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Nonostante la bocciatura, l’UE continua ad avere a che fare con Chat Control

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Il Parlamento europeo ha approvato la richiesta di una procedura d’emergenza per rivalutare l’approvazione della deroga alla direttiva ePrivacy che permette alle aziende di effettuare controlli volontari sulle comunicazioni private degli utenti al fine di intercettare contenuti pedopornografici, sollecitando di fatto una votazione che definisca nel prossimo futuro il possibile ritorno della misura. Il rinnovo di questa deroga alle regole sulla riservatezza delle comunicazioni, volgarmente nota come “Chat Control“, era già stato bocciato dal Parlamento il 26 marzo, ma la classe politica sta facendo il possibile perché la questione venga rivotata in condizioni che ne favoriscano la vittoria.

L’esenzione era originariamente entrata in vigore nel 2021, per poi scadere lo scorso 3 aprile. In risposta alla bocciatura del rinnovo, il 2 luglio il Consiglio dell’Unione europea è tornato alla carica, ripristinando la pratica senza modifiche sostanziali e proponendo un’estensione che coprirebbe fino al 3 aprile 2028. Al Parlamento, a questo punto, spetta una seconda lettura, ma non è detto che si ripeta l’esito contrario del passato, se non altro perché la Presidente del Parlamento, Roberta Metsola, ha modificato le regole in corsa, rendendo più complessa un’eventuale bocciatura.

Muovendosi in direzione espressamente contraria agli esiti della votazione del Parlamento e alla richiesta degli europarlamentari di ritirare la proposta, il 18 giugno Metsola ha sollecitato il Consiglio dell’Unione europea a rimettere la mozione al voto, alterando però le regole procedurali affinché un’eventuale bocciatura richieda la maggioranza assoluta dei voti. In altre parole, la maggioranza di tutti i 720 europarlamentari eletti, non di quelli presenti in aula, per un totale di 361 voti. Al contrario, l’approvazione della deroga richiederà la maggioranza semplice, cioè il supporto di almeno la metà dei politici presenti in aula.

Qualora non si riuscisse a racimolare i 361 voti contrari, ma la maggior parte dei partecipanti si dichiarasse comunque contraria, ci sono buone possibilità che l’estensione di Chat Control venga in ogni caso approvata. Metsola potrebbe infatti far leva sulla “procedura legislativa ordinaria”, per cui, in caso di stallo, una legislazione può essere approvata in via automatica. Tutto questo è previsto per la plenaria di domani, giovedì 9 luglio, con un’urgenza giustificata dal fatto che, altrimenti, la questione finirebbe con lo slittare a dopo la pausa estiva. Valigie alla mano, le istituzioni europee definiscono insomma le loro priorità.

La votazione andrà a definire l’estensione di Chat Control nella sua versione “1.0”, questa misura rappresenta però una soluzione puramente temporanea, in attesa che venga approvato il quadro permanente, il cosiddetto Chat Control 2.0. Questo pacchetto di leggi, che ha già ottenuto il primo via libera dal Consiglio dell’Unione europea nel novembre 2025, prevede di rendere permanente la deroga a ePrivacy, introduce obblighi di verifica dell’età per tutti gli utenti, impone ai fornitori valutazioni dei rischi e misure di mitigazione e consente alle autorità di ordinare interventi sui servizi considerati ad alto rischio. Per come è stato proposto, il regolamento manterrebbe formalmente su base volontaria la scansione dei messaggi da parte delle imprese, ma l’ampio spettro di obblighi paralleli renderebbe di fatto difficile per le aziende astenersi dai controlli a tappeto, decretando così la fine della crittografia dei messaggi e della privacy della Rete per come li conosciamo oggi.

