domenica 8 Febbraio 2026
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Sanzioni alla Russia: l’UE vara il sesto pacchetto. Cos’hanno portato i primi cinque?

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Dopo settimane di discussioni e rinvii, l’Unione europea ha trovato l’intesa tra i 27 paesi membri e ha varato il sesto pacchetto di sanzioni rivolto alla Russia in risposta all’invasione dell’Ucraina dello scorso 24 febbraio. I leader dell’UE hanno optato per un embargo parziale alle forniture di greggio provenienti da Mosca. Infatti, il blocco immediato riguarda il petrolio trasportato via mare e non quello importato attraverso gli oleodotti, una condizione richiesta dall’Ungheria per far cadere la propria contrarietà. Il pacchetto di sanzioni include, inoltre, l’espulsione di Sberbank, la più grande banca russa, dal sistema SWIFT e l’inserimento nella lista nera delle persone coinvolte in presunti crimini di guerra commessi in Ucraina, nonché del capo della Chiesa ortodossa russa, il patriarca Kirill.

Oleodotto Druzhba

A vincere le resistenze di Viktor Orbán, primo ministro ungherese, e dei leader dei paesi limitrofi sono state l’esenzione delle importazioni in Europa attraverso gli oleodotti dal sesto pacchetto di sanzioni e l’inserimento di una clausola con cui Bruxelles si impegna a introdurre “misure di emergenza” in caso di interruzione della fornitura di energia da parte di Mosca. Così, Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca – tre paesi attraversati dall’oleodotto Druzhba (il più lungo del mondo) – hanno ottenuto una garanzia di sostegno da parte dell’UE in caso di misure ritorsive del Cremlino in campo energetico. Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea, ha scritto sul suo profilo Twitter che la misura “ridurrà di circa il 90% le importazioni di petrolio dalla Russia entro la fine del 2022″. Dal momento che circa i due terzi del greggio importato proviene da collegamenti via mare, le parole di Ursula von der Leyen lasciano intendere un futuro inasprimento delle sanzioni, con il coinvolgimento delle forniture tramite oleodotti. Verso la stessa direzione anche il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, che ha dichiarato: «Molto presto torneremo al Consiglio per uno stop totale al petrolio russo».

Infine, nell’ultimo provvedimento di Bruxelles hanno trovato spazio il piano per rafforzare la difesa comune, basato sul coordinamento relativo all’acquisto congiunto di armi per evitare una competizione interna nel riarmo degli arsenali, e le opzioni possibili per sbloccare il grano ucraino, con il presidente francese Emmanuel Macron che ha proposto una risoluzione da parte delle Nazioni Unite. A poche ore dall’annuncio del sesto pacchetto di sanzioni rivolto a Mosca è lecito interrogarsi sull’efficacia delle cinque misure precedenti e quindi sull’influenza nei confronti dell’economia russa. Secondo un’analisi prodotta dal Centro di Ricerca sull’Energia e l’Aria Pulita (CREA), durante i primi due mesi del conflitto Mosca ha quasi raddoppiato le entrate dalla vendita di combustibili fossili rispetto al 2021, compensando la riduzione delle esportazioni con l’aumento dei prezzi. Non bloccando le importazioni energetiche, le sanzioni occidentali si sono rivelate inutili e soprattutto controproducenti, visto che il flusso di miliardi di euro/dollari verso Mosca è stato continuo: dall’inizio del conflitto, la Russia ha esportato combustibili fossili per 63 miliardi di euro, di cui 44 miliardi provenienti dai paesi europei. I numeri assumono maggiore rilevanza se paragonati ai dati relativi a tutto il 2021, quando l’UE ha speso circa 140 miliardi di euro in forniture. Al flusso di capitale nelle casse russe si è affiancato in Occidente il fenomeno dell’inflazione (in Italia si è attestata a maggio al 6,9%, ai massimi dal 1986), che ha ridotto il potere di acquisto di milioni di cittadini ma non quello delle multinazionali energetiche. Secondo Greenpeace, dall’inizio del conflitto in Ucraina, “le compagnie petrolifere hanno guadagnato almeno 3 miliardi di euro di extra profitti dalla vendita di diesel e benzina in Europa”.

