lunedì 23 Marzo 2026
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La Cina avverte l’UE: le sanzioni non risolvono crisi in Ucraina

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Il portavoce del ministero degli Esteri cinese, Zhao Lijian, ha dichiarato che le sanzioni hanno dimostrato di non essere «un modo corretto per risolvere la crisi in Ucraina». In seguito al briefing quotidiano, dove Pechino ha commentato il sesto round di misure punitive contro la Russia decise dall’Unione europea, Zhao ha affermato che «con l’escalation e la continuazione delle sanzioni i cittadini europei potrebbero pagare un prezzo maggiore e il mondo potrebbe trovarsi ad affrontare sfide più grandi, come la crisi energetica e alimentare». Infine, è stato ribadito che la Cina sostiene l’UE «nel ruolo attivo a favore di pace, colloqui e costruzione di un quadro di sicurezza europeo equilibrato, efficace e sostenibile».

La moda neofascista come strumento di business e propaganda

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Il gruppo di giornalismo investigativo olandese Bellingcat ha recentemente pubblicato un report che solleva una questione di costume degna di attenzione: le implicazioni legate al business del merchandising della destra alternativa e neofascista. Il team ha studiato portali ed esercenti di diverse parti del mondo, riscontrando l’utilizzo di strategie di marketing ben tarate capaci di diffondere una narrazione politica controversa senza però incappare nella censura internettiana o nelle violazione della legge.

Nello specifico, l’indagine riscontra quanto prospettato dalla sociologa specializzata nella polarizzazione e nell’estremismo Cynthia Miller-Idriss nel libro Hate in the Homeland, ovvero che questi negozi abbiano un ruolo attivo nel consolidare nei soggetti portati all’ideologia di estrema destra un senso identitario transnazionale che va a rinforzare le ideologie più estreme dei vari movimenti. Una dinamica i cui risvolti abbiamo già ampiamente sviscerato su L’Indipendente nella lunga inchiesta sull’internazionale neonazista che attraversa decine di nazioni e ha trovato il suo nuovo centro teorico e militare in Ucraina.

Tornando al fatto in questione, nella maggior parte dei casi, i negozi sono attivi esclusivamente sotto forma di e-commerce, solo di rado hanno sedi fisiche, e fanno affidamento su manifatture recuperate da aziende terze che vengono poi personalizzate con loghi, stampe e simboli vari. Frequentemente all’insaputa delle imprese originali. I contenuti non sono espliciti, ma i richiami sono comunque evidenti: svastiche mimetizzate a decori, soli neri, aquile germaniche, cappucci bianchi, elogi alla difesa della tradizione nazionalista e molti, moltissimi richiami alle rune e alla mitologia norrena.

I giornalisti olandesi non possono fare a meno di rimarcare che molte di queste imprese fanno riferimento a fornitori, servizi di web hosting e meccanismi di pagamento che, almeno formalmente, denunciano ogni forma di razzismo e incitazione all’odio. In molti casi non si tratta neppure di ipocrisia, ma di semplice disattenzione per un settore che è oberato dalla costante nascita di nuove attività commerciali.

Anche quando vengono intercettati e cancellati, questo genere di siti web tende a ricomparire altrove con altro nome, inoltre i contenuti più controversi vengono regolarmente discussi altrove, lontani dagli occhi delle masse, spesso su app di messaggistica quali Telegram o Signal. Proprio il rapporto bidirezionale tra negozi e social media rappresenta uno degli elementi più critici dell’analisi avanzata dal team di Bellingcat, il quale ha riscontrato che molte delle chat più polarizzate finiscano con il reclamizzare i contenuti delle boutique e che gli store in questione ricambino il favore rimandando a profili attraverso cui è possibile incontrare enclave della destra alternativa.

