domenica 8 Febbraio 2026
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Colloquio telefonico Erdogan-Putin: proposto incontro con Ucraina, Russia ed Onu

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Il presidente russo Vladimir Putin ed il suo omologo turco Recep Tayyip Erdogan hanno avuto un colloquio telefonico relativo alla situazione in Ucraina nel corso del quale, secondo quanto comunicato dall’ufficio del presidente turco, quest’ultimo avrebbe sostanzialmente proposto un incontro con l’Ucraina, la Russia e l’Onu. “Il presidente Erdogan ha parlato della disponibilità della Turchia, se concordata in linea di principio da entrambe le parti, ad incontrare la Russia, l’Ucraina e le Nazioni Unite ad Istanbul”, fa sapere a tal proposito l’ufficio del presidente turco.

Il business delle armi non si ferma: l’Italia le venderà anche alla Tanzania

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Il Generale Venance Salvatori Mabeyo, capo della Tanzanian People’s Defence Force (l’esercito della Repubblica Unita di Tanzania), negli scorsi giorni si è recato in missione ufficiale a Roma, dove ha incontrato il generale Luciano Portolano, Segretario Generale della Difesa e Direttore Nazionale degli Armamenti. La visita, come comunicato dallo stesso Segretariato Generale della Difesa tramite una nota, si è svolta in un clima “franco e cordiale” ed ha permesso al generale Portolano di “rafforzare i rapporti di amicizia e di cooperazione tra i due Paesi”, in maniera particolare per quanto concerne il settore del “procurement” – ovverosia dell’approvvigionamento – militare. Nello specifico, dopo che il Generale Mabeyo ha fornito un quadro della situazione relativa al “ruolo geopolitico che la Tanzania gioca nello scacchiere africano”, la discussione si è “incentrata sull’interesse della nazione dell’Africa orientale per il velivolo M-345, in sostituzione dei velivoli K-8, gli aeromobili C-27J e gli elicotteri AW139 e AW109“. Tutti i prodotti aeronautici appena citati appartengono a Leonardo SpA, un’azienda italiana attiva nei settori della difesa, dell’aerospazio e della sicurezza – il cui maggiore azionista è il Ministero dell’economia e delle finanze – che a quanto pare si appresta ad avere un importante cliente in Africa orientale.

La cooperazione militare però non finisce qui, dato che oltre ad aerei ed elicotteri la Tanzanian People’s Defence Force ha “rappresentato l’intenzione di realizzare un Centro Addestramento piloti ex novo” per la cui realizzazione è stato chiesto il “supporto dell’Italia in termini di programmi per l’addestramento dei piloti e per la formazione degli istruttori”. Inoltre, si legge ancora nella nota, “il Generale Portolano ha potuto confermare il ruolo di Segredifesa quale interfaccia di riferimento nell’ambito del ‘Sistema Difesa’ a supporto delle numerose partnership nel settore difesa già in essere e quelle in divenire come nel caso della Tanzania”.

Detto questo, non si può non sottolineare che i punti toccati nel corso del colloquio abbiano fatto seguito ad una recente significativa collaborazione fra l’Italia e la Tanzania in tema di difesa. Come reso noto tramite un comunicato del Ministero degli Esteri, lo scorso 14 febbraio è “giunta nel paese africano la Nave Bergamini”. Si tratta di un’operazione realizzata nell’ambito della “Missione Atalanta”, la missione diplomatico-militare dell’Unione europea contro la pirateria marittima ed i traffici illeciti lungo le coste del Corno d’Africa. L’iniziativa ha “costituito anche un momento di grande visibilità per il nostro Paese in Tanzania”, si legge sul sito del Ministero, nel quale si precisa tra l’altro che “l’evento sarà suscettibile di positive ricadute nell’ambito della già buone relazioni bilaterali in materia di difesa”. Relazioni che, a quanto pare, adesso sono destinate ad essere incrementata.

[di Raffaele De Luca]

In Europa le associazioni dei giornalisti si muovono contro la censura dei media russi

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L’Associazione Olandese dei Giornalisti (NVJ) ritiene che il divieto di trasmissione imposto dall’Unione Europea ai canali di informazione Russia Today e Sputnik sia una violazione della libertà di stampa. Sebbene riconosca che questi, come molti degli altri canali sostenuti dalla Russia di Vladimir Putin, siano stati utilizzati per la propaganda del Cremlino, sostiene anche che una loro chiusura forzata in territorio europeo equivalga ad una censura. Assieme al Fondo per la Libertà di Stampa, all’organizzazione per i diritti civili Bits of Freedom, e a fornitori internet vari, l’Associazione ha così deciso di rivolgersi alla Corte di Giustizia europea per far sì che il blocco arbitrariamente attuato venga revocato. 

Era il 2 marzo scorso quando la Commissione Europea, a seguito della stipula di un accordo con gli stati membri, aveva annunciato che i due canali, rispettivamente una tv statale russa ed un quotidiano online, erano stati banditi “da tutti i mezzi di trasmissione e distribuzione, come via cavo, satellite, IPTV, piattaforme, siti web e app”. Ursula Von der Leyen aveva dichiarato (tradotto): «‎‎‎In questo tempo di guerra, le parole contano. Stiamo assistendo ad una propaganda e a una disinformazione massiccia sull’oltraggioso attacco a un paese libero e indipendente. Non lasceremo che gli apologeti del Cremlino riversino le loro bugie tossiche a giustificazione della guerra di Putin o che seminino i semi della divisione nella nostra Unione‎».‎

«Non siamo fan di RT e Sputnik» ha dichiarato Thomas Bruning, segretario della NVJ. «È propaganda di stato. Ma se i leader di governo possono vietare in modo autonomo l’informazione, ciò ha delle ricadute sullo stato di diritto democratico nel suo complesso». Per l’Associazione olandese, infatti, il modo in cui è stata presa la decisione del divieto è irregolare, in quanto spetta ai governi e ai parlamenti eventualmente elaborare delle regole, e successivamente la loro applicazione ai giudici e alle autorità dei media. Invece, con quella mossa i ministri è come se facessero tutto da soli: hanno elaborato loro una nuova norma e l’hanno applicata in autonomia subito. Non possono essere per NVJ i leaders di governo a stabilire cosa giornalisti o scienziati possono trovare in rete. Anche dal fronte dei fornitori di servizi internet sono arrivati commenti importanti. Scholte ter Horst, CEO di Freedom Internet, ha dichiarato che la decisione del blocco è stata presa frettolosamente dalle istituzioni europee: «È una decisione sproporzionata, che spalanca la porta alla possibilità di altri blocchi di questo tipo». Questa è la prima volta che il principio di neutralità della rete viene compromesso a causa della disinformazione. «Rappresenta – ha affermato il CEO – un pericolo per l’Internet aperto».

La posizione di NVJ e delle altre realtà al suo fianco non è molto diversa da quella espressa dalla Federazione Europea dei Giornalisti (Efj) il giorno subito dopo la notizia della decisione da parte della Commissione. Nell’appello, lanciato il 3 marzo, si metteva in guardia da quello che poteva configurarsi come un pericoloso precedente, minaccia alla libertà di espressione e di stampa. Il segretario generale della Federazione, Ricardo Gutiérrez, aveva ricordato come la regolamentazione dei media non fosse di competenza dell’Unione Europea, e che Bruxelles non avesse quindi alcun diritto di concedere o ritirare le licenze di trasmissione. «Questa è una competenza esclusiva degli Stati. Nelle nostre democrazie liberali, sono i regolatori indipendenti, mai il governo, ad essere autorizzati a gestire l’assegnazione delle licenze. La decisione dell’UE è una rottura completa con queste garanzie democratiche. Per la prima volta nella storia moderna, i governi dell’Europa occidentale stanno vietando i media. La chiusura totale di un organo di stampa – aveva aggiunto Gutiérrez – non mi sembra il modo migliore per combattere la disinformazione o la propaganda. Questo atto di censura può avere un effetto totalmente controproducente sui cittadini che seguono i media vietati. A nostro avviso, è sempre meglio contrastare la disinformazione dei media propagandisti, o presunti tali, esponendo i loro errori fattuali o il cattivo giornalismo, dimostrando la loro mancanza di indipendenza finanziaria o operativa, evidenziando la loro lealtà agli interessi del governo e il loro disprezzo per l’interesse pubblico».

