mercoledì 28 Gennaio 2026
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Vicenza, il caso della discarica di rifiuti pericolosi arriva alla Commissione UE

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Il progetto di un impianto per il trattamento di rifiuti sanitari pericolosi tra Montecchio Precalcino, Dueville e Villaverla, nel vicentino, approda a Bruxelles. La Commissione europea ha dichiarato infatti ammissibile la petizione del Comitato Tuteliamo la Salute che segnala possibili violazioni delle norme europee nel sito previsto vicino alle risorgive del fiume Bacchiglione, quindi parte del più grande sistema acquifero dell’Europa occidentale, da cui dipendono gli acquedotti di Padova e Vicenza. L’impianto per il trattamento di rifiuti sanitari pericolosi, in particolare a rischio infettivo, sarebbe inoltre a meno di due chilometri dal Bosco delle Risorgive di Dueville e dall’Oasi naturalistica di Villaverla.

Il progetto è stato presentato dal gruppo EcoEridania attraverso la controllata Silva Srl. Nella richiesta alla Regione Veneto per il rilascio del Provvedimento Autorizzativo Unico Regionale, risalente a luglio 2024, l’azienda indica la volontà di realizzare una “piattaforma multifunzionale per il trattamento di rifiuti pericolosi e non e per la produzione di materie prime ed End of Waste per le fonderie”. L’impianto sarebbe finalizzato al trattamento di rifiuti sanitari per una potenzialità complessiva di 32.000 tonnellate annue e al recupero di sabbie di fonderia per 70.000 tonnellate annue, con annesso stoccaggio. È inoltre previsto l’accumulo temporaneo di rifiuti pericolosi e non, liquidi e solidi, con tempi di stoccaggio fino a 12 mesi prima del trasferimento verso altri centri di smaltimento. L’intervento comporterebbe una modifica dello stabilimento esistente di Montecchio Precalcino, esteso su circa 60.000 metri quadrati, di cui 40.000 già occupati dagli impianti di rigenerazione delle sabbie di fonderia, autorizzati nel dicembre 2012 alla sola lavorazione di tali materiali. Secondo la documentazione progettuale, nell’impianto verrebbero trattati rifiuti sanitari pericolosi a rischio infettivo, compresi quelli provenienti da ambienti di isolamento ad alto rischio di trasmissione biologica aerea. Oltre a questi, sono previste numerose altre tipologie di rifiuti pericolosi: rifiuti agrochimici, rifiuti contenenti mercurio e altri metalli, rifiuti organici e inorganici, gas in contenitori a pressione, sostanze chimiche di laboratorio, medicinali citotossici e citostatici, tubi fluorescenti, vernici, inchiostri, adesivi e resine.

In opposizione a questo progetto, nel gennaio 2025 si è costituito il Comitato Tuteliamo la Salute, con l’obiettivo di tutelare il diritto alla salute dei cittadini e salvaguardare le matrici ambientali del territorio. Il Comitato ha ora reso noto che Bruxelles ha avviato l’analisi del progetto dopo aver accolto la petizione, inviata nell’agosto 2024 alla Commissione Europea, per segnalare possibili violazioni delle norme comunitarie. Le preoccupazioni riguardano in particolare il rischio di contaminazione delle falde in un’area altamente vulnerabile. Dueville è infatti priva di acquedotto e una parte significativa della popolazione utilizza pozzi privati ad uso idropotabile, i quali – così come segnalato dal Comune – “rimangono fortemente esposti a fenomeni di contaminazione in caso di incidentalità”. Criticità sono state evidenziate anche da numerosi enti coinvolti nel procedimento autorizzativo, come il Consiglio di Bacino dell’ambito Bacchiglione che ha espresso contrarietà ritenendo l’attività “non compatibile con il quadro ambientale esistente”. Il Comitato segnala inoltre la possibile presenza di PFAS, sostanze perfluoroalchiliche tossiche per l’uomo e persistenti nell’ambiente, che secondo gli attivisti non sarebbero state adeguatamente considerate nel progetto. Nel complesso, l’impianto potrebbe rappresentare un significativo peggioramento della qualità della vita dei residenti in un territorio già fortemente segnato. Recente è il caso, attenzionato dallo stesso Comitato, del rischio contaminazione PFAS conseguente ai lavori della Pedemontana Veneta, dal quale peraltro la popolazione è stata tenuta all’oscuro per mesi.