In questa maniera, gli spacci di indumenti e accessori non solo si dimostrano utili a reperire risorse economiche per sostenere partiti e associazioni tendenti all’estremismo, ma divengono anche un mezzo attraverso cui attirare nuovi adepti e consolidare il senso di appartenenza dei vari membri. Non solo, la distribuzione sulla rete internet garantirebbe inoltre una diffusione mediatica internazionale che porta le varie correnti a spalleggiarsi reciprocamente tanto nella distribuzione dei prodotti, quanto nella diffusione del concetto che le derive nazionaliste rappresentino una verità universale.

Tra le realtà nominate nell’inchiesta figurano European Brotherhood, la svedese Midgaard, l’ungherese Nordic Sun Records, le francesi Pride France e 2yt4u, le ucraine Svastone e Schutzenbrand, le russe White Rex e Ruswear.

[di Walter Ferri]

USA, 9 morti in 3 sparatorie di massa nel weekend

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Nove persone sono morte nel corso di tre sparatorie di massa avvenute nel week end negli Stati Uniti, mentre almeno due dozzine sono rimaste ferite, secondo quanto riportato da Reuters. Una di queste è avvenuta in un bar di Filadelfia, dove una lite tra due uomini è degenerata in una sparatoria che ha coinvolto i presenti e alcuni passanti. Un episodio simile è avvenuto in un bar di Chattanooga, nel Tennessee, mentre nelle prime ore di domenica in una cittadina del Michigan sono morte 5 persone, tutte coinvolte nella sparatoria. Il presidente Biden ha chiesto al Congresso giovedì scorso di vietare le armi d’assalto e aumentare le misure di controllo.

L’Europa marcia verso il salario minimo, Italia al palo

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Questa sera si svolgerà il confronto finale tra la Commissione, il Parlamento e il Consiglio europei, che potrebbero entro domani 7 giugno giungere a un accordo sulla proposta di istituire un quadro normativo europeo sul salario minimo. La presidenza francese del Consiglio europeo intenderebbe approvare formalmente il provvedimento già il 16 giugno. La proposta non prevede l’introduzione di una cifra minima comune a livello comunitario, ma di un quadro normativo che tenga conto dei differenti modelli del mercato del lavoro degli Stati membri al fine di istituire salari minimi adeguati ed equi. Tuttavia, mentre l’Europa si muove verso la definizione di una politica unitaria in materia, in Italia la questione dell’introduzione del salario minimo divide ancora profondamente politica e sindacati.

La proposta di un quadro normativo per l’introduzione del salario minimo europeo è stata avanzata dalla Commissione europea nell’ottobre del 2020. Dopo il via libera da parte del Parlamento europeo giunto nel novembre 2021, cui è seguito quello del Consiglio europeo dopo l’ok della riunione dei ministri per il Lavoro e le Politiche Sociali europee, il 13 gennaio ha potuto prendere il via il confronto tra i tre organismi europei. L’esito dovrebbe giungere entro domani. Secondo i dati Eurostat al 1° gennaio 2022 sono sei gli Stati membri che dispongono di un salario minimo superiore ai 1500 euro al mese (Francia, Germania, Belgio, Paesi Bassi, Irlanda e Lussemburgo), mentre Slovenia e Spagna superano di poco i 1000. In altri 13 Stati, il salario minimo mensile è di molto inferiore ai 1000 euro. A non disporre di una normativa al riguardo sono 6 Paesi: Danimarca, Italia, Cipro, Austria, Finlandia e Svezia.

In Italia, la proposta nazionale sul salario minimo è ferma in Senato dal 2018: i lavori sono ripresi il 10 maggio scorso, dopo che Conte ha accusato il Pd della situazione di stallo. Tuttavia anche tra coloro che sono favorevoli alla misura all’interno della maggioranza (ovvero 5 Stelle, Pd, LeU e Italia Viva) non si riesce a trovare un accordo su di una proposta che soddisfi tutte le parti. Secondo il ministro del Lavoro Orlando, l’introduzione di un salario minimo fornirebbe una “risposta forte a due fenomeni che caratterizzano il mercato del lavoro: il dumping salariale e la presenza di molti lavoratori poveri”, che contraddistinguono il mercato del lavoro italiano.

