martedì 27 Gennaio 2026
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Trump fa causa a JPMorgan per “debanking politico”

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Cinque miliardi di dollari: è l’ammontare del risarcimento chiesto da Donald Trump nella causa intentata contro JPMorgan Chase e il suo amministratore delegato Jamie Dimon, accusati di averlo colpito con un presunto “debanking” a sfondo politico. Secondo la denuncia, depositata in una corte della contea di Miami-Dade (Florida), la banca avrebbe chiuso i conti di Trump e delle sue società nel 2021 per motivi ideologici, dopo l’assalto al Campidoglio del 6 gennaio, e non per rischi legali o normativi, danneggiando reputazione e attività del tycoon e creando una presunta “blacklist” per scoraggiare altri istituti dal servirli. JPMorgan respinge le accuse, affermando di non chiudere conti per opinioni politiche o religiose e di operare secondo regole e rischi regolamentari.

Francia, respinte due mozioni di sfiducia contro il governo

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Il governo francese guidato dal premier Sébastien Lecornu ha superato due mozioni di censura presentate all’Assemblea nazionale dopo il ricorso all’articolo 49.3 della Costituzione per far approvare la parte sulle entrate del bilancio 2026 senza voto parlamentare. La prima mozione, avanzata dalla sinistra (ma senza l’appoggio del Partito socialista), ha ottenuto 269 voti, sotto la soglia necessaria di 288. La seconda, proposta dal Rassemblement National con il sostegno del gruppo UDR di Eric Ciotti, è stata respinta con uno scarto ancora più ampio, fermandosi a 146 voti favorevoli.

Le immagini della devastazione provocata dall’uragano sulla Sicilia orientale

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Un quadro di devastazione, con strade trasformate in fiumi di fango, mareggiate che inghiottono tratti di litorale e voragini che si aprono nell’asfalto. È quanto mostrato dalle immagini che, ora dopo ora, fotografano gli effetti del ciclone Harry sui centri della Sicilia orientale. Le province di Messina, Catania e Siracusa, insieme alle isole Eolie, hanno subito negli ultimi giorni il colpo più duro, con allagamenti estesi, frane, evacuazioni e il collasso di infrastrutture vitali. I danni stimati superano già il miliardo di euro, ma è ancora presto per trarre un bilancio finale. Nel frattempo, il presidente della Regione, Renato Schifani, visita le aree disastrate e annuncia i primi stanziamenti.

La cronaca territorio per territorio restituisce un quadro drammatico. Nel Messinese la fascia ionica è stata travolta: Santa Teresa di Riva ha visto crollare un tratto di lungomare che ha isolato il centro e creato una voragine in cui è finita un’auto; il conducente è stato soccorso ed è fuori pericolo. Sant’Alessio Siculo, Roccalumera, Letojanni, Furci Siculo, Giardini Naxos e la frazione di Mazzeo di Taormina hanno segnalato criticità alla viabilità, sottoservizi distrutti ed edifici danneggiati. A Giampilieri Marina sono stati evacuati 32 ospiti della RSA Villa Aurora. A Catania il fronte della devastazione si è concentrato sulla Plaia e nel quartiere di San Giovanni Li Cuti: onde alte hanno trascinato barche, barriere e detriti, sommergendo strade e stabilimenti balneari. Decine le famiglie evacuate i torrenti Buttaceto e Acquicella sono esondati e la statale 121 è rimasta allagata. Ad Acireale il sindaco ha disposto l’evacuazione di 95 residenti nelle frazioni costiere di Capo Mulini; a Riposto e Pachino sono state evacuate altre persone mentre un peschereccio è affondato nel porto di Catania. Nel Siracusano le squadre dei vigili del fuoco hanno moltiplicato gli interventi tra Siracusa, Augusta e Priolo Gargallo; a Pachino e nei comuni colpiti si contano decine di chiamate per allagamenti e cedimenti. Le Eolie e le coste minori hanno visto porti e abitazioni invasi dal mare; a Palermo una macchina è stata trascinata in mare e il conducente salvato dai soccorsi. Nel Trapanese, a Mazara del Vallo, sono state segnalate onde fino a otto metri e vasti allagamenti.