[di Andrea Giustini]

Mafia: operazione Gdf, 12 arresti in Sicilia

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Nella giornata di oggi una vasta operazione della Guardia di Finanza di Caltanissetta ha portato all’esecuzione di 12 misure cautelari restrittive nelle province di Enna, Catania e Messina. I provvedimenti sono stati emessi dalla Direzione distrettuale antimafia di Caltanissetta e gli arrestati devono ora rispondere, a vario titolo, di furti ed estorsioni aggravate dal metodo mafioso. Nello specifico due degli indagati – imprenditori agricoli attivi nell’Ennese – avrebbero interferito nella gestione delle aziende confiscategli con l’aiuto di dipendenti a loro fedeli, che avrebbero agito in contrasto con le direttive dell’amministrazione giudiziaria.

La Cina progetta la guerra ai satelliti Starlink

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In un documento scientifico emerso recentemente all’attenzione della cronaca, ricercatori cinesi suggeriscono a Beijing di sviluppare strategie per resistere a una minaccia spaziale che potrebbe creare problemi in futuro, quella dei satelliti privati sparati nello spazio dal multimiliardario statunitense Elon Musk, ovvero la costellazione Starlink.

Il report, pubblicato a fine aprile e prontamente rimosso dalla Rete, era comparso sulla rivista cinese Modern Defense Technology a firma del professor Ren Yuan-zhen, il quale riconosce proprio in Starlink una realtà insidiosa che l’attuale tecnologia cinese non è ancora in grado di contrastare. I mezzi attivati da Musk e dal suo SpaceX sono considerati da molti decisamente troppo numerosi, praticamente la loro presenza sta monopolizzando l’orbita terrestre con una ragnatela che rende complesse le operazioni alle altre parti prese in causa.

Stiamo parlando della concorrenza diretta – come il Blue Origin di Jeff Bezos -, ma anche delle varie agenzie governative, le quali hanno registrato negli ultimi anni dei preoccupanti allarmi riguardanti ai rischi di impatto incorsi tra gli strumenti di Starlink e i centri di ricerca spaziali. Un argomento che a sua volta ha rappresentato un motivo di attrito tra Washington e Beijing. In tal senso, gli accademici cinesi si preoccupano esplicitamente del fatto che i satelliti di Musk possano essere usati di fatto come “arieti”, che possano speronare le apparecchiature altrui per deviarne l’orbita, azione pregna di malizia che sarebbe facilmente giustificabile al pari di un incidente.

Bisogna, sostiene il documento, sviluppare «una combinazione di metodi di disattivazione, diretti e indiretti, che possano far cessare le funzioni di alcuni satelliti Starlink e distruggere la costellazione del sistema operativo». Una cosa non da poco: essendo diffusi in maniera così capillare, la distruzione di un numero contenuto di apparecchi non sarebbe in grado di ledere significativamente la funzionalità dell’intera Rete. Non solo, si stima che i costi di produzione e di lancio di un missile antisatellitare siano più onerosi di quelli di un singolo satellite Starlink, quindi un eventuale bombardamento da terra finirebbe sul lungo periodo a danneggiare più le casse Governative cinesi che quelle dell’azienda privata.

Nelle scorse settimane, la Cina si è dimostrata diplomaticamente caustica nei confronti dell’impresa di Elon Musk e dei legami di questa con il Pentagono. L’esercito cinese ha dipinto l’invio di ricevitori Starlink in Ucraina come una mossa pregna di ambizioni militari, tuttavia la crescente irritazione di Beijing potrebbe essere causata anche sul fatto che il prodotto di SpaceX si stia diffondendo anche in Africa, continente su cui l’Amministrazione Xi Jinping sta puntando molto.

In questo momento, il pericolo principale è che USA e Cina si fomentino reciprocamente nel calcare la mano sui loro già intensi progetti satellitari. Oltre a Starlink, Washington può infatti contare sul programma governativo Blackjack, mentre Beijing punta a istituire un «network nazionale» (guowang) caratterizzato da una costellazione di quasi 13.000 unità. Di questo passo non è da escludere che le parti coinvolte finiscano con l’intasare l’orbita prima che un dibattito internazionale possa sviluppare un adeguato sistema per tracciare e organizzare i movimenti dei satelliti, carenza che potrebbe portare a disastrosi scontri extraterrestri.

[di Walter Ferri]

L’internazionale neo-nazista sogna il potere con le armi della NATO

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La presenza di potenti gruppi neonazisti armati in Ucraina è nota almeno dal 2014, documentata oltre ogni ragionevole dubbio. Tuttavia dopo lo scoppio della guerra russo-ucraina la narrazione sui media è profondamente cambiata: nell’ansia di glorificare la resistenza di Kiev i battaglioni nazisti sono stati dipinti come nazionalisti o patriottici, definizioni che nascondono e mistificano la portata della questione. In verità sono gli stessi protagonisti ad aver rivendicato la propria ideologia in molteplici occasioni, e non è tutto. Quella che abbiamo ricostruito, attraverso fonti e collegamenti verificabili, è una rete solida e strutturata che connette battaglioni ormai noti come Azov e Pravyï Sektor a centinaia di fazioni alleate in tutto il mondo, da molti stati europei – Italia inclusa – passando per gli Stati Uniti, fino a Canada, Brasile, Hong Kong e persino Israele. Il filo che lega questi movimenti neofascisti e neonazisti in giro per il mondo forma una vasta rete che ben facilmente potremmo chiamare Internazionale Nera. L’Ucraina, in questi anni, ha costituito l’epicentro teorico e militare di quella che Olena Semenyaka, l’ideologa di Azov, definisce la “rivoluzione conservatrice mondiale”. L’obiettivo, senza mezzi termini, è quello di prendere il potere. Un intento che nel prossimo futuro i gruppi neonazisti potranno alimentare condividendo le tecniche di combattimento insegnate alle milizie ucraine direttamente dalla NATO e provando a mantenere sotto il proprio controllo una parte dell’immensa dotazione di armi che l’Occidente sta inviando a Kiev. Se le giornate della memoria non sono mera retorica, dovremmo iniziare a preoccuparci seriamente della faccenda.

L’ideologia di Azov: la “rivoluzione conservatrice mondiale”

Olena Semenyaka, classe 1987, dottoranda in filosofia al momento dello scoppio della “rivoluzione” del 2014, è considerata la first lady del nazionalismo ucraino. Dopo aver militato in Pravyj Sektor (Settore Destro), dal 2014 al 2015, Semenyaka, insieme al noto neonazista Andriy Biletsky, nel 2016 ha creato il partito che funge da braccio politico del battaglione Azov, il Corpo Nazionale, e dal 2018 ricopre il ruolo di Segretario Internazionale del Corpo Nazionale. Andriy Biletsky, leader del Corpo Nazionale, nonché primo comandate del Battaglione Azov e tenente colonnello della Guardia Nazionale, parlamentare ucraino dal 2014 al 2019, soprannominato il “Führer bianco”, nel 2010, quando faceva parte di un’altra formazione della galassia ultranazionalista di nome Patriot of Ukraine, affermò che la missione dell’Ucraina è quella di «guidare le razze bianche del mondo in una crociata finale contro gli Untermenschen [subumani] guidati dai semiti».

La Semenyaka ha fatto avanzare il movimento Azov verso una dimensione continentale, abbracciando sia l’Europa orientale che il continente più ampio, riattivando e riadattando il vecchio credo geopolitico dell’Intermarium: il sogno di una grande confederazione est-europea, abbastanza forte da contrastare Mosca. Grazie al ruolo ricoperto all’interno di Azov, Semenyaka ha potuto consolidare fruttuosi legami con altri movimenti nazionalisti europei ed extraeuropei attraverso la piattaforma politica internazionale chiamata Reconquista-Pan Europa, destinata ad ancorare la causa ucraina ad una nuova meta-geopolitica europea, e non solo.