In attesa della decisione finale della Regione Veneto, il progetto resta quindi sospeso in un clima di forte attenzione pubblica. Con l’apertura del dossier a livello europeo, la vicenda assume ora una dimensione che supera i confini locali, ponendo al centro il delicato equilibrio tra gestione dei rifiuti, tutela delle risorse idriche e diritto alla salute.

Siria, esteso di 15 giorni cessate il fuoco tra esercito e curdi

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È stato esteso di altri 15 giorni il cessate il fuoco tra esercito siriano e Forze Democratiche Siriane (SDF), inizialmente fissato a 4 giorni. Il governo siriano ha dichiarato che l’estensione sarebbe funzionale al trasferimento di circa 7 mila prigionieri dell’ISIS verso l’Iraq, dopo la fuga di 10 detenuti la settimana scorsa. Le parti si accusano reciprocamente di aver permesso le evasioni, così come di aver dato il via agli scontri armati, all’inizio di gennaio. Da allora, l’esercito siriano è riuscito a prendere il controllo di diverse zone curde.

Il clamoroso primato in classifica dei CSI, alla faccia di Elton John

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Quanti album bisogna vendere per arrivare primi in classifica in Italia nel 2026? La risposta è: sorprendentemente pochi. In alcune settimane con poca concorrenza possono bastare meno di 8.000 unità per guardare tutti dall’alto. Si dice “unità”, non più dischi, perché da diversi anni è stato introdotto nel conteggio anche lo streaming. Il sistema, semplificando, prevede che un certo numero di ascolti sulle piattaforme digitali vengano convertiti e conteggiati come una copia venduta. Questo implica che le vendite effettive di CD e vinili possano essere molto inferiori rispetto al dato totale. In pratica oggi un artista può tranquillamente sedersi sul gradino più alto del podio vendendo appena 2.000 copie fisiche, compensando il resto con i click. Anche le certificazioni delle vendite si sono dovute adeguare: oggi bastano 25.000 unità per raggiungere il Disco d’Oro, mentre ne servono 50.000 per il Platino.

Nella prima settimana di settembre del 1997 i C.S.I. arrivarono al primo posto in classifica vendendo più di 30.000 copie fisiche in pochi giorni con il loro album Tabula Rasa Elettrificata, una cifra che oggi garantirebbe quasi istantaneamente un disco d’oro. Un traguardo clamoroso per il gruppo guidato da Massimo Zamboni e Giovanni Lindo Ferretti che, dopo l’esperienza dei CCCP, avevano dato vita al nuovo progetto, Consorzio Suonatori Indipendenti, fondendosi con gli ex membri dei Litfiba Gianni Maroccolo e Francesco Magnelli, a cui si era aggiunto anche l’ex tecnico del suono Giorgio Canali. Il gruppo era in circolazione già da qualche anno e aveva già dato alle stampe due dischi, Ko de mondo e Linea Gotica, che erano subito diventati capisaldi del rock alternativo dell’epoca. Alternativo, appunto, non certo da classifica.

Nel 1997 invece succede quello che nessuno si aspettava. Zamboni e Ferretti partono per un viaggio in Mongolia e tornano con l’idea di fare un disco dalle forti sonorità etniche che raccontasse la fine del regime nei paesi dell’Est. Succede tutto il contrario: anziché un disco meditativo, nasce un’opera raffinata ma anche molto spigolosa e distorta, dove le chitarre elettriche dominano la scena soprattutto grazie a Giorgio Canali, che infatti in Mongolia non c’era andato

Anno di cambiamenti, il 1997, per il rock italiano. La musica cosiddetta alternativa, forte del successo del grunge, si stava guadagnando un posto anche nelle classifiche. Usciva il primo disco dei Subsonica, gli Afterhours pubblicavano Hai paura del buio e i Bluvertigo scalavano le vendite con Metallo non Metallo. Insomma, c’era un certo fermento. A dare la spinta decisiva arrivò anche MTV Italia, che giocò un ruolo decisivo nel diffondere l’immagine, spesso rimasticata, della nuova scena rock italiana. Da lì in avanti sarà tutto un fiorire di giovani band che registrano un videoclip e provano a fare il botto, forti dei loro piercing e dei loro pizzetti. Invece ci riuscirono i C.S.I, i meno giovanili di tutti. Prendendosi quello che gli spettava.