Il governo Meloni ha tagliato i fondi per la protezione di parchi e aree protette

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Parchi nazionali, riserve naturali e aree marine protette dovranno fare i conti con una significativa riduzione delle risorse economiche destinate al loro funzionamento. Nelle ultime settimane il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica (Mase) ha infatti comunicato agli enti gestori i nuovi trasferimenti per l’esercizio finanziario in corso, con tagli che, nel complesso, si attestano intorno al 23% rispetto allo scorso anno. In alcuni casi la riduzione supera i 700 mila euro, incidendo direttamente sulle spese di funzionamento ordinario.

La misura interessa l’intero sistema delle aree protette italiane: dai grandi parchi nazionali, come Gran Paradiso, Stelvio e Parco nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, fino alle riserve naturali statali e alle 32 aree marine protette. Secondo il ministero, la riduzione è la conseguenza dei minori stanziamenti previsti per il Mase dalla Legge di Bilancio 2026. I tagli non sono uniformi, ma variano da ente a ente. Certo è che la decisione appare in contrasto con gli impegni assunti dall’Italia sul fronte della tutela della biodiversità. Nel 2023 lo stesso Mase ha adottato la Strategia per la biodiversità 2030 e l’Italia ha aderito ad accordi globali, come quelli derivanti dalla COP15 che prevedono, entro il 2030, la protezione legale di almeno il 30% del territorio terrestre e marino. La riduzione delle risorse destinate agli enti che gestiscono queste aree rischia di rendere più difficile, se non impossibile, il raggiungimento di tali obiettivi.

Le conseguenze riguarderebbero poi attività essenziali per la conservazione del patrimonio naturale. Le minori disponibilità economiche potrebbero compromettere il monitoraggio degli ecosistemi, gli interventi di tutela della biodiversità, la manutenzione ordinaria e straordinaria, l’apertura al pubblico, i programmi di educazione ambientale e la prevenzione degli incendi boschivi, particolarmente delicata durante la stagione estiva. Un ulteriore elemento di criticità riguarda i tempi con cui i tagli sono stati comunicati. Gli enti gestori hanno già programmato, e in molti casi impegnato, le risorse sulla base delle assegnazioni previste a inizio anno. La riduzione dei finanziamenti a metà esercizio rischia quindi di compromettere contratti già sottoscritti, servizi in corso e attività programmate, rendendo complessa la gestione economica e organizzativa.

Diverse associazioni ambientaliste hanno espresso forte preoccupazione. Blue Marine Foundation, Greenpeace Italia, Italia Nostra, Lipu, Marevivo, Mountain Wilderness, ProNatura, WWF Italia e Worldrise ritengono che la scelta rappresenti il totale disinteresse per la tutela dell’ambiente, della biodiversità e degli ecosistemi, nonostante la Costituzione riconosca questi aspetti come un valore fondamentale. Le organizzazioni sottolineano inoltre che un territorio fragile, sempre più esposto agli effetti del cambiamento climatico e al consumo di suolo, avrebbe anzi bisogno di maggiori investimenti nelle aree protette, considerate strumenti essenziali per la conservazione della natura e la prevenzione dei rischi ambientali. «La riduzione delle risorse può tradursi – ha evidenziato il direttore degli Affari legali e istituzionali del WWF Italia, Dante Caserta – in minori controlli sul territorio, minori attività di ricerca, interventi di risanamento e servizi di sorveglianza, indebolendo la capacità di tutela del patrimonio naturale nazionale».

Sulla vicenda è intervenuto anche il presidente di Federparchi, Luca Santini, che ha chiesto al ministero l’apertura di un tavolo istituzionale per ripristinare le risorse necessarie già dal 2027. Secondo Santini, qualora la misura fosse temporanea, gli enti potrebbero cercare di assorbirne gli effetti, ma una riduzione strutturale rappresenterebbe un problema rilevante per un Paese che ospita il più ricco patrimonio di biodiversità d’Europa. Particolarmente esposte risultano le aree marine protette, che potrebbero incontrare difficoltà nel mantenere l’equilibrio dei propri bilanci.

