giovedì 26 Marzo 2026
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Mosca amplia gli obiettivi militari mentre Kiev prosegue la controffensiva

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Il ministro degli esteri russo, Sergej Lavrov, ieri in un’intervista ai media russi RT e Ria Novosti, ha dichiarato che gli obiettivi dell’operazione militare in Ucraina sono cambiati, estendendosi oltre il Donbass per questioni di sicurezza. Il continuo rifornimento di armi occidentali a lungo raggio all’esercito di Kiev – secondo Lavrov – renderebbe necessario creare un cordone di sicurezza che si spinga più in profondità nei territori ucraini per prevenire gli attacchi. «Quando c’è stata la riunione dei negoziatori a Istanbul, c’era una geografia e la nostra disponibilità ad accettare la proposta ucraina si basava sulla geografia della fine di marzo. Oggi, la geografia è diversa» ha affermato Lavrov. Ha spiegato, dunque, che la Russia potrebbe aver bisogno di spingersi ancora più in profondità se i Paesi occidentali per «rabbia impotente» o desiderio di aggravare ulteriormente la situazione continuassero ad inviare armi all’Ucraina, come i sistemi missilistici di artiglieria ad alta mobilità (HIMARS) di fabbricazione statunitense. Il ministro ha annunciato che la cosiddetta “operazione militare speciale” si spingerà fino alle «regioni di Kherson e Zaporizhzhia e una serie di altri territori».

Secondo il Ministro russo, al momento i colloqui con l’Ucraina non hanno senso, in quanto i governi occidentali fomentano la guerra piuttosto che promuovere le trattative, spingendo Kiev a combattere. L’obiettivo degli Stati Uniti e della Gran Bretagna, infatti, secondo Lavrov è quello di spingere la Russia contro l’Europa. Dopo di che ha anche sollevato l’annosa questione dell’ingerenza di Paesi stranieri nel conflitto, facendo riferimento alla presenza di personale militare straniero nelle truppe ucraine. Non è un mistero, del resto, che i Paesi NATO addestrino e finanzino  l’esercito di Kiev sin dal 2014. Lavrov ha quindi osservato che «Il fatto che loro [gli ucraini] siano letteralmente trattenuti da qualsiasi passo costruttivo, vengano letteralmente riempiti di armi e costretti a usarle in modo sempre più rischioso, con la supervisione di istruttori e specialisti stranieri che si occupano di questi sistemi – HIMARS e altri -, praticamente non è più un segreto».

Dal canto suo, il ministro degli esteri ucraino, Dmytro Kuleba, ha capovolto la situazione, asserendo che «confessando i sogni per accaparrarsi più terra ucraina, il ministro degli Esteri russo dimostra che la Russia rifiuta la diplomazia e si concentra sulla guerra e sul terrore. I russi vogliono il sangue, non i colloqui».

Nel frattempo, le forze di Kiev proseguono nel loro tentativo di controffensiva per recuperare i territori ormai in mano russa: la notte scorsa, infatti, hanno bombardato la regione di Kherson nel sud dell’Ucraina, sparando 12 razzi dal sistema di lancio multiplo HIMARS in due raffiche, verso il ponte Antonovsky. Secondo quanto riferito dal vicecapo dell’amministrazione militare di Kherson, Kirill Stremousov, gli attacchi sarebbero stati respinti dall’esercito di Mosca «abbattendo tutti i proiettili, senza alcun danno collaterale». Stremousov ha quindi spiegato che le forze armate ucraine stanno attaccando il ponte Antonovsky e la diga di Novaya Kakhovka per interrompere i collegamenti di trasporto tra la sponda destra e sinistra del fiume Dnepr.

La città di Novaya Kakhovka è quella che è stata maggiormente colpita dagli attacchi con il sistema HIMARS: sono stati distrutti magazzini, edifici residenziali, un mercato ed è stato danneggiato un ospedale. Si registrano, inoltre, diverse persone rimaste uccise e ferite. Da parte sua, Mosca ha avvertito gli stati stranieri che qualsiasi spedizione di armi in Ucraina diventa un obiettivo legittimo per i militari.

