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Iran, violato il cessate il fuoco: attacchi USA nella notte, Teheran risponde con missili

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Nella notte, gli USA hanno lanciato una serie di «potenti attacchi» contro l’Iran, dopo che ieri alcune imabrcazioni in transito nello Stretto di Hormuz sono state attaccate. Le forze armate USA hanno fatto sapere che si è trattato di attacchi mirati, per impedire all’Iran di «continuare ad attaccare il commercio internazionale» nello Stretto. In risposta, l’Iran ha preso di mira basi statunitensi nel Golfo, minacciando di intraprendere ulteriori «azioni decisive» per salvaguardare la sicurezza nazionale. Questa mattina, dal summit NATO di Ankara in corso, Trump ha dichiarato: «penso che il cessate il fuoco sia finito».

Nella giornata di ieri tre navi hanno subito attacchi mentre stavano transitando da Hormuz. Si tratta della M/T Al Rekayyat, battente bandiera delle Isole Marshall, della M/T Weydan, battente bandiera dell’Arabia Saudita, e della M/T Cyprus Prosperity, battente bandiera della Liberia. Il CENTCOM, il Comando centrale delle forze armate USA, ha detto che nel corso degli attacchi sono stati colpiti 80 obiettivi con munizioni di precisione, come «risposta immediata agli ultimi attacchi iraniani contro navi commerciali in transito nello Stretto di Hormuz». Il Comando riferisce che sono stati colpiti sistemi di difesa aerei, reti di comando e controllo, postazioni radar costiere, capacità missilistiche anti-nave e «oltre 60 piccole imbarcazioni del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche all’interno e in prossimità dello Stretto», al fine di «ridurre la capacità dell’Iran di continuare ad attaccare il commercio internazionale che transita attraverso questo corridorio commerciale». In risposta agli attacchi, i pasdaran hanno riferito di aver lanciato missili e droni contro 85 siti presso «importanti strutture militari statunitensi», in particolare contro la Quinta Flotta USA in Bahrein e contro la base aerea Ali Al-Salem in Kuwait.

Media locali riportano di esplosioni nelle città portuali di Bandar Abbas e Sirik, che affaccia sullo Stretto, oltre che sull’isola di Qeshm. Il portavoce del parlamento iraniano, Ghalibaf, ha definito quelle statunitensi «gravi violazioni» del memorandum siglato lo scorso 17 giugno: «l’era del bullismo e dell’estorsione è finita» ha dichiarato, aggiungendo «noi non ci pieghiamo». Nelle scorse ore, il viceministro per gli Affari Esteri iraniano, Gharibabadi, aveva accusato gli USA di aver annullato una clausola del Memorandum d’intesa che annullava le sanzioni per la vendita di petrolio iraniano, violando così i patti tra le due parti. Inoltre, «nelle ultime tre settimane, gli Stati Uniti, a causa delle azioni del regime sionista in Libano e delle dichiarazioni minacciose contro l’Iran, hanno ripetutamente violato gli articoli 1 e 2 del Memorandum d’Intesa». Il viceministro ha quindi avvertito che «l’Iran, pur esprimendo un serio avvertimento riguardo alle conseguenze della violazione del patto da parte degli Stati Uniti, adotterà misure decise per salvaguardare i propri interessi e la sicurezza nazionale».

Proprio il viceministro aveva messo in guardia i Paesi occidentali dalle azioni intraprese nello Stretto di Hormuz. In risposta a una dichiarazione congiunta di Francia e Regno Unito, nella quale lo Stretto era definito una «arteria vitale» per l’economia globale e nella quale era stata annunciata una collaborazione con l’Oman per assicurare la sicurezza del transito, il viceministro aveva ricordato che l’Iran è «responsabile e garante della sicurezza nello Stretto» e aveva messo in guardia gli altri Paesi da «qualsiasi mossa militare»: «lo Stretto di Hormuz non è un campo di parata per le dimostrazioni militari delle potenze extra-regionali», aveva dichiarato.

