Il Garante per la protezione dei dati personali ha spiccato una multa da 158mila euro nei confronti di Character Technologies, società statunitense che gestisce Character AI, un’intelligenza artificiale generativa usata da milioni di utenti. L’Autorità — si legge in un comunicato — «ha accertato diverse violazioni della disciplina di protezione dati», nonché delle criticità «nelle garanzie a tutela dei minori e nelle procedure di verifica dell’età».
Gli Stati Uniti continuano a rubare miliardi al Venezuela devastato dal terremoto
Mentre il Venezuela tenta ancora di fare i conti con il terremoto che il 24 giugno scorso ha colpito il Paese, provocando oltre 3600 vittime, migliaia di feriti, circa 15.000 sfollati e danni enormi a ospedali, abitazioni e infrastrutture, dagli Stati Uniti arrivano messaggi di cordoglio e la promessa di aiuti umanitari. Una solidarietà che appare, però, difficilmente conciliabile con la realtà. Lo stesso governo che oggi si presenta come “soccorritore” continua, infatti, a trattenere miliardi di dollari appartenenti a Caracas, mantiene un rigido regime di sanzioniche soffoca l’economia venezuelana e controlla una parte rilevante delle entrate petrolifere del Paese. Risorse che potrebbero essere utilizzate per affrontare l’emergenza e avviare la ricostruzione.
Le prime stime del Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (UNDP) quantificano i danni provocati dal sisma in circa 6,7 miliardi di dollari, quasi il 6% dell’intero PIL venezuelano. La risposta di Washington è arrivata attraverso una licenza straordinaria dell’Office of Foreign Assets Control (OFAC), la General License 60, che autorizza temporaneamente alcune operazioni umanitarie. Il Dipartimento del Tesoro ha espresso le proprie condoglianze e concesso deroghe per facilitare gli aiuti. La decisione evidenzia il paradosso del sistema sanzionatorio: se è necessaria una licenza speciale per autorizzare gli aiuti, significa che le sanzioni continuano a ostacolare anche le operazioni umanitarie. Tre giorni dopo il terremoto, intervenendo alla Faith & Freedom Coalition Policy Conference di Washington, dal canto suo, Donald Trump è arrivato ad affermare che «il Venezuela è di nuovo un Paese felice, la gente balla per strada». Nel frattempo, la sua amministrazione ha annunciato 150 milioni di dollari di aiuti: una cifra modesta se confrontata con i miliardi di risorse venezuelane rimasti sotto il controllo statunitense.
Il nodo centrale resta, infatti, quello delle risorse economiche. Dopo la destituzione di Nicolás Maduro e l’insediamento del governo Rodriguez, gli Stati Uniti hanno mantenuto il controllo su una parte rilevante delle entrate petrolifere venezuelane, gestendo di fatto i flussi finanziari derivanti dalle esportazioni di greggio e subordinandone lo sblocco alle proprie scelte politiche. Secondo alcune stime, a oggi, gli Stati Uniti gestiscono circa il 70% delle entrate petrolifere del Paese. Lo scorso febbraio il segretario all’Energia Chris Wright aveva del resto rivendicato apertamente la strategia americana: controllare le esportazioni di petrolio venezuelano e i relativi proventi fino alla formazione di «un governo rappresentativo» nel Paese. Wright aveva anche ammesso che Washington aveva già sottratto oltre un miliardo di dollari a Caracas e prevedeva di incassarne altri cinque miliardi nei mesi successivi.
Le conseguenze di questa strategia sono state quantificate da diversi studi. Secondo un’analisi dell’economista venezuelano Yosmer Arellán, pubblicata da Global South Insights e rilanciata dall’Istituto Tricontinentale di Ricerca Sociale, tra il 2017 e il 2024 le sanzioni statunitensi avrebbero provocato perdite per circa 226 miliardi di dollari, pari a oltre il doppio del PIL venezuelano. Già nel 2019, gli economisti Mark Weisbrot e Jeffrey Sachs, in uno studio del Center for Economic and Policy Research (CEPR), stimavano che le restrizioni imposte da Washington avessero contribuito a oltre 40 mila morti tra il 2017 e il 2018, colpendo soprattutto la popolazione civile più vulnerabile. Gli autori sostenevano inoltre che tali misure potessero configurare una forma di «punizione collettiva» incompatibile con il diritto internazionale. Negli ultimi anni, anche diversi relatori speciali delle Nazioni Unite, tra cui Alena Douhan, hanno denunciato gli effetti delle sanzioni unilaterali sul godimento dei diritti umani in Venezuela, chiedendone la revoca perché incidono sull’accesso a cibo, medicinali e servizi essenziali.