Proprio l’uso di armi straniere a lunga gittata ha indotto Mosca ad ampliare i suoi obiettivi strategici dal punto di vista geografico, facendo emergere come la consegna di armi sempre più potenti a Kiev da parte dei paesi occidentali per ora non stia sortendo altro effetto che prolungare il conflitto. Una prospettiva, d’altra parte, che secondo diversi osservatori sarebbe al momento il principale obiettivo dell’amministrazione americana. In merito, il ministro Lavrov ha dichiarato che americani e britannici, con il supporto di tedeschi, polacchi e Paesi baltici, «vogliono trasformare questo conflitto in una vera guerra e mettere la Russia contro i paesi europei» riferendosi ad «un’iniziativa anglosassone».

Infine, i funzionari delle regioni di Kherson e Zaporizhzhia hanno annunciato che intendono indire dei referendum popolari nei prossimi mesi per stabilire l’annessione alla Russia, in quanto il Cremlino ha sempre sostenuto che spetta ai residenti decidere il loro futuro.

[di Giorgia Audiello]

Ex maggioranza lavora per chiudere il disegno di legge sulla concorrenza

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Nonostante la caduta del governo, l’ormai ex maggioranza intende chiudere comunque l’iter parlamentare del disegno di legge sulla concorrenza, una delle riforme chiave del PNRR. Su questo, secondo quanto si apprende da fonti parlamentari, è in corso in queste ore un confronto tra i gruppi che sostenevano l’esecutivo di Mario Draghi. Una delle ipotesi, su cui ci sarebbe già una intesa di massima, sarebbe quella di stralciare gli elementi ancora divisivi, in particolare le misure sui taxi.

Mario Draghi si è dimesso

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Il presidente del Consiglio Mario Draghi, con un breve discorso, ha ringraziato la Camera dei Deputati chiedendo di sospendere la seduta fino a mezzogiorno per recarsi al Quirinale e presentare le dimissioni al presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Saltate, dunque, le comunicazioni previste a Montecitorio dopo il voto di ieri al Senato sulla risoluzione Casini: Draghi chiedeva una nuova larga maggioranza, tuttavia né il M5S né il centrodestra erano disposti a «confermare lo sforzo». Nelle prossime ore, Sergio Mattarella si troverà dunque a decidere tra lo scioglimento delle Camere e annesse votazioni anticipate (da tenere probabilmente il 2 ottobre) e l’avvio delle consultazioni, affidando un nuovo mandato esplorativo, a Draghi o a un altro profilo.

«Alla luce del voto espresso ieri al Senato, chiedo di sospendere la seduta per recarmi dal presidente della Repubblica e comunicare le mie determinazioni», ha dichiarato Draghi prima di salire al Colle e presentare ufficialmente le dimissioni, accettate da Sergio Mattarella. A Montecitorio, si sono così riuniti i vari partiti in vista di mezzogiorno e delle decisioni del presidente della Repubblica, successive all’incontro con i presidenti delle Camere.

[di Salvatore Toscano]

OMS: raddoppiano casi Covid, nuova variante più contagiosa

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Secondo l’ultimo rapporto settimanale dell’Organizzazione Mondiale per la Sanità (OMS), il numero dei casi Covid è quasi raddoppiato nelle ultime 6 settimane. Dal periodo 6-12 giugno al periodo 13-19, Omicron BA.5 è passata dal 28% al 43% sorpassando Omicron 2. Secondo il direttore generale dell’OMS, Tedros Adhanom Ghebreyesus, non è escluso che la prossima variante possa essere più contagiosa dell’attuale. «Abbiamo ripetuto costantemente che questo virus continuerà ad evolversi e dobbiamo essere pronti per qualunque cosa ci getterà addosso. Potrebbe essere una nuova versione delle varianti che già conosciamo, o qualcosa di completamente nuovo», ha affermato Ghebreyesus.

Panama è sull’orlo della rivolta

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Dopo che il governo ha cercato di correre ai ripari, mettendo in campo alcune misure atte a placare le proteste contro l’aumento del costo della vita, i cittadini hanno deciso di proseguire la loro contestazione continuando a scendere in strada. È quanto sta accadendo a Panama, dove ormai da più di due settimane proteste e blocchi stradali stanno creando non pochi problemi al Paese. L’ultima manifestazione in ordine di tempo è stata quella di lunedì scorso, giorno in cui nella capitale, Panama City, i contestatori hanno bloccato le strade di accesso alla città tramite barricate di pneumatici in fiamme che hanno causato enormi rallentamenti del traffico. Non solo, perché sempre lunedì sono stati altresì attuati nuovi blocchi stradali sulla Pan-American Highway, la principale autostrada del Paese che collega Panama al resto del centro America, la quale già in precedenza era stata paralizzata.

