostato oggetti e mobili, come a cercare o occultare qualcosa, e senza darne conto nel verbale di sopralluogo, da qui l’accusa di “falso in atto pubblico fedifacente”. Una serie di eventi, appunto, che hanno contribuito ad aumentare il clima di dubbi e sospetti su questa torbida vicenda e che ora dovranno essere sviscerati fino in fondo, con l’apertura di un nuovo fascicolo e la caccia agli assassini di David Rossi, gli ignoti che si sono introdotti dentro così come ai motivi del suo omicidio. Qualcuno, però, ha fatto notare che l’iscrizione di queste notizie da parte della Procura è avvenuta su un modello 45, un registro riservato ad atti non costituenti notizia di reato. Una scelta, l’ennesima, che desta già diverse perplessità.
Amazon: piattaforma IA per automatizzare l’amministrazione sanitaria
La divisione cloud di Amazon, AWS, ha annunciato il lancio di una piattaforma basata sull’intelligenza artificiale per gestire in maniera automatizzata il lavoro amministrativo nel settore sanitario. La piattaforma basata sull’intelligenza artificiale, Amazon Connect Health, si integrerà con le cartelle cliniche elettroniche che i medici utilizzano per gli esami dei pazienti, la pianificazione degli appuntamenti, la compilazione delle anamnesi, la documentazione clinica e la codifica medica. Essa svolgerà diversi compiti a partire dalla gestione dell’agenda e funzionerà 24 ore su 24.
Gli USA starebbero utilizzando anche le basi in Sicilia per la guerra all’Iran
Da giorni, nella base militare di Sigonella, in Sicilia, c’è un traffico insolitamente elevato. I siti di monitoraggio aereo mostrano un continuo via vai di mezzi di ricognizione, pattugliamento, e trasporto, che avrebbero invaso le piste dell’avamposto siciliano, viaggiando verso est. La base ospita un comando della Marina statunitense, ed è spesso utilizzata per operazioni della NATO. Ogni indizio lascia intendere che questa sia impiegata da Washington per le operazioni di supporto logistico e operativo nella guerra contro l’Iran: gli aerei che nell’ultima settimana si sono diretti verso Oriente, dopo tutto, sono statunitensi. A confermarlo, seppur indirettamente, sono arrivati tanto la premier Meloni quanto il ministro Crosetto, che hanno ricordato gli accordi bilaterali tra Italia e Stati Uniti: «Per quello che riguarda le basi militari mi pare che tutti si stiano attenendo a quello che prevedono gli accordi bilaterali», ha detto Meloni. Nessuno avrebbe davvero «messo in discussione» quello che prevedono gli accordi, «e penso che valga per tutti, anche per noi».
Il traffico nella base aerea di Sigonella sembra essere aumentato gradualmente a partire dal 15 febbraio. Secondo il sito di monitoraggio aereo Flightaware, se il giorno di San Valentino nella e dalla struttura sono arrivati e partiti un totale di 6 aerei, il 4 di marzo ne sono passati in pista 14. Le prime missioni da e verso est sono iniziate il 27 febbraio, il giorno prima dell’attacco: la piattaforma AirNav mostra un aereo Grumman C-2A Greyhound della Marina statunitense, mezzo adibito al trasporto logistico e merci, fare avanti e indietro da Sigonella a Souda, nell’isola di Creta. Una analoga missione è stata portata avanti il 3 marzo da un Lockheed C-130T Hercules – sempre della marina USA; la base di Souda viene da tanti considerata uno dei più importanti centri logistici degli USA per le operazioni nella regione mediorientale.
