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Cina, tifone Bavi: oltre 900mila evacuati

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La Cina ha evacuato almeno 900.000 persone in vista dell’arrivo del tifone Bavi, che dovrebbe colpire la costa orientale portando piogge torrenziali, inondazioni e frane. Nella città di Wenzhou sono state allontanate circa 887.800 persone, mentre a Pechino oltre 100.000 residenti hanno lasciato le proprie abitazioni per le forti precipitazioni. L’11 luglio il Centro meteorologico nazionale ha emesso l’allerta rossa, il massimo livello previsto. Il governo ha attivato misure di emergenza e rafforzato il monitoraggio nelle aree a rischio, predisponendo evacuazioni, squadre di soccorso e attrezzature per limitare danni e vittime.

In Andalusia un grave incendio ha causato almeno 12 morti

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Hanno continuato a bruciare per tutta la notte i boschi dell’Andalusia intorno ad Almería, localita turistica del sud della Spagna. Il rogo, divampato lo scorso giovedì 9 luglio nei pressi del Comune di Los Gallardos, ha causato la morte di 12 persone, mentre altre 8 risultano ferite e 23 disperse. Il governo andaluso ha decretato tre giorni di lutto, mentre, secondo l’Agenzia Statale di Metereologia della Spagna (AEMET), il livello di allerta per possibili incendi nel Paese rimane molto alto anche nei prossimi giorni.

Secondo quanto riferito dai quotidiani locali, alcune delle persone decedute nell’incendio avrebbero cercato di fuggire a bordo delle loro macchine attraverso una strada forestale, vicino al Comune di Bédar, un cammino senza via d’uscita che si è trasformato in una trappola mortale. I loro mezzi, quattro auto e una moto, sono stati ritrovati carbonizzati nella zona, una volta spente le fiamme. Secondo Antonio Sanz, consigliere della presidenza e vicepresidente della giunta andalusa, potrebbe trattarsi per la maggior parte (se non per intero) di turisti stranieri, probabilmente provenienti dal Regno Unito e dal Belgio.

La causa dell’incendio resta ancora sconosciuta, anche se la Guardia Civile starebbe indagando sulla possibilità che a far partire il tutto sia stata la caduta di un cavo elettrico all’interno di un’abitazione abbandonata. Tuttavia, Red Eléctrica, gestore statale della rete elettrica spagnola, ha confermato che il cavo non appartiene alla sua rete e lo stesso avrebbe fatto la compagnia privata Endesa. Il primo ministro spagnolo, Pedro Sanchez, ha assicurato che sono stati dispiegati «tutti i mezzi materiali e umani del Governo di Spagna» e ha portato le proprie condoglianze ai famigliari delle vittime. «Siamo di fronte a uno degli incendi più rapidi e complessi degli ultimi anni» ha dichiarato Juan Manuel Moreno, presidente della giunta andalusa, che ha spiegato come al momento le autorità stiano cercando di circoscrivere il rogo e, successivamente, di cercare di controllarlo. L’esito dipenderà in maniera determinante dalle «condizioni meteorologiche» delle prossime ore.

Una polemica è nata dal fatto che non si è attivato il sistema ES-Alert che, analogamente all’IT-Alert per l’Italia, dovrebbe inviare ai cellulari presenti in una determinata area un messaggio di allerta in caso di calamità imminente – incendi, alluvioni e così via. «La capacità di trasmissione dell’ES-Alert dipende dalle antenne» ha dichiarato Sanz in un’intervista, «se il livello di estensione di queste antenne fosse più ampio avremmo evacuato tutta la regione», ma si tratta di un sistema che funziona «nelle città o nelle zone perfettamente circoscritte». Non esistono, invece, le capacità tecniche per diffondere con efficacia un messaggio di questo tipo in un paesino così piccolo (come quello di Los Gallarados), dove c’è un problema «gravissimo» di copertura telefonica, ha spiegato. Quanto è successo in questo caso, invece, sarebbe che è stato il sindaco del paese a dire ai vicini di evacuare.

Un messaggio di solidarietà è arrivato anche dalla presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen: «Tutta la nostra solidarietà alla Spagna e ai valorosi pompieri e soccorritori che stanno affrontando questa emergenza. Stiamo seguendo da vicino la situazione in Spagna e in altri paesi colpiti. Siamo in contatto con le autorità competenti» ha dichiarato.

