Home Blog Pagina 11

“Stanno per uccidermi”: il pediatra di Gaza rapito da Israele lancia l’ultimo appello dal carcere

3

Un anno e mezzo fa il pediatra palestinese Hussam Abu Safiya, direttore dell’ospedale Kamal Adwan, si trovava nella Striscia di Gaza per aiutare il suo popolo, nel bel mezzo del genocidio perpetrato da Israele. Le ultime immagini da uomo libero fecero presto il giro del mondo: Abu Safiya si trovava tra le macerie causate dagli attacchi israeliani, a qualche metro da un carro armato su cui, da lì a poco, sarebbe stato costretto a salire. Da quel momento, di uno degli ultimi pediatri di Gaza si è saputo poco e nulla, nonostante i tanti appelli umanitari, incluso quello proveniente dalle Nazioni Unite. Le uniche certezze filtrate dal suo avvocato riguardavano una condizione di percosse, diritti negati e isolamento. «Questa è l’ultima volta che mi vedrai. Mi hanno portato qui per uccidermi. Non credo che sopravviverò, questa è la fine», ha detto nelle scorse ore Abu Safiya al suo avvocato, nella prigione sotterranea di Rafeket. È così scattata una corsa contro il tempo per chiedere la liberazione del pediatra palestinese.

Mani e piedi ammanettati, ferite diffuse sul volto, evidenti difficoltà a respirare e parlare. Così si è presentato Hussam Abu Safiya all’ultimo colloquio con il suo avvocato, Nasser Odeh, dopo 556 giorni di prigionia nelle carceri israeliane. Un luogo noto per la sua violenza, riservata soprattutto ai detenuti palestinesi, come ampiamente riportato da denunce e testimonianze. Poche settimane fa la Corte Suprema israeliana aveva ordinato il prolungamento della detenzione di Abu Safiya, senza prove né processo. Una condizione a cui Israele condanna migliaia di palestinesi, in spregio al diritto internazionale.

Hussam Abu Safiya, 27 dicembre 2024.

Gli ultimi istanti di libertà, per Hussam Abu Safiya, risalgono al 27 dicembre del 2024. Quel giorno stava lavorando, come faceva in modo incessante dall’inizio del genocidio, all’ospedale Kamal Adwan, da lui diretto. A interrompere le attività di assistenza a bambini e adulti fu l’esercito israeliano con un’irruzione. Diversi reparti di una delle ultime strutture sanitarie attive nella Striscia di Gaza vennero dati alle fiamme e lo staff medico rapito, a partire da Abu Safiya. «Da quel momento — scrive la Global Sumud Flotilla (GSF)— la sua famiglia non ha mai smesso di denunciare le condizioni disumane in cui si trova: accesso limitato alle visite del suo avvocato, percosse, isolamento, privazione delle cure mediche e maltrattamenti. L’ONU ha chiesto la sua liberazione immediata, ma anche questo appello è caduto nel vuoto».

Dopo che Nasser Odeh ha reso noto i dettagli del colloquio svolto nella prigione sotterranea di Rafeket, dove Abu Safiya è stato trasferito da alcune settimane, si sono moltiplicati a livello internazionale gli appelli per la sua liberazione. Medici per i Diritti Umani – Israele, una ong con sede a Giaffa, ha esortato le autorità di Tel Aviv a garantire il «trasferimento immediato dalla struttura e una visita per valutare le sue condizioni, prima che sia troppo tardi». L’organizzazione chiede il «rilascio immediato» anche per gli altri medici palestinesi nelle carceri israeliane, sottolineando che «le torture contro i detenuti palestinesi hanno già causato almeno 104 morti dall’ottobre 2023».

Mondiali, revisione squalifica a giocatore USA: Trump ammette colloquio con Infantino

0

Donald Trump ha confermato di aver parlato con il presidente della Fifa Gianni Infantino per chiedere una revisione della squalifica dell’attaccante statunitense Folarin Balogun, espulso durante la recente vittoria degli USA sulla Bosnia ai Mondiali. Il tycoon ha definito il fallo «inesistente» e giudicando «sospetto» il profilo dell’arbitro Raphael Claus (è stato in passato coinvolto in presunti illeciti, ma infine assolto). Trump ha ammesso di «aver solo chiesto di riesaminare» la decisione dell’arbitro. Nel frattempo è scoppiato il caso, con l’UEFA che ha accusato la FIFA di aver compromesso l’integrità della competizione, creando un precedente deleterio per il rispetto delle regole del calcio.

