domenica 8 Febbraio 2026
Home Blog Pagina 1276

Sblocco grano Ucraina, Macron spinge per la risoluzione ONU

0

«Nel colloquio che abbiamo avuto con Olaf Scholz sabato scorso ho proposto al presidente Putin un’iniziativa per una risoluzione alle Nazioni Unite» per sbloccare i carichi di grano e cereali fermi nel porto di Odessa, ha dichiarato il presidente francese Emmanuel Macron al termine del Consiglio europeo. «Siamo ora in attesa di una risposta della Russia su questo punto e siamo in contatto permanente con il Segretario Generale delle Nazioni Unite», ha aggiunto. Le dichiarazioni arrivano a poche ore dall’annuncio del sesto pacchetto di sanzioni dell’Ue verso Mosca, riguardanti l’embargo graduale di greggio russo.

 

Goldman Sachs torna a preoccuparsi per le scelte democratiche degli italiani

10

In un rapporto dedicato alla sostenibilità del debito nei paesi dell’Europa meridionale, Goldman Sachs ha equiparato le prossime elezioni politiche italiane a un rischio. Secondo quanto affermato da una delle banche d’affari più grandi del mondo, con sede a New York e filiali sparse nei vari continenti, i Buoni del Tesoro Poliennali (BTP) potrebbero “tornare a essere dei sorvegliati speciali sui mercati obbligazionari governativi a causa dei rischi legati agli esiti delle elezioni politiche del 2023 e agli impatti che potranno avere sugli investimenti e le riforme richieste dal Recovery Fund”. Tradotto, il rischio è rappresentato dall’eventuale vincita della destra alle elezioni che si terranno in Italia nella primavera 2023, vista la sua natura “euroscettica” e lo “strappo politico” che rappresenterebbe con l’attuale esecutivo guidato da Mario Draghi, vicepresidente di Goldman Sachs dal 2002 al 2005.

Le preoccupazioni della banca statunitense sono rivolte non solo verso l’Italia ma anche nei confronti di Grecia e Spagna, interessate dalle elezioni nel 2023. Tuttavia, se ad Atene il favore di cui godono i partiti al governo abbassa di molto le probabilità di un’interruzione della “continuità politica”, in Spagna e in Italia gli esiti sono ancora tutti da scrivere. La differenza tra i due paesi – come scrive Goldman Sachs nel suo rapporto – è che a Madrid le due coalizioni rivali “condividono lo stesso impegno verso l’integrazione fiscale europea e perciò l’implementazione del Recovery Fund” mentre a Roma la coalizione (Fratelli d’Italia e Lega) più scettica verso l’Europa guida regolarmente i sondaggi. “L’Italia resta quindi il paese più a rischio di una rottura politica e l’avvicinarsi delle elezioni potrebbe diventare un catalizzatore per rinnovate preoccupazioni circa la sostenibilità del debito”. Secondo la banca statunitense, è probabile che un cambiamento nella coalizione al governo “rafforzi l’incertezza sull’implementazione del Recovery Fund e il suo impatto sulla crescita”.

Il fenomeno delle pressioni esterne rappresenta uno dei pericoli per la salute delle democrazie. Negli ultimi decenni si sono registrati diversi casi in cui la politica ha fatto un passo indietro rispetto ai grandi attori economici, che non solo hanno la forza necessaria a inserire un determinato tema nelle agende dei partiti ma anche a influenzare la stabilità finanziaria di un paese, detenendone (o potendo acquistare) un impreciso quantitativo di titoli di debito. Nel 2013, la banca statunitense JP Morgan si distinse per un rapporto in cui si auspicava che in Italia e negli altri paesi europei “venissero abolite le costituzioni antifasciste che troppo concedono a sindacati e lavoratori”. Nei giorni scorsi, Goldman Sachs ha mostrato invece il proprio interesse e appoggio nei confronti dell’esecutivo guidato da Mario Draghi, augurandone un implicito prosieguo, e ha messo in guardia gli italiani circa le conseguenze delle loro scelte politiche facendo leva su una “paura” quasi dimenticata dai cittadini, lo spread, dopo aver rappresentato il loro incubo nel 2011, con il rischio default e il passaggio di consegne tra Berlusconi e il governo tecnico di Monti (dal 2005 International Advisor per Goldman Sachs) avvenuto con il benestare dell’Unione europea.