Da Ankara, intanto, il segretario generale dell’Alleanza, Mark Rutte, ha dichiarato che a suo parere gli attacchi statunitensi avvenuti nella notte sono stati «assolutamente necessari», per via delle violazioni del cessate il fuoco compiute dall’Iran con gli attacchi alle navi nello Stretto. «È fondamentale che gli USA reagiscano con la forza», ha aggiunto. «Sono malati, sono guidati da persone malate», ha dichiarato il presidente USA Trump, aggiungendo: «credo che il cessate il fuoco sia finito».

Truffa ed evasione fiscale: arrestato Mario Adinolfi

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Nelle prime ore di questa mattina la guardia di finanza ha notificato un ordine di custodia cautelare a Mario Adinolfi, leader di Popolo della Famiglia e giornalista, per i reati di truffa ed evasione fiscale. Al centro delle indagini vi è la “Scommessa Collettiva”, circuito attraverso il quale sarebbero stati raccolti milioni di euro da soggetti privati, cui venivano promessi alti rendimenti su scommesse sportive. Il danno prodotto ammonterebbe intorno ai 5 milioni di euro, mentre altri 400 mila sarebbero il risultato dell’evasione fiscale.

In Italia, dal 2021 a oggi, i salari reali sono calati del 6,1%

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L’occupazione cresce, il potere d’acquisto cala. È questa, in breve, la fotografia dell’Italia secondo l’OCSE, l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo, nel suo ultimo rapporto sulle prospettive occupazionali. Da un lato, l’occupazione ha quasi sfiorato il tetto del 63%, un massimo storico per il nostro Paese – seppure uno dei valori più bassi dell’area OCSE, la cui media è del 72,1%. Dall’altro, negli ultimi cinque anni i salari reali sono calati del 6,1%, «il divario più ampio tra le grandi economie» dell’area. A erodere il potere d’acquisto degli italiani è l’inflazione. E per il 2026 non si prospettano inversioni di tendenza, dopo che i primi mesi dell’anno sono stati segnati dalla crisi energetica globale. A spingere il calo dei salari reali sono anche i «limitati rinnovi dei contratti collettivi in programma».

Nei primi tre mesi del 2026 i salari reali sono cresciuti dell’1,3%, ma ciò è avvenuto soprattutto per il calo dell’inflazione. Un dato esiguo, rispetto al divario che si è creato a partire dal 2021, il più ampio tra le 38 economie dell’area OCSE. E le prospettive per il prossimo futuro restano fosche: se le perturbazioni causate dal conflitto in Medio Oriente saranno limitate nel tempo, i salari reali caleranno di un ulteriore 0,9% nel 2026, per risalire solo dello 0,2% nel 2027, anche per via del limitato numero di rinnovi dei contratti collettivi previsti per il prossimo anno, oltre che per «la debolezza del mercato del lavoro».

Andamento dei salari reali nell’area OCSE, 2021-2026. Fonte: OCSE

Per quanto riguarda la disoccupazione, questa è scesa al 5% nel mese di maggio 2026, il minimo storico per l’Italia. Tuttavia, nel Paese persistono carenze strutturali, dovute «all’invecchiamento della popolazione, alla trasformazione digitale, alla transizione verso la neutralità carbonica e alla scarsa qualità dei posti di lavoro in alcuni settori». Tanto per dirne una, il divario occupazionale più marcato rispetto alla media OCSE persiste tra le donne e i giovani, mentre rimangono persistenti le disparità regionali. «Le prospettive occupazionali delle persone dipendono dal luogo in cui vivono» scrive l’Organizzazione, che riporta come nel quintile delle Regioni con il peggior risultato la disoccupazione è quattro volte superiore al dato delle Regioni nel quintile con i risultati migliori. E mentre Firenze rappresenta la provincia messa meglio da questo punto di vista, con un tasso occupazionale del 70%, Taranto occupa il polo opposto, con l’occupazione al di sotto del 40%. A chiudere l’analisi, vi è il fatto che il tasso di crescita occupazionale è notevolmente rallentato nell’ultimo anno, in contrasto con quanto avvenuto in altri Paesi dell’Europa meridionale.

