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Bari, indagati per bancarotta fraudolenta Aurelio e Luigi De Laurentiis

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La Guardia di Finanza sta perquisendo le sedi di Napoli, Bari e Filmauro nell’ambito di un’inchiesta della Procura di Bari per false comunicazioni sociali e bancarotta fraudolenta. Sotto accusa sono i vertici societari Aurelio e Luigi De Laurentiis, rispettivamente presidente del Napoli e amministratore unico del Bari. La Procura contesta al Bari un disavanzo di circa 30 milioni di euro e ipotizza irregolarità nel bilancio 2024. Al centro dell’indagine anche la valutazione del cartellino del giocatore Elia Caprile, ceduto al Napoli per 2,2 milioni e poi al Cagliari per 8 milioni: secondo gli inquirenti sarebbe stato sottostimato.

La campagna di finanziamento de L’Indipendente è stata un grande successo

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Nelle scorse settimane L’Indipendente ha venduto una parte delle sue quote, per la precisione il 18,18% delle azioni societarie. Lo abbiamo fatto attraverso un’operazione di equity crowdfunding, ossia una campagna di finanziamento collettivo tramite la cessione di quote a piccoli azionisti. L’obiettivo era raccogliere una somma compresa tra 250 e 500 mila euro in un mese: abbiamo raggiunto il traguardo massimo e sono bastati 12 giorni. Un risultato clamoroso, a detta degli stessi esperti di finanza, che ha superato praticamente tutte le operazioni analoghe fatte da aziende di qualsiasi tipo che operano in settori considerati ben più redditizi del giornalismo, come la produzione di bevande o l’immobiliare.

Gli oltre 600 investitori che hanno acquistato quote de L’Indipendente non lo hanno fatto perché abbiamo chiesto loro di “aiutare” il giornale, ma a fini di puro investimento: evidentemente convinti che, dal punto di vista economico, fosse una buona idea investire una parte dei propri risparmi in un’azienda con importanti prospettive di crescita, nella convinzione che una piccola quota societaria possa in futuro generare utili o essere rivenduta a un valore maggiore. L’Indipendente, infatti, non è in crisi e non ha alcun problema di conti. Tutt’altro. Dalla fondazione a oggi, il numero dei lettori abbonati è cresciuto costantemente, il fatturato è aumentato in media del 25% l’anno ed è sempre stato completamente reinvestito per potenziare l’attività giornalistica. Il tutto senza avere nemmeno un euro di esposizione con le banche.

In un panorama di giornali in perenne stato di crisi, costretti a elemosinare sostegno ai lettori, finanziamenti alle banche, soldi pubblici al governo e marchette alle aziende, il nostro giornale è ormai un caso di studio editoriale a livello italiano e non solo. Quel piccolo progetto utopico che abbiamo fondato cinque anni fa – senza pubblicità, senza padrini né padroni, senza fondi pubblici – continua a crescere e rappresenta ormai una solida realtà del giornalismo italiano. Partendo da zero siamo diventati tutto questo: un quotidiano online autorevole da 3 milioni di pagine lette al mese; un’applicazione scaricata da oltre 100 mila persone; una comunità social da mezzo milione di utenti; un mensile d’inchiesta e una casa editrice di libri coraggiosi, con 26 mila copie vendute in due anni. Il tutto con bilanci solidi e nessun debito: un’impresa resa possibile da oltre 10 mila abbonati, in costante crescita.

La domanda ora sorgerà giustamente spontanea in molti lettori: se non c’era bisogno di liquidità, perché avete venduto parte della società? Perché abbiamo molte idee in cantiere e perché vogliamo continuare a crescere, in modo più rapido e strutturato. L’ingresso di nuovi capitali ci permetterà di diventare un media ancora più forte, più letto e capace di incidere nel dibattito pubblico, oltre che di avviare diverse iniziative. Una di queste è già cominciata: si tratta della campagna di marketing de L’Indipendente con un testimonial di livello nazionale come Maccio Capatonda

 

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Oltre a ciò, presto si svolgerà il primo Festival de L’Indipendente, un appuntamento di più giorni, dal vivo, in cui redazione e la comunità dei nostri lettori si incontreranno insieme a tanti ospiti. Ancora qualche settimana e arriverà l’annuncio ufficiale, ma è quasi tutto definito: la trattativa con la coraggiosa amministrazione comunale che ha deciso di ospitarci è pressoché conclusa e possiamo preannunciare che il Festival si svolgerà tra meno di un anno, nella primavera del 2027.

