venerdì 6 Marzo 2026
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India, la Corte Suprema riconosce l’igiene mestruale come diritto fondamentale

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Con una sentenza storica, la Corte Suprema dell’India ha stabilito che la salute e l’igiene mestruale rientrano tra le tutele costituzionali garantite a ogni cittadina, riconducendole al diritto alla vita e alla dignità sancito dall’articolo 21 della Costituzione. Nel merito, il provvedimento obbliga governi statali, scuole e università a promuovere programmi di educazione sulla salute mestruale, a garantire la distribuzione gratuita di assorbenti alle ragazze e ad assicurare la presenza di servizi igienici funzionanti, separati per genere e dotati di spazi adeguati per gestire il ciclo in con...

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Il viaggio di Matteo, da Pechino a Venezia in bici: “I talebani mi hanno pagato l’albergo”

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Un novello Marco Polo che, in sella al proprio destriero di metallo, ha ripercorso la celeberrima Via della seta, ma al contrario di come è raccontata ne Il Milione, partendo infatti da Pechino per arrivare a Venezia. Nel mezzo un volo “obbligato” per sorvolare l’Iran, avventure di ogni tipo – anche a rischio della propria vita – tra deserti e un ostinato vento contraro, visti non concessi e la vita che scorre inesorabile sotto le ruote in circa 4 mesi e mezzo di viaggio, con una media giornaliera superiore ai 100 km quotidiani.

«In totale ho pedalato tra i 13 e i 14mila km. Sono sincero, devo ancora contarli tutti quanti, però più o meno, siamo lì», racconta Matteo Stella, guida di bici e Accompagnatore di Media Montagna, figura professionale per accompagnare persone in escursioni e trekking a L’Indipendente. Lo abbiamo raggiunto al telefono quando ormai, dopo aver superato Venezia, si stava dirigendo verso il posto che da una decina d’anni chiama casa, Courmayeur. Romano d’origine, si è trasferito ai piedi del massiccio più imponente d’Europa, il Monte Bianco, proprio per l’amore della montagna e dell’avventura.

Da Pechino al deserto del Gobi

In foto: Matteo Stella

Qualche scorta di cibo, un filtro per l’acqua piovana che gli è servito più di una volta per bere dalle pozzanghere, una tenda e un fornello a benzina che, oltre a permettere di evitare di cercare le bombole del gas, che in molti Paesi non sono compatibili, può essere usato con tutti i tipi di carburante, alcol compreso, e funziona anche a temperature molto basse. Tutto ha inizio il 14 ottobre, con la partenza da Pechino in direzione nord, per attraversare il confine con la Mongolia a Erenhot, ma soprattutto il deserto del Gobi, puntando Ulan Bator. «Questo è stato il primo grande schiaffo in faccia perché, oltre ad essere un deserto estremamente remoto, non c’era nulla. Né persone, né cibo lungo la via. Quindi una partenza molto complessa». A Ulan Bator una sosta necessaria per capire come attraversare i monti Altai, che separano la Mongolia dallo Xinjiang, e tornare in Cina. Stiamo parlando di un’area tra le più remote del pianeta. «Gli stessi funzionari mongoli», racconta Matteo, «non sapevano bene quali fossero i punti di accesso per superare le montagne e le frontiere aperte per i turisti, visto che non tutte possono accettare i passaporti stranieri. Quindi è stato difficile anche solo trovare informazioni. Ho contattato la Farnesina e l’ambasciata italiana in Mongolia ma nessuno mi sapeva dare indicazioni precise. E allora sono partito veramente all’avventura e mi sono dovuto sbrigare perché stava arrivando l’inverno, faceva già un freddo cane e ho superato questa catena montuosa tra mille avventure». Il passo di montagna è a un’altezza di 2800 metri. «Non era una cosa trascendentale, sono stato in posti più alti con la bicicletta anche in questo viaggio, però faceva veramente freddissimo mentre il vento contrario, una costante durante tutto il viaggio, mi sferzava il viso». L’aria gelida che arriva dalla Siberia, infatti, in tutta la Mongolia non incontra nemmeno un ostacolo.

