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Pfizer, dopo i profitti record i licenziamenti: 370 esuberi a Catania

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Il colosso del farmaco Pfizer torna a far parlare di sé. Questa volta non per i profitti record maturati durante la pandemia da Covid-19 o per le indagini in sede europea, piuttosto per i tagli annunciati nel polo produttivo di Catania. Sono 330 gli “esuberi” individuati dalla multinazionale statunitense, che si aggiungono ai 40 licenziamenti tra i lavoratori dell’indotto, impiegati presso l’olandese Randstad. Di fronte a quella che i sindacati definiscono una delle più gravi crisi industriali del territorio negli ultimi anni, è stato proclamato lo stato di agitazione. Il 22 luglio, in occasione del tavolo ministeriale tra Pfizer e le parti sociali, saranno organizzate manifestazioni a Roma e a Catania, con l’obiettivo di evitare la desertificazione industriale.

Pfizer ha annunciato il disimpegno dal capoluogo etneo, con la chiusura di due linee produttive e una prima delocalizzazione in Cina. Sono 370 gli operai altamente specializzati coinvolti nei tagli, tra dipendenti diretti e lavoratori in appalto. I sindacati confederali sostengono si tratti di un primo tassello che porterà al definitivo abbandono dello stabilimento, pertanto chiedono «l’individuazione di un soggetto acquirente con comprovata esperienza industriale nel settore farmaceutico e la presentazione di un piano industriale credibile che assicuri il rilancio del sito e il mantenimento dell’intera occupazione». Pfizer viene accusata di voler abbandonare l’impianto catanese a causa della sua obsolescenza, non avendo però mai investito seriamente nella sua competitività tecnologica. Eppure i profitti da record ci sono stati. Nel 2022, sfruttando le vendite del vaccino Covid-19, il colosso del farmaco ha realizzato un fatturato di 100,3 miliardi di dollari, cifra mai raggiunta prima, per un utile netto di 31 miliardi.

Con la conclusione della stagione pandemica, Pfizer ha presentato un piano per mantenere i bilanci in verde. Sono stati lanciati nuovi prodotti, mettendo ad esempio le mani sulle cure contro l’obesità, un mercato in forte espansione. Ha chiuso il 2025 con 62,6 miliardi di dollari di ricavi e 7,8 miliardi di profitti, in linea con il 2024.

Nonostante ciò, al posto della redistribuzione della ricchezza, a Catania è arrivata la stagione degli esuberi. Le istanze dei lavoratori sono state rilanciate ieri durante un’assemblea interna, propedeutica alla fase più intensa della mobilitazione, prevista tra il 17 e il 22 luglio. Venerdì 17 si terrà un sit-in davanti ai cancelli dello stabilimento, mentre mercoledì 22 i lavoratori andranno a Roma, in occasione del tavolo convocato dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy, alla presenza del ministro Adolfo Urso. Parteciperanno delegati di Pfizer e delle organizzazioni sindacali. L’obiettivo è scongiurare licenziamenti e delocalizzazione o, in alternativa, mediare delle garanzie per la transizione a un nuovo soggetto capace di rilanciare la produzione nel capoluogo etneo.

«Siamo di fronte all’ennesimo rischio di desertificazione industriale del nostro territorio. Non possiamo permettere che venga disperso un patrimonio di competenze, professionalità e produzione strategica costruito in decenni di attività», ha detto la deputata pentastellata Lidia Adorno di fronte all’Assemblea Regionale Siciliana. Adorno già nel marzo 2025 aveva denunciato il ridimensionamento in atto nel sito catanese, segnato dalla carenza di investimenti. Per fermare «le ricadute sui lavoratori, sulle loro famiglie e sull’intero comparto produttivo» Adorno ha chiesto l’intervento urgente della Regione, istituendo un tavolo di crisi sulla vertenza.

