giovedì 26 Marzo 2026
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Il filo rosso che lega neoliberismo, guerre e pandemie: intervista a Vittorio Agnoletto 

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Genova, luglio 2001. Centinaia di migliaia di persone invadono la città per protestare contro il summit del G8 e un ordine economico mondiale guidato dall’ideologia neoliberista e dalle multinazionali. Il portavoce del movimento no-global italiano, raccolto nel Genoa Social Forum, era Vittorio Agnoletto. Medico e attivista, oggi insegna Globalizzazione e Politiche della Salute all’Università degli Studi di Milano, è coordinatore della campagna Diritto alla cura – nessun profitto sulla pandemia per la sospensione dei brevetti sui vaccini per il Covid e conduce una trasmissione sui temi del diritto alla salute intitolata 37e2 su Radio Popolare. Se c’è una persona in Italia con la quale parlare di critica della globalizzazione e degli intrecci tra ordine economico mondiale, guerra e pandemia, insomma, questa è proprio Vittorio Agnoletto, e noi lo abbiamo raggiunto telefonicamente per questo.

Secondo molti osservatori la guerra in Ucraina ha accelerato una crisi della globalizzazione già inaugurata dalla pandemia: cosa ne pensa?

La pandemia e la guerra sono il prodotto della globalizzazione neoliberista. La prima è frutto anche del sistema di sviluppo, fondato sulla deforestazione massiva e sugli allevamenti intensivi che favoriscono l’abbattimento delle barriere tra le specie e quindi le zoonosi. Anche la stessa impossibilità di contenere la diffusione del virus è dovuta al sistema liberista, in particolare agli accordi sui brevetti, guarda caso stabiliti proprio all’interno dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO). Il movimento altermondialista nacque a Seattle, nel 1999, proprio protestando contro questa istituzione. Viviamo in un modello di sviluppo in cui un’azienda come Pfizer durante la pandemia ha raddoppiato i propri ricavi, rivendendo a peso d’oro vaccini e cure sviluppati grazie a finanziamenti pubblici senza che le fosse imposto alcun obbligo o limite. Anche la guerra si inserisce in questo quadro, non essendo altro che la lotta per l’accaparramento delle risorse energetiche e per il controllo delle basi della logistica per trasferirle. Fino a quando manterremo in piedi un modello fondato sullo sfruttamento del pianeta e sul consumo sfrenato, la guerra continuerà ad essere il modo in cui le potenze combatteranno per la proprietà delle risorse.

Una realtà che sta producendo anche una catastrofe alimentare in molti Paesi del Sud del mondo, contro la quale i Paesi ricchi non si stanno certo dando molto da fare. Anche questa dinamica si può inquadrare nelle storture della globalizzazione neoliberista, non crede?

Naturalmente. La guerra ha fatto esplodere una situazione già drammatica ed anche questa è legata fortemente alle logiche di dominio della globalizzazione. Un esempio molto semplice: l’Unione Europea, attraverso i fondi dell’agricoltura, finanzia in massima parte le multinazionali dell’agrobusiness, che utilizzano questi soldi per invadere i mercati africani con i loro prodotti, rendendoli più economici rispetto a quelli prodotti in loco. Di conseguenza la popolazione abbandona le terre, le quali vengono rilevate dalle multinazionali e trasformate in enormi monocolture. Un Paese produce solo riso, un altro solo cacao, un altro solo zucchero e le multinazionali trasportano questi prodotti dove è loro utile. Così si è distrutta in buona parte l’agricoltura locale di sussistenza e quegli stessi popoli sono ora costretti ad acquistare sul mercato globale ciò che prima producevano. Questo già stava avvenendo, le dinamiche innescate dalla guerra lo hanno solo reso visibile.

Queste dinamiche il movimento no global le denunciava già venti anni fa: si può dire che avevate capito prima meccanismi che oggi sono sotto gli occhi di tutti?

Preciso che noi non ci siamo mai definiti no global, ma altermondialisti, perché lottavamo contro questo modello di globalizzazione fondato sul profitto di pochi e che avrebbe rischiato di portare l’umanità al disastro; a 20 anni di distanza stiamo sperimentando che purtroppo avevamo ragione. Bastava analizzare criticamente il modello di sviluppo basato sul neoliberismo che si andava creando per capire che avrebbe portato a questo punto. Ricordo al Forum di Genova, nel luglio 2001, quando l’economista Susan George disse «attenzione, perché se l’economia finanziaria andrà avanti a dominare l’economia reale l’Europa andrà incontro a una crisi senza precedenti», ed è quella che ci ha travolto nel 2008 e non ci ha più lasciato.

Proprio la pandemia ha testimoniato i limiti della globalizzazione. La protezione ad oltranza dei brevetti sui medicinali e sui vaccini ha ribadito, a mio avviso, come nell’ideologia liberista i Paesi poveri non siano portatori di diritti, ma debbano solamente ringraziare per eventuali azioni caritatevoli. Cosa ne pensa?