La spaccatura sulla questione riguarda tanto la politica quanto i sindacati. Una ferma opposizione viene da Forza Italia: secondo il ministro della Pubblica Amministrazione Brunetta adottando un salario minimo “si rischierebbe di spiazzare le relazioni industriali e di produrre effetti negativi a catena sul mercato del lavoro”. Di posizioni più incerte la Lega: “Bisogna vedere come si fa” ha commentato al proposito Giancarlo Giorgetti, ministro dello Sviluppo economico.

Mentre Landini (Cgil) sostiene la necessità di agire sui contratti, sul fisco e su una legge di rappresentanza che introduca anche in Italia il salario minimo e Bombardieri (Uil) richiama la necessità di un salario minimo che coincida con i minimi contrattuali, su tutt’altra linea si colloca la Cisl. “Non è con la legge sul salario e sull’orario che noi sconfiggiamo il dumping contrattuale” ha dichiarato il segretario Luigi Sbarra, convinto che l’introduzione della misura potrebbe spingere “tantissime aziende a uscire dai contratti e peggiorerebbe la vita di milioni di lavoratori”. Su posizioni simili si colloca Carlo Bonomi, presidente di Confindustria, che afferma che “da noi i minimi salariali sono già all’interno dei contratti collettivi e non nascondiamo che ci sono alcuni settori dove le paghe sono molto basse” nei quali “è giusto intervenire”, mentre ciò che è necessario è “andare a colpire i contratti pirata, che vengono fatti da chi non ha rappresentanza e fa dumping salariale”.

Secondo una ricerca del Centro studi FederTerziario, se il salario minimo fosse portato a 9 euro lordi l’ora l’innalzamento di retribuzione interesserebbe il 21% dei lavoratori, ovvero 2,9 milioni di persone, in particolar modo apprendisti e operai. L’incremento complessivo del monte salari sarebbe stimato intorno ai 3,2 miliardi di euro che andrebbero a gravare sulle imprese, le quali per questo dovrebbero essere sostenute da “sistemi di decontribuzione e detassazione”. Allo stesso tempo andrebbero potenziati gli organi ispettivi e rafforzate le garanzie di rispetto delle norme in materia di lavoro, dichiara FederTerziario, per contrastare il probabile aumento dei contratti in nero.

[di Valeria Casolaro]

Nel nuovo indice mondiale di democrazia l’Italia viene dopo il Botswana

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Ogni anno l’Economist pubblica i risultati del Democracy Index, un indicatore che, tenendo conto di diversi fattori, misura il livello di democrazia nei diversi Stati. Secondo i dati del 2021, su 167 paesi analizzati, 21 sono considerati democrazie piene, 53 sono democrazie imperfette, 34 sono regimi ibridi e 59 sono regimi autoritari. L’Italia nella classifica mondiale è la 31esima democrazia, catalogata come “democrazia imperfetta” con un punteggio di 7,68 (per essere definita “democrazia completa” bisogna arrivare almeno all’8), posizionata dopo Botswana e Israele e nello stesso “gruppo” di Ghana, Ungheria e Namibia.

Tavola delle democrazie
Fonte The Economist

Cosa ci ha impedito di arrivare a un risultato migliore? Partiamo dal presupposto che nella valutazione, l’indice tiene conto di 5 fattori: processo elettorale e pluralismo, libertà civili, funzione del governo, partecipazione politica e cultura politica. Ad ognuno di questi elementi viene assegnato un punteggio tra 0 e 10, dalla cui somma totale viene fuori la media che vi abbiamo riportato poche righe fa.

