Decine di agenti di polizia hanno pattugliato il Victoria Park di Hong Kong dopo che le autorità hanno vietato per il terzo anno consecutivo la commemorazione pubblica dell’anniversario della repressione di Piazza Tiananmen del 1989, quando centinaia di studenti che chiedevano una maggiore democrazia vennero uccisi. Diversi leader dell’Alleanza di Hong Kong a sostegno dei movimenti democratici patriottici della Cina – l’associazione che ha organizzato la veglia nei decenni passati – sono stati arrestati con l’accusa di violare la legge sulla sicurezza nazionale, imposta a seguito di massicce proteste pro-democrazia nel 2019.
Bufale verdi: l’Unione Europea gonfia la spesa in favore dell’ambiente?
La spesa climatica dell’Unione europea sarebbe stata gonfiata di circa il 50%. È quanto ha denunciato la Corte dei Conti europea presentando l’esito del monitoraggio sul budget 2014-2020. Secondo la valutazione, l’Ue avrebbe totalizzato una spesa climatica pari a 216 miliardi di euro quando quella reale non supererebbe i 144 miliardi di euro. Per i magistrati, quindi, l’Unione europea avrebbe mascherato 72 miliardi di euro di misure che non aiutano affatto il contrasto del cambiamento climatico, in particolare, nell’ambito della Politica agricola comune (PAC). In questo modo, l’Unione avrebbe mancato di circa sette punti percentuali l’obiettivo di destinare almeno il 20% del proprio bilancio all’azione per il clima. Come dichiarato dalla Corte, infatti, la spesa climatica reale sarebbe pari a circa il 13% del bilancio dell’Ue.
Come anticipato, è nei finanziamenti agricoli che la spesa per il clima risulta particolarmente sovrastimata. Stando ai dati diffusi dalla Commissione, il 26% dei finanziamenti agricoli dell’Ue riguardava il clima, eppure – sottolineano i magistrati – è dal 2010 che le emissioni di gas a effetto serra prodotte dall’agricoltura non diminuiscono. Ad esempio, nel caso dei finanziamenti all’agricoltura biologica, la rendicontazione ignora i potenziali svantaggi, come l’aumento delle importazioni di cereali da Paesi con norme ambientali meno severe. Analogamente, la Corte ritiene che la Commissione abbia sovrastimato il contributo fornito all’azione per il clima da altri finanziamenti per la coesione e le infrastrutture, quali quelli per il trasporto ferroviario, l’energia elettrica e le biomasse. La Corte segnala inoltre il rischio che gli importi pianificati o impegnati non vengano spesi, il che potrebbe tradursi in un’ulteriore sovrastima della spesa per il clima.
Nel complesso è l’intero sistema di calcolo della spesa climatica a far discutere. Ad oggi, la Commissione assegna dei coefficienti alle varie componenti dei programmi a seconda del rispettivo contributo atteso all’azione per il clima. Tuttavia, dal momento in cui l’attuale metodo di monitoraggio si basa esclusivamente su delle ipotesi, la modalità di rendicontazione presenta più di una criticità. Il contributo finale delle varie azioni finanziate al conseguimento degli obiettivi climatici dell’Ue, ad esempio, non viene valutato, così come non c’è alcun sistema finalizzato a monitorare i risultati raggiunti. I coefficienti utilizzati, inoltre, non sono sempre realistici: in alcuni casi – si legge nel testo diffuso dalla Corte dei Conti – la spesa è considerata pertinente al clima, nonostante i progetti e i regimi sostenuti abbiano su quest’ultimo un impatto scarso o nullo. In altri casi, poi, non si tiene nemmeno conto dei potenziali effetti negativi. Per la rendicontazione sulla spesa relativa al clima per il periodo 2021-2027 sono già stati implementati dei miglioramenti relativi ai metodi di rendicontazione, tuttavia, secondo la Corte, persistono ancora i principali problemi rilevati per il periodo precedente.
