Sono otto le persone rimaste ferite nel corso di una sparatoria avvenuta a Coney Island, New York, durante le celebrazioni per i 250 anni dell’indipendenza USA, celebrati nella giornata di ieri, 4 luglio. Quattro di queste sono bambini, mentre una ragazza di 21 anni è stata gravemente ferita al petto. La sparatoria è avvenuta durante lo spettacolo pirotecnico.
La CPI ha “sospeso” il mandato d’arresto di Putin per favorire negoziati di pace
Il presidente russo Vladimir Putin, oggetto di un mandato d’arresto da parte della Corte Penale Internazionale (CPI), può viaggiare nei Paesi che riconoscono la Corte senza rischiare di essere arrestato, se il viaggio è destinato alla partecipazione a colloqui di pace promossi dalle Nazioni Unite. È questo quanto stabilito dalla CPI stessa, in una decisione da alcuni analisti ritenuta «senza precedenti» e dal forte peso politico. Per effetto del mandato emesso dalla stessa CPI nel 2023, infatti, qualora il presidente russo avesse viaggiato in uno qualunque degli Stati che hanno sottoscritto lo Statuto di Roma avrebbe rischiato, fino ad ora, di essere immediatamente arrestato.
La decisione risale all’inizio di giugno, ma è passata in larga parte in sordina. Secondo quanto stabilito dalla Corte, «qualora un indagato ricercato dalla Corte debba partecipare, nella sua veste ufficiale di Capo di Stato o di Governo, a una conferenza di pace formalmente convocata dalle Nazioni Unite ai sensi della Carta delle Nazioni Unite nel territorio di uno Stato parte della Corte, quest’ultima può tenere conto di eventuali obblighi contrastanti derivanti dalla Carta delle Nazioni Unite nel valutare, ai sensi dell’articolo 87, paragrafo 7, dello Statuto, se lo Stato abbia omesso di ottemperare a una richiesta di cooperazione proveniente dalla Corte». Parafrasando: l’obbligo di arresto, cui sono sottoposti gli Stati che riconoscono la CPI, confligge con la possibilità di condurre colloqui di pace per giungere, in questo contesto specifico, alla fine del conflitto russo-ucraino. Il mandato di cattura continua a esistere, ma la Corte non condanna gli Stati che non lo applicano, qualora la ragione sia la partecipazione di Putin (e degli altri ricercati del governo russo) a colloqui di pace organizzati dall’ONU.
Sono 125 i Paesi che hanno ratificato lo Statuto di Roma, base giuridica per il funzionamento della CPI – tra gli assenti vi sono Stati Uniti, Israele, Russia e Cina. La Corte, che ha sede a L’Aia, può procedere contro singoli individui, qualora questi si macchino (o ne siano sospettati) di gravi crimini di guerra o contro l’umanità, ma spesso si è cercato di piegarne il funzionamento agli interessi geopolitici di qualche sorta. In passato, infatti, gravi violazioni sono state tollerate, se non del tutto ignorate, mentre quando i mandati d’arresto sono stati emessi nei confronti di personalità “scomode”, come nel caso del primo ministro israeliano Netanyahu, i giudici della Corte sono stati oggetto di sanzioni e persecuzioni. Lo stesso Stato italiano, che dovrebbe sottostare agli obblighi della Corte, ha lasciato che il primo ministro israeliano sorvolasse indisturbato i propri cieli, nonostante il mandato di cattura emesso nei suoi confronti. Il mandato d’arresto contro Putin – emesso il 17 marzo 2023, dopo che il presidente russo era stato accusato di aver deportato bambini ucraini in Russia nel contesto dell’attuale conflitto con Kiev – era invece stato accolto con favore dalla comunità internazionale.
La decisione, che secondo alcune analisi non ha precedenti analoghi, ha un chiaro peso politico, soprattutto perchè crea uno spazio negoziale prima inesistente per gli Stati, ricordando che l’obiettivo primario è la ricerca della pace. Il mandato d’arresto per il presidente russo continua a esistere e la possibilità di eludere la cattura è circoscritta a circostanze bene specifiche (il negoziati devono essere organizzati dalle Nazioni Unite e la Corte deve comunque essere preventivamente consultata), ma segna un passo avanti nella ricerca di una soluzione diplomatica per un conflitto che va avanti da ormai oltre quattro anni.