Gli attori principali della globalizzazione non hanno certo a cuore la difesa e la sopravvivenza di tutta l’umanità, hanno a cuore i loro profitti. Sanno perfettamente che questo modello alimenta tensioni e provoca conflitti. Mentre in Italia e in Europa siamo alla quarta vaccinazione, nei Paesi poveri appena il 16% delle persone ha ricevuto la prima dose, secondo quanto dichiarato dall’OMS. A Houston un centro di ricerca ha sviluppato un vaccino e ha deciso di rinunciare al brevetto per renderlo disponibile a basso prezzo in tutto il mondo (il Corbevax, ndr.), ma le agenzie del farmaco europea e nordamericana hanno rifiutato di prenderlo in considerazione perché non rispetta gli standard di produzione da loro stabiliti e realizzabili solo da aziende situate nell’emisfero nord-occidentale. Non una sola azienda europea o americana ha accettato di fare da partner a questo progetto e di produrre questi vaccini. Il mercato è controllato totalmente: tutto il mondo occidentale deve essere dominato dai vaccini mRNA prodotti dagli Stati Uniti in asse con la Germania, dove ha sede BioNTech, partner di Pfizer. Nessuna azienda rischia di mettersi contro questi enormi interessi. Siamo arrivati all’assurdo che nei contratti per i vaccini stabiliti tra multinazionali del farmaco e Stati è scritto addirittura che i governi devono attendere l’ok dell’azienda produttrice prima di poter donare ai Paesi poveri le dosi che hanno in giacenza, avendoli acquistati in sovrannumero.

Nella narrazione occidentale a questo punto intervengono i cosiddetti filantropi, che grazie alla loro carità aiutano i Paesi poveri…

Ecco, parliamo della fondazione di Bill Gates. A gennaio 2020 era pronto un progetto dell’OMS per costruire una piattaforma aperta all’interno della quale tutti i ricercatori avrebbero potuto inserire le proprie scoperte e confrontarsi per arrivare prima possibile a sviluppare un vaccino efficace. È arrivata la fondazione Gates e in buona sostanza ha detto: «Io ho qua un assegno, però questo progetto si chiude. Facciamo il progetto COVAX (il progetto finanziato dalla fondazione Gates per distribuire vaccini ai Paesi poveri, ndr.), ma nessuno deve mettere in discussione i brevetti». Questo genere di filantropia è una parte del potere liberista che serve a proteggere gli interessi delle multinazionali e allo stesso tempo a migliorarne l’immagine.

I vaccini sono stati approvati all’interno di questo sistema che abbiamo descritto, che prevede il dominio delle multinazionali, i contratti secretati tra aziende produttrici e stati e scarsissima trasparenza sui dati clinici, come lamentato anche da molti ricercatori. Eppure chiunque abbia messo in luce questo quadro è stato etichettato come “no vax” ed escluso dal dibattito pubblico. La domanda quindi è: hanno chiesto ai cittadini di “fidarsi della scienza” come ripetuto continuamente, oppure in verità hanno imposto loro di fidarsi delle multinazionali del farmaco?

Io non posso essere certo considerato no vax, visto che coordino una campagna europea per fare arrivare i vaccini in tutto il mondo, ma quando ho posto delle domande mi hanno estromesso dal sistema mediatico mainstream. È evidente che c’è stato un accordo tra Big Pharma e Commissione Europea, e senza ombra di dubbio il governo italiano è uno dei più subalterni agli interessi delle industrie farmaceutiche. C’è indubbiamente un problema di trasparenza, anche nella comunicazione, che talvolta ha provocato dei disastri. Ad esempio, è stato chiaro molto presto come a fine 2020 non vi fossero dati circa la reale efficacia dei vaccini nel bloccare le infezioni, ma solo sulla loro capacità di bloccare la malattia e i suoi decorsi sfavorevoli. I vaccini rimangono importantissimi per ridurre i decessi, ma quando si sono verificati i primi casi d’infezione in persone vaccinate la precedente comunicazione scorretta ha dato adito a chi riteneva che i vaccini non servissero.

Tuttavia anche di fronte a dati che evidenziano la larga incapacità dei vaccini di prevenire l’infezione si è resa semi obbligatoria, tramite il green pass, anche la vaccinazione dei più giovani che, dati alla mano, poco o niente rischiano contraendo il Covid. Chiaro che questo abbia alimentato, almeno in alcuni, lo scetticismo verso la scientificità di alcune decisioni…

Affermare che i vaccini non arrivino a produrre l’immunità di gregge non significa sostenere che non forniscano alcun aiuto a ridurre la circolazione del virus. Inoltre, quando si fa un atto medico bisogna sempre valutare il rapporto rischi-benefici. Nello spingere sulla vaccinazione della fascia 5-12 anni non si disponeva di dati forti, o almeno nessun ricercatore indipendente li ha visti. Scegliere di vaccinare in maniera generalizzata i bambini senza prima realizzare un vero confronto sui dati scientifici non è stato corretto e su questo andrebbe interrogata anche la Società Italiana di Pediatria, che ha emesso le linee guida ed ha rapporti quantomeno ambigui con le aziende farmaceutiche. Chiunque abbia posto domande scientifiche è stato fatto tacere. Quando, a novembre 2021, il professor Crisanti disse in tv che in quel momento non vi erano elementi sufficienti per la vaccinazione dei bambini gli venne risposto che certe cose le avrebbe dovute dire nei convegni scientifici e non in televisione. La comunicazione mainstream ha fatto da megafono al potere politico.