Cosa sono i BTP e che fine ha fatto lo spread?

Rendimenti BTP, con picco di 7% (novembre 2011). Fonte MEF, elaborazione Truenumbers

I Buoni del Tesoro Poliennali (BTP) sono dei titoli di debito emessi dallo stato per finanziare il proprio debito pubblico. Si tratta di strumenti finanziari che i risparmiatori possono acquistare avendo la sicurezza di vedersi restituire quanto versato al termine di quello che può essere considerato un vero e proprio prestito nei confronti dello stato. La scadenza dei Buoni del Tesoro Poliennali varia dai 18 mesi ai 50 anni: quelli con termine decennale sono i più noti, perché utilizzati come riferimento per lo spread, ovvero la differenza tra il rendimento dei BTP a 10 anni italiani e quello dei Bund tedeschi (titoli di debito) della stessa durata. In parole povere, il valore di un rendimento risponde a un rischio: più il rischio è elevato e più deve essere remunerato con un interesse maggiore. Quindi, alti rendimenti si traducono in costi più sostenuti per lo stato, che deve far fronte agli interessi maturati nei confronti dei risparmiatori. Un paese affidabile dal punto di vista economico emetterà titoli di debito con bassi rendimenti perché rappresenteranno un basso rischio per i creditori. Viceversa, uno stato con un elevato debito pubblico dovrà “pagare” di più per convincere i risparmiatori a rischiare e, dunque, finanziarlo. Il debito pubblico italiano ha raggiunto a settembre 2021 la cifra record di 2.734 miliardi di euro. Si tratta, in base alle stime della Commissione Europea, del 154,4% del Prodotto Interno Lordo (PIL). L’elevato debito pubblico è alla base sia della costante necessità di emettere titoli di Stato, sia dei rendimenti che i BTP raggiungono, mediamente più elevati di quelli analoghi di altri paesi dell’Eurozona.

[Di Salvatore Toscano]

Il Vertice delle Americhe si sta ritorcendo contro l’egemonia USA

11

Gli Stati Uniti hanno recentemente deciso di escludere Cuba, Venezuela e Nicaragua dal IX Vertice delle Americhe che si terrà dal 6 al 10 giugno prossimi a Los Angeles. Una notizia trascurata dai media, nonostante la rilevanza che essa assume, come vedremo, anche alla luce delle turbolenze geopolitiche che stanno rapidamente scompaginando la granitica impalcatura dell’ordine internazionale costruita dagli USA, soprattutto a partire dalla fine della Guerra fredda. Il Vertice delle Americhe riunisce i capi di Stato di 35 Paesi del Nord America, America centrale, Sud America e Caraibi ed è stato ...

Questo è un articolo di approfondimento riservato ai nostri abbonati.
Scegli l'abbonamento che preferisci 
(al costo di un caffè la settimana) e prosegui con la lettura dell'articolo.

Se sei già abbonato effettua l'accesso qui sotto o utilizza il pulsante "accedi" in alto a destra.

ABBONATI / SOSTIENI

L'Indipendente non ha alcuna pubblicità né riceve alcun contributo pubblico. E nemmeno alcun contatto con partiti politici. Esiste solo grazie ai suoi abbonati. Solo così possiamo garantire ai nostri lettori un'informazione veramente libera, imparziale ma soprattutto senza padroni.
Grazie se vorrai aiutarci in questo progetto ambizioso.

