Come si disinnesca un inno nazionale

Le cose cambiano. O meglio: si ridefiniscono. Fino a pochi anni fa, in Italia, uno poteva andare tranquillamente a una manifestazione per la pace con un cartello con scritto «L’ITALIA RIPUDIA LA GUERRA» senza che nessuno avesse niente da ridire. Si tratta effettivamente di una frase che lascia poco spazio a interpretazioni. Soggetto, verbo, complemento oggetto. La guerra ci fa schifo e noi la ripudiamo. Tautologico. Ultimamente però sono comparsi tutta una serie di sedicenti esperti di diritto che, ogni volta che viene citato l’articolo 11 della Costituzione, si affrettano a precisare che sì, l’Italia ripudia la guerra, ma solo «come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali». La precisazione è giuridicamente ineccepibile. Ma anche perfettamente fuori luogo.

Una manifestazione per la pace, così come un dibattito pubblico o una trasmissione televisiva, non è un’aula di tribunale, e chi alza quel cartello non sta depositando una memoria difensiva: sta semplicemente dicendo che vorrebbe vivere in un Paese che non vuole andare in guerra. Il termine “ripudiare” non è un termine tecnico, ma un moto di disgusto. E quella parola i costituenti l’hanno messa lì proprio perché valesse prima di tutto come massima dichiarazione d’intenti. La guerra fa schifo e noi non la vogliamo fare. Tutte le altre precisazioni non richieste servono solo a una cosa: fare intendere a tutti che ok, la ripudiamo, ma fino a un certo punto. Intanto magari procuriamoci una miliardata di missili. Non sia mai che alla fine ci venga un po’ di voglia.

Ed effettivamente in Italia, così come in gran parte dell’Occidente, sembra proprio che stia tornando questa guilty pleasure della guerra. E con essa anche la guilty pleasure degli inni nazionali, che della guerra sono a tutti gli effetti la sigla: allegre marcette da cantare in coro prima di andare ad ammazzare tutti quelli che cantano delle marcette diverse. Per qualche decennio, dopo che a furia di cantare c’erano scappate due guerre mondiali, ce ne eravamo anche un po’ vergognati. Così gli inni nazionali, lontani dai campi di battaglia o dalle manifestazioni nazionaliste, avevano trovato una nuova dimensione: quella del cerimoniale sportivo.

La finale dei Mondiali tra Spagna e Argentina che si disputerà al MetLife Stadium nel New Jersey

Domenica sera si gioca la finale dei mondiali di calcio tra Spagna e Argentina. Gli inni delle due squadre hanno entrambi una storia particolare. Sono stati, nel corso del tempo, ridefiniti.

La Spagna è uno dei pochissimi Paesi al mondo il cui inno nazionale è privo di parole. La musica no, quella è antichissima, come la guerra. La Marcia Reale compare già in un manuale militare del 1761 ed è uno degli inni più vecchi d’Europa. Ha attraversato monarchie, dittature, una repubblica e una transizione democratica senza che nessuno le cambiasse una nota. Le parole invece cadevano ogni volta, come i governi. L’ultimo testo lo scrisse José María Pemán nel 1928, sotto la dittatura di Primo de Rivera, e il regime di Franco lo adottò con entusiasmo per quarant’anni. Era una marcia di guerra in piena regola: alzate le braccia, incudini e ruote, la spada e la fede. Inutile dire che dopo la caduta del regime nessuno in Spagna voleva più saperne di alzare le braccia. L’inno, così, è rimasto muto. Chi vuole cantarlo allo stadio in genere sostituisce le parole facendo popporoppoppò. Forse non il massimo dello stile. Ma almeno un inno che non dice niente è un inno che non può chiamare nessuno alle armi.

Gli argentini invece in finale canteranno, eccome. L’inno argentino è un pezzo d’opera in piena regola, con una lunga introduzione strumentale e un testo che si conclude giurando solennemente di morire con gloria. Quindi tutto ok. In realtà però, nel corso della storia, anche il loro inno è stato ridefinito. E il bello è per merito di chi.

La Marcha Patriótica venne approvata l’11 maggio 1813, in piena guerra d’indipendenza. Testo di Vicente López y Planes, musica del catalano Blas Parera, nove strofe per una durata complessiva di circa venti minuti. Più che un inno, un’opera lirica con un solo argomento. E l’argomento era l’odio verso la Spagna. La versione integrale parlava dell’orgoglio del «vile invasore» e di «tigri assetate di sangue» contro le quali opporsi. Inoltre celebrava la nuova nazione coronata di allori con, prostrato ai suoi piedi, un leone. Che non era un leone qualsiasi, bensì proprio quello che campeggia sullo stemma spagnolo. Un’altra strofa passava in rassegna le battaglie vinte dicendo «qui il fiero oppressore della Patria piegò la sua cervice orgogliosa».

