Documenti in regola e un alloggio dignitoso. Sono queste le rivendicazioni dei circa 200 braccianti che, partiti dal ghetto foggiano di Torretta Antonacci, hanno occupato la Basilica di San Nicola, a Bari. Lo hanno fatto pacificamente per più di cinque ore, fino a quando hanno ottenuto un incontro con il presidente della Regione Puglia Antonio Decaro. «Questa è la dimostrazione di una cosa semplice, che ripetiamo da anni: le istituzioni si muovono solo quando i braccianti alzano la testa e la voce», scrive l’Unione Sindacale di Base (USB), a guida della protesta. I manifestanti hanno strappato diversi impegni a Decaro, a partire dal ripristino dell’approvvigionamento idrico all’interno di Torretta Antonacci. C’è poi la riqualifica del ghetto attraverso fondi regionali, riuscendo laddove il PNRR ha fallito. Infine, Decaro si è impegnato a far pressione sul governo Meloni per accelerare sul rilascio di visti e permessi di soggiorno.
«Senza di noi l’Italia si ferma» e «Basta schiavi del vostro cibo» sono solo alcune delle scritte che si leggono all’interno della Basilica di San Nicola. La denuncia proviene da chi, attraverso il suo lavoro quotidiano, tiene in piedi il sistema agricolo convenzionale. Nella Capitanata, così come in tante altre zone d’Italia, migliaia di braccianti sono costretti a sopravvivere tra turni estenuanti, paghe da fame e alloggi fatiscenti e sovraffollati. Nel ghetto di Torretta Antonacci vivono più di 2mila persone, tra le lamiere e una carenza generalizzata dei servizi di base. Una situazione che genera rabbia, frustrazione e anche sconforto. Ad aprile, Alagie Singathe, bracciante ventinovenne, si è tolto la vita nella baracca dove viveva da cinque anni.
«Nel 2026, in Italia, nella regione che si vanta della propria agricoltura, chi raccoglie il cibo muore di sete accanto ai campi», denuncia USB. A Torretta Antonacci, infatti, l’acqua arriva tre volte a settimana con delle autobotti che riforniscono boiler e cisterne. Il caldo estivo e il sovraffollamento rendono questo sistema insostenibile, lasciando per intere giornate migliaia di persone senz’acqua. Il miglioramento di questa condizione, con rifornimenti quotidiani, è la prima rivendicazione avanzata dai banchi della Cattedrale di San Nicola, noto come il santo protettore dei forestieri.
Oltre all’impegno sull’approvvigionamento idrico, l’incontro tra la delegazione dei manifestanti e Antonio Decaro ha messo sul tavolo anche la volontà, da parte della Regione, di individuare nuove risorse pubbliche per riqualificare Torretta Antonacci e dotarla dei servizi di base. I 30 milioni del PNRR deputati a questo scopo sono andati persi, come confermato dallo stesso Decaro. Quest’ultimo — scrive USB — «si è impegnato a convocare un momento di confronto, a partire dai governatori delle regioni del Sud, dove il problema del bracciantato migrante è più sentito, per avviare una pressione comune sul governo per il rilascio dei permessi di soggiorno e per una forma di stabilizzazione dei lavoratori». I braccianti si definiscono infatti «ostaggi della burocrazia», con documenti attesi da anni.
Di fronte a questa condizione di precarietà e sfruttamento, i lavoratori attendono i promessi interventi istituzionali, ottenuti attraverso la mobilitazione, ma si dicono pronti a farsi sentire più forti e più numerosi di sabato se alle parole non dovessero seguire i fatti. Nel mirino c’è l’inizio della stagione della raccolta dei pomodori, che i braccianti potrebbero sabotare mediante blocchi e scioperi.
I documenti e le foto nel cloud, la musica nelle piattaforme online o nelle librerie virtuali, i libri nel Kindle, i giochi online e film e serie tv sui colossi che si contendono la nostra attenzione e i nostri soldini a colpi di promozioni lampo. Paghiamo, acquistiamo, ne usufruiamo, ma non possediamo nulla di quello che abbiamo acquistato: è il paradosso dell’ultima frontiera del capitalismo, il trionfo del fare i soldi senza vendere niente di fisico e che sia realmente tuo.
