Il sostegno italiano all’Ucraina proseguirà anche oltre il 2025. Lo ha stabilito il Consiglio dei ministri, approvando un decreto che estende fino alla fine del prossimo anno l’autorizzazione all’invio di aiuti militari a Kiev. Il testo conferma esplicitamente la natura “militare” degli aiuti, nonostante i tentativi della Lega di ridimensionarne la portata a favore di interventi civili. Il decreto prevede anche il rinnovo dei permessi di soggiorno per i cittadini ucraini e misure per la sicurezza dei giornalisti freelance. Con questo atto salgono a tredici i decreti sugli aiuti militari dall’inizio del conflitto, in linea con le scelte degli alleati europei e atlantici.
Cina lancia razzi vicino a Taiwan durante esercitazione militare
Nel corso della seconda giornata dell’operazione militare “Justice Mission 2025”, la Cina ha condotto intense esercitazioni militari con fuoco reale intorno a Taiwan, sparando razzi e dispiegando oltre 130 aerei e numerose unità navali volte a simulare un blocco dei porti chiave e potenziali attacchi marittimi. Il presidente taiwanese Lai Ching-te ha assicurato che Taipei “non intensificherà il conflitto” e agirà con responsabilità per evitare un’escalation, pur mantenendo alta la vigilanza.
La Manovra di bilancio è legge: le principali misure contenute
Dopo settimane di trattative serrate e l’approvazione in Senato, la manovra approda a Montecitorio dove la Camera concede la fiducia al governo con 219 voti favorevoli e 125 contrari, una scelta che riaccende le tensioni già emerse in commissione Bilancio. Le opposizioni denunciano una compressione del confronto parlamentare, richiamando anche prese di posizione del passato dell’attuale premier. In Aula Nicola Fratoianni (Avs) e Giuseppe Conte (M5s) hanno chiesto di ridurre la spesa militare per destinare maggiori risorse alla sanità pubblica, denunciando il sottofinanziamento del Servizio sanitario nazionale. Gli emendamenti, sui quali il governo ha espresso parere contrario, sono stati respinti dalla maggioranza. Via libera all’ordine del giorno della Lega che chiede di congelare l’aumento dell’età pensionabile. Il governo ha dato parere favorevole all’impegno a valutare la sospensione dell’incremento dei requisiti dal 2027, compatibilmente con i vincoli di finanza pubblica. Archiviato il voto di fiducia, l’Aula si avvia a una lunga seduta fiume per l’esame dei 239 ordini del giorno presentati da maggioranza e opposizioni.
La manovra prevede misure su fisco, welfare e imprese: taglio dell’IRPEF per il ceto medio, revisione dell’ISEE, rottamazione delle cartelle, bonus scuola e congedi parentali. Inclusi anche incentivi alle aziende, riforma del TFR per i neoassunti e aumento delle spese militari. Nel passaggio in Aula sono state stralciate cinque misure simbolicamente rilevanti, tra cui l’esonero per le aziende dal pagamento delle differenze retributive ai lavoratori sottopagati che avessero fatto causa, per dubbi sulla costituzionalità. La linea del ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti resta improntata alla prudenza: una manovra da circa 22 miliardi per contenere la spesa, accelerare l’uscita dalla procedura di infrazione europea e riportare il deficit sotto il 3% del PIL, in un contesto internazionale instabile e con un debito pubblico oltre i 3.000 miliardi.

Il taglio dell’IRPEF
Una delle pietre miliari della manovra è il taglio dell’IRPEF per i redditi medio-bassi e medi: la seconda aliquota, che fino a oggi gravava al 35%, scende al 33% per i redditi fino a 50.000 euro lordi. Questa riduzione, calcolata in circa 3 miliardi di euro annui, interessa oltre 13 milioni di contribuenti e si traduce in un beneficio medio di circa 210 euro all’anno per chi ha redditi nella fascia intermedia. La misura si inserisce nel quadro di una riforma fiscale graduale, avviata con interventi sugli scaglioni più bassi nel 2024. Anche se il taglio avvantaggia in particolare i lavoratori dipendenti, l’effetto netto varia in funzione delle situazioni individuali e si attenua per chi supera la soglia dei 200.000 euro lordi.