Rivolta nel carcere di Enna: 8 arresti
Otto persone arrestate e diverse trasferite: è il bilancio della rivolta del carcere di Enna, durante la quale i detenuti hanno preso il controllo di grossa parte del penitenziario. A far scattare la scintilla, in un contesto di sovraffollamento e fatiscenza portato allo stremo dal caldo eccezionale, sarebbe stato il malfunzionamento della centralina telefonica, che avrebbe impedito ai detenuti di comunicare con i famigliari. Secondo il sottosegretario alla Giustizia Balboni, tuttavia, sarebbe tutto nato da alcuni pacchi introdotti nel carcere e contenenti materiale illecito, tra cui droga e telefoni: “l’impianto telefonico ha sempre funzionato”, ha detto.
Fiumicino, la lotta dei comitati blocca il mega-progetto del porto per crociere
Il Tribunale amministrativo regionale del Lazio ha inflitto un duro colpo al progetto del porto crocieristico di Fiumicino, annullando la valutazione di impatto ambientale che aveva dato il via libera all’opera. La decisione, che accoglie i ricorsi presentati da Lipu, associazione Saifo e cittadini residenti, di fatto blocca uno degli interventi infrastrutturali più ambiziosi previsti sul litorale romano, peraltro inserito tra quelli strategici per il Giubileo. Il progetto prevedeva la realizzazione di un porto con circa 1.200 posti barca, un grande terminal crocieristico, aree commerciali, un hotel e un parco urbano nell’area dell’ex faro a Isola Sacra.
Al centro della decisione dei giudici amministrativi c’è soprattutto la natura stessa dell’opera. Secondo il TAR, il progetto non può essere considerato un semplice porto turistico, come invece era stato qualificato durante l’iter autorizzativo, perché la componente destinata al traffico crocieristico assume un ruolo determinante. L’infrastruttura, infatti, prevede un terminal capace di accogliere oltre un milione di passeggeri all’anno, con un molo destinato alle grandi navi da crociera in funzione di home port per circa 200 giorni l’anno. Per questo motivo, il tribunale ritiene che si tratti di un porto polifunzionale e non di un approdo dedicato prevalentemente alla nautica da diporto. Una diversa classificazione dell’opera comporta anche conseguenze sul piano delle competenze amministrative. Per il collegio, il Comune di Fiumicino non avrebbe potuto promuovere la procedura di Valutazione di impatto ambientale per un’infrastruttura di questo tipo, determinando così un vizio che investe l’intero procedimento. Nella sentenza si evidenzia inoltre come l’errata qualificazione del progetto abbia finito per alterare anche la valutazione degli effetti sull’ambiente, offrendo, secondo i giudici, «una falsa rappresentazione pregiudizievole degli interessi ambientali».
Il tribunale ha inoltre evidenziato come il frazionamento delle valutazioni ambientali e paesaggistiche contrasti con il Codice dell’ambiente, configurando un vizio sostanziale del procedimento. Il decreto di Via era stato adottato dal Ministero dell’Ambiente di concerto con il Ministero della Cultura, ma senza includere il rilascio del titolo paesaggistico, nonostante il progetto ricada in aree sottoposte a vincolo. Per i giudici, questa impostazione è «anomala» e «irrazionale», e l’incompletezza della documentazione avrebbe dovuto portare al diniego del concerto ministeriale. Un ulteriore profilo di criticità riguarda il rischio idrogeologico: il TAR ha rilevato il mancato coinvolgimento dell’Autorità di Bacino nella fase istruttoria, nonostante parte dell’area interessata ricada in zona a rischio idraulico R3. I giudici sottolineano che «il procedimento che ha condotto all’adozione del decreto di Via risulta viziato anche per difetto di istruttoria, poiché il mancato coinvolgimento dell’Autorità di bacino ha compromesso la correttezza del processo valutativo sul rischio idrogeologico sotteso alla realizzazione dell’opera».
Il TAR ha riconosciuto la legittimazione ad agire di Lipu, Saifo e dei cittadini residenti, mentre ha dichiarato il difetto di legittimazione del Comitato Tavoli del Porto, costituito in epoca troppo recente, e dell’Unione Inquilini Fiumicino, ritenuta non portatrice di interessi ambientali diretti. Con l’annullamento del provvedimento, l’iter autorizzativo non può proseguire e sarà necessario ripartire da una corretta qualificazione dell’intervento, avviando un nuovo procedimento conforme alle competenze previste dalla normativa vigente.