Mark Segwick, in Key Figures of the Radical Right: Behind the New Threat on Liberal Democracy (2019), spiega che le pubblicazioni di Semenyaka contengono riferimenti intellettuali che non sono legati esclusivamente ai tradizionali riferimenti incentrati sulla nazione, come si trova in Stefan Bandera (collaborazionista dei nazisti all’epoca della Seconda Guerra Mondiale), mitizzato dall’estremismo nazionalista ucraino. Semenyaka cerca, sempre sulla base della tradizione, di ammantare di un velo più europeo l’ideologia e la cultura nazionalista ucraina. I suoi riferimenti includono figure tedesche come Friedrich Nietzsche, Martin Heidegger, Carl Schmitt e Armin Mohler, così come citazioni della sfera intellettuale francese della Nuova Destra come, ad esempio, Dominique Venner, ex OAS (gruppo paramilitare dell’Organizzazione dell’esercito segreto francese) e fondatore del gruppo Europe Action, e Alain de Benoist, fondatore della Nuova Destra francese (Nouvelle Droite), oltre allo scrittore collaborazionista Pierre Drieu de la Rochelle e il filosofo religioso René Guénon. Semenyaka colloca nella sfera della genealogia tradizionalista comune ai vari movimenti neofascisti e neonazisti anche l’italiano Giulio Cesare Andrea Evola, meglio conosciuto come Julius Evola, il quale era convinto della necessità di un “ritorno alla romanità” e sostenitore di una teoria della razza in chiave spirituale.

Il nichilismo attivo e la terza via tra Occidente e cultura russa

La crisi di significato che le società europee contemporanee stanno attraversando, secondo Semenyaka, deve essere risolta grazie ad un nuovo ordine simbolico che sia in grado di prospettare un forte e diverso futuro in un’ottica paneuropea che sappia al contempo rifiutare la visione russa come anche quella occidentale: viene chiamata la Terza Via. Come ha spiegato Semenyaka in uno scritto del 2019, The Conservative Revolution and Right-Wing Anarchism, “la rivoluzione conservatrice è anche qualcosa di simile alla trasvalutazione di tutti i valori. È un approccio rivoluzionario. Non è reazionario e non è conservatore, nonostante il titolo. Si sta muovendo verso il nuovo ordine mondiale, nuovi valori e nuova metafisica dell’Occidente”. In questo suo scritto, per descrivere il processo rivoluzionario, fa ampio riferimento a Ernst Jünger e Friedrich Nietzsche. Semenyaka identifica la prima fase del processo rivoluzionario odierno con il nichilismo attivo spiegato da Nietzsche, che lo differenziava dal nichilismo passivo. “Il primo è il nichilismo passivo. È come una diminuzione della forza dello spirito. È stanchezza. È debolezza. È come un “no” quasi buddista alla vita. È la volontà di nascondersi dalla sofferenza della vita”, scrive Semenyaka. La Segretario Internazionale di Azov prosegue dicendo: “Il nichilismo attivo è sano. È un segno della crescita della forza dello spirito. Significa che i vecchi ideali non sono più validi, ma è anche un processo creativo. La distruzione è solo un lato di esso. Si dirige verso nuovi valori. È come la trasvalutazione di tutti i valori da parte di un Superuomo che distrugge tutti gli ordini screditati e si sforza per qualcosa di nuovo, per qualcosa che sarà degno di seguire, svilupparsi, credere. Ed è per questo che la prima fase della trasvalutazione di tutti i valori è naturalmente nichilista, rivoluzionaria, distruttiva. Ma non è, ancora una volta, fine a sé stessa. È solo una fase. Ed è per questo che è una rivoluzione conservatrice, non una sorta di filosofia conservatrice o una filosofia reazionaria. È rivoluzione”.

In un suo scritto del 2012, intitolato When the Gods Hear the Call: The Conservative-Revolutionary Potential of Black Metal Art in Black Metal, pubblicato originariamente da Black Front Press, gestito dall’attivista nazionalista britannico Troy Southgate, la Semenyaka analizza la filosofia eretica del genere musicale Black Metal attraverso il concetto di “luciferianismo ariano”, ispirato ai riferimenti dell’Ariosofia, del nichilismo di Ernst Jünger e allo “spirito aristocratico” di Julius Evola. Vede questo “luciferianesimo ariano” come un appello per una forma estrema di romanticismo: potere e violenza caratterizzata da principi e simboli neopagani, anche se preferisce riferirsi allo gnosticismo come principio filosofico per questa interpretazione metafisica del Black Metal.

concerto della band Sokyra Peruna

Movimento Reconquista

Il movimento Reconquista è una piattaforma internazionale di confronto tra i vari gruppi estremisti di destra e il suo nome si riferisce alla famosa cacciata dei musulmani dalla penisola iberica, culminata nel 1492, che vide gli eserciti cristiani riprendere i territori che i musulmani avevano conquistato quasi 800 anni prima.

Il 15 ottobre 2018, a Kiev, si è tenuta la Seconda Conferenza Paneuropa del movimento Reconquista ove è stato evidenziato l’imperativo del perseguimento della Terza Via geopolitica contro il “protettorato” della Federazione Russa e contro la “falsa alternativa” proposta dal globalismo occidentale. Questa impostazione è stata condivisa da tutte le forze nazionaliste ucraine che hanno preso la parola alla conferenza (Corpo Nazionale, Svoboda, Karpatska Sich) ed è stato evidenziato in dettaglio dalla coordinatrice del Movimento Reconquista, nonché Segretario Internazionale del Corpo Nazionale di Azov, Olena Semenyaka. Hanno partecipato alla conferenza anche rappresentanti delle forze nazionaliste, neofasciste e neonaziste della sfera euroatlantica.

Era presente il nazionalista russo Denis Vikhorev (coordinatore del Centro russo) come anche l’italiano Alberto Palladino di CasaPound, oltre ai tedeschi Maik Schmidt e Remo Matz dei Giovani Nazionalisti del JN-NDP e una delegazione del partito neonazista tedesco Der III Weg (La Terza Via), il quale, questo primo maggio, ha sfilato per le strade di Berlino in sostegno al battaglione Azov.

Presente alla conferenza anche una delegazione svedese con la presenza del politologo Anton Stigermark, oltre a Marcus Follin (conosciuto come The Golden One) e Jonas Nilsson, coordinatore di The Boer Project, i quali sostengono la battaglia in terra natia del partito estremista Alternative for Sweden. All’evento ha preso parte anche Bjørn Christian Rødal, rappresentante del giovane partito norvegese Alliansen – Alternativ for Norge, mentre una testimonianza video di sostengo all’iniziativa è stata inviata anche dal fight club greco ProPatria. Presente in Ucraina in quei giorni del 2018 anche Greg Johnson, motore intellettuale della destra alternativa americana (la cosiddetta alt-right), teorico del nazionalismo bianco, redattore capo di Counter-Currents Portal e di una casa editrice con lo stesso nome. Egli, che è autore altamente produttivo i cui libri vengono tradotti in varie lingue, compreso l’ucraino, si è presentato con le fresche copie del suo libro, “White Nationalist Manifesto”.

Roma. Striscione di CasaPound in sostegno ad Azov

La geopolitica di Intermarium

Intermarium (dal latino, “Tra i mari”) è un progetto geopolitico ripreso e riadattato nel corso del tempo e che per primo fu concepito da Józef Klemens Piłsudski, Capo di Stato polacco tra il 1918 e il 1922, traendo l’ispirazione dalla Confederazione Polacco-Lituana (esistita tra il 1569 e il 1795). Secondo Azov, l’Intermarium odierno dovrebbe riunire i Paesi che si estendono tra il Mar Baltico, il Mar Nero e il Mar Adriatico; i Paesi coinvolti sarebbero: Ucraina, Polonia, Lituania, Lettonia, Estonia, Croazia, Slovacchia, Repubblica Ceca, Romania, Bulgaria, Ungheria, Bielorussia, Slovenia e Macedonia.

Semenyaka, durante la Seconda Conferenza Paneuropea di Reconquista, ha proceduto nella spiegazione della geostrategia della Reconquista europea: Intermarium come piattaforma, o trampolino di lancio, per l’integrazione europea alternativa. Date le tendenze di crisi nell’UE, tale opportunità è considerata tale non solo dai gruppi estremisti ma anche dai rappresentanti governativi ufficiali dell’Europa orientale e centrale. Al fine di portare avanti l’idea geostrategica dei gruppi nazionalisti, neofascisti e neonazisti, è stato creato nel 2016 l’Intermarium Support Group, arrivando, sul finire del 2020, alla sua quarta conferenza. Il progetto di Intermarium è sostenuto anche da personalità del calibro di George Friedman, analista e stratega geopolitico statunitense molto influente, il quale, durante un’intervista per la televisione pubblica bulgara BNT, andata in onda il 3 aprile scorso, ha detto di credere che i Paesi del fianco orientale dell’Europa debbano formare un’alleanza ispirata al progetto del già citatao Józef Piłsudski, l’Intermarium. L'”Alleanza Centrale”, spiega Friedman, che coinvolgerebbe una popolazione di circa 80 milioni di persone, sarebbe in grado di formare uno scudo difensivo slegato dagli interessi del resto dell’Europa e della NATO.