Cuba, rete elettrica in tilt per la seconda volta in pochi giorni

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La rete elettrica nazionale di Cuba è nuovamente collassata nelle scorse ore, segnando il secondo blackout generale della settimana e il quarto del 2026. Il ministro dell’Energia, Vicente de la O Levy, ha dichiarato che sono in corso le operazioni per ripristinare il sistema, già fortemente compromesso da una cronica carenza di carburante e dall’obsolescenza degli impianti. La crisi si è aggravata dopo il blocco petrolifero imposto dagli USA, che ha interrotto le forniture di greggio dal Venezuela e spinto anche il Messico a sospendere le esportazioni verso l’isola. I continui blackout stanno alimentando tensioni sociali e proteste in diverse città, tra cui L’Avana.

Processo Baiardo, i pentiti confermano i legami con Forza Italia negli anni delle stragi

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Il tema del presunto (e massiccio) appoggio elettorale garantito a Forza Italia dagli uomini di Cosa Nostra nel 1994 è tornato prepotentemente al centro delle cronache giudiziarie. A rappresentarne il teatro è stato il processo in corso a Firenze a carico di Salvatore Baiardo, storico fiancheggiatore dei boss stragisti Giuseppe e Filippo Graviano, in cui l’uomo è accusato di favoreggiamento personale aggravato dall’agevolazione mafiosa e di calunnia. Nella giornata di mercoledì 8 luglio, nello specifico, hanno sfilato davanti ai giudici i collaboratori di giustizia Gaspare Spatuzza – esecutore materiale della strage di via D’Amelio –, Emanuele Celona e Ciro Vara, i quali hanno fornito rivelazioni sulle connessioni che la consorteria mafiosa avrebbe aperto con la creatura politica di Berlusconi all’inizio degli anni Novanta. Tutte circostanze da dimostrare, che si insinuano però in un tracciato storico che sembra lasciare poco spazio alle interpretazioni.

Il sostegno politico

Partiamo da Ciro Vara, storico capo della cosca di Vallelunga Pratameno, arrivato a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta a ricoprire la carica di vice rappresentante provinciale di Caltanissetta. Senza giri di parole, nel corso della testimonianza, il pentito ha confermato come nel 1994 «tutte le famiglie, i mandamenti e le province» di Cosa Nostra votarono Forza Italia, partito politico che andò a «sostituire la Democrazia Cristiana (tradizionale referente politico di Cosa Nostra fino alla fine degli anni Ottanta, ndr) in tutto». Vara ha dichiarato di avere partecipato in maniera attiva alla campagna politica pro-Berlusconi: «Io da parte mia – ha detto – ho fatto votare al mio paese Forza Italia, è stato votato, è stato il primo partito. Cioè da parte mia significa tutti gli uomini d’onore di Vallelunga, tutti gli avvicinati e tutti quelli che ci stavano vicini, imprenditori e quant’altro». «C’era molta soddisfazione» ha aggiunto il collaboratore di giustizia, poiché «si sapeva in Cosa nostra che anche Berlusconi aveva avuto rapporti con noi, c’era un’aspettativa perché si potevano aggiustare le cose». A parlare qui è infatti la storia: come racconta la sentenza definitiva che ha portato alla condanna per concorso esterno di Marcello Dell’Utri, braccio destro del Cavaliere, è attestato che il Berlusconi imprenditore sancì nel 1974 un “patto di protezione” con Cosa Nostra in un incontro con il capomafia Stefano Bontate. Un patto mediato dallo stesso Dell’Utri, che poi avrebbe fondato Forza Italia insieme al Cavaliere, venendo poi eletto ripetutamente in Parlamento e anche all’Eurocamera negli anni successivi. Vara ha inoltre aggiunto che il boss Gaetano Grado, fedelissimo di Bontate, gli raccontò successivamente di quell’incontro, affermando che Cosa Nostra avrebbe «dato 20 miliardi di lire nella metà degli anni ’70 a Berlusconi».