Questa catastrofe, però, sembra confermare una regola non scritta dell’informazione italiana: quando il maltempo colpisce il Sud, fa meno notizia. Nonostante il mainstream mediatico la stia trattando come una notizia di secondo piano, i numeri parlano chiaro, con oltre 1.600 interventi dei Vigili del Fuoco in Sicilia, Calabria e Sardegna, di cui più di mille nel solo triangolo d’emergenza siciliano; circa 150 comuni con scuole chiuse. Anche i trasporti hanno subito colpi durissimi: la circolazione ferroviaria sull’asse ionico Messina–Catania–Siracusa è stata sospesa in più tratti, generando isolamento e difficoltà negli spostamenti; inoltre, diversi voli sono stati dirottati o cancellati. All’aeroporto Fontanarossa di Catania il Terminal C è rimasto chiuso. Il conto dei danni è astronomico. Una prima stima della Protezione Civile regionale parla di 740 milioni di euro solo per infrastrutture e beni, ma fonti istituzionali confermano che la cifra, considerando i mancati redditi delle attività produttive, «supera il miliardo di euro». Le province più colpite sono Catania (244 milioni), Messina (202,5 milioni) e Siracusa (159,8 milioni). Per la viabilità e i servizi essenziali, la provincia di Messina da sola subisce danni per 110 milioni.

Di fronte all’emergenza, la Regione Siciliana ha dichiarato lo stato di crisi e ha stanziato i primi 70 milioni di euro. Il presidente Schifani, accompagnato dal capo della Protezione civile regionale Salvo Cocina nominato commissario straordinario, è in tour nei territori colpiti. Intanto, il ministro Nello Musumeci, dopo un sopralluogo, ha assicurato che «i sindaci possono operare in deroga, con le ordinanze di somma urgenza». Ha anche annunciato la convocazione del Consiglio dei Ministri per la prossima settimana per valutare la dichiarazione dello stato di emergenza nazionale, sottolineando che «nella ricostruzione bisognerà tenere conto che il cambiamento climatico provoca questi fenomeni e in modo più frequente». Nel frattempo, mentre si muove la macchina dei soccorsi e della solidarietà – con istituti bancari che offrono moratorie e sindacati che mettono a disposizione sportelli – la Sicilia orientale, ferita, attende risposte che vadano oltre quelle dettate dalla pura emergenza.

Milano, il teorema contro i “pro-Pal” finisce nel nulla: sospesi processo e daspo

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Mentre la repressione dei movimenti per la Palestina non accenna a fermarsi, la giustizia continua a sospendere i procedimenti contro le persone colpite da misure cautelari. Il tribunale amministrativo regionale della Lombardia ha disposto la sospensione di 3 misure cautelari nei confronti di altrettanti manifestanti coinvolti nei fatti del 22 settembre, e negli scontri presso la stazione centrale di Milano. Alle persone interessate, una studentessa di 21 anni e due minori, era stato imposto un divieto di due anni di stazionare vicino a locali e attività di diverse aree del capoluogo meneghino, e uno di un anno di accedere alla stazione Centrale, ai treni, alla metro e alle aree a essa limitrofe. Una seconda manifestante di 21 anni è ancora soggetta al provvedimento, ma il TAR dovrebbe disporre la sospensione anche nel suo caso. Per i due minori è stato inoltre sospeso il processo, e sono stati disposti nove mesi di lavori socialmente utili.

La sospensione del Tar accoglie il ricorso dei legali dei giovani milanesi, annullando temporaneamente l’applicazione delle misure cautelari. Il TAR giudica le contestazioni degli avvocati dei ragazzi non «implausibili», sostenendo che «l’ampio perimetro dei luoghi oggetto dei divieti di accesso appare incongruo, in base al principio di proporzionalità». La questione sarà comunque trattata in udienza. Il tribunale per i minorenni di Milano, inoltre, ha preferito ricorrere alla formula del rito abbreviato per entrambi i ragazzi colpiti dalle misure – entrambi 17enni liceali di Milano – disponendo nove mesi di messa alla prova con sospensione del processo e un percorso di lavori socialmente utili; se tale percorso dovesse venire valutato positivamente, i reati contestati – resistenza aggravata e danneggiamento – verranno estinti. I daspo nei confronti dei quattro indagati erano stati emessi lo scorso 1 ottobre; inizialmente, i minori erano stati sottoposti ai domiciliari, provvedimento annullato il 9 ottobre e sostituito con alcune prescrizioni come l’obbligo di frequenza a scuola.

