sabato 1 Ottobre 2022

La pentola a pressione del Mediterraneo Orientale

Se a dominare le attenzioni è al momento il conflitto in Ucraina, c’è un altro “fronte” caldo, meno conosciuto e chiacchierato: il Mediterraneo Orientale. Sebbene concentrati sempre a guardare a Nord, il dimenticato Mare Nostrum, soprattutto nel quadrante orientale, rimane una regione di alta rilevanza geostrategica. Anche in questo caso, la sfida politica ha una grande dose energetica e si innesta su conflitti mai veramente sopiti: Grecia e Turchia sono i perni principali dello scontro che ha come oggetto principale Cipro e altre isole minori che si trovano nel Mar Egeo. Le gran quantità di riserve energetiche fossili, soprattutto gas, che si trovano sotto i fondali del Mediterraneo hanno esacerbato le tensioni già presenti in tutta la regione centro-orientale, al di là dello scontro tra Turchia, Grecia e Cipro, con amicizie, partnership e alleanze abbastanza mutevoli e capaci di spostare gli equilibri precari della regione.

Turchia, Cipro, Grecia: il triangolo pericoloso

I dissidi storici tra Turchia e Grecia derivano dalla contesa riguardante Cipro, abitata per metà da etnia turca e per metà da etnia greca. Cipro divenne indipendente nel 1960, liberandosi dal dominio coloniale britannico, ma fin dai primi anni si fecero vedere i segni del conflitto tra le due comunità cipriote. Nel luglio del 1974, la giunta militare che governava autoritariamente sui cittadini greci mise in atto un colpo di Stato a Cipro col fine di annettere l’isola alla Grecia. In risposta a quest’azione, cinque giorni più tardi, il governo turco diede l’ordine di effettuare l’invasione di Cipro per far rispettare gli accordi presi tra i due Paesi a Londra nel 1960. La conseguenza di questi avvenimenti è stata la cristallizzazione della divisione cipriota in due stati: la Repubblica di Cipro, appartenente alle Nazioni Unite e, dal 2004, parte dell’Unione Europea; l’altra, la Repubblica Turca di Cipro del Nord, riconosciuta solamente da Ankara. La contesa dell’isola è la contesa delle sue acque e dei suoi fondali. Due anni fa ci fu addirittura un incidente che avrebbe potuto offrire un casus belli: nelle manovre di un’esercitazione navale congiunta tra Grecia e Francia, una nave greca e una turca andarono in collisione; solo l’intervento di Angela Merkel, l’ex Cancelliere tedesca, portò alla distensione tra i due Paesi.

Lo scacchiere del Mediterraneo Orientale

La situazione politica è resa ancor più complicata dal fatto che i due Paesi coinvolti maggiormente appartengono entrambi alla NATO e che altri attori in gioco ne fanno parte o sono partner strategici o in qualche modo amici o ammaestrati dall’Alleanza. La Grecia, ancora lacerata dalla crisi economica, dallo scorso anno ha avviato un programma di modernizzazione del proprio esercito con l’intenzione di portare avanti una strategia di coercizione nei confronti della Turchia. Oltre all’accumulo di armi, la Grecia sta lavorando duramente per espandere la sua rete di alleanze in Medio Oriente, aumentando al contempo la sua campagna di pressione anti-turca in Europa e negli Stati Uniti. In questo contesto, la Grecia vuole aumentare le sue capacità offensive, espandere il numero dei suoi alleati e garantire un embargo internazionale contro la Turchia per costringere quest’ultima a fare marcia indietro dai suoi interessi vitali nella regione.

