«Abbiamo deciso di agire presso una delle principali strutture statunitensi per denunciare ancora una volta i rischi a cui la complicità con l’imperialismo americano ci espone, rendendoci attivi partecipanti dei conflitti scatenati da due tra i governi più sanguinari della storia». Con queste parole gli attivisti vicentini hanno annunciato la protesta a Camp Del Din, bloccando per due ore l’accesso alla base USA. Centinaia di persone si sono riversate in strada a Vicenza per protestare contro la presenza americana sul territorio, che lo espone e rende complice dell’escalation bellica globale, a partire dall’ultimo conflitto scatenato in Asia Occidentale. Durante la protesta sono state rilanciate le giornate del No Kings, in programma a Roma il 27 e 28 marzo contro guerre e imperialismo.
Sabato pomeriggio centinaia di persone si sono riunite in via Prati, dirigendosi verso la rotatoria di viale Ferrarin, nei pressi di Camp Del Din. «Yankee go home» e «Vicenza ripudia la guerra» sono le due scritte lasciate dai manifestanti sulla rotonda, mentre l’accesso alla base militare USA veniva bloccato per due ore. Quello di Camp Del Din è uno dei principali snodi statunitensi presenti sul territorio, al pari di Ederle, Miotto e Tormeno, le altre tre infrastrutture militari aperte a Vicenza da Washington. I quattro capisaldi USA —scrive il Centro Sociale Bocciodromo, tra i promotori della protesta — «rendono la città parte integrante di un sistema di guerra globale costruito sopra le vite dei territori. Oggi abbiamo ribadito che Vicenza non vuole essere complice; non accetteremo che le nostre città diventino avamposti militari mentre guerre e crisi vengono decise sopra le nostre teste».
La mobilitazione vicentina si inserisce in un più ampio movimento contro guerra e militarizzazione, che per il 27 e 28 marzo ha organizzato due giornate a Roma al grido di “No Kings“. In programma una manifestazione «contro le destre, le politiche repressive e belliciste dei governi», che si svolgerà in contemporanea con le proteste di Londra e degli Stati Uniti. Il fermento è alto: proprio in questi giorni centinaia di manifestanti hanno bloccato per ore la stazione ferroviaria di Pisa e impedito a un convoglio carico di armi di arrivare a destinazione. Ha fatto invece indignare cittadini e amministratori locali l’esercitazione militare tenuta dagli USA, a quanto pare senza alcuna autorizzazione, nel Parco delle Madonie, area naturale protetta del palermitano.
Dopo una lunga operazione di bonifica iniziata dopo la guerra degli anni Novanta, la Croazia ha annunciato di essere finalmente libera dalle mine antiuomo. In trent’anni di lavoro, il Paese ha completato la rimozione degli ordigni esplosivi disseminati durante il conflitto che seguì alla dissoluzione della Jugoslavia. Per milioni di persone significa terreni agricoli di nuovo utilizzabili e comunità libere di tornare a vivere in aree precluse. Il ministro degli Interni croato Davor Božinović ha confermato la conclusione della campagna di sminamento, che ha richiesto ingenti risorse economiche ...
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Quattro persone sono morte a seguito del crollo di un’impalcatura in un cantiere nel quartiere residenziale di lusso del nono distretto di Vienna. A dare la notizia è un portavoce della polizia di Vienna, che ha precisato che l’edificio era un antico palazzo del XIX secolo. Secondo un rappresentante sanitario, una quinta persona, un uomo di 45 anni, sarebbe rimasta gravemente ferita. Le indagini sull’incidente sono ancora in corso.
