Gino Paoli, tra i più importanti cantautori italiani, è deceduto all’età di 91 anni. Nato a Monfalcone nel 1934 e cresciuto a Genova, è stato protagonista della “scuola genovese”. Autore raffinato, ha segnato la musica dagli anni Sessanta con brani come “Il cielo in una stanza” e “Sapore di sale”, rinnovando la canzone d’autore. Nel 1987 Paoli si presentò alle elezioni politiche, venendo eletto nelle file del PCI (poi Pds). Ha poi ricoperto anche il ruolo di assessore alla Cultura nel comune di Arenzano. È stato presidente della SIAE dal 2013 al 2015: si dimise dopo lo scoppio di uno scandalo che lo vide accusato di evasione fiscale.
A Elkann i giornali non servono più: vendute Repubblica e La Stampa
Dopo mesi di annunci e indiscrezioni, ora è ufficiale: il gruppo mediatico GEDI, che controlla i quotidiani Repubblica e La Stampa, è stato venduto. Come preannunciato da un contratto preliminare sancito all’inizio del mese, La Stampa verrà venduta al gruppo editoriale italiano SAE, proprietario di diverse testate locali. Repubblica e gli altri rami di GEDI, invece, sono stati ceduti al gruppo Antenna, azienda greca di proprietà della famiglia Kyriakou, attiva nel settore dei media, delle navi, della finanza e degli immobili. Dal punto di vista economico, per il gruppo guidato da John Elkann si tratta di un fallimento: dopo anni di perdite, GEDI è stata praticamente svenduta.
Nello specifico, la holding della famiglia Agnelli-Elkann Exor ha perfezionato la cessione del 100% del capitale di GEDI al gruppo greco Antenna, controllato dalla famiglia Kyriakou, in un’operazione che segna l’uscita definitiva della dinastia torinese dall’editoria italiana dopo un secolo. L’accordo, che diventa effettivo immediatamente, include il quotidiano La Repubblica, le radio Deejay, Capital e m2o, HuffPost Italia, National Geographic Italia, Limes e la concessionaria Manzoni. Il quotidiano La Stampa – storicamente legato alla famiglia – verrà invece girato nei prossimi mesi dai greci al gruppo SAE, che pubblica testate come Il Tirreno, La Nuova Sardegna, Gazzetta di Modena, Gazzetta di Reggio e La Nuova Ferrara.
Nel contratto non sono previste garanzie occupazionali né indicazioni sul collocamento politico-editoriale, le due richieste avanzate dai giornalisti durante le mobilitazioni dei mesi scorsi in vista della chiusura dell’operazioni. Alla guida del quotidiano fondato da Scalfari resterà per ora Mario Orfeo, mentre Mirja Cartia d’Asero assume il ruolo di amministratore delegato del gruppo. Nel frattempo, la nuova proprietà ha promesso «nuove e significative risorse per ampliare la diffusione di Repubblica e valorizzare il lavoro, più volte premiato, dei suoi numerosi e talentuosi giornalisti», oltre a voler sviluppare un hub radiofonico nel Mediterraneo. Antenna, che è presieduta dal magnate greco Thodòris Kyriakou – che non ha mai fatto mistero della sua collocazione politica a destra e della sua vicinanza a Donald Trump – ha inoltre assicurato di voler «mantenere l’indipendenza editoriale di tutte le testate giornalistiche, preservando identità, credibilità e pluralismo di ciascun marchio».
Verso metà dicembre, in seguito all’annuncio ufficiale dell’avvio delle trattative per la vendita dell’intero gruppo GEDI, il comitato di redazione di Repubblica aveva lanciato lo stato di agitazione, mentre La Stampa aveva indetto una assemblea permanente. Già in quei giorni i portali online dei due quotidiani non erano stati aggiornati per protesta contro l’azienda. Due mesi dopo, sempre per protesta contro le trattative per la vendita del gruppo GEDI da parte di Exor, il comitato di redazione di Repubblica ha poi deciso di incrociare le braccia: il giornale non è uscito in edicola martedì 10 febbraio né mercoledì 11 febbraio.