L’ONU sollecita i governi ad accelerare la regolamentazione dell’intelligenza artificiale

1

A Ginevra si è aperto il Dialogo globale delle Nazioni Unite sulla governance dell’intelligenza artificiale e il messaggio di benvenuto ai partecipanti è stato tanto sintetico quanto esplicito: le intelligenze artificiali vengono impiegate per “scopi sinistri”, quindi bisogna muoversi rapidamente per normare questo genere di strumenti, i quali procedono a un passo molto superiore rispetto alla velocità di reazione dei legislatori.

Adottando una prospettiva ottimista – se non addirittura utopica – il Segretario Generale António Guterres dipinge l’avvento delle intelligenze artificiali come “il grande livellatore del ventunesimo secolo”, un fenomeno in grado di “comprimere decenni di sviluppo in una manciata di anni”. Tuttavia, l’ONU non manca di evidenziare formalmente l’ovvio: allo stato attuale, la direzione presa dall’implementazione tecnica non sta seguendo percorsi virtuosi, tutt’altro, e l’unico modo per raddrizzare il tiro è procedere con leggi coerenti, consapevoli e condivise.

Il primo luglio, in occasione del lancio del rapporto La scienza è qui, Guterres si è dimostrato ancora più esplicito: “quanto più l’intelligenza artificiale avanza senza regole condivise, tanto meno governi e cittadini avranno voce in capitolo sui suoi esiti”, ha dichiarato, riassumendo poi il suo consiglio ai governi in due sole parole: “non aspettate”. Il documento, punto di partenza dell’attuale confronto ginevrino, si concentra perlopiù nell’evidenziare la generale incomprensione istituzionale degli strumenti di intelligenza artificiale e il mancato allineamento tra un apparato industriale che procede spedito e un’infrastruttura governativa impantanata in valutazioni infinite.

Se l’impostazione generale punta su un discorso più ampio, evitando di scendere in dettagli scabrosi che potrebbero immediatamente seminare divisioni tra i Paesi partecipanti al forum, l’apertura dell’evento non ha mancato di citare esempi applicativi delle intelligenze artificiali comunemente considerati nefasti. Annalena Baerbock, Presidente dell’Assemblea Generale, ha citato la questione dei deepfake nella prospettiva della sessualizzazione di soggetti ignari, soprattutto donne e minori. I minori, nello specifico, sono stati indicati come il principale motivo per cui si rende necessario introdurre rapide salvaguardie, sostenendo che nessuna azienda di IA dovrebbe poter raggiungere i giovani senza essere prima passata attraverso una verifica indipendente.

La questione dei minori, si sa, è insieme a quella del “terrorismo” la leva preferita con cui la classe politica introduce qualsiasi genere di tema per renderlo appetibile al discorso pubblico. Nessuno si opporrebbe alla tutela dei minori, mentre sarebbe ben più complesso discutere il ruolo dei deepfake nella società, definire dove finisce la parodia e comincia la diffamazione, o ancora di più responsabilizzare le aziende per i difetti dei loro prodotti, a prescindere che questi raggiungano bambini o adulti. Questi argomenti semplici servono però da contraltare a una questione decisamente più spinosa: quella del sempreverde divario digitale.

Problema annoso mai risolto, il “digital divide” continua a rappresentare un fattore di disuguaglianza a discapito dei cosiddetti Paesi in via di sviluppo, uno squilibrio che le IA stanno solo enfatizzando. Anzi, la diffusione esplosiva e acritica delle intelligenze artificiali in ogni aspetto della vita contemporanea sta alimentando disuguaglianza anche tra le nazioni che consideriamo pienamente sviluppate. Lo sviluppo di questi strumenti si sta concentrando su pochi poli di potere e su un numero limitato di aziende, una realtà che, in assenza di una legislazione adeguata, sta di fatto plasmando il ruolo della tecnologia, obbligando a uno stato di sottomissione chiunque non ne detenga le redini. In tal senso, abbiamo già visto un esempio di questo approccio nel fatto che gli Stati Uniti hanno vietato, seppur brevemente, all’azienda Anthropic di distribuire i suoi migliori servizi agli utenti stranieri, danneggiando anche i suoi alleati.