Shein e Temu nel mirino: la Francia approva una legge contro l’ultra fast fashion

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L'ultra fast fashion è uno dei modelli di business che negli ultimi anni ha rivoluzionato il mercato dell'abbigliamento online, rendendo sempre più facile acquistare grandi quantità di vestiti a prezzi estremamente bassi. Per cercare di limitarne gli effetti negativi, il Parlamento francese ha approvato una legge che introduce nuove regole per piattaforme come Shein e Temu, con l'obiettivo di ridurre l'impatto ambientale dell'industria tessile, frenare la diffusione dei capi usa e getta e promuovere un consumo più sostenibile. 
I marchi classificati come ultra fast fashion saranno nello specif...

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Sri Lanka, scontri in carcere: almeno 25 morti e oltre 100 feriti

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Almeno 25 persone sono morte e circa 100 sono rimaste ferite in violenti scontri tra due gruppi di detenuti nel carcere di Negombo, a nord della capitale Colombo. Per ripristinare l’ordine all’interno dell’istituto è stato schierato l’esercito, a supporto della polizia. Decine di feriti sono stati trasportati negli ospedali della zona. Si tratta di uno dei più gravi episodi di violenza nelle carceri dello Sri Lanka degli ultimi anni.

Torino: la militarizzazione dell’area attorno ad Askatasuna è costata oltre 5 milioni di euro

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Nei primi sei mesi successivi allo sgombero di Askatasuna, lo Stato ha sostenuto una spesa superiore a 5,6 milioni di euro per mantenere un presidio permanente di polizia, carabinieri e guardia di finanza davanti all’ex centro sociale torinese, pari a oltre 31 mila euro al giorno. A denunciare i costi è il sindacato di polizia SIAP, secondo cui sono state impiegate 23.280 giornate/uomo, sottraendo agenti al controllo del territorio. Il Comune ha inoltre speso più di 300mila euro per mettere in sicurezza l’edificio. Una cifra destinata a riaccendere il confronto sullo sgombero dello scorso 18 dicembre e sulla scelta di mantenere un dispositivo di sicurezza straordinario attorno a una struttura ormai inutilizzata.

I dati diffusi hanno innescato un acceso dibattito che unisce, con motivazioni opposte, sindacati di polizia e realtà del quartiere Vanchiglia, dove ha sede l’edificio. L’ingente spesa sarebbe servita a garantire un monitoraggio costante, ventiquattr’ore su ventiquattro, con dieci agenti e mezzi blindati impegnati a presidiare la struttura. Per i rappresentanti del SIAP, «I numeri parlano da soli e certificano un “buco nero” ormai insostenibile, che grava sulle spalle di poliziotti e contribuenti». Da qui la proposta di far requisire lo stabile dal Demanio per abbatterlo, dato che i tempi per una riqualificazione pubblica appaiono lunghi. Il Comune sta comunque valutando un dialogo con le associazioni locali per un piano di recupero parziale del giardino e del piano terra, sebbene l’allentamento della vigilanza sia stato congelato dopo le tensioni del Primo maggio e in vista delle imminenti mobilitazioni estive. Dall’altra parte, i frequentatori dell’ex centro sociale parlano di uno «spreco assurdo di risorse» legato alla militarizzazione di una zona residenziale. Secondo gli attivisti, le risorse consumate per il presidio avrebbero dovuto finanziare i servizi di quartiere. L’accusa rivolta al Viminale è di aver imposto una strategia repressiva, trasformando lo stabile in un «fortino» inaccessibile, specchio di una linea dura che colpisce sia il dissenso urbano sia movimenti storici come i No Tav.