Per gli enti gestori, la sfida a breve termine sarà ora garantire la continuità dei servizi essenziali con risorse sensibilmente inferiori rispetto a quelle su cui avevano programmato le attività dell’anno in corso. Senza contare che questo ridimensionamento dei fondi arriva in una fase in cui gli effetti del cambiamento climatico rendono ancora più centrale il ruolo delle aree protette nella conservazione degli ecosistemi e nella prevenzione dei rischi ambientali. E sebbene la direzione del Governo sulle questioni ecologiche sia stata chiara fin dal principio, la conservazione nelle aree protette sembrava l’unico fronte su cui nessuno avrebbe avuto il coraggio di ritrattare. Il tutto mentre la stessa maggioranza sta portando avanti una riforma della disciplina venatoria che stravolge la legge 157/1992 sulla tutela della fauna selvatica. Previsto l’ampliamento delle specie cacciabili, la possibilità di estendere ulteriormente l’attività venatoria e l’allentamento dei vincoli territoriali. Misure già di per sé gravi, ma che appaiono ancor più oscure se contestualizzate in uno scenario futuro in cui le aree protette avranno sempre meno fondi a disposizione per tutelare la biodiversità e il territorio.

La Germania abbandona decenni di austerità per il riarmo: 800 miliardi alla “difesa”

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Berlino ha deciso di infrangere il suo proverbiale rigore fiscale in nome della “difesa” e del riarmo, prevedendo un indebitamento per le spese militari di oltre 800 miliardi di euro entro il 2030. L’obiettivo che ha spinto il governo tedesco in questa direzione è portare gli investimenti in armi ai livelli della Guerra fredda per quella che in Europa viene definita la “minaccia russa”. Il cancelliere Friedrich Merz intende a tal fine raccogliere 200 miliardi di euro sui mercati finanziari nel 2027 alterando così in modo determinante la traiettoria delle finanze pubbliche dello Stato teutonico. Si tratta di un brusco cambiamento di rotta sul piano ideologico rispetto alla linea di forte austerità tenuta fino ad ora da Berlino, che ha imposto la propria rigidità fiscale a tutti gli Stati membri dell’Ue.

In base alle proiezioni del Ministero delle finanze tedesco, Berlino raccoglierà 200 miliardi di euro sui mercati il prossimo anno, contribuendo così a un aumento del deficit pubblico del 12,5% rispetto ai livelli attuali, come riporta il quotidiano economico Financial Times. È previsto che gli stanziamenti militari saliranno a 109 miliardi di euro il prossimo anno e raggiungeranno i 183,6 miliardi entro la fine del decennio, inclusi 11,6 miliardi di euro destinati all’assistenza militare all’Ucraina. Il tutto avviene in un contesto di rapidi e profondi cambiamenti strutturali a livello geopolitico: il possibile disimpegno americano dal continente europeo e le frizioni sempre più accentuate con l’amministrazione statunitense stanno creando un divario crescente tra le due sponde dell’Atlantico che ha spinto Berlino ad agire. Venuto meno il suo status di potenza industriale, soprattutto in seguito all’abbandono del gas russo, lo Stato teutonico sta cercando di mantenere il suo ruolo egemonico nel Vecchio continente trasformandosi in potenza militare, in nome della “minaccia russa”. Tale scenario sta alla base della “svolta storica” sul piano fiscale intrapresa da Berlino. La Germania intende, inoltre, raggiungere la soglia del 2,8% del Pil per la difesa aumentando tale cifra al 3,5% entro il 2029.