Infine, avvieremo una sezione podcast all’interno della nostra piattaforma informativa. Un’iniziativa che partirà a settembre 2026, pensata per raggiungere nuove fasce di pubblico, allargando la nostra offerta anche nel tipo di forme comunicative adottate.

Quindi, in definitiva, abbiamo venduto una parte delle quote ai lettori per non doverci mai vendere davvero, per continuare a crescere nell’unico modo che ci interessa: senza piegarci alle logiche di mercato e dei grandi poteri economici e politici. E con l’unico obiettivo che ci guida dal primo giorno: fare giornalismo semplicemente alla ricerca della verità e in difesa dell’interesse pubblico, onorando quel ruolo di “cane da guardia della democrazia” che molti altri giornali hanno smarrito, preferendo diventare cagnolini da compagnia del potere.

Maxi operazione globale contro la tratta di esseri umani: oltre mille arresti in 59 Paesi

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Un vasto coordinamento internazionale ha colpito una delle più ampie reti criminali legate alla tratta di esseri umani degli ultimi anni. Svoltasi nel mese di giugno, l’operazione “GLOBAL CHAIN”, coordinata da Europol insieme a Frontex e Interpol nell’ambito EMPACT, ha coinvolto 59 Paesi con Austria guida e Romania co-leader. Il blitz ha portato a 1.024 arresti e all’identificazione di 2.070 potenziali vittime, con 334 persone accusate di tratta e 690 per reati connessi, oltre a nuove indagini e casi di frode documentale. Sono stati inoltre individuati 201 ulteriori sospetti, mentre le vittime includono 1.908 adulti e 162 minori, con prevalenza di sfruttamento sessuale e provenienza soprattutto da America Latina e Asia.

L’azione congiunta ha visto schierati oltre 40mila unità tra forze di polizia, guardie di frontiera, ispettorati del lavoro e autorità fiscali e doganali, concentrandosi sulla tratta a scopo di sfruttamento sessuale, criminalità forzata e accattonaggio forzato. In occasione delle operazioni sul campo sono stati controllati 565.470 individui, 360.317 documenti d’identità, 140.737 veicoli, 20.342 sedi e 6.133 tra voli e imbarcazioni. Sono state aperte 465 nuove indagini e scoperti 80 casi di frode documentale, a dimostrazione della complessità e della capillarità delle reti criminali colpite. A precedere la fase operativa è stata un’attività di intelligence digitale di grande rilevanza. Tra il 19 e il 20 maggio 2026, 32 Paesi hanno partecipato a un hackathon telematico organizzato con il supporto di Europol e Interpol, finalizzato a contrastare l’uso sempre più pervasivo di internet e dei social media da parte dei trafficanti allo scopo di reclutare, controllare e sfruttare le vittime. L’iniziativa ha permesso di identificare preventivamente 252 potenziali vittime e 80 presunti sfruttatori, portando all’avvio di 19 nuove indagini internazionali.

Per garantire il coordinamento intercontinentale delle operazioni, sono stati attivati due centri strategici: il primo a Skopje, in Macedonia del Nord, ha supervisionato le attività in Europa, Asia e Africa; il secondo, curato da Ameripol a Rio de Janeiro, ha gestito le operazioni nel continente americano. Europol ha dispiegato i propri esperti in entrambe le sedi, assicurando il flusso costante di informazioni e l’incrocio dei dati con gli archivi centrali dell’agenzia. L’intera iniziativa si è sviluppata sotto l’egida di EMPACT, la Piattaforma multidisciplinare europea contro le minacce criminali. Novità importante è stata la partecipazione per la prima volta del Federal Bureau of Investigation (FBI) statunitense, che ha messo a disposizione competenze specifiche nel tracciamento dei flussi finanziari illeciti e nell’identificazione delle vittime. Il finanziamento è stato garantito da Frontex, dal progetto europeo EU4FAST e da EL PACCTO, che ha coperto il dispiegamento degli agenti latinoamericani. Interpol ha fornito accesso ai propri database internazionali. L’operazione ha inoltre previsto scambi di personale tra Paesi, come agenti ungheresi inviati in Austria per controlli mirati sulle prostitute di origine ungherese, team rumeni a Francoforte per supportare le indagini e scambi trilaterali tra Olanda e Spagna per identificare vittime latinoamericane in transito verso i Paesi Bassi.