Leggendo la vicenda in maniera più ampia, è opportuno ricordare come negli anni in cui Stellantis (di cui Exor è principale azionista) ha ridotto progressivamente la sua presenza in Italia, con dati fallimentari su produzione e occupazione – il gruppo GEDI abbia rappresentato per la famiglia Agnelli-Elkann uno strumento di influenza sul dibattito pubblico, come sovente evidenziato da sindacati e osservatori critici. La cessione de La Stampa, che appartiene alla dinastia torinese da ben 100 anni, recide l’ultimo legame con Torino. Una città che, da sede di un gruppo che nel suo momento di massima espansione dava lavoro a circa 60mila persone nel solo stabilimento di Mirafiori, oggi vede l’indotto automobilistico ridimensionato in modo radicale, con i lavoratori del settore in gran parte in cassa integrazione o in contratti di solidarietà.
Accordo UE-Australia: via il 99% dei dazi
Dopo otto anni di negoziati e uno stop nel 2023, Unione Europea e Australia hanno firmato a Canberra un accordo di libero scambio destinato a rafforzare i rapporti economici tra i due blocchi. L’intesa, siglata alla presenza di Ursula von der Leyen, presidente della Commissione Europea, e Anthony Albanese, primo ministro australiano, arriva in un contesto globale instabile, segnato da tensioni geopolitiche e incertezze commerciali. L’obiettivo è diversificare i partner economici, riducendo la dipendenza dalla Cina e dai dazi statunitensi. L’accordo prevede l’eliminazione di oltre il 99% dei dazi e un aumento significativo delle esportazioni europee nei prossimi anni.
In Indonesia sono stati ritrovati due marsupiali ritenuti estinti da millenni
Si conoscevamo solo attraverso frammenti fossili e ipotesi, oggi, invece, due piccoli marsupiali tornano a occupare un posto tra la biodiversità vivente. Nelle foreste remote della Nuova Guinea nord-occidentale, in Indonesia, e in particolare nella penisola di Bird’s Head, sono stati ritrovati il Dactylonax kambuayai, un opossum, e il Tous ayamaruensis, un parente del petauro planatore. Entrambe le specie si ritenevano estinte dal Pleistocene.
Questi animali appartengono a quella che gli scienziati definiscono “specie Lazzaro”: organismi creduti scomparsi e poi improvvisamente riscoperti. Nel loro caso, la sorpresa è doppia. Non solo erano dati per estinti da circa 6.000 anni, ma risultavano già rari persino nei reperti fossili, segno che la loro presenza è sempre stata elusiva. La svolta è arrivata sul campo, nel 2022, quando durante una spedizione nella Papua Occidentale un abitante locale ha recuperato un piccolo opossum con una caratteristica impossibile da ignorare: un dito anteriore lungo il doppio degli altri. Questo dettaglio anatomico, utilizzato per estrarre larve dagli alberi, ha permesso agli studiosi di collegare l’animale al misterioso Dactylonax noto solo dai fossili. Una fotografia scattata nel 2023 ha poi fornito la conferma definitiva. Parallelamente, è riemerso anche il Tous ayamaruensis, un marsupiale arboricolo dalle dimensioni simili a quelle di uno scoiattolo, dotato di grandi occhi, coda prensile e una membrana che gli consente di planare tra gli alberi. Un animale che la scienza moderna non aveva mai osservato vivo, ma che le comunità indigene conoscevano da generazioni. Ed è proprio la collaborazione con le popolazioni locali ad aver giocato un ruolo decisivo. Gli abitanti della regione, in particolare i clan indigeni della zona, non solo erano già a conoscenza di questi animali, ma hanno contribuito attivamente alla loro identificazione. Il Tous, ad esempio, deve il suo nome proprio alla tradizione locale ed è considerato sacro e associato agli spiriti degli antenati, elemento centrale nei rituali di iniziazione.
