sabato 21 Febbraio 2026
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Board of Peace, governi e speculatori riuniti a decidere il futuro di Gaza: Italia “osservatrice”

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L’Italia prenderà parte come Paese osservatore al Board of Peace, il comitato di “pace” per Gaza voluto da Trump per la ricostruzione della Striscia. La decisione, annunciata dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, è stata confermata ieri in conferenza stampa dal ministro degli Esteri Tajani. A impedire la presenza del nostro Paese come membro a tutti gli effetti, spiega il ministro, è l’art. 9 della carta istitutiva del Board, che sarebbe “in contrasto” con la Costituzione italiana. Lo stesso ruolo sarà assunto dalla Commissione Europea, come confermato nelle scorse ore da un portavoce. Oggi, Tajani riferirà in Parlamento sui motivi per i quali l’Italia ha scelto di partecipare e il suo ruolo nell’organo voluto dal presidente USA Donald Trump, del quale fanno già parte decine di Paesi, capi di governo e oligarchi pronti a spartirsi una fetta della ricostruzione della Striscia, nella quale gli unici a non avere voce in capitolo sembrano essere proprio i palestinesi.

“Abbiamo già dato molto per Gaza, continuiamo a dare il massimo” ha dichiarato il ministro Tajani, elencando le varie iniziative prese dal governo “per Gaza” – citando i profughi ospitati dal nostro Paese e la controversa iniziativa Food for Gaza. Ad ostacolare la piena adesione al Board è, nello specifico, l’art. 11 della Costituzione, che recita: “l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo“. A intervenire nella ricostruzione postbellica di Gaza, infatti, dovrebbero essere le organizzazioni internazionali già preposte a tale scopo, una tra tutte l’ONU. Il testo integrale del documento, invece, sembra proprio voler escludere le Nazioni Unite da questa possibilità: “una pace duratura richiede giudizio pragmatico, soluzioni di buon senso e il coraggio di abbandonare approcci e istituzioni che troppo spesso hanno fallito“. È probabile che sia per motivi analoghi di incompatibilità che la UE prenderà anch’essa parte del Board come osservatore e non membro effettivo: “la Commissione non sta diventando un membro del Board of Peace” ha dichiarato in conferenza stampa Guillaume Mercier, un portavoce della Commissione, annunciando la partecipazione alla prima riunione del Board della commissaria per il Mediterraneo, Dubravka Suica.

Il Board of Peace è uno dei frutti del piano in venti punti che ha istituito la “pace” nella Striscia di Gaza lo scorso ottobre – in realtà inesistente, dal momento che gli attacchi israeliani proseguono impuniti con cadenza odierna, mietendo decine di vittime ogni giorno. Sono poche le informazioni trapelate in merito, così come poco si sa sui Paesi che vi prenderanno parte. Ciò che è certo è che a presiederlo sarà il presidente Trump e che nel corpo esecutivo figurano i nomi del Segretario di Stato USA, Marco Rubio; del braccio destro diplomatico di Trump, Steve Witkoff; di Jared Kushner, genero del presidente, ex inviato speciale di Trump e imprenditore; dell’ex premier britannico e fondatore dell’omonima fondazione, Tony Blair; di Robert Gabriel, consigliere politico; e di Marc Rowan e Ajay Banga, due imprenditori multimiliardari, rispettivamente amministratore delegato di Apollo Global Management e banchiere ed ex AD di Mastercard. Ad affiancarne il lavoro vi sarà poi una sorta di sottocomitato, cui franno parte anche imprenditori attivi nell’edilizia, e diversi politici tra cui Hakan Fidan, ministro degli Esteri turco. Nemmeno l’ombra di un rappresentante delle istituzioni palestinesi, insomma, tra coloro che potranno decidere a proprio piacimento del futuro di Gaza.

Lo scopo che si vuole dare il Board è tuttavia molto più ampio. Come dichiarato nella carta istitutiva, siglata nell’ambito del World Economic Forum dello scorso gennaio e sottoscritta già da oltre venti Stati (Israele compreso, ma non da Paesi di peso quali Francia, Germania, Norvegia, Regno Unito, Svezia e Spagna), l’obiettivo è “garantire una pace duratura nelle aree colpite o minacciate dai conflitti” – non solo, dunque, in Palestina, ma potenzialmente in ogni area del mondo.