C’è un dogma invisibile che governa le nostre vite, una religione laica i cui comandamenti vengono recitati ogni sera nei titoli dei telegiornali: il culto della crescita infinita. Ci hanno insegnato che se il Prodotto Interno Lordo sale, tutto va bene; se scende, è l’abisso. Eppure, osservando le nostre città congestionate, l’ansia generazionale e un pianeta in fiamme, il sospetto che questo indicatore sia una bussola rotta è diventato una certezza. La scienza, oggi, mette il sigillo definitivo: non abbiamo bisogno di produrre di più per stare meglio. Al contrario, il nostro benessere dipende ormai dalla nostra capacità di fermarci.
Mentre la politica si affanna a inseguire decimali di crescita, uno studio rivoluzionario pubblicato su Nature Climate Change e coordinato dai ricercatori dell’ICTA-UAB (Universitat Autònoma de Barcelona) demolisce le fondamenta del produttivismo moderno. La tesi è dirompente nella sua semplicità: nei Paesi ad alto reddito, il legame tra crescita economica e progresso sociale si è spezzato.
I ricercatori hanno dimostrato che esiste una “soglia di saturazione”. Una volta garantiti i bisogni fondamentali – casa, cibo, istruzione, salute – ogni ulteriore incremento del PIL non si traduce in un aumento della longevità o della soddisfazione personale, ma solo in un aumento dello stress ecologico. Lo studio evidenzia come politiche orientate alla “post-crescita” non siano un ritorno bucolico al passato, ma una strategia di sopravvivenza scientificamente fondata. La proposta è la sufficienza, il giusto per tutti e quindi ridurre la produzione di beni superflui e l’obsolescenza programmata per liberare tempo e risorse. Meno ore di lavoro, con sempre più Paesi che inaugurano con successo la settimana lavorativa corta, più servizi pubblici universali. È la transizione da un’economia di accumulatori seriali a un’economia del prendersi cura, di sé, del proprio tempo e degli altri.
Se l’idea di abbandonare il PIL può sembrare un’utopia radicale, la realtà ci dice che il fronte del cambiamento è già ampio. Il Bhutan è stato il precursore con la sua Felicità Interna Lorda, indice normativo che orienta la vita pubblica imponendo che lo sviluppo economico non possa mai avvenire a discapito della conservazione ambientale o della cultura locale, ma oggi il movimento è guidato dalla WEGo (Wellbeing Economy Governments), una partnership che unisce nazioni diverse ma accomunate dalla stessa urgenza: Scozia, Nuova Zelanda, Islanda, Galles e Finlandia.
In Nuova Zelanda, il bilancio dello Stato non viene più valutato solo in termini fiscali, ma sulla base del benessere mentale dei cittadini e della salute dei propri ecosistemi. La Finlandia e l’Islanda hanno integrato il benessere sociale come pilastro della stabilità nazionale, dimostrando che la resilienza di una società si misura dalla solidità dei suoi legami e non dal numero di auto vendute. Il Canada, allo stesso modo, ha adottato quadri di riferimento che mettono la giustizia intergenerazionale al centro delle scelte di bilancio. Anche l’Italia, pur tra mille contraddizioni, monitora dal 2013 il BES (Benessere Equo e Sostenibile), un set di indicatori che affianca al PIL parametri come la qualità dell’aria, la partecipazione sociale e la speranza di vita in salute.
La sfida che la scienza lancia alla politica è culturale prima che economica. Continuare a misurare il progresso attraverso il consumo di risorse in un pianeta finito è, per definizione, un atto di follia. I ricercatori ci dicono che la stabilità climatica e la salute mentale collettiva sono possibili solo se accettiamo di decolonizzare il nostro immaginario dall’ossessione del “più”.
L’Overshoot Day (Giorno del sovrasfruttamento della Terra) è la data in cui l’umanità esaurisce tutte le risorse naturali che il pianeta è in grado di rigenerare in un anno. Da quel momento in poi viviamo “a debito ecologico”, consumando più di quanto la Terra possa sostenere. Nel 2025 la data è stata il 24 luglio, ma in questo 2026 è atteso verso la fine di giugno, quindi sempre più anticipato nel calendario.
