lunedì 9 Febbraio 2026
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Le alpi sono sempre più verdi, ma non è una buona notizia

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Le aree verdi sulle Alpi europee sono aumentate del 77 percento, dettando cambiamenti paesaggistici per niente positivi. Nelle aree di montagna il riscaldamento globale viaggia il doppio più velocemente rispetto ad altre zone e la riduzione della neve con lo scioglimento dei ghiacciai solitamente tipici delle Alpi, ne sono prova schiacciante. Il nuovo aspetto delle Alpi è conseguenza del riscaldamento globale, come sottolineato dal nuovo studio pubblicato giovedì scorso sulla rivista Science. Il cosiddetto “inverdimento”, termine spesso utilizzato per definire uno spazio più benefico per l’ambiente, è in questo specifico caso di tutt’altro auspicio, perché la crescita della vegetazione sulle Alpi è sinonimo di un evento atipico e preoccupante.

Il manto nevoso negli ultimi trentotto anni è diminuito nel dieci percento delle Alpi, con un impatto molto significativo. Perché per quanto intuitivamente l’assenza di neve e la crescita di zone verdi possano far pensare a una maggiore trasformazione di anidride carbonica in ossigeno, in realtà la perdita del paesaggio glaciale è deleterio per l’habitat. Una vita vegetale più densa in zone in cui questa non è usuale mette seriamente a rischio la vegetazione e la fauna alpine, danneggiando anche la capacità di un’area solitamente innevata di riflettere la radiazione solare (effetto albedo), incapacità che poi contribuisce al riscaldamento generale.

Se non si agirà per mitigare i danni causati dai cambiamenti climatici, il manto nevoso nelle Alpi potrebbe ridursi ancora fino ad arrivare a solo il venticinque percento nei prossimi dieci-trenta anni. E la neve è anche un’importante fonte di acqua potabile: le Alpi, catena montuosa più alta ed estesa d’Europa, forniscono ben il quaranta per cento dell’acqua potabile europea (non a caso vengono chiamate le “torri d’acqua” d’Europa). Una riduzione della neve non è sinonimo di una repentina assenza di acqua potabile ma pone delle preoccupanti basi per quella che potrebbe essere una tendenza a lungo termine.

[di Francesca Naima]

Regno Unito, confermata la fiducia a Johnson

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Erano necessari 180 consensi per sfiduciare il primo ministro Boris Johnson. I voti dei conservatori, il suo partito, a favore della mozione di sfiducia si sono fermati a 148, segnando comunque una spaccatura che indebolisce l’esecutivo britannico. Nelle ore precedenti al voto, si è dimesso il membro del governo dell’ufficio di gabinetto per anticorruzione John Penrose. La mozione di sfiducia era stata proposta da una parte del gruppo di maggioranza in seguito allo scandalo partygate, le feste a Downing Street durante il lockdown a cui Johnson ha partecipato.

Lunedì 6 giugno

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7.00 – Guerra in Ucraina, ministro degli Esteri russo costretto ad annullare la visita in Serbia per la chiusura dello spazio aereo di Bulgaria, Macedonia del Nord e Montenegro.

8.00 – L’ambasciata di Mosca in Italia accusa i media italiani di fare propaganda anti-russa.

9.00 – Serbia: la Corte suprema di Belgrado processerà la NATO per le bombe “umanitarie” del 1999.

11.30 – Sicilia, il PD ribadisce l’impegno congiunto con il M5S per le primarie.

12.00 – La Cina avverte l’Unione europea: “Le sanzioni alla Russia non risolvono crisi”.

14.00 – Lavorare un giorno in meno a salario pieno: nel Regno Unito parte l’esperimento.

16.30 – MEF, tra gennaio e aprile 2022 le entrate tributarie erariali ammontano a 148.311 milioni di euro.

17.30 – Messico, il presidente Obrador non parteciperà al Vertice delle Americhe, in solidarietà con Cuba, Venezuela e Nicaragua.