Napoli, in fiamme la cupola del Teatro Sannazaro

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Nella notte si è sviluppato un incendio a Napoli, interessando il quartiere Chiaia. È andata in fiamme la cupola del Teatro Sannazaro. Sul posto sono accorsi i vigili del fuoco impegnati nelle operazioni di spegnimento del rogo. All’origine dell’incendio, che ha interessato un condominio vicino, vi sarebbe un corto circuito. Intossicate per il fumo alcune persone, resta da capire l’entità del danno per il teatro fondato nel 1847, tra i simboli del panorama artistico napoletano.

Malattie autoimmuni in età pediatrica: l’efficacia delle cellule CAR-T

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cellule car-t ricercatori

Un risultato di grande portata sta emergendo da un recente studio pubblicato sulla prestigiosa rivista Nature Medicine, che nasce da una ricerca coordinata dall’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma insieme all’Università di Erlangen (Germania), che ha dimostrato che la terapia con cellule CAR-T può portare a remissioni durature in bambini affetti da gravi malattie autoimmuni che non rispondevano più ai trattamenti tradizionali.
La terapia CAR-T, già nota per il suo ruolo nelle leucemie e nei linfomi, prevede la modifica in laboratorio dei linfociti T del paziente rendendoli capaci di ricon...

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È morto Robert Duvall

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Oggi, lunedì 16 febbraio, è morto l’attore Robert Duvall. Duvall, 95 anni, era noto per avere interpretato Tom Hagen, l’avvocato di Vito Corleone nel film il Padrino di Francis Ford Coppola, e William “Bill” Kilgore in Apocalypse Now. A dare la notizia della sua scomparsa, la moglie Luciana in un post sul social network Facebook. È morto nella sua casa a Middleburg, in Virginia.

Sottopagato, insicuro, a cottimo: un nuovo rapporto fotografa il lavoro dei rider

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È passato in sordina l’ultimo rapporto che fotografa le condizioni lavorative dei rider, a pochi giorni dallo scandalo Glovo. Paghe basse, alti tassi di infortunio e ritmi elevati riassumono lo status di decine di migliaia di lavoratori in Italia, impiegati nel settore delle consegne del cibo. Nell’indagine condotta dalla NIDIL CGIL viene posta l’attenzione sul guadagno medio per consegna, compreso tra i 2 e i 4 euro: «non esistono indennità aggiuntive automatiche per il tempo di viaggio, per le attese o per le spese sostenute». La retribuzione è solo uno dei risvolti della precarietà strutturale cui vanno incontro i rider, inquadrati quasi sempre con contratti di lavoro autonomo e, in via residuale, attraverso rapporti di lavoro parasubordinato.

«Attorno al lavoro dei rider si è strutturato un vero e proprio sistema di illegalità e sfruttamento, spesso definito “caporalato digitale”, che colpisce in modo particolare i lavoratori migranti», circa la metà della forza lavoro totale impegnata nel settore. Lo afferma la NIDIL CGIL, commentando l’inchiesta della Procura di Milano che ha portato al controllo giudiziario di Foodinho-Glovo con gravi accuse di sfruttamento del lavoro e paghe sotto la soglia di povertà. Nell’indagine “La condizione di lavoro dei rider del food delivery”, condotta su 500 persone impegnate nel settore, emergono «salari a cottimo e non dignitosi, condizioni contrattuali senza tutele attraverso l’utilizzo improprio del lavoro in autonomia e allarmanti condizioni di insicurezza sul lavoro». Quasi il 40% dei rider intervistati dichiara di aver subito almeno un infortunio durante il lavoro; soltanto una minoranza ha scelto di denunciare l’accaduto alle autorità competenti per il timore di ritorsioni economiche imposte dagli algoritmi delle piattaforme. A causa delle paghe basse — si parla di una cifra compresa quasi sempre tra i 2 e i 4 euro a consegna — circa la metà dei rider è costretto a lavorare per più aziende, impegnando 6/7 giorni a settimana anche per 10 ore al giorno.