Istat: a maggio inflazione sale al 6,9%, ai massimi dal 1986

0

“A maggio, dopo il rallentamento di aprile, l’inflazione torna ad accelerare salendo a un livello che non si registrava da marzo 1986 (quando fu pari a +7,0%)”: è quanto fa sapere l’Istat (Istituto nazionale di statistica) tramite un comunicato pubblicato nella giornata di oggi. “Secondo le stime preliminari, nel mese di maggio 2022 l’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività (NIC), al lordo dei tabacchi, registra un aumento dello 0,9% su base mensile e del 6,9% su base annua (da +6,0% del mese precedente)”, si legge infatti all’interno del comunicato. Non solo, perché l’Istat fa altresì sapere che gli alimentari lavorati “fanno salire di un punto la crescita dei prezzi del cosiddetto ‘carrello della spesa’ che si porta a +6,7%, come non accadeva dal marzo 1986 (quando fu +7,2%)”.

L’isola di Vanuatu, a due passi dall’Australia, dichiara l’emergenza climatica

0

Nell’arcipelago delle Vanuatu, piccolo stato insulare composto da circa ottanta isole nel Sud Pacifico, i cittadini sono in serio pericolo. Lo scorso venerdì il primo ministro del Paese Bob Loughman ha dichiarato lo stato di emergenza climatica e l’adozione di un piano da 1,2 miliardi di dollari. A destare preoccupazione è il significativo innalzamento del livello del mare, senza parlare dei disastri naturali e delle intemperie che colpiscono significativamente il Pacifico in maniera sempre crescente.

Secondo le autorità è necessario mettere in pratica manovre al più presto, per salvare i circa 300mila abitanti dell’arcipelago dopo che negli ultimi dieci anni due potenti cicloni si sono abbattuti nelle Vanuatu, colpite anche da una siccità senza precedenti. Motivo per cui il parlamento ha appoggiato all’unanimità la mozione sull’emergenza climatica. Loughman ha sottolineato come sia necessario tuttavia che provvedimenti urgenti per contrastare cause ed effetti del surriscaldamento globale vadano prese con urgenza a livello internazionale, senza lasciare soli i Paesi che, per collocazione e conformazione geografica ne stanno accusando per primi le conseguenze.

Già lo scorso anno il Paese si era mosso per chiedere il parere legale della Corte Internazionale di giustizia, con la speranza di iniziare un percorso di reale salvaguardia per alcuni luoghi del mondo che prima di altri stanno subendo le imponenti conseguenze del cambiamento climatico, come ad esempio le città Jacobabad, in Pakistan, e di Ras Al Khaimah, negli Emirati Arabi Uniti, dichiarate non più adatte alla vita umana o quella di Matatā, in Nuova Zelanda, al centro di un progetto di evacuazione. La recente dichiarazione è parte di una “spinta della diplomazia climatica” prima del voto previsto da parte delle Nazioni Unite. L’ONU voterà proprio riguardo la richiesta mossa alla Corte Internazionale da parte del governo di Vanautu. Agire per proteggere le nazioni vulnerabili dai cambiamenti climatici dovrebbe essere l’attuale priorità, ha lamentato Loughman intenzionato altresì a coronare l’Accordo di Parigi. Alle Vanautu serviranno almeno 1,2 miliardi di dollari per fronteggiare l’attuale crisi entro la data stabilita dall’Accordo (il 2030) e ci si aspetta l’arrivo di finanziamenti da paesi donatori.

La bozza del piano d’azione sui diversi impatti dettati dal cambiamento climatico palesa l’importanza di una presa in carico da parte di più Stati, a partire dalla vicina Australia soprattutto dopo la formazione del nuovo governo, dimostratosi nelle intenzioni più attento alla questione climatica. La nuova Ministra degli Esteri australiana Penny Wong sembra intenzionata ad abbracciare le richieste del leader delle Vanuatu, come promesso durante un recente viaggio alle Fiji. La stessa Wong ha espresso l’intenzione di ripristinare la politica climatica del Pacifico quasi del tutto abbandonata negli ultimi dieci anni. Wong ha promesso un impegno serio contro le emissioni di gas serra e che sarà in prima linea per chiedere una Cop sul clima che includa le isole del Pacifico.