Lo stesso giorno, ha parlato davanti al Tribunale anche Emanuele Celona, ex capomafia di Gela, il quale ha affermato di aver saputo, quando si trovava in galera, che Cosa nostra sostenne Forza Italia alle elezioni del ‘94 con lo scopo di ottenere un alleggerimento delle misure antimafia. Tra le altre cose, Celona ha riferito che il mafioso Lorenzo Vaccaro all’epoca affermò che «bisognava votare Forza Italia» e che «il nostro referente era Marcello Dell’Utri». Di conseguenza, ha aggiunto Celona, «abbiamo votato tutti Forza Italia, tant’è vero che mi hanno portato i miei familiari la tessera elettorale» in carcere. Sulla base di quanto riferito, l’accordo era imperniato sul ridimensionamento delle “leggi speciali”, tra cui la legge Martelli-Scotti, che dopo le stragi aveva inaugurato il 41-bis. All’inizio degli anni Duemila, Celona si sarebbe poi confrontato con il capomandamento di Bagheria Pippo Scaduto: «Abbiamo parlato del fatto delle elezioni che c’erano state, che tutta la Sicilia aveva votato a Forza Italia».

Le stragi

Una testimonianza molto forte è stata poi quella di Gaspare Spatuzza. Si tratta di un personaggio importante: esecutore materiale della strage di via D’Amelio, fu lui che nel 2009 sconfessò con la sua ricostruzione puntuale le bugie del falso pentito Vincenzo Scarantino, accendendo la luce su quello che è stato ribattezzato come «il più grave depistaggio della storia repubblicana» sull’omicidio Borsellino. In primis, Spatuzza ha ricordato quanto già raccontato in numerose altre occasioni, facendo riferimento al suo appuntamento al Bar Doney di Roma del gennaio 1994 con Giuseppe Graviano, il quale gli parlò di Berlusconi e Dell’Utri: «Dopo aver fatto il punto della situazione di quello che era il preparativo per l’attentato all’Olimpico (bomba che doveva esplodere il 23 gennaio 1994, ma la strage fallì, ndr) mi dice che avevamo chiuso tutto e ottenuto quello che cercavamo, che ci eravamo messi il Paese nelle mani […]. Mi fa il nome di Berlusconi, che io tanto tendo a dire che se era quello del Canale 5 […]. Che c’era di mezzo un nostro compaesano, Marcello Dell’Utri. Quindi avevamo chiuso tutto, eravamo felici, ci eravamo messi il Paese nelle mani». I due, avrebbe detto Graviano, erano «persone serie», a differenza di «quei quattro crasti dei socialisti» che alla fine degli anni Ottanta ottennero i voti di una Cosa Nostra in rotta con la DC grazie alle loro politiche di stampo garantista. «Nel marzo-aprile del 1992 abbiamo fatto un colpo di Stato», ha detto Spatuzza, mentre oggi si vorrebbe «fare passare per cose distinte e separate» le stragi in Sicilia da quelle del Continente. Invece, ha dichiarato il pentito, «il mandamento di Brancaccio (quello guidato dai Graviano, ndr) è stato operativo da Capaci fino all’attentato all’Olimpico di Roma».

Il contesto

Quelle che abbiamo enucleato sono dichiarazioni di collaboratori di giustizia, che non costituiscono dunque verità ufficiali, ma solo elementi di prova sottoposti all’autorità giudiziaria, la cui valenza deve essere accertata attraverso il contraddittorio processuale e l’eventuale conferma da parte delle sentenze definitive. Chiavi di lettura importanti ci vengono però consegnate dal contesto storico di riferimento e da quanto già raccontato da altri collaboratori ritenuti attendibili. Nel periodo delle stragi, all’interno dell’organizzazione mafiosa si aprì un confronto sulla strada da seguire: da una parte l’ala più oltranzista rappresentata da Leoluca Bagarella e dai fratelli Graviano, favorevole a proseguire lo scontro frontale con lo Stato; dall’altra il fronte riconducibile a Bernardo Provenzano, orientato verso una strategia più sommersa, basata sulla ricerca di nuovi interlocutori politici e istituzionali. Il contestuale crollo dei partiti della Prima Repubblica, travolti dalle inchieste di Tangentopoli, aveva lasciato Cosa Nostra senza i tradizionali referenti politici. Secondo quanto raccontato da diversi pentiti, proprio in quel vuoto di rappresentanza maturò inizialmente il progetto di creare un nuovo soggetto politico direttamente collegato agli interessi mafiosi, così come ad ambienti dell’eversione nera e della massoneria coperta: “Sicilia Libera”. Il progetto, tuttavia, non decollò e, secondo i racconti dei collaboratori, i vertici di Cosa Nostra decisero di orientare il proprio consenso verso la neonata Forza Italia.