L’ultimo caso, che ha scatenato le ire degli utenti-acquirenti, ha a che fare con il gioco Gran Theft Auto 6, ormai assurto a caso globale dell’importanza dei videogiochi non solo per quello che riguarda il mondo dell’intrattenimento, ma l’economia che questo settore, e questo gioco in particolare, è in grado di generare. I giocatori sono furiosi perché, dopo una lunghissima attesa, sono stati aperti gli ordini per la nuova versione del gioco, che dovrebbe vedere la luce il prossimo 19 novembre: acquistando la copia fisica si riceve nella pratica la scatola del gioco ma senza il cd, il supporto fisico da inserire in pc e console. Si ottengono semplicemente i dati per registrarsi, scaricarlo e iniziare a giocare, una prassi nel mondo del videogame, e non solo. Il problema è che, vista la mole di persone che aspettando con ansia il lancio – basti pensare che ci sono aziende, come la californiana Burger Motorsports, che hanno annunciato la chiusura per il 19 novembre dopo aver constatato che gran parte del personale aveva già richiesto ferie per quella data – l’assenza del CD fisico ha scatenato proteste in tutto il web. E non solo dai giocatori più longevi, ma anche da quelli più giovani.
Il punto, che potrebbe sembrare banale, è con 79,99 euro porti a casa una scatola vuota. Una scelta che, tra l’altro, rende di fatto impossibile la rivendita, trasformando la confezione in un oggetto puramente decorativo privo di valore pratico. La verità, forse difficile da digerire, è che per quanto riguarda videogiochi, libri, film e serie tv, musica e software, abbiamo smesso di acquistare il prodotto in sé, limitandoci a pagare per poterne usufruire, ma senza poterne rivendicare davvero la proprietà. È quello che succede acquistando le licenze per l’uso di software, abbonamenti a player musicali, libri da leggere nei lettori appositi e, appunto, videogiochi online. Sony, l’azienda che produce la Playstation, ha appena annunciato che da gennaio 2028 non produrrà più dischi fisici per le sue console. I giochi saranno fruibili in formato digitale e acquistabili in rete, o nei negozi che però venderanno solo la confezione, con all’interno i dati di accesso.
Il problema nasce nel momento in cui ci si inizia a domandare che cosa, fisicamente, si è acquistato con quei soldi. Facendo un ulteriore passaggio è facile capire che l’acquisto riguardi il diritto di utilizzo e fruizione del prodotto, almeno fino a quando la piattaforma che lo propone continuerà ad esistere, mantenendo quindi attivo il servizio per il consumatore. L’altro problema si presenta ragionando su che cosa potrebbe accadere alla morte del proprietario perché, non essendo oggetti fisici, non possono essere ereditati in automatico.
Apple e Google hanno introdotto funzioni specifiche per la gestione post-mortem. Apple consente di nominare un contatto erede. Questa persona riceve una chiave di accesso per recuperare foto, messaggi e documenti salvati su iCloud. Tuttavia, restano esclusi film, musica, abbonamenti o libri acquistati, proprio a causa dei vincoli di licenza. Google permette invece di scegliere chi avvisare e a chi condividere i dati di Gmail, Drive e YouTube se l’account rimane inutilizzato per un determinato periodo.
In Italia, nel 2021, il Tribunale di Milano ha ordinato ad Apple di consegnare i dati iCloud di un giovane morto in un incidente stradale ai genitori, che volevano recuperare i video e le ricette culinarie create dal figlio. Apple si era inizialmente opposta citando le rigide leggi statunitensi sulla riservatezza. E sono situazioni che si presentano anche per i profili dei social network, che utilizziamo senza che siano veramente “nostri”. Nel 2012 una quindicenne morì travolta da un treno a Berlino e i genitori chiesero a Facebook l’accesso al suo profilo per capire se si fosse trattato di un suicidio o di un tragico incidente, che si oppose per tutelare la privacy degli amici che avevano chattato con la ragazza. Dopo sei anni di battaglie legali, la Corte Suprema Tedesca diede ragione ai genitori, stabilendo che l’account social rientrava nell’eredità e doveva passare ai successori, esattamente come i diari cartacei o le lettere fisiche.
