La Guardia di Finanza sta perquisendo le sedi di Napoli, Bari e Filmauro nell’ambito di un’inchiesta della Procura di Bari per false comunicazioni sociali e bancarotta fraudolenta. Sotto accusa sono i vertici societari Aurelio e Luigi De Laurentiis, rispettivamente presidente del Napoli e amministratore unico del Bari. La Procura contesta al Bari un disavanzo di circa 30 milioni di euro e ipotizza irregolarità nel bilancio 2024. Al centro dell’indagine anche la valutazione del cartellino del giocatore Elia Caprile, ceduto al Napoli per 2,2 milioni e poi al Cagliari per 8 milioni: secondo gli inquirenti sarebbe stato sottostimato.
La campagna di finanziamento de L’Indipendente è stata un grande successo
Nelle scorse settimane L’Indipendente ha venduto una parte delle sue quote, per la precisione il 18,18% delle azioni societarie. Lo abbiamo fatto attraverso un’operazione di equity crowdfunding, ossia una campagna di finanziamento collettivo tramite la cessione di quote a piccoli azionisti. L’obiettivo era raccogliere una somma compresa tra 250 e 500 mila euro in un mese: abbiamo raggiunto il traguardo massimo e sono bastati 12 giorni. Un risultato clamoroso, a detta degli stessi esperti di finanza, che ha superato praticamente tutte le operazioni analoghe fatte da aziende di qualsiasi tipo che operano in settori considerati ben più redditizi del giornalismo, come la produzione di bevande o l’immobiliare.
Gli oltre 600 investitori che hanno acquistato quote de L’Indipendente non lo hanno fatto perché abbiamo chiesto loro di “aiutare” il giornale, ma a fini di puro investimento: evidentemente convinti che, dal punto di vista economico, fosse una buona idea investire una parte dei propri risparmi in un’azienda con importanti prospettive di crescita, nella convinzione che una piccola quota societaria possa in futuro generare utili o essere rivenduta a un valore maggiore. L’Indipendente, infatti, non è in crisi e non ha alcun problema di conti. Tutt’altro. Dalla fondazione a oggi, il numero dei lettori abbonati è cresciuto costantemente, il fatturato è aumentato in media del 25% l’anno ed è sempre stato completamente reinvestito per potenziare l’attività giornalistica. Il tutto senza avere nemmeno un euro di esposizione con le banche.
In un panorama di giornali in perenne stato di crisi, costretti a elemosinare sostegno ai lettori, finanziamenti alle banche, soldi pubblici al governo e marchette alle aziende, il nostro giornale è ormai un caso di studio editoriale a livello italiano e non solo. Quel piccolo progetto utopico che abbiamo fondato cinque anni fa – senza pubblicità, senza padrini né padroni, senza fondi pubblici – continua a crescere e rappresenta ormai una solida realtà del giornalismo italiano. Partendo da zero siamo diventati tutto questo: un quotidiano online autorevole da 3 milioni di pagine lette al mese; un’applicazione scaricata da oltre 100 mila persone; una comunità social da mezzo milione di utenti; un mensile d’inchiesta e una casa editrice di libri coraggiosi, con 26 mila copie vendute in due anni. Il tutto con bilanci solidi e nessun debito: un’impresa resa possibile da oltre 10 mila abbonati, in costante crescita.
La domanda ora sorgerà giustamente spontanea in molti lettori: se non c’era bisogno di liquidità, perché avete venduto parte della società? Perché abbiamo molte idee in cantiere e perché vogliamo continuare a crescere, in modo più rapido e strutturato. L’ingresso di nuovi capitali ci permetterà di diventare un media ancora più forte, più letto e capace di incidere nel dibattito pubblico, oltre che di avviare diverse iniziative. Una di queste è già cominciata: si tratta della campagna di marketing de L’Indipendente con un testimonial di livello nazionale come Maccio Capatonda.
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Oltre a ciò, presto si svolgerà il primo Festival de L’Indipendente, un appuntamento di più giorni, dal vivo, in cui redazione e la comunità dei nostri lettori si incontreranno insieme a tanti ospiti. Ancora qualche settimana e arriverà l’annuncio ufficiale, ma è quasi tutto definito: la trattativa con la coraggiosa amministrazione comunale che ha deciso di ospitarci è pressoché conclusa e possiamo preannunciare che il Festival si svolgerà tra meno di un anno, nella primavera del 2027.
Infine, avvieremo una sezione podcast all’interno della nostra piattaforma informativa. Un’iniziativa che partirà a settembre 2026, pensata per raggiungere nuove fasce di pubblico, allargando la nostra offerta anche nel tipo di forme comunicative adottate.