17.40 – Zelensky: a Severodonetsk gli ucraini “resistono”, ma i russi sono “più numerosi e più potenti”.

19.00 Regno Unito: attesa per il voto di sfiducia del Parlamento contro il premier Boris Johnson.

Giù le mani dalle Dolomiti: in centinaia manifestano contro l’impatto delle olimpiadi a Cortina

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Nella giornata di ieri centinaia di persone si sono ritrovate al Passo Giau, un valico alpino delle Dolomiti, per denunciare gli “scempi ambientali” che le Olimpiadi Milano-Cortina del 2026 genereranno. Lo si legge all’interno di un comunicato di Mountain Wilderness Italia, una delle associazioni che ha organizzato l’evento, nel quale viene specificato che la richiesta sia quella di rimuovere dai piani di costruzione diverse opere, tra cui “il bob previsto a Cortina (costo stimato 65 milioni di euro)”, “il villaggio olimpico a Cortina (evitando ulteriore consumo di suolo)” e “la ‘strada di scorrimento’ di Bormio”. Come ricordato da Luigi Casanova, presidente onorario di Mountain Wilderness Italia intervenuto durante il raduno, le Olimpiadi dovevano infatti essere «a costo zero» e «sostenibili», eppure «oggi siamo a una valutazione di spesa ancora non definitiva che si aggira sui tre miliardi di euro», «nei territori interessati non è stato avanzato un solo progetto sociale» e «la questione ambientale (e sociale) è scomparsa dall’Agenda della Fondazione che pure, nel dossier di candidatura, vi aveva scritte 16 interessanti, efficaci pagine».

Non è un caso, dunque, che le Olimpiadi del 2026 vengano definite dall’associazione un “capolavoro di greenwashing”. Del resto, dal logo alle dichiarazioni di organizzatori e politici, ogni narrazione sull’evento è infarcita di concetti come “sostenibilità”, “economia circolare” ed “impatto zero”, ma si tratta appunto di una retorica che appare ben lontana dalla realtà dei fatti e causa le proteste della popolazione locale, che vede con i propri occhi gli effetti dei cantieri sulle montagne. Il raduno di ieri infatti ha fatto seguito alle proteste degli scorsi mesi, quando oltre 50 comitati e centinaia di singoli cittadini hanno dato vita ad una manifestazione per protestare contro le prossime Olimpiadi invernali, chiedendo tra l’altro di contrastare ogni nuova struttura avente ad oggetto il consumo di suolo.

[di Raffaele De Luca]

Milano, Alla Scala debutterà con l’opera russa Boris Godunov

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Il Teatro Alla Scala di Milano ha deciso di confermare una scelta in programma da anni, relativa all’inaugurazione della prossima stagione lirica prevista per il 7 dicembre. Si tratta di Boris Godunov, opera del russo Modest Petrovič Musorgskij, basata sul dramma omonimo di Aleksandr Sergeevič Puškin. «Non sono per la caccia alle streghe. Non sono per la cancellazione delle opere russe e quando leggo Puškin non mi nascondo», ha dichiarato il sovrintendente Dominique Meyer durante la conferenza stampa di presentazione.

Italia: le disposizioni pandemiche tornano in vita per votare ai referendum

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Anche nel periodo post pandemico i cittadini che vorranno esercitare il proprio diritto di voto dovranno attenersi a tutta una serie di restrizioni anti Covid: in occasione dei referendum sulla giustizia e delle elezioni amministrative del 12 giugno, infatti, vi sarà sostanzialmente un ritorno delle classiche misure utilizzate durante l’emergenza sanitaria. Come previsto dal protocollo sanitario e di sicurezza firmato dal Ministro della Salute, Roberto Speranza, e dal Ministro dell’Interno, Luciana Lamorgese, gli elettori dovranno indossare la mascherina chirurgica per accedere ai seggi, a differenza di quanto stabilito per quasi tutti i luoghi pubblici. Non solo, poiché al momento dell’accesso nel seggio l’elettore dovrà procedere alla “igienizzazione delle mani con gel idroalcolico”, da mettere a disposizione “in prossimità della porta”. Inoltre, “dopo essersi avvicinato ai componenti del seggio per l’identificazione e prima di ricevere la scheda e la matita, provvederà ad igienizzarsi nuovamente le mani”. Completate le operazioni di voto, poi, all’elettore “è consigliata una ulteriore detersione delle mani” prima di lasciare il locale in cui si svolgono le operazioni di votazione.