Come ha riferito in passato l’ex boss Tullio Cannella, «Bagarella già sapeva da qualche tempo che c’era Berlusconi che stava per scendere in politica con un nuovo partito e i voti furono dirottati su Forza Italia». È in questo passaggio storico che si collocano le dichiarazioni di diversi pentiti che, negli anni successivi, hanno parlato di un sostegno elettorale mafioso al partito. Oltre che con il lungo percorso giudiziario che ha riguardato proprio Dell’Utri, la questione si intreccia con la vicenda di Antonio D’Alì, altro importante fondatore di Forza Italia. D’Alì può vantare nel suo curriculum anche lunghi anni passati da parlamentare, un Sottosegretariato al Ministero dell’Interno (dal 2001 al 2006) e la Presidenza della provincia di Trapani (dal 2006 al 2008), ma anche un duraturo rapporto di fiducia con il boss Matteo Messina Denaro. Nel 2023 è stato condannato definitivamente per concorso esterno in associazione mafiosa, avendo – come attestato dalla sentenza d’Appello confermata dagli ermellini – «manifestato la propria disponibilità verso (o vicinanza a) Cosa Nostra dai primi anni ’80 del secolo scorso fino agli inizi dell’anno 2006» e assunto «impegni seri e concreti» a favore dell’associazione mafiosa. Sarà probabilmente l’ennesima coincidenza ma, dopo una latitanza durata 30 anni, Matteo Messina Denaro è stato arrestato il 16 gennaio 2023, appena un mese dopo dall’ingresso in carcere di D’Alì.

Conflitto in Sudan, l’esercito riconquista la città di Kurmuk

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Le Forze armate sudanesi (Saf) hanno annunciato di aver riconquistato la città strategica di Kurmuk, nello Stato del Nilo Azzurro, al confine con l’Etiopia, dopo intensi combattimenti contro le Forze di supporto rapido (Rsf) e i loro alleati dello Splm-N. La conquista rafforza la posizione delle Saf in un’area cruciale, vicina alla Grande diga della rinascita etiope (Gerd). Nello stesso giorno, media vicini alle Rsf hanno rivendicato il controllo di altre località di confine, senza conferme ufficiali. L’offensiva precede la stagione delle piogge, che potrebbe isolare la regione e influenzare l’andamento delle operazioni militari.

A 21 anni attraversa l’Africa in bici: l’impresa di un ragazzo italiano

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A 21 anni, il ciclista ed esploratore italiano Dario Franchi ha completato una traversata dell’Africa in bicicletta di oltre 22.000 chilometri, attraversando 20 Paesi in 383 giorni. Il viaggio si è concluso ufficialmente nel marzo 2025 a Cape Agulhas, in Sudafrica, dopo oltre un anno di attraversamento continuo di deserti, foreste tropicali e alcune delle aree geopoliticamente più complesse della costa ovest del continente. Il progetto è iniziato il 10 ottobre 2022, quando Franchi è partito da Firenze insieme all’amico d’infanzia e scalatore Oliver Kaspar, in sella a biciclette mountain bike di seconda mano, con risorse limitate e l’ambizione condivisa di attraversare l’Africa da nord a sud. Quello che inizialmente era un sogno adolescenziale è diventato progressivamente una spedizione strutturata, anche se il primo tentativo si è interrotto dopo circa 9.000 chilometri in Guinea-Conakry a causa di instabilità, difficoltà logistiche e vincoli economici. «Ho dedicato gli ultimi tre anni della mia vita completamente a questo sogno. È nato tutto da due ragazzini di 18 anni che, invece di ascoltare le lezioni a scuola, si mettevano all’ultimo banco a sognare scalate e  viaggi impossibili», spiega Franchi ripensando alle origini del progetto.

Dopo il rientro in Italia, Franchi ha lavorato e si è preparato per un secondo tentativo, riorganizzando la logistica e la pianificazione prima di ripartire nell’agosto 2024. Questa volta ha ripreso il viaggio da solo, dal Senegal, con la determinazione di completare l’intera traversata in autonomia.

Il momento di svolta psicologico dell’intera spedizione, ha raccontato, è arrivato solo dopo aver attraversato il confine tra Nigeria e Camerun, identificando in quel passaggio la trasformazione dal dubbio alla consapevolezza di poter arrivare fino in fondo.