Le sanzioni alla Russia hanno portato l’UE, almeno nelle intenzioni, a concentrarsi sulla svolta sostenibile per poter (grazie anche alla ricerca di nuovi fornitori energetici) interrompere in maniera definitiva i rapporti con Mosca. È stato così presentato il RePowerEu, una serie di misure il cui fine è quello di “ridurre rapidamente la dipendenza dai combustibili fossili russi e portare avanti velocemente la transizione verde”. Tuttavia, il piano europeo è stato accompagnato sin da subito da non poche perplessità, visto il sacrificio dell’ambiente e dell’Agenda 2030 in nome dell’indipendenza energetica dalla Russia.

[Di Salvatore Toscano]

“Il glifosato non è cancerogeno”: l’UE verso il rinnovo del permesso di utilizzo

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Il glifosato è uno dei principi attivi più diffusi nei pesticidi, da sempre al centro di studi e dibattiti. Lo scorso 30 maggio il Rac, comitato per la valutazione dei rischi dell’Agenzia europea per le sostanze chimiche (Echa) ha diffuso il proprio verdetto sull’erbicida, classificandolo come non cancerogeno. Vista la prima valutazione ufficiale del Rac, parte del lungo processo di revisione del glifosato, saranno mantenute le attuali classificazioni per la sostanza. Dopo un simile verdetto, pervenuto per mancanza di prove in grado di dimostrare come il famigerato erbicida sia effettivamente cancerogeno, il rischio ora è che ne venga rinnovata l’autorizzazione per l’uso in UE.

È dal 2017 che l’Unione Europea ha concesso l’approvazione del glifosato, con limitazioni non sempre rispettate. Al tempo dopo una prima analisi da parte dell’Efsa (Autorità europea per la sicurezza alimentare) e dell’Echa (Agenzia europea delle sostanze chimiche) era stato posto il limite del permesso concesso entro cinque anni, quindi fino al 15 dicembre 2022. Intanto l’elevato interesse per la sostanza reputata fin dall’inizio dannosa da molti esperti, ha mobilitato diversi studi volti a dimostrarne l’effettiva pericolosità.

Rischi ecidentemente non sufficienti per il comitato dell’Echa. Dopo la
riunione plenaria del 30 e 31 maggio dove è stata presa in considerazione la “Cancerogenicità, la genotossicità, la tossicità per lo sviluppo e la tossicità per la riproduzione nonché la classificazione ambientale”, secondo il Rac da mantenere in auge sarebbero soltanto “Le classificazioni esistenti per il glifosato come sostanza che provoca gravi lesioni oculari ed è tossica per gli organismi acquatici con effetti di lunga durata”.

Per quanto manchi il verdetto ufficiale dell’Efsa, sono state poste le basi per un effettivo rinnovo dell’attuale permesso. L’Autorità è ora intenta a considerare il parere del Rac, gli ulteriori esami del gruppo di valutazione sul glifosato (AGG) costituito da quattro Stati membri dell’UE (Francia, Ungheria, Paesi Bassi e Svezia) e gli svariati contributi raccolti durante la consultazione pubblica, sempre che questa volta vengano davvero inclusi tutti i pareri validi e non solo quelli convenienti.

Rimane la possibilità teorica di un cambio di direzione entro dicembre, a seguito di un risultato inaspettato specialmente dopo i diversi allarmi di contaminazione, di cui si hanno eclatanti esempi anche in Italia, Paese in cui il Governo Draghi sembra difendere l’erbicida seppur da una posizione meno netta rispetto alla Francia. Non solo l’Italia, ma anche la Francia – tra l’altro Stato membro dell’AGG – preferisce non prendere in considerazione limitazioni nell’uso del glifosato, sicura che esso non sia poi tanto dannoso per gli esseri umani e per l’ambiente.

Nel frattempo i governi già affezionati alla sostanza staranno gioendo e attendendo soavemente la conclusione della lunga revisione paritaria dell’Efsa, prevista per fine anno. E dopo la prima valutazione del rischio a livello Ue nel processo di rinnovo dell’autorizzazione del glifosato, sembra che l’Efsa stia seguendo la linea di governi come quello francese, viste le basi poste per un vero e proprio via libera a una nuova autorizzazione.