Anche il modo in cui gli enti regolatori dei farmaci occidentali hanno scelto di valutare solo i vaccini prodotti in Occidente è un sintomo delle storture della globalizzazione neoliberista, non trova?

Assolutamente, il caso dei vaccini per i bambini è ancora una volta emblematico. Le regole dell’EMA (l’Agenzia del farmaco europea, ndr.) specificano che le richieste di autorizzazione per i vaccini e i farmaci rivolti ai bambini debbano essere accompagnate da dati su trial clinici specifici su questa fascia di età, non basta mettere in commercio lo stesso vaccino diminuendo la dose sulla base di dati emersi da trial estremamente limitati. Esiste solo un vaccino anti-Covid al mondo sviluppato appositamente fin dall’inizio per i bambini: quello cubano. Cuba ha sviluppato un vaccino pediatrico, non a mRNA ma basato su una metodica sviluppata da decenni, che nei trial e nella distribuzione già effettuata sui bambini cubani non ha mostrato gravi effetti collaterali. Tuttavia le autorità occidentali non lo hanno nemmeno preso in considerazione. La ragione è chiaramente dettata dalla volontà di proteggere i profitti di Big Pharma nonché dalla storica volontà politica degli Stati Uniti contro Cuba.

La risposta alla pandemia è stata incentrata totalmente sulle vaccinazioni di massa, trascurando ogni possibilità fornita dalle cure, a cominciare da quelle domiciliari, anche in presenza di dati che si erano mostrati da subito promettenti. La logica del voler proteggere gli interessi delle aziende farmaceutiche ha colpito anche qui a suo avviso?

Sulle cure ci sono due tipi di problemi. Ora abbiamo farmaci prodotti dalle stesse aziende produttrici dei vaccini, che sono stati prontamente approvati,
ma hanno prezzi pazzeschi e sono anche difficili da maneggiare, con il risultato è che abbiamo interi lotti di questi farmaci in scadenza. Qui la responsabilità in Italia è del governo e delle Regioni, che non fanno funzionare il servizio sanitario in modo adeguato. L’altra questione, precedente, è stata la scelta italiana di autorizzare solo il protocollo noto come “paracetamolo e vigile attesa”. Come responsabile scientifico dell’Osservatorio Coronavirus, sono stato sommerso di telefonate di colleghi medici che mi dicevano: “Io riesco a seguire a casa alcune persone infettate evitando che finiscano in ospedale, però devo contravvenire le linee guida ministeriali che dicono che non devo fare nulla”. Credo sia difficile trovare un medico di medicina generale che possa, in scienza e coscienza, affermare di non essere mai andato oltre le linee guida. C’è da chiedersi perché le linee guida ministeriali siano state fatte in quel modo e con quale obiettivo. Non tutti potevano essere curati a casa, questo è certo, ma altrettanto fuori di dubbio è che ci sono state tante ospedalizzazioni che potevano essere evitate.

Oltretutto i medici che osavano parlare di cure domiciliari in pubblico sono stati denigrati e fatti passare per no vax…

Credo perché le cure domiciliari presuppongono un servizio sanitario che funziona a partire dai servizi territoriali. In alcune regioni, Lombardia in testa, dove il servizio sanitario è stato scientemente distrutto e migliaia di persone non hanno nemmeno un medico curante, la medicina territoriale è ridotta ai minimi termini, abbandonata a sé stessa. In questo quadro è chiaramente più semplice agire con una logica commissariale e puntare su una medicina centrata sugli ospedali, visto che la ricostruzione della medicina territoriale abbisogna di tempo e di competenze ed oltretutto è malvista dal business della sanità privata.

Tornando al discorso generale sulla globalizzazione, oggi tanti cittadini riescono a percepire chiaramente alcune delle sue conseguenze nocive che i movimenti denunciavano già 20 anni fa. Lo scetticismo verso l’ordine delle cose credo sia ai massimi livelli, eppure i grandi movimenti contro la globalizzazione sono scomparsi. Anche nella sinistra radicale, di cui lei storicamente fa parte, non si sente protestare più di tanto contro  organizzazioni contro il World Economic Forum o la Banca Mondiale, e la critica alle istituzioni sovranazionali è oggi portata avanti da gruppi della destra nazionalista. Per quale ragione?

Oggi c’è un’enorme differenza tra la diffusione di quelle che erano le nostre idee e la loro rappresentanza politica, visto che in Italia la sinistra antiliberista è ridotta ai minimi termini, sia per proprie colpe sia per la repressione che ha subito. E non parlo solo di quanto avvenuto a Genova, ma anche della forsennata e prolungata campagna mediatica finalizzata a screditare il movimento e le sue ragioni. In tutta Europa la repressione e l’emarginazione sono state spietate. La storia però è stata completamente diversa in America Latina, dove l’esperienza dei movimenti contro la globalizzazione si è incontrata con la disponibilità di settori importanti della sinistra politica a rimettersi in discussione e, in particolare nel primo decennio di questo millennio, hanno contribuito a modificare i governi e l’assetto del potere. In Europa siamo ancora nel campo della battaglia delle idee, il compito è spiegare che la lotta contro le multinazionali del farmaco non può essere separata da quella contro l’agrobusiness che affama l’Africa o da quella contro la grande finanza. Non esistono soluzioni semplici a compartimenti stagni come quelle proposte dai nazionalisti, c’è un intero sistema economico e di potere da cambiare ed occorre farlo in tempi brevi perché in gioco c’è l’intera umanità.