Per comprendere la spaccatura attuale occorre risalire al 18 dicembre 2025, giorno dello sgombero scattato ufficialmente come perquisizione. Tale passaggio era arrivato dopo mesi di pressioni politiche e polemiche intorno alle attività del centro sociale, da sempre uno dei principali luoghi di riferimento per i movimenti antagonisti torinesi, dal movimento No Tav alle mobilitazioni sociali e alle iniziative legate alla Palestina. Quella mattina il Comune dichiarò nullo il patto di collaborazione con i militanti per la riqualificazione dell’immobile. L’operazione ha visto un imponente dispiegamento di forze: decine di camionette, mezzi antisommossa e un cordone di agenti avevano isolato l’area fin dalle prime ore della mattina, con la chiusura temporanea delle scuole vicine e il blocco della circolazione in una parte consistente del quartiere. La decisione era giunta dopo forti pressioni del centrodestra, rinvigorite dalle polemiche per i danneggiamenti alla sede de La Stampa a fine novembre durante uno sciopero per la Palestina.

Nei giorni successivi, la militarizzazione della zona aveva alimentato ulteriori tensioni. Durante una manifestazione di protesta contro lo sgombero, migliaia di persone avevano attraversato il centro cittadino fino ad arrivare nei pressi di corso Regina Margherita, dove si erano verificati scontri con le forze dell’ordine, con l’utilizzo di lacrimogeni, idranti e cariche. Il presidio davanti ad Askatasuna è rimasto operativo anche dopo quegli episodi e in vista di nuove mobilitazioni, tra cui il Festival Alta Felicità in Val di Susa. A ogni modo, chi vive a Vanchiglia descrive una quotidianità alterata. Gli interventi hanno reso lo stabile inagibile, distruggendo impianti e laboratori interni prima di murare gli accessi. Le famiglie hanno denunciato il disagio delle pattuglie davanti alle scuole, con i residenti che lamentano la perdita di un importante presidio di welfare dal basso. Nonostante le dichiarazioni del sindacato di polizia FSP, secondo cui il 18 dicembre «il bene ha vinto contro il male assoluto», la chiusura ha tolto agli abitanti attività ricreative e spazi di aggregazione gratuiti.

Sul fronte giudiziario, la vicenda si intreccia con il processo d’appello nato dall’operazione “Sovrano”, che coinvolge 16 militanti del Movimento No Tav, di Askatasuna e dello Spazio Popolare Neruda. Al centro del procedimento ci sono una serie di proteste avvenute tra Torino e la Val di Susa, per le quali in primo grado era caduta l’accusa più pesante, quella di associazione a delinquere. La ripresa del dibattimento arriva dunque mentre resta aperto lo scontro politico e sociale sul ruolo (e sul destino) dell’ex centro sociale e sugli effetti, anche economici, dello sgombero.

Secondo i dati Copernicus i mari non erano stati mai così caldi da quando esistono rilevazioni

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I mari del pianeta non erano mai stati così caldi da quando esistono rilevazioni sistematiche. A certificarlo sono il Servizio relativo ai cambiamenti climatici di Copernicus e il Servizio marino di Copernicus, che hanno registrato il massimo riscaldamento oceanico mai osservato per questo periodo dell’anno. Secondo i dati diffusi dall’ente di monitoraggio europeo Copernicus, il 21 giugno la temperatura superficiale media globale del mare ha raggiunto 20,86°C, superando il precedente picco di 20,83°C registrato a giugno 2024. Nello stesso periodo, i valori medi riferiti all’arco temporale 1991-2020 non sfiorano nemmeno i 20,4°C. Incrementi apparentemente minimi ma in realtà già capaci di indurre effetti negativi misurabili.

