È iniziato oggi il “pellegrinaggio di penitenza” di Papa Francesco in Canada, durante il quale il pontefice visiterà le comunità dei nativi canadesi per scusarsi degli abusi messi in atto nelle scuole residenziali, anche note come boarding schools, gestite per la maggior parte dai cattolici. Il viaggio è stato deciso in seguito alla scoperta, nell’estate del 2021, delle tombe anonime di oltre 700 bambini vittime dei trattamenti subiti nelle scuole dei coloni, per i quali il Papa si era ufficialmente scusato lo scorso aprile con i delegati indigeni recatisi in visita in Vaticano. Tuttavia, a fronte delle immense sofferenze causate alla popolazione indigena, alcuni leader hanno definito insufficienti le scuse e richiesto di far ricorso ad altre forme di compensazione, come un risarcimento economico, la restituzione dei manufatti indigeni, il rilascio dei registri scolastici e la revoca della Dottrina della Scoperta, un retaggio del XV secolo ancora valido che giustifica l’espropriazione coloniale delle popolazioni indigene se emessa in forma di bolla papale o editto.
Tra il 1881 e il 1996 infatti oltre 150 mila bambini indigeni furono separati dalle loro famiglie per essere portati in queste scuole – il cui motto era “kill the indian, save the man”, ovvero “uccidi l’indiano, salva l’uomo” -, per essere assimilati alla cultura moderna, cristiana e occidentale. Le boarding schools costituivano infatti il fulcro della politica assimilazionista coloniale, in base alla quale i bambini venivano strappati alle proprie famiglie per essere educati alla “civilizzazione”. All’interno di questi edifici, di natura religiosa e/o statale, ai bambini veniva imposto di dimenticare la propria cultura, se non proprio a provarne vergogna: i capelli venivano tagliati, a ciascuno veniva assegnato un nome scelto dalla Bibbia – della quale bisognava apprendere i precetti fondamentali – e venivano imposti usi e costumi degli uomini bianchi. Coloro che si opponevano o trasgredivano tali norme venivano affamati, picchiati e abusati sessualmente, in quello che la Commissione canadese per la verità e la riconciliazione ha definito un vero e proprio “genocidio culturale” avvenuto con il benestare delle istituzioni statali. Come descritto da Alessandro Martire, rappresentante presso l’Alto Commissariato dei Diritti Umani delle Nazioni Unite della tribù Lakota Sicangu, nel suo libro Nuovo Mondo. Errori, orrori e furori della colonizzazione delle Americhe, l’obiettivo era instillare “la vergogna nei giovani nativi verso la loro cultura, la loro storia, la loro famiglia, rendendo ridicole le loro usanze e la loro spiritualità attraverso quindi un vero e proprio ‘lavaggio del cervello’ effettuato al fine di spersonalizzare completamente il ragazzo. Non sono mancati casi di ripetuti abusi sessuali perpetrati da preti e suore delle Missioni nei confronti di bambine e bambini e in molti casi i bimbi morivano di stenti, si lasciavano morire o le malattie facevano il loro lavoro; in tali casi i corpicini dei nostri piccoli non venivano neppure restituiti ai genitori, ma sepolti in fosse comuni vicino alla missione stessa“.
Le scuse ufficiali di Papa Francesco rappresentano un forte segnale a livello simbolico il quale, tuttavia, non è ritenuto sufficiente da numerosi leader indigeni. Ciò che, di fatto, l’Assemblea delle Prime Nazioni domanda al pontefice è l’ufficiale rinuncia alla Dottrina della Scoperta, principio giuridico internazionale ad oggi ancora in vigore che giustifica legalmente l’acquisizione, da parte dell’Europa, di vasti tratti di terra indigena. Retaggio del XV secolo, quando fu formulata all’interno delle bolle papali e successivamente giustificata e sviluppata da filosofi e studiosi occidentali come John Locke, si trova alla base di principi quali il terra nullius – ovvero “terra che non appartiene a nessuno”, in base al quale la sovranità su di un territorio non appartenente ad altri Stati può essere rivendicata semplicemente occupandolo -, i quali hanno di fatto privato i nativi dei loro diritti fondamentali, legalizzandone lo sfruttamento e la disumanizzazione.