Negli USA è iniziata la ribellione contro data center e IA

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Nel 2025, negli Stati Uniti, l’avvento dei data center non solo appariva ineluttabile, ma sembrava anche un business senza precedenti, capace di rinvigorire aree industriali e rurali ormai in via di decadenza. In ballo c’erano cifre che, secondo alcune fonti, toccavano i 387 miliardi di dollari di progetti: gli investitori sgomitavano e accumulavano debiti pur di finanziare le ambite infrastrutture, pur di non rimanere indietro in un mercato giudicato estremamente promettente. Il tutto era dunque accompagnato dall’idea di ravvivare zone periferiche, portare lavoro, riqualificare aree urbane ca...

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Spagna, rogo in Andalusia: almeno 12 morti

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Almeno 12 persone sono morte nell’incendio scoppiato in un bosco a Los Gallardos, nella provincia andalusa dell’Almería. A innescare le fiamme sarebbe stata la caduta di un cavo elettrico su una strada nei pressi dell’area boschiva. Alle vittime si aggiungono sette feriti, di cui cinque in condizioni gravi. Il ministro alle Emergenze della regione autonoma andalusa, Antonio Sanz, parla di una “tragedia senza precedenti”. Sono ancora in corso le operazioni di spegnimento dell’incendio.  

Il Parlamento Europeo ha dato il via libera all’euro digitale

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Con 416 voti a favore, 169 contrari e 22 astenuti, il Parlamento europeo ha approvato un accordo quadro sull’introduzione dell’euro digitale, avviando i negoziati con le altre istituzioni per giungere a un’intesa definitiva. Si apre dunque la fase di trattative, meglio conosciuta come Trilogo, tra Parlamento, Consiglio e Commissione. La prima riunione è prevista per il prossimo 13 luglio, ne seguiranno altre, con l’obiettivo di chiudere i lavori entro il 2026. La misura è considerata prioritaria dalla Banca Centrale Europea (BCE) per ridurre la dipendenza da fornitori extra-comunitari, come le società statunitensi Visa e Mastercard. L’accelerazione sulla moneta digitale, destinata ad affiancare il contante, si inserisce in un momento di forte tensione politica tra Bruxelles e Washington, alla luce dei continui attacchi del presidente Donald Trump.

A due settimane dal via libera della Commissione Affari Economici, l’Aula di Strasburgo ha aperto un nuovo importante capitolo sull’euro digitale, una moneta elettronica da far funzionare tramite app, online e offline. È stato dato mandato al relatore Fernando Navarrete Rojas, membro spagnolo dei Popolari, per guidare il gruppo negoziale del Parlamento UE. Nei prossimi giorni la delegazione incontrerà la Presidenza irlandese del Consiglio, a nome degli Stati membri. Si apre dunque la fase del Trilogo, ovvero delle riunioni informali mediante le quali i rappresentanti delle tre principali istituzioni europee “accelerano” il processo legislativo. L’obiettivo è giungere a dei testi condivisi — in questo caso sul regolamento relativo all’euro digitale — da sottoporre poi al giudizio delle rispettive istituzioni. Strasburgo ha definito ieri i punti chiave della sua posizione negoziale, a partire dalle garanzie per la privacy degli utenti, preoccupati dal monitoraggio delle operazioni commerciali. «Le transazioni, prova a rassicurare il Parlamento UE, verrebbero verificate senza esporre dati personali, che sarebbero trattati solo nella misura strettamente necessaria al funzionamento del sistema».

Un altro punto riguarda la fruizione dei servizi di base, come «l’apertura di un conto, la detenzione e la gestione di fondi e l’accesso ad almeno uno strumento di pagamento», che dovrebbero essere gratuiti. Persiste il nodo delle commissioni sui pagamenti digitali, da sciogliere negli ormai imminenti negoziati. La BCE spera nella conclusione dell’iter legislativo entro la fine dell’anno, così da occuparsi della fase operativa e partire con l’emissione della moneta digitale, nel corso del 2029.