Guterres chiede che non ci si limiti dunque a stanziare fondi per assecondare il progresso industriale, ma che vengano condivise risorse anche per sostenere le capacità di intelligenza artificiale nelle nazioni che non hanno i mezzi per competere con Cina, Stati Uniti e, in misura minore, Europa. Chiede inoltre maggiore trasparenza, affinché le imprese condividano in maniera chiara la quantità di risorse elettriche e idriche impiegate, nonché il tasso di emissioni prodotte. “L’IA può sembrare intangibile, ma la sua impronta non lo è”, ha fatto notare il Segretario Generale dell’ONU. “Entro il 2030 potrebbe consumare più elettricità di quasi tutte le nazioni del mondo, con l’eccezione di appena cinque, e una quantità d’acqua sufficiente a soddisfare per un anno intero i bisogni di tutti gli 1,3 miliardi di abitanti dell’Africa subsahariana”.

Sismica, inadatta e senza deposito per le scorie: l’Italia che vuole le centrali nucleari

7

All’indomani di due catastrofi – Chernobyl e Fukushima – gli italiani si sono espressi sul nucleare. Il referendum abrogativo del 1987 determina di fatto la cessazione del programma elettronucleare in Italia, mentre quello del 2011 blocca il piano del governo di costruire nuove centrali nucleari sul territorio nazionale. In entrambi i casi la vittoria del sì è schiacciante: la volontà della popolazione si impone con chiarezza. 
A distanza di 15 anni dall’ultima chiamata alle urne, l’energia nucleare è tornata a essere una possibilità vagliata dalla politica tanto che il 4 giugno 2026 la C...

Questo è un articolo di approfondimento riservato ai nostri abbonati.
Scegli l'abbonamento che preferisci 
(al costo di un caffè la settimana) e prosegui con la lettura dell'articolo.

Se sei già abbonato effettua l'accesso qui sotto o utilizza il pulsante "accedi" in alto a destra.

ABBONATI / SOSTIENI

L'Indipendente non ha alcuna pubblicità né riceve alcun contributo pubblico. E nemmeno alcun contatto con partiti politici. Esiste solo grazie ai suoi abbonati. Solo così possiamo garantire ai nostri lettori un'informazione veramente libera, imparziale ma soprattutto senza padroni.
Grazie se vorrai aiutarci in questo progetto ambizioso.

Maxi rogo nel sud-ovest della Francia, 10mila evacuati

0
Un vasto incendio boschivo nel sud-ovest della Francia, vicino al confine con la Spagna, ha già devastato circa 4.600 ettari e costretto oltre 10.000 persone a evacuare una ventina di comuni. Le autorità temono un peggioramento della situazione a causa dei forti venti, mentre l’Unione Europea ha inviato quattro aerei antincendio da Cipro e Svezia a sostegno dei soccorsi. Il rogo ha provocato cinque feriti, tra cui un vigile del fuoco, e ha interessato anche l’area della terza tappa del Tour de France, che si disputerà comunque con misure di sicurezza rafforzate.

Epstein Files: il dipartimento di Giustizia USA rifiuta di rimuovere gli omissis

1

«Molte comunicazioni scritte dalle vittime, se decontestualizzate, possono apparire inquietanti di per sé». È sulla base di questa motivazione, che il Dipartimento di Giustizia statunitense prende tempo e respinge, almeno per ora, l’ordine del giudice federale Emmet Sullivan di rimuovere gli omissis da una parte dei documenti relativi agli Epstein Files. A poche ore dalla scadenza fissata dal tribunale, il governo ha depositato una memoria con cui chiede altri sessanta giorni, oppure, il riconoscimento della legittimità delle cancellature già effettuate, sostenendo che la pubblicazione integrale dei documenti rischierebbe di divulgare involontariamente dati personali identificativi delle vittime e di compromettere interessi tutelati dalla legge.