[di Simone Valeri]
La Danimarca vuole inviare i suoi detenuti stranieri in Kosovo
La Danimarca potrebbe risolvere il problema del sovraffollamento delle carceri inviando i detenuti di nazionalità terze in una colonia penale in Kosovo. Questo è quanto previsto dal Trattato sull’uso della struttura correzionale di Gjilan ai fini dell’esecuzione delle sentenze danesi, che dovrebbe essere ratificato dai Parlamenti dei due Paesi in queste settimane. Se ciò avvenisse, a partire dall’inizio 2023 la Danimarca potrebbe dare il via al trasferimento di 300 prigionieri nel carcere di Gjilan, a oltre 2000 km di distanza. La decisione ha sollevato non poche preoccupazioni tra le organizzazioni che si occupano di tutela dei detenuti e di lotta alla tortura, in quanto lederebbe i diritti delle persone detenute e violerebbe gli obblighi della Danimarca in materia di diritti umani internazionali.
L’adozione di una misura simile comporterebbe infatti una lunga lista di violazioni dei diritti dei detenuti, come il diritto alle visite familiari, all’accesso a un avvocato di fiducia e a un trattamento non discriminatorio. Ad essere trasferiti, infatti, sarebbero solamente i detenuti originari di Paesi terzi. Una volta scontata la pena, i detenuti verrebbero riportati in Danimarca per essere rimandati nei propri Paesi d’origine. A suscitare la preoccupazione di enti quali l’Organizzazione mondiale contro la tortura (OMCT), l’Osservatorio penitenziario europeo, il Consiglio internazionale di riabilitazione per le vittime della tortura (IRCT) e Antigone vi è anche la possibile condizione di detenzione delle carceri kosovare, nelle quali si registra un alto tasso di corruzione e maltrattamenti da parte del personale di custodia. L’accordo, sostengono le associazioni, costituisce di per sé una violazione delle norme penitenziarie europee e delle Nazioni Unite.
Negli ultimi anni la Danimarca ha attuato politiche migratorie sempre più restrittive, volte a limitare l’ingresso di popolazione “non occidentale” entro i propri confini. Basti pensare che nel 2021 è stato revocato il permesso di soggiorno a 380 rifugiati siriani, in quanto la città di Damasco, dove da 11 anni imperversa un sanguinoso conflitto, è stata ritenuta dal governo danese luogo sicuro. La mancanza di un sistema di integrazione efficace e la sostanziale condizione di emarginazione nella quale vivono gli immigrati extraeuropei costituiscono possibili cause dell’aumento della tendenza delinquenziale, fattore che fa sì che il 30% di coloro che si trovano in carcere sia di origine straniera. La “mercificazione” e il trattamento discriminatorio dei detenuti stranieri è quindi da leggersi in questo contesto.
[di Valeria Casolaro]
UE, vicina la direttiva sul salario minimo
L’Unione europea sta lavorando a un accordo politico sulla direttiva che introdurrebbe il salario minimo nei paesi membri. Attualmente, sono sei (Danimarca, Cipro, Austria, Finlandia, Svezia e Italia) gli stati dell’organizzazione a non aver adottato una norma sul tema. Il round decisivo di negoziati tra le istituzioni europee (Commissione, Parlamento e Consiglio) avverrà lunedì sera alle 19 a Strasburgo. La direttiva, proposta dalla Commissione europea nel 2020, punta a istituire un quadro per “fissare salari minimi adeguati ed equi rispettando le diverse impostazioni nazionali dei Ventisette e a rafforzare il ruolo della contrattazione collettiva”.
I falsi crimini di guerra e l’inesistente deontologia dei media mainstream
Il Parlamento ucraino ha deciso di sfiduciare Lyudmila Denisova, destituendola dalla carica di Commissaria per i Diritti Umani. Il motivo, oltre alla sua inadempienza su vari fronti, è il pessimo servizio tenuto riguardo la gestione e la divulgazione di notizie sensibili. Come riferisce Pavlo Frolov, deputato di “Servant of the People”, Denisova si è solo concentrata nella pubblicazione mediatica di notizie sensazionalistiche e non verificate. «L’incomprensibile concentrazione di lavoro mediatico del difensore civico su numerosi dettagli di “crimini sessuali commessi in modo innaturale” e “stupro di bambini” nei territori occupati, che non poteva essere confermato da prove, ha solo danneggiato l’Ucraina e distratto l’attenzione dei media mondiali dai reali bisogni dell’Ucraina».
Questo “lavoro” poco accurato ha spesso finito per contagiare quello dell’informazione occidentale, che raramente di fronte alle sue incredibili notizie si è comportata deontologicamente, preoccupandosi della loro veridicità prima di spargerle. Il più delle volte, le parole di Denisova, solo perché riguardanti categorie fragili, come donne e bambini, e perché giunte da una componente del Governo ucraino, sono state trasformate in fatti. E nonostante adesso sia emerso che si trattava di notizie parziali, imprecise o anche false, quasi nessuno dei media che le avevano riportate si è preoccupato di rettificare, o almeno di specificare negli articoli che le notizie erano quantomeno controverse.
