giovedì 26 Marzo 2026
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Gas: Gazprom ridurrà al 20% flusso da Nord Stream

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Gazprom, il colosso energetico russo, ha annunciato una drastica riduzione delle consegne di gas in Europa attraverso il gasdotto Nord Stream 1. Da mercoledì 27 luglio il flusso scenderà infatti al 20% della capacità totale, ovverosia a 33 milioni di metri cubi al giorno. Il motivo della riduzione, inoltre, sarebbe legato alla necessità di fermare una turbina del gasdotto per effettuare lavori di manutenzione.

Con il nuovo scudo anti-spread la BCE reintroduce la Troika

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La Banca Centrale Europea (BCE) ha presentato il nuovo scudo anti-spread, il Transmission Protection Instrument (TPI), con l’obiettivo di sostenere la propria politica monetaria e di ridurre la differenza tra i rendimenti dei titoli di stato nazionali – BTP a dieci anni in Italia – e gli omologhi tedeschi, i cosiddetti bund. Si tratta, in effetti, di un programma di acquisto di titoli pubblici attivabile su richiesta degli Stati ma vincolato a delle riforme, in particolare a quelle contenute nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), che ricorda la Troika, l’organismo nato in seguito alla grande recessione. Così, mentre l’Italia affronta il post-Draghi ed è alle prese con la campagna elettorale per il prossimo 25 settembre, la BCE detta l’agenda economica, influenzando inevitabilmente anche quella politica. Un Paese potrà ricorrere alla vendita di titoli di stato alla Banca Centrale Europea per far fronte al debito pubblico soltanto dopo aver rispettato linee guida precise e, in caso di necessità, essersi adeguato all’austerity, con buona pace dello stato sociale.

Le riforme richieste sono contenute nei piani nazionali per la ripresa e nelle raccomandazioni comunitarie rivolte ai singoli Paesi membri, a cui si aggiungono le regole di bilancio UE. Per poter accedere allo scudo anti-spread, il nuovo esecutivo che guiderà l’Italia dal prossimo autunno dovrà, dunque, raggiungere entro la fine dell’anno i 55 obiettivi/vincoli previsti dal PNRR, continuando sulla strada tracciata da Mario Draghi e accolta con favore da Bruxelles, che ora teme la non aderenza del prossimo governo italiano al piano economico. Il meccanismo europeo, in particolare nel criterio riguardante la sostenibilità delle finanze pubbliche anche a costo di politiche di riduzione del debito effettive e quindi di austerity, ricorda la Troika, un istituto che in seguito alla grande recessione (il periodo successivo alla crisi finanziaria del 2007-2008) si è occupato di formulare dei piani di intervento rivolti a Paesi in crisi e, dunque, alle prese con un debito pubblico elevato. Il do ut des era semplice: prestiti in cambio di politiche di austerità, quindi limitazione dei consumi privati e delle spese pubbliche.

L’acquisto di titoli di stato non è altro che un prestito concesso ai Paesi, con questi ultimi che si impegnano a restituire la cifra ai creditori arricchita di un interesse (rendimento), il quale risponde a un rischio: più il rischio è elevato e più deve essere remunerato con un interesse maggiore. Alti rendimenti si traducono così in costi più sostenuti per lo Stato, che deve far fronte agli interessi maturati a favore dei risparmiatori. Un Paese affidabile dal punto di vista economico emetterà titoli di debito con bassi rendimenti perché rappresenteranno un rischio contenuto per i creditori. Viceversa, uno Stato con un elevato debito pubblico dovrà “pagare” di più per convincere i risparmiatori a rischiare e, dunque, finanziarlo. In Italia, il debito pubblico ha raggiunto a maggio i 2.756 miliardi di euro, +4% rispetto a marzo 2021 (2.650 miliardi), poche settimane dopo l’insediamento del governo dei migliori.