Parallelamente agli aiuti, Washington ha schierato oltre 900 militari in Venezuela nell’ambito della missione umanitaria guidata dal Comando Meridionale (SOUTHCOM), con altri 800 uomini dislocati tra Porto Rico e Curaçao. Per il politologo venezuelano William Serafino, questa presenza rischia, però, di andare oltre il semplice soccorso e di rafforzare l’influenza strategica statunitense nel Paese, anche attraverso il controllo di infrastrutture cruciali come il porto di La Guaira, principale sbocco marittimo del Venezuela. Una lettura condivisa anche da alcuni osservatori regionali, secondo cui l’emergenza umanitaria potrebbe trasformarsi in un’occasione per consolidare la presenza americana in un’area di rilevanza geopolitica.
In Italia l’abolizione della carta d’identità cartacea sta diventando un caos
Doveva essere un semplice passaggio verso la digitalizzazione dei documenti dei cittadini, ma, complice l’alto numero di documenti cartacei ancora presenti sul territorio nazionale, la transizione alla Carta di Identità Elettronica (CIE), sta diventando un problema difficile da gestire. Così come accade per molti aspetti burocratici che incidono profondamente sulla vita dei cittadini, la vicenda non è stata lineare e affonda le radici ormai a quasi 30 anni fa: non è infatti la prima volta che il progetto s’inceppa. La CIE nasce già nel 1997, all’interno della riforma della pubblica amministrazione firmata dal ministro Franco Bassanini: doveva affiancare la Carta Nazionale dei Servizi, l’antenata di quella che oggi conosciamo come tessera sanitaria. Ma tra l’annuncio e la prima carta consegnata a un cittadino passano quattro anni. Nel 2001 parte la sperimentazione, limitata a 83 comuni: un banco di prova per stanare i difetti di hardware e software prima di allargare il progetto su scala nazionale. Il secondo tentativo arriva nel 2004, con un modello aggiornato – la versione 2.0 – pensato apposta come pilota per la diffusione su tutto il territorio.
È il ministro Lucio Stanca, nel 2005, a fissare un termine: dal 2006 in poi, la carta cartacea andrà abbandonata ovunque. La produzione finisce nelle mani di una società controllata da Finmeccanica e dal Poligrafico dello Stato, il prezzo si attesta sui 30 euro a tessera, poi ridotto a 20. Il termine perentorio viene però disatteso: a fine 2009 le carte emesse sono poco meno di due milioni, in appena 153 comuni su 8mila, zavorrate da materiali scadenti e da una tecnologia in mano a un fornitore privato.
Bisogna aspettare il 2015 perché lo Stato riprenda in mano il progetto: un decreto stanzia 60 milioni di euro e affida la produzione in via esclusiva al Poligrafico, superando anche il Documento Digitale Unificato varato dal governo Monti tre anni prima. Nasce così il nuovo formato in policarbonato, distribuito a partire dal 2016. Il design viene poi rivisto tra il 2019 e il 2022, per adeguarsi al regolamento europeo sulla sicurezza dei documenti d’identità.
E qui arriviamo ai giorni nostri. Un decreto legge del febbraio 2026 stabilisce che le carte rilasciate dal 30 luglio 2026 a chi ha 70 anni o più avranno durata illimitata e saranno utilizzabili anche per l’espatrio. Poi, però, le cose si complicano: una circolare ministeriale fissa al 3 agosto 2026 la fine della carta cartacea come titolo di viaggio, aprendo di fatto la fase più caotica di tutto il percorso.
Sono milioni gli italiani che ancora posseggono quella di carta, che a breve non sarebbe più stata valida per andare all’estero. La corsa agli sportelli diventa quasi subito una corsa a ostacoli. Le agende dei Comuni si riempiono in poche settimane, e chi ha un volo prenotato rischia di ritrovarsi con un documento buono per tutto tranne che per partire. Per disinnescare l’ingorgo il governo interviene a fine giugno con il decreto-legge 108/2026: non cancella la scadenza del 3 agosto, la sfuma. La carta cartacea, se non già scaduta, resta valida fino al 31 gennaio 2027 per i rapporti con la pubblica amministrazione, la sanità, la previdenza, le operazioni in banca e alle Poste. Non vale più, invece, per l’espatrio: da quella data, chi vuole varcare un confine ha bisogno della CIE, oppure del passaporto.