Parliamo di dinamiche enormi, rispetto alle quali molti pensano di essere impotenti. Un cittadino può fare qualcosa concretamente nella sua quotidianità per opporsi a questo sistema?

Può fare molto, ricordiamoci che ogni cittadino è un lavoratore, quando un lavoro ce l’ha, è un consumatore e, quando può, è anche un risparmiatore. In queste tre vesti può molto, sostenendo alcune campagne precise, cercando di fare acquisti in modo critico. Può scegliere di non mettere i propri risparmi in grandi banche che sostengono le multinazionali o il commercio di armi. In generale può utilizzare molte scelte che compie nella propria vita quotidiana
come strumento di lotta e poi magari aggregarsi con gli altri per portare avanti delle campagne.

Il movimento no global già nel 2001 aveva nel mirino anche i media mainstream. Fu celebre lo slogan “non odiare i media, diventa il media” con il quale si sottolineò la necessità di creare nuovi mezzi di controinformazione capaci di andare a rompere il monopolio della narrazione dominante. In quell’epoca nacquero anche esperimenti interessantissimi, come Indymedia e il concetto stesso di giornalismo partecipativo. A 20 anni abbondanti di distanza come vede il panorama dell’informazione e della controinformazione in Italia?

Sono estremamente preoccupato perché mi pare che stiamo andando non solo a livello nazionale, ma a livello globale, verso una concentrazione sempre più
smaccata dei media in poche mani. La comunicazione è sempre più asservita al potere politico ed economico. Tuttavia anche la controinformazione attraverso canali, siti, social e radio alternative ha acquisito forza ed è in grado di superare i confini. Certo, mi auguro che le cose cambino anche nel mainstream e che ci sia anche una ribellione da parte di alcuni giornalisti, ma i risultati si possono ottenere anche al di fuori di esso. Vedo anche molti giovani che si danno da fare, con modalità magari diverse da quelle della mia generazione e che io fatico a comprendere, ma che sono efficaci. Non hanno ancora vinto, la partita non è chiusa.

[di Andrea Legni]

Tratta e sfruttamento: in UE 1 vittima su 4 è minorenne

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In occasione della Giornata Internazionale Contro la Tratta di Esseri Umani, che ricorre il 30 luglio, Save the Children ha pubblicato la XII edizione del rapporto “Piccoli Schiavi Invisibili”, incentrato sulle condizioni dei bambini, adolescenti e giovani o potenziali vittime di tratta e sfruttamento. In Europa, dove si stima che il traffico di esseri umani produca in un anno 29,4 miliardi di euro di profitti, ben un quarto dei soli 14.000 casi identificati riguardano vittime minorenni, intrappolate in gran parte nello sfruttamento della prostituzione (64%). In Italia, i casi emersi e assisiti nel 2021 sono stati 1.911, di cui il 75,6% di sesso femminile, mentre i minori rappresentano il 3,3% del totale (61).

Giovedì 28 luglio

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9.00 – Centrodestra, trovato accordo su leadership: il partito che raccoglierà più voti indicherà il profilo dell’eventuale futuro primo ministro.

10.30 – Lo scrittore e critico letterario Pietro Citati muore all’età di 92 anni.

14.30 – ‘Ndrangheta: blitz della Dda di Milano, 4 arresti.

15.00 – Il colosso dell’abbigliamento svedese H&M decide di vendere le proprie attività in Russia: ad annunciarlo è il ministero dell’Industria e del Commercio russo.

16.30 – Il ministro della Difesa turco, Hulusi Akar, dichiara che «nelle prossime ore e nei prossimi giorni» partiranno le prime navi con il grano dai porti dell’Ucraina.

18.00 – Carso, incendi riprendono forza: evacuata un’intera frazione.

19.00 – Taiwan: il presidente cinese Xi Jinping avverte il presidente degli Stati Uniti Joe Biden di non «giocare con il fuoco».

Taiwan, Xi a Biden: «Non giocare con il fuoco»

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«Non giocare con il fuoco»: è quanto avrebbe detto, in merito alla questione di Taiwan, il presidente cinese Xi Jinping al presidente degli Stati Uniti Joe Biden nel corso di un colloquio telefonico che i due hanno avuto nella giornata di oggi. A riportarlo è l’agenzia di stampa Reuters, secondo cui Xi Jinping avrebbe inoltre affermato che gli Stati Uniti dovrebbero attenersi al «principio della Cina unica», sottolineando che la Cina si oppone fermamente all’indipendenza di Taiwan e all’interferenza da parte di forze esterne.