Pur non avendo il potere di far revocare tale Dottrina, un intervento del Papa per richiederne l’abolizione avrebbe di certo un peso non indifferente. «La storia della Dottrina è la storia di come si può magicamente ottenere la terra di altre persone» ha dichiarato Harry LaForme, il primo giudice d’appello indigeno in Canada, dal 2018 in pensione: «basta emettere bolle papali».
Almeno 10 persone sono state arrestate in seguito alle proteste che si sono svolte in Tunisia contro il referendum che si terrà lunedì 25 luglio. Il presidente tunisino Kais Saied infatti, dopo aver sciolto il Parlamento, ha indetto una votazione per una nuova Costituzione che prevede l’accentramento del potere nelle mani del capo dello Stato, seguendo così una linea di presidenzialismo puro nonostante il permanere delle due Camere, una eletta direttamente dai cittadini e una dalle Regioni. Il referendum, che non prevede quorum, si configura di fatto come un voto pro o contro il presidente.
Prima l’Italia, poi la Germania, ed ora i Paesi Bassi: sono sempre di più le economie avanzate che hanno scelto di ricorrere al carbone, la fonte energetica più impattante, per far fronte all’attuale crisi energetica. Una scelta forse inevitabile ma che evidenzia una contraddizione che difficilmente sarebbe potuta passare inosservata. “Siamo o no nell’era della transizione ecologica?”, verrebbe ai più spontaneo chiedersi. D’altronde, allo scopo di evitare le conseguenze più disastrose di un cambiamento climatico già oggi fin troppo evidente, gli scienziati di tutto il mondo, da quasi un decennio, ribadiscono l’urgenza di abbandonare immediatamente ogni fonte fossile. Appelli, ormai annuali, rimasti a lungo inascoltati, poi presi in considerazione, ora, nuovamente subordinati all’emergenza del momento. Difficile comprendere le motivazioni dietro tale negligenza politica, le alternative di certo non mancano. Tuttavia, non è detto siano immediatamente percorribili. Quel che è certo è che i nuovi squilibri geopolitici hanno messo in evidenza le fragilità di un sistema energetico globalizzato, basato sulle fonti fossili e l’interdipendenza. La consapevolezza di tali debolezze strutturali sta emergendo solo ora, così come solo negli ultimi tempi si stanno realizzando le falle del neoliberismo in fatto di sostenibilità. Gli impatti ambientali a lungo termine della globalizzazione, a differenza di quelli sociali ed economici, non sono stati infatti adeguatamente analizzati, così ora ci ritroviamo a fronteggiare degli effetti collaterali, seppur prevedibili, in gran parte inaspettati. Nel complesso non si brancola però del tutto nel buio. Qualche somma è possibile tirarla.
Diversa ricchezza, diverso impatto ambientale
Uno dei primi studi condotti allo scopo di comprendere le conseguenze ambientali dell’apertura dei mercati e della crescita economica indefinita è stato quello realizzato, nel 2009, da tre ricercatori dell’università del North Dakota e di Seul. Gli scienziati, nella ricerca pubblicata su Ecological Economics, hanno valutato l’ultimo mezzo secolo di emissioni di anidride solforosa (SO2) in 50 paesi diversi a economia avanzata, emergente o in via di sviluppo. L’andamento storico delle emissioni in ogni Paese è stato correlato con l’aumento della ricchezza, in termini di Prodotto interno lordo (PIL), e del grado di apertura dei mercati, valutato sulla base della crescita del commercio internazionale. Quel che è emerso è che l’inquinamento atmosferico ha avuto una tendenza differente a seconda del grado di sviluppo economico della nazione considerata. In sintesi, le emissioni inquinanti sono aumentate, in relazione al PIL e alla graduale apertura dei mercati, in tutti i paesi a economia emergente o in via di sviluppo. Di contro, i fattori presi in esame sono apparsi legati ad una migliore qualità ambientale nei paesi più ricchi. Ma non nell’immediato. Inizialmente, l’aumento della ricchezza si è tradotto in un maggiore inquinamento, successivamente, con l’evoluzione del sistema economico, la ricchezza è continuata a salire, ma l’inquinamento è diminuito. Al riguardo, la spiegazione più plausibile è fondamentalmente una: nelle economie più deboli l’apertura dei mercati ha determinato un deterioramento ecologico poiché le industrie più inquinanti, attratte da norme ambientali più blande, vi si sono trasferite.