Alle riunioni di Intermarium Support Group hanno preso parte i rappresentanti delle missioni diplomatiche, dei partiti politici e delle strutture ufficiali dei Paesi della regione. L’attuale congiuntura geopolitica in Europa e nel mondo è abbastanza favorevole: il Gruppo di Visegrad (formato da Repubblica Ceca, Ungheria, Polonia e Slovacchia) e “L’iniziativa dei tre mari” (forum attivo dal 2016 che comprende Austria, Bulgaria, Croazia, Cechia, Estonia, Ungheria, Lettonia, Lituania, Polonia, Romania, Slovacchia, e Slovenia) sono supportati dagli Stati Uniti in chiara chiave antirussa e potrebbero costituire una base per il futuro blocco militare e geopolitico di Intermarium. Negli obiettivi più ambiziosi dei suoi teorici diventerebbe un asse dell’integrazione europea alternativa (una piattaforma per Paneuropa) possibilmente in grado di portare a una nuova Europa nel suo complesso e non solo nella sua parte orientale. All’inizio di aprile 2022 si è svolto il VII Congresso europeo dei governi locali, a Mikolajki, città a nord-est della Polonia, a pochi chilometri dal confine con l’enclave russa di Kaliningrad. Durante il panel chiamato “L’Europa in cerca di leadership”, tutti i partecipanti hanno ripetuto la necessità di una unione polacco-ucraina. Sul sito si legge che tutti i politici intervenuti hanno fatto notare che tale unione si stia già formando in maniera informale, con circa 3,5-4 milioni di profughi ucraini arrivati su suolo polacco.

Importante sapere anche che Azov è stato definito come Stato nello Stato, grazie alla sua fitta rete di legami interni ed esterni al Paese ed alla presenza di propri uomini nei gangli decisivi degli apparati di potere, oltre ad essere da tempo divenuta una forza regolare per volontà dell’ormai ex Ministro dell’Interno, Arsen Avakov, sostenitore di Azov ancor prima della sua ribalta. Infatti, sebbene la base del battaglione sia considerata Mariupol, situata sul Mar d’Azov (da cui il nome del gruppo), il suo nucleo principale proviene dalla città di Kharkiv, nell’Ucraina orientale, quando il gruppo neonazista si chiamava Patriot of Ukraine, proprio negli anni in cui Arsen Avakov era governatore dell’Oblast di Kharkiv.

Il neonazismo Nordamericano

Nel gennaio dello scorso anno, in occasione del memoriale del 76° anniversario della liberazione del campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau, Antonio Guterres, Segretario Generale delle Nazioni Unite, presso Park East Synagogue e all’International Holocaust Remembrance Service delle Nazioni Unite, a New York, ha affermato che occorre un’alleanza globale contro la rinascita e la crescita di gruppi neonazisti. «In Europa, negli Stati Uniti e altrove, i suprematisti bianchi si stanno organizzando e reclutando oltre i confini, ostentando i simboli e i tropi dei nazisti e le loro ambizioni omicide. Tragicamente, dopo decenni nell’ombra, i neonazisti e le loro idee stanno guadagnando credito», ebbe a dire Guterres.

Nel febbraio 2020, in occasione del 70° anniversario della Lega dei canadesi ucraini (LUC) e del suo giornale, Homin Ukrainy, nonché il 65° anniversario della Lega delle donne ucraine canadesi (LUCW), Stephen Harper, personaggio di spicco del Partito Conservatore canadese, Primo Ministro del Canada dal 2006 al 2015, nonché Presidente in carica dell’Unione Democratica Internazionale, si è rivolto al pubblico con il saluto “Slava Ukraini!” (“Gloria all’Ucraina!”), il quale ha risposto con “Heroyam Slava!” (“Gloria agli eroi”). Questo era il saluto ai tempi dell’Organizzazione dei Nazionalisti Ucraini (OUN) – poi OUN-B dopo la scissione – e di Stepan Bandera, noto leader politico collaborazionista dei nazisti che giurò fedeltà ad Hitler, oggi osannato dai vari gruppi nazionalisti ucraini. Il gruppo che ha ospitato Harper è parte della rete di ONG ucraine di estrazione neonazista che operano in vari paesi del mondo. Il suo organismo di coordinamento globale si chiama Consiglio internazionale a sostegno dell’Ucraina (ICSU) che a sua volta guarda all’Organizzazione dei Nazionalisti Ucraini, prima OUN e poi all’OUN-B di Bandera (la cui famiglia si è rifugiata in Canada dopo l’uccisione di Bandera nel 1959, in Germania, ad opera dei servizi segreti sovietici). L’ICSU e il Congresso mondiale ucraino hanno sede a Toronto.

Tra la fine del 2019 e l’inizio del 2020, elementi del partito conservatore avrebbero collaborato con i gruppi sopramenzionati al fine di sabotare l’azione di Zelensky che mirava ad interrompere le ostilità nel Donbass. Infatti, in quel periodo, Zelensky fece visita al presidente canadese Trudeau e, subito dopo, come da noi già riportato, il Presidente ucraino compì un viaggio nella cittadina di Zolote, nell’Est dell’Ucraina, con l’intento di porre fine alle ostilità chiedendo al battaglione di deporre le armi e il cui risultato portò alla sua stessa capitolazione di fronte al potere accumulato dai gruppi neonazisti ucraini, ormai presenti nei maggiori gangli statali e con appoggio internazionale.

Recentemente, Efraim Zuroff del Simon Wiesenthal Center (centro per la memoria dell’Olocausto, ong accreditata presso l’ONU) ha attaccato il governo canadese durante un’intervista allo Ottawa Citizen, dicendo che il Canada non è riuscito a monitorare adeguatamente il proprio programma di addestramento militare: «Il governo canadese non ha avuto la sua dovuta diligenza [..] È responsabilità del ministero della Difesa canadese sapere esattamente chi stanno addestrando». Il riferimento è all’addestramento fornito nel 2020 dalle forze canadesi ad un gruppo del battaglione Azov. Zuroff ha poi aggiunto: «Non c’è dubbio che ci siano neonazisti in diverse forme in Ucraina, sia che si tratti del reggimento Azov o di altre organizzazioni. Non è propaganda russa, tutt’altro. Queste persone sono neonaziste. C’è un elemento di estrema destra in Ucraina ed è assurdo ignorarlo».

Un’investigazione dell’FBI del 2017, portata avanti dell’agente speciale Scott Bierwirth, ha causato, nell’ottobre dell’anno seguente, l’arresto di quattro persone legate al Rise Above Movement (RAM), una rete di estremisti che collega attivisti di vari gruppi statunitensi, avente sede nel Sud della California, tra San Diego e Orange County. A finire in manette, con l’accusa di rivolta e cospirazione, sono stati Robert Rundo, Robert Boman, Tayler Laube e Aaron Eason. Nell’indagine dell’FBI, tra le varie accuse di violenza e terrorismo, si porta ad evidenza del fatto che Rundo, insieme a Michael Miselis e Benjamin Daley – altri membri di RAM, abbia fatto visita a gruppi nazionalisti in Italia e in Germania, dopo che si era recato in Ucraina per incontrare Olena Semenyaka, la Segretario Internazionale del Corpo Nazionale di Azov. Circa l’incontro avvenuto con i tre statunitensi, Semenyaka ha detto: «Sono venuti per imparare le nostre vie, mostrando interesse nell’imparare come creare forze giovanili nel modo in cui ha fatto Azov». Durante la visita, i tre statunitensi hanno partecipato ad un concerto della band metal neonazista Sokyra Peruna, facendo ampio sfoggio di saluti romani. Urge qui ricordare, come da noi già affrontato, proprio nel periodo del viaggio di Zelensky a Zolote, il Primo Ministro ucraino, Oleksiy Honcharuk, e il ministro per i Territori Temporaneamente Occupati (ovvero al Donbass e all Crimea), Oksana Koliada, presenziavano ad un evento di beneficenza di un movimento neonazista chiamato C14 (o S14) e capitanato da Yehven Karas, con la partecipazione della sopracitata band Sokyra Peruna. Nel repertorio di questo gruppo musicale neonazista si trovano canzoni che negano l’olocauso come “Six Million Words of Lies” (“Sei milioni di parole di bugie”).

concerto della band Sokyra Peruna

Gli ospiti statunitensi di RAM si sono uniti ai membri di Azov nella famosa palestra all’aperto di Piazza dell’Indipendenza di Kiev, Kachalka, per una sessione di allenamento e per promuovere la linea di abbigliamento creata da Rundo, The Right Brand, prima di combattere in incontri di MMA presso il Reconquista Club di Kiev. Nell’occasione, Semenyaka ha detto che Azov spera di conquistare forze politiche occidentali di estrema destra più grandi e più «mainstream» che «possano essere i nostri potenziali simpatizzanti».