Nel settembre scorso è scoppiato un incidente diplomatico a seguito del patto di difesa sancito dal governo greco con quello francese: il patto strategico di cooperazione militare e di difesa tra i due Paesi NATO vincola le parti all’intervento difensivo in caso di attacco da terzi, oltre che ad una componente commerciale militare dal valore di 3 miliardi di euro. Immediata la reazione della Turchia, anch’essa appartenente all’Alleanza atlantica. L’incidente diplomatico è stato causato dal valore che la Grecia ha dato all’accordo, chiaramente anti-turco, ma che non poteva supporre un possibile conflitto tra paesi appartenenti alla medesima alleanza militare. Da Parigi, la Ministro della Forze armate, Florence Parly, si è affrettata a precisare che l’accordo non riguarda la zona economica esclusiva che la Grecia si è attribuita e che la Turchia non riconosce, cercando così di mettere una pezza alla situazione poco gradita. Grecia e Francia hanno siglato accordi che porteranno ad Atene nuovi jet da combattimento e tre fregate.

Nell’aprile 2021 è stato invece firmato un importante accordo tra Grecia e Israele: 1,68 miliardi di dollari per un centro di addestramento alla simulazione di aerei da combattimento per l’Aeronautica ellenica, da parte dell’appaltatore della difesa israeliana Elbit Systems, per un periodo di 22 anni. Il più grande accordo commerciale-militare tra i due Paesi ha certamente una connotazione politica anti-turca, viste le relazioni non amichevoli tra Israele e Turchia, con la seconda che sostiene il popolo palestinese denunciando l’occupazione di Gaza e della Cisgiordania. Sebbene dal 2018 sono stati ritirati i rispettivi ambasciatori, timidi segnali di tentativi di distensione si sono intravisti nel luglio scorso con una telefonata tra i rispettivi leader di Stato.

I disegni turchi e l’incognita israeliana

L’Egitto, la Grecia e Cipro hanno fin dal 2014 stretto legami di amicizia e collaborazione su vari fronti come quello energetico, con attività esplorativa del gas, quello della lotta al terrorismo internazionale e quello della demarcazione delle frontiere (marine). I tre paesi hanno anche a più riprese intrapreso esercitazioni militari congiunte. L’Egitto vede nella Turchia un competitor regionale scomodo e le relazioni tra i due paesi sono guaste, aggravate dalle posizioni opposte assunte dai due Paesi circa la situazione politica in Libia.

Dal canto suo, la Turchia vuole tornare ad essere un paese egemone della regione, specie nel vicino Medio Oriente. Di fatto, il governo di Ankara controlla i due stretti, quello dei Dardanelli e quello del Bosforo: il primo collega il Mar Egeo con il Mar di Marmara, il quale a sua volta si collega con il Mar Nero attraverso lo stretto del Bosforo. Questo rappresenta un dettaglio politico importante da far valere nei confronti degli alleati NATO, specie di questi tempi con venti di guerra in Ucraina. Intanto, nei confronti dell’Unione Europea, il governo di Ankara si è giocato più volte la carta dei migranti come misura politica di contrattazione.

Fregata della marina militare turca

Il ritorno della Gran Bretagna nella “colonia” Cipro

Nel frattempo, la “nuova” Gran Bretagna post Brexit ha annunciato il mese scorso, per bocca di un portavoce del ministero della Difesa britannico, che implementerà una delle due basi che mantiene a Cipro. Il progetto avrà luogo in un sito in disuso a Dhekelia Garrison, nell’angolo sud-orientale dell’isola, e prevede la realizzazione di un centro di comunicazione all’avanguardia. La Gran Bretagna vuole in maniera crescente portare la propria rinnovata potenza in regioni che ritiene di fondamentale importanza per il Commonwealth. Cipro rappresenta senz’altro un avamposto geostrategico importante. D’altronde, fin dal 2020, la presenza della forza militare navale britannica è tornata a farsi vedere in tutto il Mediterraneo, anche in proiezione indo-pacifica per tramite del canale di Suez.