Il caso dei ragazzi milanesi non è il primo episodio di repressione dei movimenti per la Palestina; nelle ultime settimane, stanno arrivando multe, denunce e arresti a decine di persone in tutta Italia; il loro non è neanche il primo caso di annullamento o sospensione delle misure da parte di un tribunale. Uno dei casi più noti è quello di Mohamed Shahin, imam di una moschea di Torino sottoposto a decreto di espulsione per avere affermato che il 7 ottobre fosse un atto di resistenza dopo secoli di soprusi. Lo scorso 15 dicembre, Shahin era stato liberato dalla Corte d’Appello, che ha smentito tutte le accuse mosse contro di lui. Analogamente, il Tribunale del Riesame di Genova ha disposto la scarcerazione di tre persone coinvolte nel cosiddetto caso dei “fondi ad Hamas”; gli indagati erano stati sottoposti a misure cautelari sulla base di accuse formulate «per la maggior parte» dalle autorità israeliane, che sostengono che essi siano coinvolti in una rete di finanziamento illecito ad Hamas, foraggiando l’organizzazione con donazioni a enti benefici. Il Riesame ha messo in discussione l’assunto più delicato dell’inchiesta: che materiale di intelligence militare, raccolto in un contesto di guerra, possa diventare automaticamente prova processuale.

Roma, maxi confisca da 37 milioni tra beni di lusso e società

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Una confisca da 37 milioni di euro è stata eseguita dalla Guardia di Finanza di Roma nei confronti di un imprenditore e di un commercialista di Anzio. Il sequestro, che riguarda contanti, auto sportive, orologi di lusso, ville, aziende e partecipazioni societarie, dà attuazione a un decreto della Corte d’Appello dopo una sentenza definitiva della Cassazione. I due sono stati condannati a oltre quattro anni di carcere. L’inchiesta coinvolge più di quaranta indagati e ha ricostruito un complesso sistema di frode fiscale riconducibile a un’organizzazione criminale, sostenuta da professionisti compiacenti e da numerosi prestanome.

Finti sold out, prezzi alle stelle: come i concerti sono diventati un lusso

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Lo scorso dicembre Rosalía ha annunciato il suo nuovo tour mondiale, pensato per accompagnare l’uscita di Lux, il suo ultimo album, accolto con entusiasmo quasi unanime da pubblico e critica. La popstar catalana farà tappa anche in Italia: un’unica data, il 25 marzo, al Forum di Assago. Un evento attesissimo, come dimostra un dato su tutti: i biglietti sono andati esauriti nel giro di poche ore. A colpire, però, non è solo la rapidità con cui i ticket sono stati polverizzati, ma soprattutto i prezzi. Si parte da 55 euro per i posti in alto, a visibilità ridotta, quelli in cui l’esperienza del concerto è affidata più alla speranza di un buon maxischermo che alla vista diretta dello spettacolo. Si arriva a 92 euro per il parterre in piedi, che però non consente di avvicinarsi davvero al palco. Ci si ferma a metà strada. Da lì in avanti si entra in un altro territorio. È qui che i prezzi smettono di essere semplicemente alti e diventano esorbitanti: 103 euro per i posti in piedi nella sezione più vicina, fino ai pacchetti VIP, che promettono accessi privilegiati, cocktail di benvenuto, gadget esclusivi e perfino una “cabina fotografica” a disposizione per l’immancabile selfie da esibire sui social. Il tutto alla modica cifra di 428,50 euro.

Il caso di Rosalía, che dopo il successo del precedente disco Motomami è entrata stabilmente nel gotha del pop internazionale, non è affatto isolato, né tantomeno il più estremo. I pacchetti VIP per il concerto di Lady Gaga, che si è tenuto a ottobre sempre ad Assago, arrivavano a sfiorare i 700 euro, mentre per un posto in piccionaia si pagavano comunque 64 euro. Prezzi che fino a pochi anni fa sarebbero sembrati impensabili per concerti al chiuso, in spazi peraltro dall’acustica discutibile.

Evoluzione o deriva? 