Per chi sta in mezzo e non ha ancora la CIE, ma deve comunque partire – e si tratta di parecchie persone, visto il periodo estivo – il decreto inventa un terzo documento: la carta d’identità provvisoria, rilasciata dal sindaco nei soli casi di urgenza e valida fino al 31 dicembre 2027. In teoria è un titolo di viaggio a tutti gli effetti, ma al momento del rilascio il cittadino viene avvertito che alcuni Stati potrebbero non riconoscerlo, e che sta a lui verificare in anticipo se il Paese di destinazione lo accetta. Successivamente, una volta ottenuta la CIE, il documento provvisorio andrà restituito al Comune.
Italia, espulsi due membri dell’ambasciata russa
«Il Governo italiano ha deciso di espellere due addetti militari dell’Ambasciata della Federazione Russa in Italia, responsabili delle attività di spionaggio emerse nell’inchiesta della Procura della Repubblica di Roma». Così il ministro degli Esteri Antonio Tajani. L’indagine capitolina aveva portato all’arresto di alcuni militari italiani coinvolti in un presunto giro di mazzette con Mosca, in cambio di informazioni riservate. La Russia — ha aggiunto Tajani su X — «continua a usare le sue armi ibride per attaccare l’Occidente e l’Italia. Un’ingerenza grave e inaccettabile per le Istituzioni italiane e per la sicurezza nazionale».
I risultati di uno studio rivelano le potenzialità della natura contro ansia e depressione
Chi ha un weekend libero, un’auto e la sicurezza di sapersi muovere in un bosco, oggi può trarre beneficio per la propria patologia mentale camminando in natura. Chi non ha nessuna di queste tre cose resta in lista d’attesa, o rinuncia. È il paradosso che un nuovo rapporto pubblicato su Communications Health, rivista del gruppo Nature, mette nero su bianco: in Australia, il caso preso a modello dagli autori, la metà di chi soffre di ansia o depressione non riceve alcuna cura, sottolineano i dieci autori tra i quali c’è Ralf Buckley, tra i ricercatori più citati al mondo sul rapporto tra natura e salute mentale.
Le cure ufficiali, riportano, non prescrivono la natura. E chi oggi la usa a scopo terapeutico lo fa perlopiù come scelta privata, fuori dal sistema sanitario, con mezzi e tempo propri, mentre secondo la ricerca la salute mentale è in declino a livello globale, con un aumento del 63% dell’ansia e del 26% della depressione negli ultimi 15 anni.
La tesi è disarmante nella sua semplicità: la natura fa bene alla mente, ma nessuno dei due sistemi oggi disponibili – le cure cliniche e i percorsi nel verde organizzati privatamente – la “somministra” a chi ne avrebbe bisogno. Le terapie cliniche tradizionali, sommerse dalla domanda crescente, arrivano solo ai casi più gravi e non prevedono quasi mai boschi e foreste. I percorsi nel verde organizzati privatamente restano invece accessibili solo a chi ha tempo, mezzi e voglia di pagarseli. Serve dunque, scrivono gli autori, un terzo modello: pubblico, che coinvolga insieme parchi, scuola e trasporti. Lo stesso paper ricorda che i parchi nazionali generano già oggi oltre 5mila miliardi di dollari l’anno a livello globale attraverso i soli benefici sulla salute mentale dei visitatori, cinquecento volte i bilanci mondiali destinati alla loro gestione. Un investimento pubblico che aumenta le aree verdi, guide e infrastrutture, sostengono, si ripaga da solo in costi sanitari evitati.
Tra le fonti citate nel paper compare uno studio italiano uscito a novembre su Behavioral Sciences, firmato da Rosa Rivieccio, Francesco Meneguzzo e colleghi, che ha messo a confronto due modalità di immersione nel bosco su 282 persone, in otto siti italiani: un percorso guidato verbalmente da un terapeuta, la cosiddetta Terapia forestale e uno autogestito con le stesse istruzioni lette su cartelli lungo il sentiero. Chi non ha un terapeuta a disposizione ottiene comunque un beneficio reale, ma misurabilmente inferiore: miglioramenti minori nell’ansia di stato, nell’autostima, nel disagio dell’umore complessivo. Tradotto in valore economico il beneficio annuo per persona delle sessioni guidate è risultato fino a 1,7 volte superiore a quello delle sessioni autogestite: tra 4.076 e 10.189 euro, contro 2.462-6.154 euro, a fronte di un costo del terapeuta di circa 500 euro l’anno a persona.