Gli studi che documentano la scoperta (uno per il Dactylonax e uno per il Tous) – pubblicati di recente nei Records of the Australian Museum – sono proprio il risultato di un lavoro di revisione tassonomica congiunto tra ricercatori internazionali e comunità indigene. Tra i protagonisti figura il biologo Tim Flannery, che ha descritto il ritrovamento come “un viaggio nel tempo”, sottolineando quanto fosse improbabile imbattersi in specie così elusive. La presenza di questi marsupiali in Nuova Guinea solleva poi anche interrogativi di natura geologica. Infatti, nessuno dei due ha parenti stretti sull’isola, suggerendo un’origine geograficamente distinta. L’ipotesi più accreditata è che siano arrivati attraverso antichi movimenti della crosta terrestre: la penisola di Bird’s Head potrebbe essere un frammento di territorio australiano che si è saldato alla Nuova Guinea milioni di anni fa, “trasportando” con sé queste specie.
Oltre al valore scientifico, la scoperta evidenzia l’importanza ecologica di queste foreste tropicali, tra le meno esplorate al mondo. Ambienti ricchi di biodiversità ma anche vulnerabili, minacciati dalla deforestazione e dallo sfruttamento delle risorse. Non a caso, i ricercatori hanno scelto di non divulgare le posizioni esatte degli avvistamenti, temendo il rischio di cattura illegale. La riscoperta di Dactylonax kambuayai e Tous ayamaruensis non è solo un evento eccezionale, ma anche un monito. Dimostra quanto ancora resti da conoscere in ecosistemi remoti e quanto sia fragile l’equilibrio che li sostiene. Secondo gli esperti, non è escluso che altre “specie Lazzaro” si nascondano tra le foreste della regione, in attesa di essere individuate. Anzi, «Ce ne sono quasi certamente altre – a detta di Flannery che ha anche fornito un’anticipazione: «ll piccolo wallaby delle foreste (Dorcopsulus) è un ottimo candidato». Nel frattempo, la priorità è comunque quella di proteggere questi habitat. Perché, dopo essere sopravvissuti nell’ombra per migliaia di anni, questi animali rischiano oggi di scomparire davvero, ma a causa dell’uomo.
Von der Leyen scavalca l’Europarlamento: il trattato Mercosur in vigore dal 1° maggio
Dopo l’annuncio della presidente von der Leyen, la Commissione Europea ha formalizzato la ratifica: l’accordo UE-Mercosur, il gruppo economico dei Paesi del Sudamerica, entrerà in vigore in via provvisoria il prossimo 1° maggio. L’accordo costituisce una delle più ampie zone di libero scambio al mondo, azzerando o riducendo notevolmente i dazi tra i Paesi dei due blocchi. È stato ampiamente contestato da diversi Stati – come la Francia – e categorie di lavoratori, tra cui spiccano gli agricoltori, che temono che le più elastiche norme di controllo sulla produzione presenti in Sudamerica finiscano per avvantaggiare i beni provenienti da oltreoceano sul mercato domestico. L’entrata in vigore arriva dopo che tutti i Paesi del blocco Mercosur hanno ratificato l’accordo, ma non risulta definitiva: essa deve infatti venire approvata dal Parlamento Europeo, che tuttavia ha chiesto alla Corte di Giustizia europea di esprimersi sulla sua validità.
L’accordo, spiega la Commissione, sarà applicabile dal 1° maggio per tutti quei Paesi che abbiano completato le procedure di ratifica e che la abbiano notificata all’UE prima della fine di marzo – come già fatto da Argentina, Brasile e Uruguay, mentre si è in attesa della notifica del Paraguay. Secondo la Commissione, l’accordo garantirà anche “una maggiore collaborazione tra l’UE e il Mercosur su questioni globali urgenti quali i diritti dei lavoratori e i cambiamenti climatici. Creerà catene di approvvigionamento più resilienti e affidabili, fondamentali in particolare per il flusso prevedibile di materie prime critiche”.