Uscire dalla ruota della produttività a tutti i costi non significa rinunciare al benessere, ma al contrario iniziare finalmente a goderselo. Significa scambiare l’iper-consumo con il tempo ritrovato, la competizione forsennata con la collaborazione. La vera notizia, nel 2026, non dovrebbe essere focalizzata su quanto cresceremo quest’anno, ma su quanto saremo capaci di ridare un senso alla parola prosperità. Perché un’economia che cresce sulle macerie del mondo e sull’esaurimento dei suoi abitati non è progresso: è solo un errore di prospettiva.
Dopo mesi di accuse pubbliche in cui denunciava abusi sessuali e violenze sistematiche in ambito familiare, Shoshana Strook, 34 anni, figlia della ministra israeliana Orit Strook, è stata trovata morta nel Moshav Amirim, vicino Safed, nel nord di Israele. A comunicarlo è stata la madre, titolare della delega agli Insediamenti nel governo Netanyahu e membro della Kenesset per il Partito sionista religioso: «Con il cuore spezzato vi comunico la scomparsa della nostra amata figlia, Shoshana». Le autorità hanno aperto un’indagine che, al momento, non rileva elementi riconducibili a un reato, mentre le prime ipotesi si orientano verso un gesto volontario.
Shoshana Strook aveva costruito un racconto pubblico articolato, affidato a numerosi video e testimonianze diffuse sui social, in cui denunciava abusi sessuali subiti fin dall’infanzia e una violenza protratta nel tempo, inserita – secondo la sua versione – in un contesto familiare e sociale incapace di proteggerla. Poche settimane prima della morte aveva anche lanciato una raccolta fondi, descrivendosi in condizioni di estrema precarietà: senza casa, costretta a spostarsi tra appartamenti di sconosciuti, impossibilitata a lavorare e isolata dalla famiglia. «Non sono più al sicuro», aveva scritto, collegando esplicitamente la propria situazione a una recente aggressione e alle denunce presentate alle autorità. Nel suo racconto, il trauma non appariva come un episodio circoscritto, ma come una condizione permanente, una linea continua dall’infanzia all’età adulta, mai interrotta e mai realmente elaborata. Una testimonianza che, pur priva di riscontri ufficiali investigativi, ha avuto un impatto significativo sul piano mediatico, soprattutto all’estero, in Europa e nei Paesi arabi.
Il punto di svolta si colloca nell’aprile 2025, quando in un video Shoshana aveva formulato accuse dirette contro i genitori e un fratello, delineando un quadro che assumeva i contorni di un sistema organizzato: abusi, materiale pedopornografico prodotto in ambito domestico, minacce per mantenere il silenzio. A sostegno delle sue dichiarazioni, affermava di aver presentato una denuncia formale, inizialmente depositata in Italia, dove si trovava, poi trasmessa alle autorità israeliane. L’unità investigativa Lahav 433 aveva aperto un fascicolo, ma la risposta istituzionale si è accompagnata a un ordine di silenzio e a restrizioni per i media. Nel ricostruire la propria infanzia, Shoshana descriveva un sistema di controllo e violenze iniziate nell’insediamento di Hebron: «A partire dai due anni e mezzo […] mi portavano a cerimonie pedofile». Nella sua testimonianza, ha parlato di manipolazione, droghe e ipnosi come parte di quello che descriveva come un “abuso rituale” che si sarebbe protratto per anni: «Quando avevo 13 anni, mio padre ha iniziato a sfruttarmi sessualmente».