Pensioni: aumenti modesti e regole nuove
Sul fronte previdenziale, la manovra introduce modestissimi incrementi per le pensioni minime, con un aumento di circa 20 euro al mese a partire dal 2026 per i pensionati delle fasce più disagiate. Misure di flessibilità come Opzione donna non sono state prorogate, mentre la APE sociale continua a esistere, seppure con platee più ristrette. Inoltre, l’età pensionabile subirà un incremento graduale: un mese in più nel 2027 e altri due mesi nel 2028, anche se alcune categorie particolari potrebbero vedersi applicate regole differenziate. Dal 1° luglio 2026 è prevista l’adesione automatica alla previdenza complementare per i neoassunti nel settore privato, con possibilità di opt-out entro 60 giorni.
Famiglie, bonus e welfare: tra proroghe e limiti
La manovra conferma diversi bonus per le famiglie e per la casa, come il bonus ristrutturazioni al 50% per la prima abitazione e proroghe di incentivi come il Sismabonus e il bonus mobili fino a un tetto massimo di spesa agevolabile. La cedolare secca sugli affitti brevi resta al 21% per il primo immobile e sale al 26% per il secondo, mentre oltre due appartamenti l’attività è considerata d’impresa. Vi sono nuove esenzioni ISEE, con l’esclusione della prima casa dal calcolo della soglia per determinati benefici, fissata fino a 91.500 euro (e 200.000 euro nelle città metropolitane). Arriva un fondo di 20 milioni per il sostegno abitativo ai genitori separati e uno a sostegno del caregiver familiare con una dotazione di 1,15 milioni di euro per il prossimo anno. Sale da 8 a 10 euro la soglia esentasse dei buoni pasto.

Sanità: risorse insufficienti e scontro con i sindacati
La legge di bilancio stanzia risorse aggiuntive per il Servizio sanitario nazionale, con incrementi destinati alla prevenzione, alle cure palliative, alla stabilizzazione del personale impiegato durante la pandemia e al potenziamento dei servizi territoriali. Tra le novità approvate al Senato, cresce il tetto della spesa per acquisti diretti di farmaci, misura che potrebbe alleviare la pressione finanziaria delle aziende sanitarie, ma è finanziata riducendo il Fondo per farmaci innovativi, scelta che ha suscitato critiche perché potrebbe limitare l’accesso alle nuove terapie. Vengono inoltre promossi fondi per programmi di screening e prevenzione specifici, inclusa la celiachia e l’HIV, e misure per il potenziamento dei servizi territoriali e della medicina di precisione. Nel complesso, la manovra segna passi avanti su alcuni fronti essenziali, ma non mancano le polemiche per le risorse frammentate e i tagli ad ambiti strategici come l’innovazione farmacologica. Secondo i sindacati dei medici e dei dirigenti sanitari, questi interventi restano insufficienti e frammentati: la manovra viene definita “un disastro per il SSN”, soprattutto per il mancato accoglimento degli emendamenti che avrebbero destinato risorse significative al personale, dagli aumenti retributivi extra-contrattuali al sostegno delle condizioni di lavoro, mentre le carenze strutturali e le liste d’attesa continuano ad aggravarsi.
Lavoro e impresa: incentivi fiscali e nuovi contributi
Nel mondo del lavoro, la manovra introduce agevolazioni per i rinnovi contrattuali e per i premi di produttività, con aliquote agevolate al 5% sugli incrementi salariali per i redditi più bassi e detassazione per maggiori compensi legati a produttività o turni. Per le imprese, proseguono incentivi come iperammortamento e crediti d’imposta per investimenti, estesi fino al 2028, mentre iniziative per l’innovazione e le zone economiche speciali restano nel pacchetto. Rimodulato il PNRR: la revisione permette di dirottare le risorse da interventi che hanno incontrato difficoltà o ritardi verso misure più efficaci, come Transizione 4.0, le Zone Economiche Speciali (ZES) e i contratti di filiera, garantendo così il pieno utilizzo delle risorse stanziate. Fondo da 1,3 miliardi per il 2026 per aumentare i limiti del credito d’imposta sugli investimenti effettuati entro il 2025.