[di Salvatore Toscano]

Un’antica città perduta è stata scoperta nel Kurdistan iracheno

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La fortezza di Rabana-Merquly situata sui monti Zagros, nell’attuale territorio del Kurdistan iracheno, potrebbe essere l’antica città perduta di Natounia: è quanto emerge da uno studio condotto da un gruppo di archeologi, che ha fatto luce sulla natura dell’insediamento in questione. La città, che fino ad ora era conosciuta solo grazie ad alcune monete risalenti al I secolo a.C., faceva parte dell’Impero dei Parti, una potenza politica e culturale presente circa 2000 anni fa tra l’Iran e la Mesopotamia. Un popolo di cui fino adesso si avevano pochissime informazioni, la cui storia ora inizia ad essere più chiara grazie al lavoro degli archeologi, che hanno studiato il luogo non solo tramite gli scavi ma anche effettuando una mappatura del sito con i droni.

In tal senso, innanzitutto secondo i ricercatori il luogo potrebbe essere la sede dell’antica città di Natounia poiché le sue caratteristiche coincidono con i dettegli di cui si ha conoscenza grazie alle monete sopracitate e provenienti proprio da Natounia, chiamata anche Natounissarokerta. Una denominazione che, secondo gli archeologi, stava appunto ad indicare una fortezza. Inoltre, due rilievi rupestri trovati all’ingresso della zona in questione risultano essere alquanto simili all’immagine di un re raffigurato su una statua trovata in passato ad Hatra, luogo situato a circa 230 chilometri di distanza. Per questo, secondo gli studiosi – guidati dal Dr. Michael Brown, ricercatore dell’Università di Heidelberg – i rilievi potrebbero rappresentare una raffigurazione del fondatore della dinastia reale di Adiabene, un antico regno nella Mesopotamia settentrionale che faceva parte dell’Impero dei Parti.

Ad essere state rinvenute, poi, anche alcune caserme militari, nonché dei templi che probabilmente erano dedicati ad “Anahita”, una dea persiana. Infine, secondo i ricercatori la fortezza costituiva uno dei centri regionali dell’impero e potrebbe essere stato utilizzato per commerciare o mantenere relazioni diplomatiche, essendo esso posizionato ai margini delle montagne ed avendo dunque probabilmente svolto un ruolo importante nel controllo delle terre circostanti.

[di Raffaele De Luca]

Myanmar, giustiziati attivisti pro-democrazia

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Il governo militare del Myanmar ha giustiziato quattro attivisti pro-democrazia. Gli uomini sono stati condannati a morte in un processo a porte chiuse dopo essere stati accusati di aver aiutato le milizie a combattere i militari, che hanno preso il potere in un colpo di stato del febbraio 2021 guidato dal generale Min Aung Hlaing. Si tratta delle prime esecuzioni di prigionieri politici dagli anni ’80. «Siamo tutti devastati da questi atti di terrore. I generali potranno portare via i corpi, ma non il desiderio di democrazia» ha dichiarato Sasa, il portavoce del governo del Myanmar in esilio.

Il Ministero dell’Interno cancella la trasparenza su ciò che avviene sulle frontiere

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Con un decreto del 16 marzo 2022, siglato dalla ministra Lamorgese, il ministero dell’Interno ha dichiarato “inaccessibili” gli atti relativi alla “gestione delle frontiere e dell’immigrazione”, nonché tutti gli atti riguardanti l’attività di Frontex (l’Agenzia europea per il controllo dei confini). In questo modo, utilizzando il pretesto della “sicurezza nazionale”, viene sottratto ai cittadini un diritto, sancito dal Freedom of Information Act, che riguarda la trasparenza degli atti della pubblica amministrazione, opponendo un grosso ostacolo al diritto di conoscere il ruolo dell’Italia in tali contesti.

L’art. 2 di tale decreto, titolato Disciplina delle categorie di documenti sottratti al diritto di accesso ai documenti amministrativi, esplicita i vari atti amministrativi che, in ragione di motivazioni “attinenti alla sicurezza, alla difesa nazionale ed alle relazioni internazionali” non possono più essere divulgati. Tra questi rientrano “i documenti relativi agli accordi intergovernativi di cooperazione e alle intese tecniche stipulati per la realizzazione di programmi militari di sviluppo, di approvvigionamento e/o supporto comune o di programmi per la collaborazione internazionale di polizia, nonché quelli relativi ad intese tecnico-operative per la cooperazione internazionale di polizia inclusa la gestione delle frontiere e dell’immigrazione” e i ” documenti relativi alla cooperazione con l’Agenzia Europea della Guardia di Frontiera e Costiera [Frontex, ndr], per la sorveglianza delle frontiere esterne dell’Unione europea coincidenti con quelle italiane e che non siano già sottratti all’accesso dall’applicazione di classifiche di riservatezza UE”.