Ad oggi, sebbene ancora non ci sia un consenso unanime su quale sia la migliore misura della globalizzazione e del suo impatto sull’ambiente, la scienza concorda che il modello economico neoliberale determina impatti ambientali iniqui. Il fenomeno, inoltre – secondo uno studio più recente – si verifica anche perché le economie, nelle prime fasi di sviluppo, pianificano di generare opportunità commerciali e occupazionali piuttosto che sostenere la tutela ambientale. La consapevolezza ecologica sembra aumentare, anche in questo caso, con l’aumentare della ricchezza. Tuttavia, prima di arrivare a questo punto è necessario raggiungere un picco prima del quale ogni paese inquina in modo proporzionale alla crescita economica. E nel complesso, senza guardare le singole casistiche, globalizzazione e sostenibilità appaiono spesso l’una l’antitesi dell’altra. Una maggiore ricchezza sarà indubbiamente associata ad un maggiore sforzo a favore dell’ambiente, ma, se parliamo di sostenibilità a lungo termine, è lo stesso concetto di crescita economica senza freni – di cui la globalizzazione è figlia – a fare acqua da tutte le parti.
Il caso emblematico del trasporto a distanza
Merci prodotte dove conviene di più poi trasportate da un capo all’altro del mondo: in un mondo globalizzato, non stupiscono più gli immensi viaggi che i beni di consumo, primari o secondari che siano, fanno ogni giorno. Eppure, in tutto questo, c’è un qualcosa di profondamente contorto. L’apertura dei mercati sotto l’onda del neoliberismo ha dato vita ad un sistema apparentemente virtuoso, a detta di molti, essenziale per lo sviluppo socioeconomico del Pianeta, che tuttavia nasconde più di una criticità. Prendiamo il caso del cibo. Considerando l’intera catena di approvvigionamento, trasportare gli alimenti secondo le attuali regole commerciali emette 3 Giga Tonnellate di anidride carbonica equivalenti (GtCO2e) l’anno. Ovvero, il 6% delle emissioni globali di gas ad effetto serra: dalle 3,5 alle 7,5 volte in più di quanto stimato in precedenza. Ad affermarlo è stata una nuova ricerca dell’Università di Sidney finalizzata proprio a quantificare l’impronta ecologica del cibo che arriva sulle nostre tavole. Nella pubblicazione avvenuta di recente su Nature Food, i ricercatori hanno inoltre scoperto che ci sono alcuni alimenti più impattanti di altri. In particolare, i più climalteranti sono quelli che richiedono l’impiego di refrigeratori per il trasporto a lunga distanza. Stesso discorso per la frutta fuori stagione. La carne, invece – in base ai risultati emersi – ha un’impronta ecologica particolarmente elevata in fase di produzione, 7 volte maggiore di quella di frutta e verdura, ma le emissioni generate dal suo trasporto sarebbero ridotte. E questo è solo un esempio.
Solo via mare, ogni anno, vengono trasportate 11 miliardi di tonnellate di merci, circa una tonnellata e mezza a persona se si considera l’attuale popolazione mondiale. Nel 2019, il valore del commercio marittimo mondiale – il quale rappresenta fino al 90% di quello totale – ha superato i 14.000 miliardi di dollari. Questo è responsabile, nella sola Europa, del 3,7% delle emissioni totali di CO2, nonché del 13% delle emissioni del settore dei trasporti. Eppure, beneficia ancora di circa 24 miliardi di euro all’anno in sussidi fiscali sui combustibili fossili, oltre che di diverse tipologie di esenzioni. Senza contare che è l’unico settore per il quale un efficace tassazione sul carbonio è ancora un miraggio. L’ultimo spiraglio in questo senso è stato sonoramente frenato dal Parlamento europeo insieme all’intera riforma degli Emission Trading Scheme (ETS). Insomma, non è tanto la crisi energetica: la politica, in ogni caso, trova veramente difficile stare dalla parte della sostenibilità.