Rimane di primaria importanza il parere dell’ONU quando analizzerà i punti della campagna diplomatica delle Vanuatu durante la prossima Assemblea generale delle Nazioni Unite, prevista per settembre 2022. La campagna dello Stato insulare chiede l’adozione di una legislazione internazionale per fare fronte alle conseguenze materiali e umane della crisi climatica e che possa garantire quanto prima una reale transizione ecologica per i Paesi del Pacifico.

[di Francesca Naima]

In Grecia dilaga la protesta contro l’istituzione della polizia universitaria

3

In Grecia studenti e professori stanno protestando contro la decisione del governo di inserire in maniera permanente contingenti delle forze dell’ordine nei campus universitari, a cominciare da quelli di Atene e Salonicco, i due principali del Paese. Il provvedimento, votato dal Parlamento all’inizio dello scorso anno, entrerà in vigore a partire dal prossimo giugno. Complice una storia recente di sanguinose repressioni delle proteste studentesche, studenti e professori si sono mobilitati in entrambe le città, per richiedere con forza l’abolizione di una misura ritenuta fortemente repressiva e antidemocratica.

Le città di Atene e Salonicco sono così diventate gli epicentri degli scontri tra le forze dell’ordine e gli studenti, che hanno comportato l’isolamento parziale del centro della capitale greca. La repressione della polizia ha raggiunto picchi di violenza tali da suscitare anche la preoccupazione di Amnesty. La decisione di istituire un corpo di polizia universitaria è stata introdotta dal Parlamento greco all’inizio del 2021. Prima di allora, le forze di polizia potevano fare ingresso nei campus solamente su esplicita richiesta dell’amministrazione. Le reclute, addestrate specificamente per questo compito, potranno fare ingresso nelle università di Atene e Salonicco a partire dal prossimo giugno. All’interno del campus dovranno essere disarmate, ma potranno contare sull’immediato supporto di contingenti armati presenti all’esterno delle università. Inoltre, entro il perimetro del campus gli agenti potranno fermare, perquisire e trattenere temporaneamente le persone quando ritenuto opportuno. Le strutture saranno poi dotate di videocamere di sicurezza e di un sistema di ingresso a tornelli, attivabili con tessera magnetica.

“Non è la polizia che entra nelle università, ma la democrazia” ha sostenuto il primo ministro Kyriakos Mitsotakis, insediatosi al governo nel 2019. Di parere contrario sono i principali partiti di opposizione, tra i quali il partito di centro-sinistra Kynal, quello di sinistra Syriza e il comunista KKE. A loro parere, infatti, la presenza della polizia nelle università violerebbe il principio europeo di autonomia di tali istituti: la misura, dichiarano, è più una mossa del governo conservatore per attuare una politica di “sicurezza”.

La presenza della polizia nelle università è un tema estremamente delicato in Grecia, dove ancora non è spenta la memoria della violenta repressione del 1973. In quell’occasione il governo militare al potere mise fine con i carri armati all’occupazione studentesca del Politecnico di Atene, organizzata per protestare contro la dittatura, causando la morte di 26 persone. Dalla rivolta nacque un movimento che riuscì, anni dopo, a far cadere la giunta militare. In seguito a questi eventi fu introdotta una legge che di fatto impediva l’ingresso della polizia nei campus universitari, rendendoli così un rifugio sicuro per i perseguitati politici. Tale legge è stata di fatto abolita nel 2019, anno nel quale si insediò al governo il primo ministro Mitsotakis.