Per il nostro paese il fattore che più di tutti ha contribuito ad abbassare la media è il funzionamento del governo, che ha ottenuto 6,43 punti. Per la partecipazione politica, la cultura politica e le libertà civili i risultati si aggirano invece tra il 7 e l’8. Il punteggio più alto se lo aggiudica invece il processo elettorale, con 9,58. Tuttavia, rispetto all’anno precedente, la nostra valutazione è cambiata di pochissimo, abbassandosi da 7,74 a 7,68.

Può tirare un sospiro di sollievo la Norvegia, considerato il paese più democratico al mondo con 9,75 punti. Seguono Nuova Zelanda, Finlandia, Svezia, Islanda, Danimarca e Irlanda, a cui è stato affibbiato un punteggio superiore a 9. La stessa “sorte” italiana è toccata anche a Francia (22esimo posto) e Spagna (24esimo posto), che come noi rientrano nella categoria di “democrazie imperfette”.

Nello specifico, a pesare negativamente sugli indici spagnoli sono stati principalmente fattori come cultura politica poco sviluppata, bassi livelli di partecipazione, alto tasso di discriminazione di genere, e un sistema carcerario negligente. Tutti elementi che impediscono alla democrazia spagnola di essere tale al 100%, nonostante nel paese si svolgano eque e libere elezioni, e le libertà civili siano tutto sommato rispettate.

Dando uno sguardo più in generale, l’indice medio di democrazia dell’Europa occidentale si attesta attorno ai 8,23 su 10 (mentre quella centro-orientale si ferma a 5,36), l’America Settentrionale all’8,36 e un po’ più bassa l’America latina, con 5,83 (solo l’Uruguay rientra nella dicitura di “democrazia completa”). Chiudono l’Asia con 5,46 (qui solo Corea del Sud, Taiwan e Giappone sono classificate come democrazie complete), l’Africa subsahariana con 4,12 e Medio Oriente e Nord Africa con a 3,41.

Invece sono considerate dittature la maggioranza degli Stati del Medio Oriente e dell’Africa, oltre a Russia, Bielorussia e Cina. Dando uno sguardo alla popolazione, in sintesi il 46% dei cittadini mondiali vive in una democrazia, piena o imperfetta, il 17% in un regime ibrido e il 37% in un regime autoritario.

Confrontando i dati con quelli del 2020, sono molti di più gli stati che hanno affrontato dei peggioramenti (73) rispetto a quelli che invece hanno alzato l’indice (48). Per gli altri 46 non si sono registrate significative variazioni. Perché? “Soprattutto a causa delle restrizioni imposte dai governi alle libertà individuali e civili che si sono verificate in tutto il mondo in risposta all’emergenza sanitaria ma che in molti casi hanno solamente accelerato o reso “legittimi” processi di coercizione e autocrazia già in atto”.

Prendiamo ad esempio l’Afghanistan, ultimo in classifica e il cui indice è passato da 2,85 a 0,32 con l’arrivo dei talebani. Anche il Myanmar ha subito la stessa sorte, passando da 3,04 a 1,02: il paese sta ancora facendo i conti con gli strascichi lasciati dal colpo di stato del 2021. Al contrario, hanno registrato aumenti significativi invece l’Indonesia (passata da 6,3 a 6,71) e il Qatar (da 3,24 a 3,65).

[di Gloria Ferrari]

In Australia è stata scoperta la pianta più grande del mondo

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In Australia è stata scoperta la più grande pianta mai conosciuta sulla Terra. Si tratta di un immenso prato sottomarino esteso come una grande città, al largo delle coste australiane. L’enorme alga in questione occupa circa 200 chilometri quadrati, per fare un confronto la città di Napoli è grande 117 km quadrati e anche Milano si ferma a 181. I ricercatori, analizzando la creatura con test genetici hanno appurato che si tratta di un solo esemplare.