E qui torniamo al paradosso
La globalizzazione porta ad una maggiore ricchezza, la quale a sua volta favorisce un maggiore rispetto dell’ambiente naturale e lo sviluppo sostenibile in generale. Questo è l’assioma, ma qualcosa continua a non tornare. In primo luogo, non è detto che la globalizzazione sia l’unica via per percorrere la strada del benessere economico. In secondo luogo, anche fosse così, la ricchezza che ne deriva non è in nessun caso distribuita equamente, anzi, le diseguaglianze spesso si acuiscono. Un mondo globalizzato è, in realtà, un mondo polarizzato: da un lato, il Nord del mondo, ricco e consumista, dall’altro, il Sud, povero e malnutrito. Secondo i risultati emersi da uno studio pubblicato su The Lancet, i Paesi ad alto reddito sono stati responsabili del 74% dello sfruttamento globale di risorse in eccesso, guidato principalmente dagli Stati Uniti (27%) e dalle nazioni ad alto reddito dell’Ue (25%). La Cina ha contribuito per il 15%, mentre il Sud del Mondo (o meglio, i paesi a basso e medio reddito di America meridionale e centrale, Africa, Medio Oriente e Asia) ne è stato responsabile per appena l’8%. Considerando poi i soli Paesi a reddito medio-basso e basso, nel complesso, questi hanno persino consumato meno dell’1% delle 2,5 mila miliardi di tonnellate di risorse utilizzate dalle società umane tra il 1970 e il 2017.
Come si spiega un divario di tali proporzioni? La risposta, seppur non semplice, è in una globalizzazione, intimamente legata al concetto di crescita economica indefinita, i cui stili di vita modello sono incompatibili con i naturali tempi di rinnovo delle risorse terrestri. Un’ambizione utopica che ha preso forma quando i termini ‘sostenibilità’ ed ‘ecologia’ erano solo sulla bocca di un ristretto gruppo di scienziati. Un concetto, che ha a lungo ignorato l’esauribilità delle disponibilità della Terra, cardine di un sistema economico che ora forse è sempre più in bilico. Se veramente si sgretolasse del tutto, quali conseguenze ambientali dovremmo quindi aspettarci? In una visione ottimistica, da un commercio più localizzato, ad esempio, potrebbe derivare un consistente taglio nella quantità di emissioni climalteranti. Da un sistema energetico in cui ogni paese ha maggiore autonomia – non autarchia, si badi bene – si potrebbe ricavare più spazio per le fonti rinnovabili. Dalla fine delle delocalizzazioni, potrebbe derivare una riduzione dell’impatto ambientale a carico dei paesi più poveri. Dalla presa di coscienza che la Terra ha una capacità finita di risorse, potrebbero derivare modelli economici realmente sostenibili. Da società in via di sviluppo che ambiscono a modelli diversi dal ‘sogno americano’, potrebbe derivare una richiesta inferiore di materie prime. In definitiva, dalla ‘rottura’ della globalizzazione – non è quindi poi così azzardato affermarlo – l’ambiente avrebbe solo che da guadagnarci. A patto però che si trovi un nuovo e più consapevole equilibrio. Infatti – è bene precisarlo – non tutte le sfumature della globalizzazione sono deleterie in termini ecologici: basti pensare, alla cooperazione internazionale in materia di obiettivi climatici o alla possibilità di reperire materiali essenziali alla stessa transizione energetica.
Secondo quanto dichiarato da Matthew Baldwin, vice direttore generale del dipartimento di energia della Commissione europea, l’UE starebbe cercando di ottenere ulteriori forniture di gas dalla Nigeria. Il Paese africano avrebbe infatti previsto di riaprire dopo agosto il gasdotto Trans Niger, il che permetterebbe di raddoppiare le forniture di GNL verso l’Europa – al momento il gas nigeriano rappresenta il 14% delle forniture europee. I funzionari nigeriani hanno inoltre riferito a Baldwin che il Paese sta cercando di migliorare la sicurezza nella zona del Delta del Niger, in modo da aumentare l’operatività dei terminali dei produttori di gas.