Superato il passo, l’arrivo è di nuovo in Cina, nello Xinjiang, regione storicamente popolata dagli Uiguri, popolo di lingua turca e religione musulmana. «La cosa sorprendente è che hanno la pelle olivastra, e sono molto più simili a noi mediterranei che ai cinesi. Oltretutto è una zona estremamente controllata perché capita spesso che ci siano problemi o scontri con le autorità». Matteo pedala fino alla capitale Ürümqi, una città avveniristica che l’ha lasciato a bocca aperta. «La Cina è anni luce avanti a noi: anche nelle aree rurali c’è un livello di innovazione incredibile, pazzesco, cosa che noi non ci possiamo neanche sognare. Questa è un’altra cosa che mi è veramente passato a bocca aperta. Da lì sono ripartito verso nord per arrivare al confine con il Kazakistan».

L’arrivo in Kazakistan

Matteo in Uzbekistan

«Qui», continua Matteo, «basta superare una linea di frontiera per vedere un cambiamento incredibile: da macchine elettriche, centrali nucleari e iper-controllo ovunque, a zone veramente disabitate, in mezzo alla steppa, dove non c’è nulla». Siamo a metà novembre, visto che Matteo nel frattempo festeggia il suo 36esimo compleanno in solitaria, e pedala fino ad Almaty, dove, stremato dall’ultima parte del viaggio e con la febbre, si ferma qualche giorno per riposare.

Il viaggio riprende in direzione Biškek, capitale del Kirghizistan, per poi scendere nella valle di Fergana, tra il Tajikistan e l’Uzbekistan, fino ad arrivare a Samarcanda, considerata la capitale culturale del mondo islamico. «È il vero crocevia della Via della seta, cioè, lì hai proprio la dimostrazione dello scambio culturale e del sapere che viaggiava su questa rotta: ci sono osservatori astronomici che hanno più di mille anni. Era un centro all’avanguardia per la per la scienza, per la musica e per il diritto. Venivano qui da tutto il mondo per avere un contatto culturale con le Madrase, che sono scuole del pensiero islamico». La cosa più affascinante? «Grazie ai profondi studi di astronomia in molti posti è possibile osservare carte disegnate delle stelle e del sole che sono veramente straordinarie, direi magiche».

Marco Polo e il “tetto del mondo”

Nel frattempo siamo quasi a Natale e Matteo ha già ricominciato a pedalare in direzione sud, fino ad arrivare sulle montagne del Pamir, in piena stagione secca. «Sono quelle che Marco Polo definì “il tetto del mondo”, con una descrizione che resiste ancora oggi. La cima più alta supera i 7mila metri, io naturalmente sono stato molto più in basso». È il primo di gennaio del 2026 quando Matteo varca il confine con l’Afghanistan, nei pressi di Mazar-i Sharif, uno dei pochi valichi di frontiera aperti ai turisti. Quello afghano è considerato tra i passaporti più “deboli” del mondo e se per un cittadino è difficilissimo uscire dal Paese, non è facile nemmeno entrare per i turisti. «Ho parlato con il console a Termez, sul confine con l’Uzbekistan, l’ho convinto a ricevermi e ho presentato una lettera per descrivere il mio viaggio. Ha voluto comunque conoscermi prima di concedermi il visto. Il governo talebano non è riconosciuto da nessuno Stato e non ci sono rappresentanze diplomatiche».

Se da un lato può essere un serio problema, dall’altro, «l’idea di fondo è quella di essere gentili con qualsiasi turista passi per il Paese, nella speranza di fare una buona impressione e che questa impressione positiva venga poi raccontata in patria. È anche la stessa spiegazione che ho avuto parlando con la gente locale, posto che i talebani, per come trattano le donne e la popolazione più in generale, sono il peggio che abbia mai visto. Parliamo di un Paese completamente piegato dagli ultimi 40 anni di guerra, dove non è raro vedere bambini imbracciare un fucile, macerie di edifici distrutti e carri armati che pattugliano le zone. Io l’ho vissuto come una frontiera antropologica, sociale e umana. Nel Paese vige la Sharia, la legge religiosa islamica, con regole folli come il divieto di musica, il fatto che le donne non possano parlare in pubblico o che possano uscire di casa solo se accompagnate da un parente maschio. Gli uomini invece non si possono tagliare la barba e dovrebbero vestirsi solo con abiti tradizionali, turisti compresi. Ecco perché nei villaggi tutti mi chiedevano come mai fossi abbigliato diversamente».