Nuove tasse e adeguamenti
Accanto alle misure di sollievo, la manovra introduce nuove imposte e adeguamenti che non mancano di suscitare critiche. Tra queste, una tassa di 2 euro su pacchi di e-commerce extra-UE e poi estesa ai pacchi UE, il raddoppio della Tobin Tax sulle transazioni finanziarie, e aumenti di accise su gasolio e sigarette. Banche e assicurazioni vengono colpite da un aumento strutturale della pressione fiscale e da anticipi forzosi di imposta che riducono margini e liquidità. Viene prorogata a tutto il 2026 la sterilizzazione di sugar tax e plastic tax.

Grandi opere: rifinanziato il Ponte sullo Stretto
La sforbiciata alla spesa pubblica incide su ministeri e grandi opere, con fondi cancellati o rinviati oltre il triennio per alleggerire nell’immediato il bilancio dello Stato. A farne le spese sono soprattutto i territori e i progetti infrastrutturali, come il Ponte sullo Stretto di Messina, le cui risorse già stanziate vengono fatte slittare in avanti a causa dei ritardi nell’iter amministrativo. La manovra rifinanzia l’opera con 780 milioni complessivi nel biennio 2032-2033, spostando 320 milioni al 2032 e 460 milioni al 2033, dopo il mancato perfezionamento degli impegni previsti per il 2025 su residui del 2024. Una rimodulazione che lascia formalmente invariato l’ammontare complessivo delle somme autorizzate, ma rinvia nel tempo la loro effettiva disponibilità.
Bankitalia e l’oro di Stato
Più delicata, e politicamente esplosiva, la norma sulla riserva aurea di Banca d’Italia: un emendamento stabilisce che l’oro “appartiene al Popolo Italiano”, pur nel rispetto dei trattati europei. Una formulazione che ha acceso il faro della Banca Centrale Europea, la quale ha espresso perplessità chiedendo chiarimenti formali. Un passaggio che va oltre la tecnica normativa e tocca il cuore del rapporto tra sovranità nazionale e architettura monetaria europea, trasformando una riga di bilancio in una dichiarazione politica.
Spese militari in aumento
La Manovra 2026 fotografa con chiarezza l’accelerazione della spesa per la difesa, che nel 2026 raggiungerà circa 32,4 miliardi di euro, con un incremento di 1,1 miliardi rispetto all’anno precedente. Un aumento che, secondo il ministro della Difesa Guido Crosetto, non è comunque sufficiente a centrare gli obiettivi fissati dalla NATO, che spinge i Paesi membri verso un progressivo riallineamento delle spese militari a quote sempre più elevate del Pil nei prossimi anni, entro il 2035. La manovra va oltre il semplice incremento degli stanziamenti: tra gli emendamenti compare anche una norma che punta esplicitamente a favorire la produzione e il commercio di armamenti, rafforzando il ruolo dell’industria bellica nazionale attraverso incentivi, semplificazioni e sostegno ai progetti legati ai materiali d’armamento. Una scelta che ha suscitato forti critiche da parte di opposizioni e associazioni pacifiste, che denunciano una torsione sempre più marcata verso il riarmo e l’industria militare, a scapito di investimenti in sanità, welfare e servizi civili.

Caccia, la misura che introduce il “ritorno alle riserve”
Nel corso dell’esame della Legge di Bilancio 2026 in Senato è tornato a far discutere un tema che va oltre il fisco e tocca ambienti e passioni radicate: la caccia e le cosiddette riserve faunistico-venatorie. Con emendamenti presentati da esponenti di Fratelli d’Italia e Lega è stata inserita nella manovra una norma che di fatto ripristina – almeno sul piano giuridico – la possibilità di gestire riserve di caccia a pagamento e di trasformare le aziende faunistico-venatorie in attività con scopo di lucro, abolendo un divieto che era in vigore dal 1978 e che mirava a evitare finalità commerciali nella gestione del patrimonio faunistico statale. La proposta ha già ottenuto l’ok in Commissione e ha suscitato forti critiche da parte di associazioni ambientaliste e di opposizione, che denunciano rischi per la biodiversità e per la tutela della fauna selvatica, e preoccupazioni circa l’impatto sul patrimonio naturale italiano.