Gli aerei della Marina statunitense partiti da Sigonella si sono spinti fin dentro la Penisola Arabica: il 1° marzo, due Boeing C-40A Clipper, mezzo militare adibito al trasporto, sono arrivati a Riyad, in Arabia Saudita, per poi rientrare in Italia. Entrambi hanno fatto più viaggi da Riyad verso l’Italia, rientrando tra la stessa base di Sigonella e quella di Napoli. Sempre domenica 1° marzo, inoltre, è partito un altro aereo tattico, che, dalla descrizione fornita e dalla rotta tracciata, sembra appartenere alla categoria dei jet adibiti al pattugliamento marittimo; il mezzo si è spinto fino a un punto a metà tra Israele, Egitto e Cipro, per poi rientrare a Sigonella. Per i prossimi giorni sembrano essere in programma ulteriori missioni: tra le varie, due di sorveglianza e ricognizione, sempre verso Riyad.
Il particolare flusso di aerei in entrata e uscita da Sigonella ha sollevato preoccupazioni tra le opposizioni, che hanno chiesto chiarimenti al governo lanciando una interrogazione parlamentare. Oggi, la premier Meloni ha preannunciato che Italia e Paesi alleati avrebbero mandato mezzi e attrezzatura militari in difesa delle Nazioni del Golfo e di Cipro; lo ha fatto non in Parlamento – dove ancora oggi, nonostante il sesto giorno di guerra, non è ancora comparsa per parlare del conflitto – bensì davanti ai microfoni di RTL 102.5, priva di quel contraddittorio tanto caro al governo quando si tratta di presentazioni di libri di esperti internazionali sulla Palestina (come dimostra il caso di Francesca Albanese). Gli stessi ministri Crosetto e Tajani, che hanno riferito oggi in Parlamento, avevano precedentemente parlato solo davanti alle Commissioni Esteri e Difesa – e dunque in un contesto molto più ristretto e dai tempi più brevi, in un incontro in cui le stesse opposizioni hanno preferito concentrarsi sui motivi per cui Crosetto si trovasse a Dubai al momento dell’attacco israeliano-statunitense, piuttosto che sulle conseguenze di quello stesso attacco.
Dopo la dichiarazione sugli aiuti ai Paesi del Golfo, Meloni ha fatto riferimento ai trattati bilaterali tra Paesi europei e USA: «Per quello che riguarda le basi militari mi pare che tutti si stiano attenendo a quello che prevedono gli accordi bilaterali. La stessa portavoce spagnola ha dichiarato ieri: “Esiste un accordo bilaterale e al di fuori di quell’accordo non ci sarà alcun utilizzo di basi spagnole”; significa che non viene messo in discussione quello che prevedono gli accordi. E penso che valga per tutti, anche per noi». Analoghe le parole del ministro Crosetto. Il ministro ha annunciato formalmente che l’Italia intende «schierare una forza multi-dominio in Medio Oriente, con sistemi di difesa aerea contro droni e missili», e che «insieme agli spagnoli e ai francesi, porteremo assistenza a Cipro». Ha poi parlato della questione di Sigonella, menzionando gli accordi vigenti, quali, come aveva già ricordato con un post sul social X, il NATO SOFA del 1951, e il Bilateral Infrastructure Agreement del 1954 aggiornato nel 1973 e attualizzato con il Memorandum d’intesa Italia-USA del 1995 – anche noto come “Shell Agreement”. «Tali cornici giuridiche regolamentano queste attività da decenni e nessun Governo ha avvertito l’esigenza di modificarle», scriveva Crosetto.
«L’agreement stabilisce che sono autorizzate le attività relative a operazioni della NATO e quelle addestrative di supporto, e operative non cinetiche [ndr. quelle di natura offensiva]. Parliamo dunque di attività di supporto logistico, addestramento, cooperazione, tecnico-operative, e di velivoli non destinati a combattimento», ha detto Crosetto. In merito alle operazioni “cinetiche”, il ministro ha affermato che «a oggi non è pervenuta nessuna richiesta» di utilizzare le basi italiane come piattaforma di partenza per i bombardamenti, e che «qualora dovessero emergere domande di questo tipo chiaramente saremmo qua». Per le altre, «noi rispetteremo puntualmente ciò che prevede l’agreement con gli USA», ha terminato Crosetto, in quella che pare una sostanziale conferma del fatto che Washington starebbe usando Sigonella per le proprie operazioni nel Golfo.