La sospensione della cosiddetta regola del “freno al debito” non riguarda però solo le spese militari, ma anche le infrastrutture, per il miglioramento delle quali Berlino ha creato un fondo da 500 miliardi di euro. Nel 2027 la coalizione del cancelliere Merz – composta dall’Unione cristiano-democratica di Germania (CDU), dal Partito Socialdemocratico di Germania (SPD) e dall’Unione Cristiano-sociale in Baviera (CSU) – prevede di emettere circa 55 miliardi di euro di debito solo per gli investimenti infrastrutturali con l’obiettivo di migliorare le strutture in stato di degrado, tra cui reti di trasporto pubblico, ospedali e reti energetiche. L’idea di investire in deficit sospendendo i severi vincoli fiscali è finalizzata a risollevare l’economia tedesca, schiacciata dalle ingenti spese energetiche – aggravate ora con il conflitto in Medio Oriente – e dai dazi imposti dall’amministrazione Trump. Tuttavia, nonostante gli stimoli fiscali, la più grande economia europea rimane stagnante dopo due anni di recessione nel 2023-2024. Allo stesso tempo, l’iniziativa dell’esecutivo tedesco è al vaglio critico del settore imprenditoriale, in quanto si prevede che gli interessi sul debito federale raddoppieranno quasi, passando da 42 miliardi di euro il prossimo anno a 81 miliardi di euro entro il 2030.

La strategia di indebitamento del governo tedesco era stata predisposta in anticipo quando, nel marzo del 2025, il Parlamento tedesco aveva approvato una riforma per la modifica della Costituzione che permetteva di sospendere parzialmente la regola del “freno al debito” che la Germania si è autoimposta a partire dal 2009. Per anni lo Stato tedesco ha perseguito una politica rigorista, fondata su una cieca austerità di bilancio, prescritta anche agli altri Paesi europei, il cui effetto non è stato altro che quello di comprimere la domanda interna – anche attraverso la svalutazione dei salari – per spingere le esportazioni. Ora però che l’economia tedesca ha subito un brusco rallentamento, Berlino ha rapidamente cambiato rotta, non per aumentare gli investimenti in voci della spesa pubblica quali sanità o istruzione o a favore delle imprese, bensì per le spese militari, d’intesa con le politiche di riarmo di Bruxelles. Ma non è la prima volta che Berlino sconfessa la sua stessa linea politica in materia fiscale, aggirando i vincoli di bilancio: già nel 2023 era emerso come il governo tedesco facesse ricorso sistematicamente ai cosiddetti “bilanci ombra”, scorporando alcune voci di spesa dal deficit attraverso il meccanismo dei “fondi speciali”. Un artificio contabile giudicato incostituzionale dalla Corte costituzionale federale tedesca di Karlsruhe. Proprio in seguito a tale sentenza, il governo dello Stato teutonico ha cominciato a prospettare la possibilità di sospendere il freno al debito, fino poi a giungere alla modifica della Costituzione nel 2025.

Secondo il FT, l’associazione di categoria BDI (la principale confederazione dell’industria tedesca) ha definito allarmante il volume dell’indebitamento sovrano a causa degli elevati costi del servizio del debito. Tuttavia, il ministro delle Finanze Lars Klingbeil ha respinto le accuse, sostenendo che un rigoroso equilibrio fiscale è incompatibile con gli sforzi per contrastare il presidente russo Vladimir Putin. La “minaccia russa” è diventata, dunque, l’“occasione” per ritrattare la nota austerità tedesca e permettere alla Germania di provare a rilanciarsi come potenza militare.

Germania, spari in un liceo bavarese: diversi feriti

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Una sparatoria nel liceo Welfen-Gymnasium di Schongau, nello stato tedesco della Baviera, ha causato diversi feriti. Il numero esatto delle persone coinvolte e la gravità delle lesioni riportate sono in fase di accertamento. Secondo il media tedesco Bild, ci sarebbero almeno 4 feriti gravi. La polizia, giunta sul posto con 15 pattuglie, ha arrestato il presunto autore della sparatoria. Si attendono aggiornamenti.