Covid: l’emergenza frena, gli affari delle big pharma continuano a correre

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Mentre l’emergenza sanitaria dovuta al Covid-19 si è sostanzialmente affievolita, con la situazione che nonostante i tanti contagi sembra essere sotto controllo, gli affari delle aziende farmaceutiche coinvolte nel business legato al virus continuano a correre. Le prospettive di guadagno delle big pharma, infatti, a quanto pare saranno rosee anche nel 2022: lo si desume dalle previsioni effettuate da Airfinity, una compagnia specializzata nelle analisi del mercato farmaceutico. In tal senso, secondo quest’ultima alcune delle note aziende che producono i vaccini anti Covid avranno quest’anno un importante aumento dei ricavi: in particolare Pfizer, che grazie alla vendita dei vaccini nonché del farmaco antivirale Paxlovid dovrebbe guadagnare circa 56 miliardi di dollari.

Per comprendere al meglio la situazione, però, bisogna analizzare separatamente le previsioni relative alla vendita dei vaccini e a quella degli antivirali. “Si prevede che Pfizer/BioNTech e Moderna vedranno un calo significativo dei ricavi delle vendite nel secondo trimestre, ma aumenteranno nuovamente con il nuovo vaccino mirato alle varianti”, questo si legge nell’analisi di Airfinity relativa ai vaccini, che a fronte di un calo dei ricavi di oltre il 60% nel secondo trimestre del 2022 sia per Pfizer che per Moderna, prevede che nei prossimi mesi i vaccini aggiornati alla variante Omicron invertiranno bruscamente la tendenza. La vendita degli stessi, infatti, addirittura “conquisterà un quinto del mercato del 2022”, con i vaccini che “dovrebbero essere utilizzati nelle campagne di vaccinazione autunno/inverno in tutto il mondo”. Precisamente, Airfinity stima che, nonostante una perdita da circa 8 miliardi di dollari tra il primo e il secondo trimestre, Pfizer alla fine ricaverà 33 miliardi di dollari quest’anno sia dalla vendita del suo nuovo vaccino che di quello originale: una cifra superiore del 3,6% alle previsioni dell’azienda. Moderna invece, con una perdita di circa 4 miliardi di dollari tra primo e secondo trimestre, secondo Airfinity dalle vendite dei vaccini ricaverà 18,8 miliardi di dollari nel 2022: un valore “superiore ai ricavi dell’anno scorso di 17,6 miliardi di dollari”.

Passando poi alla vendita degli antivirali, dal relativo rapporto emerge un andamento del mercato dominato da Paxlovid, il farmaco sviluppato dalla Pfizer i cui ricavi “aumenteranno del 530%”, passando da 1,5 miliardi di dollari del primo trimestre a 9,3 miliardi di dollari del secondo trimestre. Al contrario, il Molnupiravir della Merck vedrà un calo delle entrate, passando da 3,3 miliardi di dollari del primo trimestre a 1,3 miliardi di dollari del secondo trimestre: il tutto probabilmente a causa della maggiore disponibilità di Paxlovid, che “potrebbe aver ridotto la domanda di Molnupiravir”. “Si prevede che Paxlovid di Pfizer domini il mercato degli antivirali con un fatturato di 23,2 miliardi di dollari, occupando il 79% della quota di mercato”, si legge dunque nell’analisi, con Pfizer che quindi complessivamente, tra l’antivirale ed i vaccini anti-Covid, dovrebbe ricavare circa 56 miliardi di dollari nel 2022. Tuttavia, bisogna altresì tenere conto del fatto che, secondo Airfinity, la crescita delle vendite di Paxlovid potrebbe rallentare nella seconda metà del 2022, in quanto “i dati mostrano già che il ritmo dei nuovi accordi di fornitura è in calo negli ultimi mesi”.

Un’eventualità che però non dovrebbe generare preoccupazioni nell’azienda farmaceutica statunitense, che finora ha goduto di importanti profitti grazie alla vendita dei vaccini: basterà ricordare che, nel solo 2021, Pfizer ha incassato circa 37 miliardi di dollari dalla vendita dei suoi vaccini anti-Covid. Eppure, nonostante ciò l’azienda sembra decisa a proseguire il suo business, con la vendita dei nuovi vaccini che, a quanto pare, sta per partire. Una vendita che si pone sulla scia delle parole pronunciate dal Ceo di Pfizer Albert Bourla, che negli scorsi mesi affermava: «È probabile che le persone avranno bisogno di vaccinazioni annuali contro il Covid per molti anni a venire».

[di Raffaele De Luca]

L’acqua in Piemonte c’è solo per la TAV: la protesta della Val di Susa

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È iniziato sabato pomeriggio il campeggio di lotta al presidio di Venaus in Val di Susa, a cui hanno partecipato – come ogni estate da decenni -, tantissimi no tav provenienti da tutta la penisola. L’appuntamento ha avuto un unico filo conduttore: la crisi idrica, la siccità e la volontà di affrontare il cambiamento climatico a partire proprio dal Piemonte, una delle regioni più interessate dal fenomeno siccità.