L’applicazione provvisoria del trattato era stata annunciata da Von der Leyen già a fine febbraio: «lo avevo già detto: quando loro saranno pronti, noi saremo pronti. La Commissione procederà all’applicazione provvisoria dell’accordo», aveva dichiarato. Tuttavia, sono molti gli eurogruppi e i Paesi che si oppongono non solo all’accordo, ma anche alla modalità di applicazione scelta dalla presidente della Commissione – senza un voto dei parlamenti nazionali o del Parlamento europeo. Von der Leyen aveva infatti deciso di scavalcare l’Europarlamento dopo che questo aveva approvato la richiesta, presentata da un gruppo di eurodeputati di Sinistra, Verdi e parte dei Liberali, di rinviare alla Corte di Giustizia UE l’accordo per verificarne la compatibilità con i Trattati europei.
Ad opporsi agli accordi previsti dal Mercosur non sono tuttavia solo eurogruppi, entità del settore ed agricoltori, ma anche organizzazioni non corporative come quelle afferenti al Coordinamento Europeo della Via Campesina (ECVC), il ramo europeo del coordinamento internazionale che unisce agricoltori, allevatori, pescatori e popoli nativi di tutto il mondo che lottano per la difesa della sovranità alimentare. Secondo il Coordinamento, infatti, il Mercosur privilegia soprattutto gli interessi dell’agroindustria, intensificando la concorrenza sleale ed “esponendo gli agricoltori europei a importazioni prodotte secondo standard sociali, ambientali e sanitari che non sono equivalenti nella pratica e spesso impossibili da controllare efficacemente”.
Contrabbando tabacchi, blitz in Italia e all’estero: sequestri per 2,5 milioni
È in corso in Italia e in alcuni paesi esteri un’operazione contro un’associazione criminale transnazionale dedita al contrabbando di tabacchi lavorati esteri. L’azione è condotta da Direzione investigativa antimafia, Guardia di finanza e Agenzia delle dogane e dei monopoli di Genova, sotto il coordinamento della Procura europea Eppo di Torino. L’intervento, con il supporto del Servizio di cooperazione internazionale di polizia, di Europol e della rete antimafia internazionale, mira all’esecuzione di misure cautelari personali e patrimoniali per circa 2,5 milioni di euro, somma ritenuta il provento dei reati contestati.
Referendum sulla giustizia: il NO vince con oltre il 53%
Oggi alle 15 si sono chiusi i seggi per votare il referendum costituzionale sulla magistratura. La chiamata alle urne riguardava la legge costituzionale n. 253/2025, che intende riformare la magistratura. Il referendum è confermativo, e dunque non prevede quorum. La legge in esame istituirebbe un Consiglio Superiore dei Giudici (magistrati giudicanti) e un Consiglio Superiore dei Pubblici Ministeri (magistrati requirenti), che andrebbero a sostituire l’attuale Consiglio Superiore della Magistratura (CSM) – unificato per le due figure. L’obiettivo dichiarato è quello di evitare sovrapposizioni tra funzioni amministrative e giurisdizionali, separando le carriere dei magistrati. I Consigli sarebbero inoltre composti da giudici sorteggiati e non più eletti in maniera diretta, mentre la competenza dei provvedimenti disciplinari nei confronti dei magistrati, attualmente in mano al CSM, passerebbe a un’Alta Corte Disciplinare istituita ad hoc. Seguiremo lo spoglio delle schede in diretta su L’Indipendente.
Ore 17.15 – Nordio: “prendo atto della decisione del popolo sovrano”
“Prendo atto con rispetto della decisione del popolo sovrano. Non è nostra intenzione attribuire o meno a questo voto un significato politico. Ringraziamo la parte dell’elettorato che ci ha dato fiducia e comunque ci consola l’alta partecipazione al voto che conferma la solidità della nostra democrazia” ha dichiarato il ministro della Giustizia Nordio, in merito all’esito del referendum.
Ore 16.50 – Meloni ammette la sconfitta: “il governo ha fatto ciò che ha promesso”
“La sovranità appartiene al popolo e gli italiani oggi si sono espressi con chiarezza. Il governo ha fatto quanto promesso, portare avanti una riforma della giustizia che era scritta nel nostro programma elettorale. Resta il rammarico per un’occasione persa di cambiare l’Italia”: così la premier Meloni, pochi minuti fa, in un comunicato diffuso sui social.