[di Francesca Naima]

Ucraina, Biden: Usa forniranno sistemi missilistici più avanzati

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«Ho deciso che forniremo agli ucraini sistemi missilistici e munizioni più avanzate che consentiranno loro di colpire con maggiore precisione obiettivi chiave sul campo di battaglia in Ucraina»: è quanto ha annunciato il presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, in un lungo editoriale pubblicato sul New York Times. «L’obiettivo dell’America è semplice: vogliamo vedere un’Ucraina democratica, indipendente, sovrana e prospera», dotata dei mezzi necessari «per scoraggiare e difendersi da ulteriori aggressioni», ha inoltre precisato Biden.

Dalla Camera il primo ok alla legge che vieta il carcere alle madri con figli piccoli

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La Camera, con 241 voti favorevoli e 7 contrari, ha dato il primo via libera a una legge che rende obbligatorio il ricorso di misure alternative al carcere per donne con figli conviventi inferiori a sei anni. Il disegno di legge promuove infatti il modello delle case famiglia rispetto agli istituti carcerari, che possono avere un impatto “devastante” sullo sviluppo di bambini così piccoli. Ora la proposta, denominata “Tutela del rapporto tra madri detenute e figli minori”, passerà al vaglio del Senato.

Il provvedimento, che porta la firma del deputato Paolo Siani (PD), è volto a superare il sistema degli Istituti di custodia attenuata per detenute madri (Icam), istituiti una decina di anni fa. In caso di via libera anche dal Senato (e di definitiva approvazione alla Camera) le madri con bambini inferiori ai sei anni sarebbero collocate in case famiglia protette anziché negli istituti detentivi, salvo in casi di eccezionale pericolosità della detenuta, per i quali è previsto il ricorso agli Icam. Si tratta di un provvedimento fortemente voluto anche dalla ministra Cartabia, che aveva in precedenza manifestato l’intenzione di sfruttare le risorse del Pnrr (133 milioni) per potenziare le strutture alternative alla detenzione e aumentare il numero di educatori e psicologi nelle prigioni.

All’interno delle case famiglia protette, infatti, i bambini potrebbero “crescere meglio e avere migliori rapporti con la sua mamma, che è sicuramente più serena e più pronta anche a cambiare e a redimersi” dichiara Siani. “Lo sviluppo del cervello di un bimbo è più veloce nei primi due anni di vita e molto influenzato dall’ambiente in cui vive. E sarà influenzato in maniera positiva se l’ambiente è stimolante, mentre se cresce in un carcere il suo cervello avrà solo effetti tossici”.

Il divieto assoluto di ricorso al carcere sarà valido anche per le donne incinte e i padri. La riforma, ha dichiarato Siani, si è resa necessaria in quanto in precedenza la possibilità di ricorrere a misure alternative alla detenzione era “difficilmente applicata”: quasi sempre la donna che commetteva il reato veniva arrestata e portata in carcere, e con lei il figlio minore. La riforma preveder ora l’obbligo di segnalazione immediata dello stato di gravidanza della donna o della presenza del figlio al seguito, in seguito alla quale il giudice è obbligato a scegliere misure alternative alla detenzione in carcere – tranne nei casi di estrema pericolosità della detenuta.

Secondo le statistiche ufficiali aggiornate al 31 dicembre 2021 sono 16 le madri presenti nelle carceri italiane, con un totale di 18 bambini al seguito. La maggior parte di queste si trova collocata nell’Icam di Lauro, in Campania.

[di Valeria Casolaro]

È stato sviluppato un vaccino contro i tumori potenzialmente universale

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È stato sviluppato un vaccino contro i tumori in grado di spingere il sistema immunitario ad attaccare le cellule malate. Già testato su topi e scimmie, i risultati secondo i ricercatori fanno sperare nella possibilità di creare una terapia preventiva detta “universale”, in quanto capace di scatenare le difese dell’organismo indipendentemente dal tipo di neoplasia o dal profilo del paziente che ne soffre. Tuttavia la definizione di vaccino, adottata dagli stessi ricercatori, può risultare fuorviante. Di fatti questa terapia anti-cancro non è un farmaco preventivo come i vaccini tradizionali, ma è pensata per essere somministrata solo a persone cui il tumore sia già diagnosticato al fine di stimolare il sistema immunitario a combattere le cellule malate e impedire la propagazione della malattia.