Il primo posto in classifica arrivò superando in un colpo solo gente come Ligabue, Andrea Bocelli, Pino Daniele, gli 883 e persino gli Oasis di Be Here Now. Un risultato talmente assurdo che all’inizio qualcuno non ci credette. Nei giorni successivi si parlò di un errore nel conteggio delle copie, causato dal codice a barre di Tabula Rasa Elettrificata, troppo simile a quello del singolo Candle in the Wind di Elton John, ristampato da poco dopo la morte di Lady Diana. Forse oggi qualcuno avrebbe urlato al complotto. Invece non c’era nessun errore, i C.S.I. erano davvero primi.

La scalata storica dei C.S.I con il loro album Tabula Rasa Elettrificata

Nel giro di poche settimane l’album raggiunse le 100 mila copie vendute, una cifra per cui oggi ti farebbero direttamente presidente della Siae. Pochi mesi dopo i C.S.I. partirono in tour per una serie di concerti nei palazzetti, tutti regolarmente esauriti. Tabula Rasa Elettrificata sarà però l’ultimo album in studio dei C.S.I. che di lì a poco si scioglieranno. Ma forse non gliene importava granché, almeno a giudicare dal titolo della traccia che chiude il disco e che diede il nome al tour:

Oggi, a quasi trent’anni di distanza, i CSI tornano davvero. Una nuova tournée annunciata per l’estate 2026: sei date, tra fine agosto e metà settembre. La prima sarà a Marzabotto, un luogo che non è solo una tappa ma una dichiarazione d’intenti, un punto fermo nella storia della band e in quella della Resistenza italiana.

I C.S.I nel 2025

Non è nostalgia, o almeno non solo. È piuttosto la dimostrazione che certa musica non si esaurisce quando si scioglie una band o quando cala il silenzio discografico. Rimane lì, in silenzio, ma pronta a riaccendersi quando qualcuno decide che vale ancora la pena. Tabula rasa, sì. Ma elettrificata. E ancora una volta, necessaria.

Italia, i costi del riarmo lievitano ancora: altri 2,3 miliardi per gli scudi anti-missile

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Appena una settimana fa, il ministero della Difesa aveva chiesto alle commissioni Difesa e Bilancio delle camere di approvare una spesa aggiuntiva di quasi 9 miliardi di euro per il solo sviluppo dei caccia di sesta generazione GCAP. Ora, i costi lievitano anche per l’acquisto delle nuove batterie missilistiche Samp/T New Generation, passando dai 3 miliardi di euro previsti nel 2021 agli attuali 5,34. L’aumento, secondo il documento inviato dalla Difesa al Parlamento, dipenderebbe da non meglio specificate «nuove esigenze operative della Difesa», e fa salire a 16,5 miliardi il costo complessivo dei 16 programmi di riarmo in approvazione dall’inizio di quest’anno.

Secondo il documento, visionato dall’Osservatorio Milex, il nuovo impegno di 2,34 miliardi aggiuntivi prevede una spesa di 637 milioni solamente nel prossimo triennio. Tuttavia, non è chiara la motivazione di una tale aumento. Secondo l’Osservatorio, è ipotizzabile che si tratti del lievitare dei costi di produzione o, verosimilmente, di un aumento delle scorte missilistiche. Nel caso dei caccia GCAP, il ministero aveva spiegato che il triplicare dei costi (originariamente di 6 miliardi, passati oggi a 18) dipende dalla rapida evoluzione del ramo dell’intelligenza artificiale e dall’approvvigionamento dei minerali critici. Nel documento, inoltre, non veniva escluso che la spesa potesse ulteriormente aumentare in futuro.

Il Samp/T NG è un sistema antiaereo e antimissile a medio raggio, in grado di intercettare missili anche balistici fino a 150 km di distanza e di rilevare una minaccia fino a 350 km, i cui primi esemplari sono stati consegnati all’Esercito italiano lo scorso 22 gennaio. A produrli è la Joint Venture EUROSAM, costituita da MBDA Italia, MBDA Francia e THALES, con utilizzo di tecnologie sviluppate anche dall’italiana Leonardo spa. Secondo quanto riportato da Milex, non vi sarebbe riferimento, nei documenti del ministero, all’acquisto di nuove batterie di Samp/T, quindi è presumibile che si tratti delle dieci batterie ordinate nel 2023 e 2024. Ogni batteria comprende sei camion lanciatori, ciascuno con quattro tubi di lancio e 24 missili Aster B1NT pronti al lancio (oltre a 48 missili di scorta), un camion radar Kronos (prodotto da Leonardo) e un camion centro di controllo, oltre a veicoli per la mobilità tattica e moduli di supporto logistico.