Ore 16.40 – Tre quarti delle sezioni scrutinate: No al 54,13%
Tre quarti delle sezioni sono state scrutinate, e il No è avanti con il 54,13%. Ancora nessun commento dalla presidente Meloni e in generale dai leader della maggioranza.
Ore 16.32 – Renzi chiede le dimissioni di Meloni
Gli spogli non si fermano, e paiono confermare sempre più la vittoria del No, a ora avanti con il 54,25% dei voti con oltre 42mila sezioni scrutinate su 61mila. Dopo Conte, anche il leader di Italia Viva Matteo Renzi si è esposto, annunciando la vittoria del No.
“Quando il popolo parla, il Palazzo deve ascoltare. Noi dieci anni fa lo abbiamo fatto, Giorgia Meloni avrà lo stesso coraggio? Io mi sono dimesso da Premier, da Segretario, da tutto. Vedremo che farà Meloni dopo una sconfitta clamorosa“, ha scritto Renzi, chiedendo implicitamente le dimissioni della premier;
Ore 16.28 – Conte reclama la vittoria
Siamo a oltre due terzi delle sezioni scrutinate, con il No avanti al 54,30%. Il leader del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte è il primo vertice di partito a esporsi, reclamando la vittoria del No: “Ce l’abbiamo fatta! Viva la Costituzione!” si legge in un post su X.
Ore 16.22 – Bignami: “Accettare il volere degli italiani”
Intercettato dall’emittente La 7, il deputato di FdI Galeazzo Bignami ha dichiarato: “Quando gli italiani si esprimono è sempre da accettare. Era un provvedimento che avevamo nel programma elettorale e lo abbiamo sottoposto agli italiani. Sin dall’inizio abbiamo detto che in caso di vittoria del NO non ci sarebbero state ripercussioni sul governo”. I risultati sono ancora in fase di scrutinio, ma le dichiarazioni di Bignami paiono dare una prima conferma sulle proiezioni di vittoria del No.
Bignami fa riferimento alle dichiarazioni rilasciate da Giorgia Meloni prima del referendum, in cui la presidente del Consiglio aveva annunciato che in caso di vittoria del No non si sarebbe dimessa.
Ore 16.17 – Oltre la metà delle sezioni scrutinate: il No in vantaggio al 54,5%
Con 33.379 sezioni scrutinate su 61.533, il No è al momento in vantaggio sul Sì, aggiudicandosi il 54,5% delle preferenze.
Ore 16.13 – Friuli: Sì in vantaggio con il 53,9%
Con poco più della metà delle sezioni scrutinate (754 su 1.354), il Sì è in vantaggio al momento anche in Friuli-Venezia Giulia, registrando un 53,9% delle preferenze rispetto al No (46,08%).
Ore 16.07 – Veneto: il Sì in vantaggio con il 58,35%
In Veneto, il Sì registra per ora la maggioranza delle preferenze, aggiudicandosi il 58,35% contro il 41,65% del No, con 1.807 seggi scrutinati su 4.729.
Ore 16.00 – Napoli: il No in testa con oltre il 72% dei voti
Con poco meno della metà delle sezioni totali scrutinate (1.137 su 2.896) a Napoli il No è in netto vantaggio, segnando un 72,5% delle preferenze contro il 27,48% del Sì.
Ore 15.50 – Si dimette Cesare Parodi, presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati
Pochi minuti dopo la chiusura dei seggi referendari è arrivata la notizia delle dimissioni di Cesare Parodi, presidente dell’ANM. La scelta sarebbe legata a “problemi personali” e non con il referendum.
Ore 15.45 – 10.000 sezioni scrutinate: No al 54,49%
Gli spogli procedono rapidamente: a ora ne sono state scrutinate 10.590 e il No risulta avanti al 54,49%. Tra gli scrutini, anche 2 delle 2.207 sezioni Esteri, in cui il No figura leggermente avanti con il 50,38%.
Ore 15.30 – I primi scrutini: No avanti al 53,35%
Iniziano a uscire i primi scrutini sul voto. A mezz’ora dalla chiusura delle urne il No figura avanti con il 53,35% delle preferenze. Per ora sono state scrutinate 1.642 sezioni su un totale di 61.533 (contando gli Esteri). Non è ancora passata al vaglio alcuna sezione Esteri.