Sono cifre che raccontano l’evoluzione, o forse la deriva, del mercato dei concerti dal vivo. Un mercato che ha conosciuto una espansione obbligata quando lo streaming ha eroso drasticamente i guadagni provenienti dalla vendita dei dischi, costringendo artisti e case discografiche a cercare soldi nelle performance dal vivo. Che ha accumulato aspettative nel biennio 2020-2022, quando la pandemia ha bloccato tour e festival, e che è esploso negli anni immediatamente successivi, alimentato dalla voglia del pubblico di “tornare fuori”, di vivere esperienze collettive dopo mesi di isolamento. Oggi, però, qualcosa sembra essersi inceppato. L’aumento generalizzato dei prezzi, non solo dei biglietti ma anche di trasporti, alloggi e merchandising, sta progressivamente restringendo il pubblico dei concerti, rendendoli accessibili soprattutto a chi ha una maggiore disponibilità economica o è disposto a sostenere sacrifici significativi. Andare a un live non è più una abitudine, per molti è diventata una eccezione se non addirittura un lusso. Eppure, nonostante questi segnali, il settore continua a crescere. Promoter, artisti e case discografiche sembrano spinti da una logica che non ammette rallentamenti: nel mercato della musica dal vivo si può solo accelerare. Ma proprio questa corsa in avanti sta dando al sistema i contorni sempre più evidenti di una bolla speculativa. Una bolla che, secondo molti, è destinata, prima o poi, a scoppiare.

Quando il sistema si è capovolto

Rosalía: il caso dei biglietti esauriti in pochi minuti mette in luce le distorsioni del mercato degli eventi musicali

Nel 1999 il mercato della vendita dei dischi era al suo massimo storico. Il fatturato mondiale della musica era stimato intorno ai 29 miliardi di dollari, che oggi sarebbero circa 50 miliardi di euro. La stragrande maggioranza dei ricavi, oltre il 90%, proveniva dalla vendita di supporti fisici, in particolare dai CD, che rappresentavano il cuore dell’industria musicale. In quel contesto i concerti non erano considerati una grande opportunità di guadagno in sé, ma soprattutto uno strumento promozionale. Servivano a far conoscere l’artista, a rafforzare il rapporto con il pubblico e a spingere le vendite dell’album. Il modello era chiaro: la band andava in tour, coinvolgeva il pubblico dal vivo e passava all’incasso nei mesi successivi vendendo i dischi. Nel giro di 20 anni il sistema si è completamente ribaltato. Internet, prima con Napster e il file sharing e poi con Spotify e lo streaming, ha progressivamente eroso il mercato della vendita dei dischi. In Italia, ad esempio, i ricavi da cd e vinili rappresentano una quota marginale mentre è la musica dal vivo a trainare il mercato. Il rapporto diffuso a ottobre da Assoconcerti parla di 38.911 live realizzati nel 2024 per un guadagno sulla vendita dei biglietti di quasi un miliardo e un indotto (ospitalità, trasporti, ricadute sul turismo) stimato in 4,5 miliardi. 

Il risultato è un’inversione totale del modello economico: oggi gli artisti pubblicano dischi principalmente per attrarre il pubblico e passano all’incasso attraverso i concerti, diventati la principale fonte di reddito per musicisti, management e promoter. In altre parole, il live ha preso il posto che un tempo avevano i dischi: non più promozione, ma vero centro del sistema economico della musica. Il risultato è presto detto: in una intervista del 1993, diventata virale, Kurt Cobain si scandalizzava perché Madonna vendeva i biglietti dei suoi concerti a 50 dollari. Oggi un live della stessa artista ha un prezzo medio di 200 euro, senza contare i famigerati pacchetti vip che superano tranquillamente i 500.

La fabbrica dei prezzi 

Per il ritorno live degli Oasis, annunciato nel 2024, i prezzi dei biglietti sono schizzati verso l’alto nel giro di poche ore, con differenze anche di centinaia di euro tra chi ha acquistato all’apertura delle vendite e chi si è collegato più tardi

Non basta però solo il ribaltamento del modello economico a spiegare l’aumento dei prezzi. Le cifre attuali sono il risultato di una somma di fattori che si alimentano a vicenda.