Una mossa di notevole rilevanza, non solo poiché arrivata dopo diversi giorni di contestazione, ma anche poiché effettuata dopo che il governo aveva deciso di venire incontro alle ragioni dei manifestanti, che sostanzialmente chiedono di: abbassare il costo della vita (in particolare del carburante), aumentare i salari, gli investimenti pubblici nella sanità e nell’istruzione nonché di attuare politiche anticorruzione. Richieste che appunto il governo aveva cercato almeno parzialmente di accontentare. La settimana scorsa, infatti, l’esecutivo aveva annunciato la riduzione del prezzo del carburante, poi diminuito ulteriormente nella giornata di domenica, dopo un dialogo instaurato con alcune parti sociali. L’amministrazione del presidente Laurentino Cortizo ha così concordato di ridurre ulteriormente il prezzo della benzina da 3,95 dollari a 3,25 dollari al gallone, ossia ogni 3,8 litri.

Tuttavia i sindacati hanno ritenuto una presa in giro la mossa del governo, non solo poiché è stata imposta la mediazione della Chiesa cattolica, ma anche perché lo stesso ha dialogato solo con alcune delle organizzazioni sindacali che guidano la protesta. Il segretario generale del sindacato Suntracs Saul Mendez, ad esempio, ha chiesto che i negoziati includano tutti i gruppi che si stanno mobilitando. D’altro canto, poi, anche chi ha partecipato ai colloqui ha di fatto rinnegato l’accordo raggiunto. Luis Sanchez, leader del gruppo civico Anadepo, ha infatti successivamente affermato che l’accordo «è stato firmato sotto pressione» e che i membri del gruppo hanno in seguito deciso di continuare la protesta.

Il clima dunque continua ad essere teso nel Paese, con i manifestanti che non sembrano avere intenzione di fermarsi. Del resto, Panama deve affrontare attualmente condizioni economiche difficili, con un’inflazione del 4,2% registrata a maggio, un tasso di disoccupazione di circa il 10% ed i prezzi del carburante che sono aumentati di quasi il 50% dal mese di gennaio.

[di Raffaele De Luca]

Mercoledì 20 luglio

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8.00 – California: poliziotto uccide un giovane afroamericano in fuga, scoppiano le proteste.

8.30 – Il presidente messicano Obrador dichiara di essere pronto ad offrire asilo politico a Julian Assange.

9.00 – In tutta Italia scioperi e manifestazioni dei sindacati di base dopo gli arresti di 6 ieri a Piacenza.

9.30 – Gravi incendi nel Carso (Trieste) e in Versilia: blackout e decine di abitazioni evacuate.

11.00 – Guerra in Ucraina, Lavrov (ministro Esteri russo) dichiara che «l’operazione speciale non si limiterà al Donbass».

13.00 – Delaware (USA): pannelli solari gratuiti a persone a basso reddito per combattere il caro energia e l’inquinamento.

19.00 – Forza Italia, Lega e M5S non partecipano a voto di fiducia: Draghi verso le dimissioni.

Forza Italia, Lega e M5S non partecipano a voto di fiducia: Draghi verso le dimissioni

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Il governo Draghi a un passo dalla caduta. Dopo che il centro-destra di Governo (Lega e Forza Italia) ha annunciato la non partecipazione al voto di fiducia è arrivato anche l’annuncio del Movimento 5 Stelle, che al Senato ha annunciato l’uscita dall’aula. Secondo quanto riportato dalle agenzie di stampa il presidente del Consiglio Mario Draghi si appresta a dirigersi al Quirinale per comunicare le proprie dimissioni irrevocabili al presidente della Repubblica.