Ore 15 – Affluenza al 58,32%
Mentre inizia lo scrutinio delle schede, arriva il primo dato sull’affluenza: alla chiusura dei seggi, il dato si è attestato al 58,32%, in aumento rispetto all’ultimo referendum costituzionale sulla riduzione dei membri del Parlamento, arrivato a quota 51,12%. Su scala regionale, l’Emilia Romagna è la regione dove hanno votato la maggior parte degli aventi diritto, con il 65,86% dei voti, mentre all’ultimo posto figura la Sicilia con il 46,89%. I dati sull’affluenza registreranno lievi variazioni nelle prossime ore.
“Tortura e genocidio”: Francesca Albanese documenta (di nuovo) i crimini israeliani
Francesca Albanese ha pubblicato un nuovo rapporto sui crimini israeliani in Palestina. Dopo aver svelato gli interessi economici che traggono profitto dal genocidio in corso, la relatrice speciale delle Nazioni Unite ha documentato la tortura sistematica riservata ai palestinesi dal 7 ottobre 2023, sia in carcere che fuori. Pestaggi, violenze sessuali, l’uso della fame come arma, uccisioni di massa: tutto condensato in venti pagine di rapporto, corredato da testimonianze e fonti indirette. “Quando la tortura viene perpetrata su un intero territorio — scrive Francesca Albanese — contro una popolazione in quanto tale e sostenuta attraverso politiche che distruggono le condizioni di vita, l’intento genocida risulta evidente“. Negli ultimi due anni diversi rapporti ONU, l’ultimo a settembre, hanno delineato i contorni della condotta genocida israeliana, finita anche sotto processo alla Corte Internazionale di Giustizia.
“Questo rapporto documenta come la tortura sia diventata parte integrante del dominio e della punizione inflitta a uomini, donne e bambini, sia attraverso abusi detentivi sia attraverso un’incessante campagna di sfollamenti forzati, uccisioni di massa, privazione e distruzione di tutti i mezzi di sussistenza. Il tutto per infliggere dolore e sofferenza collettivi a lungo termine”. Con queste parole Francesca Albanese apre il rapporto “Tortura e genocidio”, scritto in qualità di relatrice speciale ONU sui territori palestinesi occupati. Non si tratta di violenza accidentale, spiega la giurista italiana, bensì di un’architettura sistematica e coerente con le logiche del colonialismo di insediamento, dunque di espulsione della popolazione autoctona. Negli ultimi anni il numero di colonie illegali ai sensi del diritto internazionale è cresciuto a dismisura in Cisgiordania occupata, superando la quota dei 700mila coloni dislocati in centinaia di insediamenti. Nel pieno del genocidio a Gaza, il governo Netanyahu ha annunciato nuovi progetti coloniali, come il piano E1, che dividerà definitivamente la Cisgiordania in due tronconi, a loro volta ostacolati nella continuità territoriale dalla presenza di altri insediamenti illegali e checkpoint militari.
“L’uso della tortura contro i palestinesi come gruppo” si conferma come “un aspetto strutturale del genocidio in corso e del regime di apartheid israeliano”. Per tortura si intende “l’inflizione intenzionale di dolore o sofferenza, fisici o mentali, per scopi quali intimidazione e coercizione o per qualsiasi motivo basato sulla discriminazione”. Nonostante i tentativi di Tel Aviv di boicottare il suo lavoro, Francesca Albanese ha raccolto oltre 300 testimonianze, tra incontri telematici coi sopravvissuti e fonti indirette, quali rapporti indipendenti, relazioni ONU, dichiarazioni dei ministri israeliani e denunce delle ong. “La tortura — scrive Albanese — è sempre stata una caratteristica centrale dell’espropriazione dei palestinesi da parte di Israele. Tuttavia, dall’ottobre 2023, Israele lo ha utilizzato su una scala che suggerisce vendetta collettiva e intenti distruttivi“. A partire dalle carceri, dove il colono nonché ministro Itamar Ben-Gvir ha istituzionalizzato una vera e propria “politica del degrado”, tra pestaggi, detenuti incappucciati e costretti a terra, privazione della luce e del sonno, letti di ferro. A ciò si aggiungono gli innumerevoli casi di violenze sessuali e lo spettro della pena di morte, il cui iter legislativo procede spedito al parlamento israeliano.