Per gli esperti di Copernicus il nuovo record era atteso, specie alla luce della combinazione tra il riscaldamento globale di origine antropica e l’avvio di un nuovo episodio di El Niño, il fenomeno climatico legato al riscaldamento anomalo delle acque superficiali del Pacifico equatoriale. L’Organizzazione meteorologica mondiale ha annunciato l’insorgenza delle condizioni di El Niño il 2 giugno e, secondo i modelli stagionali di Copernicus, l’evento potrebbe raggiungere un’intensità che non si osserva da decenni. «Con le temperature oceaniche a questi livelli e El Niño all’orizzonte, è probabile che nei prossimi mesi assisteremo al superamento di ulteriori record di temperatura», ha dichiarato Carlo Buontempo, direttore del Servizio relativo ai cambiamenti climatici di Copernicus, sottolineando che le condizioni attuali potrebbero segnare l’ingresso in una nuova fase climatica. Il riscaldamento degli oceani rappresenta uno degli indicatori più significativi della crisi climatica. Secondo il Gruppo intergovernativo di esperti sul cambiamento climatico (IPCC), circa l’89% del calore in eccesso accumulato dal sistema climatico terrestre viene assorbito dagli oceani, mentre il restante contribuisce al riscaldamento delle terre emerse, della criosfera e dell’atmosfera. Questo processo è la conseguenza dello squilibrio energetico provocato in larga misura dalle emissioni di gas serra generate dall’attuale modello socioeconomico dominante.

Già nel 2024 da Copernicus segnalavano un’accelerazione del fenomeno. Dal 2005 il ritmo del riscaldamento oceanico è infatti aumentato da 0,58 a 1,05 watt per metro quadrato (W/m²). Le misurazioni relative al periodo 1993-2022 indicano un incremento medio di 0,75 W/m², segnale di una quantità crescente di energia termica immagazzinata negli oceani. Le conseguenze sono molteplici. Sempre secondo Copernicus, temperature marine più elevate mantengono più calda l’atmosfera, aumentano l’evaporazione e forniscono maggiore energia ai sistemi temporaleschi, favorendo precipitazioni estreme e alluvioni. Il riscaldamento delle acque contribuisce inoltre all’innalzamento del livello del mare, accelera lo scioglimento dei ghiacci e altera gli ecosistemi marini. Le ripercussioni sugli ecosistemi sono anzi già evidenti, soprattutto a spese degli organismi meno mobili, come coralli, gorgonie, ricci di mare, molluschi e spugne che, in alcuni casi, vanno in contro ad eventi di mortalità di massa. Il progressivo aumento della temperatura favorisce inoltre lo spostamento di numerose specie verso acque più fredde e modifica gli equilibri della pesca e delle economie costiere. Tra gli aspetti da attenzionare c’è in particolare il fenomeno delle ondate di calore marine, periodi prolungati durante i quali la temperatura del mare rimane eccezionalmente elevata. Dall’inizio del 2026, circa l’82% degli oceani del pianeta è stato interessato da questi eventi, mentre quasi la metà della superficie oceanica ha sperimentato ondate di calore classificate come intense o estreme. Tra le aree maggiormente colpite figura il Mar Mediterraneo. I dati del Servizio marino di Copernicus indicano che nella prima metà del 2026 quasi il 98% della superficie del Mediterraneo è stata interessata da ondate di calore marine, con una temperatura record di 24,34°C nel mese di giugno. Nel Mediterraneo occidentale, nello specifico, è stata segnalata un’anomalia termica media di 5°C sopra i valori normali.

