giovedì 1 Dicembre 2022

Le porte girevoli tra politica e finanza colpiscono il Paese e la democrazia

Nel gennaio del 2018 Matteo Renzi, mostrando il proprio conto corrente in tv, pronunciò queste parole: «se volete fare i soldi, non fate politica. Fai politica perché hai un interesse, un ideale, hai passione». E ancora: «se vuoi fare i soldi vai nelle banche d’affari, prendi i contratti milionari che ti offrono». Il Senatore Renzi, al contrario di quel che disse, di soldi ne ha fatti molti. Si è fatto persino pagare da un regime che manda ad uccidere e squartare giornalisti scomodi. Ma il punto non è questo. Per una volta non si tratta delle sue balle ma di una sua verità. «Se vuoi fare i soldi vai nelle banche d’affari». Parole chiare, dette dall’allora Segretario del PD nonché ex-Presidente del Consiglio dei ministri. Per quale motivo le banche d’affari hanno tale passione per politici o altissimi funzionari di Stato? Sarà per i loro curricula? Per la notorietà? O per premiarli per il lavoro svolto all’interno delle Istituzioni? La commistione tra politica e finanza, ancor di più in un mondo sempre più dominato dai fondi finanziari e dalle banche d’affari, rappresenta il maggior pericolo per la democrazia stessa, ovvero per il sistema che, teoricamente, dovrebbe affidare al dèmos, il popolo, il potere decisionale.

Il Glass-Steagall Act

Nel 1933 venne approvata dal Congresso USA il Glass-Steagall Act, un provvedimento che mirava ad arginare la speculazione finanziaria scoppiata a seguito del crollo della Borsa di New York del ’29. Con questa legge venne sancita la separazione tra le banche d’affari e le banche commerciali. Il messaggio era chiaro: lo Stato non avrebbe più salvato le banche d’investimento in crisi per via di speculazioni andate male. Il Glass-Steagall Act restò in vigore fino al 1999 quando la separazione tra le banche d’affari e quelle commerciali venne cancellata su pressione del sistema finanziario americano. Alla Casa Bianca c’era Bill Clinton, il quale, alcuni mesi prima, aveva affidato il Dipartimento del Tesoro a Robert Rubin, quel Robert Rubin che era stato co-presidente di Goldman Sachs, una delle banche d’affari più grandi al mondo.

In Italia avvenne, più o meno, lo stesso. Nel 1936, anche prendendo spunto dal Glass-Steagall Act, venne approvata la legge di riforma bancaria. Banca d’Italia divenne un istituto pubblico a tutti gli effetti, le banche dedite alla gestione del risparmio vennero separate da quelle più propense alle attività speculative e, inoltre, venne proibito agli istituti finanziari di “possedere” parte delle imprese alle quali concedevano un prestito. Veniva, di fatto, affermata la funzione di interesse pubblico dell’attività bancaria.

La contro-riforma del ’93 firmata da Ciampi e Draghi

La legge di riforma bancaria venne smantellata nel 1993, Ciampi era il presidente del Consiglio e Mario Draghi direttore generale del Tesoro. Da allora la finanza è sempre più potente. Al contrario della politica che non ha fatto nulla per contrastare tale dominio, anzi, l’ha sostanzialmente favorito evitando accuratamente di creare una super-procura per i reati finanziari, di punire, almeno politicamente, i responsabili dei crac, di intervenire per tempo sulle crisi finanziarie degli istituti di credito ai quali, tuttavia, non ha mai fatto mancare miliardi di denaro pubblico al grido “le banche non possono fallire”. Le ragioni per le quali le banche, soprattutto oggi, non possono più fallire le spiegò Joseph Stiglitz, Nobel per l’economia: «L’abrogazione, nel 1999, del Glass-Steagall Act, che aveva separato gli istituti di credito ordinario dalle banche d’affari, ha creato concentrazioni sempre più grandi, troppo grandi perché si potesse permettere di lasciarle fallire. Sapendo di essere troppo grandi per fallire, si sono assunte rischi eccessivi». Esattamente quel che è avvenuto in MPS. Decisioni folli (vedi l’acquisto di Antonveneta al triplo del suo valore) prese con il beneplacito di una politica generosa e “interessata”.