«Qui emerge che il tempo non pagato è un elemento cruciale: le attese al ritiro nei ristoranti possono superare i 10-20 minuti (nel 50,5% dei casi è questa la media dichiarata) e riducono sensibilmente il valore effettivo del compenso», si legge nell’inchiesta della NIDIL CGIL. Per questo motivo, per superare il sistema del cottimo che retribuisce in base al numero di consegne, i rider chiedono l’introduzione di minimi garantiti. Le altre richieste spaziano da una maggiore valorizzazione economica del lavoro all’introduzione di rimborsi per carburante e manutenzione dei mezzi, passando per i contratti di subordinazione che cancellino i falsi autonomi. Parte di queste istanze sono contenute nella direttiva europea sul lavoro tramite piattaforme, che l’Italia deve ancora recepire.

Un gregge per un borgo alpino che rinasce: a Paraloup si cerca un pastore

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Paraloup copertina

Paraloup, che in occitano significa “al riparo dai lupi”, è una borgata alpina sospesa tra storia e futuro, tra memoria e vita di comunità. A 1.360 metri di quota, in Valle Stura, questa borgata di baite in pietra è stata per secoli luogo di alpeggio e vita pastorale, poi divenne rifugio partigiano durante la Resistenza, e nei decenni successivi cadde nel silenzio dell’abbandono. Oggi, a oltre settant’anni di distanza, Paraloup torna a pulsare come luogo vivo, con sempre più persone che scelgono di abitare la montagna non come eremo, ma come terreno da coltivare, custodire e rigenerare. La recente ricerca di un/a pastore/a con gregge – aperta dall’Associazione Fondiaria Valli Libere insieme alla Fondazione Nuto Revelli e al Comune di Rittana – è proprio un invito a far rivivere definitivamente questa terra con attività concrete, dalla cura del bestiame alla produzione casearia, dalla tutela della biodiversità alla collaborazione con la comunità locale.

La storia di Paraloup come progetto di rinascita è un intreccio di impegno culturale, sociale e territoriale. Tutto nasce oltre vent’anni fa, quando nel 2006, poco dopo la scomparsa dello scrittore e partigiano Nuto Revelli, la sua famiglia e un gruppo di amici e studiosi creano la Fondazione Nuto Revelli Onlus con l’idea di recuperare la borgata. Nel 2008 partono i primi lavori di restauro, seguiti da una crescita costante di iniziative: nel 2011 il festival dedicato ai luoghi abbandonati e la nascita della Rete del Ritorno, nel 2012 la conclusione dei principali interventi edilizi, e la nascita dell’Impresa sociale per la gestione dei servizi. Negli anni successivi Paraloup diventa sede di progetti culturali e formativi – dalla scuola per giovani agricoltori alla digitalizzazione degli archivi – e crea un teatro all’aperto, un museo dei racconti e spazi dedicati all’accoglienza e al coworking. Un lungo cammino che testimonia un percorso organico che coniuga memoria storica, sostenibilità ambientale e economia di montagna, restituendo a questa borgata alpina un ruolo attivo nel presente e nel futuro.

Oggi è un luogo che narra una doppia memoria: quella della guerra partigiana e quella della vita contadina che si praticava prima dell’abbandono. «Le baite sono state ricostruite con un progetto architettonico innovativo e sostenibile, armonicamente inserito nel paesaggio, che oggi ospita un centro turistico-culturale e un rifugio escursionistico con un ristorante, un teatro e due baite per dormire», raccontano i fondatori nello spiegare che «il progetto ha ricevuto il Premio Gubbio per il Paesaggio, la Bandiera verde di Legambiente, il Premio Architetti Arco Alpino e la menzione speciale al Premio Konstruktiv per la migliore architettura sostenibile delle Alpi».