I servizi segreti e l’albergo in Afghanistan

Ed è qui, nel deserto dell’Afghanistan, dove i talebani gli offrono una stanza d’albergo. «Tirava talmente tanto vento da non riuscire a mettere la tenda nella sabbia, quando vedo una sorta di piccola costruzione ai margini della strada con delle persone e provo a chiedere loro se ci fosse la possibilità di dormire lì. Solo dopo che avevano accettato mi rendo conto di essere dentro a un checkpoint di talebani. All’inizio non ci faccio particolarmente caso, mi fermavano anche 15 volte al giorno perché hanno una rete di controllo del territorio veramente fittissima e sono ovunque, anche in mezzo al deserto. C’erano una decina di ragazzi, armati e con una connessione internet che ci permetteva di parlare con un traduttore automatico. Tra l’altro uno dei capi, oltre a parlare un americano perfetto, mi ha detto di avere il doppio passaporto, e che la settimana scorsa era stato a Brooklyn».

A un certo punto un ragazzo riceve una telefonata. «Inizia a parlarmi tramite il traduttore. Conservo ancora gli screenshot della conversazione. In pratica, con tutta la calma del mondo, mi dice che i servizi di intelligence mi stanno venendo a prendere. Vado in panico. Chiedo se posso andare via ma mi dicono che devo aspettare. Allora inizio a chiamare contatti e amici per avvisarli di ciò che stava succedendo. Ero preoccupatissimo e pensavo che non ne sarei uscito vivo. Arrivano. Entrano e tutti si mettono sull’attenti. Parlano tra loro e si avvicina il momento in cui mi devono portare via, dicono per questioni di sicurezza. Quando esco la scena è tragicomica: invece che un pick up moderno con mitragliatrici e chissà cos’altro, si erano presentati con una macchina scassatissima, dove in 4 non ci stavamo nemmeno. Ho dovuto smontare la bici, abbiamo lasciato lì il capo, e un anziano, mentre la macchina era guidata da un ragazzino, mi ha portato nella città più vicina, dove hanno insistito per pagarmi il pernottamento in una sorta di ristorante/sala da tè, dove era possibile dormire per terra. Nel mezzo foto e selfie con tutti i cittadini perché per loro, vedere un turista occidentale, è come per noi accogliere una star del cinema».

Il tentativo di entrare in Iran

L’obiettivo, a questo punto, è quello di arrivare a Herat, per poi proseguire attraversando l’Iran. «C’ero già stato, sempre in bici, nel 2023, e quindi avevo un contatto con un’autorità locale che mi aveva già inviato il visto e una lettera d’invito», continua a raccontare. Arrivato a Herat, però, si rende conto che la situazione in Iran è complessa: siamo infatti nei primi giorni di gennaio, tra proteste di piazza e repressione. A quel punto, l’unico modo che ha per uscire dall’Afghanistan prima che scada il visto, è quello di tornare a Kabul, unica città da cui partono voli internazionali. La capitale non è facile da raggiungere, tra strade dissestate e un passo di montagna a 3500 metri, e, come se non bastasse, l’aeroporto funziona a singhiozzo, con un volo che parte ogni tanto per diverse destinazioni, senza poterlo prenotare. Matteo, imbarcando da solo la bici sull’aereo dopo varie discussioni con il personale, riesce a prendere un volo per Ankara, in Turchia.

Il rientro in Italia

E da qui, tutto in discesa, a parte le condizioni meteo. «Ho beccato 26 giorni di seguito di pioggia da Ankara, fino a Faenza, senza sosta». Il tragitto finale è stato questo: Ankara e poi Istanbul, Kavala e Salonicco in Grecia, poi l’Albania e il traghetto dal porto di Valona a Brindisi, per proseguire verso Benevento, Roma, Firenze, Venezia e infine casa, chiudendo il viaggio di Marco Polo.