Da un lato c’è l’aumento dei costi di produzione: tour sempre più complessi, scenografie imponenti, trasporti, assicurazioni, personale tecnico specializzato, sicurezza. Mettere in piedi un concerto oggi costa molto più che dieci o quindici anni fa, e questo si riflette inevitabilmente sul prezzo finale dei biglietti. Dall’altro lato, però, c’è una pressione crescente a “massimizzare” ogni evento, perché ogni concerto deve compensare la fragilità dei ricavi discografici e sostenere un’intera filiera che vive ormai quasi esclusivamente di live. In questo contesto entrano in gioco pratiche sempre più aggressive. Una di queste è la costruzione artificiale dell’evento come “imperdibile”, anche quando i numeri reali raccontano una storia diversa. Ha fatto discutere, nei mesi scorsi, il caso sollevato da Federico Zampaglione, cantante di Tiromancino, che ha denunciato pubblicamente il meccanismo dei cosiddetti “finti sold out”: concerti dichiarati esauriti grazie a una combinazione di biglietti omaggio, acquisti interni o riempimenti strategici, utili più a sostenere una narrazione di successo che a fotografare una reale domanda del pubblico. Un sistema che serve a giustificare cachet più alti, tour più ambiziosi e, soprattutto, prezzi crescenti. Ancora più esplicito è il ricorso al dynamic pricing, in cui il prezzo del biglietto varia in tempo reale in base alla domanda. Il caso degli Oasis è emblematico: per il loro ritorno live, annunciato nel 2024, i prezzi dei biglietti sono schizzati verso l’alto nel giro di poche ore, con differenze anche di centinaia di euro tra chi ha acquistato all’apertura delle vendite e chi si è collegato più tardi. Un meccanismo che, pur essendo legale, sposta definitivamente il concerto da evento culturale a prodotto finanziario. Ed è proprio questo il punto: i concerti sono eventi, gli eventi sono prodotti commerciali, e i loro guadagni diventano asset di mercato su cui costruire strategie di profitto. Esattamente come si fa con i titoli finanziari, i diritti sportivi, il mercato immobiliare e il succo d’arancia congelato.

Fino a qui tutto bene 

Il rischio di questo sistema è evidente. Quando i prezzi crescono più velocemente della capacità di spesa del pubblico il mercato smette di allargarsi e inizia a restringersi. Alcuni concerti cominciano a faticare, le cancellazioni aumentano, i palazzetti si riempiono solo grazie a sconti last minute o strategie opache. È in quel momento che una crescita apparentemente solida può rivelarsi una bolla speculativa. Una bolla costruita sull’idea che il live possa continuare a sostituire indefinitamente tutto ciò che la musica ha perso altrove. Una bolla che, se dovesse scoppiare, rischierebbe di riportare il settore a una brusca correzione, lasciando sul campo artisti, lavoratori e pubblico. Perché se è vero che il sistema si è capovolto, è altrettanto vero che nessun sistema può crescere all’infinito senza prima o poi fare i conti con i propri limiti.

Haiti: truppe ONU in arrivo ad aprile

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L’ONU ha annunciato che invierà più truppe ad Haiti. A dare la notizia è l’inviato speciale delle Nazioni Unite per Haiti Carlos Ruiz, che ha affermato che i primi soldati arriveranno ad aprile e che la forza dovrebbe raggiungere il proprio pieno, composto da 5.500 unità, entro la fine dell’estate. I caschi blu andranno a unirsi ai circa 1.000 poliziotti esteri – prevalentemente kenyoti – presenti nel Paese. La missione dell’ONU è stata approvata dal Consiglio di Sicurezza lo scorso settembre per fare fronte alla escalation di violenze delle bande armate.

Zelensky a Davos imita Trump: insulti all’Europa che lo riempie di soldi

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«È passato un anno, e non è cambiato nulla». È con queste parole che, un giorno dopo l’approvazione dell’iter d’urgenza per un prestito da 90 miliardi da parte dell’UE, Zelensky ha iniziato il proprio discorso a Davos. Il bersaglio delle accuse del presidente ucraino è proprio l’Unione, giudicata immobile, incapace di agire, debole. «L’Europa deve sapere come difendere sé stessa», ha detto Zelensky; per farlo, naturalmente, dovrebbe orientare tutti i propri sforzi contro Putin, creando un esercito comune, sequestrando petroliere moscovite, e usando i beni russi congelati contro la Federazione. Nel frattempo, gli Stati Uniti rimarranno l’alleato numero uno di Kiev, perché «il sostegno di Trump è necessario». Il primo tavolo inizierà oggi stesso ad Abu Dhabi, e per la prima volta saranno presenti rappresentanti statunitensi, ucraini e russi; l’Europa, ancora una volta, rimane esclusa dalle trattive, relegata al ruolo di finanziatrice esterna, senza alcun peso politico.