«La maggior parte delle imprese — scrivono da Strasburgo — sarebbe tenuta ad accettare l’euro digitale. Farebbero eccezione i lavoratori autonomi e le piccole e microimprese che non accettano altri pagamenti digitali». Nelle intenzioni europee, intorno alla moneta digitale, di fatto un’evoluzione della moneta unica cartacea, dovrebbe sorgere un’infrastruttura separata dai principali circuiti di pagamento digitale, oggi dominati da aziende e multinazionali statunitensi. Nel Trilogo verrà stabilita la quantità massima di euro digitale che ogni individuo potrebbe detenere. Nel frattempo, il Parlamento UE sottolinea che i Paesi dell’area euro sarebbero comunque «obbligati a mantenere la disponibilità di contante, le imprese non sarebbero autorizzate a vietarne l’uso e gli Stati membri dovrebbero monitorare regolarmente la disponibilità di contante, con particolare attenzione ai gruppi vulnerabili, come gli anziani, le persone a basso reddito e coloro che non hanno accesso al sistema bancario tradizionale».

Già nel 2023, l’Unione europea sottolineava l’esigenza di affiancare alla circolazione del contante uno strumento di natura digitale per tutelare «il necessario equilibrio tra moneta emessa da una banca centrale e mezzi di pagamento digitali privati». Con questo nuovo portafoglio digitale da far funzionare tramite app, indipendentemente dalla connessione internet, l’UE punta a ritagliarsi una maggiore autonomia finanziaria nell’era dei pagamenti digitali. Il messaggio è rivolto soprattutto agli USA, che nell’era del secondo mandato Trump ha avviato contro Bruxelles una sorta di guerra commerciale a bassa intensità, a suon di dazi e minacce.

La Palestina crea un archivio digitale per salvare la sua storia dalla distruzione

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archivio della storia palestinese

Dal 2018 il Museo Palestinese di Birzeit sta costruendo un archivio digitale che oggi raccoglie oltre 500mila fotografie, lettere, mappe, documenti e filmati. Il materiale è conservato in più copie distribuite nel mondo, così da garantire che la memoria storica della Palestina possa sopravvivere anche alla distruzione del patrimonio culturale custodito negli archivi e nei musei. Negli ultimi anni l’intensificarsi del conflitto ha reso la missione ancora più urgente. 
Secondo i dati verificati dall'UNESCO, dal 7 ottobre 2023 fino al marzo 2026 il conflitto ha provocato danni a 164 siti cultural...

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Cina, incendio in una fabbrica di scarpe a Jinjiang: almeno 28 morti

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Un vasto incendio ha colpito una fabbrica di calzature nella città di Jinjiang, nella provincia cinese del Fujian, provocando almeno 28 vittime. Le fiamme sono divampate intorno a mezzogiorno (ora locale) nello stabilimento Huiteng, dove al momento dell’incidente si trovavano 239 persone. Secondo l’agenzia Xinhua, 213 lavoratori sono riusciti a evacuare, mentre due persone sono morte dopo il ricovero in ospedale e altre 26 sono state trovate senza vita all’interno della struttura. I vigili del fuoco hanno domato gran parte dell’incendio nel pomeriggio, ma le operazioni di soccorso sono proseguite per diverse ore.

L’Agrigentino nella morsa della crisi idrica: monta la protesta dei cittadini

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Quando si parla di beni comuni, l’acqua è il primo riferimento che affiora. Ancora oggi, in Italia, ci sono interi territori dove questa risorsa primaria viene erogata a turni, razionalizzando l’approvvigionamento idrico tra le singole case. Da tempo la provincia di Agrigento risulta essere una tra le più colpite dal fenomeno. Il Comitato civico di Licata – L’acqua ai cittadini non usa mezzi termini nel denunciare a L’Indipendente «una gravissima emergenza idrica» in atto, fatta di «turnazioni lunghissime, spesso anche oltre dieci-quindici giorni». La situazione è peggiorata da maggio, con la sospensione del servizio suppletivo delle autobotti. I ritardi accumulati nella distribuzione creano disagi e rischi per famiglie e attività economiche, normalizzando una discriminazione territoriale tra i cittadini. Eppure le soluzioni ci sarebbero, a partire dagli interventi per ridurre le perdite lungo la rete idrica, fino ad arrivare a una gestione più trasparente ed efficiente del servizio.