Mentre nel clima di isteria bellica globale e di corsa agli armamenti dei governi le risorse per welfare e Stato sociale vengono sempre più ridotte all’osso, gli investimenti nel settore degli armamenti stanno gonfiando le tasche degli azionisti. Le cifre, senza precedenti nell’ultimo decennio, ammontano ad almeno 5 miliardi per il 2025 per il solo settore della difesa europeo. La sola italiana Leonardo spa ha registrato, nei primi nove mesi del 2025, un +11,3% dei ricavi, corrispondenti a 13,4 miliardi di euro, un EBITA di 945 milioni (+18,9%) e un utile netto ordinario di 466 milioni (+28%); il portafoglio ordini è stato riportato a circa 47,3 miliardi, con una copertura produttiva superiore a due anni e mezzo. Sempre nel 2025 Leonardo ha staccato una cedola (a valere sul bilancio 2024) di 0,52 euro per azione. D’altronde, dei 36 miliardi di impegni finanziari pluriennali messi in campo dal governo Meloni dall’inizio della legislatura, circa la metà sono destinati a programmi di riarmo. 

Gerusalemme Est, in fiamme sede UNRWA demolita da Israele

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Le autorità stanno lavorando per contenere un incendio divampato nella sede dell’UNRWA (l’Agenzia ONU per i profughi palestinesi) che si trova a Gerusalemme Est, rasa al suolo da Israele la scorsa settimana. Al momento, non si hanno notizie sulla possibile causa.

Minneapolis, polizia federale uccide un altro uomo

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Negli Stati Uniti, ad appena tre settimane dall’omicidio di Renee Good, gli agenti dell’ICE, la polizia federale anti-immigrazione, hanno ucciso un’altra persona a Minneapolis. Dalle prime informazioni, si tratterebbe di un uomo di 37 anni disarmato che gli agenti stavano cercando di immobilizzare per terra. Dai video diffusi online, a uccidere l’uomo sarebbero stati numerosi colpi di pistola esplosi da uno degli agenti. Tim Waltz, governatore del Minnesota, ha rinnovato l’appello a Trump di ritirare dallo Stato “le migliaia di agenti violenti e non addestrati”.

Sorvegliare e punire: il decreto Piantedosi ristruttura gli stadi in vista di Euro 2032

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L’ultimo decreto proveniente dal Viminale ha definito i criteri tecnici che gli stadi candidati a ospitare gli Europei di calcio del 2032 dovranno seguire in materia di sicurezza. Il ministero guidato da Piantedosi ha messo nero su bianco il calcio del futuro, prevedendo: sorveglianza dei tifosi durante la partita; telecamere su ciascun tornello (con tanto di riconoscimento facciale); settori ridotti a un massimo di 10mila spettatori. Gli stadi dovranno essere adeguati entro ottobre; ai prefetti la facoltà di estendere la misura anche agli impianti non coinvolti nella competizione del 2032. Così la nuova veste degli stadi italiani prende forma, assumendo i contorni della storica stretta repressiva mossa dalle istituzioni contro il mondo del tifo.

L’Italia, insieme alla Turchia, ospiterà la 19ª edizione degli Europei di calcio. A ottobre saranno resi noti i 5 stadi dove verrà disputata la parte italiana del torneo. A giocarsi un posto sono il San Siro di Milano, l’Olimpico di Roma, il San Nicola di Bari, il Diego Armando Maradona di Napoli e lo Juventus Stadium di Torino. A questi si aggiungono l’Artemio Franchi di Firenze, il Ferraris di Genova, il Bentegodi di Verona, il Dall’Ara di Bologna e il Sant’Elia di Cagliari. Tutti e dieci gli impianti sportivi dovranno, entro ottobre, adeguarsi alle linee guida di Piantedosi che hanno dato seguito al decreto Sport approvato ad agosto. Quest’ultimo delegava proprio al Viminale la stesura di un apposito decreto in materia di “sicurezza, accessibilità ed esercizio degli impianti sportivi” candidati a ospitare Euro 2032.