paraloup museo
Il museo del borgo, foto della Fondazione Nuto Revelli

La Fondazione in questi anni ha lavorato per mettere a punto uno dei più importanti archivi di storia orale d’Italia: «Conserva e valorizza più di mille ore di registrazioni, di recente restaurate e digitalizzate, oltre a settanta metri lineari di fotografie, lettere, testimonianze sulla seconda Guerra Mondiale, sulla Lotta di liberazione dal nazifascismo, sugli Alpini in Russia, sul mondo contadino», sottolinenano. Inoltre organizza ogni anno un concorso per le scuole dal titolo Ricordando Nuto e un premio nazionale per i cittadini, immigrati e non, intitolato Scrivere altrove, in collaborazione con Mai Tardi – Associazione amici di Nuto. Gli spazi sono rappresentati da il rifugio con terrazza e da tre baite ad uso foresteria, Cita, Grosa e Palco, il forno di comunità, la baita Perona come spazio espositivo, la baita Barberis con biblioteca, video-mediateca e coworking e infine l’orto didattico, oltre ai già citati museo e teatro.

Paraloup, foto della Fondazione Nuto Revelli

Uno degli ultimi tasselli che manca è quello di restituire al borgo un pastore con il suo gregge ovino e/o caprino, che sia interessato a trasformare in formaggi il latte ricavato per la vendita diretta e che collabori con le realtà locali nel rispetto dell’ecosistema ibrido e multidisciplinare locale. In cambio l’offerta è quella di mettere a disposizione 20 ettari di pascolo collinare e bosco, una stalla coperta che può ospitare circa 100 capi di bestiame, un container ad uso caseificio (da attrezzare) e soluzioni abitative immediate rappresentate da roulotte e casa mobile. La ricerca è per la stagione estiva in arrivo, ma con la possibilità di proseguire il rapporto e di inserirsi nelle attività della comunità locale raccontando il proprio lavoro a scuole e turisti in sinergia con la programmazione culturale e di ospitalità della Borgata Paraloup.

India, sequestrate tre petroliere legate all’Iran

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Nel corso di queste mese, l’India ha sequestrato tre petroliere inserite nella lista di imbarcazioni sanzionate dagli USA nell’ambito dei provvedimenti contro l’Iran. L’annuncio è stato dato oggi, lunedì 16 febbraio, e ripreso da testate internazionale; l’India avrebbe inoltre intensificato le autorità di sorveglianza all’interno della sua area marittima con lo scopo dichiarato di contrastare il commercio illegale. L’annuncio arriva in un momento di distensione tra USA e India, che hanno recentemente trovato un accordo sui dazi.

Ferrovie, continuano i sabotaggi contro le Olimpiadi: il governo schiera l’antiterrorismo

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Le Olimpiadi di Milano-Cortina continuano a far parlar di sé non solo per i risultati sportivi ma anche per il dissenso sociale che le contorna. Ai presidi e ai cortei si sono presto aggiunti i sabotaggi contro le infrastrutture ferroviarie, per uno schema già visto alle ultime Olimpiadi di Parigi. Per quanto riguarda le indagini, il Dipartimento di pubblica sicurezza del Viminale ha schierato il reparto antiterrorismo, innalzando il livello d’allerta. Alle indagini si affianca un nuovo piano di prevenzione: sarà rafforzato il pattugliamento degli snodi meno videosorvegliati, così come il monitoraggio online, volto a intercettare eventuali rivendicazioni e collegamenti tra i cinque sabotaggi recenti, dislocati tra Pesaro, Bologna, Milano, Livigno e Roma.

Treni cancellati e ritardi superiori ai 120 minuti. Si possono riassumere così gli ultimi giorni della mobilità ferroviaria italiana, alle prese con sabotaggi legati presumibilmente alle proteste contro le Olimpiadi invernali, come indica la rivendicazione dell’incendio avvenuto sabato 7 febbraio sull’Ancona-Rimini, all’altezza di Pesaro. «Quest’azione mira a rendere visibili le contraddizioni che si porta con sé lo spettacolo delle Olimpiadi, in questo caso quelle invernali Milano Cortina ’26. Tra i vari partner ufficiali di questi giochi ci sono aziende come Leonardo, ENI, Gruppo FS, che collaborano e speculano su guerre e devastazione della terra in nome del feroce progresso capitalista», si legge in un comunicato apparso su La nemesi, blog di area anarchica. Nelle stesse ore, nei pressi di Bologna, un incendio ha tranciato i cavi di un deviatoio, portando alla chiusura temporanea della linea ferroviaria.