Non è trascorso nemmeno un anno da quando le immagini di un’Agrigento alle prese con siccità e crisi idrica facevano il giro della penisola. Oggi i rubinetti restano di nuovo a secco, nonostante le abbondanti piogge delle scorse settimane abbiano riempito gli invasi. Il Comitato civico di Licata – L’acqua ai cittadini considera lo scenario l’ennesima prova di una gestione idrica fallimentare da parte delle autorità preposte: «non siamo più davanti a un semplice disservizio, ma a una situazione che rischia di assumere i caratteri di una vera emergenza igienico-sanitaria». Nel mirino finisce l’Azienda Idrica Comuni Agrigentini (AICA), l’ente pubblico che gestisce il servizio idrico integrato nella provincia siciliana.

«È un ente fallito, con circa 70 milioni di euro di debiti, che il mondo politico si accanisce a tenere in vita», dichiara a L’Indipendente Angelo Rinascente, responsabile del Comitato civico di Licata – L’acqua ai cittadini, che in questi giorni ha lanciato un portale dedicato ad avvisi e segnalazioni. Insieme al Comitato civico Acqua Bene Comune di Canicattì, ha presentato un esposto alla Prefettura e alla Procura di Agrigento, denunciando «l’incapacità di AICA»: dall’acquisizione di forniture idriche da Siciliacque S.p.A., ritenute insufficienti anche a causa della scarsa liquidità finanziaria, all’assenza di manutenzione ordinaria e straordinaria lungo la rete. Quotidianamente i cittadini segnalano perdite in strada o tra i marciapiedi, segno di una condotta fatiscente che richiederebbe interventi seri e strutturali. Di fronte a questo quadro complessivo di disservizi, i comitati chiedono la proclamazione dello stato di calamità, propedeutico alla riforma o al commissariamento di AICA.

I cittadini denunciano una dotazione idrica di 47-48 litri d’acqua al giorno pro capite (l’equivalente di una doccia da pochi minuti), tre volte inferiore rispetto al consumo medio nazionale, che si attesta sui 150 litri per abitante. «Siamo stanchi, perché questa è una vicenda di cent’anni e riguarda una dozzina di comuni dell’agrigentino, mentre in altre province della Sicilia l’acqua scorre 24 ore su 24», denuncia Angelo Rinascente. A Licata, come a Canicattì, i rubinetti restano spesso a secco, non solo d’estate. Sulla carta, la distribuzione idrica sul territorio di Licata si baserebbe su due turni settimanali, con i cittadini chiamati a dotarsi a proprie spese di sistemi di accumulo per sopravvivere fino all’erogazione successiva. Ad aggravare un sistema che di per sé mostra evidenti profili discriminatori, se comparati alla condizione di normalità che vivono gli altri cittadini italiani, sono i continui ritardi nella distribuzione idrica. «In molte zone — sottolinea il comitato cittadino — l’acqua arriva dopo turnazioni lunghissime, spesso anche oltre dieci-quindici giorni, creando enormi difficoltà alle famiglie e alle attività economiche». Sulle conseguenze sociali dell’emergenza, amplificate per le persone fragili, è intervenuta anche la deputata pentastellata Ida Carmina, invitando la Regione Sicilia ad agire in modo tempestivo.

La situazione è peggiorata da maggio, da quando l’AICA ha deciso di mettere sotto il suo controllo il sistema di autobotti su cui per anni i cittadini hanno fatto affidamento per sopperire alla mancanza d’acqua. «Noi non possiamo più chiedere agli autobottisti di portarci l’acqua, ma dobbiamo passare per AICA», spiega Angelo Rinascente, sottolineando come ciò si traduca in lungaggini burocratiche, tra bollettini da pagare in anticipo e liste d’attesa da rispettare. La sospensione del servizio ha lasciato a Maddalusa, frazione di Agrigento, centinaia di abitanti senza acqua potabile da quasi due mesi. Lungo la provincia, i cittadini chiedono nell’immediato misure urgenti, anche ricorrendo ai mezzi della protezione civile o dell’esercito, per ripristinare le forniture di un bene comune primario quale l’acqua.