A Teheran si è tenuto un importante incontro tra Iran, Russia e Turchia

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La visita di ieri del presidente russo Vladimir Putin in Iran, dove ha incontrato prima il presidente Ebrahim Raisi e il leader supremo Ali Khamenei e successivamente il suo omologo turco Recep Tayyip Erdogan, ha posto un altro importante tassello nella costruzione di un blocco internazionale alternativo a quello Occidentale. Dopo gli incontri bilaterali tra i Presidenti, si è svolto il Vertice trilaterale di Teheran nel formato di Astana che aveva in agenda la questione siriana e che si è concluso con il rilascio di una dichiarazione congiunta tra i tre Stati. Gli esiti più rilevanti dal punto di vista degli equilibri politico-economici globali, tuttavia, sono emersi dai colloqui bilaterali: al riguardo, i punti più importanti trattati comprendono il rafforzamento dell’asse economico-industriale tra Teheran e Mosca e la questione finanziaria: Iran e Russia – i due Paesi più sanzionati al mondo ed esclusi dal sistema bancario SWIFT controllato dagli Stati Uniti – hanno deciso di creare un proprio sistema di pagamenti. Sul fronte delle relazioni con Erdogan, invece, oltre alla questione dello sblocco del grano nei porti ucraini, rispetto alla quale il presidente turco fin dall’inizio si è posto come mediatore, sono emerse le divergenze sulla Siria tra Iran e Russia da un lato e Turchia dall’altro, ma anche alcune concordanze di fondo.

Il viaggio è importante anche perché è il primo di Putin fuori dai territori dell’ex Unione Sovietica dall’inizio delle operazioni militari in Ucraina e ha visto il leader russo incassare un primo significativo successo a livello della diplomazia internazionale, subito dopo il flop della missione di Biden in Medioriente. Il capo del Cremlino ha espresso soddisfazione per la visita in Iran, affermando che le relazioni commerciali tra i due stati «stanno progredendo rapidamente». «Possiamo vantare cifre record in termini di crescita commerciale» ha aggiunto. Infatti, oltre ad aver consolidato con la Repubblica islamica l’asse del fronte anti-NATO, dal punto di vista economico la National Iranian Oil Company (NIOC) e la russa Gazprom hanno firmato un memorandum d’intesa del valore di circa 40 miliardi di dollari: si tratta del più grande investimento estero della storia dell’industria petrolifera iraniana. L’accordo prevede lo sfruttamento di uno dei più grandi giacimenti di gas al mondo, il North Pars, insieme ad altri sette campi di estrazione. Il North Pars era ambito anche da molte compagnie occidentali, tra cui l’italiana ENI, ma le sanzioni di Trump hanno infranto qualsiasi possibilità di accordo e collaborazione.

Sul fronte finanziario, invece, l’iniziativa di creare un sistema di pagamenti alternativo allo SWIFT risulta dirompente, in quanto andrebbe ad intaccare ed erodere il potere del dollaro, già parzialmente indebolito dai nuovi meccanismi di pagamento per il gas e sul quale si fonda l’egemonia globale dell’architettura economico-finanziaria occidentale. L’Iran adotterà il software di pagamento russo a cui potranno aderire anche banche di altre Paesi, una volta consolidatosi. Allo stesso tempo, Mosca e Teheran stanno valutando l’introduzione delle carte di credito MIR – il sistema di pagamento russo – in Iran, di modo che i cittadini dei due Paesi potranno prelevare nei bancomat di entrambi gli Stati. Sulla questione del dollaro, l’ayatollah Khamenei è stato chiaro: «il dollaro USA dovrebbe essere gradualmente tolto dal commercio globale» ha affermato. A tal proposito, a inizio settimana, il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov ha spiegato che la Russia abbandonerà gradualmente il dollaro USA nel commercio con l’Iran e, in seguito all’annuncio, ieri la borsa di Teheran ha lanciato le negoziazioni nella coppia di valute rublo russo e rial iraniano.

Dopo gli incontri bilaterali, si è svolto quello che è stato il VII Vertice trilaterale del Processo di Astana: si tratta di un processo per la pace in Siria promosso nel 2017 da Russia, Iran e Turchia ad Astana, vecchio nome della capitale del Kazakistan dove per la prima volta i leader dei tre Paesi hanno avviato il dialogo per il processo di stabilizzazione siriano. Il formato di Astana è parallelo a quello ufficiale di Ginevra, presieduto dalle Nazioni Unite. Nel VII Vertice di ieri, i presidenti dei tre Stati hanno rilasciato una dichiarazione congiunta, nella quale hanno ribadito l’importanza dell’integrità territoriale della Siria sulla quale il governo siriano deve avere piena sovranità. Hanno inoltre condannato «i continui attacchi militari israeliani in Siria», sottolineando di considerarli come «una violazione del diritto internazionale, del diritto umanitario internazionale, della sovranità e dell’integrità territoriale della Siria», oltreché «come destabilizzante e intensificante la tensione nella regione».