Di fatto, l’accesso civico a tutti i documenti che riguardano la gestione delle frontiere e dell’immigrazione e i documenti relativi all’operato di Frontex è ora interdetto. A denunciare i fatti è Altreconomia, dopo che il 21 luglio l’Agenzia industrie difesa (AID) ha negato l’accesso all’accordo di collaborazione il cui oggetto era la fornitura di mezzi e materiali alla Libia, siglato il 21 ottobre 2021 con la direzione centrale dell’Immigrazione e della Polizia delle frontiere, interna al ministero dell’Interno. Il decreto firmato dalla ministra Lamorgese compromette duramente quanto previsto dal FOIA, il Freedom of Information Act, in base al quale i cittadini possono richiedere dati e documenti “così da svolgere un ruolo attivo di controllo sulle attività delle pubbliche amministrazioni”. Il tutto nel nome di una non meglio chiarita questione di “sicurezza nazionale”.

Nel corso di quest’anno l’agenzia Frontex è ripetutamente finita al centro del dibattito pubblico per le indagini che ne dimostrerebbero il ruolo avuto nei respingimenti illegali dei migranti lungo i confini europei. A condurre l’inchiesta, sfociata in un rapporto di 200 pagine, vi è l’ufficio europeo antifrode OLAF: secondo quanto emerso nel marzo di quest’anno, il contenuto di quelle pagine sarebbe sufficiente a inchiodare il capo dell’agenzia Fabrice Leggeri e alcuni suoi collaboratori per le pratiche illegali che l’Agenzia avrebbe messo in atto. A poco più di un mese di distanza, il numero uno di Frontex presenterà le proprie dimissioni.

Come segnalato da Altreconomia, in questo modo sarà molto più difficile venire a conoscenza delle politiche messe in campo dall’Italia nella gestione delle frontiere, tra le quali figurano accordi come quello siglato l’8 novembre 2021 tra Viminale e Guardia costiera per la cessione alla Guardia costiera libica di tre unità navali del valore di 6,3 milioni di euro. Con gravi ripercussioni sul diritto alla trasparenza dei cittadini.

[di Valeria Casolaro]

India, eletta presidente un membro delle comunità tribali: è la prima volta

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Droupadi Murmu è il primo membro proveniente dalle comunità tribali emarginate del Paese a ricoprire la carica di Capo di Stato. Si tratta, inoltre, del secondo presidente donna per il Paese dopo Pratibha Patil, che ha ricoperto la carica per cinque anni dal 2007. Secondo alcuni analisti, la mossa potrebbe aiutare il premier Narendra Modi a guadagnare consensi tra le comunità tribali, in vista delle elezioni del 2024.

Inchiesta contro i sindacati di base: sono oltre un centinaio gli indagati

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Sono oltre un centinaio i soggetti che risultano indagati nell’inchiesta della procura di Piacenza contro alcuni membri dei sindacati di base USB e SI Cobas, che ha portato il 19 luglio all’arresto di sei soggetti tra i dirigenti delle due sigle. È ciò che emerge dalle quasi 350 pagine di ordinanza che racchiudono l’inchiesta della Digos, le quali ripercorrono gli anni di attività dei due sindacati e che riterrebbero aver individuato, nelle decine di attività di lotta sindacale, uno schema preciso di azione che lascerebbe presagire l’esistenza di due diverse associazioni a delinquere in seno ai due sindacati.