Mentre AICA operava una stretta sulle autobotti, aggravando l’emergenza idrica, il fermento popolare nella provincia di Agrigento cresceva. A Licata e Canicattì i comitati hanno organizzato delle giornate di protesta, raccogliendo il malcontento degli abitanti e annunciando battaglia per i prossimi mesi. L’orizzonte, oltre alle soluzioni a breve termine, riguarda interventi strutturali per spezzare l’ormai pluriennale discriminazione cittadina, passando per la riparazione delle condutture e l’attivazione a pieno regime del dissalatore, nonché per una nuova gestione pubblica all’insegna della trasparenza e dell’efficienza.

Il Parlamento francese ha votato una legge per garantire più impunità alla polizia

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Francia, polizia, impunità

A Parigi, martedì sera, i rappresentanti dei collettivi delle vittime della polizia vengono accompagnati fuori dall’aula di Palazzo Borbone al grido di «Pas de justice, pas de paix», (niente giustizia, niente pace). Alle loro spalle, l’Assemblea Nazionale ha appena approvato, 313 voti contro 199, un testo che ritiene legale ogni colpo d’arma da fuoco esploso da un agente o da un gendarme, salvo prova contraria. Amnesty International lo definisce «un voto della vergogna».

Il testo era stato depositato a fine 2024 dal deputato dei Les Républicains Éric Pauget come proposta di «legittima difesa» per le forze dell’ordine. A gennaio il governo lo riscrive con un emendamento del ministro dell’Interno Laurent Nunez: non più «legittima difesa» ma «presunzione di legalità» dei colpi sparati. Chi indossa la divisa e fa fuoco è, da subito, presunto nel giusto: sarà la procura, non più l’agente, a dover dimostrare il contrario. Il testo passa ora al Senato, in un Paese dove le sparatorie mortali della polizia sono tra le più numerose d’Europa e in crescita: 69 morti nel 2024, contro 49 nel 2023 e 50 nel 2022. Pesa un precedente: la legge Cazeneuve del 2017 aveva già allargato le condizioni d’uso delle armi anche contro veicoli in movimento, e da allora i colpi mortali su persone in auto si sono quintuplicati.

Il deputato di sinistra Pouria Amirshahi ha avvertito in aula che la norma spingerà semplicemente più agenti a sparare, convinti di non dover mai rendere conto: una legge, dice, che istituzionalizza l’impunità della polizia. Oltre 500mila persone hanno firmato una petizione contro il testo, promossa da Issam El Khalfaoui, il cui figlio fu ucciso da un poliziotto nel 2021. Amnesty cita il caso di Nahel Merzouk, ucciso a Nanterre nel 2023 durante un controllo stradale: fu un video a smentire la legittima difesa invocata dall’agente, oggi imputato per omicidio volontario. Contro il testo si schierano anche la Commissione nazionale consultiva dei diritti umani (CNCDH), che ne chiede il ritiro, la Défenseure des droits francese e la Ligue des droits de l’homme, secondo cui l’impianto organizza l’impunità delle forze dell’ordine; persino un sindacato di polizia, la CGT-Intérieur, si è opposto. Tra il 2017 e oggi, ricordano le associazioni, dei casi di sparatorie della polizia arrivati a una conclusione giudiziaria meno del 2% si è chiuso con una condanna definitiva: l’impunità, dicono, esiste già nei fatti; la nuova legge si limita a scriverla nero su bianco.

In Italia lo stesso obiettivo ha preso una strada più lenta ma altrettanto lineare. Il governo Meloni ci lavora dal 2024: nell’aprile 2025 il decreto 48 rafforza le tutele economiche degli agenti ma lascia fuori, per le riserve del Quirinale, lo scudo penale già scritto; a novembre lo ripropone Fratelli d’Italia con una proposta di legge sull’articolo 335 del codice di procedura penale, firmata dal capogruppo Bignami. Poi arriva il caso Rogoredo — il poliziotto Carmelo Cinturrino uccide un uomo dichiarando legittima difesa, versione smentita dalle indagini — insieme agli scontri di Torino. Basta per far approvare, il 5 febbraio 2026, il decreto che il 24 aprile diventa legge 54.