Non mancano, tuttavia, le divergenze tra i tre Paesi, in quanto – come noto – mentre Iran e Russia sostengono il legittimo governo di Bashar al-Assad, la Turchia sostiene i ribelli e ha da tempo mire sui territori al confine turco-siriano, lungo il quale vorrebbe costruire una zona di sicurezza profonda 30 chilometri. In questa stessa zona, Erdogan vorrebbe portare avanti un’operazione militare contro le forze curde, ritenute terroriste dalla Turchia. Tutto ciò incontra l’opposizione di Iran e Russia: il capo del Cremlino ha, infatti, esortato Erdogan a procedere con cautela nei territori siriani, mentre Khamenei ha ammonito il Presidente turco dicendo che «qualsiasi attacco alla Siria sarebbe dannoso per la Turchia e per la regione, a beneficio dei terroristi». Infine, il ministro degli esteri iraniano ha fatto sapere di essere contrario alla creazione della fascia di sicurezza che vorrebbe Erdogan lungo il confine tra i due Paesi.

Nonostante le visioni opposte su questo punto, i tre leader concordano pienamente sul fatto che gli Stati Uniti debbano lasciare la sponda orientale dell’Eufrate. Putin ha dichiarato che «ci sono alcune divergenze riguardo a ciò che sta accadendo sulla sponda orientale dell’Eufrate. Ma abbiamo una posizione condivisa secondo cui le truppe americane devono lasciare questo territorio». Similmente, Raisi in conferenza stampa ha osservato che «la presenza degli americani nella regione dell’Eufrate orientale con qualsiasi pretesto non è giustificabile e dovrebbero ritirarsi dall’area».

Insieme alla stabilizzazione della Siria, gli accordi tra Russia e Iran, la mediazione con Erdogan e l’affrancamento del Medioriente dalle linee di Washington – anche grazie all’abile lavoro diplomatico russo – segnano una nuova fase delle relazioni internazionali e dei rapporti di forza, in cui Mosca appare tutto fuorché isolata e in cui l’Eurasia è pronta ad emergere come protagonista del teatro geopolitico globale.

[di Giorgia Audiello]

Piacenza, arrestati sei sindacalisti di base: i lavoratori denunciano l’intimidazione

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Nella mattinata del 19 luglio la Procura di Piacenza ha disposto sei arresti domiciliari nei confronti di altrettanti sindacalisti, tra i quali il coordinatore nazionale di SI Cobas Aldo Milani, tre dirigenti del medesimo sindacato – Mohamed Arafat, Carlo Pallavicini e Bruno Scannelli – e due di USB – Roberto Montanari e Abe Issa Mahmoud Elmoursi. Per altri due affiliati di USB sono state poi disposte misure cautelari alternative. I provvedimenti sono stati emessi in seguito agli esiti delle indagini della Digos, che riterrebbe di aver accertato l’esistenza di “associazioni a delinquere” che si arricchivano grazie alla creazione ad hoc di conflitti che permettevano di intascare “i proventi derivanti dalle sostanziose conciliazioni lavorative e dal tesseramento dei lavoratori”.

Secondo le indagini della Digos, infatti, l’elevato numero di picchettaggi e di azioni “apparentemente rivolte alla tutela dei lavoratori” nascondevano “azioni delittuose finalizzate ad aumentare sia il conflitto con la parte datoriale sia tra le opposte sigle sindacali, al fine di aumentare il peso specifico dei rappresentanti sindacali all’interno del settore della logistica”. Secondo l’esito delle indagini, i dirigenti delle due sigle e i delegati avrebbero tratto guadagno monetario da tali operazioni. «Si tratta di un’inchiesta bizzarra, a nostro modo di vedere» dichiara a L’Indipendente Alaa Nasser, dirigente di USB Logistica del Nord Italia, «perché non torna la natura dell’impianto accusatorio: abbiamo più di 140 capi d’accusa, ci sono 50 pagine di preambolo del magistrato che descrive il perché di questa inchiesta, terminata dopo 6 anni di intercettazioni e utilizzo di risorse pubbliche. Apparentemente questo magistrato avrebbe costruito tutta una sua teoria su come noi utilizzavamo gli scioperi, i blocchi dei magazzini e via dicendo, per ottenere condizioni più favorevoli per i lavoratori e che a suo avviso non sarebbero previste dal contratto collettivo nazionale».

