La trattativa evaporata in questi giorni tra il Tesoro e Unicredit su Monte Dei Paschi può considerarsi solo una fumata grigia, dato che la strada tracciata rimane ancora quella della privatizzazione, da conseguire ad ogni costo. Lo Stato vuole andare verso l’aumento di capitale e la cessione ad un acquirente al prezzo di mercato. Che potrebbe essere sempre Unicredit, nel caso si trovasse un accordo. La messa sul mercato di Mps era già stata stabilita dal governo, di concerto con l’Unione Europea nel 2017, con la garanzia che entro il 31 dicembre 2021 lo Stato, che salvò la banca dal fallimento con 6 miliardi, sarebbe uscito completamente dall’azionariato, che ora detiene a maggioranza con il 67% delle quote.
Al tavolo le condizioni poste da Unicredit sono sembrate inappropriate, dato che gli oneri della transazione erano tutti sbilanciati sulla parte pubblica. Di Mps si sarebbe fatto uno “spezzattino”, di cui Unicredit avrebbe preso solo le parti buone, addossando allo Stato le perdite e i contenziosi dell’istituto. Inoltre, l’acquirente aveva chiesto un credito d’imposta conseguente al subentro del valore di 2,2 miliardi. In totale, l’operazione sarebbe costata allo Stato intorno ai 10 miliardi, senza contare la perdita ci circa 6.000 posti di lavoro, dato che ormai non si punta più sugli sportelli fisici e Unicredit considera una zavorra soprattutto quelli del Sud-Italia. Nonostante questo la strada della (s)vendita rimane la più accreditata e dagli ambienti del Mef non pare essere presa minimamente in considerazione l’ipotesi di mantenere il controllo nazionale sulla banca. Eppure, come vedremo, osservando altre esperienze europee, l’opzione che il grosso della politica nostrana si limita a bollare come “sovietica” non parrebbe così peregrina.
L’odissea delle banche italiane e i loro costi
La vicenda non può non farci riflettere su alcuni aspetti. Innanzi tutto, fatto salvo il caso specifico di Mps, la sorprendente fragilità del sistema bancario, che ancora oggi è molto sensibile agli shock esterni e al contesto economico. Senza contare il famigerato 2008, una serie di elementi quali la crisi dei debiti sovrani del 2011, quindi gli anni di austerità che hanno innescato l’insolvenza di molti clienti, il crollo dei tassi d’interesse che dura da un po’ e ora la pandemia, hanno inciso profondamente sul mondo creditizio. Le prime mosse a tutela del sistema arrivano con Mario Monti (2012-2013), che sottoscrive un prestito da 3,9 miliardi per Mps. Dal 2015 ad adesso, la cronaca registra i salvataggi di Etruria, Banca Marche, CariFerrara, CariChieti, ma anche Popolare Vicenza, Veneto Banca, le Casse di Rimini, San Miniato, Cesena, il commissariamento di Carige come pure i casi di Popolare di Bari e Tercas. In tutte queste vicende si alternano o si affiancano interventi statali e di banche private, tramite fondi pubblici e fondi privati interbancari, ma in sostanza la logica è stata quella di far acquisire gli istituti in difficoltà da realtà più grandi con lo Stato che interviene, poi defilandosi, e in altri casi acquisendo partecipazioni che comportano la presa in carico dei crediti deteriorati. Negli ultimi cinque anni, si stima che tra pubblico e privato i soldi spesi nei salvataggi arrivino a 60-70 miliardi. 36 quelli spesi dallo Stato, di cui almeno 28 sono definitivamente persi, come analizza l’Osservatorio sui conti pubblici e il Sole24ore. Le cifre comunque non possono essere estremamente precise, date le oscillazioni dei valori dei crediti e i possibili ritorni a beneficio dello Stato sui titoli comprati. Lo Stato potrebbe infatti subire ulteriori perdite o invece recuperare un massimo di 18 miliardi sulle operazioni fatte.