Sul piano politico, la vicenda assume un ulteriore livello di complessità. La madre Orit Strook è tra i leader dell’insediamento di Hebron ed èstata tra le principali promotrici della narrazione sionista sulle violenze sessuali attribuite a Hamas il 7 ottobre 2023, utilizzando quei fatti come elemento centrale del discorso pubblico per legittimare la “risposta militare” di Israele. Quando la figlia l’ha accusata direttamente di violenze e abusi, si è generato un cortocircuito che ha investito la credibilità stessa della comunicazione istituzionale. Un elemento che emerge dal contesto familiare riguarda anche Zviki (Zvi) Strook, fratello di Shoshana, condannato nel 2007 da un tribunale israeliano per il rapimento e la tortura di un giovane palestinese e per aver ucciso un capretto. Secondo le ricostruzioni giudiziarie, la vittima fu sequestrata, legata e sottoposta a violenze, prima di essere ritrovata in condizioni gravi. Per questi fatti, Strook fu condannato a circa 30 mesi di carcere. In risposta alla sentenza, la ministra israeliana si limitò a dichiarare che, “a differenza della Corte, che ha preferito credere ai testimoni arabi, siamo sicuri dell’innocenza di Zvi e siamo feriti dal successo dei suoi nemici e lo aiuteremmo ad affrontare la difficile condanna inflitta su di lui”.
Il racconto mediatico sulla morte di Shoshana si è rapidamente polarizzato: da una parte resta una sequenza di accuse mai confermate; dall’altra, un silenzio istituzionale che non ha chiarito né smentito in modo definitivo le denunce della donna. Il caso Strook non si chiude con la morte della giovane donna, ma lo cristallizza in un punto cieco: priva la vicenda della sua voce principale e rende ancora più difficile distinguere tra ciò che è stato denunciato e ciò che potrà mai essere accertato.
«Elicotteri Sea Hawks sulla Sicilia». Così, con un post sui propri profili social, l’esercito statunitense ha annunciato un’esercitazione a pochi chilometri da Sigonella. Tra gli scatti pubblicati anche l’atterraggio di due velivoli da guerra al Parco delle Madonie, area naturale protetta che gode di massima protezione ambientale. Da quanto si apprende, l’esercitazione americana sarebbe un atto unilaterale, che ha trovato presto l’indignazione degli enti locali. I sindaci dei 15 Comuni su cui si estende il Parco, unitamente al presidente dell’area protetta, si sono rivolti al governo regionale e al prefetto per chiedere chiarimenti sull’accaduto.
Dal 1981 il Parco delle Madonie è un’area naturale protetta, comprendente 15 Comuni della città metropolitana di Palermo, per un’estensione di circa 40mila ettari. Si tratta del luogo con la più alta biodiversità di tutta la Sicilia, il che lo rende oggetto di particolari tutele, come la limitazione delle attività antropiche. Si comprende dunque l’indignazione di cittadini e amministratori locali nel vedere un simbolo della propria terra trasformato in teatro bellico, il tutto tagliando fuori i presidi democratici locali. «Gli elicotteri MH-60S Sea Hawks assegnati alla Helicopter Sea Combat Squadron (HSC) 28 conducono un volo di addestramento sul monte Etna vicino alla stazione aerea navale Sigonella, Sicilia», scrive l’esercito statunitense. Anche senza menzione esplicita, è stato riconosciuto negli scatti Piano Catarineci quale luogo di atterraggio di due elicotteri da guerra americani. Piano Catarineci ricade nella zona A (massima tutela ambientale) del Parco delle Madonie e gode dello status di Zona Speciale di Conservazione (ZSC), inserita nella rete europea Natura 2000. Quest’ultima è una rete di siti di interesse comunitario creata dall’Unione europea per la conservazione della biodiversità.
«L’atterraggio di elicotteri da guerra della U.S. Navy nel cuore della Sicilia, a Piano Catarineci, non è solo una questione ambientale: è l’ennesimo atto che rischia di trascinare la nostra Isola e l’Italia in uno scenario di tensione bellica senza che vi sia stata alcuna informazione o dibattito democratico», ha dichiarato Valentina Chinnici, deputata e vicesegretaria dem in Sicilia. Chinnici si è unita alla protesta di sindaci e presidente del Parco delle Madonie, presentando un’interrogazione urgente a Renato Schifani, presidente della Regione Sicilia. «Dobbiamo sapere con urgenza — continua Chinnici — se Schifani e la Prefettura fossero stati avvisati, e chi ha autorizzato questo piano di volo. Non possiamo permettere che la Sicilia venga percepita come una portaerei in balia di decisioni prese altrove, senza alcuna legittimazione da parte degli organismi europei e internazionali e in spregio alla sovranità nazionale». Già aveva fatto discutere nei giorni scorsi l’intenso traffico aereo a Sigonella, dovuto al supporto logistico agli USA impegnati nella guerra con l’Iran.