Quello con RAM non è il solo collegamento tra Azov e gli Stati Uniti. Il giovanissimo Andrew Oneschuk ha infatti preso i contatti con Azov nel 2016 quando è comparso in un podcast del canale gestito dal gruppo neonazista ucraino, A-Radio. Oneschuk faceva parte del gruppo denominato Atomwaffen Division (AWD), una rete internazionale nata negli Stati Uniti e che avrebbe adesso anche sedi estere: Columbia Britannica (Canada), Tampere (Finlandia) e Savona (Italia). La Atomwaffen Division, fondata da Brandon Russell, opera principalmente, oltre che negli USA, Canada, Italia e Finlandia, anche nel Regno Unito, Irlanda, Polonia, Estonia, Lituania e Lettonia. Oneschuk si diceva pronto per partire per l’Ucraina ed unirsi ad Azov, prima di essere ucciso a Tampa (USA), nel 2017, insieme ad un altro membro di AWD, Jeremy Himmelman, da parte di uno stesso appartenente del gruppo, Devon Arthurs, coinquilino di Oneschuk. Nella casa condivisa dai due, la polizia ha rinvenuto diverso materiale esplosivo, tutto il necessario per la fabbricazione di ordigni e varie armi da fuoco. Nel gennaio di quest’anno, Kaleb Cole, personaggio di spicco della Atomwaffen Division è stato condannato ad otto anni di carcere per aver progettato e praticato un piano volto ad attaccare giornalisti e avvocati in territorio statunitense.

Vi è poi il caso di Craig Lang e Jarrett William Smith. Il primo, ex soldato e poi mercenario in vari conflitti tra Africa e Sud America, nel 2015 si è recato in Ucraina e si è unito alla Legione Georgiana – accusata di aver utilizzato i suoi cecchini per sparare sia sulla folla di civili che sui poliziotti durante la rivolta Euromaidan nel 2014, col fine di esacerbare lo scontro e portarlo sulla via di non ritorno. Lang è accusato negli USA, insieme a Smith, di duplice omicidio in Florida, avvenuto nel 2018 in un suo viaggio di riposo dall’Ucraina. Oltre al duplice omicidio, Lang è stato accusato di frode sui passaporti e nominato nei documenti del tribunale federale come mentore dello stesso Smith, arrestato per complicità nel tentativo di organizzare un attacco terroristico alle maggiori testate giornalistiche statunitensi. Smith, anch’egli ex soldato, avrebbe infatti fornito le istruzioni per fabbricare bombe ad un non meglio identificato gruppo di estrema destra che stava pianificando attacchi su tutto il territorio nazionale. Inoltre, nel 2019, secondo una dichiarazione giurata dell’agente speciale dell’FBI, Brandon LaMar, vi sarebbe stata l’intenzione di assassinare il candidato presidenziale democratico, e nativo di El Paso, Beto O’Rourke. In un’ intercettazione, Smith avrebbe affermato: «Non conosco abbastanza persone che sarebbero abbastanza rilevanti da causare un cambiamento se morissero». Lang è sempre in Ucraina e la sua richiesta di estradizione sembra essere ignorata dalle autorità ucraine e potrebbe addirittura tornare in libertà, come emerso nel marzo di questo anno. Smith, che si è poi dichiarato colpevole, nel 2020 è stato condannato a due anni e mezzo da scontare in un carcere federale.

I legami di Azov in Europa

Nel 2018, sulla statunitense Radio Wehrwolf, condotta da Black Luccasson, il quale nel 2017 scrisse sul proprio profilo twitter “Hail Azov hail Ukraine hail europeans”, comparve Joachim Furholm, cittadino norvegese che si autodefinisce “rivoluzionario nazionasocialista”, il quale incoraggiò gli statunitensi ad unirsi al battaglione Azov in Ucraina. Un’intervista è stata fatta da Azov a Furholm, in tenuta mimetica, nell’ottobre dello stesso anno, in concomitanza con la Seconda Conferenza Paeuropea che si è tenuta a Kiev (di cui abbiamo precedentemente parlato), in cui spiega di essere andato in Ucraina per guidare un gruppo di occidentali al fine di acquisire esperienza militare utile ai vari movimenti nei rispettivi paesi. Rivolgendosi al pubblico statunitense, Furholm spiega che l’Ucraina è un’occasione imperdibile per la causa dell’estrema destra dicendo che vi «sono le condizioni perfette».

Le attività di Furholm, nella misura in cui sono state aiutate dall’ala politica di Azov, avevano lo scopo di andare oltre la semplice sensibilizzazione online e i discorsi pubblici. Il Corpo Nazionale di Azov gli ha fornito alloggi e strutture di addestramento per i volontari stranieri che riusciva a reclutare per l’arruolamento in Ucraina. Le strutture sono state mostrate in un documentario del regista britannico Emile Ghessen, “Robin Hood Complex Ukraine – Europe’s Forgotten War”, creato dopo aver trascorso alcuni mesi in Ucraina a filmare volontari stranieri presenti nel Paese, tra cui Furholm. Il norvegese ha detto al regista: «Questo è il motivo per cui siamo stati presi in prestito dalle persone con cui stiamo lavorando. Questa è una struttura di addestramento e una struttura abitativa per le persone che vengono qui a combattere per l’Ucraina». Furholm ha poi aggiunto che una volta che avrà finito con ciò che ci si aspettava da lui, procederà all’azione rivolta all’Occidente, compresi gli attacchi al governo della Norvegia: «Prenderei di mira il governo con tutto ciò che è necessario; ogni mezzo necessario». Nel novembre del 2018 Furholm ha lasciato l’Ucraina. Sebbene non si sappia con certezza la motivazione, probabilmente la decisione è arrivata dopo un’azione del ministero degli Esteri ucraino, interceduto per pressione operata da funzionari norvegesi che non avrebbero gradito la troppa notorietà acquisita dallo stesso Furholm.

Un altro legame della galassia di gruppi eversivi neonazisti con l’Internazionale Nera promossa da Azov, si ha con il Nordic Resistance Movement (NMR). Il gruppo è stato fondato in Svezia nel 1997 e si è poi espanso in Norvegia, Danimarca, Islanda e Finlandia. Quest’ultima, nel 2019, ha messo il gruppo fuori legge e lo ha dichiarato come entità terroristica, invitando gli altri stati a fare la stessa cosa. NMR ha più volte mostrato apertamente il proprio sostegno alla battaglia di Azov e alla sua visione di “rivoluzione conservatrice mondiale” interagendo spesso con i membri di Azov, promuovendone anche la simbologia. Nel 2018, il Nordic Resistance Movement intervistò la Segretario Internazionale del Corpo Nazionale di Azov, la già citata Olena Semenyaka, alla quale si chiedeva, oltre all’illustrazione della situazione politica ucraina e internazionale di Azov, come potessero arruolarsi gli stranieri simpatizzanti con la causa.

­­­­­­­­La connessione israeliana

Nel 2018, un gruppo di oltre 40 attivisti per i diritti umani ha presentato una petizione all’Alta Corte di Giustizia israeliana, chiedendo la cessazione delle esportazioni di armi da Israele verso l’Ucraina. Essi hanno sostenuto che queste armi finissero nelle mani di forze che sposano apertamente un’ideologia neonazista, come Azov, i cui membri fanno parte delle forze armate regolari ucraine, sostenuti dal Ministero degli Affari Interni del Paese, Avakov. Come riportato anche dal Jerusalem Post, Efraim Zuroff, capo dell’ufficio di Gerusalemme del Simon Wiesenthal Center, in occasione della nomina di Vadym Troyan a capo della polizia per la regione di Kiev – poi divenuto vice capo della polizia nazionale – ad opera di Avakov, ebbe ad affermare: «Se stanno nominando persone come questa a posizioni di tale importanza e potere è un segnale molto pericoloso per la comunità ebraica dell’Ucraina».