I dati raccolti tracciano un quadro allarmante dello sfruttamento a livello globale. Tra le vittime adulte, il 64,2% è stato ridotto in schiavitù per sfruttamento sessuale, il 20,9% per criminalità forzata, l’11,3% per lavoro forzato e l’1,5% per accattonaggio forzato. La situazione si fa ancora più drammatica per i minori: l’86,4% delle vittime under 18 subisce sfruttamento sessuale, mentre il 6,2% è costretto al lavoro forzato, il 3% all’accattonaggio e lo 0,6% ad attività criminali come il borseggio. Gli inquirenti hanno evidenziato la complessità nel proteggere questi minori, poiché frequentemente lo sfruttamento avviene all’interno del nucleo familiare stesso. Le vittime provenivano da 45 Paesi diversi, con una forte concentrazione da Colombia, Argentina, Venezuela, Nepal e Moldavia.

Siria, esplosioni a Damasco vicino all’hotel di Macron: 18 feriti

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Due esplosioni hanno colpito questa mattina Damasco, in Siria, nelle vicinanze dell’hotel dove alloggiava il presidente francese Emmanuel Macron, arrivato nel Paese per incontrare il presidente Ahmed al-Sharaa. L’inquilino dell’Eliseo aveva già lasciato la struttura al momento dell’attacco e non ha percepito le deflagrazioni durante il trasferimento. Il bilancio provvisorio è di almeno 18 feriti, tra cui quattro agenti di polizia. Il ministero dell’Interno siriano ha avviato un’indagine per accertare la dinamica e individuare i responsabili. Macron è il primo leader europeo a visitare la Siria dopo la caduta di Bashar al-Assad.

San Siro: ruspe in azione mentre il Tar decide sui ricorsi contro la vendita

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Stadio Meazza San Siro

Nessun interesse pubblico, nessun vantaggio per i cittadini, solo un grande affare per i fondi d’investimento stranieri proprietari di Milan e Inter: lavori lunghi e complessi con un impatto ambientale enorme, perdita di milioni di euro l’anno che finanziavano le attività sportive della città, e rischio di ingolfare completamente il traffico in una zona nevralgica. È il bilancio che il consigliere comunale del gruppo Misto Enrico Fedrighini traccia della costruzione del nuovo stadio e della demolizione del Meazza di San Siro: una manna per i fondi finanziari, nessun ritorno per la città.

Intanto i lavori sono iniziati: il 23 giugno una ruspa ha raso al suolo la biglietteria sud, mentre nelle aule del Tar della Lombardia cinque ricorsi contro la vendita dello stadio attendono ancora una decisione: è la fotografia più chiara di come si sta muovendo l’intera operazione. «Nessun avviso né procedura autorizzativa, ditta operante o responsabile dei lavori», denuncia Fedrighini, tra i più attenti osservatori della vicenda. Le due squadre hanno replicato che i lavori sono regolari, con una Scia depositata in Comune il 27 marzo e i cartelli di cantiere regolarmente esposti. «Non è vero», replica Fedrighini a L’Indipendente sottolineando che «ancora oggi non c’è nessun cartello esposto e, ammesso che sia vero che siano state chieste le autorizzazioni, per legge le stesse devono essere affisse in cantiere spiegando quali lavori verranno fatti, l’azienda operante e il responsabile del cantiere e della sicurezza».