Esattamente una settimana dopo si sono verificati «due atti dolosi che hanno interessato la rete ferroviaria nazionale. Uno sulla linea AV Roma-Napoli, fra Salone e Labico. I tecnici hanno riscontrato alcuni cunicoli scoperchiati contenenti i cavi che gestiscono la circolazione ferroviaria e la bruciatura degli stessi. Un altro sulla linea AV Roma-Firenze, fra Tiburtina e Settebagni. I tecnici intervenuti sul posto hanno riscontrato alcuni cavi bruciati», scrive Rete Ferroviaria Italiana (RFI). Nel mezzo, tra martedì e mercoledì, sono stati bruciati alcuni cavi tra le stazioni di Abbadia e Mandello del Lario, lungo la cosiddetta ferrovia delle Olimpiadi.

Per provare a unire i pezzi, risalire ai responsabili ed evitare ulteriori sabotaggi, il Dipartimento di pubblica sicurezza del Viminale ha schierato il reparto antiterrorismo, che affiancherà le procure (e i pool specializzati) di Milano, Bologna e Roma nelle indagini. Di fronte a quello che il Ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha definito «un riemergente tentativo eversivo di alcuni gruppi anarchici che continuano a inondarci con lo stillicidio di piccoli ma gravi attentati che si cerca di fare sulle linee ferroviarie», il governo Meloni rafforza il pattugliamento delle aree meno videosorvegliate e il monitoraggio online. Ulteriori dettagli e contromisure dovrebbero essere resi noti nelle prossime ore, quando si riunirà al Viminale il Comitato nazionale per l’ordine e la sicurezza pubblica, cui parteciperanno i vertici delle forze di polizia, dell’intelligence e del gruppo Ferrovie dello Stato.

Nigeria, scontri contro gruppi islamisti

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Le truppe nigeriane hanno dichiarato di avere respinto due attacchi da parte dello Stato Islamico della Provincia dell’Africa Occidentale (ISWAP), gruppo islamista affiliato all’ISIS. Gli attacchi hanno preso di mira due basi militari nello Stato del Borno, una situata a Pulka, vicino al confine con il Camerun, e una a Mandaragirau, nel Borno meridionale; hanno causato la morte di un numero imprecisato di soldati; uccisi anche diversi miliziani, tra cui membri di spicco dell’ISWAP. Il Borno è da tempo epicentro di scontri tra l’esercito regolare e gruppi islamisti attivi nel Paese.

“Epstein Files – i documenti che fanno tremare le élite”: il nuovo libro de L’Indipendente

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Gli Epstein Files non sono un racconto lineare. Sono un archivio sterminato, un mosaico caotico e frammentato: milioni di documenti che richiedono tempo, metodo e soprattutto un’adeguata contestualizzazione. Eppure, a ogni nuova desecretazione, si ripete lo stesso rituale mediatico: titoli sensazionalistici, una corsa affannosa al nome noto da esibire in prima pagina, indignazione istantanea. Un meccanismo che produce clamore a breve termine, ma che fallisce sistematicamente nel suo obiettivo principale: comprendere il sistema di potere che Jeffrey Epstein aveva costruito e la rete di relazioni che lo ha sostenuto per anni. Trattare questi documenti come una miniera di “rivelazioni shock” significa fraintenderne la natura e lasciare sullo sfondo ciò che conta davvero. È questa semplificazione ad aver dominato gran parte della copertura mainstream, più attenta al dettaglio pruriginoso o al nome mediaticamente spendibile che al funzionamento del sistema. Il libro “Epstein Files. I documenti verificati che fanno tremare le élite globali” nasce in aperta controtendenza rispetto a questa dinamica ed è il primo lavoro fatto in lingua italiana che analizza in modo organico e rigoroso ciò che gli Epstein Files contengono realmente, ricomponendo i tasselli sparsi della rete di relazioni e potere costruita dal finanziere.

Il lavoro si fonda sull’analisi dei documenti desecretati tra il 2019 e il 2026, con particolare attenzione al rilascio del 30 gennaio scorso: atti giudiziari, memorandum dell’FBI e del Dipartimento di Giustizia, e-mail, materiali investigativi, documenti finanziari, immagini e video pesantemente censurati. L’obiettivo non è inseguire la “rivelazione”, ma distinguere ciò che è documentato – i documenti verificati – da ciò che resta ipotesi, chiarendo cosa può essere ricostruito e dove, invece, è necessario sospendere il giudizio.