Critiche, consenso e scenari futuri
La Manovra 2026 si presenta come un intervento complesso e prudente, frutto di ampie mediazioni politiche. Ha ottenuto il via libera istituzionale, con la Commissione europea che ne ha riconosciuto il rispetto dei vincoli di bilancio, pur sollecitando riforme strutturali. Restano però forti critiche interne e proteste sociali: sindacati e opposizioni segnalano rischi di maggiore precarietà, salari in crescita insufficiente e risorse per la sanità non adeguate ai bisogni a discapito di ingenti spese militari e per la difesa. Il provvedimento tenta di bilanciare la riduzione della pressione fiscale sul ceto medio con la tutela dei servizi pubblici, in un contesto europeo che limita i margini di manovra. Pur garantendo l’equilibrio dei conti, manca una visione strutturale capace di affrontare le fragilità economiche e sociali. Le risorse sono frammentate e orientate al breve periodo, mentre investimenti in innovazione, istruzione e produttività risultano insufficienti. Ne deriva un equilibrio fragile tra crescita, equità e sostenibilità, che il prossimo governo dovrà affrontare con scelte più incisive nel 2026.
Pesticidi: col pretesto di risparmiare l’UE prepara la deregolamentazione
Con il nono pacchetto di semplificazione normativa, la Commissione europea ha proposto un allentamento delle regole su pesticidi e prodotti chimici agricoli, presentato come misura per ridurre costi e burocrazia. Secondo la Commissione europea, il pacchetto consentirebbe risparmi annui per oltre 1 miliardo di euro alle imprese e alle amministrazioni. Tra le misure figurano l’estensione a tempo indeterminato di alcune autorizzazioni fitosanitarie, il raddoppio dei periodi di tolleranza per pesticidi vietati fino a tre anni e procedure accelerate per i biopesticidi. Le organizzazioni ambientaliste denunciano una deregolamentazione pericolosa, mentre Bruxelles difende la riforma come risposta alle richieste degli Stati membri e del settore agricolo.
Le modifiche più allarmanti toccano il ciclo di vita delle autorizzazioni. Attualmente, i pesticidi ricevono un primo via libera della durata di 10 anni, con un rinnovo possibile dopo 15 anni previa una nuova valutazione dei rischi. Nella bozza trapelata a novembre la Commissione aveva ipotizzato scenari in cui molte autorizzazioni sarebbero state estese senza i cicli di revisione ordinari; tale bozza parlava di una copertura molto ampia (si è citato anche «a circa il 90 per cento delle sostanze attive approvate») ma questa formulazione proveniva da un documento non definitivo e ha suscitato forti contestazioni. La nuova proposta introduce la possibilità di autorizzazioni a tempo indeterminato per una vasta gamma di sostanze. Dopo le proteste della comunità scientifica e della società civile, la Commissione ha in parte moderato la formulazione ufficiale, prevedendo ora una «rivalutazione mirata» per le sostanze con lacune nei dati o classificate come «candidate alla sostituzione», ma rimane la preoccupazione che il principio della rivalutazione periodica obbligatoria venga indebolito.
Altro punto critico è il raddoppio del cosiddetto “periodo di tolleranza”. Oggi, quando un pesticida viene vietato, può rimanere sul mercato per un certo periodo prima di essere ritirato. La Commissione propone di estendere questo termine a due anni per la distribuzione e la vendita, più un anno supplementare per l’utilizzo delle scorte esistenti, portando il totale a un massimo di tre anni. Questa estensione è giustificata dall’esecutivo con la necessità di dare tempo agli Stati membri di trovare alternative praticabili, ma è fortemente contestata da ONG e scienziati per il rischio di prolungare l’esposizione a sostanze pericolose. La proposta contiene inoltre una clausola particolarmente ambigua che limita l’autonomia degli Stati membri. Essa stabilisce che «gli Stati membri dovranno basarsi sull’ultima valutazione condotta a livello dell’UE», impedendo di fatto alle autorità nazionali di considerare studi scientifici indipendenti e più recenti non ancora integrati nei pareri dell’Agenzia europea per la sicurezza alimentare (EFSA) o dell’Agenzia europea per le sostanze chimiche (ECHA).