Prendiamo l’esempio di Open. Nelle settimane scorse aveva riportato la denuncia di Denisova secondo cui “i russi usano lo stupro come arma di guerra”. Nel pezzo si citavano affermazioni incredibili come che vi erano state qualcosa come 43 mila segnalazioni di crimini su 82 mila persone dall’inizio della guerra, oppure che, solo in un’ora, si erano verificati 10 casi di violenza, 8 dei quali su minori. L’unica fonte a tutto ciò era però la voce stessa della Denisova che, attraverso un comunicato, parlava di quei presunti crimini russi come di “fatti”. «I appeal to the UN Commission for Investigation Human Rights Violations during the Russian military invasion of Ukraine to take into account these facts of genocide of the Ukrainian people», si legge in fondo alla pagina. Un quotidiano internazionale come Business Insider almeno aveva specificato che non era stato possibile trovare altre prove o fonti indipendenti a conferma delle notizie. Open, come altri quotidiani no. E tutt’oggi non è stata fatta alcuna rettifica. Chiunque apra quell’articolo, è indotto a pensare che il contenuto sia vero.
La sfiducia nei confronti di Denisova non è arrivata solo dalla politica. Prima ancora proprio i giornalisti ucraini, affiancati da ONG e realtà varie, avevano fatto un appello. Fra i passaggi del documento, condiviso da una cinquantina di persone, si può leggere che i firmatari, in quanto professionisti dei media ucraini, si sono spesso ritrovati a indignarsi e preoccuparsi per la retorica fatta da Denisova su notizie di crimini sessuali durante la guerra. Si sottolinea come il Commissario per i Diritti Umani e il suo ufficio abbiano un’enorme responsabilità, poiché le loro affermazioni, in quanto autorità, vengono prese come fatti confermati dai giornalisti, anche se spesso, specie quelle sui crimini sessuali, non possono venir verificate con altre fonti: (tradotto) «È molto importante che vengano davvero confermate».
«Materiali sensazionalistici, stigmatizzazioni, insinuazioni, e il fare “nero” intorno alle tragedie umane – si legge – non ci aiuteranno a superare il nemico e presentare il problema dei crimini sessuali durante la guerra. Siamo preoccupati che i media ucraini diventino solo una piattaforma per diffondere “dettagli terribili” sui crimini sessuali durante la guerra, invece di servire come voci a sostegno della raccolta di prove in casi penali pertinenti e di punizioni eque, e per diffondere informazioni su dove e come rivolgersi alle persone sopravvissute alla violenza». Fra le richieste più importanti poste a fine documento, quella di pubblicare solo le informazioni per le quali vi siano prove sufficienti, di verificare i fatti prima di procedere alla loro pubblicazione, e anche di fare attenzione al linguaggio, evitando il sensazionalismo e la divulgazione affrettata di dettagli eccessivi.
[di Andrea Giustini]
Ora gli Stati Uniti cercano l’alleanza con l’India, ma non sarà semplice
Si rafforzano i legami tra Stati Uniti e India, sia sul piano economico sia su quello politico-militare. Nell’anno fiscale 2021-2022, gli Stati Uniti scalzano dal primo posto la Cina per il totale di scambi commerciali con l’India. Inoltre, le manovre politico-doplomatiche legano maggiormente il gigante indiano agli Stati Uniti, specie per quanto concerne il settore indo-pacifico. Sullo sfondo, la massiccia presenza indiana al meeting annuale del World Economic Forum, tenutosi a Davos tra il 22 e il 26 maggio.