Vadym Troyan

Occorre anche ricordare il pieno sostegno di Benjamin Netanyahu, potentissimo ex Primo Ministro di Israele, nei riguardi del blocco di Visegrad, che Azov vede come primo mattoncino della Terza Via per la Reconquista Pan-europea.

Uno dei maggiori finanziatori dei gruppi neonazisti ucraini, nonché colui che ha portato alla ribalta l’attuale Presidente dell’Ucraina Zelensky, è stato il miliardario Ihor Kolomoyskyi, proprietario di un impero che lo mette in cima alla classifica dei paperoni del Paese guidato, almeno formalmente, da Zelensky. Sembrerebbe strano, eppure, Kolomoyskyi, che è ebreo e con cittadinanza israeliana e cipriota oltre che ucraina, ha speso milioni di dollari per finanziare milizie neonaziste come Azov, Donbas e Aidar, nonché Dnepr 1 e Dnepr 2, i battaglioni dell’oblast di cui Kolomoyskyi è stato Governatore, Dnipropetrovsk. Egli è stato uno dei maggiori finanziatori di queste milizie paramilitari, con organizzazioni politiche annesse, che nel corso del tempo, come da noi già spiegato, hanno acquisito un enorme potere in Ucraina, al di sopra dello stesso Zelensky. E mentre Kolomoyskyi è accusato di aver fatto sparire 5,5 miliardi di dollari da PrivatBank verso società cipriote offshore, Zelensky, al contrario di quanto sbandierato durante la campagna elettorale circa la corruzione nel Paese, spostava milioni di dollari in conti offshore con sede nelle Isole Vergini britanniche, a Cipro e in Belize, in compagnia di altri della sua cerchia politica.

Kolomoyskyi non è l’unico ebreo che ha sposato la causa di gruppi apertamente di matrice nazista. Konstantyn Batozsky, ex consigliere del Governatore di Donetsk, Serhiy Taruta, è stato consulente del Battaglione Azov tra il 2014 e il 2015. In merito al lavoro svolto assieme ai membri di Azov, Batozsky ha detto: «Erano teppisti del calcio e volevano attenzione, quindi sì, sono rimasto scioccato quando ho visto ragazzi con tatuaggi con la svastica ma ho parlato con loro tutto il tempo del mio essere ebreo e non avevano nulla di negativo da dire. Non hanno un’ideologia antiebraica». Daniel Kovzhun, ebreo di Kiev, gestiva la logistica durante la guerra condotta dall’Ucraina contro i suoi stessi cittadini del Donbass, per conto di unità paramilitari neonaziste, ha affermato: «C’erano ebrei ortodossi ad Azov. Lo so perché ero lì sulle linee di battaglia. A nessuno importava chi fosse ebreo, ci importava di tenere insieme il nostro paese». Come Batozsky, Kovzhun ha vissuto e studiato in Israele prima di tornare a Kiev e unirsi al nuovo esercito civile della capitale, le Forze di Difesa Territoriale – una milizia di volontari che ha attirato combattenti ebrei da tutto il Paese e anche dall’estero.

Vi è poi il caso dei Cento Ebrei, gruppo di soli ebrei che hanno combattuto, fin da Euromaidan, al fianco dei battaglioni neonazisti, creando dei simboli propri, come la bandiera rossa e nera di Pravyï Sektor (Settore Destro) con la stella di David sopra. Nathan Khazin, ufficiale dei Cento Ebrei, ha spiegato: «Abbiamo lavorato nell’intelligence, abbiamo lavorato insieme a ragazzi del Settore Destro, Maidan Self-Defense». Khazin ha poi aggiunto: «Quattro ragazzi dei Cento Ebrei sono andati con me a est per difendere l’Ucraina, era nell’aprile 2014. Noto che il nostro gruppo appartiene a coloro che hanno formato il reggimento Azov, ma in seguito lo abbiamo lasciato e abbiamo cercato di trasferirci dalla Guardia Nazionale alle Forze Armate dell’Ucraina». Khazin è un veterano delle Forze di Difesa Israeliane che ha servito e combattuto nella Striscia di Gaza. Il giornale ebraico The Forward ha intervistato Khazin facendone la seguente presentazione: “Il Khazin che indossa lo yarmulke, un veterano delle Forze di Difesa Israeliane e un rabbino ordinato, è rappresentativo di molti giovani ebrei ucraini che sono sionisti, religiosamente osservanti e allo stesso tempo forti patrioti ucraini. Alcuni di loro si riferiscono a sé stessi umoristicamente come Zhido-Banderisti – una fusione del termine peggiorativo per “ebreo” con il nome Stepan Bandera, leader dell’Organizzazione dei nazionalisti ucraini, che ha combattuto per l’indipendenza ucraina durante la seconda guerra mondiale. Le forze dell’organizzazione hanno anche partecipato al massacro degli ebrei, quindi il termine Zhido-Banderist è consapevolmente ironico”.

La bandiera dei Cento Ebrei, miliziani ebraici di Pravyï Sektor (Settore Destro), con la stella di David sopra alla bandiera della milizia neonazista ucraina

Grigory Pivovarov è invece un cittadino israeliano che ha servito nel 24° battaglione d’assalto separato “Aidar” (dal nome del battaglione neonazista prima che fosse assorbito nell’esercito regolare), nel 2018 affermava: «Vedo parallelismi tra gli eventi nel Donbass e l’attuale lotta degli ucraini contro l’aggressione esterna e ciò che è accaduto sul territorio del moderno Israele nel periodo iniziale dell’esistenza di questo stato. Ora si ritiene che l’esercito israeliano sia uno dei migliori al mondo, che gli israeliani abbiano imparato ad essere pronti per la guerra e contemporaneamente a sviluppare la statualità».

Sono poi varie le organizzazioni di estrema destra israeliane, macchiate di feroci violenze nei riguardi dei palestinesi e sostenitrici della legge dello Stato-Nazione, emanata nel 2018, la quale ha dichiarato ufficialmente lo Stato d’Israele come Stato ebraico, istituzionalizzando la discriminazione, che sostengono i gruppi nazionalisti ucraini ed europei, oltreché statunitensi. Il sentimento è certamente ricambiato; un esempio ne è quello del leader suprematista bianco Richard Spencer, aperto sostenitore di Israele.

L’estremismo brasiliano

All’inizio di marzo di quest’anno, un gruppo di volontari brasiliani è arrivato in Ucraina per arruolarsi nella Legione Internazionale Ucraina. Il 13 marzo, molti di loro hanno perso la vita nell’attacco compiuto dalla Russia sulla base ucraina vicina a Leopoli e al confine polacco, l’International Center for Peacekeeping and Security, ove, almeno dal 2015, si sono svolti gli addestramenti e le esercitazioni militari sotto il controllo della NATO. Al momento dell’attacco, nella base venivano fatti confluire tutti coloro che si arruolavano da Paesi stranieri. Tiago Rossi, istruttore di poligono di tiro e fanatico di Bolsonaro, ha twittato un video in cui afferma: «Tutta la nostra legione è stata distrutta, l’informazione che ho è che sono tutti morti».

Secondo il rapporto di Adriana Dias, ricercatrice dell’Università di Campinas, con più di 530 cellule attive, il Brasile è il Paese in cui l’estremismo di destra è avanzato maggiormente negli ultimi anni: San Paolo è lo stato con la maggiore presenza di questi gruppi, se be contano 51 sul totale di 137 mappato in tutta la nazione. Secondo Michel Gherman, membro dell’Observatório da Extrema Direita (formato da accademici di più di dieci università brasiliane e di altri paesi), professore di Sociologia all’Università Federale di Rio de Janeiro e coordinatore dell’Istituto Brasile-Israele, questo fenomeno ha a che fare con l’elezione di Jair Bolsonaro che, a livello clandestino, è legato a queste ideologie. Gherman stima che il 15% dei brasiliani sia oggi di estrema destra. Va ricordato che Bolsonaro ha iniziato la sua carriera come capitano dell’esercito durante la dittatura militare fascista (1964-1984), che ha impiegato tattiche della Gestapo come squadroni della morte e torture contro leader sindacali, intellettuali e comunisti.