Il pacchetto non contiene solo elementi di deregolamentazione. Una misura presentata in positivo è l’accelerazione delle procedure per l’accesso al mercato dei biopesticidi, strumenti alternativi alla chimica di sintesi. Il commissario per la Salute, Olivér Várhelyi, sottolinea che così gli agricoltori «avranno a disposizione strumenti più numerosi e migliori per proteggere efficacemente le loro culture e i loro prodotti». Tuttavia, gli esperti di PAN Europe mettono in guardia: la proposta introduce «un’ampia definizione di sostanze di controllo biologico» che include anche analoghi sintetici progettati per imitare i composti naturali, i quali possono avere «diversi profili di tossicità o impatti ecologici».
Nello specifico, Bruxelles presenta l’intervento come un insieme di misure «volte a razionalizzare e semplificare la legislazione dell’UE in materia di sicurezza alimentare e dei mangimi», evidenziando il potenziale effetto sui costi (oltre un miliardo in costi di conformità, 428 milioni di euro all’anno di risparmi per le imprese e 661 milioni per le amministrazioni nazionali). Il vicepresidente Valdis Dombrovskis, tra le altre cose, sostiene che le proposte «eliminano le sovrapposizioni nei requisiti e nella rendicontazione, affrontano le incertezze giuridiche ed eliminano le procedure che avevano scarso valore aggiunto». Anche il commissario per la Salute incoraggia l’innovazione: gli agricoltori — dice Olivér Várhelyi — «avranno a disposizione strumenti più numerosi e migliori per proteggere efficacemente le loro culture e i loro prodotti».
Dieci associazioni italiane, tra cui Greenpeace, WWF e LIPU, denunciano invece che queste riforme fanno parte di «un più ampio atteggiamento dell’attuale Commissione Von der Leyen, che si sta piegando alle richieste dell’agroindustria, dando priorità ai profitti a breve termine di pochi». In un appello congiunto, chiedono ai cittadini di mobilitarsi per fermare la deriva deregolamentatrice e chiedere all’Europa di rafforzare, anziché indebolire, la transizione verso un’agricoltura libera dai pesticidi.
Amazon rinuncia alle consegne con i droni in Italia dopo le indagini per frode
Amazon ha stabilito che, almeno in Italia, la consegna dei pacchi tramite droni non s’ha da fare. Lo stop è arrivato all’improvviso, in netto contrasto con i risultati apparentemente positivi registrati nell’ultimo anno presso il centro logistico di San Salvo, in Abruzzo. L’azienda parla di una normale “revisione strategica”, ma da più parti si sospetta che la decisione sia una risposta ai contrasti sviluppatisi con il fisco italiano, il quale le contesta una frode da 1,2 miliardi di euro legata all’IVA non versata da rivenditori cinesi attivi sulla sua piattaforma di e-commerce.
La notizia è emersa sabato 27 dicembre, quando David J. Carbon, vicepresidente e general manager di Amazon Prime Air, la divisione dedicata al drone delivery, ha comunicato al presidente dell’Ente nazionale per l’aviazione civile (ENAC), Pierluigi Di Palma, che il colosso avrebbe sospeso in Italia i propri piani di consegna commerciale tramite droni. “Nonostante il coinvolgimento positivo e i progressi compiuti con le autorità aerospaziali italiane”, si legge nel comunicato, “il più ampio contesto in cui operiamo in Italia non offre, al momento, le condizioni necessarie per i nostri obiettivi di lungo periodo per questo servizio”.