Insomma, GTA è stato il grimaldello che ha permesso a milioni di persone di accorgersi del meccanismo in cui siamo precipitati negli ultimi anni, ma la domanda che rimane sullo sfondo, è sempre la stessa: nell’era del capitalismo sfrenato, basta un po’ di comodità a buon mercato per farci rinunciare alla proprietà di cose che acquistiamo con il frutto del nostro lavoro? Il lancio del nuovo gioco è insomma il pretesto per una riflessione più ampia: siamo di fronte a una transizione che non nasce dai consumi ma da una strategia industriale precisa: zero costi di distribuzione fisica, mercato dell’usato azzerato e controllo totale sul prodotto. Gli analisti sostengono che la persone, ormai abituate al meccanismo, andranno avanti a comprare lo stesso ed è solo da un’enorme smentita che potrebbe arrivare un’inversione di tendenza.
Nonostante le fratture interne e le incertezze riguardanti il futuro, soprattutto per quanto riguarda l’impegno degli USA sotto la guida di Donald Trump, i Paesi membri della NATO hanno trovato l’accordo per l’erogazione di 140 miliardi all’Ucraina per il biennio 2026-2027, 70 miliardi per ciascun anno. Il totale include il prestito da 30 miliardi l’anno già approvato dall’Unione Europea, mentre il resto sarà ripartito tra i Paesi membri su base volontaria – ad esclusione degli USA. L’intesa, raggiunta nel fine settimana dagli ambasciatori dei vari Paesi, dovrà ora essere approvata in via definitiva dai leader per essere poi riportata nella dichiarazione finale del summit NATO Ankara, in programma per il 7 e 8 luglio prossimi.
Secondo quanto previsto dalla bozza sottoscritta dagli ambasciatori NATO negli scorsi giorni, gli Stati membri dell’Alleanza e il Canada dovrebbero ripartirsi una cifra di 40 miliardi di euro all’anno per il 2026 e il 2027, mentre gli Stati Uniti continuerebbero a contribuire alla difesa di Kiev attraverso il programma PURL (Prioritised Ukraine Requirements List, ovvero la Lista delle Richieste Ucraine Prioritarie). Si tratta di un’iniziativa lanciata nel 2025 dal segretario generale della NATO, Mark Rutte, e dal presidente Trump, dopo le critiche rivolte dal presidente USA all’amministrazione UE secondo le quali i Paesi europei non si starebbero assumendo sufficienti responsabilità per garantire la sicurezza dell’Ucraina. Con la creazione di questo programma, gli USA hanno definitivamente delegato la questione della difesa di Kiev all’UE, limitandosi a impegnarsi a fornire munizioni ed equipaggiamenti militari che verranno pagati dal Vecchio Continente. A giugno di quest’anno, gli Alleati si sono impegnati a finanziare oltre sei miliardi di dollari di attrezzature attraverso il programma PURL.
La bozza dell’accordo, visionata da Reuters e commentata ai media da alcuni diplomatici in forma non ufficiale, avrebbe ribadito come la Russia rappresenti una «minaccia a lungo termine» per «la sicurezza e la stabilità euro-atlantiche» e che, proprio per questa ragione, i membri dell’Alleanza Atlantica e il Canada si stanno impegnando a mantenere gli impegni presi lo scorso anno, quando venne concordato il maggior aumento di spese militari nella storia della NATO. Nel 2025, proprio per far fronte al disimpegno USA, la spesa europea per il sostegno militare all’Ucraina è aumentato del 67% rispetto agli anni precedenti: in prima fila vi è la Germania, seguita da Francia, Regno Unito e Italia (con un impegno da parte di Roma di oltre 15 miliardi di euro). Se si considerano i 60 miliardi di prestito che verranno erogati tra questo e il prossimo anno, l’esborso dell’UE per l’Ucraina raggiunge la cifra di 300 miliardi di euro.
In una dichiarazione rilasciata alla stampa, Rutte ha ribadito chiaramente che il vertice di Ankara sarà incentrato su «risultati concreti», tra i quali «un aumento della spesa per la difesa, una maggiore produzione nel settore della difesa e un forte sostegno all’Ucraina». Al centro delle discussione della due giorni in Turchia vi saranno infatti anche le fratture interne all’Alleanza, dopo che alcuni membri hanno espresso la propria insoddisfazione per il fatto che pochissimi Stati membri si sono avvicinati al tetto del 5% in spese per la difesa imposto lo scorso anno. Un nodo centrale sarà costituito anche dalle decisioni USA, dopo le minacce di Trump di abbandonare la NATO. Nel frattempo, in attesa dell’inizio del summit di Ankara, il presidente ucraino Zelensky sta incalzando gli alleati per l’invio di missili Patriot: «qualsiasi ritardo [nella consegna] significa perdita di vite umane e incoraggia la Russia a continuare la guerra» e questa decisione dipende «dagli Stati Uniti» e «dai Paesi forti in Europa e nel mondo», ha dichiarato.