L’operazione del governo costituisce una mossa controversa anche dal punto di vista economico. Sarebbe infatti di 20 milioni di euro l’anno, secondo il Tesoro greco, il costo dell’operazione, a fronte di un budget di appena 91,6 milioni di euro per l’istruzione superiore. Una maggiore sicurezza nei campus si traduce in un maggiore apprendimento, hanno inoltre dichiarato i partiti conservatori che sostengono l’iniziativa: sono questi stessi partiti, tuttavia, che hanno tagliato i fondi alle università pubbliche, rifiutandosi di fornire supporto economico anche durante il periodo della pandemia. Solo per il 2021 la riduzione dei fondi delle università, che già soffrivano di carenze in forniture e attrezzature, è stata del 22%.

Oltre 1000 docenti universitari hanno firmato una lettera per denunciare i costi esorbitanti dell’operazione e, insieme a ricercatori e studenti, si sono appellati al Consiglio di Stato affinché dichiarasse la legge incostituzionale. Nel maggio scorso, invece, è stato stabilito che il provvedimento “non mette in pericolo la libertà accademica o l’autogestione delle università”.

[di Valeria Casolaro]

Camera, primo ok per legge contro carcere per madri detenute con figli piccoli

0

Con 241 voti a favore e 7 contrari la Camera dà il primo ok allo stop per al carcere per i bambini più piccoli figli di madri detenute. La proposta “Tutela del rapporto tra detenute madri e figli minori”, a firma del dem Paolo Siani, è volta a superare la normativa in vigore, con la quale 10 anni fa sono stati istituiti gli Istituti di detenzione attenuata. In caso di ok del Senato, le madri con figli conviventi inferiori ai 6 anni non verrebbero più collocate in carcere ma in case famiglia protette, dove i bambini potrebbero crescere in modo più adeguato.

La Colombia potrebbe essere vicina ad un punto di svolta politico

0

I risultati ottenuti domenica dal primo turno delle elezioni presidenziali in Colombia lasciano presagire una svolta inedita nel prossimo futuro della Colombia: al ballottaggio che si svolgerà il 19 giugno si presenterà con discrete possibilità di vittoria il candidato Gustavo Petro, leader del movimento di sinistra Pacto Histórico, che ha raccolto quasi il 41,1% dei consensi, sfidando l’imprenditore Rodolfo Hernández, che ha raccolto il 28,2% superando a sorpresa il candidato conservatore e sostenuto dal presidente uscente Federico Gutiérrez, che i sondaggi davano in vantaggio e invece con il 23,9% si ritrova fuori dai giochi. Se il profilo di Hernández, pur nella novità formale di una campagna elettorale portata avanti via social e dal tentativo di accreditarsi come candidato anti-casta fin dal nome del movimento da lui formato (Liga de Gobernantes Anticorrupción – Lega dei governanti contro la corruzione) si pone in realtà perfettamente in linea con la storia colombiana, trattandosi di un ricco imprenditore, liberista e filo-americano, l’eventuale vittoria di Petro porta speranza specie tra i ceti popolari del paese.

La Colombia non è mai stata governata da un rappresentante di sinistra e fino ad ora ha custodito gelosamente la propria anima conservatrice. Che, a quanto pare, non piace più. Negli ultimi anni infatti migliaia di latinoamericani sono scesi in piazza a protestare (anche in Perù, in Cile) contro i partiti al comando e per una generale insoddisfazione per il modello economico vigente, le istituzioni esistenti, la corruzione e la collusione tra stato e militari.