D’altro canto il sistema finanziario non ha mai fatto mancare il proprio sostegno alla classe politica la quale, a sua volta, aveva avallato concentrazioni, fusioni, acquisizioni di ogni genere intervenendo (come spiega Stiglitz) con valanghe di denaro pubblico quando le banche andavano in rosso.

MPS (e non solo) ha foraggiato per anni la politica finanziando eventi, manifestazioni, concedendo prestiti agli amici degli amici molti dei quali si sarebbero trasformati in crediti deteriorati, il principale fardello della banca.

Mario Draghi, già vicepresidente e managing director di Goldman Sachs

Tre presidenti del Consiglio in Goldman Sachs

Nell’aprile del 2010 Giuliano Amato, attuale vicepresidente della Corte costituzionale, telefonò a Mussari, all’epoca Presidente di MPS, lamentandosi perché la banca aveva ridotto di 25.000 euro il contributo annuale al torneo di tennis di Orbetello. Questo, seppur piccolo, è un esempio del sistema MPS e della commistione tra politica e banche. Commistione ancor più evidente se si pensa agli innumerevoli passaggi di politici dalle istituzioni alle banche d’affari o viceversa. Amato, uno dei papabili per il Quirinale, nel 2010 venne nominato senior advisor per l’Italia da Deutsche Bank, il principale gruppo bancario tedesco. Amato guidò inoltre l’International Advisory Board di Unicredit fino a quando, nel 2014, Romano Prodi prese il suo posto. Prodi, già Presidente del Consiglio nonché Presidente della Commissione europea, fu consulente in Goldman Sachs dal 1990 al 1993, immediatamente dopo aver lasciato la guida dell’Iri e, dunque, dopo aver avviato la stagione delle privatizzazioni molte delle quali realizzate con il supporto di grandi banche d’affari. Anche Prodi è uno dei candidati alla Presidenza della Repubblica. Così come Mario Draghi, anch’egli assunto in Goldman Sachs dopo aver occupato, per dieci anni, il ruolo di Direttore generale del Tesoro. Draghi divenne vicepresidente e managing director di Goldman Sachs nel 2002. L’anno dopo Goldman Sachs sostenne la scalata dei Benetton alle autostrade italiane mettendo sul piatto 3 miliardi di euro. A fronte dell’investimento accettò persino un pacchetto di azioni di Sintonia, la sub-holding della famiglia veneta che a sua volta controllava Atlantia, dunque, Autostrade per l’Italia. Draghi, alcuni anni prima, fu uno dei protagonisti, lo ricordo, proprio della privatizzazione del servizio autostradale italiano. Dato che nel 2003 Draghi era un top-manager di Goldman Sachs sarebbe interessante sapere da lui se si occupò o meno, per conto della banca, del finanziamento ai Benetton e se sì quanto denaro ricevette per aver conquistato un cliente così importante. Ma non è tutto. Anche Gianni Letta, un altro politico in lizza per il Colle, nel 2007, venne arruolato sempre da Goldman Sachs. Nello specifico venne nominato nell’advisory board della banca d’affari. Anche Mario Monti fu consulente in Goldman Sachs. Dal 2005 al 2011, anno in cui venne scelto da Napolitano per formare il nuovo governo. Tre degli ultimi otto Presidenti del Consiglio, dunque, hanno lavorato in Goldman Sachs prima di guidare il governo della Repubblica italiana. A loro va aggiunto Gianni Letta, mai premier ma braccio destro del Presidente Berlusconi. Tra l’altro anche Giampaolo Letta, AD di Medusa e, soprattutto, figlio di Gianni, ha, in un certo senso, a che fare con il mondo finanziario.  tutt’ora uno dei membri dell’advisory board Italy di Unicredit, la banca il cui Presidente è Pier Carlo Padoan, quel Padoan Ministro dell’economia e delle finanze che salvò, con denaro pubblico, MPS, la banca portata al fallimento anche in virtù delle scelte prese dal suo partito: il PD.