Le cellule cancerose, infatti, contengono sostanze chiamate antigeni, le quali non sono presenti nelle cellule normali o, se presenti, lo sono a livelli nettamente inferiori. Per questo motivo attivare la risposta del sistema immunitario contro i tumori si rivela spesso molto più complicato del previsto: gli antigeni tumorali variano notevolmente da tumore a tumore e da paziente a paziente. Inoltre, quando le cellule “impazziscono” e diventano cancerose, attivano una serie di meccanismi molecolari volti a bloccare il sistema immunitario, in particolare i linfociti T e NK (Natural Killer) che, di norma, agiscono per eliminare le cellule che sviluppano mutazioni pericolose nel propio DNA.

Il nuovo vaccino è pensato per superare queste difficoltà e, infatti, ha come obiettivo la stimolazione di due proteine, MICA e MICB. Queste vengono prodotte dalle cellule quando il loro materiale genetico risulta danneggiato, al fine di segnalare al sistema immunitario di eliminarle per non aggravare la situazione (formazione di un tumore). Solitamente le cellule cancerose riescono a neutralizzare le due proteine, disperdendole, ma il nuovo vaccino riuscirebbe a impedire loro di liberarsene, rendendo molto più facile l’attivazione delle cellule T e NK del sistema immunitario.  

In conclusione, il vaccino è stato sperimentato su modelli animali e si è dimostrato sicuro ed efficace: la terapia è in grado di promuovere un’immunità protettiva anche contro tumori con mutazioni che normalmente sfuggono alle difese naturali dell’organismo. I ricercatori assicurano che sia già in fase di programmazione una sperimentazione su pazienti oncologici. Anche se i tempi potrebbero rivelarsi lunghi in quanto, generalmente, lo sviluppo di un vaccino necessita dai sette ai dieci anni di ricerche con test di qualità e diverse sperimentazioni, e naturalmente non si può dare per scontato che tutti i trial diano risultati soddisfacenti. Secondo i ricercatori si tratta comunque di una strategia estremamente promettente, che potrebbe spianare la strada allo sviluppo di un vaccino anticancro universale realmente efficace.

[di Eugenia Greco]

Shanghai, terminato il lockdown per Covid durato due mesi

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È volto al termine il lockdown istituito a fine marzo dalle autorità cinesi nella metropoli di Shanghai a causa di un rialzo dei contagi. Il blocco, che rientra nella politica “zero Covid” cinese, è durato oltre due mesi e ha colpito duramente molti settori dell’economia, tra cui quello manifatturiero e delle esportazioni. Nel periodo del lockdown sono state infatti interrotte le catene di approvvigionamento in Cina ed è stato rallentato il commercio internazionale. Le autorità cinesi, riporta Reuters, hanno minacciato azioni contro i critici della politica anti-Covid, che avrebbe a loro detta risparmiato milioni di morti.

USA, UE e UK istituiscono un nuovo organo di indagine per i crimini di guerra russi

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Stati Uniti, Unione Europea e Regno Unito hanno annunciato la creazione dell’Atrocity Crimes Advisory Group (ACA), organo pensato per prestare sostegno all’Ufficio del Procuratore generale dell’Ucraina (OPG) nelle indagini sui crimini di guerra messi in campo dalla Russia. Si tratta di un pool di esperti internazionali che fornirà supporto all’ufficio di Iryna Venediktova, procuratore generale dell’Ucraina, nel raccogliere materiale e giudicare l’esistenza di crimini di guerra messi in atto dalla Russia.

L’autorità responsabile del perseguimento dei crimini di guerra perpetrati dai russi nel corso del conflitto è infatti l’OPG. Come sostenuto dal Segretario di Stato americano Antony Blinken, “Questa iniziativa sosterrà direttamente gli sforzi dell’OPG per documentare, conservare e analizzare le prove dei crimini di guerra e di altre atrocità commesse dai membri delle forze russe in Ucraina, in vista di un’azione penale”. Il Ministro degli Esteri britannico Liz Truss ha poi aggiunto: “Siamo determinati a garantire che i responsabili delle vili atrocità commesse in Ucraina siano chiamati a risponderne. Il Regno Unito si è già impegnato chiaramente a sostenere l’Ucraina nelle sue indagini, anche attraverso il dispiegamento di esperti di crimini di guerra nella regione e lo stanziamento di fondi aggiuntivi per aiutare la Corte Penale Internazionale (CPI) nelle sue indagini. Ora stiamo intensificando i nostri sforzi attraverso questa iniziativa storica con i nostri partner negli Stati Uniti e  nell’Unione europea. Giustizia sarà fatta”.