Per capire come potrebbe essere il futuro della Colombia, bisogna conoscere meglio i candidati alla presidenza. Cominciamo con Gustavo Petro, 62enne ex sindaco della capitale Bogotà e leader del Pacto Histórico, un’alleanza di sinistra, che si era già candidato alla presidenza altre due volte, sconfitto poi dalla parte conservatrice del Paese. È noto soprattutto per il suo passato da ex guerrigliero del Movimento 19 aprile, una fazione della sinistra rivoluzionaria operante tra gli anni ’70 e ’80 in lotta con il Governo (fino alla pace firmata nel 1990). Dopo la “resa delle armi” il gruppo divenne per un breve periodo un vero e proprio partito, l’Alleanza Democratica M-19, i cui interessi principali erano orientati verso un’istruzione accessibile a tutti, lavoro e maggiore rispetto per l’ambiente (con lo stop alle nuove esplorazioni di petrolio e gas).

Rodolfo Hernández ha invece ha 77 anni e incarna gli interessi della parte più facoltosa della Colombia: è un imprenditore impegnato soprattutto in ambito immobiliare, ma è stato sindaco della città settentrionale di Bucaramanga. Per il resto, la sua esperienza politica e militante è relativamente recente, tant’è che la sua figura non è particolarmente nota tra gli elettori. Quello che lo contraddistingue però – e per cui molti lo accomunano a Trump – è la sua indole populista e conservatrice, pompata da una campagna elettorale fondata su temi come la lotta alla corruzione: lo stesso reato per cui è indagato dalla procura, con l’accusa di aver favorito un’azienda in cui era impiegato il figlio.

«Gli elettori sono stufi e vogliono cambiare», ha detto a Ojo Público Silvia Otero, esperta di politica latinoamericana. Prosegue l’articolo: “E la voglia di farlo è così grande che molti elettori sembrano non curarsi di alcune caratteristiche della personalità di Petro: la sua tendenza all’autoritarismo e alla megalomania, sempre in agguato nei suoi discorsi, nei suoi tweet, nei momenti chiave della sua biografia e persino nell’enorme P –in maiuscolo e in rosso brillante– che ha plasmato il palcoscenico su cui ha camminato il grande leader mentre pronunciava il suo discorso inaugurale della campagna elettorale a Barranquilla”, a nord del Paese.

Di cos’è che vorrebbero liberarsi i colombiani? Prima di tutto della nomea di “Narcostato”, appellativo che ad oggi ben si addice al Paese che più di tutti esporta cocaina. A prescindere da chi avrà la meglio nel ballottaggio finale, il nuovo presidente dovrà infatti scontrarsi con una vera e propria “economia della droga”, da cui derivano traffico illecito e lotte armate tra bande. Sarà importante che il nuovo leader continui ad occuparsi del rapporto con la FARC, le Forze Armate Rivoluzionarie nate negli anni ’60 come movimento di lotta contadina pro indipendenza, e diventate oggi un’organizzazione che controlla almeno il 25% del territorio colombiano. Anche se nel 2016 l’ex presidente Manuel Santos e i rappresentanti delle FARC hanno firmato un accordo di pace, lo scontro non è mai cessato – e anzi ha spinto alla nascita di altri gruppi illegali più piccoli che monitorano il traffico di droga.

E poi gran parte di loro vorrebbero liberarsi di decenni di politiche liberiste, come confermato dalle enormi proteste che travolsero il paese lo scorso anno e che costarono la vita a decine di persone brutalmente uccise dai militari. Non un caso, visto che nel narcostato Colombiano la polizia pare storicamente molto più interessata a colpire chi vuole cambiare il sistema rispetto a chi lo sostiene. Sono almeno 145 i leader sociali o difensori dei diritti umani che sono stati uccisi in Colombia nel 2021:tra loro attivisti indigeni che si battono contro le estrazioni minerarie, sindacalisti, attivisti di base e giornalisti.

[di Gloria Ferrari]

Per la prima volta è stato individuato il DNA di un abitante morto nell’eruzione di Pompei

0

Per la prima volta è stato letto il DNA di una delle vittime della violenta eruzione del Vesuvio che, il 24 agosto del 79 d.C., devastò Pompei. Finora erano stati analizzati solo frammenti del DNA mitocondriale – molto più semplice di quello del nucleo cellulare -, sia di esseri umani sia di animali dell’antica città. Oggi, con la decifrazione del DNA nucleare, si potranno ottenere dettagli preziosi sulla vita di un uomo morto moltissimo tempo fa, e questo aprirà nuove strade nelle ricerche riguardanti l’antica Roma.

