giovedì 26 Marzo 2026
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Arruolarsi nell’esercito, contro lo Stato: le milizie anarchiche in Ucraina

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Essere contro l’invasione russa non significa stare dalla parte dello Stato ucraino e della NATO che lo appoggia; essere contro le azioni della NATO e degli Stati Uniti non significa giustificare e sostenere l’invasione russa. Questa potrebbe essere la sintesi comune alle variegate posizioni assunte dai gruppi anarchici. La guerra russo-ucraina ha fatto dibattere i vari gruppi anarchici sparsi per l’Occidente, Ucraina compresa. Le posizioni assunte dai vari movimenti sono diverse, talvolta molto simili e solo sfumate tra di loro, ma tutte hanno in comune il sentimento di avversione nei confron...

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Le scomposte reazioni delle élite internazionali alla caduta di Draghi

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Le dimissioni dell’ormai ex Presidente del Consiglio, Mario Draghi, hanno suscitato un vero e proprio allarme politico, scatenando il panico non solo in Italia, ma anche a livello internazionale: insieme alle pressanti richieste da parte dei sindaci, delle parti sociali e di alcuni esponenti politici del Belpaese affinché il Premier proseguisse il suo mandato, si sono levate preoccupazioni per la dipartita dell’ex BCE anche da oltreoceano. In particolare dagli ambienti finanziari americani e dal Dipartimento di Stato USA, il quale ha perso uno dei garanti più fedeli e incrollabili dell’atlantismo. «La leadership italiana sotto la guida del premier Mario Draghi è stata essenziale nel mettere impegni ambiziosi sul clima alla COP26, nel forgiare una risposta senza precedenti dell’UE e della NATO alla guerra della Russia in Ucraina e nel promuovere gli interessi comuni di Stati Uniti e Italia nella regione del Mediterraneo» si legge in una nota di un portavoce del dipartimento di Stato americano. Secondo il politologo e fondatore di Eurasia Group, Ian Bremmer, invece, le elezioni anticipate sarebbero dannose per il Paese, in quanto il voto «minerebbe i progressi sulle riforme e metterebbe a repentaglio l’accesso al finanziamento UE del Recovery Fund».

Simili preoccupazioni provengono anche dalle più importanti banche americane e dalle agenzie di rating: la Goldman Sachs – di cui Draghi è stato vicepresidente dal 2002 al 2005 – dopo aver pronosticato (e auspicato) lo scorso maggio una prosecuzione del governo Draghi anche nel 2023, ora esterna tutta la sua apprensione. Ha, infatti, affermato che «senza Draghi alla guida dell’Italia ci sono molte potenziali preoccupazioni», mentre l’agenzia di rating Fitch fa sapere che le dimissioni di Draghi «annunciano una maggiore incertezza politica anche se venissero evitate le elezioni anticipate». È chiaro, dunque, che gli ambienti economici transnazionali sono in allarme per la tenuta dei “mercati” e per il possibile rallentamento delle famigerate riforme strutturali che si traducono in iniziative di privatizzazione, liberalizzazione ed austerità economica e che spesso vanno incontro proprio agli interessi dei suoi propugnatori.

Queste dichiarazioni confermano peraltro la vicinanza dell’“uomo del Britannia” agli ambienti tecno-finanziari internazionali, di cui non di rado ha fatto gli interessi a scapito di quelli nazionali: basti pensare alle privatizzazioni selvagge dei primi anni Novanta di cui hanno beneficiato proprio le banche americane e portate avanti dall’uomo che oggi è considerato il più autorevole e rappresentativo politico occidentale quando era Direttore generale del Tesoro. Per questo, l’ex Presidente della Repubblica, Francesco Cossiga, lo definì in diretta tv «un vile affarista […] il liquidatore dell’industria pubblica italiana». Oggi, sebbene in chiave e modalità diverse, iniziative politiche come il disegno di legge sulla concorrenza portano avanti i medesimi obiettivi, promuovendo la privatizzazione e la liberalizzazione economica che danneggia le piccole e medie imprese e i lavoratori, come dimostrato dalle tenaci proteste dei tassisti contro la liberalizzazione del settore.