Senza glutine non significa sano: cosa c’è davvero nei biscotti industriali gluten-free

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In tutto il mondo si sta diffondendo la dieta senza glutine (gluten-free), anche tra coloro che non soffrono di celiachia, ossia di allergia alla proteina del grano, il glutine. Secondo i suoi sostenitori questo tipo di alimentazione sarebbe più salutare e aiuterebbe a perdere peso e a migliorare lo stato di salute. In realtà le cose non stanno affatto così. Oggi abbiamo scelto di analizzare e approfondire in particolare uno dei cibi simbolo del senza glutine, i biscotti. 
In Italia il mercato dei prodotti senza glutine vale oggi circa 400 milioni di euro, con una crescita stimata tra il ...

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Gravi inondazioni hanno colpito la Cina: centinaia di migliaia di sfollati

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L’impatto del tifone Maysak sulla Cina continentale ha costretto il governo centrale della Repubblica popolare ha dichiarare lo stato di emergenza per alluvioni di livello 1. Da sabato 4 luglio, il transito del tornado, che ha inizialmente interessato le aree settentrionali del Vietnam e l’isola cinese di Hainan, si è abbattuto sulla regione autonoma meridionale del Guangxi e ha causato gravi danni alle infrastrutture e alla popolazione. Secondo le stime riportate dall’agenzia di stampa cinese Xinhua, 63 contee distribuite su tutto il territorio provinciale sono state interessate dalle violente precipitazioni degli scorsi giorni: al momento si registrano sei vittime, undici dispersi e 130.000 evacuazioni.

La contea di Hengzhou, che sorge a pochi chilometri dalla capitale del Guangxi Nanning, è stata particolarmente colpita: più di 80.000 persone sono state interessate dal disastro, 50.000 sono state sfollate e ricollocate. Anche la provincia centrale dello Hubei è stata colpita dai forti temporali e dalle raffiche di vento e anche qui le conseguenze sono state particolarmente drammatiche: undici le vittime, un disperso e migliaia le persone sfollate.L’impatto del tifone, specialmente nella provincia dello Hubei, ha colpito di sorpresa la cittadinanza. Difatti, l’arrivo di una tale perturbazione è un evento abbastanza raro, ma motivato in questo caso dallo scontro tra le correnti monsoniche di aria calda dirette verso sud e il tifone Maysak debilitato dopo il transito sulla provincia del Guangxi.La violenza dei rovesci ha generato inoltre una frana nella contea di Tangchang, nella provincia nordoccidentale del Gansu. Secondo le autorità, intorno alle 7 di martedì 7 luglio, la frana avrebbe interessato un intero villaggio e ha ucciso ventuno lavoratori forestali rimasti intrappolati sotto le macerie. Il ministero per la Gestione delle Emergenze ha dichiarato il livello IV di allerta e sono stati stanziati 30 milioni di RMB (circa 4 milioni di euro) per far fronte alla calamità naturale.

Il presidente della Repubblica Popolare Xi Jinping ha esortato a compiere ogni sforzo possibile nella gestione dell’emergenza e nell’organizzazione degli aiuti umanitari, nella cura delle persone ferite e nella ricollocazione degli sfollati. Inoltre ha fatto un appello ai governi locali per monitorare le inondazioni ed analizzare lo stato infrastrutturale dei bacini idrici con il fine di eliminare i futuri rischi provenienti da fiumi e laghi. Difatti, secondo quanto dichiarato dal ministero delle Risorse Idriche, solo nel Guangxi, sono più di sessanta i corsi d’acqua che hanno superato il livello di controllo degli argini. Il governo centrale ha stanziato circa 13 milioni di euro, finalizzati al ripristino delle strade, degli impianti idrici e delle infrastrutture pubbliche situate nella regione. Inoltre, Il Dipartimento organizzativo del Comitato centrale del Partito Comunista cinese ha stanziato ulteriori 8 milioni di euro provenienti dalle quote del partito per finanziare operazioni di soccorso e di controllo in tutte le aree colpite. In migliaia, tra vigili del fuoco, agenti della polizia armata popolare e altre squadre specializzate sono intervenuti per gestire le operazioni di evacuazione e cura delle vittime.