La prima misura è lo scudo penale. Non sposta l’onere della prova come in Francia, e proprio per questo il governo nega che si tratti di uno “scudo”: quando appare evidente una causa di giustificazione, il pm non iscrive l’agente nel registro degli indagati ma lo annota in un modello separato, con termini più lunghi — fino a 150 giorni — per decidere se archiviare. Vale per chiunque, non solo per le forze dell’ordine, per evitare l’incostituzionalità: un dettaglio che non cambia la sostanza, e cioè alleggerire la posizione di chi usa la forza per conto dello Stato.

La seconda è il fermo preventivo: fino a 12 ore di trattenimento in questura per chi, sulla base di precedenti o segnalazioni negli ultimi cinque anni, è ritenuto un pericolo per lo svolgimento pacifico di una manifestazione. Il 29 marzo, 91 persone dell’area anarchica radunate al Parco degli Acquedotti di Roma per commemorare Sara Ardizzone e Alessandro Mercogliano, morti dieci giorni prima assemblando un ordigno, sono state bloccate e identificate senza aver commesso alcun reato: la Questura aveva vietato la commemorazione per «l’inclinazione ideologica dell’anarchismo». Meloni ha rivendicato l’episodio sui social, scrivendo che: «Il decreto sicurezza funziona».

Il 30 giugno Amnesty International pubblica una dichiarazione sulla legge 54: minaccia, scrive, libertà di movimento, di espressione, di riunione pacifica e diritto a un giusto processo, e ne chiede l’abrogazione integrale. Amnesty richiama anche i dubbi già espressi, separatamente, dal CSM e dalla Cassazione sulla tenuta costituzionale della norma.

Parigi e Roma non si stanno copiando a vicenda: arrivano, per strade diverse, alla stessa destinazione. Da un lato si allarga il numero dei reati per chi protesta, dall’altro si restringe il controllo giudiziario su chi reprime. Non è un’anomalia francese e nemmeno un’invenzione italiana: è la stessa scommessa repressiva, scritta in due lingue diverse.

Mario Orfeo lascia la direzione di Repubblica

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Mario Orfeo ha rassegnato le dimissioni da direttore di Repubblica, incarico assunto nell’ottobre 2024 dopo Maurizio Molinari. Dal 9 settembre diventerà direttore editoriale di QN Media, il gruppo di Leonardo Maria Del Vecchio che controlla Il Resto del Carlino, La Nazione e Il Giorno. Non è ancora stato annunciato il suo successore. Secondo alcune indiscrezioni, l’addio sarebbe legato a divergenze con il nuovo editore di Repubblica, Theodore Kyriakou, proprietario del gruppo Antenna, che a marzo ha acquisito GEDI. Nel nuovo ruolo Orfeo affiancherà l’editore, mentre Agnese Pini resterà direttrice responsabile delle testate.

50 parlamentari inglesi vogliono vietare il cartone Masha e l’Orso perché sarebbe filorusso

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«Uno strumento di soft power del Cremlino». È con questa motivazione che il deputato liberal-democratico britannico Tom Gordon ha deciso di portare in Parlamento una singolare battaglia contro Masha e l’Orso, il celebre cartone animato russo amato da milioni di bambini in tutto il mondo. La sua iniziativa ha raccolto il sostegno di oltre cinquanta parlamentari appartenenti a schieramenti diversi, che hanno chiesto al governo di intervenire sulla diffusione della serie. Alla base della richiesta c’è la valutazione del Centro ucraino per la lotta alla disinformazione, secondo cui il cartone costituirebbe un veicolo di propaganda putiniana. Un’accusa che trasforma una delle produzioni per l’infanzia più popolari degli ultimi anni nell’ultimo bersaglio della crescente russofobia culturale.