A esultare sono, ovviamente, le associazioni vincitrici, le quali hanno evidenziato come il pronunciamento «segni un punto fermo nella tutela della salute pubblica e dell’ambiente in un contesto territoriale completamente inadatto a questo tipo di progettualità». La Fiumicino Waterfront, società partecipata dal colosso statunitense Royal Caribbean, ha già annunciato che farà ricorso. L’amministratore delegato Galliano Di Marco ha fatto sapere: «Rispettiamo quanto stabilito senza commentare la decisione, procederemo in Appello nei tempi e modi previsti dalla legge». Il Ministero dell’Ambiente, il Ministero della Cultura, il Comune di Fiumicino, la Regione Lazio e la società concessionaria sono stati condannati in solido al pagamento delle spese di lite, quantificate in 10mila euro.
Attacco ucraino a San Pietroburgo: colpite infrastrutture petrolifere
Alexander Beglov, governatore di San Pietroburgo, ha confermato che le forze ucraine hanno lanciato un attacco con droni su larga scala sulla città. Colpito anche “il territorio di un terminale petrolifero” nel distretto di Kirovsky, ha dichiarato il governatore, che ha aggiunto che le forze di difesa aerea hanno abbattuto 72 droni. Sul suo profilo X, il presidente ucraino Zelensky ha scritto che “le Forze di Difesa ucraine hanno colpito l’infrastruttura petrolifera del porto che genera entrate per la guerra della Russia” e che è stato anche colpita Kronstadt, obiettivo militare.
Non finanziare il genocidio con i tuoi risparmi: ecco le banche complici
La proposta di BDS Italia con la campagna “Banche complici” è la verità scomoda dietro i grandi nomi del credito italiano. La campagna non nasce dal nulla: si avvale della competenza storica di testate come Nigrizia, Mosaico di Pace e Missione Oggi, che già dal 2000 portano avanti la pressione contro le “banche armate”.
Il peso invisibile del tuo conto corrente

La campagna “Banche complici”, lanciata da BDS Italia, mette a nudo come tre giganti del credito – UniCredit, Intesa Sanpaolo e BNL-BNP Paribas – siano profondamente integrati nelle operazioni militari, nella colonizzazione illegale e nell’apartheid in Palestina. Capire come il tuo denaro viene impiegato non è un mero esercizio contabile, ma una necessaria presa di coscienza civile.
L’analisi di BDS Italia non si ferma alla superficie, ma scava nei bilanci attraverso una “scheda comparativa” che valuta l’esposizione degli istituti su una scala da 0 a 5. I criteri per determinare il punteggio sono cinque: finanziamenti diretti al settore armamenti, relazioni con grandi aziende belliche, supporto a programmi militari, investimenti in Israele e territori occupati, sottoscrizione e collocamento di strumenti finanziari legati alla guerra.
Oltre i numeri, una complicità strutturale
Quando un punteggio supera la soglia del 4, ci troviamo di fronte a un «coinvolgimento molto elevato e strutturale». I punteggi emersi sono una fotografia impietosa con 4,4 a BNL-BNP Paribas, 4,4 a Intesa Sanpaolo e 4,0 a UniCredit.
BNL-BNP Paribas. Profilo globale e sistemico. Il punto distintivo resta la capacità di operare su tutti i livelli: finanziamenti, partecipazioni e strumenti finanziari complessi, inclusi titoli legati allo sforzo bellico. L’istituto di credito supporta finanziariamente la filiera di Leonardo principalmente attraverso la sottoscrizione di specifici protocolli d’intesa volti proprio a fornire sostegno economico ai fornitori del colosso della difesa.
Intesa Sanpaolo. Intesa Sanpaolo conferma un ruolo centrale con elevati volumi di finanziamento, una diversificazione di investimento (armi, tecnologia, export, venture capital), e una presenza sistematica nei grandi consorzi finanziari. Il giro economico è di 657 milioni di euro in prestiti e sottoscrizioni al settore armiero. L’istituto possiede infatti 205 milioni di euro in azioni e obbligazioni di queste stesse società, dimostrando di avere un reale “interesse di proprietà” nel successo dell’industria bellica.
L’istituto si distingue anche per l’investimento tecnologico. Attraverso Neva SGR, ha iniettato oltre 20 milioni di euro in startup israeliane di cybersecurity e quantum computing come Cyberint e Coro. Sebbene presentate come “innovazione civile”, queste tecnologie sono la spina dorsale dei moderni apparati di sorveglianza e difesa militare. Inoltre, Intesa rimane un pilastro del supporto logistico all’export di armi: secondo la legge 185/90, ha gestito garanzie per 968,6 milioni di euro nel solo 2023. Infine, il legame con le colonie illegali è confermato da investimenti per 2,448 miliardi di dollari nel settore degli insediamenti.