Quindi, in definitiva, abbiamo venduto una parte delle quote ai lettori per non doverci mai vendere davvero, per continuare a crescere nell’unico modo che ci interessa: senza piegarci alle logiche di mercato e dei grandi poteri economici e politici. E con l’unico obiettivo che ci guida dal primo giorno: fare giornalismo semplicemente alla ricerca della verità e in difesa dell’interesse pubblico, onorando quel ruolo di “cane da guardia della democrazia” che molti altri giornali hanno smarrito, preferendo diventare cagnolini da compagnia del potere.
Siria, esplosioni a Damasco vicino all’hotel di Macron: 18 feriti
Due esplosioni hanno colpito questa mattina Damasco, in Siria, nelle vicinanze dell’hotel dove alloggiava il presidente francese Emmanuel Macron, arrivato nel Paese per incontrare il presidente Ahmed al-Sharaa. L’inquilino dell’Eliseo aveva già lasciato la struttura al momento dell’attacco e non ha percepito le deflagrazioni durante il trasferimento. Il bilancio provvisorio è di almeno 18 feriti, tra cui quattro agenti di polizia. Il ministero dell’Interno siriano ha avviato un’indagine per accertare la dinamica e individuare i responsabili. Macron è il primo leader europeo a visitare la Siria dopo la caduta di Bashar al-Assad.
San Siro: ruspe in azione mentre il Tar decide sui ricorsi contro la vendita
Nessun interesse pubblico, nessun vantaggio per i cittadini, solo un grande affare per i fondi d’investimento stranieri proprietari di Milan e Inter: lavori lunghi e complessi con un impatto ambientale enorme, perdita di milioni di euro l’anno che finanziavano le attività sportive della città, e rischio di ingolfare completamente il traffico in una zona nevralgica. È il bilancio che il consigliere comunale del gruppo Misto Enrico Fedrighini traccia della costruzione del nuovo stadio e della demolizione del Meazza di San Siro: una manna per i fondi finanziari, nessun ritorno per la città.
Intanto i lavori sono iniziati: il 23 giugno una ruspa ha raso al suolo la biglietteria sud, mentre nelle aule del Tar della Lombardia cinque ricorsi contro la vendita dello stadio attendono ancora una decisione: è la fotografia più chiara di come si sta muovendo l’intera operazione. «Nessun avviso né procedura autorizzativa, ditta operante o responsabile dei lavori», denuncia Fedrighini, tra i più attenti osservatori della vicenda. Le due squadre hanno replicato che i lavori sono regolari, con una Scia depositata in Comune il 27 marzo e i cartelli di cantiere regolarmente esposti. «Non è vero», replica Fedrighini a L’Indipendente sottolineando che «ancora oggi non c’è nessun cartello esposto e, ammesso che sia vero che siano state chieste le autorizzazioni, per legge le stesse devono essere affisse in cantiere spiegando quali lavori verranno fatti, l’azienda operante e il responsabile del cantiere e della sicurezza».
Per capire come si è arrivati fin qui bisogna tornare a quando i grandi fondi finanziari hanno rilevato il controllo dei due club milanesi: RedBird per il Milan, Oaktree per l’Inter. Da lì è partita la spinta per demolire e ricostruire lo stadio, anziché ristrutturarlo. La legge italiana sugli impianti sportivi lo rende conveniente: chi demolisce e ricostruisce a proprie spese può realizzare volumetrie ulteriori commerciali e terziarie. È lì, il vero affare, molto più che nel calcio giocato. Due anni fa lo studio Arco Associati ha presentato in commissione consiliare congiunta un progetto di ristrutturazione che avrebbe ampliato gli spazi più redditizi del Meazza – skybox, aree ristoro e spazi commerciali – a un costo di circa 300 milioni di euro. I club lo hanno scartato: rifare lo stadio da zero, per le cifre che loro stessi hanno messo nero su bianco nella documentazione presentata, costa quasi 800 milioni, ma apre le porte alle volumetrie aggiuntive che la ristrutturazione avrebbe consentito solo in parte.
La vendita del Meazza è stata accelerata per chiudersi prima del 10 novembre 2025: da quella data sarebbe scattato un vincolo sul secondo anello, la parte dello stadio costruita negli anni Cinquanta, con le rampe elicoidali che ne fanno un unicum architettonico. Il rogito è arrivato il 5 novembre, cinque giorni prima della scadenza, per un valore complessivo di 197 milioni riferiti a stadio e aree circostanti – dei quali 73 versati al momento della firma, la stessa cifra che l’Agenzia delle Entrate aveva attribuito al solo impianto in una valutazione richiesta dal Comune – importo su cui la Procura di Milano indaga tuttora per turbativa d’asta. Fedrighini paragona l’operazione a quella dello stadio Artemio Franchi di Firenze, la cui ristrutturazione è stata finanziata con circa 90 milioni di fondi pubblici del Pnrr. Milano, al contrario, ha ceduto ai privati un impianto che, calcola il consigliere, garantiva al Comune oltre dieci milioni di euro l’anno: metà per la manutenzione ordinaria e straordinaria della struttura, l’altra metà incamerata da Palazzo Marino per finanziare lo sport di base cittadino; con la vendita, quell’entrata ricorrente si è azzerata.