La mascherina chirurgica, inoltre, dovrà essere utilizzata da ogni altro soggetto avente diritto all’accesso al seggio (ad esempio i rappresentanti di lista), mentre i componenti dei seggi, durante la permanenza al loro interno, dovranno “indossare la mascherina chirurgica” e sostituirla “ogni 4-6 ore e comunque ogni volta risulti inumidita o sporca o renda difficoltosa la respirazione”. Questi ultimi, poi, dovranno comunque “mantenere sempre la distanza di almeno un metro dagli altri componenti e procedere ad una frequente e accurata igiene delle mani”. Consigliato inoltre l’uso dei guanti, ma solo per “le operazioni di spoglio delle schede”.

Per quanto riguarda infine l’allestimento dei seggi, occorre tra l’altro “prevedere percorsi dedicati e distinti di ingresso e di uscita, chiaramente identificati con opportuna segnaletica”, ed “i locali destinati al seggio devono prevedere un ambiente sufficientemente ampio per consentire il distanziamento non inferiore a un metro sia tra i componenti del seggio che tra questi ultimi e l’elettore”. In pratica, i cittadini che decideranno di recarsi alle urne dovranno rispettare anche una distanza interpersonale di almeno un metro, mentre non dovranno essere dotati del green pass, per il quale non viene fatta alcuna specifica.

[di Raffaele De Luca]

La Cina avverte l’UE: le sanzioni non risolvono crisi in Ucraina

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Il portavoce del ministero degli Esteri cinese, Zhao Lijian, ha dichiarato che le sanzioni hanno dimostrato di non essere «un modo corretto per risolvere la crisi in Ucraina». In seguito al briefing quotidiano, dove Pechino ha commentato il sesto round di misure punitive contro la Russia decise dall’Unione europea, Zhao ha affermato che «con l’escalation e la continuazione delle sanzioni i cittadini europei potrebbero pagare un prezzo maggiore e il mondo potrebbe trovarsi ad affrontare sfide più grandi, come la crisi energetica e alimentare». Infine, è stato ribadito che la Cina sostiene l’UE «nel ruolo attivo a favore di pace, colloqui e costruzione di un quadro di sicurezza europeo equilibrato, efficace e sostenibile».

La moda neofascista come strumento di business e propaganda

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Il gruppo di giornalismo investigativo olandese Bellingcat ha recentemente pubblicato un report che solleva una questione di costume degna di attenzione: le implicazioni legate al business del merchandising della destra alternativa e neofascista. Il team ha studiato portali ed esercenti di diverse parti del mondo, riscontrando l’utilizzo di strategie di marketing ben tarate capaci di diffondere una narrazione politica controversa senza però incappare nella censura internettiana o nelle violazione della legge.

Nello specifico, l’indagine riscontra quanto prospettato dalla sociologa specializzata nella polarizzazione e nell’estremismo Cynthia Miller-Idriss nel libro Hate in the Homeland, ovvero che questi negozi abbiano un ruolo attivo nel consolidare nei soggetti portati all’ideologia di estrema destra un senso identitario transnazionale che va a rinforzare le ideologie più estreme dei vari movimenti. Una dinamica i cui risvolti abbiamo già ampiamente sviscerato su L’Indipendente nella lunga inchiesta sull’internazionale neonazista che attraversa decine di nazioni e ha trovato il suo nuovo centro teorico e militare in Ucraina.