La tortura israeliana verso i palestinesi non si limita ai centri detentivi. Come si legge nell’ultimo rapporto ONU, “a causa dell’impatto cumulativo di sfollamenti di massa, assedi, negazione di aiuti e cibo, violenza dei soldati e dei coloni senza freni, sorveglianza e terrore pervasivi, il territorio palestinese occupato è diventato uno spazio di punizione collettiva“. Qui “la violenza genocida ha conseguenze mentali e fisiche a lungo termine per la popolazione occupata”, sottolinea la relatrice speciale delle Nazioni Unite, inquadrando le politiche israeliane nel progetto di una nuova Nakba, dunque l’esodo forzato del popolo palestinese.
In un passaggio importante del suo rapporto, Francesca Albanese riconosce la sumud dei palestinesi, ovvero la capacità di resistere ai crimini israeliani con dignità e fermezza, frapponendosi con la vita alla conquista totale della propria terra. La tortura praticata sistematicamente da Israele punta a spezzare questa resistenza, come lasciato intendere dal colono-ministro delle Finanze Bezalel Smotrich durante il genocidio nella Striscia di Gaza: «Saranno totalmente disperati, capiranno che non c’è speranza né nulla da cercare a Gaza e cercheranno un trasferimento per iniziare una nuova vita in altri luoghi».
Richiamando le precedenti 58 raccomandazioni, la relatrice speciale dell’ONU si rivolge innanzitutto a Israele, che “dovrebbe immediatamente cessare tutti gli atti di tortura e maltrattamenti nei confronti del popolo palestinese come parte del genocidio in corso. Ciò richiede, come precondizione fondamentale, lo smantellamento del regime di apartheid che tanto la Corte Internazionale di Giustizia (CIG) quanto l’Assemblea generale ONU ritengono violare il diritto del popolo palestinese all’autodeterminazione“. Si chiede poi l’accesso, ad oggi negato, agli esperti indipendenti delle Nazioni Unite per condurre indagini approfondite sui crimini commessi. Conscia dei muri istituzionali eretti da Israele, sfociati in duri attacchi e persecuzioni perpetrati con l’alleato americano, Francesca Albanese si rivolge poi ai Paesi membri dell’ONU. L’obiettivo è fare pressione su Tel Aviv, affinché si allinei al diritto internazionale. Si tratta d’altronde di un obbligo previsto da quest’ultimo, per evitare complicità perseguibili legalmente, come ricordato dalla CIG durante il processo a Israele.
Alla fine del suo rapporto Francesca Albanese si rivolge all’altro organo giudiziario internazionale, la Corte Penale (CPI), chiedendo di spiccare mandati di arresto nei confronti dei ministri israeliani Ben-Gvir, Katz e Smotrich. A fine 2024 la CPI aveva ordinato l’arresto del premier Benjamin Netanyahu e del ministro Gallant, non trovando alcuna collaborazione tra i 120 Paesi membri. Italia inclusa, che ha permesso a Netanyahu di sorvolare i propri cieli per raggiungere Washington. D’altronde nell’attuale fase di crisi, come ricordato dal capo della Farnesina Antonio Tajani, il diritto internazionale conta, ma fino a un certo punto.
Colombia, precipita un aereo militare: almeno 80 dispersi
Un aereo dell’Aeronautica militare colombiana è precipitato nel sud del Paese, vicino al confine con il Perù. Secondo le ricostruzioni mediatiche, a bordo dell’aereo si trovavano tra gli 80 e i 110 militari. L’aereo, un Hercules utilizzato per il trasporto truppe, è precipitato nei pressi della città di Puerto Leguízamo, nella provincia di Putumayo. Sul posto sono state spedite le squadre di soccorso, per trovare i dispersi e prestare cura agli eventuali soccorsi. Ancora ignote vittime e feriti.