Nel 2016, la polizia civile nello stato meridionale del Rio Grande do Sul, sede di diverse ondate di immigrazione tedesca e italiana e di una lunga tradizione fascista, ha condotto un’indagine contro gruppi neonazisti che stavano pianificando attacchi violenti contro afro-brasiliani, ebrei e LGBT+ e ha scoperto che la milizia neonazista ucraina Divisione Misantropica stava reclutando nazisti brasiliani in sette città dello stato per servire come combattenti volontari con Azov nella Regione del Donbass. L’indagine, che è stata soprannominata “Operazione Azov”, ha ricevuto all’epoca ampia copertura dalla stampa brasiliana e israeliana.

I neonazisti ucraini e le proteste di Hong Kong

Un gruppo di neonazisti ucraini, nel 2019, ha partecipato alle violente proteste di Hong Kong contro il centralismo cinese, rivendicando l’indipendenza dell’isola. Nel dicembre 2019, Serhii Filimonov ha postato su Facebook alcune sue foto che lo ritraggono all’interno delle proteste, sotto lo slogan “Fight for Freedom, Stand with Hong Kong”. Tale slogan è la fabbricazione di una ONG, Stand With Hong Kong (SWHK), i cui membri “rappresentano la voce degli hongkonghesi che operano nel Regno Unito, negli Stati Uniti e nell’Unione europea”.

Il gruppo ucraino Gonor alle proteste di Hong Kong

Tale organizzazione ha compiuto azione di pressione politica sui governi occidentali al fine di sostenere la protesta anticinese e di imporre sanzioni economiche nei confronti della Cina. Il Free Hong Kong Center (FHKC), dopo numerose richieste di chiarimento, ha dovuto ammettere la presenza dei nazionalisti ucraini, presentati come gruppo Gonor, salvo emettere una nota finale ove si dice che le posizioni di Gonor non sono quelle di FHKC. Nel comunicato in questione si palesa, quantomeno, la loro passata storia all’interno di Azov ma si spiega che non ne farebbero più parte. All’interno del comunicato giustificazionista si può leggere: “Ci hanno assicurato che sono davvero contro il nazismo e ogni tipo di ideologia alt-right. Le loro opinioni sono nazionaliste, ma non significa qualcosa di male. Molte persone sono rimaste deluse dai tatuaggi di questi ragazzi. Hanno spiegato che tutti i simboli provengono dal paganesimo slavo, tradizionalmente usato ai tempi della Rus’ di Kiev. La religione potrebbe essere paragonabile allo shintoismo giapponese. Attualmente, rappresentano il gruppo sportivo-sociale “Gonor” e sono grandi appassionati di calcio”.

Molti di questi personaggi appartenenti a Gonor, come anche di altri gruppi neonazisti ucraini, tra i vari tatuaggi di svastiche e simboli nazisti vari, spesso hanno la scritta tatuata “Victory or Valhalla”, titolo di una raccolta di scritti del famoso suprematista bianco americano David Lane, il cui gruppo terroristico, The Order, nel 1984 si è reso responsabile dell’assassinio del conduttore radiofonico ebreo, Alan Berg, oltre la pianificazione di altri omicidi di ebrei di sinistra. Lane, che per numerosi crimini è stato condannato a 190 anni di carcere in una prigione federale degli Stati Uniti, ha creato il più famoso slogan suprematista bianco, noto come le 14 parole – che ha ispirato il nome del già citato gruppo neonazista ucraino C14 – il quale recita: “We must secure the existence of our people and a future for white children” (“Dobbiamo garantire l’esistenza della nostra gente e un futuro per i bambini bianchi“). Serhii Filimonov è uno di coloro che hanno tatuato sul proprio corpo il titolo della raccolta di scritti di Lane.

Filomonov con tatuaggio “Victory or Valhalla”

Il Free Hong Kong Center è un progetto di una ONG che si chiama Lega Liberal Democratica dell’Ucraina. La Lega Liberal Democratica dell’Ucraina è un’organizzazione di advocacy pro Unione Europea, parte della Gioventù liberale europea e della Federazione Internazionale della Gioventù Liberale, entrambi finanziati dall’UE. Il principale coordinatore del Free Hong Kong Center è un attivista ucraino di nome Arthur Kharytonov, che è anche il Presidente della Lega Liberal Democratica dell’Ucraina. Kharytonov è stato profondamente coinvolto nelle proteste di Euromaidan in Ucraina e spesso ha paragonato quanto avvenuto ad Hong Kong con quanto era accaduto in Ucraina, affermando la necessità di un legame profondo tra i gruppi coinvolti nelle due diverse zone geografiche. “Gloria a Hong Kong”, mutuando lo slogan “Gloria all’Ucraina”, divenne “l’inno nazionale” dei manifestanti anti-cinesi.

Conclusione

Non vi può essere una vera e propria conclusione per un tema vasto e ancora da approfondire, il quale risulta essere di fondamentale importanza per leggere il presente, e le piste future, dell’Ucraina e non solo. Certamente sono molte le domande che sorgono. Quali saranno infatti le conseguenze di questa Internazionale Nera? Se il conflitto non dovesse andare come auspicato da questi gruppi estremisti, cosa decideranno di fare? Cosa avverrà se migliaia di miliziani nazifascisti dovessero migrare in altri Paesi, nel caso il conflitto fosse perso? Vorranno forse esportare la guerra – a bassa intensità, di tipo terroristico? Inoltre, moltissimi sono i volontari non ucraini arruolati sul fronte e, come abbiamo visto, alcuni hanno anche palesato la volontà di apprendere e fare esperienza di azioni di battaglia e di operazioni di intelligence, sabotaggio, propaganda e proselitismo (e tanto altro) da portare a casa una volta rientrati dalla guerra. Inoltre, dobbiamo porci delle domande anche riguardo alle armi fornite dai Paesi occidentali di cui non si può avere il tracciamento e che possono essere cedute a terze parti proprio da gruppi come Azov, ormai parte importante dello Stato ucraino. Occorre infatti ricordare che tali gruppi nazifascisti hanno più volte palesato l’idea di Terza Via, ovvero il rifiuto ideologico legato al blocco russo-cinese come anche del globalismo Occidentale dominato dagli USA e sostenuto dalla NATO. Quindi, a prescindere da come si concluderà il conflitto, sia che l’Ucraina (e la NATO) vinca o perda, l’Internazionale Nera vorrà rivoltarsi contro i suoi stessi sostenitori attuali, forti dei soldi e delle conoscenze sfruttate nel momentaneo sodalizio, affinché possa realizzarsi la propugnata Terza Via?

Quello che è certo è che questi gruppi in Ucraina stanno ricevendo direttamente armi ad alta tecnologia dagli stati occidentali, e molti di essi sono stati formati – sempre dai paesi della NATO – a saperle utilizzare. Nonostante dall’inizio della guerra in Ucraina vi sia l’evidente disegno mediatico di negare l’ideologia di questi gruppi, facendoli passare come semplici patrioti che combattono per la libertà dell’Ucraina, quanto abbiamo documentato non lascia spazio a dubbi: Azov, Pravyï Sektor e altri gruppi paramilitari ucraini sono apertamente neonazisti e l’Ucraina è divenuta il centro teorico e militare di una Internazionale Nera che sogna di imporre il proprio disegno di “rivoluzione conservatrice”. Bene ribadire anche che questi gruppi sono stati inquadrati dal governo Ucraino all’interno dell’esercito regolare, un fatto che rende automatico, e noto anche ai paesi occidentali, che gli armamenti forniti a Kiev finiscano anche nelle loro mani.

[di Michele Manfrin]

Nepal, ritrovati i resti dell’areo scomparso

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Le autorità nepalesi hanno riferito di aver ritrovato i resti dell’aereo scomparso dai radar ieri mattina, poco dopo essere decollato dalla città di Pokhara per un volo di appena 20 minuti. Fino ad ora sono stati recuperati i corpi di 14 delle 22 persone presenti a bordo. A causa dei repentini cambi delle condizioni meteorologiche e dei terreni accidentati sui quali si trovano spesso le piste di decollo e atterraggio, il Nepal registra ogni anno un numero di incidenti aerei molto superiore alla media mondiale.

