A venticinque anni da quel luglio del 2001, il vertice del G8 di Genova rimane una ferita aperta nella coscienza collettiva dell’Occidente. Spesso ridotto dalla memoria istituzionale a una mera questione di ordine pubblico, alle tragiche violenze all’interno della scuola Diaz o alle torture consumatesi a Bolzaneto, oltre che dell’omicidio di Carlo Giuliani, il contro-vertice rappresentò in realtà il culmine di un’analisi geopolitica ed economica estremamente lucida. Bollato all’epoca dai media d’establishment come il caotico proclama di un’accozzaglia di nostalgici e utopisti, il movimento “No Global” o “altermondialista”, nato a Seattle nel novembre del 1999 durante il vertice del WTO, era il manifesto di una profezia politica che oggi, a un quarto di secolo di distanza, si è puntualmente avverata. Rileggere le rivendicazioni di quella stagione significa comprendere le radici della crisi sistemica del presente. Dalla delocalizzazione industriale alla precarizzazione salariale strutturale, dal dumping fiscale dei mercati finanziari deregolamentati fino al collasso democratico ed ecologico, i nodi critici sollevati dal Genoa Social Forum e dalle coalizioni di Seattle sono diventati la realtà materiale del nostro tempo.
Da Seattle a Genova: la genesi di una critica sistemica
Il cammino che porta a Genova inizia nel 1999 sulle strade di Seattle. In quell’occasione, una coalizione transnazionale di sindacati, ambientalisti e movimenti di base bloccò l’avvio del vertice ministeriale del WTO, l’Organizzazione Mondiale del Commercio. Come documentato nei resoconti d’archivio dell’Università di Washington, la contestazione non era mossa da un generico rifiuto dello scambio commerciale, bensì della strutturazione di un regime giuridico sovranazionale asimmetrico e antidemocratico. Quest’ultimo anteponeva la protezione dei profitti delle grandi multinazionali ai fondamentali diritti dei lavoratori e alla tutela degli ecosistemi. Tra la tantissima documentazione che si trova sul tema, questa analisi trova riscontro anche nei saggi d’archivio della Miami Law Repository, che evidenziano come la globalizzazione venisse già percepita come un processo di spoliazione democratica a favore di istituzioni finanziarie sovranazionali prive di legittimità popolare.
Nel luglio del 2001, a Genova, questa galassia si strutturò nel Genoa Social Forum (GSF), proponendo una piattaforma programmatica che andava oltre la semplice protesta. Il movimento non chiedeva necessariamente la stop alla globalizzazione, piuttosto una “globalizzazione dei diritti” alternativa alla “globalizzazione dei capitali”, ponendo l’esigenza di riformare FMI (Fondo Monetario Internazionale) e Banca Mondiale, prima di un possibile smantellamento.
Il dumping sociale: delocalizzazione e frammentazione del lavoro
Uno dei pilastri della critica altermondialista riguardava le conseguenze della deregolamentazione commerciale globale e la rimozione delle barriere tariffarie senza clausole sociali vincolanti. Il movimento previde l’effetto devastante che i trattati di libero scambio avrebbero avuto sulla stabilità della classe lavoratrice. La libera circolazione di merci e capitali, a fronte dell’immobilità dei diritti, ha innescato una corsa al ribasso salariale.
Le grandi multinazionali occidentali hanno delocalizzato le filiere industriali verso Paesi in via di sviluppo privi di reali tutele sindacali e con standard ecologici irrisori. Questo trasferimento produttivo ha allargato la forza lavoro globale effettiva, deprimendo i salari reali occidentali e indebolendo la forza contrattuale dei sindacati nazionali. Il risultato? I consumatori occidentali hanno avuto accesso a beni a minor costo economico apparente, ma pagando un prezzo sociale enorme in termini di precarizzazione, deindustrializzazione e impoverimento del ceto medio. Oggi, tra l’altro, dopo la pandemia e con le guerre in corso, è venuto meno anche il beneficio dei prezzi contenuti. L’assenza di standard minimi ha legalizzato, in alcuni contesti, condizioni di estremo sfruttamento. A questo si somma un costo ambientale insostenibile: la delocalizzazione ha esternalizzato le emissioni e la distruzione ecologica in aree prive di tracciabilità delle filiere e controlli pubblici.