L’indagine, che non ha nel mirino i sindacati ma solo “alcuni leader”, come specificato dal gip, non ha come scopo il “sottoporre a monitoraggio l’attività di salvaguardia dei diritti dei lavoratori”, ma quello di “cogliere gli elementi costitutivi di schemi delittuosi consolidati e reiterati”, al punto da permettere di individuare “una comune matrice, ovvero l’affermazione di un sistema di potere, mediante il frequente ricorso al compimento di attività delittuose”. Le singole proteste non vengono quindi lette ciascuna come episodio a sé, finalizzato ad ottenere vantaggi per i lavoratori, ma come “un più ampio fenomeno criminale, da identificarsi nella realizzazione degli scopi delle associazioni per delinquere“. Gli episodi contestati avvengono in un periodo di tempo che va dal 2016 al 2021 e riguardano picchetti e blocchi contro aziende quali GLS, Amazon, Nippon Express, SDA, Geordis, Leroy Merlin, TNT, Fercam, Dr Logistica, UPS, Step e Traconf. Oltre ai sei sindacalisti che già sono stati arrestati, sono oltre un centinaio gli indagati a piede libero a vario titolo per reati tra i quali figurano inosservanza dei provvedimenti dell’autorità, turbata libertà dell’industria, arbitraria invasione e occupazione di aziende industriali, interruzione di pubblico servizio, violenza privata, resistenza a pubblico ufficiale e sabotaggio.

Quella che apparerebbe come la normale, seppur radicale, attività sindacale diviene quindi il pretesto per tracciare il profilo di due diverse associazioni a delinquere all’interno delle due sigle – che hanno preso reciproca distanza in passato in diversi proclami pubblici e i cui modi di operare non sono assimilabili. Tuttavia, come sottolineato in un articolo apparso il 25 luglio su Il Fatto Quotidiano, all’interno dell’inchiesta vi sono degli importanti quanto curiosi omissis: nel descrivere l’occupazione del tetto di GLS da parte di 32 operai licenziati e coordinata da USB nel 2018, per esempio, viene omesso come tutti i lavoratori siano stati poi reintegrati perché il licenziamento fu ritenuto ingiusto. Allo stesso modo, nel descrivere l’arresto del coordinatore nazionale SI Cobas Aldo Milani, accusato di estorsione aggravata, viene spiegato come il sindacato avesse chiesto a tutti i tesserati 150 euro per far fronte alle spese legali, ma viene menzionato che Milani verrà assolto nel 2019.

Venerdì 22 luglio si sono svolti gli interrogatori di garanzia dei sindacalisti arrestati afferenti a USB – Abe Issa Mohmoud El Moursi, Elderdah Fisal, Roberto Montanari e Zagdane Riadh, leader nazionale del sindacato -, contro i quali sono stati formulati 150 capi di imputazione. Tutti, di fronte al gip, si sono dichiarati estranei ai reati contestati, rivendicando la liceità delle proprie condotte in quanto proprie della legittima attività sindacale. Nel pomeriggio di sabato 23 luglio si è poi svolta una manifestazione di protesta contro la criminalizzazione della lotta operaia a Piacenza, il cui striscione di apertura recitava “Le lotte operaie non si processano”. A prendere parte all’iniziativa, oltre a USB e Si Cobas, anche Rifondazione Comunista. Da parte dei sindacati confederati, invece, regna un silenzio di tomba.

[di Valeria Casolaro]

Amazon allunga le mani sui settori della salute e dei vaccini

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Amazon cerca di estendere ulteriormente la sua influenza acquistando per 3,9 miliardi di dollari la One Medical, azienda di assistenza sanitaria che si propone negli Stati Uniti come alternativa “user-friendly” al più tradizionale studio medico. Considerando che il gigante dell’e-commerce è già ora al centro di indagini da parte dell’antitrust americana, l’acquisizione sembra quasi giungere come uno schiaffo di sfida al Governo di Washington.