7.00 – Usa: giudice del Kentucky emette un’ingiunzione che impedisce momentaneamente l’entrata in vigore del divieto di aborto da parte dello Stato.
9.00 – Siccità, la portata del fiume Reno raggiunge il livello più basso dall’inizio del secolo: ostacolata la fornitura di acqua potabile e la circolazione delle merci.
11.00 – Sicilia: scoperta a Selinunte l’agorà più grande del mondo antico.
12.30 – Ucraina, Kiev accusa la Russia: due missili hanno colpito il porto di Odessa all’indomani della firma dell’accordo sul grano.
13.00 – Iran: almeno 21 morti a causa delle inondazioni verificatesi nel sud del Paese.
15.00 – “Le lotte operaie non si processano”: a Piacenza manifestazione dei sindacati di base per chiedere la liberazione dei sindacalisti recentemente arrestati.
18.00 – Vaiolo delle scimmie: l’Oms dichiara l’emergenza sanitaria globale.
«Ho deciso che l’epidemia globale di vaiolo delle scimmie rappresenta un’emergenza sanitaria pubblica di portata internazionale»: lo ha affermato oggi, durante una conferenza stampa, il direttore generale dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) Tedros Adhanom Ghebreyesus. Si tratta del più alto livello di allerta dell’Oms, lanciato con l’obiettivo di cercare di contenere l’epidemia di vaiolo delle scimmie, che ha colpito quasi 17.000 persone in 74 Paesi.
Il 29 aprile, in apertura di un week-end lavorativo, diverse sale LAN si sono viste inaspettatamente al centro delle attenzioni della polizia. Svolti gli opportuni controlli, le autorità hanno posto i sigilli a tre delle quattro attività visitate, dando vita a un piccolo episodio amministrativo che è velocemente esploso in una focosa discussione pubblica che ormai coinvolge l’intero settore tech. Le realtà finite sotto sequestro sono caratterizzate da locali in cui è possibile affittare computer ad alte prestazioni attraverso cui fruire al meglio i videogiochi online, contesti che tanto per la...
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Negli ultimi 50 anni, l’industria fossile ha guadagnato 2,8 miliardi di dollari di profitto ogni giorno. A rivelarlo è uno studio del professor Aviel Verbruggen (University of Antwerp), basato sui dati della Banca mondiale e non ancora pubblicato su una rivista accademica, nonostante la sua accuratezza sia stata confermata da diversi esperti, che hanno definito il risultato una “cifra sbalorditiva”. Il totale percepito dalle compagnie di combustibili fossili dal 1970 ad oggi è stato quindi pari a 52 mila miliardi di dollari (32 volte il PIL italiano). Gli enormi profitti forniscono il potere di «comprare ogni politico, ogni sistema e ritardare l’azione sulla crisi climatica», ha dichiarato Aviel Verbruggen, che ha trovato nella limitazione artificiale dell’offerta da parte dei Paesi una delle cause degli elevati guadagni.
L’analisi si basa sui profitti giornalieri, quindi sul totale dei ricavi a cui vengono detratti i vari costi di gestione e produzione, relativi a gas e petrolio. Secondo lo studio, gli utili petroliferi rappresentano l’86% del totale (2,4 miliardi di dollari). «Sono rimasto davvero sorpreso da numeri così alti, sono enormi», ha commentato Aviel Verbruggen, autore dello studio ed economista energetico e ambientale. La prospettiva dei guadagni elevati polarizza le scelte a discapito delle alternative pulite e ritarda le azioni sulla crisi climatica, spingendo gli Stati produttori a limitare volontariamente l’offerta per mantenere alti i prezzi. «Gran parte dei Paesi deve fare i conti con le difficoltà dei cittadini a pagare le bollette del gas e dell’elettricità e faticano a trovare soldi da investire nelle energie rinnovabili», ha dichiarato l’autore, avanzando la soluzione all’uroboro: maggiori e sostanziali investimenti da parte delle aziende di combustibili fossili nel passaggio a un’energia a basse emissioni di carbonio. In fondo, si tratterebbe di tener fede agli impegni di “trasformazione e sostenibilità” assunti, tra cui figura la neutralità carbonica entro il 2050. Tuttavia, le idee sul tavolo delle multinazionali indicano tutt’altra volontà, con decine di progetti di espansione e di apertura di nuovi impianti estrattivi che potrebbero minare l’obiettivo (concordato a Parigi nel 2015) di contenimento del riscaldamento globale a 1,5 °C entro fine secolo.