La geopolitica del gas

Il Qatar si è avvicinato molto alla Turchia da quando, nel 2017, le relazioni di Doha si sono deteriorate rispetto a paesi solitamente vicini come Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrain ed Egitto, che hanno accusato il Paese mediorientale di finanziare e sostenere il terrorismo. I legami tra il Qatar e i quattro paesi arabi che gli avevano imposto l’embargo sono stati riallacciati lo scorso anno in Arabia Saudita, ad al-Ula, con una mossa che cerca di ricompattare i paesi arabi del Golfo. Nel dicembre scorso, il Qatar ha rafforzato la sua presenza nel Mediterraneo Orientale: Qatar Energy, di proprietà del governo, e il gigante statunitense ExxonMobil hanno firmato un contratto con Cipro per l’esplorazione di petrolio e gas nella zona chiamata Blocco 5. Già nel 2019 le due compagnie avevano ottenuto la possibilità di esplorare ed estrarre risorse dal Blocco 10, ove sarebbe presente la riserva più grande mai scoperta fin ora nella regione. La Turchia ha presto annunciato di non riconoscere il nuovo accordo, accusando Cipro di violare la sua piattaforma continentale. Seppur Turchia e Qatar siano alleati, Ankara ha minacciato di impedire alle due società di poter trivellare.

Il quadro degli interessi in gioco nella disputa del gas, economici e politici, si complicano se consideriamo l’accordo provvisorio raggiunto dall’Unione Europea per il regolamento RTE-E. Gli ambasciatori presso l’UE hanno infatti approvato, il 15 dicembre scorso, un accordo politico provvisorio sulla revisione del regolamento relativo alle reti trans-europee dell’energia (RTE-E), raggiunto tra la presidenza del Consiglio e i negoziatori del Parlamento europeo. Come si può leggere dal sito del Consiglio, il punto che qui più ci interessa è il seguente: “nel caso di Cipro e Malta, che non sono ancora interconnessi con la rete transeuropea del gas, consentire che ciascuno di questi Stati membri abbia un’interconnessione in fase di sviluppo o di pianificazione a cui sia stato concesso lo status di progetto di interesse comune e che sia necessaria per garantire l’interconnessione permanente di Cipro e Malta con la rete transeuropea del gas”. La pipiline EastMed, considerata dall’UE come progetto di interesse comune, farebbe arrivare il gas israeliano e cipriota all’Italia e al continente europeo. Il progetto risale al 2013 ma solamente nel 2020 si è arrivati ad un accordo tra le parti ufficialmente coinvolte: Israele, Cipro e Grecia. Il gasdotto si estenderebbe per 1.900 chilometri e la sua realizzazione è affidata al consorzio formato da Public Gas Corporation of Greece e dall’italiana Edison. Il punto di arrivo dell’EastMed è previsto in Puglia, ad Otranto, e la sua conclusione dovrebbe avvenire nel 2025 per un costo che si aggira sui 6 miliardi di euro. Il progetto è fortemente osteggiato dalla Turchia che, all’indomani dell’accordo, ha emanato, per tramite del ministero degli Esteri, una dichiarazione: «Qualsiasi progetto che miri a ignorare la Turchia con la costa più lunga del Mediterraneo orientale e miri a ignorare i turco-ciprioti che hanno uguali diritti sulle fonti naturali dell’isola di Cipro non avrà successo». Mentre l’Europa è schiacciata dai prezzi del gas, gli Stati Uniti, desiderosi di vendere nel Vecchio continente il proprio GNL, tolgono il proprio assenso all’opera. Le motivazioni sarebbero di carattere ambientale e di carattere politico. Mentre le prime non sono credibili, lo sono le seconde: cercare di distendere le tensioni nella regione e tra gli alleati NATO e al contempo cercare di imporre all’Europa il proprio gas. In più, possiamo aggiungere che nel Mediterraneo Orientale opera anche il colosso italiano del petrolio e del gas Eni, il quale si è aggiudicato cinque licenze esplorative concesse dal ministero del petrolio egiziano, per un totale di 8.410 chilometri quadrati; alcune licenze sono state ottenute in esclusiva mentre altre in partnership con Apex Petroleum e British Petroleum.

Insomma, il Mediterraneo orientale vive di un equilibrio precario e tutto il Mediterraneo, che ne siamo consapevoli o meno, rimane di elevata rilevanza geostrategica e politica.

[di Michele Manfrin]

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