Il corridoio dell’Africa occidentale, infatti, uno dei percorsi ciclistici più difficili al mondo, segnato da frontiere instabili, territori remoti, difficoltà nei visti e rischi per la sicurezza. Durante il viaggio, Franchi ha affrontato diverse situazioni critiche, tra cui una sparatoria a Conakry, un episodio di malaria in Guinea e incontri con bande armate in Guinea-Bissau, mentre in alcune aree della Nigeria si è spostato sotto la protezione di checkpoint militari a causa del rischio di rapimenti.

Il percorso della traversata africana in bicicletta di Dario Franchi

Nonostante le difficoltà, ha anche vissuto momenti che ha definito decisivi, in particolare l’attraversamento di zone montuose ad alta quota tra Nigeria e Camerun, a quasi 1.900 metri, un passaggio che ha simbolicamente segnato l’ingresso nella fase finale e più significativa della spedizione.

Il viaggio si è concluso nel marzo 2025 all’estremo sud del continente africano, dopo 383 giorni e oltre 22.000 chilometri percorsi, di cui 13.300 in solitaria. Riguardo al traguardo raggiunto, Franchi ha dichiarato che «questo non è assolutamente la fine, ma l’inizio: è stata un’esperienza che mi ha fatto crescere. In fondo è la mia prima vera avventura e ho solo 21 anni… c’è ancora tempo per alzare l’asticella», ribadendo come consideri questa impresa un punto di partenza e non di arrivo.

Franchi ha inoltre spiegato di voler intraprendere un percorso professionale nella realizzazione di documentari, con l’obiettivo di raccontare esperienze di viaggio e spedizioni attraverso il linguaggio audiovisivo. «Sono solo all’inizio del mio percorso. Ho grandi sogni su cui sto già lavorando: dalla Papua Nuova Guinea all’Amazzonia, fino al freddo estremo della Kamchatka».

Ex Sabino Esplodenti: la fabbrica di munizioni a Chieti dove continuano a morire i lavoratori

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Attorno alle ore 8 della mattinata di ieri, giovedì 9 luglio, nello stabilimento ex Sabino Esplodenti di Casalbordino a Chieti, si è verificato un terribile incidente, una persona è morta e un’altra è rimasta gravemente ferita. La vittima è Carlo Piscopo, 59 anni, caporeparto e residente a Casalbordino, originario di Montefalcone nel Sannio (Campobasso) che lascia moglie e 2 figli. Un altro lavoratore di 54 anni è rimasto ferito. Secondo le prime ricostruzioni, la deflagrazione ha interessato un vascone all’interno del sito produttivo. Non è il primo incidente: il 21 dicembre 2020, sempre per un’esplosione, nel medesimo stabilimento morirono 3 operai; il 13 settembre 2023 altri 3 operai persero la vita. Sette morti in sei anni per uno stabilimento che dà lavoro a circa 70 operai. Negli anni, lo stabilimento è stato più volte messo sotto sequestro, sono stati aperti processi, ma nessuno è stato mai condannato per queste morti. Con gli operai in cassa integrazione, a settembre 2025 lo stabilimento è stato acquistato dalla multinazionale turca, Arca Savunma Defense, un’azienda militare in rapida espansione, specializzata nella produzione di munizioni, esplosivi (tra cui il C4) e sistemi missilistici.

Lo stabilimento ora si chiama Arca Defence Italy, società con sede legale e amministrativa a Milano in Via Cino Del Duca 5. Un capitale sociale di 100 Mila euro, i cui due unici azionisti sono per il 90% Arca Savunma Defence e per il 10% Gianluca Salvatore, ex presidente di Sabino Esplodenti. 

L’oggetto sociale della nuova società è lo sviluppo, la produzione, e il commercio di munizioni, bombe ad uso militare, compresi i loro componenti e caricamento. 

Carlo Piscopo, 59 anni, vittima dell’esplosione nello stabilimento Arca Defence Italy (ex Sabino Esplodenti)

L’amministratore delegato di Arca Defence Italy è Ciro Milano, generale di brigata dell’Esercito in ausiliaria (in pensione), fino al 2022 era responsabile del Business Unit Esplosivi e Munizionamento dello stabilimento pubblico di Noceto dell’Agenzia Industrie Difesa (AID), ente vigilato dal Ministero della Difesa. Il passaggio di figure provenienti dalle Forze Armate o da enti pubblici verso incarichi dirigenziali in aziende private operanti negli stessi settori (detto sistema delle “porte girevoli”) benché legale, desta perplessità poiché l’esperienza maturata nel settore pubblico potrebbe agevolare interessi industriali privati generando conflitti d’interesse. 