La situazione attuale del sistema
Chiaro è che la messa in sicurezza del mondo del credito non è indolore e non sempre fa palesare un lieto fine. Rispetto a dieci anni fa la salute delle banche italiane è stata messa a dura prova. Ed è importante ricordare che, fino al 2011, le nostre banche erano comunque nel complesso più sicure di tante omologhe europee. Una meno accentuata cultura del rischio aveva comportato una minore esposizione. Mentre le banche tedesche erano colme di derivati e di prestiti azzardati, anche a soggetti stranieri, gli istituti italiani avevano tenuto bene il contraccolpo del 2008. Per tanto, come abbiamo detto poc’anzi, il governo Monti stanziò solo 4 miliardi. Mentre Germania e Inghilterra impiegarono centinaia di miliardi per evitare la catastrofe. Angela Merkel sborsò il 7% del Pil tedesco. Forse davvero l’Italia non ne aveva bisogno, o forse andavano fatte migliori valutazioni in prospettiva. Tanto che poi, le politiche a sostegno del mondo bancario si susseguono. Emerge infatti il problema dei crediti deteriorati, cioè quei prestiti che i clienti fanno fatica a ripagare regolarmente o non ripagano del tutto, che nel 2021 dovrebbe arrivare a una somma di 345 miliardi. Per gli effetti della pandemia la quantità può aumentare, fino a toccare i 430 miliardi. Sono certamente numeri spaventosi, tuttavia sotto controllo. Le politiche della Bce stanno mettendo una pezza sull’attuale tendenza e, come apprendiamo dalla relazione annuale di Banca D’Italia, nel 2020 la quantità di crediti deteriorati è diminuita rispetto al 2019 del 28% (“al netto delle rettifiche di valore”, specifica l’ente).
Too big to fail
Continua dunque la politica di cessione di queste sofferenze a terzi. Anche i prestiti nel 2020 sono aumentati del 4,1%, grazie alle garanzie pubbliche sugli aiuti Covid e al finanziamento presso la Banca Centrale Europea. I prestiti alle imprese sono buoni, meno consistenti quelli alle famiglie. In generale gli analisti non rilevano particolari rischi in questo momento sulla solidità delle principali banche, che hanno soddisfatto i criteri patrimoniali negli ultimi test (per approfondire, ecco cosa significa l’indice Cet 1) e che nel 2018 avevano pure fatto meglio delle tedesche, complice Deutsche Bank, ma questo pure a scapito dei lavoratori, su cui grava la riduzione degli sportelli. Inoltre, l’onda lunga della pandemia di sicuro inciderà negativamente sull’attività delle banche a favore degli utenti nel 2021 e, in una situazione di stallo, i conti posso essere in ordine anche perché un istituto riduce gli investimenti. Quindi sarebbe azzardato paventare un rischio banche elevato, pur sapendo che non si possono dormire sonni tranquilli e che nuove turbolenze non potranno stupire. Nella migliore ipotesi gli attivi caleranno, ma senza intaccare la soglia di equilibrio contabile. Ad ogni modo, il fallimento di una banca oggi è concettualmente rifiutato e si fa sempre di tutto per evitarlo, in virtù del mantra Too big to fail. Cioè “Troppo grandi per fallire”. Un tale danno che il capitalismo non può permettersi.
Un approccio differente è possibile
Ma se l’Italia si dovesse trovare di nuovo ad aiutare le banche, perché non sarebbe lecito chiedersi se potrebbe essere meglio mantenerle sotto il controllo pubblico? Gli enti creditizi pubblici non sono certo una novità e hanno indubbi aspetti positivi. La Germania ne ha parecchi, 8 gruppi detenuti dagli Stati-Regioni (le Landesbanken) e 390 Casse di Risparmio (le Sparkassen). In totale 540 soggetti che surrettiziamente sostengono il debito pubblico tedesco e non rispondono alle regole dell’Unione bancaria europea, quindi anche riguardo ai requisiti di capitale imposti alle Spa private. Un ruolo anomalo, ma economicamente di grande supporto, in Germania lo svolge anche la Kfw, l’equivalente della Cassa Depositi e Prestiti italiana (Cdp), che molti riconoscono operare di fatto come una grande banca nazionale. Un prestatore più favorevole di cui lo Stato e gli imprenditori giovano. Un ruolo che si vorrebbe avesse anche la nostra Cdp. E in Italia? Sul territorio nazionale gli istituti pubblici sono assai meno. Solo 4, contando il Mediocredito Italiano, Carige e Mps (l’una perché commissariata e l’altra in procinto di essere ceduta) e appunto la Cdp, che non è propriamente una banca. Ma, come dicevamo, tutti questi non operano davvero secondo le caratteristiche di una banca pubblica.
Eppure in passato era molto diverso. In Italia, fino agli anni ’80 il settore bancario era in larga parte statale e vi erano tre banche definite ufficialmente di interesse nazionale controllate dall’Iri. Erano il Credito Italiano (l’attuale Unicredit), il Banco di Roma e la Banca Commerciale Italiana. Non a caso, anni fa le crisi bancarie erano esigue. Nella memoria collettiva i crack sono solo due. E di società private. Quella di Michele Sindona nel 1974 e del Banco Ambrosiano nel 1982. Peraltro in circostanze torbide. Cenni storici che possono far ripensare ad un approccio alternativo. Lasciare fallire le banche è in effetti un’opzione non sostenibile, ma quelle che vengono aiutate potrebbero essere lasciate sotto il controllo pubblico. In Italia, ancora, è utopia. Ma altrove si può, e funziona…
[di Giampiero Cinelli]