Cuba ancora al buio, maxi blackout coinvolge 7 milioni di persone
Gran parte di Cuba è rimasta senza corrente elettrica a causa di un guasto alla centrale termoelettrica Antonio Guiteras, la principale fonte energetica dell’isola. Il blackout ha colpito circa 7 milioni di persone, interessando due terzi del Paese: da Pinar del Río fino a Camagüey, compresa la capitale L’Avana. La compagnia elettrica statale Unión Eléctrica ha avviato le operazioni per ripristinare il servizio, ma non è chiaro quanto tempo servirà. Blackout parziali sono frequenti sull’isola, a causa di centrali obsolete, manutenzione insufficiente e difficoltà nel reperire combustibili fossili, aggravate dalle sanzioni statunitensi e dalla riduzione delle forniture di petrolio dal Venezuela.
Amal: quando il ricamo diventa un atto di denuncia collettivo
Un nome ricamato sul collo di una camicia durante un’esibizione sul palco dell’Ariston si è fatto notare: Amal. Un nome che potrebbe essere di tutti e di nessuno, ma che voleva essere un omaggio alle bambine palestinesi, quelle senza nome che hanno ispirato il testo della canzone e quelle che non ci sono più. Un gesto silenzioso, quasi delicato, ma che in mezzo ad un palco di spacchi e paillettes è riuscito a richiamare l’attenzione. In 5,7 km di Grida nel Silenzio, progetto tessile collettivo, i nomi sono più di 20.000: un gesto simbolico per ricucire l’infanzia strappata dalla guerra, dove l’arte ha trasformato il dolore in testimonianza, mentre ago, filo e tempo sono diventate pratica rivoluzionaria.
Negli ultimi due anni oltre 60 mila palestinesi sono stati uccisi, un terzo dei quali erano minori: circa mille bambini non avevano ancora compiuto un anno! Uccisi da bombe, colpi d’arma da fuoco, sepolti sotto le macerie o morti di fame e sete. Una media di oltre uno ogni ora. L’aggiornamento dei dati ha portato il conteggio fino alla fine dello scorso agosto, ma i numeri sono cresciuti nel corso del tempo e le cifre ufficiali non riescono a restituire l’entità reale del massacro.
Per reagire a questo senso di impotenza e trasformarlo in un gesto concreto di solidarietà, è nata l’iniziativa 5,7 km di grida nel silenzio, un progetto tessile collettivo promosso da Cristina Pedrocco, artista tessile ed attivista, ed Elena Gradara, designer specializzata in sostenibilità e tinture naturali. Tramite una call for artist diffusa tramite Instagram lo scorso 2 settembre 2025, hanno intercettato centinaia di volontari – creativi ed appassionati – che hanno risposto all’invito a lavorare tessuti per dare vita a questo monumentale nastro bianco lungo 5 chilometri e 700 metri.
Istruzioni semplici e chiare sono arrivate ai partecipanti via mail: i nomi di cinquanta bambini, con tanto di età, e la richiesta di scrivere, ricamare o dipingere questi nomi, rigorosamente in nero su piccoli rettangoli di stoffa bianca (25×10 cm). Una volta ricevuti, i rettangoli sono stati sapientemente cuciti insieme, in pomeriggi di lavoro di gruppo che hanno infuso ancora più energia in questi chilometri di stoffa. Un lavoro intimo e silenzioso, toccante e commovente, che ogni artista ha svolto nel suo privato o in piccoli gruppi; ma che è stata anche un’esperienza collettiva che ha legato con un filo invisibile i partecipanti provenienti da tutta Italia (e anche qualcuno dall’estero), trasformando aghi e fili in strumenti di cura e di partecipazione. Ogni nome è una vita che non c’è più ma che, tramite ogni punto ricamato, è diventata una memoria che resiste al tempo, che non si cancella. Memoria collettiva, partecipazione e simbolo di un lutto universale, ma anche urla di pace e resistenza.