Gli Stati Uniti puntano sull’India per cercare di ridisegnare lo scacchiere geopolitico globale, o quantomeno regionale. Il commercio bilaterale tra India e Stati Uniti nell’ultimo anno fiscale si è attestato a 119,42 miliardi di dollari, pari all’11,5% del commercio totale dell’India che si è assestato attorno a 1,03 trilioni di dollari. Notevole è stato l’incremento annuo dello scambio commerciale tra India e Stati Uniti: circa 40 miliardi di dollari, visto che l’anno fiscale precedente aveva realizzato uno scambio per un valore di 80,51 miliardi di dollari. Le esportazioni indiane verso gli Stati Uniti sono aumentate a 76,11 miliardi di dollari nell’anno fiscale 2021-2022, rispetto ai 51,62 miliardi di dollari dell’anno fiscale precedente. Le importazioni sono anch’esse aumentate a 43,31 miliardi di dollari rispetto ai 29 miliardi di dollari del precedente bilancio commerciale. L’India ha quindi registrato una bilancia commerciale positiva rispetto agli Stati Uniti, segnando un surplus di 32,79 miliardi di dollari. Così, la Cina, che registra 115 miliardi di dollari di scambi commerciali con l’India, e una bilancia commerciale totalmente a suo favore, viene però superata dagli Stati Uniti come maggior partner economico dell’India.
Il 23 maggio scorso, l’India, insieme ad altri 12 paesi, ha aderito al quadro economico indo-pacifico (IPEF) guidato dagli Stati Uniti. L’intenzione è quella di creare un’alleanza economica regionale in chiara contrapposizione alla Cina e all’alleanza da essa stessa creata per la medesima areea grografica, il Regional Comprehensive Economic Partnership (RCEP), e di cui invece l’India non fa parte. Infatti, molti dei paesi che hanno preso parte a IPEF fanno anche parte di RCE, oltre che essere inseriti nel quadro della Belt and Road Initiative (BRI). Questa mossa consente agli Stati Uniti di riguadagnare terreno dopo l’improvvisa decisione dell’ex presidente Donald Trump, all’inizio del 2017, di ritirarsi dalla Trans-Pacific Partnership (TPP).
Dalla Cina arriva però un avvertimento nel tentativo di smorzare l’ottimismo espresso dai media indiani. Nel merito, sul giornale cinese Global Times, si può leggere: “La crescita del deficit commerciale degli Stati Uniti con la Cina è stata a lungo accusata dai politici statunitensi di aver comportato la perdita di posti di lavoro negli Stati Uniti. Citando l’enorme deficit commerciale con la Cina, l’ex presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha lanciato una guerra commerciale e ha promesso di riportare i posti di lavoro nel settore manifatturiero. L’India dovrà affrontare crescenti pressioni da parte degli Stati Uniti per ridurre il suo surplus commerciale? La risposta è probabilmente sì”.
Sul piano politico-militare, gli Stati Uniti hanno pronto un pacchetto di “aiuti militari” dal valore economico di 500 milioni di dollari; l’intenzione statunitense è quella di diminuire le vendite russe di armamenti all’India, la quale è uno dei Paesi che maggiormente si riforniscono di armamenti russi. L’india si è inoltre unita alla Combined Military Forces-Bahrain (CMF-B), una coalizione antiterrorismo volta a proteggere le acque internazionali, con gli Stati Uniti come attore principale. L’annuncio è stato fatto dopo che il Presidente degli Stati Uniti, Joseph Biden, ha incontrato il primo ministro Narendra Modi a margine del vertice del Quad – l’alleanza che comprende India, Stati Uniti, Giappone e Australia.
Per concludere, all’ultimo incontro del World Economic Forum, l’India è stata ospite con una folta delegazione composta da oltre 100 persone, tra CEO, fondatori di start-up e leader politici, ha partecipato al WEF Annual Meeting 2022, cercando di far puntare i riflettori sulle prospettive di crescita dell’India e sui suoi ambiziosi piani di sviluppo tecnologico. Con la partecipazione dei ministri del governo federale e la rappresentanza di cinque stati (Telangana, Andhra Pradesh, Karnataka, Tamil Nadu e Maharashtra), l’India cerca di posizionarsi tra i grandi, offrendo una destinazione di investimento attraente e un mercato in rapida crescita.
Sempre il 23 maggio scorso, giorno in cui ha preso vita il quadro economico indo-pacifico (IPEF), il WEF ha annunciato l’Alliance of CEO Climate Action Leaders India che lavorerà per percorsi di decarbonizzazione dell’India nell’ottica di un processo di sviluppo che tenda verso “zero emissioni nette”, riunendo al tavolo del Forum amministratori delegati delle principali aziende indiane. L’India ha inoltre aderito alla First Movers Coalition, l’iniziativa globale guidata da Stati Uniti e WEF volta a decarbonizzare l’industria pesante e i settori dei trasporti a lunga distanza.