«Con il CNR e il supporto del CAI abbiamo condotto la più grande campagna sperimentale di terapia forestale al mondo, coinvolgendo più di 3mila persone in tutta Italia in 70 siti diversi, dal Friuli Venezia Giulia fino alla Sicilia», racconta Francesco Meneguzzo, primo ricercatore dell’Istituto di Bioeconomia del CNR, che ha seguito il progetto insieme all’antropologa e psicoterapeuta Tania Re, socia fondatrice della cattedra UNESCO Salute, Antropologia, Biosfera e Sistemi di cura dell’Università di Genova.
Non è una semplice passeggiata, ma un protocollo con tappe fisse, dedicate a camminata consapevole, respirazione, meditazione e attenzione. Il CNR stima un risparmio, tra cure, ricoveri, farmaci e giorni di lavoro persi, compreso tra 35 e 95 milioni di euro l’anno, con un ritorno fino a venti volte l’investimento, se il Servizio sanitario nazionale adottasse la pratica su scala nazionale inserendo la Terapia forestale nei cosiddetti LEA (Livelli Essenziali di Assistenza), le prestazioni che il servizio sanitario è tenuto a garantire a tutti i cittadini gratuitamente o dietro pagamento del ticket.
La politica, nel frattempo, si è già mossa. Il 23 giugno il Consiglio metropolitano di Firenze ha approvato all’unanimità una mozione, proposta dal consigliere Andrea Tagliaferri, a sostegno di un emendamento al disegno di legge 287, in discussione al Senato, che integrerebbe i boschi terapeutici nei percorsi del Servizio sanitario nazionale nella legge dedicata all’esercizio fisico come strumento di prevenzione e terapia. «La salute delle persone e la tutela dell’ambiente possono procedere insieme», ha dichiarato.
Resta il nodo di partenza: senza trasporti e organizzazione finalizzata a portare le persone nel bosco, anche il protocollo più efficace rischia di restare inaccessibile. Il disegno di legge 287, del resto, dice molto sui tempi di questa partita: presentato in Senato nel novembre 2022, sottoscritto da tutti i partiti in commissione due anni dopo, oggi è ancora fermo lì, in attesa di essere discusso.
Il vertice NATO di Ankara si è concluso come una grande fiera delle armi
La difesa comune passa per gli accordi miliardari siglati con le aziende della difesa di tutto il mondo. E proprio tali accordi sono stati l’elemento centrale del summit della NATO di Ankara, conclusosi ieri. Anche sulla spinta della minaccia degli Stati Uniti di abbandonare l’Alleanza Atlantica, dopo che Trump si è lamentato a più riprese dell’impegno insufficiente degli alleati, minacciando di abbandonare il gruppo. Così, dopo che il 2025 si è confermato come l’anno in cui la spesa globale in armi ha registrato il suo record assoluto, i Paesi membri della NATO hanno rilanciato sulla politica che vede il riarmo come strumento chiave della difesa, impegnandosi in contratti per il riarmo del valore di «decine di miliardi di dollari».
Il 2025 è anche stato l’anno in cui i membri dell’Alleanza hanno segnato un traguardo mai visto prima: tutti hanno raggiunto la soglia del 2% del PIL per la Difesa. Per quanto riguarda l’Italia, alcune stime dimostrano che in realtà tale dato rappresenta più che altro il risultato di artifici contabili, ma resta il fatto che l’impegno per il riarmo ha raggiunto obiettivi mai visti prima. Il nostro Paese si colloca al terzo posto tra quelli del G7 per aumento di spese militari (+20% dal 2024) e al primo posto per aumento nell’export di armi (+157% tra il 2021 e il 2025). Il programmi di riarmo avviati dall’attuale governo sono 78, con 31 miliardi circa divisi equamente tra componente corazzata e aviazione e un aumento di 7 miliardi alla Marina, che si somma ai tre miliardi aggiuntivi destinati alla difesa aerea e antimissile. E la previsione di spesa per il 2026 prevedono ulteriori 32 miliardi destinati al solo ministero della Difesa.