Al momento Renato Schifani non ha rilasciato dichiarazioni pubbliche su quanto accaduto al Parco delle Madonie. Il silenzio delle autorità regionali e nazionali, unitamente al bypass degli enti locali, parrebbe evocare i contorni di un’azione totalmente unilaterale degli USA. D’altronde resta difficile da capire come un’esercitazione militare possa superare le stringenti limitazioni ambientali disposte per un’area protetta quale il Parco delle Madonie, per di più nel Piano Catarineci, che ricade nella zona A, la più attenzionata.
L’Afghanistan ha accusato il Pakistan di aver effettuato un attacco aereo contro un ospedale di riabilitazione per tossicodipendenti a Kabul. Le autorità locali, citate da Reuters, parlano di almeno 400 persone uccise e 250 feriti. Il Pakistan ha respinto le accuse, spiegando di aver attaccato esclusivamente avamposti militari dei talebani. L’agenzia francese Afp presente sul posto ha invece confermato la distruzione del centro riabilitativo, riportando l’estrazione di decine di corpi dalle macerie.
Era il 1870 quando Ulrico Hoepli rilevava la piccola libreria di Theodor Laengner presso la Galleria De Cristoforis di Milano. Negli anni, il punto vendita si è spostato, fino ad arrivare – nel 1958 – in una via a due passi dal Duomo che di lì a breve avrebbe preso il nome dell’editore italo-svizzero. Oggi la libreria internazionale Hoepli ospita centinaia di migliaia di volumi ed è un pezzo della storia di Milano; l’ennesimo che rischia di venire smantellato. L’assemblea dei soci ha infatti annunciato la messa in liquidazione dello storico punto vendita meneghino, mettendo a rischio il futuro di 89 dipendenti, per i quali si prospetta la cassa integrazione a zero ore. Negli ultimi giorni, i lavoratori hanno organizzato scioperi e flash mob, trovando un ampio sostegno da parte della cittadinanza, che ha lanciato una petizione per salvare la storica libreria. Il pericolo è quello di perdere un simbolo della città, in una Milano sempre più priva di spazi culturali.
La libreria Hoepli e l’omonima casa editrice sono in crisi da tempo. Le prime notizie su una sua possibile messa in liquidazione erano emerse lo scorso febbraio, quando sui giornali erano stati resi noti diverbi e tensioni interni alla società scaturiti dalla crisi del settore librario. L’editore è riuscito a crearsi uno spazio nel settore tecnico-scientifico con la produzione di manuali e di testi con fini scolastici. Proprio questi, secondo ricostruzioni mediatiche, avrebbero stuzzicato l’interesse del Gruppo Mondadori – della famiglia Berlusconi, che nel 2025 avrebbe contattato i vertici societari per acquistare tanto l’editore quanto il punto vendita in via Hoepli. I proprietari, eredi di Ulrico Hoepli, si sarebbero divisi sulla vendita, impedendo l’acquisizione del 100% della società. Pare che anche Feltrinelli sia interessata a una sua parziale acquisizione, e il rischio concreto è quello di disperdere l’archivio e il catalogo editoriale.