Un cambio di direzione, lontano dalle logiche del greenwashing, appare oggi complicato, dal momento in cui l’industria dei combustibili fossili beneficia di 16 miliardi di dollari giornalieri di sussidi governativi e rappresenta un mercato appetibile agli occhi degli investitori, come sottolineato da Mark Campanale, di Carbon Tracker, un think tank no-profit con sede a Londra che studia l’impatto dei cambiamenti climatici sui mercati finanziari. «È interessante notare come, nel bel mezzo di una crisi del costo della vita che si ripercuote su miliardi di persone, il flusso di denaro verso un numero relativamente piccolo di petrostati e società energetiche è destinato a raddoppiare entro la fine dell’anno», ha dichiarato Campanale. Si pensi a ENI, graziata dal governo Draghi e dalla rimozione di una norma sugli extra profitti dal Decreto Bollette, che nel primo trimestre del 2022 ha registrato un utile netto adjusted di 3,27 miliardi di euro, in crescita rispetto al periodo precedente proprio grazie all’aumento «delle quotazioni delle materie prime».
Un’agorà di quasi 33mila metri quadrati, la più grande del mondo antico, ed i resti, sull’acropoli, di quello che sembra essere stato il luogo sacro dei primi coloni greci di Selinunte. Sono queste alcune delle scoperte fatte nell’antica città siceliota grazie ad una campagna di scavi guidata dall’archeologo Clemente Marconi, i cui risultati sono stati riportati in anteprima dall’agenzia di stampa Ansa. Quest’ultima, fa sapere che gli archeologi hanno inoltre rinvenuto amuleti, una preziosa sirena in avorio ed uno stampo in pietra probabilmente utilizzato per fondere uno scettro in bronzo.
Ci sono necessità dell’immaginario, ci sono diritti simbolici, prima di tutto a verità non ufficiali. L’utopia alimentare, ad esempio. In un mondo segnato da carestie, allarmi energetici e insidie sulla qualità degli alimenti, compreso l’insensato commercio di prodotti lontani migliaia di chilometri a fronte di disponibilità locali di pari o migliore qualità, si persegue, anche con innegabile gusto e piacere, il ricorso a una centralità delle simbologie culinarie e delle attività e dei saperi che ruotano attorno al cibo.
È stato l’Illuminismo, soprattutto con Condorcet, a mettere in campo l’assimilazione tra l’utopia e l’idea di progresso, in epoche precedenti, invece, si marcavano le nette differenze, nel presente, non in un tempo a venire, fra realtà ordinaria, quotidiana e sogno alternativo. Basti pensare alla questione dell'”altra verità”, quella non ufficiale, di cui tratta Michail Bachtin (1965, L’opera di Rabelais e la cultura popolare, trad. it. Einaudi 1979) e che contrassegna nel tardo Medioevo e nel Rinascimento il ruolo delle immagini grottesche, del basso corporeo a fronte dell’alto spirituale, dove era la piazza, in quanto luogo socializzante, a costituire un mondo unico e compatto, in cui tutti i discorsi “erano permeati dalla stessa atmosfera di libertà, di schiettezza, di familiarità”.
In generale, varie sono le ragioni per le quali si può parlare di utopia. Intanto perché le utopie fungono da connessione fra pratica e sogno, illuminando certi aspetti della realtà e occultandone altri (Baczko), poi perché esse si esprimono mediante “esperienze comunitarie che si propongono di rigenerare la vita sociale”; e ancora in quanto le utopie aspirano a “una vita quotidiana rinnovata” esercitando una immaginazione sociale, una “rappresentazione globale… di una società diversa, opposta alla realtà sociale esistente”.