UniCredit. Dai dati in possesso si evidenzia una forte esposizione verso grandi aziende della difesa, la partecipazione a operazioni finanziarie strategiche (Leonardo, ENI) e la presenza nei principali circuiti europei di finanziamento del settore armiero, con un’esposizione di 1,6 miliardi di euro. Questa cifra si suddivide in 1,2 miliardi di prestiti diretti e 365 milioni in sottoscrizioni per giganti come Boeing, Lockheed Martin e Leonardo.
Ma il dato più inquietante riguarda il coinvolgimento negli insediamenti illegali. UniCredit si posiziona tra le prime dieci banche europee per finanziamenti ad aziende coinvolte nelle colonie israeliane, con un investimento stimato in 3,584 milioni di dollari (periodo 2018-2021).
Interpellata sulla propria esposizione verso titoli di Stato israeliani, la banca ha risposto in modo evasivo ad Altreconomia nel settembre 2025, definendo «trascurabile» una «piccola esposizione» acquisita precedentemente alla data specifica dell’8 ottobre 2023.
Non solo prestiti, ma veri e propri “War Bonds”
Il supporto al complesso militare-industriale non si limita alla semplice erogazione di credito, ma si articola in una sofisticata strategia a tre livelli. In primo luogo, il finanziamento diretto a società che forniscono armi utilizzate nel genocidio dei palestinesi. In secondo luogo, la distribuzione ai risparmiatori retail di titoli di Stato israeliani, definiti senza mezzi termini “war bonds” (obbligazioni di guerra), accanto a titoli di aziende come Leonardo ed ENI, complici delle politiche di occupazione. Infine, l’allocazione di capitali in fondi d’investimento legati a settori che violano sistematicamente il diritto internazionale.
Sulla gravità di questa architettura, il documento della campagna è inequivocabile. «Queste banche sono tra le istituzioni finanziarie italiane più coinvolte, causa operazioni non etiche, in operazioni di supporto nella colonizzazione illegale e nell’apartheid in Palestina, nello sfollamento e genocidio di Israele ora estesi alla Cisgiordania».
Oggi, questa campagna dal basso ha trovato una sponda autorevole nel documento promosso dalla Conferenza Episcopale Italiana (CEI) per la Giornata della Pace del primo gennaio che ha invitato esplicitamente al disinvestimento dalle aziende produttrici di armi.
La convergenza operativa dei pool finanziari
Dall’analisi qualitativa emerge una verità ancora più inquietante: non siamo di fronte a scelte isolate, ma a una “convergenza operativa”. Le banche spesso non agiscono come concorrenti, ma come partner all’interno di “pool finanziari”. Questi consorzi coordinati sostengono congiuntamente i grandi gruppi industriali della difesa e dell’energia, rendendo la complicità un fatto sistemico e non episodico.
Per un cittadino comune, è quasi impossibile sfuggire a questa rete senza una scelta radicale. Il sistema è progettato affinché il risparmio privato finisca per alimentare, attraverso bond ed equity, gli stessi attori che traggono profitto dal conflitto. È un meccanismo oliato che richiede un’azione consapevole e coordinata per essere scardinato.
Il potere del correntista e del cittadino

BDS Italia ha interrogato formalmente i tre istituti sulle loro direttive etiche relative al settore degli armamenti e ai rapporti con lo Stato di Israele. La risposta? Evasiva o, in molti casi, del tutto assente. Davanti a questo muro di gomma, l’unica arma resta il potere del correntista.
L’obiettivo della campagna è spingere i risparmiatori a trasferire i propri capitali verso istituti meno complici. Non è una protesta simbolica, ma una pressione economica diretta. Attraverso il sito bdsitalia.org, i cittadini hanno accesso a schede ben documentate per comprendere i fatti e possono inviare lettere formali alla propria banca. Tra le lettere pronte per le tre banche si possono trovare anche quelle da non correntista e quindi solo cittadino che sostiene la causa. È un invito a riprendersi la sovranità sul proprio denaro, chiedendo trasparenza totale o preannunciando lo spostamento dei fondi.