Dello storico palazzo in cui ha sede la libreria, invece, si sa poco. Realizzato nel 1958 su un progetto dei noti architetti Figini e Pollini, l’edificio ospita una delle più grandi e storiche librerie di Milano, ed è diviso su cinque piani, con un assortimento di circa mezzo milione di volumi. A febbraio l’azienda aveva contattato i sindacati per avviare una procedura di cassa integrazione per gli 89 dipendenti; i sindacati Slc-Cgil, Fistel-Cisl e Uilcom-Uil hanno denunciato l’assenza di un piano industriale che delineasse le future prospettive sulla libreria. Martedì 10 marzo, invece, ha annunciato la messa in liquidazione e la cassa integrazione a zero ore per i dipendenti. Il medesimo giorno, i lavoratori hanno organizzato uno sciopero di un’ora sotto il motto «la cultura non si liquida». Sabato 14, invece, è stato messo in piedi un flash mob aperto anche alla cittadinanza, a cui hanno partecipato diversi milanesi, e i lavoratori hanno incrociato le braccia per due ore. Il prossimo venerdì, il Comune terrà un tavolo con i sindacati per parlare della libreria.
La libreria Hoepli è un’istituzione del capoluogo meneghino; il punto vendita è ormai quasi settantenne e l’editore è stato testimone di oltre 150 anni di storia italiana. L’edificio si trova sul fianco destro del Duomo, a due passi da quella Piazza Meda dove – da quasi un secolo – ha sede la Banca Popolare di Milano, e alle spalle dello storico forno di Luini, classe 1888. Negli ultimi vent’anni, a Milano – specie in quella zona – sono stati chiusi o trasformati diverse realtà ed edifici storici. È il caso, per esempio, del cinema Apollo, situato sotto l’area di Piazza Liberty, oggi circondata da un’ampia area pedonale al centro di cui si trova una sede della società di tecnologia Apple; o dello storico edificio delle Poste, Palazzo Broggi, che nel tempo è finito a ospitare la nota catena di caffetteria Starbucks e uffici di multinazionali della finanza; e ancora, qualche chilometro più a nord, in Porta Garibaldi, del Teatro Smeraldo, trasformato in un maxi-centro commerciale a marchio Eataly.
È anche per questo che, con l’annuncio della messa in liquidazione volontaria, dal basso si è sollevato un forte grido di solidarietà ai lavoratori. «Hoepli è più di una semplice libreria», si legge a tal proposito sulla petizione pubblicata su change.org dalla cittadinanza. I milanesi chiedono che il Comune riconosca al punto vendita lo status di “bottega storica” per inquadrarne il valore storico-culturale. «Questo riconoscimento potrebbe non solo evitare la sua chiusura, ma anche attrarre supporto sia economico che comunitario per garantirne la sostenibilità nel lungo periodo», scrivono i cittadini. «Per proteggere Hoepli, il Comune potrebbe considerare incentivi fiscali, supporto governativo o collaborazioni con istituzioni culturali o aprire un dialogo con i proprietari per valutare come tenerla viva. Alla luce della crisi economica attuale, tali misure non solo conserveranno uno spazio di cultura ma rafforzeranno il tessuto sociale e culturale della nostra città».
Nella galleria Villafranca sull’A20, la linea che collega Messina e Palermo, si è verificato un maxi tamponamento a catena. Coinvolti quasi cento mezzi, automobili, furgoni e mezzi pesanti. La circolazione autostradale risulta bloccata per consentire l’evacuazione delle persone e dei mezzi coinvolti all’interno della galleria, all’altezza di Milazzo. Riscontrata la presenza di gasolio sulla carreggiata. Si registrano diverse persone ferite nell’incidente.