Mi sa che hai avuto più avventure tu che lui nel Milione, mi azzardo a chiedere. «Beh», mi risponde, «lui ci ha messo 18 anni, ed è tornato in nave». Però non ha rischiato di essere investito da un camion, come invece è successo a lui a Kandahar, dove un autista anziano, probabilmente al telefono, ha perso il controllo del mezzo e ha rischiato di metterlo sotto: «Mi sarà passato a meno di un metro prima di adagiarsi, di traverso, a bordo strada, sono rimasto sconvolto per una buona mezz’ora».

La scintilla è stata la semplice curiosità. «Avevo letto una storia sulla Via della seta che mi aveva incuriosito: a Roma 2mila anni fa arrivava questo tessuto, senza che nessuno sapesse come fosse prodotto. A Pompei ci sono dei mosaici di donne che la indossano, ma in realtà nessuno sapeva veramente da dove venisse e come fosse fatta. Virgilio (nelle Georgiche, NdA) sosteneva che fosse una sorta di lanugine prodotta da foglie di determinati alberi, per altri proveniva una particolare specie di pecore. E quindi ho iniziato a studiare e documentarmi, per capire innanzitutto se fosse possibile percorrere questa strada”. Ed è così che, duemila anni dopo quei primi mercanti e otto secoli dopo Marco Polo, la Via della seta continua a mettere in movimento le persone, magari inseguendo una semplice domanda. A volte basta la curiosità di capire da dove arriva un filo di seta per ritrovarsi, quattro mesi e 14mila chilometri dopo, alla fine di una delle rotte più leggendarie della storia.

USA, hackerati i contratti della polizia dell’immigrazione

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Un gruppo di hacktivisti che si fa chiamare “Dipartimento della Pace” ha messo mano a piú di 6.000 contratti siglati dall’antimmigrazione (l’ICE) e dal Dipartimento della Sicurezza Interna degli Stati Uniti con entità di vario tipo, tra cui aziende private, agenzie governative e almeno una dozzina di università. Tra i nomi d’alto profilo emersi figurano Anduril, HBGary, L3Harris, Microsoft, Oracle, Palantir e Raytheon.

Cipro, le basi britanniche di Akrotiri sotto attacco: l’isola paga la scelta atlantica 

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CIPRO – L’attacco iraniano con droni provenienti dal Libano contro la base britannica di Akrotiri e i due missili che il governo di Londra sostiene di aver intercettato sulla costa meridionale della Repubblica di Cipro hanno scioccato tutti sull’isola. Il governo in carica, una coalizione di centro-destra guidata dal liberale Nicos Christodulides, ha atlantizzato Cipro, aprendo alla presenza americana e costruendo un asse di ferro con Grecia e Israele, anche a costo di sacrificare i rapporti con la metà turco-cipriota che vive nel nord occupato. Ora, dopo due anni focalizzati su investimenti, mercati e rottura della tradizionale neutralità della Repubblica riconosciuta, quella greco-cipriota, è arrivato il conto: «Il governo in carica ha rotto quell’equidistanza che un Paese piccolo e diviso come il nostro dovrebbe mantenere in una regione turbolenta come questa, trasformandoci in una rampa per gli interessi dell’Occidente nella regione. E in bersagli» ha dichiarato a L’Indipendente Nicos Trimikliniotis, docente di diritto e sociologia all’Università di Nicosia.