Uno studio pubblicato sulla rivista Science Advances e condotto dal Cnr-Ismar e dalla Stazione Zoologica Anton Dohrn conferma le trasformazioni in corso. La ricerca ha ricostruito l’evoluzione dello stato degli oceani negli ultimi 25 anni, analizzando temperatura, salinità, correnti, rimescolamento delle acque e abbondanza di fitoplancton. Secondo i ricercatori, una volta isolate le oscillazioni naturali del sistema climatico, il riscaldamento della superficie marina risulta più rapido di quanto stimato in precedenza, con un incremento medio di circa 0,022°C all’anno, rispetto agli 0,014°C annui ricavati senza questa correzione. Lo studio evidenzia inoltre cambiamenti nelle principali correnti oceaniche, un’intensificazione degli scambi verticali delle acque e modifiche nella distribuzione del fitoplancton, microorganismo fondamentale perché costituisce la base della catena alimentare marina e contribuisce all’assorbimento dell’anidride carbonica. Il monitoraggio continuo delle temperature oceaniche – sottolineano in definitiva da Copernicus – rappresenta uno strumento essenziale per valutare l’evoluzione del cambiamento climatico e verificare i progressi verso gli obiettivi dell’Accordo di Parigi, che punta a limitare l’aumento della temperatura media globale a 1,5°C rispetto ai livelli preindustriali. Al momento, i nuovi record registrati confermano tuttavia che gli oceani stanno accumulando quantità sempre maggiori di calore, con effetti destinati a riflettersi sul clima, sugli ecosistemi marini e sulle attività umane.

Cosa sappiamo del mistero sulla presunta attentatrice di Monaco, ritrovata morta a Kiev

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A meno di una settimana dall’attentato che ha sconvolto il Principato di Monaco, la principale sospettata è stata trovata morta. Anastasiia Berezovska, la cittadina ucraina di 39 anni residente in Germania con un mandato internazionale per tentato omicidio, uso di esplosivi e associazione criminale, è stata rinvenuta senza vita nei pressi di Kiev, uccisa da alcuni colpi d’arma da fuoco intorno alle 23.00 del 6 luglio. Una svolta improvvisa che trasforma un’indagine già complessa in un caso ancora più oscuro. Ricercata dall’Interpol con l’accusa di aver organizzato l’attentato contro l’imprenditore ucraino Vadym Yermolaiev e la sua famiglia, Berezovska rappresentava la figura chiave dell’inchiesta. La sua morte priva ora gli investigatori della persona che avrebbe potuto chiarire la catena delle responsabilità, l’eventuale rete di complici, le fonti di finanziamento e l’identità di chi avrebbe ordinato l’attacco.

L’attentato risale al 29 giugno, quando un ordigno esplosivo collocato all’ingresso della residenza monegasca dell’imprenditore è stato fatto detonare a distanza mentre Vadym Yermolaiev stava rientrando insieme alla compagna Anna Nasobina e al figlio tredicenne della donna. La deflagrazione ha avuto conseguenze drammatiche. Secondo quanto riportato da Monaco-Matin, Nice-Matin e da altri media francesi, Nasobina avrebbe riportato lesioni devastanti, tanto da subire l’amputazione di entrambe le gambe, e le sue condizioni restano tuttora gravissime. Le immagini delle telecamere di sorveglianza hanno immortalato quello che, inizialmente, si credeva fosse un uomo, mentre depositava il dispositivo. Dopo cinquantatré ore di indagini, gli investigatori del Principato hanno identificato nella sospettata Anastasiia Berezovska, esperta nei travestimenti, la presunta attentatrice, ritenendo che fosse fuggita attraverso Francia, Italia, Svizzera e Germania prima di far perdere nuovamente le proprie tracce. Per questo, l’Interpol aveva emesso nei suoi confronti una Red Notice internazionale. Fin dalle prime fasi dell’inchiesta, tuttavia, i magistrati monegaschi avevano escluso l’ipotesi dell’azione solitaria: la preparazione dell’attentato, la sofisticazione dell’ordigno e la logistica della fuga lasciavano presumere il coinvolgimento di più persone. Secondo precedenti indiscrezioni riportate dai media ucraini, tra le ipotesi investigative figurerebbe anche un possibile coinvolgimento dei Servizi di Sicurezza Ucraini (SBU).