Continua a essere molto opaco, e a dir poco ambiguo, l’annunciato disimpegno di ENI dalla partita del gas nelle acque profonde di Gaza. Così come resta complice il rapporto del cane a sei zampe con l’israeliana Delek, che sostiene le colonie illegali in Cisgiordania. A distanza di due mesi e mezzo dal proclama di ritiro dalle attività di esplorazione nelle acque palestinesi alla ricerca di gas – rilasciato per iscritto alla trasmissione Report del 14 dicembre scorso – ENI non ha intrapreso «alcuna azione concreta per uscire dall’alleanza a tre, da lei guidata». Né ha mai «smentito l’aggiudicazione delle licenze». La multinazionale italiana resta cioè ancorata al consorzio che aveva vinto le licenze esplorative nel mare di Gaza il 29 ottobre 2023, assieme alla scozzese Dana Petroleum e all’israeliana Ratio Energies. A dirlo non sono (solo) gli attivisti dei diritti umani come ReCommon, ma una delle “compagne di cordata” di ENI: la coreana KNOC, che di fatto controlla la compagnia scozzese Dana Petroleum, parte integrante del progetto illegale di sfruttamento del gas al largo delle coste palestinesi, in stallo. ENI è ancora «consortium partner» per l’esplorazione del gas sul territorio palestinese: questo afferma un portavoce della KNOC, citato da Middle East Monitor.
«Dopo la fine della guerra israelo-palestinese la compagnia (KNOC, nda) esaminerà se procedere o meno con l’esplorazione (del gas offshore, nda) assieme ai partner del consorzio, tra cui ENI». Si tratta di un’affermazione forte di KNOC, in risposta agli attivisti del Paese asiatico, che rimescola le carte e smentisce un’altra dichiarazione fornita da ENI stessa, che non prevede un «coinvolgimento nell’area in futuro».
Friends of the Earth Scozia, da mesi alle calcagna di Dana Petroleum per chiederne il ritiro dal progetto, in uno scambio di mail privato ci scrive: «Non siamo ancora in condizione di confermare o smentire se ENI si sia ritirata o meno». Tuttavia è noto che la stessa Dana Petroleum, sollecitata più volte dai deputati scozzesi, non abbia rinunciato alla partita. Difficile immaginare che possa farlo ENI, che di quel consorzio è capofila, osservano gli attivisti.
«Mi auguro che questi piani siano urgentemente fermati», dice il deputato scozzese Patrick Harvie, che aggiunge: «Il nostro Parlamento ha promosso una mozione dei Verdi per unirsi al movimento globale BDS: è tempo di fare passi reali per mettere fine ai rapporti con il regime dell’apartheid israeliano».
L’opacità è la cifra di tutta questa vicenda oscura che ha “per sfondo” un genocidio. E lo si intuisce meglio considerando che il progetto di estrazione di gas nell’area, per ENI, è molto più vasto e ghiotto di quanto sembri. «Per ENI – ipotizza persino Milano Finanza – già attiva in Egitto con Zohr e Damietta Lng, l’ingresso in Israele conclude il corridoio del gas mediterraneo, che collega il Nord Africa al Levantino e all’Europa». «Una stabilità politica potrebbe riaprire anche queste aree all’esplorazione» e portare le risorse complessive del bacino oltre i 1300 miliardi di metri cubi di gas, sostiene la testata. Eppure a dicembre scorso, come accennato, il capo delle relazioni con i media del cane a sei zampe comunicava alla redazione di Report: «ENI non prevede di essere coinvolta in attività nell’area nel futuro». Una vera e propria notizia, se fosse vera.
L’azienda non ha mai «smentito l’aggiudicazione delle licenze e non ha comunicato di avervi rinunciato o di volerlo fare», replica ReCommon in risposta alla diffida inviata da ENI ai suoi attivisti. È più probabile invece, aggiunge l’associazione, che abbia «nei piani futuri l’intenzione di portare avanti le attività esplorative in zona economica palestinese». Entrando più nel dettaglio dell’affaire Gaza: il consorzio a tre aveva visto ENI protagonista (e vincitrice) il 29 ottobre 2023, in pieno genocidio, delle gare d’appalto per sei nuove licenze di esplorazione di gas offshore nel mar Mediterraneo; il 62% delle quali nella Zona Economica Esclusiva palestinese. A guerra avviata, dunque, e con un bilancio di migliaia di civili palestinesi uccisi dall’IDF, la “nostra” multinazionale, controllata al 31% dal Ministero dell’Economia e delle Finanze e da Cassa Depositi e Prestiti, partecipava a una “gara” di fatto illegale. E la vinceva.