Per capire come si è arrivati fin qui bisogna tornare a quando i grandi fondi finanziari hanno rilevato il controllo dei due club milanesi: RedBird per il Milan, Oaktree per l’Inter. Da lì è partita la spinta per demolire e ricostruire lo stadio, anziché ristrutturarlo. La legge italiana sugli impianti sportivi lo rende conveniente: chi demolisce e ricostruisce a proprie spese può realizzare volumetrie ulteriori commerciali e terziarie. È lì, il vero affare, molto più che nel calcio giocato. Due anni fa lo studio Arco Associati ha presentato in commissione consiliare congiunta un progetto di ristrutturazione che avrebbe ampliato gli spazi più redditizi del Meazza – skybox, aree ristoro e spazi commerciali – a un costo di circa 300 milioni di euro. I club lo hanno scartato: rifare lo stadio da zero, per le cifre che loro stessi hanno messo nero su bianco nella documentazione presentata, costa quasi 800 milioni, ma apre le porte alle volumetrie aggiuntive che la ristrutturazione avrebbe consentito solo in parte.

La vendita del Meazza è stata accelerata per chiudersi prima del 10 novembre 2025: da quella data sarebbe scattato un vincolo sul secondo anello, la parte dello stadio costruita negli anni Cinquanta, con le rampe elicoidali che ne fanno un unicum architettonico. Il rogito è arrivato il 5 novembre, cinque giorni prima della scadenza, per un valore complessivo di 197 milioni riferiti a stadio e aree circostanti – dei quali 73 versati al momento della firma, la stessa cifra che l’Agenzia delle Entrate aveva attribuito al solo impianto in una valutazione richiesta dal Comune – importo su cui la Procura di Milano indaga tuttora per turbativa d’asta. Fedrighini paragona l’operazione a quella dello stadio Artemio Franchi di Firenze, la cui ristrutturazione è stata finanziata con circa 90 milioni di fondi pubblici del Pnrr. Milano, al contrario, ha ceduto ai privati un impianto che, calcola il consigliere, garantiva al Comune oltre dieci milioni di euro l’anno: metà per la manutenzione ordinaria e straordinaria della struttura, l’altra metà incamerata da Palazzo Marino per finanziare lo sport di base cittadino; con la vendita, quell’entrata ricorrente si è azzerata.

C’è poi il tunnel Patroclo, realizzato con fondi pubblici per i Mondiali del ’90 e tuttora funzionante come collegamento sotterraneo nord-sud della città, per evitare il traffico che si crea nei giorni delle partite. Nel nuovo progetto diventerebbe la via d’accesso ai parcheggi interrati sotto le future strutture commerciali, ma un parere della direzione mobilità del Comune ha già segnalato il rischio di mandare in tilt il traffico. Sul fronte ambientale Fedrighini fa notare come i club prevedano di compensare l’impatto della demolizione con crediti di carbonio, piantumazioni all’estero a fronte di emissioni che restano tutte a Milano. «L’edificio più sostenibile è quello che viene tenuto, che viene mantenuto», ricorda citando un articolo del Financial Times sulla vicenda, che si conclude con una domanda: «Il calcio globale rade al suolo ciò che incontra pur di fare profitto, ma a volte si scontra con un monumento troppo “resistente” per poterlo abbattere. Che San Siro sia uno di questi?».

Il progetto, ora sottoposto a valutazione ambientale strategica, prevede una prima fase con la costruzione del nuovo stadio accanto al Meazza, durante la quale si continuerà a giocare nello stadio di San Siro, e una seconda in cui, dopo l’inaugurazione del nuovo impianto, il vecchio stadio verrà demolito per far posto alle volumetrie commerciali della Grande Funzione Urbana. «La valutazione ambientale», spiega Fedrighini, «ha tre possibili uscite: la prima è che il progetto va bene così com’è; la seconda è che il progetto potrebbe andar bene, ma siano necessarie modifiche o bonifiche; la terza è che il progetto non va bene, non è ammissibile. Qui si sta andando avanti come se la terza opzione non possa nemmeno essere presa in considerazione».