La scoperta del cadavere aggiunge ora nuovi interrogativi a quello che già si presentava come un mistero degno della migliore spy story. Gli investigatori riferiscono che Berezovska era rimasta fuori dall’Ucraina dal 22 marzo 2025 fino al 1° luglio 2026. Secondo quanto comunicato dalla Procura generale ucraina e riportato dai media locali, due uomini sono stati arrestati nell’ambito dell’inchiesta sull’omicidio: un ufficiale in servizio presso l’intelligence militare ucraina (HUR) e un ex appartenente alle forze dell’ordine. Secondo lo SBU, gli investigatori avrebbero ricostruito rapporti finanziari tra Berezovska e i due arrestati, documentati attraverso trasferimenti bancari e pagamenti in criptovalute. L’ufficiale dell’intelligence militare, inoltre, avrebbe confessato di aver ucciso la donna, sostenendo di aver agito di propria iniziativa e senza aver ricevuto alcun ordine ufficiale. Una versione che, almeno per ora, non è stata corroborata da elementi pubblici indipendenti e che lascia aperta la questione più delicata: se l’azione sia davvero riconducibile a un’iniziativa personale, oppure, se esistesse una rete più ampia dietro sia l’attentato sia il successivo omicidio della principale sospettata.

Anche il profilo della vittima designata contribuisce a rendere la vicenda particolarmente intricata. Vadym Yermolaiev, 58 anni, è uno degli imprenditori più facoltosi emersi nella Dnipro del capitalismo post-sovietico. Fondatore del gruppo Alef, con interessi che spaziano dall’edilizia all’agroalimentare, dall’immobiliare alla produzione, nel 2017 ha rinunciato alla cittadinanza ucraina ottenendo quella cipriota e, dall’inizio della guerra, si è trasferito stabilmente nel Principato di Monaco, entrando a far parte di quel gruppo di magnati ribattezzato dalla stampa ucraina il “battaglione di Monaco“. Nel 2023, il presidente Volodymyr Zelensky lo ha inserito nella lista delle sanzioni su richiesta dei servizi di sicurezza di Kiev, accusandolo di aver continuato a fare affari nei territori della Crimea occupati dalla Russia dopo il 2014, accuse che l’imprenditore ha sempre respinto. Secondo alcune ricostruzioni investigative, il vero obiettivo dell’attentato potrebbe essere stato il figlio Artur, coinvolto in un’inchiesta internazionale su una presunta rete di call center fraudolenti che avrebbe operato tra Ucraina, Turchia e Paesi dell’Unione europea, sottraendo alle vittime circa 100 milioni di euro attraverso falsi investimenti finanziari e piattaforme di trading online. Gli investigatori, infatti, non hanno ancora individuato un movente certo. Restano aperte diverse ipotesi, dal regolamento di conti a interessi economici fino a possibili collegamenti con le vicende che negli ultimi anni hanno coinvolto l’oligarca.

Francia, decade il divieto per Marine Le Pen: potrà candidarsi

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Marine Le Pen potrà partecipare alle elezioni presidenziali in programma in Francia il prossimo anno. Lo ha stabilito la Corte di appello di Parigi. I giudici, pur ritenendo la leader di estrema destra colpevole di appropriazione indebita di fondi del Parlamento europeo, hanno optato per la pena sospesa. Il periodo di ineleggibilità, ridotto a 15 mesi, è stato dunque già scontato. In serata Marine Le Pen dovrebbe sciogliere le riserve sulla sua presenza alle prossime elezioni.