Da dicembre a oggi un silenzio improbabile è calato su quella gara, eccetto che per le scarne parole inviate alla Rai. Troppo poco, dicono i promotori dei diritti umani. Per tutte queste ragioni (e per diverse altre) il movimento BDS Italia lancia in questi giorni una nuova campagna di boicottaggio: nel mirino ci sono le complicità della multinazionale con il regime di apartheid israeliano.
«ENI non ha solo ottenuto da Israele licenze di esplorazione in aree di competenza palestinese – ribadisce BDS – ma è legata a doppio filo a imprese energetiche israeliane coinvolte nello sfruttamento di risorse nei Territori Palestinesi Occupati». Qui il riferimento è all’azienda israeliana Delek. Parallelamente alla incresciosa storia delle licenze in acque palestinesi, va avanti in effetti un’altra alleanza societaria equivoca, chiamata da ENI in gergo business combination: quella con la britannica Ithaca Energy. Nell’aprile del 2024 ENI avvia e completa l’acquisizione del 38,7% dell’azienda inglese che estrae petrolio nel Mare del Nord.
La “versione UK” del cane a sei zampe riceve azioni ordinarie di Ithaca: fin qui le solite operazioni di business se non fosse che Ithaca Energy è posseduta a maggioranza dal gruppo Delek, una delle più grandi società energetiche di Israele, inserita nella black list delle Nazioni Unite. Rifornisce infatti di benzina e gasolio le forze armate israeliane e attraverso una sua controllata gestisce stazioni e minimarket all’interno delle colonie in Cisgiordania e a Gerusalemme Est. Eppure la multinazionale italiana ritiene di non dover dar conto delle alleanze stipulate dal suo “alter ego” londinese. Insiste invece sul fatto che «l’operazione è stata negoziata, eseguita e conclusa direttamente tra ENI UK e Ithaca, gruppo indipendente e quotato a Londra».
Scrive Greenpeace che: «Una delle principali responsabilità di ENI è di non aver svolto, o di aver svolto in maniera inadeguata, la due diligence richiesta dai princìpi generali, contribuendo di fatto al proseguimento di un impatto negativo sui diritti umani anche solo attraverso il pagamento di dividendi al socio Delek». Dietro l’occupazione militare della Palestina c’è dunque una «joint criminal enterprise», come la chiama Francesca Albanese nel più letto dei sui report: un sistema economico-finanziario complesso orientato alla distruzione dei palestinesi, di cui ENI è parte integrante.
Esiste infine un terzo elemento non meno importante che rende ENI complice: la società avrebbe venduto 30mila tonnellate di greggio allo Stato ebraico, estraendolo da un impianto in Basilicata: il Centro Olio in Val D’Agri. «Anche questa affermazione è falsa», smentisce ENI. Perché il greggio ENI prodotto lì «viene interamente destinato alla raffineria di Taranto per essere lavorato nei propri impianti». Eppure l’accusa si basa su dati piuttosto incontrovertibili, citati da ReCommon: l’analisi condotta da Oil Change International e Data Desk, contenuta nel report “Behind the Barrell”.
E a questo proposito BDS Italia denuncia con forza il fatto che ENI «rifornisce direttamente Israele di carburante proveniente dall’impianto di Val D’Agri, tramite il porto di Taranto e queste esportazioni di greggio rappresentano una complicità materiale di estrema gravità». Il 54% delle spedizioni di carburante verso Israele nel 2024 sarebbe avvenuto dopo la raccomandazione della Corte Internazionale di Giustizia del 26 gennaio, che ha richiamato gli Stati all’obbligo di prevenire il genocidio.
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