Allo stesso tempo, si rileva anche come la caduta di Draghi possa sfaldare il già debole fronte europeo rispetto alla questione del sostegno all’Ucraina in funzione antirussa: Draghi, infatti, è stato uno dei più ferventi difensori della causa di Kiev, fermamente ostile a Mosca. Perso il suo carisma politico e il suo ascendente sugli altri leader europei, sebbene l’Italia rimanga saldamente e irreversibilmente inserita nell’orbita atlantica, verrà a mancare il punto di riferimento che serviva da collante per le principali capitali europee, già divise sull’atteggiamento da tenere verso Mosca, in particolare per quanto attiene la questione energetica: proprio per quest’ultimo motivo, infatti, le adesioni di Francia e Germania al fronte antirusso appaiono meno solide.

La plutocrazia transazionale atlantista ha dunque perso il suo “uomo di fiducia”, il suo “mandante” all’interno del governo di Roma, tanto che Charles Kupchan, direttore per l’Europa nella Casa Bianca di Obama con Biden vicepresidente, in un’intervista al quotidiano la Repubblica ha affermato che: «Sullo sfondo dell’invasione russa dell’Ucraina, l’ultima cosa di cui la comunità atlantica ha bisogno in questo momento è un tracollo politico in Italia. […] Draghi ha tenuto una mano ferma sul volante e contribuito a garantire la solidarietà europea e transatlantica nel respingere la Russia e sostenere l’Ucraina».

Così, da più parti si solleva l’ipotesi che non solo la Russia trarrà beneficio dalle crisi ricorrenti dei governi europei, ma anche che Mosca abbia avuto un ruolo attivo nella caduta del governo di Roma, sospetto agitato dall’ex ministro degli esteri Luigi di Maio e naturalmente subito smentito dal Cremlino. Similmente, lo stesso Kupchan ha affermato che «Putin spera che l’Occidente crolli, grazie agli elettori stanchi dell’inflazione e dei problemi nel settore energetico».

Intanto, da Mosca trapelano alcune letture sulla crisi politica italiana: l’emittente russa RenTv vede le dimissioni di Draghi come «una fuga da una nave che affonda», in quanto le sanzioni «stanno ormai colpendo il portafoglio di ogni italiano» con proteste che sono all’ordine del giorno. L’emittente definisce poi l’Italia come «il centro della crisi politica in Europa». L’agenzia russa TASS, invece, ritiene che «l’uscita di scena di uno dei più affidabili alleati USA in Europa indebolisce l’asse anti-russo».

Dalle reazioni dell’establishment internazionale rispetto alla caduta del governo italiano emerge un elemento comune: ossia come Roma risulti il perno determinante di importanti equilibri geopolitici. Se, infatti, l’alleato più vicino a Washington si indebolisce, ciò non potrà non avere ripercussioni sull’intera Europa – che comunque non può reggere ancora a lungo il peso delle sanzioni imposte al Cremlino – determinando una frammentazione della regione e, dunque, una destabilizzazione dell’intera strategia atlantica, rendendo così il blocco occidentale sempre più vulnerabile.

[di Giorgia Audiello]

Siccità, a rischio il trasporto merci sul Reno

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A causa della straordinaria ondata di caldo e della siccità che ha colpito l’Europa nelle ultime settimane la portata del fiume Reno hanno raggiunto il livello più basso dall’inizio del secolo, ostacolando così la fornitura di acqua potabile e la circolazione delle merci. Sul Reno transitano infatti decine di milioni di tonnellate di carbone e prodotti petroliferi, ma il livello attuale raggiunto dall’acqua non permette il trasporto di tali quantità. Attualmente le navi sono riempite per un terzo delle loro capacità, misura che impatta fortemente sulla circolazione delle merci in Europa.

Venerdì 22 luglio

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7.00 – USA, restituiti formalmente all’Italia manufatti storici e opere d’arte sottratti al mercato nero del valore complessivo di 14 milioni di dollari.

11.15 – Crisi di governo, Fico annuncia scioglimento Camere: all’esame solo atti “ritenuti doverosi o urgenti”.

11.45 – Ucraina, autorità territori separatisti bloccano Google: “promuove violenza contro i russi”.

14.00 – Clima, ambientalisti di Ultima Generazione si incollano le mani al vetro che protegge la Primavera di Botticelli.

18.00 – USA, filiale Hyundai denunciata per sfruttamento lavoro minorile.