Gadi Eisenkot, il “centrista” che sfida Netanyahu non sembra niente di meglio

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C’è chi lo presenta come l’uomo destinato ad archiviare l’era Netanyahu e a riportare Israele verso un centro politico più pragmatico. Ex capo di Stato maggiore delle Forze di difesa israeliane (IDF), Gadi Eisenkot ha fondato nel settembre 2025 il partito centrista Yashar! (“Dritto!”) dopo l’uscita dalla formazione di Benny Gantz e oggi si propone come il principale sfidante dell’attuale premier, forte di una rapida crescita nei sondaggi. Il profilo del militare sobrio, estraneo ai grandi scandali politici e segnato anche dalla perdita del figlio Gal, ucciso durante la guerra a Gaza nel 2023, gli ha consentito di intercettare una parte dell’elettorato deluso dall’attuale premier. L’immagine di “moderato” e di uomo del “cambiamento” si scontra, però, con una visione della sicurezza che, nei fatti, appare saldamente ancorata alla supremazia militare e all’uso della forza come principale strumento di deterrenza, in continuità con quella perseguita dai governi israeliani degli ultimi decenni.

Sessantasei anni, figlio di immigrati ebrei marocchini, Eisenkot ha costruito la propria carriera all’interno dell’esercito, fino a diventarne capo di Stato maggiore tra il 2015 e il 2019. Dopo l’attacco del 7 ottobre 2023, entrò nel governo di emergenza e nel gabinetto di guerra di unità nazionale, salvo uscirne alcuni mesi dopo criticando la gestione del conflitto da parte di Netanyahu e accusandolo di non avere una strategia per il dopoguerra a Gaza e di gestire il conflitto secondo logiche politiche. Da allora, ha progressivamente costruito la propria candidatura a premier, lanciando il partito Yashar e proponendosi come leader capace di ricomporre le profonde divisioni interne che attraversano Israele. Ha promesso una commissione d’inchiesta indipendente sugli eventi del 7 ottobre, una riforma del servizio militare e un governo “per tutti gli israeliani”. Sul piano strategico, però, le differenze con Netanyahu appaiono molto più sfumate. Eisenkot considera oggi irrealistica, nelle attuali condizioni, la nascita di uno Stato palestinese e sostiene una linea di estrema fermezza nei confronti di Hamas, Hezbollah e Iran, criticando anzi Netanyahu per avere in alcune circostanze subordinato eccessivamente le decisioni militari alle richieste di Washington.

È proprio sul terreno militare che emerge l’aspetto più controverso della figura di Eisenkot. Il generale è, infatti, considerato l’ideatore della cosiddetta “dottrina Dahiya”, elaborata dopo la guerra del Libano del 2006, quando era comandante del fronte settentrionale dell’IDF. Il principio è semplice quanto radicale: rispondere agli attacchi dei gruppi armati con una forza sproporzionata, colpendo in maniera estesa anche infrastrutture civili nei territori da cui operano i miliziani, allo scopo di creare un effetto deterrente. Il nome deriva dal quartiere Dahieh di Beirut, roccaforte di Hezbollah, devastato dai bombardamenti israeliani. Nell’ottobre 2008, Eisenkot spiegò apertamente che ciò che era accaduto a Dahiya sarebbe potuto accadere «a ogni villaggio da cui venga aperto il fuoco contro Israele», aggiungendo che quelle località non dovevano essere considerate semplici villaggi civili, ma vere e proprie basi militari e parlando esplicitamente di “forza sproporzionata”. La strategia è stata duramente criticata da numerosi giuristi e organizzazioni internazionali, secondo cui rischia di entrare in conflitto con il principio di proporzionalità previsto dal diritto internazionale umanitario.

L’etichetta di “centrista” rischia così di diventare fuorviante. Se Netanyahu ha incarnato la linea dura della destra israeliana, Eisenkot ne condivide alcuni dei presupposti fondamentali sul piano militare e strategico. Dietro il linguaggio più misurato (che fa a meno di personaggi come Smotrich o Ben Gvir), e un profilo meno divisivo, sopravvive la stessa convinzione che la sicurezza di Israele passi attraverso la superiorità militare e il ricorso a una forza schiacciante. Più che l’inizio di una nuova stagione politica, la sua eventuale ascesa potrebbe rappresentare un cambio di interprete, lasciando pressoché immutata la sceneggiatura.