Ma non è finita, perché il Presidente del consiglio di amministrazione è İsmail Terlemez, imprenditore turco e fondatore dell’azienda militare Arca Defence. 

Lo scorso anno, dopo pochi mesi dalla nascita di Arca Defence Italy, Terlemez è stato arrestato a Bruxelles, il 13 maggio 2025, nell’ambito di un’indagine condotta dall’FBI e dal Defense Criminal Investigative Service (DCIS). Prima di fondare Arca Defense, Terlemez aveva infatti lavorato presso l’agenzia della NATO “Support and Procurement Agency” (NSPA), che gestisce gli acquisti congiunti e la logistica per gli Stati membri dell’Alleanza. Era ancora alla NSPA nel 2019, quando, secondo i documenti giudiziari citati dalla rivista Deutsche Welle (testata tedesca che per prima lo scorso anno ha svelato il caso), avrebbe svolto attività illecita nell’ambito della gara per la fornitura di trinitrotoluene o tritolo (TNT) favorendo, secondo l’accusa, una società italiana di esplosivi. Non è stato mai rivelato il nome di questa azienda e non possiamo sapere se fosse proprio la Esplodenti. Ad ogni modo nel 2020 Terlemez ha lasciato la NSPA e con la più classica delle porte girevoli, dopo pochi mesi ha fondato ARCA Defence.

A luglio 2025 il mandato d’accusa è stato inaspettatamente ritirato, dai pubblici ministeri statunitensi, con la motivazione che “proseguire l’azione penale non sarebbe stato nell’interesse della giustizia”. O della politica?

La tempistica della decisione aveva effettivamente attirato l’attenzione perché avvenuta circa due settimane dopo l’incontro del 24 giugno tra il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan e il presidente statunitense Donald Trump, avvenuto alla vigilia di un vertice Nato.

Dopo essere tornato in libertà, Terlemez è tornato a guidare la sua azienda, stringendo accordi in tutto il mondo e ad agosto 2025 ha assunto in modo formale la guida come presidente della Arca Defence Italy. 

Durante la recente fiera internazionale delle armi, a Istanbul (SAHA Expo 2026), Terlemez è salito sul palco insieme al ministro della Difesa estone per annunciare la costruzione di una fabbrica di munizioni nel Paese baltico; inoltre ha firmato un contratto da 1,9 miliardi di euro con la società bulgara VTIC e un ulteriore accordo da 1 miliardo di euro con la statunitense Global Military Products (GMP), che secondo un’inchiesta di Follow the Money sta ottenendo enormi profitti grazie alla guerra in Ucraina.

Anche in Italia le istituzioni hanno srotolato tappeti rossi all’azienda turca, che ha presentato un progetto per “rinnovare” l’impianto di Casalbordino: lo stabilimento per il demunizionamento diventerà stabilimento per la produzione di  proiettili di artiglieria di medio calibro e il caricamento di granate militari.

A maggio 2026 l’assessore della regione Abruzzo Magnacca aveva garantito pubblicamente la sua massima «disponibilità ad accelerare la concessione di tutte le autorizzazioni da parte degli enti statali». Il 2 luglio il comitato di Coordinamento regionale per la valutazione di impatto ambientale, aveva rinviato di 15 giorni la decisione sulla assoggettabilità a VIA relativamente alle modifiche all’impianto. Il 9 luglio il tragico incidente, l’ennesimo, in uno stabilimento che non è nemmeno produttivo a pieno regime. Immaginiamoci quando lo sarà. 

Ora spetta alla Regione decidere se accogliere la proposta dell’azienda di evitare del tutto la procedura di Valutazione di Impatto Ambientale o anche la più semplice Verifica di Assoggettabilità a VIA con la relativa fase di osservazioni del pubblico per il “cambio d’uso”. 

L’ex Sabino Esplodenti poco dopo l’incidente

«Nel passato, e nonostante l’incidente del 2020 con tre morti, la Regione aveva deciso che una modifica dello stabilimento non dovesse essere assoggettato alla VIA completa assieme a tutto lo stabilimento fermandosi alla fase di Verifica di Assoggettabilità, nonostante le nostre osservazioni e quelle della stessa provincia di Chieti avevano sollevato rilevanti questioni ambientali per un sito classificato ufficialmente anche come a Rischio di Incidente Rilevante in quanto sottoposto alla direttiva Seveso» spiega Augusto De Sanctis, attivista del Forum H2O di Abruzzo una delle poche associazioni che negli anni hanno chiesto la chiusura dello stabilimento.