Il gigante statunitense non chiarisce quali siano gli ostacoli incontrati a livello nazionale, tuttavia ci tiene a sottolineare che le operazioni con i droni proseguono regolarmente negli Stati Uniti e nel Regno Unito, lasciando intendere silentemente che lo stop sul territorio abruzzese non dipenda affatto da limiti di natura tecnica. A far pensare a un attrito con le istituzioni è piuttosto il fatto che Amazon chiuda la propria nota ricordando il peso delle sue attività nel Paese: “con oltre 25 miliardi di euro investiti in Italia negli ultimi 15 anni, oltre 19.000 dipendenti diretti in più di 60 siti distribuiti nel Paese, continuiamo a servire i nostri clienti in Italia e offrire loro un’esperienza di acquisto eccellente”.
Le cause del dissapore sembrerebbero riconducibili a una vicenda emersa a inizio mese, ovvero l’accordo siglato da Amazon con l’Agenzia delle Entrate per chiudere le contestazioni relative a presunte irregolarità fiscali risalenti al 2019: secondo la procura di Milano, il gruppo sarebbe stato coinvolto in una frode che, tra sanzioni e interessi, avrebbe potuto tradursi in una multa stimata intorno ai tre miliardi di euro. L’intesa raggiunta ha risolto la questione — almeno sul piano fiscale — con un versamento di 511 milioni di euro.
Questo accordo ha preso però forma a pochi giorni di distanza da un alto scontro con le istituzioni, questa volta per un ammontare di circa 180 milioni di euro. Amazon Italia Transport ha infatti contribuito con tale somma per chiudere un’ulteriore presunta frode ed evitare un’interdittiva sul divieto di pubblicità. Come conseguenza di quest’ultima indagine, l’azienda ha inoltre dovuto rinunciare all’algoritmo utilizzato per monitorare i fattorini dei suoi cosiddetti “serbatoi di manodopera”. Ulteriori pressioni giungono dunque da un recente servizio di Report, il quale ha messo sotto i riflettori alcuni comportamenti di dubbia legittimità che la Big Tech impone ai suoi dipendenti.
Non serve ricorrere a indiscrezioni interne per intuire il malcontento dell’azienda statunitense nei confronti del trattamento ricevuto in Italia, basta consultare la nota dell’aviazione civile riportata da La Repubblica per avere un quadro del contesto: “pur confermando un indiscusso apprezzamento del proficuo lavoro svolto insieme ad ENAC, per motivi di policy aziendale e come conseguenza delle recenti vicende finanziarie che hanno coinvolto il gruppo, Amazon ha ritenuto di avviare il lancio delle operazioni commerciali e la richiesta di certificazione come operatore in un altro Stato membro dell’Unione europea”.
Iran, proteste dei commercianti contro svalutazione del riyal
Commercianti ed esercenti iraniani hanno organizzato lunedì 29 dicembre un secondo giorno di proteste a Teheran contro il crollo della valuta nazionale, scesa a nuovi minimi storici rispetto al dollaro. Centinaia di persone si sono radunate tra Saadi Street e il quartiere di Shush, vicino al Bazar, con numerosi negozi chiusi in segno di protesta. Non sono state segnalate repressioni, nonostante un forte dispiegamento di sicurezza. La svalutazione del riyal, aggravata da inflazione, sanzioni e divari tra cambio ufficiale e mercato libero, sta facendo aumentare i prezzi dei beni essenziali e mettendo sotto pressione le famiglie.
Israele destabilizza anche il Corno d’Africa riconoscendo l’indipendenza del Somaliland
Israele è diventato il primo Stato al mondo a riconoscere l’indipendenza del Somaliland, sottile striscia di territorio del Corno d’Africa che vuole la secessione dalla Somalia. La decisione ha provocato un terremoto diplomatico, con proteste veementi da parte dell’Unione Africana e di molti Paesi arabi a cominciare da Turchia, Arabia Saudita e Qatar. L’impatto sulla diplomazia è stato tale che è stata convocata per oggi una riunione d’emergenza del Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Stringendo legami con il Somaliland, Israele spera di ottenere un punto d’appoggio strategico in una terra divisa da un piccolo braccio di mare dalle coste dello Yemen, terra degli Houthi, alleati dell’Iran e nemici dichiarati dello Stato ebraico. Inoltre, secondo alcuni media, il governo israeliano avrebbe chiesto lo scorso marzo al Somaliland la disponibilità ad accogliere i palestinesi deportati da Gaza.