«Cipro è passata indenne attraverso guerre e crisi regionali in Medio Oriente; anzi, ne ha spesso tratto beneficio ospitando banche e capitali in fuga. Ma questa volta è diverso. Una situazione di emergenza come questa, dal 1974, dai tempi dell’invasione turca, nessuno la ricorda», dice ancora Trimikliniotis. Ma il problema più grande riguarda i rapporti con le SBA, le Sovereign Base Areas britanniche: quella di Akrotiri è la più grande base della RAF (Royal Air Force) fuori dal Regno Unito e, insieme alla zona di Dhekelia, copre circa il 3% del territorio cipriota che la Gran Bretagna trattenne dopo la decolonizzazione. «Non solo gli inglesi hanno mentito, sostenendo di non svolgere alcuna attività militare nelle SBA, ma hanno anche violato lo stesso regolamento delle basi», prosegue Trimikliniotis, citando una clausola che impone a Londra di consultare la Repubblica di Cipro qualora le basi vengano utilizzate da Paesi non appartenenti al Commonwealth: «Starmer ha annunciato di voler concedere l’uso delle basi agli alleati USA e solo allora il governo di Nicosia si è mosso. Ma nei due anni di bombardamenti su Gaza, quando aerei spia decollavano due o tre volte al giorno da Akrotiri, erano rimasti in silenzio. Come se non li riguardasse».

La situazione tesa ha provocato una reazione nella Repubblica secessionista del nord, che condivide con la base di Dhekelia una linea di confine: anche il presidente turco-cipriota Tufan Erhürman è stato duro con la controparte del sud. «L’avevamo detto. Sapevamo che sarebbe successo, prima o poi», ha scritto su Facebook riferendosi ai rischi rappresentati dalle attività delle basi britanniche sull’isola.

La Turchia è l’unico Paese della regione ad aver condannato, in qualche modo, l’attacco di USA e Israele e, in questo momento, agli occhi di molti – anche tra i greco-ciprioti – il 37% dell’isola controllato da Ankara, con circa 30mila soldati turchi stanziati, sembra paradossalmente la zona più sicura.

USA: Greenpeace a rischio bancarotta per le azioni contro una società fossile

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L’organizzazione ambientalista Greenpeace è stata colpita da una durissima sentenza. Il tribunale distrettuale del North Dakota l’ha infatti condannata a pagare 345 milioni di dollari a Energy Transfer, colosso texano gestore dell’oleodotto Dakota Access. La cifra, pur ridotta rispetto ai 667 milioni inizialmente richiesti, rischia di mandare in bancarotta la ong, che ha già dichiarato di non poter far fronte a tale somma. Al centro della vicenda, le proteste del 2016-2017 contro l’infrastruttura petrolifera, durante le quali migliaia di attivisti, tra cui i nativi Sioux della riserva di Standing Rock, si opposero alla costruzione dell’oleodotto temendo la contaminazione delle proprie terre e fonti d’acqua. Greenpeace ha annunciato che chiederà un nuovo processo e, se necessario, presenterà ricorso alla Corte Suprema del North Dakota, impegnandosi in un’ulteriore battaglia legale che potrebbe rivelarsi decisiva per la sua sopravvivenza.

Greenpeace aveva adottato diverse strategie per opporsi alla costruzione dell’oleodotto. In primis, l’organizzazione aveva fornito supporto logistico e mediatico agli accampamenti di protesta allestiti a Standing Rock, dove gli attivisti vivevano in condizioni difficili per bloccare fisicamente l’avanzata dei lavori. Inoltre, Greenpeace ha diffuso informazioni sui rischi ambientali e sui diritti violati attraverso comunicazioni stampa, video e petizioni globali, chiedendo agli organi governativi di fermare il progetto e sostenendo cause legali in collaborazione con i Sioux di Standing Rock. Alcuni membri di Greenpeace e altri gruppi hanno partecipato a proteste che includevano il blocco delle attrezzature e l’ostruzione dei cantieri. Le manifestazioni sono culminate in episodi di repressione violenta da parte delle forze dell’ordine, con l’uso di gas lacrimogeni, proiettili di gomma e idranti. Le tensioni sono aumentate con l’elezione di Donald Trump, da sempre grande sponsor del progetto, che nel 2017 ne ha accelerato il completamento, annullando i blocchi imposti dall’amministrazione Obama.