18.30 – Grano, Ucraina e Russia firmano accordo per sbloccare forniture ferme nel Mar Nero.

19.30 – Tripoli, 13 morti e 30 feriti negli scontri armati in corso tra miliziani rivali.

 

La sparizione di Daouda Diane chiede verità e giustizia

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Il 2 luglio Daouda Diane, operaio della Costa d’Avorio di 37 anni impiegato in nero in un’azienda di Acate, nel ragusano, aveva inviato un video alla propria famiglia per denunciare le condizioni lavorative della ditta nella quale lavorava. Nel video Daouda appariva infatti utilizzare un martello pneumatico e spiegava come l’utilizzo di questo tipo di attrezzi fosse imposto senza garantire il minimo livello di protezione e come, proprio per questo motivo, molti dipendenti di quell’azienda fossero morti. Da quel 2 luglio, ben 20 giorni fa, Daouda è sparito nel nulla: famiglia e amici non ne hanno più avuto notizie, lasciando presagire il peggio sulla sua sorte. Proprio nel giorno della sua sparizione le telecamere di sicurezza della ditta risultavano essere in manutenzione. A cercarlo ora vi sono anche i carabinieri del Reparto Investigazioni Scientifiche (Ris), che hanno effettuato sopralluoghi e rilevazioni nell’azienda.

Pur trovandosi in Italia da oltre 5 anni con regolare permesso di soggiorno Daouda, che lavorava anche come mediatore culturale in un Centro di accoglienza straordinaria (CAS), era impiegato nell’azienda Sgv Calcestruzzi di Acate in nero e senza alcuna tutela in termini di sicurezza nello svolgere le proprie mansioni. Oggi, 22 luglio, sarebbe dovuto rientrare nel suo Paese di origine per stare con la propria famiglia, ma da 20 giorni nessuno ha notizie di lui. Secondo quanto riferito dalla moglie, Daouda era solito realizzare video per denunciare le condizioni lavorative dei migranti in Italia. Come denunciato anche dal sindacato di base USB, infatti, l’Italia è un Paese dove le condizioni lavorative sono particolarmente precarie per i migranti, tanto da metterne spesso in pericolo la vita. Negli ultimi anni poco o nulla è stato fatto per migliorare le condizioni salariali di questi soggetti, i quali spesso si trovano a lavorare senza contratto e in gravi condizioni di sfruttamento e dei quali ad Acate, paesino di 10 mila anime, è presente una nutrita comunità.

Il titolare del cementificio Sgv Calcestruzzi, Gianmarco Longo, ha dichiarato di aver assunto Daouda solamente per occuparsi delle pulizie, ma i video inviati dal migrante alla famiglia sembrano descrivere una realtà ben diversa. “Non è il primo caso di sparizione ‘anomala’ di un lavoratore migrante: l’ennesima scomparsa rilancia la vertenza di tutti i lavoratori migranti, in maggioranza provenienti dall’Africa, a cui non sono riconosciuti i diritti di cittadinanza e tantomeno i diritti lavorativi, abitativi e di tutela sanitaria” denuncia USB.

Nella serata di oggi, 22 luglio, il sindacato USB ha organizzato in piazza San Giovanni, a Ragusa, un corteo per tenere alta l’attenzione sul caso di Daouda, dopo che venerdì scorso si è svolto uno sciopero che ha coinvolto circa 300 persone. Al corteo prenderà parte anche la deputata del gruppo ManifestA Simona Suriano, la quale ha riferito di aver chiesto un incontro al Prefetto di Ragusa e di star predisponendo un’interrogazione parlamentare per chiedere ai ministri competenti di riferire sulla vicenda.

[di Valeria Casolaro]

USA, Hyundai denunciata per sfruttamento lavoro minorile

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Una filiale della Hyundai Motor Co avrebbe fatto ricorso allo sfruttamento del lavoro minorile in uno stabilimento di Montgomery, in Alabama, secondo quanto riferito dalla polizia locale e dai dipendenti della fabbrica. Secondo quanto dichiarato i bambini – in alcuni casi di appena 12 anni – sarebbero stati impiegati in un impianto di stampaggio di metalli, rinunciando anche agli studi per poter lavorare. Secondo quanto riferito da Reuters, l’azienda non avrebbe risposto alle richieste di commento. La notizia, sottolinea Reuters, potrebbe avere un pesante impatto sui consumatori, danneggiando la reputazione di una delle case automobilistiche più potenti al mondo.