Le conseguenze sulle attività commerciali e agricole sono state nefaste. La contea di Hengzhou, tra le più colpite dall’alluvione, è il principale produttore mondiale di tè al gelsomino, con più di 12.000 ettari di coltivazioni. Secondo gli agricoltori dell’area, erano previste più di 150.000 tonnellate di raccolto per questa stagione, ma il tifone, che si è abbattuto proprio durante i giorni di picco della raccolta, ne ha impossibilitato l’operazione. Per ettaro, si stimano perdite tra gli 8.000 e i 10.000 euro. L’alluvione, inoltre, ha generato un’ulteriore problema alla popolazione colpita nell’area del villaggio di Wu Zhi: un allevamento di circa 900 serpenti è stato sbaragliato dalla tormenta e gli animali sarebbero fuggiti disperdendosi nella zona.

Sebbene la potenza di Maysak stia gradualmente diminuendo, gli abitanti dell’area non possono ancora tirare un sospiro di sollievo. Se da un lato le piogge continueranno ad interessare la zona come conseguenza della tormenta, dall’altro si aspetta l’arrivo del super tifone Bavi, che dopo aver colpito le Marianne, si sta dirigendo a più di 290 km/h verso l’isola di Taiwan e la Cina meridionale.

Grosseto, dottoressa vince in tribunale: il danno da vaccino è infortunio sul lavoro

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Una vaccinazione eseguita durante l’emergenza pandemica, il peggioramento delle condizioni di salute, il diniego dell’INAIL e, infine, il ricorso in tribunale. È la vicenda che ha portato il Tribunale del Lavoro di Grosseto a riconoscere come infortunio sul lavoro le conseguenze riportate da una dottoressa, assistente sociale dell’INAIL, dopo la seconda somministrazione del vaccino anti-Covideffettuata durante l’orario di servizio. Una decisione che, nel caso concreto, riconosce sia il nesso causale tra la vaccinazione e le patologie accertate sia il requisito dell’«occasione di lavoro», ribaltando la posizione dello stesso Istituto che aveva respinto la richiesta di indennizzo.

La sentenza non modifica la normativa vigente né costituisce un precedente vincolante, ma riporta al centro del dibattito il riconoscimento degli effetti avversi della vaccinazione anti-Covid nell’ambito della tutela assicurativa dei lavoratori. Il testo integrale non è ancora stato reso pubblico, ma le motivazioni ricostruite dalla stampa delineano una decisione destinata ad alimentare il confronto sulle conseguenze giuridiche delle campagne vaccinali. Secondo quanto riportato da Il Tirreno, l’assistente sociale prestava servizio durante l’emergenza sanitaria a stretto contatto con utenti fragili. In ragione della propria attività, aveva avuto accesso prioritario alla campagna vaccinale riservata agli operatori maggiormente esposti: il 18 febbraio 2021 aveva ricevuto la prima dose del vaccino Pfizer senza particolari conseguenze, mentre l’11 marzo si era sottoposta alla seconda vaccinazione durante l’orario di lavoro, con autorizzazione dell’ente. Dopo la seconda dose erano però insorte gravi complicazioni che avevano spinto la dipendente a chiedere all’INAIL il riconoscimento dell’infortunio sul lavoro. L’Istituto aveva respinto la domanda sostenendo che il rischio connesso alla vaccinazione dovesse essere considerato un rischio generico, comune all’intera collettività, e non un rischio specificamente collegato all’attività professionale. Da qui il ricorso davanti al Tribunale del Lavoro di Grosseto, assistita dall’avvocato Domenico Finamore.