Il nastro è stato srotolato la prima volta a Fusignano (Ravenna) lo scorso 6 Febbraio, durante l’evento Asterisco Palestina organizzato da Muda e Brainstorm Fusignano; un’iniziativa per capire, supportare e non dimenticare la causa palestinese attraverso le voci dell’arte ed i linguaggi della creatività.
La volontà è quella di far girare questo lunghissimo nastro in svariate piazze italiane: rendere visibili quei nomi per restituire loro dignità, presenza e pace. Perché sono solo dei nomi, ma come ricorda Madeline Miller ne Il canto di Achille, incidere un nome nella pietra, anche dopo la morte, è un gesto di riconoscimento che afferma la vita vissuta e nello stesso tempo lascia l’anima libera di volare. Questo nastro, però, non è fatto per volare, ma per restare come testimonianza permanente delle vittime del genocidio. E del ricamo come pratica di denuncia sociale quando tutti intorno preferiscono il silenzio.
Il ricamo, arte millenaria di fili e aghi, non è mai stato solo un passatempo decorativo: è, da sempre, e per sua natura, una pratica anti capitalista, fatta da gesti lenti che sfidano il ritmo frenetico del profitto. Dalle origini storiche fino alle subculture contemporanee, il ricamo si pone come atto di sovversione contro la logica del consumo e della produzione industriale. Fin dal Medioevo, il ricamo era dominio delle donne nelle case europee e asiatiche e, mentre il commercio si espandeva con la manifattura tessile, il ricamo restava un “lavoro invisibile”: si produceva per uso familiare, per dote o per doni, senza intermediari o prezzi. Basta pensare alle ricamatrici contadine italiane del Rinascimento, come quelle toscane documentate negli archivi di Livorno, che creavano corredi contro il nascente capitalismo mercantile.
Questo gesto manuale, ripetitivo e meditativo, opponeva la cura personale alla standardizzazione delle fabbriche proto-industriali, espressione concreta dell’economia del dono e della comunità. Ma è con la Rivoluzione Industriale (XVIII-XIX secolo) che il ricamo divenne atto di ribellione esplicita. Mentre le operaie tessili venivano alienate nelle fabbriche britanniche e americane, molte tornarono al ricamo domestico per reclamare il tempo e l’autonomia. Negli USA, durante il movimento suffragista, ricamatrici come quelle del “needlework guilds“ usavano l’ago per proteste simboliche: fazzoletti e bandiere con slogan anti capitalisti, contro il patriarcato e lo stato oppressivo. In Italia, le “ricamatrici socialiste” del primo Novecento, influenzate da anarchiche come Emma Goldman, vedevano nel ricamo una “pratica lenta” contro il fordismo, che riduceva il lavoro a mera merce. In tempi più contemporanei il ricamo si è evoluto in craftivism (craft + activism), un movimento globale anti capitalista che si fa portavoce concreto della decrescita felice teorizzata da Latouche, valorizzando pratiche lente in aperto contrasto con l’accelerazione neoliberale. Artiste come Subversive Cross Stitch negli USA o le italiane di Ricamo Ribelle hanno seguito la tradizione millenaria di quest’arte e trasformato gli aghi in armi contro il consumismo, sia con installazioni contro Amazon e fast fashion sia con oggetti ricamati con messaggi provocatori e volutamente di rottura. Oggi, circoli, corsi ed incontri dedicati alla trasmissione di quest’arte, si propongono da nord a sud come passatempi “improduttivi” ma dall’alto contenuto sociale e terapeutico.
In un mondo sempre più digitalizzato, veloce e basato sulla performance, il ricamo riesce ancora a sottrarsi alle logiche brutali del capitalismo e dell’iper-produttività: con ago e filo in mano non si genera valore, ma valori, legami e creatività, riappropriandosi del proprio tempo. Il ricamo, ancora oggi, può essere un atto di resistenza.