Togliamoci subito un pensiero: quanto c’è da preoccuparsi del fatto che Amazon si stia allargando nel ramo medico? Nonostante una spesa di quasi quattro miliardi possa sembrare imponente, nel contesto delle Big Tech un investimento di tale caratura non è particolarmente degno di sensazionalismi. Ancor più, risulta difficile credere che la manovra possa riverberare in maniera sensibile sui Paesi membri dell’Unione Europea. Volendo essere maliziosi, si può ipotizzare che l’operazione serva prima di tutto per minimizzare i profitti tassabili, tuttavia è facile intuire che One Medical rappresenti anche una risorsa utile a far crescere l’omologo Amazon Care

Sebbene la cosa non sia stata notata da molti, Amazon ha messo piede nel settore dell’assistenza medica circa tre anni fa. Il progetto di cui si è fatta carico si è però mosso con estrema cautela, quindi è lecito pensare che la dirigenza abbia ben pensato di accelerare il processo di diffusione del servizio assorbendo al suo interno il network e le strutture della concorrenza. Si tratterebbe di un modus operandi già visto in passato, ovvero quando la Big Tech ha cercato di imporsi sul mercato alimentare prendendo possesso di Whole Foods (costata 13,4 miliardi di dollari), su quello della sicurezza domestica conquistando Ring (un miliardo) e sul cinema hollywoodiano allargando la propria ombra sulla MGM (8,5 miliardi). 

La tecnologia applicata al monitoraggio dei valori biologici – che si tratti di smartwatch o di equipaggiamenti medici – promette da tempo di fornire nuovi mezzi per ottimizzare la gestione di visite e degenze nelle cliniche, soprattutto ora che i Paesi ricchi sono sempre più abitati da vecchiarelli acciaccati che faticano a trovare le opportune assistenze. Nulla fa credere che Amazon abbia il desiderio di spingersi sin da subito verso queste insidiose frontiere, piuttosto la situazione è da leggersi al momento come una diversificazione degli investimenti dell’azienda, una manovra che cade strategicamente in un periodo in cui i Mercati guardano con preoccupazione le azioni intraprese contro la Big Tech da parte degli investigatori governativi. Non a caso, il vedere Amazon così attiva nonostante le pressioni dell’Amministrazione Biden ha ringalluzzito gli investitori di Wall Street, i quali hanno benedetto il gigante con una leggera, ma sensibile, crescita in Borsa.

Una situazione più manageriale che evolutiva, insomma. Una mossa relativamente modesta che deve aver recepito la lezione impartita l’anno scorso dal flop di Haven, un servizio di assistenza sanitaria che Amazon, Berkshire Hathaway e JPMorgan Chase avevano tentato di imbastire nel tentativo di ammortizzare i costi dell’assistenza sanitaria offerta ai propri dipendenti. Parallelamente vale altresì la pena ricordare che la Big Tech stia seminando il suo denaro anche in direzione del Fred Hutchinson, un centro di ricerca a cui è stato commissionata la creazione di un vaccino contro il cancro, attualmente nella prima fase di sperimentazione. La pandemia ha dimostrato più che mai che i vaccini possono essere un business potentissimo e Amazon sarebbe felice di farne parte.

[di Walter Ferri]

Iran, arrestati presunti membri di una rete di agenti israeliani

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Il ministero della Difesa iraniano ha reso noto l’arresto di diversi individui sospettati di essere membri di una rete di agenti legati al Mossad israeliano ed entrati in Iran per compiere attacchi contro siti “sensibili”. I sospetti sarebbero entrati nel Paese dal confine settentrionale dell’Iraq, ma sono stati arrestati prima che potessero compiere “operazioni terroristiche”, secondo quanto riportato dal ministero. Il Mossad israeliano si è rifiutato di commentare l’accaduto. Nel corso degli anni Israele ha condotto varie operazioni di sabotaggio in territorio iraniano, tra le quali l’uccisione di Sayyad Khoadei, colonnello della Guardia della Rivoluzione, lo scorso 22 maggio.

Domenica 24 luglio

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8.00 – Cisgiordania, uccisi due miliziani palestinesi da esercito israeliano nella casbah di Nablus.

8.50 – Crisi di governo, Letta: “la scelta è chiara: o noi o Meloni”.

9.45 – Papa Francesco vola in Canada per riconciliazione con popoli indigeni.

10.30 – Gas, l’UE si rivolge alla Nigeria per sostituire le forniture russe.

14.15 – Portogallo, acqua razionata nelle strutture turistiche per far fronte a siccità record.

15.25 – Lampedusa, oltre 1000 migranti giunti in un giorno: hotspot al collasso.

18.20 – Madagascar, proteste contro alto costo della vita: arrestati 2 esponenti dell’opposizione.