Le alghe in questione ricoprono circa 200 chilometri quadrati e sono state scoperte casualmente nelle acque di Shark Bay, nell’Australia occidentale. I ricercatori della University of Western Australia e della Flinders University, infatti, avevano deciso di perlustrare l’area al fine di comprenderne la varietà genetica, ma durante la ricerca hanno scoperto che la flora presente deriva da un’unica pianta: un esemplare di Posidonia australis. A quanto pare, la piantina colonizzatrice è stata in grado di svilupparsi e diffondersi in un ambiente poco profondo e con sedimenti sabbiosi, ma come questa sia riuscita a sopravvivere così a lungo, adattandosi alle mutevoli condizioni ambientali e ai punti del mare che differiscono molto per salinità e temperatura, rimane un mistero. La pianta, infatti, dimostra di avere sviluppato una resilienza a condizioni variabili e spesso estreme che le permetteranno di sopravvivere ancora a lungo.

La ricerca spiega che l’esemplare originario si sia esteso utilizzando i rizomi – fusti in grado di crescere sotto terra e di immagazzinare sostanze nutritive – di cui il team di esperti ha individuato la velocità di crescita, 35 centimetri l’anno, permettendogli di stimare l’età dell’immenso tappeto acquatico, 4500 anni. Ciò che rende questa Posidonia australis unica, oltre appunto alla grandezza, è il suo avere il doppio dei cromosomi rispetto ai suoi parenti oceanici. Questo significa che si tratta di un esemplare poliploide. La duplicazione dell’intero genoma attraverso la poliploidia – il raddoppio del numero di cromosomi – si verifica quando le piante “madri” diploidi si ibridano: la pianta contiene il 100% del genoma di ciascun genitore, invece di condividere il consueto 50%. L’anomalia fa dunque ipotizzare che per metà questi cromosomi provengano dalla Posidonia australis e per metà da una specie sconosciuta, e sarebbe proprio questa seconda ad averle fornito un grande vantaggio in termini di sopravvivenza. I ricercatori sono ora decisi ad approfondire la storia evolutiva e la genetica della pianta ma senza stravolgerla, in quanto, come un enorme prato sottomarino, è diventata l’habitat di numerose specie animali tra cui tartarughe, delfini, dugonghi, granchi e alcuni pesci.

[di Eugenia Greco]

Lavrov annulla visita in Serbia per chiusura spazio aereo

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Il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov è stato costretto a cancellare il viaggio in Serbia a causa della chiusura dello spazio aereo di Bulgaria, Macedonia del Nord e Montenegro. Lo riporta l’agenzia di stampa Adnkronos, citando media serbi. Lavrov avrebbe dovuto incontrare oggi a Belgrado il presidente serbo Aleksandr Vučić. La portavoce del ministro Maria Zakharova ha incolpato l’Occidente di “chiudere un altro canale delle comunicazioni”.

Domenica 5 giugno

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9.00 – Ucraina, raffica di missili contro Kiev: la città non subiva attacchi dal 28 aprile.

9.20 – Bangladesh, almeno 49 morti e oltre 300 feriti per esplosione in deposito di container vicino al porto di Chittagong, il più grande del Paese.

10.30 – Copasir, resi noti i nomi di giornalisti e politici accusati di diffondere propaganda russa e disinformazione sul conflitto ucraino.

11.00 – Albania, dopo tre elezioni andate a vuoto eletto un militare come capo dello Stato: è il generale Bajram Begaj.

11.45 – Putin: consegnare nuove armi a Kiev può solo portare a “estendere il conflitto il più possibile”.

16.00 – Venezia, summit Med5: chiesta fine solidarietà volontaria in favore di equa redistribuzione dei migranti in Europa.

16.30 – Nigeria, attacco armato in una chiesa: almeno 50 morti, anche donne e bambini.

19.00 – Filippine, eruzione del vulcano Bulusan: ricoperti di cenere i villaggi circostanti.

 

Nigeria, attacco armato dentro chiesa: almeno 50 morti

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Un gruppo di uomini armati ha fatto irruzione nell’interno di una chiesa nello Stato di Ondo, in Nigeria, uccidendo almeno 50 persone tra le quali donne e bambini. Dalle prime ricostruzioni sembrerebbe che il gruppo abbia fatto uso anche di armi esplosive. Ogunmolasuyi Oluwole, deputato locale, ha dichiarato che l’attacco è avvenuto mentre i fedeli erano riuniti per la celebrazione della domenica di Pentecoste.