Il discorso di Zelensky è iniziato con una insolita citazione a Groundhoog day (in italiano Ricomincio da capo), film statunitense in cui il protagonista è intrappolato in un loop temporale. Questa situazione, per Zelensky, sarebbe proprio quella in cui si troverebbe l’Europa. Durante il suo intervento, il presidente ucraino ha lanciato duri attacchi contro i propri alleati del Vecchio Continente, accusandoli di essere incapaci di agire. L’Europa, secondo Zelensky, sarebbe stata succube di Putin nella scelta di non approvare l’impiego degli asset russi congelati per finanziare l’Ucraina, o non fornendo missili a lungo raggio a Kiev. I 90 miliardi – di cui 60 destinati all’industria bellica – appena proposti e il programma di acquisto di armi dagli USA da donare a Kiev non sono stati menzionati. Nel suo discorso, Zelensky non ha risparmiato neanche la cosiddetta “coalizione dei volenterosi”: «Stiamo facendo tutto il possibile per garantire che la nostra coalizione di volenterosi diventi davvero una coalizione d’azione. E ancora, tutti sono molto positivi, ma – sempre ma – è necessario il sostegno del presidente Trump. Nessuna garanzia di sicurezza funziona senza gli Stati Uniti».

In generale, il discorso di Zelensky si può riassumere proprio con quest’ultimo punto: l’Europa, ritiene il presidente, è debole, frammentata e passiva, e fintanto che non costituirà un blocco unico e non risponderà più duramente alla Russia continuerà a essere un bersaglio fragile per i grandi potentati. Nel frattempo, evidentemente, resta buona solo per finanziare Kiev, ed evitare che l’Ucraina collassi; il vero – e unico – partner politico di Kiev è Trump. Al contrario dell’UE, infatti, gli USA agiscono, tanto che «oggi Maduro è a processo a New York, Putin no», ha detto Zelensky, forse suggerendo all’Europa di organizzare una missione per rapire il presidente russo. Proprio i rappresentanti di Trump oggi parteciperanno al primo incontro trilaterale tra USA, Ucraina e Russia. Gli incontri si terranno nella capitale emiratina, e si estenderanno anche a domani. Per parte statunitense dovrebbero essere presenti il braccio destro diplomatico di Trump Steve Witkoff e il suo genero ed inviato speciale nel suo primo mandato Jared Kushner, ma potrebbe presenziare anche il segretario dell’esercito, Dan Driscoll; l’Ucraina invierà il solito incaricato dei negoziati, Rustem Umerov, il capo di stato maggiore Kyrylo Budanov, e il consigliere diplomatico Serhii Kyslytsia, assieme ad altri funzionari militari e di intelligence; la Russia dovrebbe inviare Kirill Dmitriev, accompagnato da funzionari dell’intelligence.

Per la prima volta da mezzo secolo il carbone arretra in Cina e India

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Per la prima volta da oltre cinquant’anni, la produzione di elettricità da carbone è diminuita contemporaneamente in Cina e in India. È successo nel corso dell’ultimo anno e riguarda i due Paesi che, da soli, consumano più carbone di qualsiasi altra economia al mondo. Cina e India sono state infatti responsabili di oltre il 90% dell’aumento delle emissioni globali di anidride carbonica tra il 2015 e il 2024. Secondo un’analisi del Centre for Research on Energy and Clean Air, commissionata da Carbon Brief - che si occupa di scienza e politica del cambiamento climatico - l’elettricità prodotta d...