Solo lo scorso mese, oltre 250 Comuni piemontesi hanno emanato o stavano per emanare ordinanze relative all’emergenza idrica e all’uso responsabile dell’acqua. L’assessore all’Ambiente del Piemonte, Matteo Marnati, ha affermato che «Dobbiamo salvare ogni litro di acqua potabile a disposizione, perché le riserve sono finite» aggiungendo che «l’acqua che sta scendendo oggi sui bacini idroelettrici è acqua glaciale, dovuta purtroppo allo scioglimento dei ghiacciai».

Nel frattempo però, secondo quanto emerso da una stima effettuata a febbraio dal Comitato acqua pubblica Torino e dal Forum italiano dei movimenti per l’acqua, il cunicolo esplorativo del TAV ha continuato a divorare acqua. Secondo i numeri forniti direttamente dalla TELT, azienda che si occupa della realizzazione della linea ferroviaria, il tunnel di Chiomonte ha provocato 245 venute d’acqua (fuoriuscite di sensibile quantità dalla parete di scavo), con una portata media complessiva di 102,6 litri al secondo, pari a 3,2 milioni di metri cubi annui, «pari al fabbisogno di 40.000 persone».

È per questo che tra le altre cose, durante la giornata di domenica, i partecipanti al campeggio di lotta hanno raggiunto il Lago del Moncenisio dove sono stati esposti i rischi futuri sulla portata d’acqua del bacino idrico anche legati ai lavori del Tav. Il campeggio si è poi concluso con l’assemblea Senza acqua non è vita: organizziamoci insieme per affrontare gli effetti della crisi climatica e con l’invito al prossimo appuntamento al Festival dell’Alta Felicità; per continuare a fare rete e a lottare contro lo spreco delle risorse, materiali e naturali.

[di Iris Paganessi]

‘Ndrangheta: blitz della Dda di Milano, 4 arresti

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Quattro arresti ed una chiusura di indagine riguardante 27 individui per reati che vanno dall’associazione di stampo mafioso al narcotraffico, dalle estorsioni alle attività illecite legate al recupero crediti. A questo ha portato l’inchiesta, coordinata dal pm della Dda di Milano e denominata “Medoro”, che è stata svolta dai carabinieri del Ros nei confronti di un gruppo ‘ndranghetista facente precisamente capo alla famiglia Mancuso di Limbadi, comune della provincia di Vibo Valentia. Perquisizioni sono state effettuate in tutta Italia, ma il gruppo avrebbe agito anche al di fuori dei confini nazionali, in maniera particolare nelle isole Baleari.

Il Regno Unito sanziona un proprio giornalista perché racconta la guerra in modo “filorusso”

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Il Regno Unito ha imposto delle sanzioni a un suo cittadino, Graham Phillips, che da giornalista indipendente copre il conflitto in Donbass. L’accusa del governo londinese è di “propaganda per Mosca e per il suo presidente Vladimir Putin”. Si tratta del primo cittadino britannico a essere inserito nell’elenco delle persone “sanzionate per i loro rapporti con la Russia“. L’ultima lista include, oltre a Phillips, il ministro della Giustizia russo, il suo vice e due nipoti del miliardario Alisher Usmanov, sanzionato invece a marzo. Il giornalista britannico era finito nel mirino del suo governo già lo scorso aprile quando, dopo aver intervistato Aiden Aslin – suo connazionale recatosi a Mariupol per combattere al fianco dell’esercito di Kiev e catturato dalle forze russe – è stato accusato di crimini di guerra. Nel filmato si vede Aslin «ammanettato, ferito e interrogato sotto costrizione», ha dichiarato il parlamentare Robert Jenrick.

Nell’elenco delle sanzioni Graham Phillips, i cui beni sono stati congelati dal governo britannico, è descritto come un «video blogger che ha prodotto e pubblicato contenuti multimediali che sostengono e promuovono azioni e politiche che destabilizzano l’Ucraina e minano o minacciano l’integrità territoriale, la sovranità o l’indipendenza del paese». Sul suo canale YouTube, Phillips carica interviste e reportage dal Donbass, discostandosi dalla linea editoriale della quasi totalità dei media britannici e occidentali. Una posizione giudicata propagandistica dal governo londinese, che ha deciso di sanzionare e congelare i beni del giornalista. Lo scorso aprile, il parlamentare Robert Jenrick ha accusato Phillips di crimini di guerra e di aver violato le convenzioni di Ginevra, in seguito a un’intervista ad Aiden Aslin. Quest’ultimo, recatosi a Mariupol per combattere al fianco delle truppe ucraine, era stato catturato dall’esercito russo, da cui Phillips è riuscito a ottenere l’autorizzazione a intervistare il connazionale.

[di Salvatore Toscano]

Google fornisce a Israele gli strumenti per l’apartheid

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Sembra lontana l’epoca in cui Google si fregiava dello slogan “don’t be evil”, non essere malvagio. Da che il motto è stato relegato al capitolo di chiusura del codice di condotta, l’azienda si è trovata al centro di diverse controversie, l’ultima delle quali suggerisce che i suoi strumenti digitali siano in procinto di essere usati per schiacciare i diritti umani del popolo palestinese. A rivelarlo è la testata The Intercept, la quale ha reperito del materiale di formazione che sarebbe finalmente in grado di offrire qualche retroscena sul misterioso “project Nimbus”, un accordo da 1,2 miliardi di dollari in cui il Governo israeliano ha chiesto a Google e Amazon di imbastire un sistema di cloud di ultima generazione.