La regione del Somaliland ha proclamato la propria indipendenza nel 1991, senza però ottenere finora un riconoscimento ufficiale da parte di altri Stati, sebbene almeno una dozzina di questi intrattengano rapporti economici con le sue autorità, interessati alla posizione strategica sul Golfo di Aden. Nella giornata del 26 dicembre, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, il ministro degli Esteri israeliano Gideon Saar e il presidente del Somaliland, Abdirahman Mohamed Abdullahi hanno firmato una dichiarazione di reciproco riconoscimento e Abdullahi ha detto che il Somaliland aderirà agli Accordi di Abramo, ampliando così il fronte dei Paesi che riconoscono lo Stato ebraico. Se per il Somaliland è un traguardo storico, per Israele è una mossa prettamente geopolitica. Il territorio, che si estende per circa 175.000 chilometri quadrati, si affaccia sulla costa meridionale del Golfo di Aden, lungo una delle principali rotte commerciali mondiali che collegano l’Oceano Indiano al Canale di Suez. Netanyahu ha spiegato che Israele intende avviare rapidamente una cooperazione con il Somaliland nei settori dell’agricoltura, della sanità, della tecnologia e dell’economia. Il vero obiettivo dietro la decisione di Tel Aviv potrebbe, però, potrebbe essere legato al destino dei palestinesi. All’inizio del 2025, secondo alcuni media, funzionari statunitensi e israeliani avrebbero contattato i governi del Sudan, della Somalia e anche del Somaliland per discutere l’uso dei loro territori come potenziale meta per accogliere i palestinesi sfollati dalla Striscia di Gaza. Tutto lascia intendere, quindi, che Israele voglia concretizzare l’ipotesi del trasferimento dei gazawi proprio in Somaliland. Hamas ha avvertito che non tollererà trasferimenti forzati, definendo il riconoscimento del Somaliland un «precedente pericoloso e un tentativo inaccettabile di ottenere una falsa legittimità da parte di un’entità fascista che occupa la terra di Palestina».
La Somalia ha immediatamente bocciato il riconoscimento israeliano: il ministero degli Esteri somalo ha avvertito che la decisione è un «attacco deliberato» alla sua sovranità che minerebbe la pace nella regione. Il presidente Hassan Sheikh Mohamud ha tenuto delle consultazioni telefoniche con i leader africani, tra cui i suoi omologhi del Kenya, dell’Uganda, della Tanzania e del Gibuti. Turchia, Arabia Saudita e Qatar hanno condannato la decisione di Israele: il ministero degli Esteri turco ha definito illegale la mossa di Israele, affermando che tali azioni puntano a creare instabilità. Per l’Arabia Saudita si tratta di «un’azione che rafforza le misure secessioniste unilaterali», mentre per il Qatar la decisione lede la sovranità e l’integrità territoriale della Somalia. Il leader del gruppo yemenita Houthi, Abdulmalik Badr al-Din al-Houthi, ha definito l’iniziativa di Israele «una mossa aggressiva», affermando che tale misura «mira a dividere i Paesi della regione, nell’ambito di un piano che non si limita alla Somalia, ma il cui obiettivo dichiarato è quello di cambiare il Medio Oriente».
In attesa dell’incontro tra Trump e Netanyahu, rimane sul tavolo il nodo di Washington. Il generale Dagvin Anderson, capo del Comando Africa degli Stati Uniti, ha visitato il Somaliland il mese scorso, alimentando le speranze locali di un accordo con gli Stati Uniti, mentre alcuni dei principali sostenitori del movimento MAGA si schierano a favore della regione separatista, tra cui il deputato Scott Perry, già promotore del “Republic of Somaliland Independence Act”. Il presidente Donald Trump, interrogato sulla questione dal New York Post, ha preso tempo, spiegando di voler valutare la questione. Salvo poi aggiungere: «Qualcuno sa esattamente che cos’è il Somaliland?».