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L’agricoltura israeliana è “vicina al collasso” a causa del boicottaggio

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«Non vogliono i nostri prodotti». L’agricoltura israeliana, storicamente fiore all’occhiello dell’export nazionale, è oggi sull’orlo del collasso per il crollo della domanda sui mercati esteri, soprattutto europei. Agrumeti e piantagioni di mango registrano continue cancellazioni e vendite azzerate, effetto diretto del boicottaggio internazionale che sta isolando i prodotti israeliani dal commercio globale. Nei campi la frutta marcisce sugli alberi, mentre il settore perde redditività. Nonostante ciò, i coltivatori dichiarano di preferire la distruzione dei raccolti anziché prendere in considerazione l’ipotesi di venderli a Gaza.

Gli agrumeti di comunità agricole come il kibbutz Givat Haim Ichud ed Ein Hahoresh sono diventati l’emblema di un mercato in affanno, come mostrano i reportage dell’emittente Kan 11. I coltivatori raccontano che le commesse europee – un tempo pilastro dell’export di Tel Aviv – vengono progressivamente annullate. Il servizio andato in onda a fine novembre 2025, intitolato “Fine della stagione delle arance”, è ambientato proprio a Givat Haim Ichud, dove i frutteti sorgono accanto ai resti di Khirbet al-Manshiyya, villaggio palestinese distrutto nel 1948. Qui, il responsabile delle coltivazioni, Nitzan Weisberg, avverte che l’intero comparto rischia di essere smantellato per l’assenza di sbocchi esteri. Se la situazione dovesse aggravarsi, conclude, l’esito sarebbe inevitabile: il “collasso”. «La frutta israeliana, pur di alta qualità, oggi è meno richiesta in Europa», afferma Gal Alon, gestore dei frutteti del kibbutz Ein Hahoresh, che oggi vende a perdita o rinuncia del tutto all’export. Il simbolo di questa crisi è la celebre marca delle arance di Jaffa: da decenni brand riconosciuto sui mercati esteri, è praticamente scomparso dalle esportazioni, segno di una domanda in caduta libera. «Prima della guerra, esportavamo alcune [arance] in Scandinavia», afferma Daniel Klusky, Segretario Generale dell’Organizzazione Israeliana degli Agrumicoltori. «Ma dopo la guerra, non abbiamo esportato nemmeno un container».

Non va meglio per la stagione dei mango, una delle principali esportazioni israeliane verso il mercato europeo. In diversi casi, tra 700 e oltre 1000 tonnellate di frutta non sono state raccolte perché non vi era mercato per venderle, e molte di queste sono rimaste a marcire sugli alberi. I produttori stimano perdite ingenti, con alcuni agricoltori che vedono rotolare tonnellate di prodotto invenduto a causa della contrazione dei canali commerciali abituali. Anche di fronte a perdite ingenti, molti produttori dichiarano di preferire la distruzione dei raccolti anziché prendere in considerazione le alternative. Moti Almoz, generale in pensione ed ex portavoce militare, oggi coltivatore di mango, lo afferma senza esitazioni: non venderà mai a Gaza, nemmeno se questo potesse garantirgli un guadagno. «Se c’è il rischio che io perda soldi perché questo mango diventa un interesse di Hamas, allora preferisco perdere soldi», dice, rendendo esplicita una scelta che antepone l’ideologia alla sopravvivenza economica.

A complicare il quadro si aggiungono i fattori logistici: la navigazione attraverso il Mar Rosso è stata influenzata dal blocco dei ribelli Houthi, costringendo le navi a lunghe rotte alternative più costose, con effetti negativi sui tempi di consegna e sulla qualità dei prodotti freschi. Ma la crisi non può essere ridotta a un semplice problema di trasporti. Le difficoltà dell’agricoltura israeliana si collocano dentro una reazione globale ai crimini commessi nella Striscia di Gaza e alla crescente diffusione di campagne di boicottaggio. In Europa, quando esiste un’alternativa, importatori e distributori scelgono altri fornitori, relegando i prodotti israeliani ai margini del mercato. Per decenni, l’export agricolo ha garantito stabilità economica e sostegno alle comunità rurali; oggi la perdita di mercati storici non colpisce soltanto i bilanci, ma incrina anche l’immagine stessa del “brand” nazionale, esposto alla pressione di consumatori sempre più consapevoli. L’esperienza storica insegna che, quando è coerente e condiviso, il boicottaggio smette di essere un gesto simbolico e diventa uno strumento reale di cambiamento: l’azione dal basso dimostra come scelte collettive possano incidere su equilibri che sembravano intoccabili.