Tornando al fatto in questione, nella maggior parte dei casi, i negozi sono attivi esclusivamente sotto forma di e-commerce, solo di rado hanno sedi fisiche, e fanno affidamento su manifatture recuperate da aziende terze che vengono poi personalizzate con loghi, stampe e simboli vari. Frequentemente all’insaputa delle imprese originali. I contenuti non sono espliciti, ma i richiami sono comunque evidenti: svastiche mimetizzate a decori, soli neri, aquile germaniche, cappucci bianchi, elogi alla difesa della tradizione nazionalista e molti, moltissimi richiami alle rune e alla mitologia norrena.

I giornalisti olandesi non possono fare a meno di rimarcare che molte di queste imprese fanno riferimento a fornitori, servizi di web hosting e meccanismi di pagamento che, almeno formalmente, denunciano ogni forma di razzismo e incitazione all’odio. In molti casi non si tratta neppure di ipocrisia, ma di semplice disattenzione per un settore che è oberato dalla costante nascita di nuove attività commerciali.

Anche quando vengono intercettati e cancellati, questo genere di siti web tende a ricomparire altrove con altro nome, inoltre i contenuti più controversi vengono regolarmente discussi altrove, lontani dagli occhi delle masse, spesso su app di messaggistica quali Telegram o Signal. Proprio il rapporto bidirezionale tra negozi e social media rappresenta uno degli elementi più critici dell’analisi avanzata dal team di Bellingcat, il quale ha riscontrato che molte delle chat più polarizzate finiscano con il reclamizzare i contenuti delle boutique e che gli store in questione ricambino il favore rimandando a profili attraverso cui è possibile incontrare enclave della destra alternativa.

In questa maniera, gli spacci di indumenti e accessori non solo si dimostrano utili a reperire risorse economiche per sostenere partiti e associazioni tendenti all’estremismo, ma divengono anche un mezzo attraverso cui attirare nuovi adepti e consolidare il senso di appartenenza dei vari membri. Non solo, la distribuzione sulla rete internet garantirebbe inoltre una diffusione mediatica internazionale che porta le varie correnti a spalleggiarsi reciprocamente tanto nella distribuzione dei prodotti, quanto nella diffusione del concetto che le derive nazionaliste rappresentino una verità universale.

Tra le realtà nominate nell’inchiesta figurano European Brotherhood, la svedese Midgaard, l’ungherese Nordic Sun Records, le francesi Pride France e 2yt4u, le ucraine Svastone e Schutzenbrand, le russe White Rex e Ruswear.

[di Walter Ferri]

USA, 9 morti in 3 sparatorie di massa nel weekend

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Nove persone sono morte nel corso di tre sparatorie di massa avvenute nel week end negli Stati Uniti, mentre almeno due dozzine sono rimaste ferite, secondo quanto riportato da Reuters. Una di queste è avvenuta in un bar di Filadelfia, dove una lite tra due uomini è degenerata in una sparatoria che ha coinvolto i presenti e alcuni passanti. Un episodio simile è avvenuto in un bar di Chattanooga, nel Tennessee, mentre nelle prime ore di domenica in una cittadina del Michigan sono morte 5 persone, tutte coinvolte nella sparatoria. Il presidente Biden ha chiesto al Congresso giovedì scorso di vietare le armi d’assalto e aumentare le misure di controllo.

L’Europa marcia verso il salario minimo, Italia al palo

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Questa sera si svolgerà il confronto finale tra la Commissione, il Parlamento e il Consiglio europei, che potrebbero entro domani 7 giugno giungere a un accordo sulla proposta di istituire un quadro normativo europeo sul salario minimo. La presidenza francese del Consiglio europeo intenderebbe approvare formalmente il provvedimento già il 16 giugno. La proposta non prevede l’introduzione di una cifra minima comune a livello comunitario, ma di un quadro normativo che tenga conto dei differenti modelli del mercato del lavoro degli Stati membri al fine di istituire salari minimi adeguati ed equi. Tuttavia, mentre l’Europa si muove verso la definizione di una politica unitaria in materia, in Italia la questione dell’introduzione del salario minimo divide ancora profondamente politica e sindacati.