L’elemento decisivo del procedimento è stato l’esito della consulenza tecnica d’ufficio disposta dal giudice. Sulla base delle conclusioni del consulente, alla lavoratrice è stato riconosciuto un indennizzo in rendita per un danno biologico permanente quantificato nel 20%. Secondo la CTU, le patologie riscontrate sarebbero riconducibili, con un elevato grado di probabilità scientifica, alla vaccinazione anti-Covid. La consulenza ha individuato una neuropatia delle piccole fibre, gli esiti di una pericardite post-vaccinale, una sindrome ansioso-depressiva conseguente al peggioramento delle condizioni di salute, oltre a ipoacusia neurosensoriale bilaterale e acufeni. Proprio sulla base di tali conclusioni, il giudice avrebbe ritenuto dimostrato il nesso causale necessario per il riconoscimento della tutela assicurativa. Va tuttavia precisato che né la consulenza tecnica né il testo integrale della sentenza risultano, allo stato, pubblicamente disponibili e che i contenuti della decisione sono ricostruiti sulla base delle informazioni riportate dalla stampa locale.

L’aspetto più rilevante della pronuncia riguarda, però, il piano giuridico. Il Tribunale non si sarebbe limitato a riconoscere il nesso causale tra la vaccinazione e le patologie riscontrate, ma avrebbe ritenuto integrato anche il requisito dell’«occasione di lavoro», elemento fondamentale della disciplina assicurativa INAIL. Secondo quanto emerso, il collegamento tra vaccinazione e attività lavorativa deriverebbe dall’esposizione professionale della dipendente, dall’accesso prioritario alla campagna vaccinale proprio in ragione della mansione svolta e dalla somministrazione avvenuta durante l’orario di servizio. La decisione resta comunque circoscritta al caso concreto e, trattandosi di una sentenza di primo grado, potrà essere eventualmente impugnata. Resta ora da capire se l’INAIL deciderà di proporre appello.

Indagine UE su partiti di estrema destra

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Il Parlamento europeo ha attivato – con 414 voti a favore, 224 contrari e 18 astensioni – le funzioni dell’Autorità per i partiti politici europei. Quest’ultima sarà chiamata a verificare il rispetto dei valori fondanti dell’UE da parte del gruppo di destra Europa delle Nazioni Sovrane (ESN), requisito necessario per mantenere la registrazione a Strasburgo e continuare ad accedere ai finanziamenti di Bruxelles. I principali partiti che compongono l’ESN sono i tedeschi di AfD, i francesi di Reconquête e Futuro Nazionale di Roberto Vannacci. Quest’ultimo si è scagliato contro i partiti italiani che hanno sostenuto l’iniziativa europea, incluso Forza Italia. Lega e Fratelli d’Italia hanno invece votato contro.

Iran, violato il cessate il fuoco: attacchi USA nella notte, Teheran risponde con missili

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Nella notte, gli USA hanno lanciato una serie di «potenti attacchi» contro l’Iran, dopo che ieri alcune imabrcazioni in transito nello Stretto di Hormuz sono state attaccate. Le forze armate USA hanno fatto sapere che si è trattato di attacchi mirati, per impedire all’Iran di «continuare ad attaccare il commercio internazionale» nello Stretto. In risposta, l’Iran ha preso di mira basi statunitensi nel Golfo, minacciando di intraprendere ulteriori «azioni decisive» per salvaguardare la sicurezza nazionale. Questa mattina, dal summit NATO di Ankara in corso, Trump ha dichiarato: «penso che il cessate il fuoco sia finito».