L’ordinanza contestata era stata emessa dal giudice federale Emmet Sullivan nell’ambito della causa promossa dalla giornalista Katie Phang attraverso il Freedom of Information Act (FOIA), la normativa che consente ai cittadini di ottenere documenti detenuti dalle agenzie federali. Sullivan aveva imposto al Dipartimento di Giustizia di consegnare entro il 2 luglio le versioni prive degli omissis, oppure, di fornire una giustificazione dettagliata per ciascuna informazione oscurata. Secondo l’ordinanza, il governo non può limitarsi a richiamare genericamente esigenze investigative o di tutela della privacy, ma deve spiegare in modo puntuale perché ogni singola cancellatura sia indispensabile. Il Dipartimento di Giustizia, invece, continua a sostenere che molte delle informazioni richieste ricadano nelle eccezioni previste dalla legge e ha chiesto di sospendere l’esecuzione dell’ordinanza, contestando anche l’interpretazione giuridica adottata dal tribunale sulla possibilità per privati cittadini di far valere l’Epstein Files Transparency Act attraverso il procedimento amministrativo, come ha spiegato il viceprocuratore generale Stanley Woodward.

Fra i documenti che il Dipartimento di Giustizia continua a voler mantenere, almeno in parte, oscurati figurano alcuni dei passaggi più delicati dell’intero archivio Epstein: i mittenti e i destinatari di almeno otto e-mail tra cui una relativa a un presunto «video di tortura» e altre su abusi su minori, i nomi contenuti in una bozza d’incriminazione di possibili complici, documenti in lingua straniera finora esclusi dalla pubblicazione e l’elenco completo delle informazioni censurate nei fascicoli già diffusi. A questi si aggiungono gli appunti manoscritti degli interrogatori dell’FBI relativi alla denuncia di violenza sessuale presentata da una donna nei confronti di Donald Trump. Secondo il viceprocuratore Woodward, quei documenti non aggiungerebbero elementi sostanziali rispetto ai verbali dattiloscritti già pubblicati, essendo «considerati una duplicazione dei resoconti che documentavano le interviste». La scelta di non divulgarli sarebbe motivata anche da ragioni tecniche: la natura manoscritta delle note, ha spiegato il Dipartimento, renderebbe più complesso il processo di oscuramento e aumenterebbe il rischio di divulgare involontariamente dati personali identificativi delle vittime. Le accuse rivolte a Trump non sono mai state corroborate e il presidente le ha sempre respinte: per questo, il Dipartimento ha scelto di pubblicare soltanto i verbali ufficiali di alcuni interrogatori, mantenendo riservati gli appunti preparatori degli agenti.

La richiesta di sospendere l’ordinanza arriva mentre il processo di desecretazione degli Epstein Files continua ad accumulare ritardi e a innescare critiche sempre più accese di insabbiamento del caso. Nonostante l’approvazione dell’Epstein Files Transparency Act e la pubblicazione di milioni di pagine negli ultimi mesi, una parte rilevante dell’archivio rimane ancora fuori dalla consultazione pubblica: secondo il Dipartimento di Giustizia, restano da esaminare circa due milioni di documenti. Per il governo, le eccezioni previste dalla legge giustificano il mantenimento di ampie porzioni del materiale sotto censura; per i ricorrenti, invece, gli omissis sono stati applicati ben oltre quanto strettamente necessario, rendendo impossibile ricostruire l’effettiva portata delle indagini e gli eventuali collegamenti con altri soggetti coinvolti. La decisione torna ora nelle mani del giudice Sullivan, chiamato a stabilire se concedere altro tempo all’amministrazione, oppure, pretendere, documento per documento, una motivazione circostanziata per ogni singola informazione sottratta alla pubblicazione.

“La lunga mano di Israele sull’Italia”: il nuovo numero del mensile de L’Indipendente

0

Da oggi è disponibile sul nostro sito il nuovo numero del Mensile de L’Indipendente, la rivista rilegata e da conservare al cui interno troverete 80 pagine di contenuti esclusivi, tra inchieste e approfondimenti riguardanti ambiente, diritti, consumo critico e molto altro. Si tratta di notizie che non troverete su altri media, perché noi, al contrario della maggior parte dei mezzi di informazione, non ospitiamo pubblicità e non siamo dunque influenzabili da poteri politici e interessi economici. L’inchiesta di copertina di questo mese è dedicata alla strategia di espansione di Israele nel nostro Paese, con investimenti che spaziano dal settore dell’università e della ricerca, passando per il business delle rinnovabili, per arrivare al massiccio aumento della presenza in Valsesia e al progetto di una colonia in Puglia.