Le linee guida di Piantedosi, visionate in anteprima dal Messaggero, prevedono l’installazione di un impianto di videosorveglianza a circuito chiuso per osservare i vari settori nonché le aree intorno allo stadio. Il sistema dovrà reggersi sul riconoscimento facciale, anche per le gare notturne, affiancato da telecamere su tutti i tornelli. Previste limitazioni anche per la capienza degli impianti: non ci potranno essere più di 10mila tifosi per settore. Spazio dunque a barriere divisorie e spacchettamenti, con gli obiettivi dichiarati dell’”accessibilità” e del “comfort”.

La nuova veste degli stadi italiani si inserisce in un filone repressivo più ampio, trasversale ai governi degli ultimi 40 anni. Un periodo che ha visto la messa a punto di punizioni collettive, a partire dal DASPO di gruppo. Di recente è tornato a parlarne il ministro Salvini, alleato di governo di Piantedosi, dicendosi «mai a favore di interventi punitivi di gruppo a fronte di crimini dei singoli». Il riferimento è al blocco delle trasferte disposto pochi giorni fa dal Viminale per i tifosi di Roma e Fiorentina per tutto il resto della stagione, a seguito degli scontri avvenuti tra decine di sostenitori viola e giallorossi sull’autostrada A1.

Striscione degli ultras della Cavese per Stefano Cucchi, 26 ottobre 2024.

Negli anni, la repressione statale ha alzato il tiro, colpendo il dissenso sociale (si pensi ad esempio alla multa comminata agli ultras della Cavese per aver ricordato Stefano Cucchi allo stadio) e indebolendo i rapporti tra società e tifosi, come successo di recente col caso Cossu. Il teorema che ne emerge viene percepito come un accanimento verso il mondo ultras, bollato sotto l’etichetta criminale e trasformato in laboratorio di misure repressive da estendere poi alla società intera. Il sentimento è rafforzato dalla condotta istituzionale verso altri fenomeni sociali, a partire dall’abrogazione dell’abuso di ufficio voluta fortemente dal governo Meloni. La norma abrogata puniva i pubblici ufficiali che si arricchivano attraverso la violazione consapevole di leggi e regolamenti.

Russia-Ucraina, concluso trilaterale con USA; Zelensky: “conversazioni costruttive”

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Si è concluso il trilaterale USA-Russia-Ucraina, durato due giorni e svoltosi negli Emirati Arabi. Per il presidente ucraino Zelensky, gli incontri sono stati «costruttivi» e nei prossimi giorni se ne dovrebbero svolgere di ulteriori. L’agenzia di stampa russa TASS riporta che la questione territoriale rimane la più difficile in quanto «il ritiro delle forze ucraine dal Donbass è importante e si stanno valutando diversi parametri di sicurezza in merito a tale questione». Nessun risultato concreto sembra essere stato raggiunto.

Venezuela, il governo cede a Trump: revocata la nazionalizzazione del petrolio

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«Le compagnie private domiciliate nella Repubblica Bolivariana del Venezuela potranno sfruttare il petrolio dopo aver firmato i contratti». Con questa formula, l’Assemblea Nazionale venezuelana ha approvato in prima lettura una riforma della Legge sugli Idrocarburi organici che abolisce il monopolio statale sull’oro nero. La gestione e la commercializzazione del greggio saranno affidate alle imprese private e straniere, con riduzioni di royalties e nuovi modelli contrattuali più flessibili rispetto al passato. Il voto arriva tre settimane dopo l’intervento militare statunitense che ha portato al sequestro di Nicolás Maduro e alla nomina della vicepresidente Delcy Rodríguez come presidente ad interim. L’emendamento traduce in norme un progetto più ampio: riportare sotto l’ombrello di Washington il controllo delle risorse energetiche venezuelane.