La maggioranza ha messo sotto controllo governativo la protezione ambientale
Per la prima volta dalla sua fondazione, l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA) sarà guidato da una figura politica espressamente scelta dalla maggioranza di governo. Il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, Gilberto Pichetto Fratin, ha infatti proposto come nuova presidente Alessandra Gallone, ex senatrice di Forza Italia e sua attuale consigliera. Una scelta che segna una rottura netta con la tradizione che ha sempre visto tecnici e scienziati alla guida del principale organo scientifico italiano su inquinamento, cambiamenti climatici, biodiversità e rischio idrogeologico. La designazione attende ora il parere obbligatorio della Commissione Ambiente del Senato, previsto per il 6 gennaio 2026.
La nomina di Gallone è stata celebrata con una conferenza stampa. Sebbene legittima sul piano formale – essendo di competenza ministeriale – quest’ultima è percepita come l’atto finale di un progressivo avvicinamento della politica al cuore tecnico dell’ISPRA. Controllare questo ente significa infatti avere margine potenziale per orientarne i pareri, spesso vincolanti, in settori cruciali e potenzialmente conflittuali. Non è un mistero che il centrodestra, nel corso dell’attuale legislatura, abbia più volte tentato di limitarne l’autonomia. Già lo scorso anno, docenti ed esperti inviarono una lettera alla premier Giorgia Meloni per denunciare come l’ISPRA stesse subendo «attacchi sempre più pressanti e ingiustificati» legati alle politiche venatorie. L’offensiva è proseguita nei mesi successivi. All’inizio dell’anno la Lega ha tentato, senza successo grazie all’ostruzionismo del M5S, di sottrarre all’Istituto la competenza sulla fauna selvatica per affidarla a un nuovo organismo politico sotto il ministero dell’Agricoltura. L’attacco più recente e strutturale è contenuto negli emendamenti alla riforma della legge sulla caccia, dove si prevede di ridurre drasticamente il peso tecnico dell’ISPRA, ponendolo sotto la diretta vigilanza della Presidenza del Consiglio dei ministri.
La scelta di Gallone accentua questa frattura con il passato. Il suo predecessore, Stefano Laporta, era un prefetto e avvocato con una lunga esperienza interna all’Istituto e, dal 2023, vicepresidente dell’Agenzia Europea per l’Ambiente. Prima di lui, Bernardo De Bernardinis, nonostante le controversie legate alla condanna per il terremoto dell’Aquila, era un professore ordinario di idraulica ed ex vicecapo della Protezione Civile. Gallone, invece, porta un pedigree prettamente politico. Laureata in lingue e insegnante, ha iniziato la sua carriera nel Movimento Sociale Italiano, per poi aderire ad Alleanza Nazionale. È stata consigliera e assessore all’Istruzione a Bergamo. Eletta al Senato con il Popolo della Libertà nel 2008, è stata per un anno capogruppo di Fratelli d’Italia alla sua nascita, per poi tornare nel 2013 nell’orbita di Forza Italia di Silvio Berlusconi. Riconfermata senatrice nel 2018, ha fatto parte di commissioni come Territorio e ambiente e Agricoltura. Dal 2022 è stata consulente di Pichetto Fratin su innovazione e sostenibilità. Il ministero ne ha sottolineato le competenze «mirate all’economia circolare e alle politiche ambientali», aree indicate come prioritarie.
L’ISPRA è l’agenzia tecnica dello Stato deputata al monitoraggio ambientale, alla ricerca applicata e alla valutazione degli impatti su aria, acqua, suolo e biodiversità. La sua autorevolezza deriva proprio dall’indipendenza scientifica: pareri e analisi guidano la valutazione d’impatto di grandi opere e infrastrutture, l’approvazione dei piani antismog, la gestione delle acque e della depurazione, la tutela della fauna. Per questo motivo una leadership politicamente imparziale non è un vezzo, ma una condizione essenziale, poiché – almeno sulla carta – assicura che le decisioni siano fondate su dati, protegge il lavoro degli esperti e impedisce che interessi di parte compromettano misure necessarie per la salute pubblica e la conformità agli standard europei.