Il mensile de L’Indipendente ha come sottotitolo i tre pilastri che ne definiscono la cifra giornalistica: inchieste, consumo critico, beni comuni. Ogni parola è stata scelta con cura, racchiudendo ciò che vogliamo e possiamo fare, perché non abbiamo padroni, padrini o sponsor da compiacere. Esse rappresentano i tre punti cardinali che sono alla base del nostro impegno giornalistico: inchieste (per svelare i lati nascosti della politica e dell’economia), consumo critico (per vivere meglio, certo, ma anche per promuovere scelte consapevoli capaci di colpire gli interessi privilegiati) e beni comuni (perché la nostra missione è quella di leggere la realtà nell’interesse dei cittadini e non delle élite oligarchiche che controllano i media dominanti). All’interno del mensile ci saranno poi, naturalmente, approfondimenti sull’attualità e sui temi che caratterizzano da sempre la nostra agenda: esteri, geopolitica, ambiente, diritti sociali.

Questi sono solamente alcuni dei contenuti che potrete ritrovare nel nuovo numero:

  • l’Italia punta (di nuovo) sul nucleare: dopo due referendum contrari, l’Italia riapre la strada al nucleare con la nuova legge delega. Ma gli Small Modular Reactor restano una tecnologia non ancora consolidata, i costi lievitano e il Paese, sismico e idrogeologicamente fragile, fatica a trovare un sito sicuro per le scorie più pericolose;
  • il Vietnam è diventato una potenza economica: con il fine di preservare la propria egemonia nell’area e allo stesso tempo non schierarsi apertamente con gli Stati Uniti, né indispettire la Cina, il Vietnam ha adottato la diplomazia del bambù, basata sulla flessibilità, senza però dimenticare le proprie radici ideologiche;
  • il massacro del G8 di Genova, 25 anni dopo: quel G8 resta una ferita aperta per tutta la Repubblica: la Diaz, Bolzaneto, la morte di Carlo Giuliani. Processi, condanne, depistaggi e una domanda ancora senza risposta: come fu possibile tutto questo?
  • Perché evitare i biscotti industriali senza glutine: indice glicemico molto alto, carenza di fibre e micronutrienti, additivi come gomma di guar ed emulsionanti, più grassi e zuccheri semplici: ecco perché i biscotti gluten-free industriali non sono affatto più sani di quelli tradizionali, secondo i nutrizionisti.

Il nuovo numero del mensile de L’Indipendente è acquistabile (in formato cartaceo o digitale) sul nostro shop online, ed è disponibile anche tramite il nuovo abbonamento esclusivo alla rivista, con il quale potreste ricevere la versione cartacea a casa ogni mese per un anno al prezzo di 90 euro, spese di spedizione incluse. Per consultare le modalità dell’abbonamento ed, eventualmente, sottoscriverlo potete cliccare qui: lindipendente.online/abbonamenti.

Catania, eruzione Etna: stop ai voli fino alle 14

0

È stato prolungato fino alle 14 lo stop ai voli nell’aeroporto di Catania. La sospensione del traffico aereo era inizialmente prevista fino a questa mattina, come conseguenza delle attività vulcaniche avvenute nella notte fra il 5 e il 6 luglio. La SAC, la società di gestione dello scalo siciliano, ha deciso di prolungare lo stop viste le emissioni di cenere ancora in corso. L’eruzione dell’Etna ha portato alla chiusura dello spazio aereo anche sulla base militare di Sigonella, mentre restano operativi gli aeroporti di Palermo, Comiso e Trapani.

Centinaia di braccianti hanno occupato la Basilica di Bari contro lo sfruttamento

0

Documenti in regola e un alloggio dignitoso. Sono queste le rivendicazioni dei circa 200 braccianti che, partiti dal ghetto foggiano di Torretta Antonacci, hanno occupato la Basilica di San Nicola, a Bari. Lo hanno fatto pacificamente per più di cinque ore, fino a quando hanno ottenuto un incontro con il presidente della Regione Puglia Antonio Decaro. «Questa è la dimostrazione di una cosa semplice, che ripetiamo da anni: le istituzioni si muovono solo quando i braccianti alzano la testa e la voce», scrive l’Unione Sindacale di Base (USB), a guida della protesta. I manifestanti hanno strappato diversi impegni a Decaro, a partire dal ripristino dell’approvvigionamento idrico all’interno di Torretta Antonacci. C’è poi la riqualifica del ghetto attraverso fondi regionali, riuscendo laddove il PNRR ha fallito. Infine, Decaro si è impegnato a far pressione sul governo Meloni per accelerare sul rilascio di visti e permessi di soggiorno.