Fare i conti senza “l’hostess”: come uscire dalla logica della guerra tra poveri

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Gli scioperi di questi giorni da parte degli assistenti di volo sta mettendo in luce un problema in realtà atavico, ovvero lo sfruttamento di intere categorie di lavoratori a vantaggio di un numero ristretto di persone che stanno ai vertici aziendali. Così come ha una lunga storia il sistema utilizzato per gestire questi conflitti: il buon vecchio “dividi et impera”. Basta dire ai passeggeri che la loro vacanza è stata rovinata da quei cattivoni di stewart e hostess per innescare la più classica delle lotte tra poveri. Che invece che unirsi per rivendicare maggiori diritti e tutele guardano solo al loro vantaggio (o svantaggio) immediato.

Questo meccanismo è usato ormai da quasi tutte le multinazionali, che diventano sempre più “impersonali” proprio per fare in modo che il nemico sia etereo ed impalpabile. E così la vittima (molto spesso il cliente o un piccolo fornitore) se la prende con un’altra vittima: l’impiegato dell’amministrazione, l’operatore del call center o la commessa del negozio, quasi sempre meri esecutori di decisioni prese dall’alto, che non possono contrastare, pena il licenziamento.

Nelle micro e piccole aziende c’è invece ancora un rapporto più umano, con tutti i pro e i contro che questo comporta. I singoli caratteri, dei titolari così come dei collaboratori, impattano in maniera decisa sia sulle dinamiche con il cliente che in quelle interne, generando due possibili scenari: o l’azienda “famigliare”, con rapporti interpersonali molto stretti che compensano il caos organizzativo o le inefficienze dei singoli, oppure quella “dell’uomo solo al comando”, l’imprenditore tuttofare che ritiene di non potersi fidare di nessuno e che quindi finisce con l’immolare la propria vita all’azienda.

Una terza strada, sicuramente più lungimirante e perseguita dagli Imprenditori Sovversivi, è quella di iniziare a costruire tutti assieme una nuova cultura aziendale, dove ciascuno ha il proprio ruolo chiaro e responsabilità ben definite, ma in un’organizzazione che non diventa mai eccessivamente rigida, poiché bilanciata da quei semplici aspetti “motivazionali”, che poi spingono tutti a dare il meglio.

Riassumerli tutti in poche righe sarebbe impossibile, ma sarebbe già un primo passo evitare di distruggere la motivazione intrinseca dei nostri migliori collaboratori. Per esempio evitando di correggere solo gli errori senza mai mettere in luce quello che di buono fanno, e che col tempo si tende a dare per scontato. Così come sarebbe utile ogni tanto coinvolgerli nelle scelte, ovviamente in base alla loro esperienza, per fare in modo che i problemi diventino occasioni di confronto e di crescita per tutti. Una domanda magica da fare ai collaboratori, spesso sottovalutata dagli imprenditori, è infatti: “Tu cosa faresti?”.
Stimolare risposte e soluzioni fa sentire le persone più apprezzate e sgrava chi è al vertice dal peso di dover risolvere da solo tutte le problematiche quotidiane. Un’altra attività estremamente utile è fermarsi un attimo a capire quali sono i valori che accomunano le persone che lavorano assieme, stabilendo anche degli obiettivi condivisi ed uno scopo da raggiungere.

Piccole cose che potrebbero rendere le micro imprese davvero efficienti e competitive, rispetto alle super strutturate e pachidermiche grandi aziende. Perché senza un patto d’acciaio tra piccoli imprenditori e i loro collaboratori il futuro di entrambi sarà purtroppo inevitabile: perderanno la sfida con chi ha capitali maggiori, agevolazioni statali e intrallazzi politici. Le piccole aziende falliranno e tutti coloro che ci lavorano all’interno si dovranno adattare a fare i dipendenti sottopagati per cinici miliardari che non incontreranno mai di persona.