Dunque, gli Stati Uniti cercano di portare vicino a sé l’India, sia in funzione antirussa che anticinese e magari nell’ottica di addomesticare l’ennesima potenza in ascesa, possibile competitor dei prossimi decenni. Dal canto suo, l’India cerca di cavalcare l’onda sfruttando ogni possibilità che converga con i propri interessi strategici nel tentativo di emulare l’ascesa cinese a potenza globale e almeno per ora non intende rinunciare a buoni rapporti con la Russia. Secondo quanto riportato dalla CNN, i flussi di greggio russo verso l’India raggiungeranno i 3,36 milioni di tonnellate a maggio. Si tratta di un volume quasi 9 volte superiore alla media mensile del 2021 di 382.500 tonnellate. Complessivamente, l’India ha ricevuto 4,8 milioni di tonnellate di petrolio russo scontato dall’inizio della guerra in Ucraina.
[di Michele Manfrin]
Clima, livello CO2 nell’atmosfera raggiunge nuovo massimo storico
Nel maggio di quest’anno le concentrazioni di anidride carbonica nell’atmosfera terrestre hanno superato del 50% quelle dell’era preindustriale, raggiungendo le 420 parti per milione (ppm). Il dato è stato registrato dalla National Oceanic and Atmospheric Administration (NOAA), la principale agenzia climatica statunitense. Secondo la NOAA, le cause sono da individuare nella produzione di elettricità con combustibili fossili, nei trasporti, nella produzione di cemento e nella deforestazione.
Camminare
“Il superamento della sedentarietà e il disprezzo per i confini fanno di gente del mio tipo degli alfieri del futuro”: queste parole di Hermann Hesse si inscrivono nella piena tradizione romantica tedesca, dove le camminate nei boschi o lungo le rive del mare sono le testimonianze di un atteggiamento sognante tutto teso verso una speciale dimensione sentimentale, erotica e divina, “nell’intimo del proprio cuore”. “Ho compreso che io sono un nomade e non un contadino, un cercatore e non un depositario” (Vagabondaggio, 1919, trad. it. Newton 1992).
A pensarci bene troviamo qui due tappe della remota storia umana, della rivoluzione neolitica di diecimila anni fa, dalla fase della caccia e raccolta a quella dell’agricoltura, da un mondo solcato da mille intrecci di percorsi e di impronte a una realtà contrassegnata da limiti, di proprietà e di competenza. L’incolto e il coltivato, l’indistinto e il definito.
Camminare è dunque un’esperienza ancestrale che consiste nel cercare una meta oppure, come dice Hesse, di godere il “vagabondaggio per se stesso, l’essere in cammino”, dove “Dio si fa mondo, in colori variopinti”.
All’opposto, Jack Kerouac: “Ed ecco un uomo con una valigetta che procedeva allegramente dalla spiaggia, e ci vide e fece un cenno con la mano e ci disse ‘Camminate un po’ più veloci se volete stare alla pari con me, perché io vado in Canada e non ho intenzione di sprecare tempo… Non posso rallentare, ragazzo, non posso’… Io e Slim ci affrettammo a seguirlo… ‘Tutto lanciato verso il Canada sono. Ho le mie cose in questa valigia. Ho anche una bella cravatta nuova…’. La sua valigia era una povera cosina tutta stracciata di cartone ed era tenuta insieme da una grossa cintura… Avevamo ormai camminato fino nei campi, dove la strada era illuminata solo di tanto in tanto… Il vecchio continua a parlare e a camminare, finché tutto quello che potevamo vedere fu la sua ombra che svaniva nel buio ed era scomparso come un fantasma. ‘Beh’, disse Slim, ‘era proprio un fantasma’” (Pic, 1948, trad.it. Newton 1995).
Lo sforzo fisico del camminare ha un corrispettivo dunque nel pensiero, nell’astrazione, attiva realtà immaginarie, nostalgie e progetti, sensorialità pure e fantasie illimitate, bilanci e aspettative, come la scrittura di un destino che si è messo in moto con noi. Al punto che nel camminare si può perdere l’orientamento. “Fu colto allora dall’angoscia. Non capiva come potessero esservi tanti alberi sulla via del ritorno. Accelerò ancora il passo, e alla fine prese a marciare di gran carriera… e corse a perdifiato per un lungo tratto…Gridò allora più volte di seguito, ma non ricevette risposta alcuna di rimando, il bosco intero era silente e la voce si perdeva tra i mille rami” (A. Stifter, Il sentiero nel bosco, 1845, trad.it. Adelphi 1999).