Secondo le rassicurazioni aziendali con le nuove modifiche tutto sarà più sicuro e meno inquinante: «il locale 4 passerà da confezionamento esplosivo II categoria (esplosivo ad alto potenziale) per uso civile a confezionamento cariche di lancio M4A2, attraverso insacchettamento di esplosivo di I Categoria (propellente);  il locale 5 passerà da produzione di esplosivo di II Categoria a confezionamento cariche di lancio M4A2, attraverso insacchettamento di esplosivo di I Categoria;  il locale 10 da miscelazione ed insacchettamento di esplosivo della II Categoria a riconfezionamento di esplosivi, fino al raggiungimento del massimo peso consentito nei singoli locali produttivi riceventi;  il locale 14 da reparto di polverizzazione dell’esplosivo di II Categoria a reparto di fusione del TNT (tritolo), preriscaldamento dei bossoli, caricamento al loro interno del TNT liquido e parte in pezzi solidi e chiusura con tappo» si legge nella proposta aziendale.

«Dal 2020 facciamo esposti e denunciamo in solitaria la pericolosità dello stabilimento, fronteggiando un muro di gomma di silenzi, fino ad aperta ostilità e insulti da parte di alcuni rappresentanti degli stessi lavoratori» aggiunge De Sanctis. «Parliamo di un sito produttivo che ha il 10% di mortalità dei lavoratori (7 morti su 70 impiegati), senza considerare i feriti. Una statistica terrificante, peggio di molti dei siti lavorativi più pericolosi del mondo. Negli anni abbiamo depositato esposti su esposti e osservazioni nei procedimenti denunciando fatti che apparivano gravissimi. Anche questo dovrebbe fare riflettere. Ora siamo di nuovo qua, ad aspettare se la nuova produzione per scopi bellici deve fare o meno la procedura di VIA e tutte le altre procedure, da quelle prefettizie a quelle dei vigili del fuoco sulla Seveso fino alle inchieste penali, mentre un’altra persona è morta. Davanti a un tale sfacelo tutte queste procedure rivelano un complessivo fallimento, un fallimento di sistema. D’altra parte pare che qui l’unico obiettivo reale sia far andare avanti, nonostante tutto, una fabbrica necessaria al comparto militare invece di chiuderla o riconvertirla per usi civili. Tutto questo ci appare un atroce successo della Ragion di Stato» conclude De Sanctis.

Sudafrica, proteste anti-immigrati: irruzioni nelle case a Johannesburg

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In Sudafrica crescono le tensioni per le proteste anti-immigrazione del movimento March and March. A Johannesburg, nel quartiere di Alexandra, i manifestanti hanno organizzato ronde, irrompendo nelle case per prelevare e consegnare alla polizia gli stranieri privi di documenti, inclusi donne e bambini. Non sono bastati i tentativi di difesa di chi possiede regolari permessi di soggiorno. Le mobilitazioni, estese anche a Soweto e Durban, si tengono a cadenza settimanale dopo la scadenza di un ultimatum simbolico per lasciare il Paese. Il movimento accusa gli immigrati della crisi economica, esigendo espulsioni di massa e priorità per i sudafricani in sanità e istruzione.

Chat Control: passa l’emendamento che salva la crittografia, ma la partita non è chiusa

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Il Parlamento europeo ha escluso le comunicazioni protette dalla crittografia end-to-end dalla proroga del cosiddetto Chat Control, impedendo che WhatsApp, Signal, Telegram e gli altri servizi di messaggistica cifrata rientrino nell’attuale regime temporaneo di rilevamento previsto dalla deroga alla direttiva ePrivacy. Il voto arriva al termine di un iter parlamentare particolarmente controverso. Dopo la bocciatura del testo il 26 marzo, seguita al fallimento dei negoziati con il Consiglio, la Commissione europea e gli Stati membri sono infatti riusciti a riportare rapidamente il provvedimento all’esame dell’Eurocamera ricorrendo a una procedura d’urgenza, giudicata da numerosi eurodeputati un modo per aggirare il precedente voto del Parlamento.