Energy Transfer ha accusato Greenpeace di aver orchestrato le manifestazioni, sostenendo che l’ong avesse pagato i dimostranti e acquistato attrezzature per farli incatenare sul posto. L’avvocato della compagnia, Trey Cox, aveva chiesto una «sentenza esemplare» con l’obiettivo dichiarato di «dissuadere Greenpeace e altre organizzazioni dall’agire in modo simile in futuro». Le accuse mosse dall’azienda petrolifera riguardano i reati di diffamazione, danneggiamenti e violazione della proprietà privata. Greenpeace ha invece sempre risposto bollando tale iniziativa come una causa intimidatoria. Una prima causa intentata a livello federale era stata archiviata nel 2019, ma l’azione legale portata avanti nel tribunale del North Dakota è proseguita fino alla recente condanna, inizialmente fissata a 665 milioni di dollari e poi ridotta per un errore di calcolo relativo alla duplicazione di alcuni danni.

Nonostante tutto, Greenpeace rivendica la sua lotta e annuncia che la porterà avanti fino alla fine. «Esprimersi contro le aziende che causano danni ambientali non dovrebbe mai essere considerato illegale. È garantito dalla Costituzione degli Stati Uniti ed è essenziale per la tutela delle comunità e per la salute della democrazia» ha commentato Marco Simons, General Counsel ad interim di Greenpeace USA e Greenpeace Fund. «L’assurdità di questa sentenza può essere facilmente illustrata: Greenpeace è stata ritenuta responsabile per aver presumibilmente ritardato un oleodotto che, ancora oggi, non dispone dell’autorizzazione legale per operare e che in realtà è stato ritardato dalle decisioni del Corpo degli ingegneri dell’Esercito degli Stati Uniti. La sentenza include decine di milioni di dollari per aver firmato una lettera sottoscritta anche da altre 500 organizzazioni, che riprendeva affermazioni contenute in rapporti delle Nazioni Unite. Se i tribunali credono ancora nella giustizia, questa sentenza non potrà essere confermata».

Roma, corruzione negli appalti stradali: chiesti 38 rinvii a giudizio

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La Procura di Roma ha chiesto il rinvio a giudizio per l’imprenditore Mirko Pellegrini, detto “Mister Asfalto”, e altre 37 persone e società, nell’ambito di un’inchiesta su un presunto sistema corruttivo legato agli appalti per la manutenzione stradale. L’indagine, coordinata dall’aggiunto Giuseppe Cascini e dal pm Lorenzo Del Giudice, ipotizza un’associazione per delinquere finalizzata a pilotare gare pubbliche attraverso società intestate a prestanome. Contestati, a vario titolo, corruzione, turbativa d’asta, frode, bancarotta e trasferimento fraudolento di valori. Pellegrini è accusato anche di finanziamento illecito ai partiti. Parti offese risultano Roma Capitale, Astral, Banca d’Italia e Polizia di Stato.

Da Epstein a Kincora: come si costruisce una élite ricattabile

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Dall'analisi dei Files sembra emergere sempre più chiaramente che il caso di Jeffrey Epstein, con le sue ville sorvegliate e i voli privati carichi di potenti, non rappresenti un evento isolato, che riguarda la depravazione di un singolo miliardario. Piuttosto, come ha scritto anche l'ONU, solleva il velo su di una rete transnazionale (come l’élite che rappresenta), una strategia di potere utilizzata per tenere sotto il proprio controllo personalità di altissimo profilo. Non si tratta, tuttavia, del primo caso in cui ragazzini vengono abusati da personaggi potenti: negli anni '70, nella Kincor...

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Depistaggio Borsellino, la sentenza: “Coperti interessi che vanno oltre Cosa Nostra”

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L’ex questore di Palermo Arnaldo La Barbera volle «agevolare chi intendeva tutelare assetti di interessi e di potere diversi e più compositi del sodalizio mafioso che procedette all’esecuzione dell’attentato» del 19 luglio 1992 in via D’Amelio, a Palermo, in cui venne ucciso Paolo Borsellino. È questo forse il passaggio più significativo del documento con cui i giudici della Corte d’Appello di Caltanissetta hanno motivato la sentenza del maggio 2024, in cui erano state sancite le prescrizioni per i poliziotti Mario Bo, Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo, finiti sotto processo per il depistaggio delle indagini sulla strage. Al centro, appunto, la figura del loro capo, Arnaldo La Barbera. Il quale, deceduto nel 2002, non è più imputabile.