C’è una solitudine in questo camminare, apparentemente diversa dalla compagnia di chi fa jogging lungo strade e sentieri, un camminare che può essere vagabondaggio ma anche pellegrinaggio, dove la meta è definita, voluta, attesa e la gente che si muove con noi è come se fosse composta da individui, accomunati ma isolati, affratellati ma indipendenti. Una maratona metafisica, un dirsi come si è uguali nonostante i nostri abiti, le nostre idee, i nostri motivi.
“A volte, nonostante la neve, quando tornavo dalla mia passeggiata serale mi imbattevo nelle impronte profonde di un taglialegna che partivano dalla porta di casa mia, e trovavo sul focolare il suo mucchio di legna e nell’aria l’odore della sua pipa”: così Henri David Thoreau, l’autore dello splendido Camminare, nel suo Walden o vita nei boschi (1854, trad.it. Rusconi 2020).
L’impronta, la traccia è come la scrittura di quel camminare che già c’è stato, è una narrazione, un raccontare nomade, come El hablador (Il narratore ambulante, 1987, trad.it. Rizzoli 1989), il machiguenga amazzonico di cui parla Mario Vargas Llosa, specializzato in imboscate spirituali: “L’importante è non spazientirsi e lasciare che quanto deve accadere, accada… Se l’uomo vive tranquillo, senza spazientirsi, ha il tempo di riflettere e ricordare, troverà il suo destino, forse”. Altrimenti, se vuole prevenire il tempo, “il mondo si intorbidisce e l’anima cade in una ragnatela di fango”.
L’impronta, dunque, che nella sua versione moderna si è resa più difficile, dal momento che i nostri viaggi si svolgono per lo più sull’asfalto e sul cemento, sostanze su cui è difficile imprimere una traccia. Sempre e dovunque l’uomo ha camminato incidendo la terra di sentieri visibili e invisibili, lineari e tortuosi. Robert Macfarlane, nel suo elogio del camminare (Le antiche vie, trad. it. Einaudi 2013) narra della pista di impronte, a nord di Liverpool, dove si affiancano due file di tracce assai vicine, un uomo e una donna, molto alti tutti e due. Un camminare misurato, regolare, i due in viaggio, non in cerca di cibo, annotano i paleoantropologi. A passeggio, dunque, non a caccia.
Muoversi sì, lo abbiamo sempre fatto, ma camminare, sentire l’esigenza e l’attrazione naturale di andare a vedere di persona, di scegliere una direzione, di esplorare, oppure di realizzare una minima sfida, diciamo pure sportiva, dove si ripetono gli stessi percorsi e dove la città, la natura diventano una pista immaginaria, un percorso ripetuto, un circuito definito, una andare rituale che scandisce le nostre giornate e ci mette alla prova.
“L’essere in movimento s’inebria del proprio dinamismo, che lo rende audace… Siamo entrati nel novero di tutti i vagabondi, ambulanti e zingari che sospettano del potere e di chi se ne sta seduto” (P. Sansot, Passeggiate. Una nuova arte del vivere, trad.it. Pratiche 2001). In ultima analisi, ci sono due forme del camminare, una, quella che in francese si chiama flânerie, il girovagare, andare a zonzo, il farsi distrarre, senza avere una destinazione, l’osservare casualmente, in modo non sistematico. Tipico forse del muoversi all’interno di una città, senza evitare le sorprese. Io ricordo la lapide sulla casa di Marguerite Long, la pianista, in cui mi sono imbattuto a Nîmes, o quella che ricorda Chopin in Place Vendôme, a Parigi, o Montale a Rapallo, Nietzsche a Torino… Oppure, al limite, c’è l’escursione, il percorso accidentato che richiede competenza ed energia, e un preciso impegno fisico, con una mappa definita perché l’iniziativa sia felicemente attuata.
In ogni caso, nel camminare, in qualsiasi modo, non bisogna sottovalutare l’incontro, quello che se avviene su un sentiero, ci fa dire Buongiorno, rispetto a quell’altro dove ci si incrocia silenziosi, con una certa sensazione di confronto, non sempre benevola.