Quell’area comprende anche il Parco dei Capitani, l’unico polmone verde della zona, oggi transennato e chiuso senza una motivazione formale, ma con dei cartelli anonimi che dicevano che l’area sarebbe stata bonificata e quindi era interdetto l’uso pubblico. Fedrighini scrive da settimane alla vicesindaca Anna Scavuzzo per ottenere le analisi ambientali dei terreni che avrebbero giustificato la recinzione e dal cui risultato dipendono i futuri lavori: non ha ancora ricevuto risposta. Le transenne, ad oggi, sono ancora presenti, ma sono state abbattute dal forte vento. «Intanto demoliscono la biglietteria sud e recintano la zona. È una situazione dove è molto presente l’interesse e la capacità operativa da parte dei privati, ma è totalmente assente il presidio pubblico da parte dell’amministrazione comunale», sottolinea il consigliere.

Resta un dettaglio che dice molto sulla natura finanziaria dell’operazione: «Tre giorni dopo la delibera del Consiglio Comunale – che purtroppo, col voto contrario mio e di altri, decise la vendita del Meazza – il capitale di Oaktree si è arricchito di un nuovo socio, una multinazionale immobiliare canadese entrata con il 30 per cento». Come a dire che è bastato il solo annuncio dell’accordo per produrre benefici a livello finanziario, indipendentemente dal futuro e da come andrà l’operazione.

«La politica torni a fare il proprio mestiere», chiede Fedrighini, che con l’avvocato Nespor e l’ex presidente del Consiglio comunale Basilio Rizzo ha proposto di riaprire la trattativa: salvare il Meazza, non stravolgere il tunnel e ridurre l’impatto complessivo dell’operazione. «In questa vicenda c’è stato chi ordinava, chi dettava la linea, e chi eseguiva, ma così non funziona».

Meloni al Vertice NATO con la mossa per rabbonire Trump: 18 miliardi di spese militari

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Si apre con una nuova umiliazione della presidente del Consiglio italiana da parte del presidente USA il summit della NATO di Ankara. Dopo l’ennesimo meme offensivo, Giorgia Meloni ha scelto di non commentare: le uniche, vaghe prese di posizione sono state accennate dal ministro degli Esteri Tajani («sono dichiarazioni che si commentano da sole») e da quello della Difesa Crosetto («le persone passano, i rapporti restano»). Il momento, d’altronde, è troppo delicato per agitare ulteriormente le acque: l’esito della due giorni di vertice dell’Alleanza Atlantica dipenderà infatti in larga parte dagli umori di Trump, che ha recentemente più volte minacciato di voler abbandonare la nave. Agli Stati membri verrà dunque chiesto conto dei programmi per raggiungere la soglia del 5%, imposta proprio dal tycoon, entro il 2035, obiettivo difficilmente raggiungibile dall’Italia. Così, negli scorsi giorni, Meloni ha elaborato un piano che dovrebbe essere presentato oggi: un aumento dello 0,55% entro due anni, per un valore stimato di circa 18 miliardi di euro.

Nella conferenza stampa di ieri, il segretario generale dell’Alleanza Mark Rutte ha ribadito che il punto dell’incontro di oggi e domani sarà proprio questo: che i Paesi presentino piani «chiari e credibili» per giungere alla soglia stabilita. Il problema è che, per il momento, gli aumenti millantati dal governo italiano sono solo proiezioni. Ad Ankara, Roma vanterà di aver raggiunto un 2,8% del PIL investito in difesa e sicurezza, con «un aumento dello 0,71% garantito soprattutto dalle spese legate alla sicurezza sul proprio territorio». Nei fatti però, per stare al passo con le pretese di Trump, ciò che è realmente cambiato è stato il perimetro contabile entro il quale sono state conteggiate tali spese. A marzo di quest’anno, la NATO ha certificato il 2,01% per l’Italia, con una spesa nominale di oltre 45 miliardi di euro e un balzo di circa 14 miliardi rispetto al 2024. Un’impresa pressochè impossibile, che si spiega con la reclassificazione di una serie di voci di spesa sotto l’ombrello della difesa, per lo più indicate in maniera opaca – ma che comprendono, per esempio, i pagamenti pensionistici. A tutto ciò si aggiunge il fatto che, per il momento, non è ancora chiaro se l’Italia accederà o meno ai fondi del SAFE, il prestito UE per il riarmo.