La giustificazione del raid USA in Venezuela, fornita dal presidente Donald Trump in conferenza stampa il 3 gennaio, si era già spostata dalla retorica sulla democrazia e la lotta al narcotraffico al dominio delle vaste riserve di petrolio della nazione. «Comandiamo noi», aveva rimarcato il presidente statunitense ai giornalisti, aggiungendo: «Controlleremo tutto noi». L’indomani, il segretario USA all’Energia, Chris Wright, aveva annunciato che Washington avrebbe gestito le vendite di petrolio venezuelano «a tempo indefinito». L’attuale legge ne è la traduzione normativa: un corridoio giuridico per l’ingresso delle compagnie estere. La revisione, infatti, segue il maxi-accordo di fornitura di 50 milioni di barili di greggio tra Caracas e Washington venduti a prezzo di mercato per un valore di 2,4 miliardi di dollari ed era una delle priorità richieste dalle aziende petrolifere per dare il via a investimenti in Venezuela. Dopo anni di sequestri, contenziosi e crollo produttivo, le compagnie hanno preteso regole “occidentali”: certezza del diritto, libertà operativa, ritorni garantiti. In un incontro alla Casa Bianca con i rappresentanti delle Big Oil, compresa ENI, Trump aveva assicurato che gli Stati Uniti avrebbero garantito loro “sicurezza totale” e nuove opportunità di sviluppo in Venezuela.

La riforma della Legge sugli idrocarburi segna una brusca inversione di rotta rispetto al nazionalismo delle risorse, pilastri della rivoluzione venezuelana di ispirazione socialista. Nel 2007, Hugo Chávez consolidò il controllo statale sui pozzi petroliferi, imponendo a Petróleos de Venezuela, S.A., la compagnia petrolifera statale venezuelana (PDVSA), il controllo maggioritario dei giacimenti dell’Orinoco per riappropriarsi delle rendite e finanziare la rivoluzione bolivariana. Ora, il quadro cambia: la riforma apre alla possibilità che imprese locali e straniere gestiscano direttamente i giacimenti con nuovi modelli contrattuali, assumano la gestione completa dei progetti «a proprio costo, spesa e rischio», vendano autonomamente il petrolio e incassino i ricavi anche quando operano come partner di minoranza della compagnia statale PDVSA. Una quota dei volumi potrà essere commercializzata direttamente, una volta assolti gli obblighi verso lo Stato. Viene introdotto l’arbitrato internazionale per le controversie, sottraendole ai tribunali locali. Il governo potrà ridurre le royalties e le relative tasse dal 33% fino al 15% e modulare le imposte di estrazione per rendere appetibili giacimenti complessi e aree sottosviluppate. I contratti di production sharing sostituiscono l’impianto statalista: PDVSA, non è più perno obbligato, ma partner eventuale. È un cambio di paradigma che allinea il Venezuela ai modelli richiesti dal capitale globale, con tutele giuridiche e margini che il Paese non aveva mai concesso. La riforma, inoltre, richiede l’abrogazione di molte leggi correlate, approvate sotto Chávez e Maduro.

Ufficialmente, l’operazione dovrebbe risollevare PDVSA e rimettere in moto una produzione ridotta ai minimi storici e aggravata dalle sanzioni USA. In realtà, il nodo è politico: trasformare la compagnia nazionale in un attore marginale sotto tutela esterna significa scambiare l’emergenza economica con una dipendenza permanente. Le grandi compagnie osservano con prudenza, pretendendo scudi giuridici, arbitrati internazionali e la fine delle sanzioni prima di impegnare capitali. Washington, intanto, detta tempi e condizioni, riscrivendo dall’esterno l’architettura energetica del Paese. Caracas cammina su una linea sottile: sopravvivere grazie al capitale straniero, senza ammettere che questa “apertura” non nasce da una scelta sovrana, ma da una pressione geopolitica che ha sostituito il voto con la forza.

Torture in carcere, a Firenze condannati un’ispettrice e otto agenti

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Con una verdetto che ha ribaltato la pronuncia di primo grado, la Corte d’Appello di Firenze ha riconosciuto il reato di tortura per le violenze inflitte a due detenuti nel carcere di Sollicciano tra il 2018 e il 2019. Nove funzionari – un’ispettrice e otto agenti – sono stati condannati a pene fino a 5 anni e 4 mesi di carcere. La Corte, presieduta dalla giudice Silvia Mugnaini, ha riscritto la qualificazione giuridica degli episodi, precedentemente considerati “lesioni gravi”, accogliendo le richieste del procuratore generale Ettore Squillace Greco. La ricostruzione processuale ha dipinto un quadro di violenze sistematiche, umiliazioni e una tentata copertura attraverso false denunce.