La Big Tech non si è mai attardata a spiegare il progetto Nimbus nei dettagli, tuttavia le carte emerse rappresentano un buon indizio per capire che Google stia vendendo il set completo dei servizi Google Cloud Platform, il quale raccoglie strumenti di rilevamento facciale, valutazione automatizzata di discorsi e testi, sistemi di riconoscimento degli oggetti e persino la discussa analisi dello spettro emotivo dei soggetti, una funzione che viene generalmente considerata priva di fondamento scientifico e che si è dimostrata difettosa e discriminatoria. Qualora l’indiscrezione fosse confermata, si solleverebbe una spinosa questione deontologica, visto che Israele non si è mai fatta problemi a usare la tecnologia pur di spiare e reprimere le voci scomode.

Crimini contro l’umanità e digitale

Solamente l’anno scorso, Israele è stata accusata da Amnesty International e dallo Human Rights Watch di aver instaurato un sistema di apartheid a danno dei diritti umani dei palestinesi, mentre più recentemente le Nazioni Unite hanno determinato che le Forze di Sicurezza israeliane hanno deliberatamente sparato su di un gruppo di giornalisti uccidendo la reporter Shireen Abu Akleh. Parallelamente, le imprese del posto si sono iperspecializzate nello sviluppo e nella commercializzazione di strumenti di sorveglianza che si infiltrano nei device dei propri bersagli. Dal DevilsTongue di Candiru al celebre Pegasus dell’NSO Group, gli spyware israeliani sono finiti in ogni angolo del mondo, spesso in mano a Governi autoritari che li usano per tenere traccia di attivisti, giornalisti e manifestanti.

Sempre nel 2021 era emerso che le milizie israeliane stessero testando già da due anni un programma noto come Blue Wolf, il quale sfrutta un ampio schedario di foto per definire l’identità dei palestinesi inquadrati dall’obiettivo di un qualsiasi smartphone. Per riempire l’archivio di riferimento la polizia fermava i passanti palestinesi per strada per immortalare le loro fattezze. Come se non bastasse, posti di blocco e città di confine sono dotati di telecamere capaci di scansionare i volti dei passanti, con Hebron che è divenuta una vera e propria “smart city” in cui i cittadini sono monitorati 24 ore su 24 e in tempo reale, un qualcosa che il Middle East Institute non esita a comparare esplicitamente al perverso progetto del Panopticon.

Google silenzia le voci dello scontento

Considerate le premesse, la destinazione d’uso delle intelligenze artificiali messe a disposizione di Google lascia poco spazio all’immaginazione, cosa che sta spingendo diversi dipendenti della Big Tech a manifestare la propria preoccupazione. A quanto pare, i retroscena di Nimbus non erano infatti oscuri solamente al pubblico, ma anche a diversi dei tecnici coinvolti nella Google Cloud Platform, visto che l’impresa ha fatto il possibile perché non si discutesse la faccenda.

Nel 2021 Ariel Koren aveva messo subito in discussione i presupposti etici del contratto siglato tra il suo datore di lavoro e il Governo israeliano, tuttavia le sue contestazioni non erano state affatto accolte con benevolenza. La professionista si è vista immediatamente imporre un improbabile trasferimento in Brasile, quindi il licenziamento. Koren ha dovuto presentare reclamo al National Labor Relations Board di Google per non rinunciare al proprio ruolo e comunque si è trovata sulla scrivania una lettera anonima pregna di minacce di morte. Nonostante i suoi potenti mezzi, la Big Tech si è dimostrata in difetto e fatalmente non è mai riuscita a risalire a chi potesse essere l’autore della missiva.

Non è la prima volta che la Big Tech prova a eliminare dal proprio coloro che provano a sollevare dubbi etici impugnando una policy aziendale che recita “se vedi qualcosa che pensi non sia giusto, fai sentire la tua voce!”. Il caso più recente è stato quello di Blake Lemoine, ormai ex-dipendente di Google che è stato messo alla porta perché ha rivelato al mondo di essere preoccupato che l’intelligenza artificiale (IA) sviluppata dall’azienda stesse diventando cosciente, ma ancor più eclatante è stato l’episodio che nel 2020 ha travolto Timnit Gebru e il gruppo di ricerca di cui era a capo. Alla tecnica era stato chiesto di modificare un report in via di pubblicazione in cui si sottolineavano le criticità dei sistemi di machine learning imbastiti dall’azienda, il suo rifiuto si è tradotto in una complessa vicenda fatta di accuse e licenziamenti, quindi di uno stravolgimento della gerarchi interna al team di supervisori.

Un sodalizio pensato per essere inevitabile

Il silenzio imposto attorno a Nimbus fa parte di uno stratagemma per rendere ineluttabile la sua attuazione. The Times of Israel ha chiarito che il contratto sia stato formulato così da essere tutelato da ogni forma di boicottaggio, qualora venisse effettivamente avviato. Le aziende partecipanti al progetto – Google, ma anche Amazon – e il Governo israeliano si preparano quindi a eseguire un piano suddiviso in quattro passaggi: costruire l’infrastruttura, pianificare le policy governative sulla gestione dei dati, integrare e trasferire le informazioni sul sistema di memorizzazione cloud, quindi ottimizzarne le operazioni.