Poco dopo la mezzanotte, l’esercito russo ha sferrato un nuovo attacco contro l’Ucraina. Diversi missili balistici sono stati lanciati su Kiev, causando la morte di 9 persone, cui si aggiungono 46 feriti. Si registra una vittima anche nel distretto di Butcha. Un attacco ucraino sulla città di Sebastopoli, nella penisola di Crimea annessa alla Russia, ha invece danneggiato le infrastrutture energetiche, causando un blackout.
Ingria, Ronco Canavese e Valprato Soana, in Valle Soana, nel Torinese, hanno aperto le candidature per VIHTA, un progetto di residenza temporanea rivolto a professionisti, famiglie, ricercatori e studenti universitari disposti a trasferirsi in montagna per un periodo di due o quattro settimane, tra il 20 settembre e il 18 ottobre 2026.
Il nome scelto viene dal patois francoprovenzale locale: vihta significa "stai". Non un weekend, non una vacanza, ma un tentativo vero e proprio di popolare di nuovo le terre alte del Parco Nazionale Gran Paradiso, dove lo spopolamento resta la sfida più concret...
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Gli Stati Uniti sono il primo fornitore di armi dell’Italia. Soltanto dal 2023, Roma ha avviato nove nuovi programmi di acquisizione, dal valore di circa 2 miliardi di euro, prevedendo un onere complessivo di 4,4 miliardi. Lo rivela l’ultima analisi dell’Osservatorio Mil€x, che dettaglia anche i tipi di sistemi d’arma ordinati. Figurano ad esempio lanciamissili HIMARS, droni (tra cui i nuovi Predator armati), mezzi per forze speciali, bombe e missili destinati agli F-35B. Restano esclusi dal conteggio i futuri 25 caccia F-35, il cui costo stimato è di almeno 7 miliardi di euro. I nuovi acquisti si inseriscono in una più ampia corsa al riarmo che vede l’Italia, insieme agli altri Paesi NATO, intenzionata a spendere il 5% del proprio PIL nel settore della difesa. Brindano le multinazionali del settore, mentre la spesa sociale si avvia verso una nuova stagione di erosione.
Alla luce dell’ultimo rapporto dell’Osservatorio Mil€x, il recente battibecco tra il presidente USA Donald Trump e la presidente del Consiglio Giorgia Meloni appare come una nota stonata all’interno di una sinfonia bellica rodata lungo l’asse Roma-Washington. Nel corso della XIX Legislatura, guidata proprio dalla maggioranza di centrodestra, sono stati infatti «avviati nove nuovi programmi di acquisizione di armi statunitensi, con una programmazione di spesa 2023-2027 di quasi 400 milioni» di euro». A ciò — fa notare l’Osservatorio Mil€x — si aggiungono le spese per la prosecuzione delle forniture già in corso, riviste annualmente dal ministero della Difesa, «che portano a 4,4 miliardi la spesa in armi USA tra il 2023 e il 2027». L’Osservatorio Mil€x ha elencato i diversi tipi di sistemi d’arma ordinati, a partire dai lanciamissili HIMARS, prodotti dall’americana Lockheed Martin e compatibili coi camion in dotazione all’esercito italiano. Figurano poi 321 mezzi Flyer 72 in dotazione interforze e 110 mezzi leggeri a supporto delle forze speciali e degli incursori.
Alla Marina sono destinati anche 15 piccoli droni ad ala fissa, nell’ambito di un programma che include «l’acquisizione di 18 mini-elicotteri a comando remoto AWHero di Leonardo, sempre da imbarcare sulle unità della Marina», si legge nell’analisi. I nuovi programmi di acquisizione non solo tengono stretti i legami politico-economici tra Roma e Washington — rinsaldati anche dalla recente partecipazione del governo Meloni al ricevimento statunitense per il 4 luglio — ma rilanciano pure la cooperazione bellica tra le due industrie. In questo frangente, proprio la Leonardo risulta in prima linea. La principale azienda militare italiana è impegnata con la Lockheed Martin anche per un altro progetto, relativo alla produzione dei caccia F-35, che esula dal conteggio dell’Osservatorio Mil€x. La fornitura di 25 aerei militari costerà all’Italia almeno 7 miliardi di euro, secondo le ultime stime.