I poliziotti

Nello specifico, i poliziotti alla sbarra dovevano rispondere di calunnia aggravata dall’aver favorito la mafia. Il caso è quello del «più grave depistaggio della storia repubblicana», come lo ha inquadrato la sentenza definitiva del processo Borsellino-Quater, che vide le imbeccate da parte della polizia del falso pentito Vincenzo Scarantino, il quale si auto-accusò di avere portato a compimento la strage in cui furono uccisi Borsellino e i membri della sua scorta ma che, in realtà, non era nemmeno un mafioso e non aveva avuto alcun ruolo nell’organizzazione e nell’esecuzione del massacro. «Non vi possono essere dubbi sul fatto che tutti e tre gli imputati aderirono alle direttive impartite da La Barbera consapevoli di stare instradando un ‘collaboratore’ inattendibile al fine di costruire attorno a lui un’aura di attendibilità e rafforzarlo nelle sue dichiarazioni calunniose», si legge nella sentenza, «né si può discutere del fatto che essi potessero avere dubbi legittimi sull’innocenza delle persone da costui accusate». «Si tratta di pubblici ufficiali che in presenza di elementi che dovevano fare semmai dubitare della veridicità delle dichiarazioni accusatorie di un soggetto il quale aveva mostrato in ogni modo la sua inaffidabilità, si adoperavano per eliderli, ridimensionarli, quando non occultarli o misticarli e lo inducevano a riferire circostanze della cui veridicità non potevano avere contezza», continuano i giudici, inquadrando le condotte loro contestate nel quadro della «complessiva, lunga ed articolata sequenza che ha condotto allo sviamento delle indagini, oramai acclarato con sentenze passate in giudicato». Il processo, però, non doveva solo accertare l’elemento psicologico del reato di calunnia, ma anche quello dell’aggravante di mafia. Per questo i poliziotti sono stati prescritti: non vi è la prova, oltre ogni ragionevole dubbio, che fossero consapevoli di avere favorito Cosa Nostra.

La Barbera

Centrale, nella sentenza, è la figura di Arnaldo La Barbera, il quale guidava il pool di investigatori sulle stragi “Falcone e Borsellino”. Di quest’ultimo «è emersa la capacità di coltivare relazioni e di accreditarsi non solo negli ambienti delle forze dell’ordine e degli uffici giudiziari, non solo tra gli uomini dei servizi di sicurezza nazionale, ma anche tra gli appartenenti alla criminalità organizzata o alle articolazioni più opache degli stessi servizi di sicurezza». Secondo i giudici, se si devono «ricostruire le finalità che volle perseguire La Barbera con la sua azione nel depistare le indagini», le evidenze acquisite permettono di concludere che il poliziotto volle «agevolare chi intendeva tutelare assetti di interessi e di potere diversi e più compositi del sodalizio mafioso che procedette all’esecuzione dell’attentato». Infatti, egli «certamente sapeva che stava coprendo responsabilità diverse da quelle di esponenti di cosa nostra», ma «mostrava anche di volerne colpire articolazioni e struttura in una prospettiva minimalista ma funzionale ad agevolare gli apparati più che l’organizzazione; o meglio ad agevolare alcuni esponenti di cosa nostra laddove accomunati da responsabilità con esponenti degli apparati». Non mancano, però, punti di non ritorno e zone d’ombra. I giudici, infatti, affermano che «nemmeno può dirsi che nel progetto di La Barbera vi fosse la consapevolezza che vi fosse un capo nell’interesse del quale si dovevano colpire tutti gli altri capi dell’organizzazione attraverso la costruzione di un processo che prevedesse la responsabilità della Commissione», anzi «vi sono elementi in senso contrario, proprio per l’esistenza di linee diverse all’interno della cosca e quindi di valutazioni diverse su quali fossero gli interessi da perseguire e i metodi da seguire, alcune delle quali dovettero assumere carattere prevalente». Al contempo, «non è stato possibile con chiarezza individuare cosa convinse i maggiorenti dell’organizzazione della specifica utilità nella logica di cosa nostra – di quell’ulteriore attentato accelerato in modo cosi anomalo: quale contropartita o quale promessa di contropartita e quale sacrificio – anche in termini di reazione repressiva dello Stato – in questo eventuale accordo sarebbe stata disponibile a sopportare. Е infine se di tutto questo fosse messo a parte La Barbera».