Per questo è diventato indispensabile unirsi e comprendere che la trasformazione in aziende Sovversive è un passaggio obbligato per tutti coloro che non vogliono permettere che la propria libertà personale possa essere condizionata da decisioni che nulla hanno a che vedere con lo sviluppo emotivo, psicologico e spirituale di un essere umano. Fate oggi il primo passo, parlandovi tra colleghi e chiedendo ai vostri titolari di creare questo nuovo patto, per prepararsi ad affrontare assieme le grandi sfide che ci attendono.

[di Fabrizio Cotza]

Taxi: alla Camera emendamento per stralcio articolo su liberalizzazione settore

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Nel corso della conferenza dei capigruppo della Camera il governo avrebbe riferito l’intenzione di eliminare dal testo del ddl Concorrenza l’art. 10, che prevedeva la liberalizzazione del settore del trasporto pubblico non di linea. La norma era stata al centro delle proteste dei tassisti delle ultime settimane, in quanto avrebbe aperto alla liberalizzazione delle licenze e all’ingresso nel settore di grandi multinazionali quali Uber. L’esame del testo del decreto è tutt’ora in corso nella commissione Attività produttive di Montecitorio e il suo approdo in Aula è previsto per lunedì.

Magdalena, il documentario che racconta la lotta per la giustizia del popolo colombiano

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«Dedicato a coloro che danno la vita per la difesa dei diritti umani». Questo è l’incipit di Magdalena, un documentario della durata di 54 minuti, (disponibile sulla prima piattaforma europea di opere indipendenti Openddb), per il quale il regista e autore Paolo Maoret ha iniziato a raccogliere materiale nel 2014 quando ha deciso di raggiungere in Colombia l’amico David Serra, un antropologo italiano in contatto con Guillermo, difensore dei diritti umani che segue con particolare interessa le battaglie delle comunità sconvolte da una guerra civile che, a cavallo degli anni 2000, ha insanguinato la zone della costa atlantica nel nord della Colombia.

Finalmente dopo 7 anni, irti di difficoltà di ogni genere, il documentario ha visto la luce e narra le storie terribili accadute a quelle popolazioni isolate, in contatto con il resto del mondo solo attraverso una via fluviale il Magdalena, appunto, sul cui delta si estende un complesso lagunare di zone salmastre ricche di pesca e su cui si erano insediati sin dall’antichità comunità che da quella pesca traevano sostentamento in un microcosmo primordiale e immutabile nel tempo. Il Magdalena è uno dei maggiori fiumi della Colombia. Nasce nelle Cordigliera centrale delle Ande e sfocia nel Mar dei Caraibi. Percorre quasi tutto il paese da Sud a Nord per una lunghezza di 1.538 km, di cui 1.230 navigabili. Questa sua particolarità lo ha reso estremamente importante fin dai tempi della dominazione spagnola. Permise infatti ai conquistatori, all’inizio del XVI secolo, di entrare all’interno di un paese caratterizzato da una topografia altrimenti aspra e difficile.

La zona del Magdalena è considerata anche oggi un’area strategica e oggetto di interesse per la costruzione di dighe e centrali idroelettriche ma anche un corridoio marittimo per qualsiasi tipo di movimento e di commercio sia legale che illegale in entrata e in uscita. Durante la guerra civile il delta del Magdalena è stato teatro di una sanguinosa “pulizia sociale” e di una serie di stragi da parte dei paramilitari delle AUC (Autodifese Unite della Colombia) per il controllo strategico dell’area. Le conseguenze che ne sono derivate hanno distrutto intere comunità obbligando le persone ad abbandonare le loro case per sfuggire alle atrocità e ai massacri perpetrati in nome di assetti politici e interessi economici così lontani dal loro piccolo mondo. Ancora oggi alcuni gruppi criminali ex paramilitari si sono ricostituiti come bande armate allo scopo di mantenere il dominio della zona e conservare così il controllo su quelle terre, usando sempre una brutale strategia del terrore sugli abitanti, nella totale indifferenza dello Stato.

Verso la fine del 2014, quando Paolo Maoret e l’antropologo Davide Serra si recarono ad Ovest del delta del rio Magdalena, trovarono altre persone coraggiose che come Guillermo seguivano le battaglie legali degli sfollati della zona a Nord della Colombia che rivogliono le proprie terre e le proprie case. Faticosamente la laguna del Magdalena si sta ripopolando risvegliando in loro una grande sete di giustizia e il recupero della loro dignità. Attraverso strade polverose, rotte fluviali, intricate paludi, dalle misere capanne e dalle palafitte dei villaggi, si innalzano le parole e le testimonianze dirette di chi ha subito ed ancora subisce queste violenze. Storie orribili raccontate con una rassegnazione disarmante come a sottolineare che questo orrore non finirà mai.