I nuovi acquisti italiani, che confermano la fedeltà di Roma al principale fornitore americano, si inseriscono nella nuova corsa globale al riarmo, segnata da profitti da record per le aziende del settore. L’anno scorso Donald Trump ha ottenuto, a suon di pressioni e minacce, un maggior impegno bellico da parte dei Paesi NATO, che hanno deciso di aumentare al 5% la quota del PIL destinata alla difesa. Ciò non ha evitato le critiche del tycoon, che in vista del prossimo vertice ad Ankara, in Turchia, è tornato ad attaccare gli Alleati: «Gli Stati Uniti spendono per la NATO più soldi di qualsiasi altro Paese per proteggerli e di gran lunga, senza ottenere alcun beneficio in cambio». Non è escluso che tale atteggiamento gli possa fruttare ulteriori concessioni dai partner europei.
Foto compromettenti, video di relazioni sessuali illegali, o socialmente inaccettabili. E poi, minacce, ricatti, e infine, l’offerta di una via d’uscita: collaborare. C’è qualcosa di terribilmente simile tra le pratiche portate avanti dallo Shin Bet in Cisgiordania occupata per creare spie e collaboratori palestinesi e gli Epstein Files che stanno sconvolgendo i cittadini di tutto il mondo. Qualcosa di oscuro, potente, che parla di tabù utilizzati per controllare, di ricatti studiati per dominare, di metodi antichi che i servizi segreti hanno sempre usato per sottomettere il nemico. Ma che tor...
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A partire dal prossimo agosto, i sette Paesi membri dell’organizzazione OPEC+ aumentranno la produzione di petrolio a 188 mila barili al giorno. La notizia è riportata in una nota dell’organizzazione, che spiega come l’intento sia quello di «sostenere la stabilità del mercato petrolifero». L’aumento della produzione, viene specificato, servirà anche per accelerare la compensazione di eventuali eccessi produttivi accumulati da gennaio 2024.
È più facile immaginare la fine del mondo o la fine del capitalismo?
Se lo chiedeva Mark Fisher quasi vent’anni fa, in un articolo pubblicato sul suo blog k-punk, per anni voce della controcultura britannica. La frase probabilmente la conoscete, ma forse non per aver letto Fisher. L’avrete incontrata su qualche meme, in genere quello delle signore giapponesi vestite eleganti che cercano di salvare delle buste di Gucci dall’acqua alta a Venezia. Diventa virale ogni volta che piove e, con la stessa naturalezza dell’acqua, altrettanto velocemente sparisce. Un messaggio nato per essere sovversivo, tritato e digerito senza sforzo dal grande ingranaggio dei contenuti social, implacabili sentinelle del capitalismo che Fisher voleva smascherare. Lui però non ha fatto in tempo a godersi i cuoricini. Tra la fine del mondo e quella del capitalismo ha scelto una fine diversa. Si è tolto la vita nel 2017.
C’era un’altra cosa che Fisher non sopportava, oltre al capitalismo: i giocolieri. Più precisamente, i giocolieri di Glastonbury. In un suo celebre articolo se la prendeva con il festival musicale più famoso d’Inghilterra, descrivendolo come l’ennesima sagra del conformismo travestita da evento alternativo per giovani facoltosi e chiedendosi, con il consueto disprezzo, se sia mai accaduto qualcosa di culturalmente rilevante a meno di 100 chilometri di distanza da delle persone che fanno roteare delle clave.
Quest’anno però a Glastonbury non ci sono stati giocolieri. A dire la verità, non c’è stato proprio Glastonbury. Il festival si è preso un anno di pausa. Un “fallow year” per fare riposare i terreni sui quali ogni anno, nell’ultima settimana di giugno, si accalcano duecentomila persone che pagano fior di sterline per banchettare nel fango osservando un palco lontano un chilometro, dove si dice stiano suonando i Coldplay.