I flussi di capitali alla velocità della luce e la piaga del dumping fiscale
Un altro nodo profetico sollevato a Genova era la critica radicale alla finanziarizzazione dell’economia reale. Il movimento richiedeva l’introduzione di una tassazione sulle transazioni finanziarie per frenare la volatilità di flussi capaci di destabilizzare interi Stati nel giro di pochi istanti. La regolamentazione del capitale finanziario era considerata un prerequisito indispensabile per salvaguardare lo Stato sociale.
I governi del G8 scelsero di ignorare quella richiesta. Nei successivi venticinque anni si è verificato il trionfo dell’elusione fiscale multinazionale e del dumping tributario. La libertà assoluta dei capitali ha permesso alle grandi aziende (specie quelle statunitensi) di spostare i propri profitti verso paradisi fiscali o giurisdizioni a tassazione minima, sottraendo miliardi alle casse pubbliche dei Paesi in cui operano. Questo dumping, attuato anche all’interno dell’UE, ha costretto i governi a tagliare i servizi pubblici essenziali e a spostare il carico fiscale sul lavoro, unico fattore non delocalizzabile, esasperando le diseguaglianze.
L’oligarchia globale e lo svuotamento democratico
La tesi di fondo dei movimenti era che la globalizzazione neoliberista avrebbe svuotato le democrazie rappresentative dall’interno. Se le decisioni di politica economica vengono sottratte ai parlamenti nazionali per essere consegnate alla volatilità dei mercati e a organi tecnocratici sovranazionali non eletti, il voto dei cittadini si riduce a un guscio vuoto.
Questa deriva si è materializzata. I grandi fondi d’investimento e i monopoli digitali possiedono oggi un potere di ricatto macroeconomico superiore a quello dei tradizionali blocchi statali. La concentrazione della ricchezza ha raggiunto vette storiche: l’1% più ricco detiene quasi la metà della ricchezza globale, mentre la metà più povera dell’umanità si spartisce appena lo 0,75%. Nel 2024 la ricchezza dei miliardari è cresciuta, in termini reali, di 2mila miliardi di dollari, pari a circa 5,7 miliardi di dollari al giorno.
Inoltre, il controllo dei dati personali ha ridotto gli spazi di dissenso, realizzando la sorveglianza digitale paventata già allora dagli attivisti di Indymedia durante il contro-vertice, e come scritto e sviluppato in seguito. Infatti, il G8 di Genova del 2001 non è stato unicamente territorio di “duri scontri, repressione e violenza, come la maggioranza dei media ufficiali ha evidenziato, ma anche importante esperienza per chi costruisce informazione dal basso, attraverso telecamere amatoriali, siti internet di movimento, circuiti di radio indipendenti. Le tre giornate di Genova, con la loro violenza e repressione, sferzano un duro colpo alle forme di antagonismo italiano, ma contribuiscono anche a rendere più incisiva la riflessione critica sui media, sulla tecnologia e sulle forme di attivismo politico”.
Oggi leggiamo il Capitalismo della sorveglianza di Shoshana Zuboff e siamo consapevoli della direzione presa in quel bivio storico, a suon di manganellate, colpi di pistola, sangue e grandi narrazioni del terrore che sarebbero state inaugurate neanche due mesi dopo, con i fatti dell’11 settembre 2001.
L’eredità morale e politica di Genova
A venticinque anni di distanza, risulta evidente come i “No Global”, o gli altermondialisti, non avessero affatto torto: avevano semplicemente visto in anticipo quanto sarebbe accaduto, a cosa avrebbe portato la globalizzazione neoliberista, ovvero la contro-rivoluzione delle élite.
Le loro critiche, allora liquidate come insensate, si rivelano oggi nella loro limpida e cruda realizzazione. Tuttavia, la sconfitta politica del movimento, schiacciata dalla repressione violenta, sia sul piano fisico che della narrazione pubblica, ha impedito che quell’analisi si traducesse in un’alternativa strutturata. Il vuoto lasciato dall’altermondialismo non è stato colmato da una globalizzazione dei diritti, ma dal risorgere di nazionalismi xenofobi, guerre commerciali e guerre combattute al fronte.
Seattle prima e Genova poi non sono stati l’atto di una nascita di protesta immatura, ma una reale opportunità storica sprecata per riformare il capitalismo globale prima che le sue stesse contraddizioni diventassero ingestibili. Ricordare quei giorni significa rimettere al centro l’unica questione decisiva: come sottrarre la vita umana e le risorse della Terra al dogma del profitto privato. A venticinque anni dal G8, lo slogan gridato tra la polvere e i lacrimogeni risuona ancora come un monito ineludibile per il futuro: un altro mondo deve essere, ancora, possibile.