Giuliano Amato e Romano Prodi, alla carriera politica hanno affiancato incarichi rispettivamente in Deutsche Bank e Goldman Sachs

I ministri dell’economia Padoan, Grilli e Saccomanni

Padoan non è certo l’unico Ministro dell’economia finito ad occupare ruoli apicali in una grande istituto finanziario. Prima di lui avevano intrapreso lo stesso percorso Domenico Siniscalco (Direttore generale del Tesoro dopo Draghi, poi Ministro dell’economia sotto Berlusconi e infine managing director e vicepresidente di Morgan Stanley), Vittorio Grilli (Direttore generale del Tesoro dopo Siniscalco, poi Ministro dell’economia sotto Monti e infine presidente del Corporate & Investment Bank di JP Morgan) e Fabrizio Saccomanni (prima Direttore della Banca d’Italia, poi Ministro dell’economia sotto Letta “nipote” e infine Presidente del CDA di Unicredit, lo stesso ruolo che occupa oggi proprio Padoan). Tra l’altro Saccomanni, recentemente scomparso, fu uno dei protagonisti dello scellerato acquisto di Antonveneta da parte di MPS, acquisto autorizzato da Bankitalia quando governatore era Draghi, Direttore, come detto, Saccomanni e capo dell’Ufficio vigilanza Anna Maria Tarantola.

Potrei fare ancora molti e molti esempi di politici finiti magicamente nelle banche d’affari, mi limito soltanto a ricordare che Josè Barroso, già Presidente del Portogallo nonché Presidente della Commissione europea dopo Prodi, due anni dopo aver lasciato Bruxelles, trovò lavoro come presidente non esecutivo e advisor di Goldman Sachs.

José Barroso, passato dalla presidenza della Commissione Europea a Goldman Sachs

Questa non è democrazia

«Se vuoi fare i soldi vai nelle banche d’affari» diceva Renzi. Temo sia vero. Come temo che tali colossi finanziari abbiano deciso di “investire” su determinati uomini politici più per quel che hanno fatto (o non fatto) in passato che per quello che potrebbero fare in futuro. D’altronde l’assenza di una seria legge sui conflitti di interessi permette assunzioni di politici, consulenze milionarie, immorali porte girevoli e, spesso, sperpero di denaro pubblico.

Nel 1994 il Tesoro firmò con Morgan Stanley un accordo che conteneva una clausola capestro che permetteva alla banca d’affari di chiudere unilateralmente i contratti sui derivati sottoscritti con il governo italiano. La banca esercitò tale diritto nel 2011, in un momento drammatico per il Paese. Risultato? Il governo Monti, mentre approva la legge Fornero, pagò a Morgan Stanley 3 miliardi di euro di interessi sui derivati. Questo perché, ancor di più negli ultimi anni, l’oro vale più del sangue degli esseri umani, la finanza più della politica e i Cda delle banche d’affari o dei fondi di investimento più dei Consigli dei ministri e dei Parlamenti degli Stati nazionali.

C’è a chi piace questo sistema. A me dà il voltastomaco. Ad ogni modo non la chiamate più democrazia.

[di Alessandro Di Battista]

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5 Commenti

  1. La democrazia esiste. Questa è, assolutamente, democrazia.
    Democrazia: potere del popolo. Il popolo conta 8 miliardi di persone, anche solo da un punto di vista numerico è più potente di qualsiasi banca d’affari, lobby, classe politica del mondo. Il problema non è che manchi la democrazia, il problema è che il popolo è una massa eterogenea composta per lo più da parassiti, organismi mono-neuronali e idioti assortiti che ogni giorno abdica al suo potere delegandolo ai peggior sfruttatori del popolo stesso. Se il popolo volesse, tutto questo potrebbe finire oggi stesso: il problema è che non vuole. Ma non è che non vuole… forse, semplicemente, non ha capito niente. Della democrazia, della vita.
    Peccato!

  2. Articolo molto interessante. Peccato che siate al colle a servire umilmente il super Mario e la sua super dittatura che avanza. Anche questa non è democrazia. Vi ricordo che è un governo tecnico… ma la poltroncina fa comodo a tutti voi

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