I capitoli iniziali mostrano come la gestione delle desecretazioni sia stata tutt’altro che neutra. Le censure preventive e l’accesso controllato ai documenti non redatti delineano una vera e propria strategia di contenimento del danno, coerente con le denunce di insabbiamento emerse negli ultimi anni e con i recenti attacchi alla procuratrice generale degli Stati Uniti Pam Bondi. Come ha ammesso il viceprocuratore Todd Blanche, immagini di morte, abusi fisici e violenze sessuali sono state escluse dalla pubblicazione, definendo i confini entro cui il caso può essere raccontato, senza diventare realmente destabilizzante. Il libro smonta così la narrazione del “predatore isolato”: dai documenti emerge un Epstein intermediario e facilitatore, un nodo funzionale all’interno di un ecosistema che attraversa finanza globale, politica e apparati di sicurezza.

Ampio spazio è dedicato ai grandi nomi che compaiono nei files e che, nelle ultime settimane, hanno provocato un vero terremoto politico, arrivando in alcuni casi a dimissioni eccellenti: dall’ex presidente Bill Clinton a Donald Trump, dall’ambasciatore Peter Mandelson all’ex ministro della cultura francese Jack Lang, dal Principe Andrea ai magnati della Silicon Valley, da Bill Gates fino al linguista Noam Chomsky. Particolare attenzione è riservata alla dimensione geopolitica: da un lato, il legame con l’ex stratega di Trump, Steve Bannon, e i piani per favorire le destre in Europa, dall’altra i tentativi di Epstein di avvicinare ambienti russi e di organizzare contatti diretti con Vladimir Putin, mai concretizzati, ma indicativi del suo ruolo di mediatore informale. Allo stesso tempo, vengono analizzati i legami con l’establishment israeliano e le ipotesi, mai chiarite definitivamente, di un rapporto con il Mossad, in particolare attraverso la stretta amicizia con l’ex primer israeliano Ehud Barak.

Un altro asse centrale riguarda l’intreccio tra alta finanza (pensiamo per esempio alla collaborazione con il gruppo Rothschild), filantropia, tecnologia e reputazione. Il libro ricostruisce il mistero della ricchezza di Epstein, l’uso sistematico di società offshore, trust e fondazioni, e il ruolo di grandi finanziatori che ne hanno garantito legittimazione e protezione. In questo quadro trovano spazio anche i rapporti con ambienti tecnologici e accademici – dagli investimenti in criptovalute ai programmi di ricerca più controversi, dall’editing genetico alla clonazione umana – mostrando come donazioni e progetti scientifici abbiano funzionato da strumenti di normalizzazione. Il volume affronta, infine, le zone più oscure del caso: la tratta dei minori, il linguaggio volutamente criptico che sembra alludere allo sfruttamento delle ragazze, le accuse di violenze e le teorie più estreme che circolano in rete.

Si tratta di un lavoro meticoloso e che ha seguito i tempi necessari per indagare e approfondire i tanti temi che emergono dai documenti. Molti di questi saranno pubblicati anche in articoli riservati ai nostri abbonati sul sito de L’Indipendente nei prossimi giorni.

Epstein Files. I documenti verificati che fanno tremare le élite globali propone una lettura strutturale: gli Epstein Files non sono un elenco di colpevoli, ma una mappa del potere. Jeffrey Epstein non è il cuore della vicenda, è semmai il meccanismo che ne rivela il funzionamento. Guardare solo allo scandalo serve a nascondere la domanda essenziale: perché questo sistema lo ha reso utile e lo ha protetto per così tanto tempo.

Il libro può essere acquistato dal pulsante sottostante in pre-ordine, al costo di 19 euro spese di spedizione incluse. Mentre per chi è già abbonato a L’Indipendente ha già ricevuto un’offerta speciale via mail per acquistarlo a prezzo speciale, un ringraziamento da parte nostra a chi – con il proprio sostegno – ci permette di continuare a fare giornalismo in modo libero e approfondito.