La protesta silenziosa di Venezia contro lo spopolamento

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In tutti i luoghi più frequentati del sestiere veneziano di Cannaregio, il più popolato della città, sono apparsi cartelli recanti un numero a cinque cifre: 49.999. Nessuna frase o rivendicazione di sorta è stata aggiunta, perché per i residenti il messaggio è chiaro: Venezia sta vivendo un progressivo spopolamento, che riguarda in particolare il proprio centro storico.

Secondo quanto riportato sul sito del Comune di Venezia, infatti, gli abitanti del centro storico erano 50.434 alla fine del 2021, ovvero meno di un terzo di quelli registrati appena 70 anni prima, nel 1951, quando in quella zona la popolazione ammontava a 174.808 individui. Secondo il sito Venessia.com, ad oggi la cifra sarebbe ulteriormente scesa a 50.134. Secondo l’analisi riportata sulle pagine social del network, basandosi sul trend medio dell’anno precedente la soglia dei 50 mila abitanti dovrebbe essere raggiunta entro il 23 luglio prossimo, data che potrebbe protrarsi sino al 12 ottobre se si considera il trend dell’ultimo mese.

Secondo quanto dichiarato dal Comune, tuttavia, i dati forniscono una percezione fuorviante della realtà: “Considerati lavoratori e studenti fuori sede (appartamenti o studentati), militari e forze dell’ordine, trasfertisti, si stima una presenza fissa dalle 8mila alle 15mila, persone in base ai diversi periodi dell’anno”. I soggetti non residenti a Venezia sfuggirebbero quindi alle cifre ufficiali quando, sempre secondo l’amministrazione, dovrebbero rientrarvi perché vivono la città tanto quanto i residenti. La proposta del sindaco Luigi Brugnaro sarebbe quindi quella di “aprire la quota dei domiciliati” per aumentare le cifre, in modo che “si tenga conto di chi Venezia la vive quotidianamente, anche se non ufficialmente residente”.

La soluzione proposta tuttavia non sembra tenere in conto problemi intrinseci della città, che riguardano piuttosto, per esempio, la difficoltà di reperire un alloggio a causa del boom di strutture turistiche a locazione breve. Il 6 marzo è infatti stata presentata una proposta di legge, proprio a partire dalla protesta dei cittadini veneziani, per salvaguardare il diritto all’abitare e riequilibrare il mercato immobiliare. L’altissimo numero di case di proprietà convertite in appartamenti solamente ricettivi rende infatti impossibile trovare alloggi a prezzi accessibili. Secondo i dati ufficiali della Regione Veneto, nella sola Venezia insulare, ovvero proprio la parte di città interessata dalla protesta per lo spopolamento, il 35% dei posti letto disponibili è riservato a locazioni turistiche (26.793 su 76.347) e gli alloggi privati costituiscono il 92% delle strutture ricettive.

[di Valeria Casolaro]

Il boom del marketing sui social spinge il consumo di latte in polvere per i bambini

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Le aziende che producono e distribuiscono il latte artificiale stanno pagando i social media e gli influencer per “ottenere l’accesso diretto alle donne incinte e alle madri in alcuni dei momenti della loro vita in cui sono più vulnerabili”: ora la denuncia, da tempo portata avanti da diverse associazioni, è stata raccolta e approfondita l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) in un nuovo rapporto incentrato sulle “strategie di marketing digitale atte a promuovere i sostituti del latte materno”. Il documento delinea le tecniche progettate per influenzare le decisioni che i genitori prendono sul modo in cui nutrire i propri figli, facendo emergere che l’industria globale del latte artificiale – del valore di circa 55 miliardi di dollari – si rivolga alle neomamme mostrando loro contenuti personalizzati sui social media, che spesso non sono riconoscibili come pubblicità. Una forma di marketing pervasivo che sta riuscendo a far aumentare gli acquisti dei sostituti del latte materno dissuadendo le madri dall’allattare esclusivamente in maniera naturale il proprio figlio, come raccomandato dalla stessa Oms. Il rapporto si conclude con l’invito rivolto ai legislatori ad intervenire regolamentando in maniera rigida la materia, così da favorire l’allattamento naturale.

Al momento, infatti, le aziende stanno riuscendo ad ottenere buoni risultati grazie all’opera di convincimento appena accennata. Nello specifico, l’Oms fa sapere che “attraverso strumenti come app, gruppi di supporto virtuale o ‘baby-club’, influencer dei social media a pagamento, promozioni e concorsi nonché forum o servizi di consulenza” le aziende riescono ad “acquistare o raccogliere informazioni personali e inviare promozioni personalizzate alle nuove donne incinte e madri”. Queste ultime, sono ampiamente influenzate da tali strategie, come dimostrano i numeri emersi dal rapporto dell’Oms. Riassumendo i risultati di una nuova ricerca che ha analizzato 4 milioni di post sui social media relativi all’alimentazione infantile e pubblicati tra gennaio e giugno 2021, dal report è infatti venuto fuori che tali post abbiano “raggiunto 2,47 miliardi di persone e generato oltre 12 milioni di Mi piace, condivisioni o commenti”. “Le aziende del latte artificiale pubblicano contenuti sui loro account sui social media circa 90 volte al giorno, raggiungendo 229 milioni di utenti”, si legge inoltre sul sito dell’Oms, la quale specifica che tali numeri “rappresentano il triplo delle persone raggiunte da post informativi sull’allattamento al seno da account non commerciali“.

Bisogna quindi assolutamente intervenire, come sottolineato anche dal dott. Francesco Branca, direttore del dipartimento dell’Oms per la nutrizione e la sicurezza alimentare. «La promozione delle formule commerciali di latte avrebbe dovuto essere interrotta decenni fa», ha infatti affermato quest’ultimo, aggiungendo che «il fatto che le aziende del latte artificiale stiano ora impiegando tecniche di marketing ancora più potenti e insidiose per aumentare le loro vendite è imperdonabile e deve essere fermato». A dirla tutta, però, l’Oms in passato non è rimasta immobile sul tema: con il “Codice internazionale per la commercializzazione dei sostituti del latte materno” – adottato dall’Assemblea mondiale della sanità nel 1981 e sottoscritto dagli Stati Membri dell’Oms – è stato specificato che non ci dovrebbe essere alcuna “pubblicità o altra forma di promozione dei sostituti del latte materno nei confronti del pubblico in generale”. Si tratta però di un Codice adottato quando ancora non esistevano i social media, motivo per cui “non affronta direttamente molte delle strategie specifiche utilizzate nel marketing digitale”. Di conseguenza, seppur le tecniche di marketing che le aziende stanno adottando siano concettualmente in violazione con quanto previsto dal Codice, formalmente la pubblicità veicolata via social non è impedita dallo stesso, motivo per cui l’Oms sottolinea che “sono necessari nuovi approcci alla regolamentazione e all’applicazione del Codice”.

Il contrasto del fenomeno, stando ai fatti, necessita inoltre di essere attuato il prima possibile. “Nonostante la chiara evidenza che l’allattamento al seno esclusivo e continuato sia un elemento chiave per migliorare la salute dei bambini, delle donne e delle comunità per tutta la vita, sono troppo pochi i bambini allattati al seno come raccomandato“, afferma infatti l’Oms, precisando che “se le attuali strategie di marketing del latte artificiale dovessero proseguire, tale percentuale potrebbe diminuire ulteriormente, facendo aumentare i profitti delle aziende”. Nel frattempo, però, l’Oms sta chiedendo – tramite un appello sottoscrivibile sul suo sito – ai produttori ed ai distributori di latte artificiale di non sfruttare più il marketing in questione, mentre ai governi nazionali di emanare e far rispettare leggi con cui porre fine alle pubblicità o ad altre promozioni di prodotti a base di latte artificiale.

[di Raffaele De Luca]

Scuola, oggi sciopero nazionale di personale e insegnanti

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Previsto per oggi lo sciopero nazionale del personale scolastico, per il quale scenderanno in piazza Cgil, Cisl, Uil, Snals, Gilda e Anief. È stata organizzata una grande manifestazione a Roma, dove un centinaio di pullman da tutta Italia dovrebbero ritrovarsi in piazza Santi Apostoli per il corteo delle 10. Si protesterà contro “un governo distratto e concentrato solo sugli interessi di pochi” dichiara Pino Turi, segretario generale di Uil scuola. Ad essere contestato il decreto 36, in discussione in Senato, dedicato alla formazione dei docenti e al nuovo sistema di assunzioni che vuole sostituire le sanatorie di questi anni.