Per quasi un secolo, quindi, gli argentini hanno aperto le cerimonie ufficiali cantando alla Spagna che le avevano piegato la cervice. Poi successe una cosa che nessun poeta della guerra d’indipendenza aveva previsto: gli spagnoli arrivarono davvero, ma stavolta con le valigie. A fine Ottocento Buenos Aires si stava riempiendo di immigrati spagnoli, gente che scendeva dalle navi, apriva botteghe e ogni festa nazionale si ritrovava in piazza ad ascoltare una folla che inneggiava alla propria umiliazione. Il problema divenne diplomatico prima ancora che musicale. E così, nel 1900, modificarono il testo. Fuori le tigri, fuori il vile invasore, fuori il leone spagnolo prostrato. Dentro solo la libertà. Perché nel frattempo il nemico invasore era diventato un fratello.

Quest’anno l’Italia ai mondiali non c’è. E non è la prima volta. Siamo assenti da tre edizioni consecutive. In totale sono dodici anni che non cantiamo l’inno nella fase finale della Coppa del Mondo. Bisognava in qualche modo compensare anche fuori dagli eventi sportivi. E così, in patria, abbiamo iniziato a infilarlo ovunque: manifestazioni di piazza, convention di partito, sagre di paese, riunioni di condominio, cresime, corse dei cani. A momenti anche quando passano a ritirare l’indifferenziata. Evidentemente si sposa bene con il momento storico, visto che è l’inno più battagliero di tutti.

Perché tanto la Spagna quanto l’Argentina, in fondo, le parole se le sono tolte. Il loro concetto di patria, di orgoglio nazionale, di sacri confini, l’hanno, col tempo, ridefinito. Noi no. Il testo di Goffredo Mameli è del 1847 ed è a tutti gli effetti una chiamata alle armi: dov’è la vittoria, stringiamoci a coorte, siam pronti alla morte. E la parte che tutti amano cantare è proprio quella in cui, alla domanda se siamo pronti a morire, un popolo intero risponde «SÌ!», con l’entusiasmo di chi ordina il secondo giro. Nessuno, in Italia, ha mai chiesto una rettifica. Sull’articolo 11 della Costituzione pretendiamo la citazione integrale, la precisazione che la guerra la ripudiamo solo a certe condizioni. Su «siam pronti alla morte», mai un distinguo. La cantiamo così com’è, a squarciagola. Eppure l’unico che quelle parole le pensava davvero è stato proprio chi le ha scritte. Mameli si ferì a una gamba difendendo la Repubblica Romana, la ferita andò in cancrena, gli amputarono l’arto e morì a ventun anni. Non era gloria: era setticemia.

Nessuno, domenica sera, alla finale dei mondiali, morirà per davvero. Al massimo qualche cuore cederà agli eventuali rigori. E in fondo è questo il senso di un inno cantato in uno stadio invece che in trincea: una minaccia svuotata, una sigla. Il punto è che c’è chi quelle parole ha smesso di pronunciarle del tutto, e chi invece se le tiene strette. La Spagna ha buttato via le parole di guerra del suo inno e ha tenuto la musica. L’Argentina ha cancellato gli insulti al nemico il giorno in cui il barbaro invasore è diventato un fratello. E poi ci siamo noi, a guardare la partita in televisione, che all’inno non abbiamo mai tolto una virgola e che di questi tempi lo tiriamo fuori sempre più spesso, sempre più volentieri. Perché la guerra la ripudiamo con l’asterisco. Mentre la morte la giuriamo in coro.

Questa è Ipertraccia. Rubrica domenicale che parla di musica. Se vi piace consigliatela ai vostri amici. Se non vi piace consigliatela ai vostri nemici. Se volete scriverci fatelo a musica@lindipendente.online

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Fulvio Zappatore

Nato a Cesena nel 1984, muove i primi passi nel giornalismo scrivendo articoli per la stampa locale. Dopo la laurea in Storia contemporanea diventa professionista e inizia a dedicarsi anche al giornalismo televisivo. Per L’Indipendente scrive di musica ed è corrispondente dall’Emilia-Romagna.

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