Secondo quanto riportato nella comunicazione ufficiale, la presenza dell’ACA si è resa necessaria poiché, pur avendo gli operatori ucraini svolto “un lavoro eccellente, tuttavia la portata di ciò che sta accadendo ora è senza precedenti e sta ponendo enormi richieste all’OPG”. Il pool di esperti è composto di un gruppo consultivo che affianca l’OPG e da squadre mobili di giustizia (MJT) atte a condurre le indagini sul campo. Al momento, scrive il comunicato, per via della situazione in cui verte l’Ucraina il team risiede nel sud-est della Polonia, ma è già impegnato operativamente in missioni di breve durata sul territorio.

In Ucraina i processi per i crimini di guerra hanno preso il via verso la metà del mese scorso: il 13 maggio è infatti finito sotto accusa il sergente russo ventunenne Vadim Shishimarin, accusato di aver deliberatamente ucciso un civile nel villaggio di Chupakhivka, nell’Ucraina nord-orientale, alla fine di febbraio. Il processo, durato neanche una settimana, si è concluso con la condanna di Shishimarin all’ergastolo.

Pur non collocandosi in contrasto con la giurisdizione di altri organi penali sovranazionali, come la Corte penale internazionale, il fatto che sia un tribunale interno ucraino a giudicare i crimini russi e la mancata esistenza di un organo di giudizio super partes non può non suscitare perplessità riguardo la conduzione imparziale di tali processi. Tanto più che, nel dichiarare il proprio esplicito appoggio alla parte ucraina, organismi come l’ACA esprimono implicitamente una chiara presa di posizione nel contesto del conflitto. Quello che si configura non sembra così essere un tentativo di valutare l’esistenza di effettivi crimini di guerra, ma quanto più di individuare colpevoli da portare alla sbarra.

[di Valeria Casolaro]

Vendite gonfiate: l’ex direttore del Sole 24 Ore in carcere

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Roberto Napoletano, ex direttore de Il Sole 24 Ore, è stato condannato a due anni e sei mesi di carcere per i reati di aggiotaggio e false comunicazioni sociali relativamente al numero di copie del quotidiano vendute a partire da marzo 2011 e per tutto il periodo in cui è stato ai vertici del gruppo editoriale. Napoletano avrebbe infatti gonfiato i numeri sul quantitativo di copie vendute in edicola, per poter di conseguenza innalzare anche il prezzo delle inserzioni pubblicitarie. Il Sole 24 Ore, di proprietà di Confindustria -la principale associazione degli imprenditori-, è il principale quotidiano economico italiano.

Martedì 31 maggio

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9.00 – La Russia ferma l’erogazione di gas verso l’Olanda a causa del rifiuto del pagamento in rubli.

10.00 – Vendite dei quotidiani gonfiate: condannato a 30 mesi di carcere l’ex direttore del Sole 24 Ore, Roberto Napoletano.

11.00 – Approvata alla Camera la legge Siani, per lo stop alla detenzioni in carcere di madri con bambini piccoli, il testo passa al Senato.

12.00 – Italia: l’inflazione raggiunge il 6,9% su base annua, è il record dal 1986.

12.20 – È morto all’età di 99 anni il partigiano Carlo Smuraglia, ex presidente dell’ANPI.

13.30 – La squadra di calcio del Milan passa al fondo d’investimento americano RedBird per la cifra complessiva di 1,3 miliardi di euro.

15.00 – “Il glifosato non è cancerogeno”, lo ha stabilito il verdetto dell’Agenzia europea per le sostanze chimiche, scatenando le proteste delle associazioni ambientaliste e per la salute.

16.00 – Dopo vent’anni una italiana vince le olimpiadi di Filosofia, è la studentessa aostana Giulia Pession.

17.00 – Accordo in Europa per embargo sui 2/3 del petrolio russo, rimarrà attivo l’oleodotto che passa per l’Ungheria.

19.00 – Armi: dopo l’ennesima strage il premier canadese Trudeau annuncia legge per bloccarne la compravendita, mentre negli USA Biden afferma di “voler agire” ad una stretta.