Nella giornata di ieri tre navi hanno subito attacchi mentre stavano transitando da Hormuz. Si tratta della M/T Al Rekayyat, battente bandiera delle Isole Marshall, della M/T Weydan, battente bandiera dell’Arabia Saudita, e della M/T Cyprus Prosperity, battente bandiera della Liberia. Il CENTCOM, il Comando centrale delle forze armate USA, ha detto che nel corso degli attacchi sono stati colpiti 80 obiettivi con munizioni di precisione, come «risposta immediata agli ultimi attacchi iraniani contro navi commerciali in transito nello Stretto di Hormuz». Il Comando riferisce che sono stati colpiti sistemi di difesa aerei, reti di comando e controllo, postazioni radar costiere, capacità missilistiche anti-nave e «oltre 60 piccole imbarcazioni del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche all’interno e in prossimità dello Stretto», al fine di «ridurre la capacità dell’Iran di continuare ad attaccare il commercio internazionale che transita attraverso questo corridorio commerciale». In risposta agli attacchi, i pasdaran hanno riferito di aver lanciato missili e droni contro 85 siti presso «importanti strutture militari statunitensi», in particolare contro la Quinta Flotta USA in Bahrein e contro la base aerea Ali Al-Salem in Kuwait.

Media locali riportano di esplosioni nelle città portuali di Bandar Abbas e Sirik, che affaccia sullo Stretto, oltre che sull’isola di Qeshm. Il portavoce del parlamento iraniano, Ghalibaf, ha definito quelle statunitensi «gravi violazioni» del memorandum siglato lo scorso 17 giugno: «l’era del bullismo e dell’estorsione è finita» ha dichiarato, aggiungendo «noi non ci pieghiamo». Nelle scorse ore, il viceministro per gli Affari Esteri iraniano, Gharibabadi, aveva accusato gli USA di aver annullato una clausola del Memorandum d’intesa che annullava le sanzioni per la vendita di petrolio iraniano, violando così i patti tra le due parti. Inoltre, «nelle ultime tre settimane, gli Stati Uniti, a causa delle azioni del regime sionista in Libano e delle dichiarazioni minacciose contro l’Iran, hanno ripetutamente violato gli articoli 1 e 2 del Memorandum d’Intesa». Il viceministro ha quindi avvertito che «l’Iran, pur esprimendo un serio avvertimento riguardo alle conseguenze della violazione del patto da parte degli Stati Uniti, adotterà misure decise per salvaguardare i propri interessi e la sicurezza nazionale».

Proprio il viceministro aveva messo in guardia i Paesi occidentali dalle azioni intraprese nello Stretto di Hormuz. In risposta a una dichiarazione congiunta di Francia e Regno Unito, nella quale lo Stretto era definito una «arteria vitale» per l’economia globale e nella quale era stata annunciata una collaborazione con l’Oman per assicurare la sicurezza del transito, il viceministro aveva ricordato che l’Iran è «responsabile e garante della sicurezza nello Stretto» e aveva messo in guardia gli altri Paesi da «qualsiasi mossa militare»: «lo Stretto di Hormuz non è un campo di parata per le dimostrazioni militari delle potenze extra-regionali», aveva dichiarato.

Da Ankara, intanto, il segretario generale dell’Alleanza, Mark Rutte, ha dichiarato che a suo parere gli attacchi statunitensi avvenuti nella notte sono stati «assolutamente necessari», per via delle violazioni del cessate il fuoco compiute dall’Iran con gli attacchi alle navi nello Stretto. «È fondamentale che gli USA reagiscano con la forza», ha aggiunto. «Sono malati, sono guidati da persone malate», ha dichiarato il presidente USA Trump, aggiungendo: «credo che il cessate il fuoco sia finito».

Truffa ed evasione fiscale: arrestato Mario Adinolfi

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Nelle prime ore di questa mattina la guardia di finanza ha notificato un ordine di custodia cautelare a Mario Adinolfi, leader di Popolo della Famiglia e giornalista, per i reati di truffa ed evasione fiscale. Al centro delle indagini vi è la “Scommessa Collettiva”, circuito attraverso il quale sarebbero stati raccolti milioni di euro da soggetti privati, cui venivano promessi alti rendimenti su scommesse sportive. Il danno prodotto ammonterebbe intorno ai 5 milioni di euro, mentre altri 400 mila sarebbero il risultato dell’evasione fiscale.