Ogni giorno che passa i nostri risparmi finanziano violenza e ingiustizia contro i palestinesi. L’invito di BDS Italia è di sostenere la pressione inviando email e condividendo i contenuti sui vari social.
Iran: in migliaia si riuniscono a Teheran per i funerali di Ali Khamenei
Centinaia di migliaia di persone si stanno ritrovando a Teheran per celebrare i funerali del leader supremo Khamenei, ucciso dai bombardamenti statunitensi lo scorso 28 febbraio. Nella capitale iraniana le attività pubbliche quotidiane sono state ridotte al minimo e la circolazione limitata. Secondo i quotidiani locali, nessun leader mondiale parteciperà alle celebrazioni, nemmeno le personalità del mondo arabo, anche se è stata segnalata la presenza di alcuni funzionari dell’area del golfo. Nemmeno il figlio della Guida Suprema, Mojtaba Khamenei, sarà presente. Nel frattempo, i media riferiscono della sospensione dei colloqui con gli Stati Uniti, con Trump che ha dichiarato di aver «concesso» al Paese una settimana di tregua per ricordare il proprio leader, mentre cresce il timore per eventuali attacchi di Israele volti a sabotare i colloqui.
Le celebrazioni, iniziate ufficialmente alle sei di questa mattina, si protrarranno fino al prossimo giovedì 9 luglio. Secondo il capo della polizia, citato dall’agenzia di stampa ufficiale IRNA, i veicoli in ingresso a Teheran sono aumentati del 40% a partire da ieri, venerdì 3 luglio. Provengono per lo più dalle province di Alborz, Mazandaran e Isfahan, ma anche da diversi Paesi vicini. Diverse strutture mediche sono state allestite intorno alla Grande Moschea di Teheran, dove si svolge la cerimonia, e diverse persone hanno già registrato malori dovuti al forte calore. Il governatore Mohammad-Sadeq Motamadian ha dichiarato che l’intera provincia di Teheran rimarrà chiusa fino a martedì, per permettere lo svolgimento delle celebrazioni. Secondo i media, saranno tra le dieci e le venti milioni in tutto le persone che prenderanno parte all’evento.
Alla cerimonia, scrive il media di informazione di opposizione Iran International, che ha sede a Londra, non sarà presente alcun leader mondiale. Se da un lato nessun capo di Stato europeo è stato invitato, non saranno presenti nemmeno quelli del mondo arabo, anche se è stata confermata la presenza di funzionari provenienti da Iraq, Libano, Yemen, Oman, Qatar, Arabia Saudita, Egitto e Tunisia. Assenti rappresentati dell’Autorità Palestinese. Nella capitale, riporta il quotidiano, sono entrate in vigore le misure di lutto obbligatorio, che limitano le attività quotidiane e richiedono ingenti risorse pubbliche, in un momento critico per la popolazione, sottoposta a enormi pressioni economiche per via della guerra.
La portata dell’evento avrebbe comportato una temporanea sospensione nei colloqui di Teheran con Washington. Nel corso delle celebrazioni per i 250 anni dalla creazione degli Stati Uniti, che ricorrono oggi, il presidente americano Trump ha dichiarato che i leader iraniani «non vedono l’ora di raggiungere un accordo» e che «lo vogliono a tutti i costi», aggiungendo: «gli abbiamo concesso una settimana di permesso per un funerale, perchè siamo gentili». Nel frattempo, alcuni funzionari del governo USA avrebbero sollevato il timore di un possibile attacco israeliano volto a uccidere alcune delle figure centrali nei negoziati per la pace, inclusi il presidente del parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf e il ministro degli Esteri Abbas Aragchi. L’informazione, riferita dal New York Times, è stata subito smentita dall’ufficio del primo ministro israeliano, che l’ha definita una fake news.
Roma, blitz per sicurezza e decoro al Colosseo: 10 arresti e 350 identificati
Max-operazione tra il Colosseo e via dei Fori Imperiali a Roma, dove polizia e carabinieri hanno attuato nella serata di ieri un dispositivo straordinario disposto dal Viminale, con chiusure e cinturazione dell’area archeologica. Identificate oltre 350 persone e rafforzati i controlli anche nelle stazioni della metropolitana tramite il nucleo Polmetro. L’intervento ha portato a 10 arresti e 9 denunce per reati che vanno da furti e rapine al possesso di armi, droga e uso illecito di strumenti di pagamento. L’operazione rientra in un piano continuativo contro microcriminalità e degrado, destinato a essere ripetuto nei prossimi giorni.
