giovedì 19 Maggio 2022

Ucraina, prove di trattativa: Putin ufficializza le richieste per la pace

Ieri, 7 marzo, la Bielorussia ha ospitato il terzo round di colloqui Russia-Ucraina, ottenendo risultati scadenti. Le parti, molto lontane dal trovare un punto d’incontro, si sono dovute accontentare dello stabilire una quadra sull’istituzione di corridoi umanitari che consentiranno ai civili di abbandonare il Paese, un risultato che è messo a dura prova da un panorama bellico confuso, fatto di schermaglie che violano gli accordi e di mine antiuomo che nessuno degli eserciti osa rivendicare come proprie.

D’altronde risulta difficile per Kiev accettare le richieste del Cremlino, richieste che sono state pubblicamente formalizzate prima del confronto diplomatico. La Russia pretende che l’Ucraina si impegni a modificare la propria costituzione così da garantirsi neutrale – ovvero che si impegni formalmente a non avvicinarsi ad alcun blocco -, che riconosca la Crimea come russa e che conceda l’indipendenza alle aree separatiste del Donetsk e del Lugansk. Mosca disconosce o rinuncia quindi all’obiettivo che gli è stato attribuito sin dall’inizio dell’invasione: quello di voler sostituire l’Amministrazione ucraina con un’istituzione palesemente filo-russa.

Che il Presidente Vladimir Putin avesse in mente questi traguardi sin da subito o che li abbia ridimensionati a causa delle complicazioni belliche incontrate sul campo, poco importa, quel che importa è piuttosto che Mosca si stia mostrando maggiormente aperta all’idea di uscire dalla sua “operazione speciale” seguendo la via del dialogo. Nonostante la diplomazia stia assumendo forme locali, è impossibile non sottolineare che la possibilità di contrattazione di Kiev sia condizionata duramente dalle reazioni manifestate dall’Occidente intero. Ecco dunque che il Presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, si lancia ripetutamente in appelli provocatori diretti ai Paesi alleati, i quali vengono accusati di ignavia nel tentativo di promuovere una narrazione per cui l’eventuale caduta dell’Ucraina sarebbe da intendersi necessariamente come un segno di fatale debolezza da parte della NATO.

Non che sia difficile intessere una tale lettura dei fatti: non solo le ripercussioni minacciate da alcuni Governi occidentali sono ben più fiacche di quanto questi avevano inizialmente dato a intendere, ma anche sul frangente degli interventi commerciali si registrano opinioni estremamente divergenti, con la Germania che esorcizza l’idea che si possano recidere i rapporti energetici con Mosca. Da notare che Berlino è la più grande importatrice europea di gas russo, seguita dall’Italia. Allo stesso tempo, anche Putin si trova a dover gestire delle complicazioni parallele a quelle direttamente connesse al conflitto ucraino.

Seppure venga citata poco dalle notizie di massa, di vitale importanza è per esempio la situazione dell’Iran, Paese coinvolto nei tentativi di resurrezione dei patti per il nucleare. Proprio questo già traballante sforzo diplomatico potrebbe complicarsi ulteriormente, qualora gli Stati Uniti dovessero porre a Teheran un veto sulla vendita di uranio arricchito alla Russia, cosa che svilupperebbe conseguenze strategiche e politiche la cui portata è difficile da prevedere. Da osservare con attenzione sono anche le mosse della Cina, la quale, pur essendo pubblicamente vicina a Mosca, si trova nella difficile situazione di dover prendere una posizione su un’invasione che, nell’interpretazione russa, ha preso il via per garantire la sopravvivenza dei separatisti del Donbass. Beijing si è sempre fatta promotrice del mantenimento dell’integrità territoriale, della non interferenza negli affari interni delle nazioni estere, supportare con troppa enfasi le mosse del Cremlino andrebbe quindi a minare la credibilità delle sue posizioni.

Zelensky, dal canto suo, cerca di spingere per trovare un compromesso che non abbia il sapore della capitolazione, ben consapevole che le pressioni finanziarie esercitate dall’Occidente sulla Russia mostreranno la loro efficacia solamente nel tempo. I prossimi colloqui sono quindi previsti per il 10 marzo ad Antalya, Turchia, Paese che nonostante sia all’interno della NATO è noto per i suoi forti legami con la Russia. «Ankara non abbandonerà né Mosca né Kiev», aveva infatti annunciato a inizio mese il Presidente turco Recep Erdoğan.

[di Walter Ferri]

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