«Su questo abbiamo delle perplessità», continua Nasser: «Il magistrato sta dicendo che c’è un CCNL che va rispettato, ma fare delle azioni sindacali o di lotta “estorsive” – ovvero blocco il magazzino, faccio iscrivere più tesserati con me, sciopero e blocco la movimentazione di merce in ingresso e in uscita allo scopo di ottenere un misero buono pasto da 5,29 euro – per ottenere questi scopi non è consentito. Il magistrato sarebbe anche convinto del fatto che i nostri dirigenti hanno utilizzato i soldi delle tessere per scopi personali, cosa non vera. Non abbiamo nemmeno capito che legame avremmo con i SI Cobas, perché abbiamo modalità di protesta molto diverse». A preoccupare il sindacato, spiega Nasser, è la reazione delle istituzioni: «Non è tanto l’aspetto giuridico a preoccuparci, ma quello politico: sembra infatti si voglia dire che scioperare per ottenere condizioni lavorative migliori non è più una battaglia sindacale ma un’estorsione».

Tra i reati contestati vi sono l’associazione a delinquere, la violenza privata, la resistenza a pubblico ufficiale, il sabotaggio e l’interruzione di pubblico servizio, tutti commessi, secondo l’accusa, nel corso degli scioperi della logistica avvenuti tra il 2014 e il 2021. SI Cobas ha parlato di “attacco politico su larga scala contro il diritto di sciopero e soprattutto teso a mettere nei fatti fuori legge la contrattazione di secondo livello, quindi a eliminare definitivamente il sindacato di classe e conflittuale dai luoghi di lavoro”. Non è la prima volta che i due sindacati finiscono nel mirino delle forze dell’ordine: nell’aprile di quest’anno nella sede nazionale di USB, a Roma, nel corso di una perquisizione dei carabinieri era venuta fuori una pistola in quella che, secondo i membri del sindacato, è stata una evidente “manipolazione”, mentre già nel 2021 Mohamed Arafat e Carlo Pallavicini, i due dirigenti SI Cobas, erano stati arrestati nel corso di una manifestazione contro la chiusura di uno stabilimento FedEx a Piacenza e accusati di violazione di edifici, violenza privata e resistenza a pubblico ufficiale. La misura era stata revocata dal Tribunale del Riesame.

I lavoratori del settore della logistica hanno iniziato alle 20 di martedì 19 luglio uno sciopero della durata di 24 ore in segno di protesta contro l’azione della polizia e di solidarietà per i colleghi. «La pandemia ed eventi come quello della nave cargo incagliata nel canale di Suez hanno mostrato quanto il settore della logistica, che non ha mai visto i sindacati confederati, sia fondamentale. Inoltre noi siamo gli unici sindacati che hanno avuto un impatto concreto in questo settore. Possibile che lo Stato non veda mai gli abusi delle aziende, ma se la prenda sempre solo con i lavoratori che protestano?». A questo proposito, alla fine dello scorso giugno è stato approvato un emendamento al decreto PNRR 2 che riguarda proprio il settore della logistica integrata, eliminando la responsabilità del committente se la ditta fornitrice non paga i dipendenti e di fatto deregolamentando del tutto il settore. Con il risultato di limitare ulteriormente la possibilità dei lavoratori di tutelarsi dagli abusi delle aziende.

[di Valeria Casolaro]

Cervino e Monte Bianco, guide alpine sospendono salite

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A causa delle condizioni in alta quota legate alla siccità, la società guide alpine del Cervino ha sospeso in via preventiva la vendita della salita lungo la via normale alla vetta e la società guide alpine di Courmayeur ha fatto lo stesso sul Monte Bianco per il Dente del Gigante e la cresta di Rochefort. I problemi – ha spiegato Rudy Janin, presidente della commissione tecnica dell’Unione valdostana guide di alta montagna – sono due: il possibile crollo di pietre o il distacco di un seracco, come quello che due settimane fa ha investito la Marmolada, provocando 11 vittime.