Giornalisti e politici “filorussi”: il Copasir pubblica la lista di proscrizione

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L’indagine del Comitato per la Sicurezza della Repubblica (Copasir) sulla disinformazione e la presunta propaganda filorussa nei media italiani è arrivata alla sua fase cruciale. Sono stati individuati (e diffusi) i nomi dei principali giornalisti e politici che, secondo il Comitato, avrebbero messo in piedi un’attiva propaganda pro-Putin per condizionare l’opinione pubblica. Dalla giornalista russa Maria Dubovikova al geografo e scrittore Manlio Dinucci, dal reporter freelance Giorgio Bianchi all’analista geopolitico Alessandro Orsini, passando per l’economista Alberto Fazolo, la testata giornalistica L’Antidiplomatico e il grillino Vito Petrocelli, sono diverse le personalità finite al centro delle accuse del Copasir. L’accusa: riportare fatti e notizie diverse da quelle ufficiali -questa, d’altronde, è la definizione di “controinformazione”-, e diffondere per questo posizioni filoputiniane.

La linea che divide la propaganda dalla libera circolazione di idee è sottile, ed è facile che venga spostata di qualche centimetro secondo convenienza. Soprattutto in un contesto delicato come quello attuale, dove la guerra in Ucraina ha scoperto i nervi di delicati equilibri geopolitici. L’indagine del Copasir, il cui scopo sarebbe quello di “preservare la libertà e l’autonomia editoriale e informativa”, ha così portato alla luce i nomi di quelli che alcune delle principali testate mainstream hanno definito “rete” o “gruppo” di propaganda filorussa, quasi a suggerirne un movimento organico e organizzato. A scanso di equivoci, Il Corriere della Sera ne pubblica una foto che richiama molto le immagini segnaletiche.

Tra le personalità incriminate figura, ad esempio, la giornalista russa Maria Dubovikova, residente a Mosca, criticata per i suoi attacchi contro il Governo. La giornalista si era scagliata in particolare contro il fatto che le bolle per l’invio delle armi in Ucraina recavano la data dell’11 marzo, ovvero una settimana prima dell’approvazione del Parlamento del 18 marzo. A finire nel mirino dell’indagine anche coloro che, al motto di “Non in mio nome”, rifiutano l’invio di armi verso l’Ucraina: a suggellare la gravità di queste posizioni, anche se sfugge l’attinenza tra i due fattori, vi è il fatto che tra questi vi siano anche “negazionisti del Covid e no vax”. Tacciati di essere sostenitori di Putin e di diffondere disinformazione sono poi coloro che sostengono l’esistenza di gruppi ucraini di matrice neonazista. Tuttavia, l’esistenza di gruppi neonazisti ucraini radicati nel territorio e avviluppati in fitte reti internazionali è una realtà storica ampiamente comprovata, come spiegato nella nostra inchiesta sul battaglione Azov e le fazioni alleate di tutto il mondo. Non poteva non figurare, poi, il nome di Alessandro Orsini, licenziato dalla sua stessa università per via della propria analisi sulle origini ed i possibili sviluppi del conflitto ucraino-russo.

Contro la decisione del Copasir era arrivato a schierarsi anche il presidente dell’Ordine dei Giornalisti, Carlo Bartoli, che aveva ribadito come la possibilità di dar voce a personalità differenti e la libertà di intervistare chi si ritiene opportuno sia uno dei cardini della professione giornalistica. Libertà di informazione è, d’altronde, anche possibilità di avere un contraddittorio e di esplorare più posizioni. Proprio quando questo non accade si ha la sensazione di assistere ad ampie campagne di propaganda, più che di informazione onesta.

[di Valeria Casolaro]