«Senza di noi l’Italia si ferma» e «Basta schiavi del vostro cibo» sono solo alcune delle scritte che si leggono all’interno della Basilica di San Nicola. La denuncia proviene da chi, attraverso il suo lavoro quotidiano, tiene in piedi il sistema agricolo convenzionale. Nella Capitanata, così come in tante altre zone d’Italia, migliaia di braccianti sono costretti a sopravvivere tra turni estenuanti, paghe da fame e alloggi fatiscenti e sovraffollati. Nel ghetto di Torretta Antonacci vivono più di 2mila persone, tra le lamiere e una carenza generalizzata dei servizi di base. Una situazione che genera rabbia, frustrazione e anche sconforto. Ad aprile, Alagie Singathe, bracciante ventinovenne, si è tolto la vita nella baracca dove viveva da cinque anni.

«Nel 2026, in Italia, nella regione che si vanta della propria agricoltura, chi raccoglie il cibo muore di sete accanto ai campi», denuncia USB. A Torretta Antonacci, infatti, l’acqua arriva tre volte a settimana con delle autobotti che riforniscono boiler e cisterne. Il caldo estivo e il sovraffollamento rendono questo sistema insostenibile, lasciando per intere giornate migliaia di persone senz’acqua. Il miglioramento di questa condizione, con rifornimenti quotidiani, è la prima rivendicazione avanzata dai banchi della Cattedrale di San Nicola, noto come il santo protettore dei forestieri.

Oltre all’impegno sull’approvvigionamento idrico, l’incontro tra la delegazione dei manifestanti e Antonio Decaro ha messo sul tavolo anche la volontà, da parte della Regione, di individuare nuove risorse pubbliche per riqualificare Torretta Antonacci e dotarla dei servizi di base. I 30 milioni del PNRR deputati a questo scopo sono andati persi, come confermato dallo stesso Decaro. Quest’ultimo — scrive USB — «si è impegnato a convocare un momento di confronto, a partire dai governatori delle regioni del Sud, dove il problema del bracciantato migrante è più sentito, per avviare una pressione comune sul governo per il rilascio dei permessi di soggiorno e per una forma di stabilizzazione dei lavoratori». I braccianti si definiscono infatti «ostaggi della burocrazia», con documenti attesi da anni.

Di fronte a questa condizione di precarietà e sfruttamento, i lavoratori attendono i promessi interventi istituzionali, ottenuti attraverso la mobilitazione, ma si dicono pronti a farsi sentire più forti e più numerosi di sabato se alle parole non dovessero seguire i fatti. Nel mirino c’è l’inizio della stagione della raccolta dei pomodori, che i braccianti potrebbero sabotare mediante blocchi e scioperi.

L’economia del non possesso: giochi, musica e film, paghiamo tutto senza avere niente

2
possesso giochi musica film

I documenti e le foto nel cloud, la musica nelle piattaforme online o nelle librerie virtuali, i libri nel Kindle, i giochi online e film e serie tv sui colossi che si contendono la nostra attenzione e i nostri soldini a colpi di promozioni lampo. Paghiamo, acquistiamo, ne usufruiamo, ma non possediamo nulla di quello che abbiamo acquistato: è il paradosso dell’ultima frontiera del capitalismo, il trionfo del fare i soldi senza vendere niente di fisico e che sia realmente tuo.

L’ultimo caso, che ha scatenato le ire degli utenti-acquirenti, ha a che fare con il gioco Gran Theft Auto 6, ormai assurto a caso globale dell’importanza dei videogiochi non solo per quello che riguarda il mondo dell’intrattenimento, ma l’economia che questo settore, e questo gioco in particolare, è in grado di generare. I giocatori sono furiosi perché, dopo una lunghissima attesa, sono stati aperti gli ordini per la nuova versione del gioco, che dovrebbe vedere la luce il prossimo 19 novembre: acquistando la copia fisica si riceve nella pratica la scatola del gioco ma senza il cd, il supporto fisico da inserire in pc e console. Si ottengono semplicemente i dati per registrarsi, scaricarlo e iniziare a giocare, una prassi nel mondo del videogame, e non solo. Il problema è che, vista la mole di persone che aspettando con ansia il lancio – basti pensare che ci sono aziende, come la californiana Burger Motorsports, che hanno annunciato la chiusura per il 19 novembre dopo aver constatato che gran parte del personale aveva già richiesto ferie per quella data – l’assenza del CD fisico ha scatenato proteste in tutto il web. E non solo dai giocatori più longevi, ma anche da quelli più giovani.