L’immagine del post del 2015 di Animaccord, poi rimosso, in cui Masha appare vestita da soldatessa, citato dai parlamentari britannici come ulteriore prova del presunto carattere propagandistico della serie.

La lettera, indirizzata alla ministra della Cultura Lisa Nandy, è stata sottoscritta da parlamentari appartenenti a sei diversi partiti – Labour, Conservatori, Liberal Democratici, Verdi, SNP e Plaid Cymru – e sollecita un’azione nei confronti delle piattaforme che distribuiscono la serie, in particolare Netflix e ITVX. «I genitori britannici hanno il diritto di aspettarsi che i contenuti che raggiungono i loro figli attraverso piattaforme autorizzate siano stati sottoposti a un adeguato controllo, soprattutto laddove i nostri alleati abbiano sollevato fondati timori in merito alla propaganda di Stato», conclude la lettera. L’iniziativa arriva proprio mentre Netflix ha annunciato l’acquisizione di nuove stagioni della serie, uno dei prodotti per l’infanzia più seguiti al mondo, tradotto in decine di lingue e visualizzato miliardi di volte anche su YouTube.

Le accuse dei deputati si concentrano soprattutto su alcuni dettagli presenti nella serie. Nel mirino è finito un episodio del 2010, Border Locked, nel quale Masha indossa prima un copricapo ritenuto simile a quello degli ufficiali dell’NKVD, la potente polizia politica e di sicurezza dell’Unione Sovietica. Secondo i firmatari, immagini di questo tipo contribuirebbero a “normalizzare l’iconografia militare sovietica” presso il pubblico infantile. A rafforzare il dossier viene, inoltre, richiamato un vecchio tweet del 2015, ora rimosso, pubblicato dall’account inglese dello studio Animaccord, che produce il cartone animato, in cui si vede Masha in sella alla sua bicicletta, con retino da farfalle ed elmetto, con la scritta: «Evviva, ora sono nell’esercito!». I parlamentari sostengono, inoltre, che i ricavi derivanti dalla distribuzione internazionale del cartone possano tradursi in entrate fiscali per la Russia, contribuendo indirettamente al finanziamento della guerra in Ucraina. Melanie Bonvicino, portavoce di Animaccord, ha respinto ogni accusa, ribadendo di essere una società privata che realizza esclusivamente contenuti per bambini e negando qualsiasi finalità propagandistica: «La serie non contiene alcun messaggio politico e qualsiasi affermazione contraria è totalmente priva di fondamento». A fine giugno, il ministro degli Esteri estone Margus Tsahkna aveva definito il cartone animato «parte del soft power del Cremlino». Secondo lui, «messaggi filo-Cremlino e militaristi» vengono introdotti nei contenuti di intrattenimento per bambini, «normalizzando l’aggressione e le ambizioni imperialiste della Russia».

La vicenda si inserisce in un clima di crescente censura verso tutto ciò che è russo: pochi giorni fa, la Corte di giustizia dell’UE ha stabilito che anche la semplice ripubblicazione online di contenuti di Russia Today può integrare un reato, estendendo il divieto anche ai siti gratuiti e senza scopo di lucro. Dall’inizio della guerra, la russofobia istituzionale ha progressivamente travalicato il piano delle sanzioni politiche ed economiche, estendendosi alla cultura, allo sport e perfino all’intrattenimento, assumendo anche toni surreali. Atleti russi sono stati esclusi da competizioni internazionali, artisti e musicisti cancellati dai cartelloni, università e istituzioni culturali hanno preso le distanze da autori del passato che nulla avevano a che fare con il conflitto, da Dostoevskij a Čajkovskij, mentre nel 2022 fece il giro del mondo la decisione della Fédération Internationale Féline (FIFe) di escludere dalle competizioni i gatti provenienti dalla Russia. La parabola appare significativa: oggi basta che un prodotto sia nato in Russia perché venga considerato, almeno in via teorica, un possibile veicolo di influenza del Cremlino. E, in questa logica, anche Masha e l’Orso finisce per essere trattato come una questione di sicurezza nazionale.