Nel frattempo, tuttavia, qualcuno ne ha approfittato per organizzare un festival diverso. Non un evento gigante, ma il suo esatto opposto.
Si chiama Everywhere At Once e si è tenuto nel fine settimana tra il 26 e il 28 giugno, in tutto il Regno Unito. Non in un’unica grande location, ma in oltre 500 piccoli club aperti tutti insieme per tre giorni di concerti. Qualcuno ha fatto i conti: sommando la capienza di tutti quei locali, si arriva più o meno allo stesso pubblico di Glastonbury. È organizzato da Music Venue Trust, un’associazione senza scopo di lucro che dal 2014 si occupa di sostenere i piccoli club di musica dal vivo. Tra gli artisti ci sono tante band emergenti, ma anche parecchi nomi che a Glastonbury sarebbero stati comodamente in cima al cartellone. Fatboy Slim, per esempio, ha chiuso il festival suonando al Pipeline di Brighton davanti a sessanta persone, posizionando la consolle praticamente sul bancone del bar. E si è divertito parecchio. «Questi spazi sono vitali per la cultura e per le comunità locali – ha detto a fine concerto – e se vi sta a cuore la musica, andate a sostenere i vostri locali, comprate un biglietto, scoprite nuovi artisti e contribuite a mantenere vive queste scene.» Peccato che ultimamente i club dal vivo in Inghilterra non se la stiano passando per niente bene.
Fatboy Slim al Pipeline
Gli organizzatori del festival hanno spiegato come il circuito dei locali per la musica dal vivo nel Regno Unito stia letteralmente scomparendo, e non in senso figurato. Nel 1994 c’erano 28 tappe primarie e secondarie su cui una band emergente poteva costruirsi un tour in tutto il paese. Oggi ne sono rimaste 12. Centinaia di locali in tutto il paese hanno chiuso, o hanno smesso di proporre musica dal vivo. Sono gli stessi posti in cui un giorno Morrissey vide suonare i Sex Pistols e decise che voleva formare gli Smiths. Gli stessi locali in cui gli Oasis si intrufolavano abusivamente per suonare tra una band e l’altra nella speranza di essere notati da qualche discografico, per non parlare di una certa Caverna dove si fecero le ossa quattro ragazzi di Liverpool. In poche parole, la spina dorsale che tiene insieme la storia della musica britannica contemporanea. Il motivo di tale decadimento è semplice: i costi salgono, gli affitti pure e la gente va sempre meno ai concerti per risparmiare i soldi per i grandi eventi, che battono il ferro finché è caldo speculando a tutto spiano. Le sabbie mobili di Glastonbury, insomma, stanno inghiottendo tutto.
Tra i locali che hanno partecipato al festival c’è anche il Windmill, un minuscolo pub londinese che si trova a Brixton e che, negli ultimi anni, a dispetto delle difficoltà, è stato il luogo dove è cresciuta un’intera generazione di nuovi musicisti inglesi.
Il Windmill nel quartiere di Brixton
Anno 2017. Quattro ragazzi appena usciti dall’istituto d’arte decidono di formare una band. Si chiamano Black Midi. Il nome l’hanno preso da uno strano genere musicale nato sul web, che consiste nel riempire un file MIDI di così tante note da rendere lo spartito completamente nero. Una forma di sperimentazione digitale nata in Giappone che produce una musica talmente complessa da non poter essere suonata da nessun essere umano. Né, francamente, ascoltata.
I Black Midi però suonano eccome. Si presentano al Windmill e chiedono di esibirsi. Vengono sistemati al lunedì, il giorno che ancora oggi il locale riserva alle band emergenti, quel tipo di serata in cui di solito ad ascoltarti sono solo altre band emergenti. In poco tempo però si prendono uno spazio fisso. Fanno una musica spigolosa e caotica, difficile da digerire al primo ascolto. In altri locali sarebbero stati salutati dopo il primo live. Al Windmill invece hanno tempo di crescere. Su YouTube si trovano ancora i video dei loro concerti del 2018, ripresi da telecamere traballanti davanti a poche decine di persone. Pochi mesi dopo sono sul gigantesco palco del Mercury Prize, il premio nazionale più prestigioso dedicato alla musica britannica.