Così, per placare gli umori del presidente USA, ad Ankara oggi Meloni dovrebbe annunciare i nuovi investimenti italiani per i prossimi anni, che dovrebbero ammontare allo 0,55% del PIL e da investire tra il 2027 e il 2028. Un totale di 18 miliardi di euro circa: una spesa che dovrà essere giustificata in campagna elettorale di qui a pochi mesi e che rischia di essere alquanto impopolare, dal momento che, ad esempio, «la sanità pubblica è senza adeguati finanziamenti mentre 6 milioni di italiani non hanno accesso alle cure sanitarie pubbliche a causa delle lunghe liste d’attesa», come denunciato da Bonelli (AVS). Eppure, l’incertezza sulle intenzioni di Trump pesa. Solamente pochi giorni fa, il presidente USA aveva scritto che sarebbe «ridicolo» per gli USA mantenere gli attuali rapporti con l’Alleanza, dal momento che i Paesi membri «non ci sono stati per noi» (nel contesto della guerra in Iran).

Sul piatto, oltre ai piani di riarmo dei Paesi membri, ci saranno poi anche i finanziamenti all’Ucraina, sui quali sarà verosimilmente confermato l’accordo per il piano da 140 miliardi in due anni (USA esclusi). Secondo quanto anticipato da Rutte in conferenza stampa, ieri, dovrebbero inoltre essere annunciati contratti «per decine di miliardi di dollari» nel settore della Difesa, in un aumento che, ammette, è fortemente condizionato, oltre che dall’agire della Russia, anche dalle pressioni di Trump. Secondo alcune indiscrezioni di Reuters, inoltre, oggi il presidente USA dovrebbe anche comunicare a Erdogan la disponibilità di far rientrare la Turchia nel programma relativo agli F-35, dopo che questa ne era stata esclusa per aver acquistato, nel 2019, i sistemi di difesa russi S-400.

Terremoto in Venezuela: i morti sono 3.535, 18mila gli sfollati

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Il bilancio delle vittime dei due terremoti che hanno colpito il Venezuela è salito a 3.535, mentre quasi 18mila persone rimangono senza casa. A più di una settimana dal disastro che ha colpito la capitale e le zone costiere limitrofe, le autorità hanno affermato che l’ultimo bilancio ufficiale registra oltre 16.700 feriti. I terremoti, magnitudo 7.2 e 7.5, si sono verificati lo scorso 24 giugno, a pochi secondi di distanza l’uno dall’altro. La vicepresidenza per gli affari sociali del Venezuela ha dichiarato che almeno 12.800 persone sono ospitate in 80 centri di accoglienza a Caracas e La Guaira.

Bollini neri e scuole senza cibo spazzatura: in Cile cala l’obesità dei bambini

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obesità infantile Cile

Diciotto mesi: è il tempo che è bastato ai ricercatori dell'Universidad Adolfo Ibáñez di Santiago per misurare i primi effetti della normativa più ambiziosa al mondo in materia di alimentazione infantile. Lo studio, pubblicato su The Lancet e condotto da Guillermo Paraje e Nieves Valdés insieme al nutrizionista statunitense Barry Popkin (University of North Carolina a Chapel Hill), ha analizzato il peso di circa 300mila bambini tra i quattro e i sei anni, confrontandolo prima e dopo l'entrata in vigore della Ley 20.606.
Il Cile è tra i Paesi con la più alta prevalenza di sovrappeso infantile a...