C’è poi il tunnel Patroclo, realizzato con fondi pubblici per i Mondiali del ’90 e tuttora funzionante come collegamento sotterraneo nord-sud della città, per evitare il traffico che si crea nei giorni delle partite. Nel nuovo progetto diventerebbe la via d’accesso ai parcheggi interrati sotto le future strutture commerciali, ma un parere della direzione mobilità del Comune ha già segnalato il rischio di mandare in tilt il traffico. Sul fronte ambientale Fedrighini fa notare come i club prevedano di compensare l’impatto della demolizione con crediti di carbonio, piantumazioni all’estero a fronte di emissioni che restano tutte a Milano. «L’edificio più sostenibile è quello che viene tenuto, che viene mantenuto», ricorda citando un articolo del Financial Times sulla vicenda, che si conclude con una domanda: «Il calcio globale rade al suolo ciò che incontra pur di fare profitto, ma a volte si scontra con un monumento troppo “resistente” per poterlo abbattere. Che San Siro sia uno di questi?».
Il progetto, ora sottoposto a valutazione ambientale strategica, prevede una prima fase con la costruzione del nuovo stadio accanto al Meazza, durante la quale si continuerà a giocare nello stadio di San Siro, e una seconda in cui, dopo l’inaugurazione del nuovo impianto, il vecchio stadio verrà demolito per far posto alle volumetrie commerciali della Grande Funzione Urbana. «La valutazione ambientale», spiega Fedrighini, «ha tre possibili uscite: la prima è che il progetto va bene così com’è; la seconda è che il progetto potrebbe andar bene, ma siano necessarie modifiche o bonifiche; la terza è che il progetto non va bene, non è ammissibile. Qui si sta andando avanti come se la terza opzione non possa nemmeno essere presa in considerazione».
Quell’area comprende anche il Parco dei Capitani, l’unico polmone verde della zona, oggi transennato e chiuso senza una motivazione formale, ma con dei cartelli anonimi che dicevano che l’area sarebbe stata bonificata e quindi era interdetto l’uso pubblico. Fedrighini scrive da settimane alla vicesindaca Anna Scavuzzo per ottenere le analisi ambientali dei terreni che avrebbero giustificato la recinzione e dal cui risultato dipendono i futuri lavori: non ha ancora ricevuto risposta. Le transenne, ad oggi, sono ancora presenti, ma sono state abbattute dal forte vento. «Intanto demoliscono la biglietteria sud e recintano la zona. È una situazione dove è molto presente l’interesse e la capacità operativa da parte dei privati, ma è totalmente assente il presidio pubblico da parte dell’amministrazione comunale», sottolinea il consigliere.
Resta un dettaglio che dice molto sulla natura finanziaria dell’operazione: «Tre giorni dopo la delibera del Consiglio Comunale – che purtroppo, col voto contrario mio e di altri, decise la vendita del Meazza – il capitale di Oaktree si è arricchito di un nuovo socio, una multinazionale immobiliare canadese entrata con il 30 per cento». Come a dire che è bastato il solo annuncio dell’accordo per produrre benefici a livello finanziario, indipendentemente dal futuro e da come andrà l’operazione.
«La politica torni a fare il proprio mestiere», chiede Fedrighini, che con l’avvocato Nespor e l’ex presidente del Consiglio comunale Basilio Rizzo ha proposto di riaprire la trattativa: salvare il Meazza, non stravolgere il tunnel e ridurre l’impatto complessivo dell’operazione. «In questa vicenda c’è stato chi ordinava, chi dettava la linea, e chi eseguiva, ma così non funziona».
Meloni al Vertice NATO con la mossa per rabbonire Trump: 18 miliardi di spese militari
Si apre con una nuova umiliazione della presidente del Consiglio italiana da parte del presidente USA il summit della NATO di Ankara. Dopo l’ennesimo meme offensivo, Giorgia Meloni ha scelto di non commentare: le uniche, vaghe prese di posizione sono state accennate dal ministro degli Esteri Tajani («sono dichiarazioni che si commentano da sole») e da quello della Difesa Crosetto («le persone passano, i rapporti restano»). Il momento, d’altronde, è troppo delicato per agitare ulteriormente le acque: l’esito della due giorni di vertice dell’Alleanza Atlantica dipenderà infatti in larga parte dagli umori di Trump, che ha recentemente più volte minacciato di voler abbandonare la nave. Agli Stati membri verrà dunque chiesto conto dei programmi per raggiungere la soglia del 5%, imposta proprio dal tycoon, entro il 2035, obiettivo difficilmente raggiungibile dall’Italia. Così, negli scorsi giorni, Meloni ha elaborato un piano che dovrebbe essere presentato oggi: un aumento dello 0,55% entro due anni, per un valore stimato di circa 18 miliardi di euro.