[di Federico Mels Colloredo]

Lo chiamavano “il migliore”, non lo dimenticheremo

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Da quando Mario Draghi si è dimesso l’apparato mainstream è inconsolabile. “L’Italia tradita” ha titolato con amarezza La Repubblica, “Addio” l’avvilito Corriere della Sera, “Vergogna”, arrabbiatissima, La Stampa. Pare che il Paese abbia perso una guida insostituibile e illuminata. D’altra parte fin dal giuramento del 13 febbraio 2021 gli stessi giornali l’avevano ribattezzato il governo dei migliori, quello che con la guida autorevole dell’ex banchiere capo di Bruxelles avrebbe rimesso in sesto le finanze pubbliche e ricollocato l’Italia nel prestigioso ruolo che le spetta nell’agone internazionale. Ma qualcuno dovrà pur fare i conti. Quindi ripercorriamo i grandi risultati ottenuti da Mario Draghi nei suoi 523 giorni alla guida del governo.

  1. Il record dei voti fiducia. In una cosa di certo questo è stato effettivamente il governo dei migliori. Nessun altro nella storia repubblicana aveva posto 55 volte il voto di fiducia in meno di un anno e mezzo. 55 occasioni in cui l’esecutivo ha blindato i provvedimenti impedendo che il parlamento potesse discuterli o emendarli. Green pass, super green pass, armi all’Ucraina, riforma della giustizia: tutti le norme principali sono state approvate riducendo il Parlamento al ruolo di passacarte. Una questione sulla quale nessun quotidiano ha avuto granché da ridire, d’altra parte i “migliori” non vanno rallentati con le inutili liturgie della democrazia parlamentare.
  2. Il green pass condannato da Amnesty International. Tra i provvedimenti simbolo del Governo Draghi vi sono certamente il green pass e la sua versione rinforzata del “super green pass” grazie ai quali milioni di italiani sono stati esclusi per mesi dal lavoro e dalla vita sociale. Misure che hanno attirato l’attenzione di Amnesty International. La principale organizzazione per la tutela dei diritti umani a livello mondiale ha infatti dedicato due rapporti alle restrizioni italiane, definite «ingiuste» e «discriminatorie».
  3. Le fake news a raffica in conferenza stampa. D’altra parte Mario Draghi, consigliato dal fido ministro della Salute Roberto Speranza, era stato chiaro in conferenza stampa. «Il green pass permette di avere la certezza di ritrovarsi tra persone non contagiose», anche perché se «Non ti vaccini, ti ammali, muori. Oppure fai morire: non ti vaccini, ti ammali, contagi, qualcuno muore». Dichiarazioni clamorosamente false, già all’epoca smentite da ogni ricerca e analisi dei dati, e poi abbattuti definitivamente dall’analisi comparativa tra i dati pandemici italiani e quelli degli altri paesi europei che non hanno introdotto il green pass.
  4. …E quelle sulla guerra in Ucraina. Con le dichiarazioni pubbliche evidentemente Draghi ha dei problemi. E anche questo d’altra parte è piaciuto a quei media che da tempo hanno rinunciato a fare il mestiere di porre domande. È un uomo che non si cura del consenso ma pensa a fare le cose che servono al paese, dicevano. E d’altra parte nelle poche volte in cui si è concesso ai microfoni il Migliore ha fatto più danni delle cavallette. «Preferiamo la pace o il condizionatore acceso?» dichiarò a inizio aprile per giustificare le sanzioni alla Russia che a suo dire erano «lo strumento più efficace per la pace». A tre mesi e mezzo di distanza della pace non vi è traccia mentre i condizionatori li possono tenere accesi solo coloro che possono pagare bollette più che raddoppiate. Non un problema della presidenza del Consiglio, evidentemente, che per la dimora di palazzo Chigi nel frattempo di condizionatori nuovi ne ha acquistati 57.