Nel 2019 pubblicano Schlagenheim, il disco d’esordio. È il certificato di nascita di un’intera scena che dal Windmill passerà quasi per intero e che comprende realtà oggi pienamente affermate come Black Country New Road, Squid, Goat Girl e Shame. Tutte band che adesso fanno tour mondiali e che sono partite suonando su quel piccolo palco della periferia di Londra. Sul palco del Mercury Prize i Black Midi hanno suonato bmbmbm, il loro primo singolo. Un brano non esattamente orecchiabile. Tra la fine del mondo e la fine del capitalismo, i Black Midi preferiscono immaginare la fine dei ritornelli.
Nel 2020 arriva la pandemia e il Windmill rischia di chiudere per sempre. È uno dei 30 locali finiti nella “red list” di Music Venue Trust, la lista dei club a rischio chiusura immediata. A quel punto i Black Midi si uniscono ai Black Country New Road per un concerto che viene trasmesso in streaming su Bandcamp e i cui biglietti vengono venduti a 10 sterline. Tra quel concerto, un’asta di memorabilia donata dai Fontaines D.C e un disco compilation con i pezzi registrati dal vivo, la raccolta fondi del Windmill supera in poco tempo le 60.000 sterline. Così il locale viene salvato dalle stesse band che ha contribuito a far nascere.
Poco dopo esce il secondo album, Cavalcade, nel quale i Black Midi alzano ulteriormente l’asticella. La loro musica si trasforma in un incrocio tra progressive rock, jazz fusion e cabaret, con un cast di personaggi sopra le righe che popolano l’immaginario del disco. Nella prima traccia conosciamo John L, il capo di una setta che parla ai suoi seguaci nella piazza principale di una città mentre questi si inchinano a lui salvo, alla fine, decidere di massacrarlo. Musicalmente è un pezzo mostruoso, in cui fiati e chitarre si incastrano dentro tempi dispari che cambiano ogni pochi secondi, alternando muri di rumore a improvvisi silenzi. Del resto, come dice lo stesso John L, «In tutto il mondo non c’è scampo da questo frastuono infernale».
Dicevamo che quest’anno Glastonbury è stato tenuto a maggese. Nel frattempo, però, si parla già del cartellone per il prossimo anno. In giro si vocifera che come headliner del 2027 potrebbe esserci Madonna, che ha già parlato di un tour destinato, ovviamente, a essere sempre più grande, sempre più spettacolare, sempre più costoso. Nella stessa settimana in cui filtrava questa indiscrezione, Music Venue Trust ne comunicava un’altra, meno rilanciata dai tabloid: dall’inizio dell’anno hanno già chiuso definitivamente altri undici locali nel Regno Unito, più di un centinaio sono scomparsi negli ultimi tre anni.
C’è un momento, in John L, in cui la voce del cantante, Geordie Greep, pronuncia una frase che sembra scritta apposta per stare in coda a un articolo come questo: «no hack with an army will last long –i ciarlatani con un esercito, prima o poi, cadono». Il problema è che, di solito, quando cadono, hanno già portato giù con sé tutto quello che c’era intorno.
Mark Fisher su questo aveva scritto pagine intere. Diceva che il capitalismo realista funziona proprio perché ti convince che non ci sia niente da fare, che quel modo di stare al mondo sia l’unico possibile, e che chi lo mette in discussione stia sprecando fiato. Poi però bastano cinquecento locali aperti nella stessa notte, un pub minuscolo a Brixton, un lunedì sera con quattro ragazzi che sbagliano gli accordi, per ricordarti che un’alternativa esiste ancora.
Sarà anche più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo. Ma finché al Windmill di Brixton c’è qualcuno che si presenta il lunedì sera a chiedere di suonare, forse la fine di questo mondo qui possiamo ancora rimandarla di qualche settimana.
Questa è Ipertraccia. Rubrica domenicale che parla di musica. Se vi piace consigliatela ai vostri amici. Se non vi piace consigliatela ai vostri nemici. Se volete scriverci fatelo a musica@lindipendente.online
Sono otto le persone rimaste ferite nel corso di una sparatoria avvenuta a Coney Island, New York, durante le celebrazioni per i 250 anni dell’indipendenza USA, celebrati nella giornata di ieri, 4 luglio. Quattro di queste sono bambini, mentre una ragazza di 21 anni è stata gravemente ferita al petto. La sparatoria è avvenuta durante lo spettacolo pirotecnico.
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