Le macerie del bene
Ci sono terremoti devastanti procurati da forze naturali ma ce ne sono altri che noi stessi abbiamo provocato. Dico “noi” senza sottrarmi all’idea che il male ci rende tutti responsabili, se non altro perché non facciamo nulla, o facciamo troppo poco, perché il male cessi e i veri assassini paghino. Ma lo sappiamo dalla storia, quando si parla di “guerre” tutto (o quasi) diventa possibile e giustificato. C’è dunque chi alimenta le guerre come alibi per produrre qualsiasi tipo di orrore: oggi qualcuno ha stabilito che i propri nemici siano i bambini, i figli dei propri nemici. E li uccide con pianificata determinazione, anche con ripetuti episodi della peggiore barbarie. Ci sono soldati chiamati a uccidere il futuro e la speranza, a oscurare le qualità umane della pietà coperti dal ghigno malefico del potere, immaginando un futuro di occupazione della terra nel quale questi principi di sopraffazione, ingiustizia e maleficio abbiano la meglio perché alleati al denaro, al senso di dominio.
Non sarà però la forza a sconfiggerli, non sarà un terreno di scontro armato a far risaltare il bene e a renderlo vittorioso.
«Sora nostra madre terra»: Francesco d’Assisi, nel suo cosmico appello alla bontà divina, rese la terra insieme sorella e madre. “Sorella” perché accomunata al sole, alla luna, alle stelle e poi al fuoco, all’acqua, al vento, doni comuni inestinguibili purché vengano riconosciuti come doni. Doni indispensabili a tutti, prima di tutto a coloro che «sosterranno in pace…infirmitate et tribulatione». Sono le vittime che non meditano la vendetta, che si arrischiano addirittura nel perdono a salvare la terra, sono uomini, donne, bambini e anziani finiti sotto le macerie delle guerre a salvare il mondo. E paradossalmente abbiamo bisogno del loro sacrificio per capire che cos’è e dov’è il bene di tutti. Se però il loro sacrificio si ripete, se il male diventa quasi un rituale, se i responsabili assassini, peggio se governanti, non vengono additati al disprezzo, gli innocenti saranno morti invano.
Terra sorella e madre: terra cioè vitale al pari di ciascuno di noi, figlia non di un dio minore ma immensa creatura e insieme madre, generatrice della nostra vita.
Riconoscere che noi siamo custodi, non creatori può, deve accomunarci tutti. E accomunarci per non nascondere, per urlare, per manifestare il nostro credere nel bene comune: sia con l’opporsi all’ occupazione di zone e territori da salvaguardare quali risorse naturali di tutti, sia con la determinazione nel rendere pubblici i sentimenti di disprezzo per chi uccide gli innocenti.
Qualche giorno fa, al Tg Sky delle 15, veniva intervistata la direttrice di Save the Children, che denunciava la situazione di emergenza umanitaria di Gaza e l’uccisione di migliaia di bambini. Ma né dallo studio né dalle parole riportate nell’intervista risultavano i nomi dei responsabili.
Pensate invece alle indagini minuziose che si fanno sui singoli tragici fatti di cronaca e sono commentate in tivù e pensate invece a questa omissione, a questo silenzio.
Tutto per non dire “Israele”, e in prima istanza il suo governo e il suo esercito. Tutto per non dire: siamo disgustati, Israele: rifletti su quello che stai facendo, poni fine a tutto questo, riprenditi il tuo posto nel mondo, in modo che ti venga restituita quella stessa dignità che meriteresti ma che devi riconoscere anche agli altri.
Nulla si può edificare con l’odio, non dovresti dimenticare i sacri testi.
Benzina, salgono i prezzi dopo stop al taglio delle accise
Dopo la cessazione del taglio delle accise, scattata ufficialmente ieri, tornano ad aumentare i prezzi dei carburanti in tutta Italia. Secondo gli ultimi dati dell’Osservatorio prezzi del Ministero delle Imprese e del Made in Italy, aggiornati a oggi, sabato 4 luglio 2026, il prezzo medio della benzina in modalità self service sulla rete ordinaria è salito a 1,820 euro al litro, rispetto agli 1,803 euro del giorno precedente. Il gasolio è invece passato da 1,882 a 1,899 euro. Rialzi anche in autostrada, con benzina a 1,907 euro al litro e gasolio a 1,978 euro.