La modifica che salva la crittografia è arrivata grazie all’approvazione sul filo del rasoio, passata per soli due voti, dell’emendamento n. 21, presentato dagli eurodeputati del gruppo ECR Assita Kanko, Nicolas Bay, Charlie Weimers, Paolo Inselvini e Sebastian Tynkkynen, che introduce una clausola netta: la disciplina non si applica «alle comunicazioni interpersonali alle quali è, è stata o sarà applicata la cifratura end-to-end». «Dopo esserci opposti all’introduzione della proroga così come era stata proposta, siamo riusciti a ottenere un risultato concreto, tutelare la privacy dei cittadini senza indebolire la lotta contro la pedopornografia», ha commentato Inselvini, eurodeputato FdI-ECR e membro della Commissione LIBE. Un risultato rivendicato anche dal Movimento 5 Stelle e dal gruppo The Left.

Il provvedimento riguarda la proroga della deroga temporanea alla direttiva ePrivacy, introdotta nel 2021 per consentire ai fornitori di servizi di comunicazione di continuare a effettuare, su base volontaria, la scansione automatica di messaggi, immagini e video alla ricerca di materiale pedopornografico e tentativi di adescamento di minori. Si tratta del cosiddetto Chat Control 1.0, misura concepita come eccezionale e transitoria in attesa dell’approvazione del regolamento definitivo sulla prevenzione degli abusi sessuali online (CSAR), proposto dalla Commissione europea nel maggio 2022. Quella proposta prevedeva, nella sua versione originaria, la possibilità di imporre alle piattaforme ordini di rilevamento che avrebbero comportato la scansione sistematica delle comunicazioni, comprese quelle protette dalla crittografia end-to-end. Secondo critici, giuristi ed esperti di sicurezza informatica, una simile architettura avrebbe richiesto l’introduzione di sistemi di client-side scanning cioè software in grado di analizzare messaggi e immagini direttamente sul dispositivo dell’utente prima della cifratura, trasformando di fatto ogni smartphone in uno strumento di controllo preventivo. Una soluzione ritenuta da numerosi esperti incompatibile con il principio della segretezza delle comunicazioni e con l’integrità della crittografia end-to-end.

Negli ultimi mesi, il testo è stato modificato più volte, ma il nodo politico è rimasto irrisolto. Restano inoltre sul tavolo altre disposizioni considerate particolarmente invasive, come la possibile verifica obbligatoria dell’età per accedere ai servizi digitali, misura che potrebbe comportare la trasmissione di documenti di identità alle piattaforme e restringere ulteriormente l’anonimato online. Per questo motivo, nonostante l’attenuazione del testo, il dibattito continua a ruotare attorno allo stesso interrogativo: fino a che punto il contrasto agli abusi può giustificare forme di controllo generalizzato delle comunicazioni private? In questo contesto, si inserisce l’emendamento approvato dal Parlamento europeo.

Il voto rappresenta un importante argine alla possibilità di estendere la proroga alle comunicazioni protette dalla crittografia end-to-end, ma non chiude il dossier. Il testo dovrà ora tornare all’esame del Consiglio dell’Unione europea, chiamato a pronunciarsi sugli emendamenti approvati dall’Eurocamera. Se non sarà raggiunto un accordo, si aprirà la fase di conciliazione tra le due istituzioni e, in caso di ulteriore stallo, l’intera proposta decadrà. La partita sul Chat Control resta, quindi, aperta. Quanto accaduto in questi giorni dimostra inoltre come, anche dopo una bocciatura parlamentare, Commissione e Consiglio possano riportare rapidamente sul tavolo lo stesso provvedimento attraverso procedure accelerate, riaccendendo un confronto che non riguarda soltanto l’equilibrio tra sicurezza e privacy, ma anche il funzionamento del processo decisionale dell’Unione europea.

Senegal, annullata la riforma della Costituzione

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Il Consiglio costituzionale del Senegal ha dichiarato illegittima la riforma della Costituzione approvata a giugno dal Parlamento. A rivolgersi alla Corte era stato il presidente del Paese, Bassirou Diomaye Faye, denunciando violazioni procedurali. La riforma, promossa dal partito Pastef, modificava 29 articoli della Costituzione, ampliando i poteri del Parlamento e del primo ministro a discapito del Capo di Stato. Veniva proposto anche il superamento dell’attuale Consiglio costituzionale.