Si aggiunga poi la presenza nell’utopia di una tensione alla speranza, di una volontà di rigenerazione, di un orizzonte iniziatico di rinascita che dai tempi della Nuova Atlantide di Francesco Bacone (1627) viene sicuramente stimolato dai progressi della scienza e dall’idea che questa possa, insieme alla tecnica, trasformare la natura e le sue leggi ancestrali assicurando a tutti benessere e abbondanza. Utopia fortemente necessaria oggi, quando la scienza appare servile più che liberatrice.
Un antico esempio emblematico in questo senso è quello del Paese di Cuccagna. Lontano, meraviglioso paese, quello di Cuccagna, erede del mito classico dell’Età dell’oro; di quest’ultimo si hanno remote tracce già in una tavoletta sumerica risalente a circa 4000 anni fa, dove si cantano i tempi “in cui non c’era né paura né terrore, perché mancavano i serpenti, gli scorpioni, i leoni” – e non è difficile credere che non si intendesse parlare soltanto di animali ma anche di uomini che meritavano quelle similitudini.
Straordinario paese, Cuccagna, in qualche modo versione popolaresca del Paradiso terrestre, che si installò nell’immaginario europeo nel tardo Medioevo, e che trovò il suo fulgore all’indomani della scoperta dell’America. Cristoforo Colombo era attratto dalle leggende pagane che collocavano vicino al polo artico un popolo felicissimo, gli Iperborei, che muoiono soltanto quando sono sazi della vita, e così, quando descrisse le isole scoperte oltre Atlantico parlò di terre i cui alberi non pèrdono mai le foglie e dove gli usignoli cantano anche nei mesi invernali.
“Là la gente non è mica vile” canta un poemetto cinquecentesco sul Paese di Cuccagna: “quattro Pasque ci sono in un anno, quattro vendemmie, ogni giorno è festa o domenica, la Quaresima cade ogni vent’anni ed è così piacevole digiunare che tutti lo fanno di buon grado”.
L’Italia nel Rinascimento non è soltanto la patria dei massimi pittori ma è anche il paese della fame (titolo di uno stupendo libro di Piero Camporesi) e così Cuccagna è la grande utopia collettiva del ventre che si fa capanna, compensatrice delle frustrazioni indotte dal sistema socio-economico, contraltare delle feste cortigiane, sede, temporaneamente sovversiva, della liturgia comunitaria della tavolata aperta a tutti, teatro di gozzoviglie, gioia delle mascelle e delle danze spensierate che il celebre quadro di Bruegel proclama come una felicità popolaresca, condivisa e appagante.
Terra dove chi meno lavora più guadagna, dove – come nella contrada di Bengodi di cui scrive Boccacio nel Decameron (giornata VIII, novella 3) – “eravi una montagna tutta di formaggio parmigiano grattugiato” e nella quale le salsicce servono a legare le vigne e a portare a spasso i cani, dove la Fontana della giovinezza rende chi lì si bagna vittorioso contro il tempo. Là c’è un fiume in cui scorre vino e sul palo di ogni vite, sostiene la storia di Campriano contadino, c’è un tordo già cotto “con un’arancia sotto il piè” e poi torte e marzapani “acconci in modi strani”. Il mio amato Tomaso Garzoni così si esprime, dopo aver apparentato i nuovi grandi maestri del ventre, alle onorate professioni di medici e avvocati: “Gli illustrissimi Panigoni di Cuccagna se ne vanno superbi et alteri perché sono capi delle dispense, padroni delle cantine, soprastanti delle cucine, reggenti de’ salami, agozzini del presciuto, capitani della grassa, e i maestri giustizieri delle polpette, a’ quali si deve per necessità ogni rispetto, perché altramente la minestra sarà da Filosofo, il potacchio da Anabattista, la piatanza da spazzacamino, la torta da hortolano…”
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