La proposta di un quadro normativo per l’introduzione del salario minimo europeo è stata avanzata dalla Commissione europea nell’ottobre del 2020. Dopo il via libera da parte del Parlamento europeo giunto nel novembre 2021, cui è seguito quello del Consiglio europeo dopo l’ok della riunione dei ministri per il Lavoro e le Politiche Sociali europee, il 13 gennaio ha potuto prendere il via il confronto tra i tre organismi europei. L’esito dovrebbe giungere entro domani. Secondo i dati Eurostat al 1° gennaio 2022 sono sei gli Stati membri che dispongono di un salario minimo superiore ai 1500 euro al mese (Francia, Germania, Belgio, Paesi Bassi, Irlanda e Lussemburgo), mentre Slovenia e Spagna superano di poco i 1000. In altri 13 Stati, il salario minimo mensile è di molto inferiore ai 1000 euro. A non disporre di una normativa al riguardo sono 6 Paesi: Danimarca, Italia, Cipro, Austria, Finlandia e Svezia.

In Italia, la proposta nazionale sul salario minimo è ferma in Senato dal 2018: i lavori sono ripresi il 10 maggio scorso, dopo che Conte ha accusato il Pd della situazione di stallo. Tuttavia anche tra coloro che sono favorevoli alla misura all’interno della maggioranza (ovvero 5 Stelle, Pd, LeU e Italia Viva) non si riesce a trovare un accordo su di una proposta che soddisfi tutte le parti. Secondo il ministro del Lavoro Orlando, l’introduzione di un salario minimo fornirebbe una “risposta forte a due fenomeni che caratterizzano il mercato del lavoro: il dumping salariale e la presenza di molti lavoratori poveri”, che contraddistinguono il mercato del lavoro italiano.

La spaccatura sulla questione riguarda tanto la politica quanto i sindacati. Una ferma opposizione viene da Forza Italia: secondo il ministro della Pubblica Amministrazione Brunetta adottando un salario minimo “si rischierebbe di spiazzare le relazioni industriali e di produrre effetti negativi a catena sul mercato del lavoro”. Di posizioni più incerte la Lega: “Bisogna vedere come si fa” ha commentato al proposito Giancarlo Giorgetti, ministro dello Sviluppo economico.

Mentre Landini (Cgil) sostiene la necessità di agire sui contratti, sul fisco e su una legge di rappresentanza che introduca anche in Italia il salario minimo e Bombardieri (Uil) richiama la necessità di un salario minimo che coincida con i minimi contrattuali, su tutt’altra linea si colloca la Cisl. “Non è con la legge sul salario e sull’orario che noi sconfiggiamo il dumping contrattuale” ha dichiarato il segretario Luigi Sbarra, convinto che l’introduzione della misura potrebbe spingere “tantissime aziende a uscire dai contratti e peggiorerebbe la vita di milioni di lavoratori”. Su posizioni simili si colloca Carlo Bonomi, presidente di Confindustria, che afferma che “da noi i minimi salariali sono già all’interno dei contratti collettivi e non nascondiamo che ci sono alcuni settori dove le paghe sono molto basse” nei quali “è giusto intervenire”, mentre ciò che è necessario è “andare a colpire i contratti pirata, che vengono fatti da chi non ha rappresentanza e fa dumping salariale”.

Secondo una ricerca del Centro studi FederTerziario, se il salario minimo fosse portato a 9 euro lordi l’ora l’innalzamento di retribuzione interesserebbe il 21% dei lavoratori, ovvero 2,9 milioni di persone, in particolar modo apprendisti e operai. L’incremento complessivo del monte salari sarebbe stimato intorno ai 3,2 miliardi di euro che andrebbero a gravare sulle imprese, le quali per questo dovrebbero essere sostenute da “sistemi di decontribuzione e detassazione”. Allo stesso tempo andrebbero potenziati gli organi ispettivi e rafforzate le garanzie di rispetto delle norme in materia di lavoro, dichiara FederTerziario, per contrastare il probabile aumento dei contratti in nero.

[di Valeria Casolaro]