Nella conferenza stampa di ieri, il segretario generale dell’Alleanza Mark Rutte ha ribadito che il punto dell’incontro di oggi e domani sarà proprio questo: che i Paesi presentino piani «chiari e credibili» per giungere alla soglia stabilita. Il problema è che, per il momento, gli aumenti millantati dal governo italiano sono solo proiezioni. Ad Ankara, Roma vanterà di aver raggiunto un 2,8% del PIL investito in difesa e sicurezza, con «un aumento dello 0,71% garantito soprattutto dalle spese legate alla sicurezza sul proprio territorio». Nei fatti però, per stare al passo con le pretese di Trump, ciò che è realmente cambiato è stato il perimetro contabile entro il quale sono state conteggiate tali spese. A marzo di quest’anno, la NATO ha certificato il 2,01% per l’Italia, con una spesa nominale di oltre 45 miliardi di euro e un balzo di circa 14 miliardi rispetto al 2024. Un’impresa pressochè impossibile, che si spiega con la reclassificazione di una serie di voci di spesa sotto l’ombrello della difesa, per lo più indicate in maniera opaca – ma che comprendono, per esempio, i pagamenti pensionistici. A tutto ciò si aggiunge il fatto che, per il momento, non è ancora chiaro se l’Italia accederà o meno ai fondi del SAFE, il prestito UE per il riarmo.
Così, per placare gli umori del presidente USA, ad Ankara oggi Meloni dovrebbe annunciare i nuovi investimenti italiani per i prossimi anni, che dovrebbero ammontare allo 0,55% del PIL e da investire tra il 2027 e il 2028. Un totale di 18 miliardi di euro circa: una spesa che dovrà essere giustificata in campagna elettorale di qui a pochi mesi e che rischia di essere alquanto impopolare, dal momento che, ad esempio, «la sanità pubblica è senza adeguati finanziamenti mentre 6 milioni di italiani non hanno accesso alle cure sanitarie pubbliche a causa delle lunghe liste d’attesa», come denunciato da Bonelli (AVS). Eppure, l’incertezza sulle intenzioni di Trump pesa. Solamente pochi giorni fa, il presidente USA aveva scritto che sarebbe «ridicolo» per gli USA mantenere gli attuali rapporti con l’Alleanza, dal momento che i Paesi membri «non ci sono stati per noi» (nel contesto della guerra in Iran).
Sul piatto, oltre ai piani di riarmo dei Paesi membri, ci saranno poi anche i finanziamenti all’Ucraina, sui quali sarà verosimilmente confermato l’accordo per il piano da 140 miliardi in due anni (USA esclusi). Secondo quanto anticipato da Rutte in conferenza stampa, ieri, dovrebbero inoltre essere annunciati contratti «per decine di miliardi di dollari» nel settore della Difesa, in un aumento che, ammette, è fortemente condizionato, oltre che dall’agire della Russia, anche dalle pressioni di Trump. Secondo alcune indiscrezioni di Reuters, inoltre, oggi il presidente USA dovrebbe anche comunicare a Erdogan la disponibilità di far rientrare la Turchia nel programma relativo agli F-35, dopo che questa ne era stata esclusa per aver acquistato, nel 2019, i sistemi di difesa russi S-400.
Terremoto in Venezuela: i morti sono 3.535, 18mila gli sfollati
Torino, tifoso ferito da lacrimogeno: poliziotto sospeso dal servizio
Alla fine non sono arrivati i domiciliari bensì la sospensione dal servizio per il poliziotto accusato di avere ferito alla testa un tifoso negli scontri pre-gara di Torino-Juventus lo scorso 24 maggio nel capoluogo piemontese. La Procura di Torino aveva chiesto per l’agente del reparto mobile la detenzione domiciliare. A essere raggiunto dal lacrimogeno, lanciato ad altezza d’uomo, è stato il supporter bianconero Marco Basoccu. Dopo l’impatto, l’uomo è stato trasportato in ospedale, dove è stato ricoverato in terapia intensiva fino a un mese fa. Secondo quanto si apprende, il poliziotto è stato sospeso dal servizio per 12 mesi.