  5. Le armi a Kiev calpestando Parlamento, Costituzione e opinione pubblica. Anche con i riti della democrazia Draghi ha avuto parecchi problemi. Il caso simbolo è quello dell’invio di armi all’Ucraina, con il quale il governo è riuscito a calpestare in un’unica occasione Parlamento, Costituzione e cittadini. In barba all’art. 11 della Carta, che prescrive che l’Italia ripudia la guerra come mezzo di risoluzione dei conflitti, Il governo ha stabilito nelle segrete stanze una lista di armamenti da inviare a Kiev, il cui contenuto non è stato divulgato nemmeno ai parlamentari. Il tutto senza nemmeno tenere minimamente in considerazione il parere dei cittadini italiani, che tutti i sondaggi hanno rivelato fortemente contrari a fornire appoggio militare a Kiev.
  6. I risultati disastrosi in economia. Su tutte le questioni fin qui analizzate i media dominanti sono stati, a voler essere troppo gentili, afoni e distratti. D’altra parte – hanno sempre scritto gli editorialisti che contano – il governo Draghi doveva servire a migliorare l’economia e riportare l’Italia tra i paesi che pesano, mica va valutato su quisquiglie come il rispetto della Costituzione e dell’ordinamento democratico. Sui temi “che contano” Draghi avrà fatto faville, giusto? Gli economisti, quelli bravi, ci hanno spiegato da tempo che il primo parametro di cui occuparsi è lo spread. Se si alza significa che i mercati non hanno fiducia e alla peggio Bruxelles può mandare le lettere per far cadere i governi democraticamente eletti, come successe a Berlusconi nel 2011. Spread nel giorno dell’insediamento di Mario Draghi: 92 punti base. Spread nel giorno delle dimissioni di Mario Draghi: 229 punti base. Nel frattempo i cittadini italiani hanno subito un’erosione senza precedenti del loro potere d’acquisto, nel corso del 2022 un operaio perderà 1.200 euro l’anno. Colpa dell’inflazione, della guerra, di Putin, della pandemia? Le cause certamente sono strutturali, ma un governo servirebbe appunto a mettere in campo misure per contrastarne gli effetti. In Spagna, ad esempio, il governo Sanchez ha deciso di aumentare le tasse a banche e società energetiche per aiutare i lavoratori. In Italia ci si è limitati ad approvare un decreto chiamato pomposamente Decreto Aiuti, in realtà una scatola vuota priva di misure significative.
  7. Ma per qualcuno è stato effettivamente un ottimo governo. Se in Spagna il governo ha tassato le aziende energetiche, in Italia il governo Draghi ha bocciato la proposta di fare altrettanto, salvando innanzitutto i profitti di ENI a discapito dei prezzi delle bollette. La stessa ENI che nel primo trimestre del 2022 ha registrato un utile netto adjusted di 3,27 miliardi di euro grazie al «forte scenario dei prezzi». Inoltre, tra le prime misure prese da Draghi al governo vi è stato lo sblocco dei licenziamenti che era stato introdotto durante il periodo pandemico, una soluzione che ha fatto perdere il lavoro a migliaia di cittadini ma che ha provocato la gioia di Confindustria. Vi è stato poi l’attacco ai servizi pubblici locali, il taglio per sei miliardi alla sanità pubblica, la rinuncia a prendere ogni misura contro le delocalizzazioni aziendali in nome del libero mercato. Tutte iniziative che hanno trovato il plauso incondizionato delle élite economico-finanziarie, che proprio nella ritirata dello stato dall’erogazione dei servizi pubblici vedono nuove preziose opportunità business. Non a caso Klaus Schwab, il presidente del World Economic Forum – ovvero la Confindustria delle multinazionali – ha definito Draghi un «pioniere per una nuova era di governo» e un leader «che abbatte i confini».

Le grandi aziende sono quelle che posseggono quasi tutti i media. Le multinazionali e le industrie fossili sono quelle che attraverso generose pubblicità li tengono in vita nonostante bilanci in profondo rosso. Sarà per questo che i giornali si stracciano le vesti dalla disperazione per la fine del governo “dei migliori”? Oh cazzo, complotto! Chiamate subito i fact-checker indipendenti di Mentana, quelli pagati da Facebook.

[di Andrea Legni – direttore de L’Indipendente]