Una accelerazione che, evidentemente, non è ancora sufficiente per gli Stati Uniti, che hanno lamentato a più riprese uno scarso impegno da parte dei Paesi UE, minacciando di uscire dall’Alleanza. Così, nel clima di corsa al riarmo scatenato dagli sbalzi di umore trumpiani, il fulcro del summit di Ankara è stato il NATO Summit Defence Industry Forum, svoltosi a margine dell’incontro ufficiale e che ha visto la presenza di molte tra le aziende leader nel settore della difesa. Gli accordi siglati sono tanti e valgono complessivamente una cascata di miliardi – 50, per la precisione, cui si aggiungono i 140 miliardi in due anni destinati all’Ucraina. Lockheed Martin, per esempio, si è impegnata con USA, Germania, Paesi Bassi, Polonia e Svezia a valutare la realizzazione di una struttura dedicata alla manutenzione dei missili PAC-3, struttura che «rafforzerà la prontezza operativa della difesa aerea e missilistica integrata della NATO, fornendo capacità di manutenzione e supporto nella regione». È stato poi siglato, sempre nell’ambito del summit, un accordo con la tedesca Rheinmetall per la produzione di missili ATACMS in Europa, con il supporto del governo tedesco e statunitense. Un «segnale forte per l’industria della difesa europea e per la resilienza a lungo termine della NATO», ha detto Dennis Goege, ad per l’Europa di Lockheed Martin.
Il segretario generale della NATO, Mark Rutte, ha poi annunciato che verranno avviati negoziati formali con SAAB per l’acquisizione di un massimo di dieci sistemi GlobalEye, sistemi di allerta precoce e controllo aereo che, grazie all’utilizzo di sensori di ultima generazione, permette il rilevamento e l’identificazione a lungo raggio di oggetti in volo, in mare e sulla terraferma. È stata lanciata una iniziativa che include i governi di Belgio, Croazia, Francia, Polonia, Spagna, Turchia e Regno Unito per l’Airbus A400M, velivolo già che ha l’obiettivo di «colmare le lacune nella capacità di trasporto aereo strategico tra gli alleati europei» e di riuscire a realizzare «una flotta multinazionale incentrata sul velivolo militare Airbus A400M».
Per quanto riguarda l’Italia, Accenture e Leonardo si sono impegnate con la NCIA (NATO Communications and Information Agency) a sviluppare il PBN, il Protected Business Network, il quale gestisce le operazioni classificate della NATO. L’operazione ha il fine di modernizzare le infrastrutture digitali dell’Alleanza Atlantica e costruire «un’organizzazione sempre più connessa e guidata dai dati, capace di sviluppare e mettere a disposizione capacità digitali con rapidità e su larga scala».
A scanso di equivoci, la centralità degli investimenti nelle «esigenze fondamentali della difesa» è ribadita nettamente nella dichiarazione finale del summit. L’articolo 5 del Trattato di Washington (che stabilisce il principio della difesa collettiva) sembra così vestito di un nuovo significato politico, piegato del tutto agli interessi USA. Per i quali l’Europa si trova a dover pagare il conto.
Iran, secondo giorno di attacchi USA
Gli Stati Uniti hanno continuato a bombardare l’Iran per il secondo giorno di fila, colpendo oltre 90 obiettivi militari e logistici nel sud del Paese. I bombardamenti, che violano la tregua in corso dalla firma del memorandum del 17 giugno, sono ricominciati ieri, dopo gli attacchi a tre petroliere in transito nello Stretto di Hormuz. In risposta, l’Iran ha colpito basi USA in Bahrain, Kuwait e Qatar. Durante il suo intervento al summit NATO di Ankara di ieri, 8 luglio, Donald Trump aveva affermato di ritenere che l’accordo per il cessate il fuoco con Teheran fosse «finito».
Russia, introdotto il divieto di export per il diesel
La Russia ha introdotto un divieto totale sulle esportazioni di diesel. L’obiettivo è aumentare l’offerta interna di carburante per far calare i prezzi, come dichiarato dal vice primo ministro Alexander Novak. Il Cremlino ha poi introdotto dei sussidi urgenti per la Crimea, le cui infrastrutture energetiche sono state di recente colpite da attacchi ucraini. Il presidente Vladimir Putin ha accusato Kiev di voler diffondere il panico nella società russa, definendo però l’obiettivo “impossibile” alla luce della resilienza del settore energetico nazionale.