In tutto questo, il principale problema consiste nel fatto che il programma prevede che le due Big Tech istituiscano delle sedi locali, cosa che permetterà alla dirigenza di delegare la responsabilità di qualsiasi scelta manageriale controversa al desiderio di rispettare le leggi del posto. Il contratto di Nimbus è stato inoltre formulato in modo da impedire loro di spegnere i server e da assicurarsi che le aziende non possano rifiutare i servizi ad alcuna entità governativa. Formalmente il progetto è stato pensato per garantire una digitalizzazione che faccia bene al campo economico-finanziario, ma gli strumenti potranno tranquillamente essere usati anche da Intelligence e Difesa.

Difficile credere che in assenza di un movimento di indignazione massivo Amazon e Google saranno interessate a compiere un’inversione di rotta, ma la poca chiarezza che ammanta Nimbus sta assicurando ai due giganti il tempo necessario perché la situazione diventi irreversibile. Visto che ambo le aziende hanno registrato crescite finanziarie inferiori alle previsioni, gli investitori non vedono l’ora che il plateau della Borsa sia ravvivato dal sodalizio con Israele, le rare voci dissonanti vengono ignorate e ci si assicura che i consumatori sappiano il meno possibile. Per evitare il peggio, diversi gruppi di attivisti si sono messi in modo per sensibilizzare il pubblico attraverso la campagna #NoTechForApartheid, tuttavia anche la loro voce tende a catalizzarsi in contesti che si trovano soggetti a oscurantismo e il loro proposito di seppellire le Big Tech con email di protesta stenta a decollare. D’altro canto, come declamava Charles Baudelaire “il più bel trucco del Diavolo sta nel convincerci che non esiste”.

[di Walter Ferri]

In campagna elettorale il Pd si accorge che la Libia non rispetta i diritti umani

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Le commissioni Esteri e Difesa della Camera si sono riunite per il voto finale sulle missioni internazionali. Il Pd ha deciso di non votare la scheda 47, relativa al rinnovo della missione italiana in Libia e quindi al finanziamento alla “Guardia costiera libica”, non incidendo comunque sull’approvazione finale. Curioso come la decisione sia stata presa nel bel mezzo della campagna elettorale, dopo anni di frizioni interne al partito, con la minoranza – che chiedeva il non rinnovo della missione – costantemente ignorata. Si pensi all’accordo firmato da Italia e Libia nel 2017, quando al governo c’era il dem Paolo Gentiloni. In 5 anni, il nostro paese ha versato nelle casse di Tripoli più di un miliardo di euro, in cambio di 82mila migranti respinti e portati nei campi di detenzione libici.

Il decreto Missioni, arrivato a luglio in Parlamento come di consueto, ha seguito il procedimento decentrato (o approvazione in sede deliberante) e dunque è stato discusso e votato dalle Commissioni Esteri e Difesa, escludendo l’Aula. “La missione ha l’obiettivo di supportare, in sinergia e raccordo con le rilevanti attività del Ministero della Difesa, le autorità libiche preposte al controllo dei confini marittimi, per renderle progressivamente autonome nella gestione tecnica e operativa dei mezzi di cui sono dotate, ai fini della prevenzione e repressione dei traffici illeciti via mare“, si legge nel testo, approvato dalla Commissione senza i voti del Pd. Da anni, una minoranza all’interno del partito guidato da Enrico Letta chiedeva una presa di posizione, alla luce delle condizioni degradanti in cui lavora la “Guardia costiera libica” e delle violazioni dei diritti umani che avvengono nei campi di detenzione del paese. La risposta alla richiesta è arrivata in piena campagna elettorale, con il deputato Erasmo Palazzotto che ha dichiarato: «Si tratta di un segnale forte perché il Pd si è di fatto dissociato dall’assumere impegni con la Libia, un paese da anni nel caos che non rispetta i diritti dei migranti».

Nel 2017 l’Italia, attraverso l’allora presidente del Consiglio Paolo Gentiloni (Pd), ha siglato con la Libia il cosiddetto “Memorandum d’intesa sulla cooperazione nel campo dello sviluppo, del contrasto all’immigrazione illegale, al traffico di esseri umani, al contrabbando e sul rafforzamento della sicurezza delle frontiere”. Sostanzialmente un accordo che sul tavolo mette finanziamenti in cambio della “soluzione” al fenomeno migratorio: l’intercettazione a largo da parte della GCL. Diverse organizzazioni per i diritti umani, tra cui Human Rights Watch, hanno invitato l’Italia a sospendere l’accordo, dal momento in cui «non può giustificare la sua complicità nella sofferenza dei migranti e dei rifugiati che cadono nelle mani della Guardia Costiera Libica. L’Italia sa che le persone intercettate in mare torneranno ad essere detenute arbitrariamente e a subire abusi».

[di Salvatore Toscano]