Le vicende, emerse da un’inchiesta della pm Christine von Borries con il nucleo investigativo della polizia penitenziaria, ruotano attorno a due diversi pestaggi. L’episodio più grave risale al 2019 e ha per vittima un detenuto di origine marocchina. L’uomo, che protestò insultando un agente dopo il diniego a una richiesta di telefonare ai parenti, fu condotto nell’ufficio dell’ispettrice capo Elena Viligiardi. Qui, secondo l’accusa, su un suo cenno o ordine, fu aggredito da sette agenti. «Il detenuto marocchino dopo il diverbio con l’assistente Sarno — aveva ripercorso il procuratore generale Squillace Greco in requisitoria — venne portato nell’ufficio dell’ispettrice e venne colpito con pugni e calci. Gli agenti gli hanno anche messo un piede sul collo. Uno gli è salito sulla schiena schiacciandolo a terra tanto da rendere difficoltoso il respiro».

La violenza, come raccontato dalla vittima, avvenne sotto gli occhi dell’ispettrice: «L’ispettrice vedeva che mi picchiavano e rideva». Al termine del pestaggio, che gli provocò la frattura di due costole, l’uomo fu ammanettato, portato in una cella di isolamento e costretto a spogliarsi. Restò nudo per due o tre minuti, esposto allo scherno degli agenti, uno dei quali gli disse: «Hai visto la fine di chi vuole fare il duro…». Rivestito con i suoi stessi indumenti sporchi, fu poi condotto in infermeria. La dinamica venne confermata anche da intercettazioni ambientali in cui gli stessi agenti commentavano: «Gli hanno dato delle mazzate talmente forti che gli hanno rotto due costole». Questo episodio era stato originariamente coperto da una falsa denuncia della stessa ispettrice Viligiardi, la quale aveva dichiarato di aver subito un’aggressione sessuale proprio dal detenuto marocchino. Le indagini smontarono completamente quella versione, rivelando che la relazione era un tentativo di giustificare l’uso della violenza e portando all’accusa di calunnia.

L’altro episodio di violenza oggetto del processo risale al maggio 2018 e coinvolse un detenuto italiano che si era lamentato per non aver usufruito interamente dell’ora d’aria. Anche in questo caso, su sollecitazione dell’ispettrice, l’uomo fu immobilizzato da diversi agenti. Uno gli strinse un braccio attorno al collo impedendogli di respirare, mentre un altro lo colpì provocandogli la perforazione del timpano. In seguito, l’ispettrice redasse un verbale in cui sosteneva che il detenuto, in stato di agitazione, aveva aggredito un agente ed era caduto a terra accidentalmente.

In primo grado, il gip Silvia Romeo aveva escluso il reato di tortura per entrambi i casi, ritenendo non dimostrata la sofferenza fisica aggiuntiva, e aveva condannato solo per lesioni gravi, assolvendo inoltre dall’accusa di falso e calunnia. In appello, la Corte ha invece completamente ribaltato questa impostazione. La pm von Borries, nel chiedere la riqualificazione a tortura, aveva sottolineato «la crudeltà della condotta, produttiva di sofferenze aggiuntive nella vittima» e «l’esistenza di elementi sintomatici di un atteggiamento interiore particolarmente riprovevole degli imputati». La Corte ha dato ragione al pm, riconoscendo il risarcimento dei danni alle parti civili, che includevano i due detenuti, l’associazione L’Altro diritto e il Garante nazionale dei detenuti, stabilendo una provvisionale di 20mila euro per ciascuna vittima.

La casa circondariale di Sollicciano è da anni al centro delle polemiche per il contesto di forte degrado che, secondo le persone recluse e le organizzazioni che le assistono, la caratterizza. Nell’estate del 2024 i detenuti avevano inoltrato un centinaio di ricorsi per le condizioni inumane all’interno del penitenziario, tra cimici, caldo soffocante e pareti coperte di muffa. A sostenerli vi è da anni l’associazione L’Altro Diritto (ADIR), che più volte ha denunciato la situazione «degradante» all’interno del carcere. Qui, nel luglio 2023, un’ispezione dell’Ufficio di Igiene aveva rilevato «infiltrazioni di acqua in molte zone a comune all’interno delle sezioni, muffe nelle docce, alcune celle inagibili per perdite d’acqua e in alcuni casi con pareti annerite, insufficiente aerazione degli ambienti, finestre bloccate per la presenza di nidi di vespe, la presenza di volatili “possibili vettori di zecche”, carenze strutturali nei locali cucina e in quelli di approvvigionamento del vitto». Condizioni che erano valse a un detenuto assistito da ADIR uno sconto di pena di 312 giorni.