Il punto, che potrebbe sembrare banale, è con 79,99 euro porti a casa una scatola vuota. Una scelta che, tra l’altro, rende di fatto impossibile la rivendita, trasformando la confezione in un oggetto puramente decorativo privo di valore pratico. La verità, forse difficile da digerire, è che per quanto riguarda videogiochi, libri, film e serie tv, musica e software, abbiamo smesso di acquistare il prodotto in sé, limitandoci a pagare per poterne usufruire, ma senza poterne rivendicare davvero la proprietà. È quello che succede acquistando le licenze per l’uso di software, abbonamenti a player musicali, libri da leggere nei lettori appositi e, appunto, videogiochi online. Sony, l’azienda che produce la Playstation, ha appena annunciato che da gennaio 2028 non produrrà più dischi fisici per le sue console. I giochi saranno fruibili in formato digitale e acquistabili in rete, o nei negozi che però venderanno solo la confezione, con all’interno i dati di accesso.

Il problema nasce nel momento in cui ci si inizia a domandare che cosa, fisicamente, si è acquistato con quei soldi. Facendo un ulteriore passaggio è facile capire che l’acquisto riguardi il diritto di utilizzo e fruizione del prodotto, almeno fino a quando la piattaforma che lo propone continuerà ad esistere, mantenendo quindi attivo il servizio per il consumatore. L’altro problema si presenta ragionando su che cosa potrebbe accadere alla morte del proprietario perché, non essendo oggetti fisici, non possono essere ereditati in automatico.

Apple e Google hanno introdotto funzioni specifiche per la gestione post-mortem. Apple consente di nominare un contatto erede. Questa persona riceve una chiave di accesso per recuperare foto, messaggi e documenti salvati su iCloud. Tuttavia, restano esclusi film, musica, abbonamenti o libri acquistati, proprio a causa dei vincoli di licenza. Google permette invece di scegliere chi avvisare e a chi condividere i dati di Gmail, Drive e YouTube se l’account rimane inutilizzato per un determinato periodo.

In Italia, nel 2021, il Tribunale di Milano ha ordinato ad Apple di consegnare i dati iCloud di un giovane morto in un incidente stradale ai genitori, che volevano recuperare i video e le ricette culinarie create dal figlio. Apple si era inizialmente opposta citando le rigide leggi statunitensi sulla riservatezza. E sono situazioni che si presentano anche per i profili dei social network, che utilizziamo senza che siano veramente “nostri”. Nel 2012 una quindicenne morì travolta da un treno a Berlino e i genitori chiesero a Facebook l’accesso al suo profilo per capire se si fosse trattato di un suicidio o di un tragico incidente, che si oppose per tutelare la privacy degli amici che avevano chattato con la ragazza. Dopo sei anni di battaglie legali, la Corte Suprema Tedesca diede ragione ai genitori, stabilendo che l’account social rientrava nell’eredità e doveva passare ai successori, esattamente come i diari cartacei o le lettere fisiche.

Insomma, GTA è stato il grimaldello che ha permesso a milioni di persone di accorgersi del meccanismo in cui siamo precipitati negli ultimi anni, ma la domanda che rimane sullo sfondo, è sempre la stessa: nell’era del capitalismo sfrenato, basta un po’ di comodità a buon mercato per farci rinunciare alla proprietà di cose che acquistiamo con il frutto del nostro lavoro? Il lancio del nuovo gioco è insomma il pretesto per una riflessione più ampia: siamo di fronte a una transizione che non nasce dai consumi ma da una strategia industriale precisa: zero costi di distribuzione fisica, mercato dell’usato azzerato e controllo totale sul prodotto. Gli analisti sostengono che la persone, ormai abituate al meccanismo, andranno avanti a comprare lo stesso ed è solo da un’enorme smentita che potrebbe arrivare un’inversione di tendenza.