Il genoma decifrato da un team di ricercatori italiani, appartiene a un individuo di sesso maschile, molto probabilmente malato, che venne ucciso dalla violenta eruzione che investì Pompei, Ercolano e Stabia – a sud di Napoli – le quali vennero ricoperte da enormi nubi di cenere ardente, tanto che Pompei – città portuale romana e sede di commercio e affari – venne scoperta e riportata alla luce secoli dopo. A partire dal Settecento, infatti, iniziarono una serie di scavi che diedero vita a uno dei siti archeologici più conosciuti e meglio conservati di sempre, grazie allo spesso strato di ceneri il quale ha fatto sì che corpi, edifici, oggetti e strade si conservassero nel tempo. Ed è proprio in uno degli edifici meglio conservati, la Casa del Fabbro, che negli anni Trenta gli archeologici scoprirono gli scheletri dell’uomo il cui codice genetico è stato letto, e di una donna.

La ricerca ha tracciato il profilo dell’uomo: questo era alto circa 1.64 e aveva tra i 35 e i 40 anni. Inoltre, l’analisi dei frammenti del suo DNA mitocondriale (mtDna all’interno dei mitocondri che si eredita per via materna) ha rilevato geni specifici delle popolazioni sarde, le quali si pensa derivino da migrazioni avvenute durante il Neolitico, dall’Anatolia (antica regione dell’Asia occidentale in parte corrispondente alla moderna Turchia). Altra informazione trapelata dalla ricerca riguarda lo stato di salute del soggetto. Difatti è stata individuata la presenza del DNA di Mycobacterium tuberculosis, il microrganismo responsabile della tubercolosi. Più precisamente, i ricercatori, analizzando le vertebre dello scheletro, hanno ipotizzato che l’uomo fosse affetto dalla malattia di Pott (spondilite tubercolare), una forma di tubercolosi extrapolmonare il cui batterio si localizza nella colonna vertebrale causando dolore, rigidità muscolare e gravi difficoltà nei movimenti.

Per concludere, la ricerca dimostra la possibilità di estrarre materiali genetici anche se molto degradati. Studiare i resti biologici di siti come Pompei, infatti, è difficilissimo, in quanto le elevate temperature tendono a danneggiare – se non distruggere – la composizione delle ossa, abbassando la probabilità di riuscire a estrarre quantità sufficienti di DNA per gli approfondimenti. Questa volta, però, i materiali vulcanici sono stati di aiuto, in quanto hanno funzionato da “teca” per i resti archeologici, creando un ambiente privo di ossigeno – gas catalizzatore di reazioni – e di protezione da agenti atmosferici e fattori ambientali che normalmente degradano la materia organica. Questo particolare, aggiunto ai modernissimi metodi di sequenziamento oggi disponibili, hanno permesso al team di mappare l’intero DNA dell’uomo, ma non quello della donna di mezza età ritrovata accanto a lui, in quanto troppo deteriorato.

[di Eugenia Greco]

Canada, Trudeau annuncia stretta sulle armi

0

Dopo le numerose stragi che hanno avuto luogo negli USA, il premier canadese Justin Trudeau ha annunciato un progetto di legge che prevede il “congelamento nazionale” della proprietà di armi e il ritiro della licenza per chi è coinvolto in atti di violenza domestica o molestie. I caricatori per le armi lunghe, inoltre, dovranno essere modificati affinché non possano sparare più di 5 colpi. “Dal giorno in cui entrerà in vigore, non sarà più possibile acquistare, vendere, trasferire o importare armi in Canada” ha dichiarato Trudeau.