 

La Commissione UE approva la raccolta firme per favorire la carne vegetale e sintetica

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Escludere l’allevamento di bestiame dalle attività a cui possono essere destinati “sussidi agricoli”, includere “alternative etiche ed ecologiche, come l’agricoltura cellulare e le proteine ​​vegetali” ed introdurre incentivi per la produzione e la vendita di prodotti “a base vegetale e cellulare”: sono queste le richieste avanzate tramite l’iniziativa dei cittadini europei (Ice) “End The Slaughter Age” – letteralmente “mettere fine all’era della macellazione” – che lo scorso 27 aprile la Commissione europea ha deciso di registrare. Una decisione, quest’ultima, di notevole importanza, dato che grazie al via libera della Commissione europea adesso l’iniziativa, che consiste in una raccolta firme, potrà essere avviata. Si partirà il prossimo 5 giugno, come stabilito dall’organizzazione promotrice denominata a sua volta “End The Slaughter Age”, che ha scelto tale data in occasione del National Animal Right Day, una giornata dedicata alla sensibilizzazione sui diritti degli animali. L’obiettivo è quello di raccogliere 1 milione di firme in almeno sette Stati membri dell’Unione europea entro un anno: è questa infatti la condizione necessaria per far sì che la Commissione debba reagire ad una qualsiasi iniziativa dei cittadini europei (Ice) registrata. In pratica, se tale requisito venisse soddisfatto, la Commissione dovrebbe esprimersi a riguardo e decidere – illustrando i motivi della sua scelta – se portare avanti o meno quanto chiesto tramite l’iniziativa: sostanzialmente favorire la produzione di carne vegetale e sintetica (realizzata appunto tramite l’agricoltura cellulare) e sfavorire quella proveniente dagli allevamenti.

Si tratta dunque di un’iniziativa con cui si chiede un cambio rivoluzionario nel modo di produrre cibo in Europa, passando dalla produzione classica tramite allevamenti e macelli ad una produzione che, secondo l’organizzazione promotrice, sarebbe più etica ed ecologica. Grazie alla carne sintetica ed a quella vegetale, infatti, non solo non ci sarebbe bisogno di uccidere animali per nutrirsi ma, sottolinea ancora l’organizzazione, si potrebbe produrre la stessa quantità di carne con il 99% in meno di risorse necessarie e di emissioni di gas serra. Un punto che “End The Slaughter Age” ritiene di fondamentale importanza, dato che “secondo l’IPCC, abbiamo circa 10 anni per evitare il punto di svolta climatico” in quanto “le emissioni di gas serra hanno raggiunto livelli mai visti prima su questo pianeta”: un problema fortemente associato al consumo di carne tradizionale, dato che lo stesso produce “dal 15% al ​​51%” delle emissioni. Per tutti questi motivi, dunque, l’organizzazione ritiene ci si debba rifare non solo alla carne vegetale, “capace di eguagliare il sapore ed il gusto di quella tradizionale”, ma anche a quella sintetica, detta anche “coltivata”: un appellativo non casuale, trattandosi di carne creata in laboratorio tramite le cellule animali che, nutrite con sieri di origine vegetale o animale, crescono fino a diventare tessuto muscolare all’interno di bio-reattori. Un prodotto che al contrario di quello tradizionale si ottiene senza macellazione e senza procurare alcuna sofferenza agli animali in quanto, ricorda ancora l’organizzazione, “le cellule vengono prelevate attraverso una biopsia completamente indolore”.

Eppure, non è detto che i consumatori saranno ben disposti verso alternative del genere, in quanto se da un lato la carne vegetale potrebbe non soddisfare il gusto degli stessi dall’altro l’idea di mangiare carne sintetica potrebbe far storcere il naso a tanti. Non solo poiché si tratta di un prodotto creato in laboratorio, ma anche poiché il suo prezzo è ancora molto caro. Inoltre, non tutti gli esperti sono d’accordo sul fatto che la carne sintetica sia la soluzione giusta. Alcuni, infatti, sostengono la necessità di promuovere un miglioramento delle regole del sistema attuale di produzioni animali, facendolo passare da intensivo non sostenibile a intensivo sostenibile (anche se non è chiaro come questo possa accadere), mentre altri chiedono una trasformazione da un modello alimentare industriale ad uno più tradizionale, con forte potenziamento di produzioni biologiche. Una trasformazione del genere, però, comporterebbe ovviamente un minor consumo di carne, con cui si riuscirebbe ad ottenere una riduzione notevole dell’impatto ambientale.

[di Raffaele De Luca]