Il Borsellino-Quater

A ufficializzare il depistaggio Borsellino è stata, nel 2017, la storica sentenza del processo Borsellino-quater, che ha poi ottenuto il timbro definitivo della Cassazione. Sulla base delle affermazioni del reale esecutore dell’attentato, Gaspare Spatuzza, che si pentì soltanto nel 2008 e identificò nei fratelli Graviano, capi del mandamento di Brancaccio, i veri organizzatori dell’eccidio, sono state infatti riconosciute come false le dichiarazioni di Scarantino, le cui parole, frutto delle pressioni di «suggeritori esterni», avevano portato allo sviamento delle indagini sulla strage, costato l’ergastolo a sette persone innocenti poi scagionate nel processo di revisione. Nelle motivazioni della sentenza in questione, i giudici della Corte d’Assise di Caltanissetta scrissero che «le dichiarazioni di Vincenzo Scarantino sono state al centro di uno dei più gravi depistaggi della storia giudiziaria italiana», che fu il frutto di «un proposito criminoso determinato essenzialmente dall’attività degli investigatori, che esercitarono in modo distorto i loro poteri». La Corte aveva inoltre illustrato come ci fosse «un collegamento tra il depistaggio e l’occultamento dell’agenda rossa di Paolo Borsellino (rimossa dal perimetro della strage poco dopo l’esplosione della bomba, ndr), sicuramente desumibile dall’identità di uno dei protagonisti di entrambe le vicende». E l’identità dell’uomo in questione è proprio quella di Arnaldo La Barbera. L’agenda rossa, hanno ricordato i giudici, «conteneva una serie di appunti di fondamentale rilevanza per la ricostruzione dell’attività da lui svolta nell’ultimo periodo della sua vita, dedicato ad una serie di indagini di estrema delicatezza e alla ricerca della verità sulla strage di Capaci». Nel 2023, la Procura di Caltanissetta aveva inviato le forze dell’ordine nella casa della moglie e di una delle figlie di La Barbera, che risultano indagate per ricettazione aggravata dal favoreggiamento alla mafia, dopo che un testimone vicino alla sua famiglia ha raccontato ai pm che l’agenda rossa del giudice Paolo Borsellino era stata nascosta nella casa dell’ex questore. I carabinieri hanno sequestrato una lunga serie di documenti, ma l’agenda rossa non è stata trovata.

Raid pakistani in Afghanistan: almeno 42 morti

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Dopo i raid pakistani contro l’Afghanistan, sarebbero almeno 42 i civili uccisi mentre altri 104 sarebbero rimasti feriti. Il bilancio si riferisce agli scontri scoppiati tra il 26 febbraio e il 2 marzo, ed è stato fornito dalla Missione di assistenza delle Nazioni Unite in Afghanistan (UNAMA). La comunicazione dell’UNAMA arriva in un momento di tensione per i due Paesi, mentre il confronto militare tra Kabul e Islamabad entra nel sesto giorno: i talebani hanno dichiarato di avere conquistato un avamposto militare nella regione di Kandahar, mentre il Pakistan continua i suoi attacchi sul confine.

Ex Ilva: sindacati proclamano 24 ore di sciopero dopo morte operaio

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Dopo la morte di un operaio avvenuta ieri all’ex Ilva di Taranto nell’ennesimo incidente sul lavoro, è arrivata reazione di operai e sindacati. Fim Cisl, Fiom Cgil, Uilm Uil e Usb hanno infatti occupato la sede della direzione aziendale, proclamando uno sciopero di 24 ore. Loris Costantino è precipitato da circa dieci metri dopo il cedimento improvviso di un piano di calpestio nell’area dell’agglomerato, morendo dopo il trasporto in ospedale. La Procura di Taranto ha aperto un’indagine per omicidio colposo, sequestrando l’area dell’incidente. Il 12 gennaio scorso, sempre all’ex Ilva e in un incidente simile, era morto un altro operaio.