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Torino, tifoso ferito da lacrimogeno: poliziotto sospeso dal servizio

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Alla fine non sono arrivati i domiciliari bensì la sospensione dal servizio per il poliziotto accusato di avere ferito alla testa un tifoso negli scontri pre-gara di Torino-Juventus lo scorso 24 maggio nel capoluogo piemontese. La Procura di Torino aveva chiesto per l’agente del reparto mobile la detenzione domiciliare. A essere raggiunto dal lacrimogeno, lanciato ad altezza d’uomo, è stato il supporter bianconero Marco Basoccu. Dopo l’impatto, l’uomo è stato trasportato in ospedale, dove è stato ricoverato in terapia intensiva fino a un mese fa. Secondo quanto si apprende, il poliziotto è stato sospeso dal servizio per 12 mesi.

“Stanno per uccidermi”: il pediatra di Gaza rapito da Israele lancia l’ultimo appello dal carcere

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Un anno e mezzo fa il pediatra palestinese Hussam Abu Safiya, direttore dell’ospedale Kamal Adwan, si trovava nella Striscia di Gaza per aiutare il suo popolo, nel bel mezzo del genocidio perpetrato da Israele. Le ultime immagini da uomo libero fecero presto il giro del mondo: Abu Safiya si trovava tra le macerie causate dagli attacchi israeliani, a qualche metro da un carro armato su cui, da lì a poco, sarebbe stato costretto a salire. Da quel momento, di uno degli ultimi pediatri di Gaza si è saputo poco e nulla, nonostante i tanti appelli umanitari, incluso quello proveniente dalle Nazioni Unite. Le uniche certezze filtrate dal suo avvocato riguardavano una condizione di percosse, diritti negati e isolamento. «Questa è l’ultima volta che mi vedrai. Mi hanno portato qui per uccidermi. Non credo che sopravviverò, questa è la fine», ha detto nelle scorse ore Abu Safiya al suo avvocato, nella prigione sotterranea di Rafeket. È così scattata una corsa contro il tempo per chiedere la liberazione del pediatra palestinese.

Mani e piedi ammanettati, ferite diffuse sul volto, evidenti difficoltà a respirare e parlare. Così si è presentato Hussam Abu Safiya all’ultimo colloquio con il suo avvocato, Nasser Odeh, dopo 556 giorni di prigionia nelle carceri israeliane. Un luogo noto per la sua violenza, riservata soprattutto ai detenuti palestinesi, come ampiamente riportato da denunce e testimonianze. Poche settimane fa la Corte Suprema israeliana aveva ordinato il prolungamento della detenzione di Abu Safiya, senza prove né processo. Una condizione a cui Israele condanna migliaia di palestinesi, in spregio al diritto internazionale.

Hussam Abu Safiya, 27 dicembre 2024.

Gli ultimi istanti di libertà, per Hussam Abu Safiya, risalgono al 27 dicembre del 2024. Quel giorno stava lavorando, come faceva in modo incessante dall’inizio del genocidio, all’ospedale Kamal Adwan, da lui diretto. A interrompere le attività di assistenza a bambini e adulti fu l’esercito israeliano con un’irruzione. Diversi reparti di una delle ultime strutture sanitarie attive nella Striscia di Gaza vennero dati alle fiamme e lo staff medico rapito, a partire da Abu Safiya. «Da quel momento — scrive la Global Sumud Flotilla (GSF)— la sua famiglia non ha mai smesso di denunciare le condizioni disumane in cui si trova: accesso limitato alle visite del suo avvocato, percosse, isolamento, privazione delle cure mediche e maltrattamenti. L’ONU ha chiesto la sua liberazione immediata, ma anche questo appello è caduto nel vuoto».

Dopo che Nasser Odeh ha reso noto i dettagli del colloquio svolto nella prigione sotterranea di Rafeket, dove Abu Safiya è stato trasferito da alcune settimane, si sono moltiplicati a livello internazionale gli appelli per la sua liberazione. Medici per i Diritti Umani – Israele, una ong con sede a Giaffa, ha esortato le autorità di Tel Aviv a garantire il «trasferimento immediato dalla struttura e una visita per valutare le sue condizioni, prima che sia troppo tardi». L’organizzazione chiede il «rilascio immediato» anche per gli altri medici palestinesi nelle carceri israeliane, sottolineando che «le torture contro i detenuti palestinesi hanno già causato almeno 104 morti dall’ottobre 2023».