Siamo, se lo vogliamo, sempre sulle Vie dei Canti, quelle di cui ha scritto Chatwin, siamo sempre ai confini del mondo, anche se abbiamo quasi del tutto perduto, cioè delegato ai media esterni, artificiali, quasi tutta la nostra capacità di capire e avere certezze. Purché ci si senta sempre camminatori in esercizio continuo, purché le nostre energie spirituali non ci vengano sottratte, purché non ci facciamo espropriare il nostro pensare, la nostra meravigliosa illimitata capacità di sbagliare e di rettificare, allora camminare è non restare fermi, è come scrivere, immaginare, allineare i passi ma disallineare i pensieri, quasi in un continuo risveglio.
Riflettiamo, a proposito della etimologia della parola ‘progresso’, dal latino ‘gradus’, ‘passo’, e poi anche il nostro ‘grado’ e ‘gradino’, il salire e lo scendere con un ritmo obbligato, mantenendo una certa misura. “Un progress era, per un re, il giro dei castelli dei suoi baroni; per un vescovo, il giro della sua diocesi; per un nomade, quello dei suoi pascoli; per un pellegrino, quello dei luoghi sacri. Fino al Seicento erano sconosciute forme di progresso ‘morale’ o ‘materiale'” (Bruce Chatwin, Le Vie dei Canti, trad.it. Adelphi 1988).
Camminare è andare avanti e anche ritornare, compiere una ricognizione su un territorio che non è nostro, esplorare ma anche ripetere lo stesso tragitto con un gusto che può essere compiaciuto ma anche competitivo. La strada, l’andare, in ogni caso cerca un metodo, osservava Sansot, attraverso molti smarrimenti e molti miraggi.
[di Gian Paolo Caprettini – semiologo, critico televisivo, accademico]
Cremona, detenuti appiccano fuoco nelle celle per protesta: 80 evacuati
Verso le 22 di venerdì 3 maggio alcuni detenuti del carcere di Cremona hanno dato fuoco alle proprie celle: secondo quanto riferito da Gennarino De Fazio, segretario generale della Uilpa Polizia Penitenziaria, la protesta aveva come oggetto la mancata somministrazione di uno psicofarmaco. Circa 80 detenuti sono stati evacuati mentre i vigili del fuoco domavano l’incendio. Per De Fazio, si tratta dell’ennesimo segnale delle “gravissime criticità del carcere cremonese”, che conferma come “la grave emergenza penitenziaria sia ancora in atto” e mostra come sia necessaria “una riforma complessiva che ripensi il sistema d’esecuzione penale, rifondi il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria e reingegnerizzi il Corpo di polizia penitenziaria”.
L’allarme dell’Interpol: le armi inviate all’Ucraina finiranno alla criminalità organizzata
Non che sorprenda, ma c’è la seria possibilità che la diffusione di armi nel mondo possa creare problemi. Non è una teoria da pacifisti, anche l’International Criminal Police Organization (Interpol) la vede allo stesso modo. In occasione di una conferenza presso l’Anglo-American Press Association, il Segretario generale dell’organizzazione poliziesca Juergen Stock ha infatti rivelato alcune sue preoccupazioni, sostenendo con determinazione che le armi consegnate in Ucraina finiranno prima o poi in mano alla criminalità organizzata.
«Quando le esplosioni taceranno, il mercato illegale delle armi prenderà vita. Lo sappiamo grazie all’esperienza maturata sugli altri teatri di guerra. I criminali stanno in questo momento – anche ora che stiamo parlando – facendo sforzi per ottenerle», ha dichiarato Stock senza mezzi termini. La storia e i documenti redatti dagli anni dagli analisti ci suggeriscono inoltre che le fosche prospettive dell’uomo descrivano con precisione gli scenari futuri.
Non si tratta di un timore da prendere alla leggera, soprattutto ora che gli equipaggiamenti militari spediti a Kiev stanno mettendo in secondo piano i giubbini antiproiettile per concedere massima priorità ai sistemi missilistici e alle relative munizioni, sistemi che difficilmente potranno essere monitorati con la giusta attenzione. Se in Afghanistan gli Stati Uniti e la NATO potevano controllare la destinazione delle loro armi grazie a una massiccia presenza sul territorio, nel caso ucraino non resta che affidarsi alla buona fede e alle capacità amministrative dell’Amministrazione Zelensky, nonché a quella delle realtà che le succederanno nei prossimi anni.
Sorgono dunque diversi problemi. Pur accettando in maniera incondizionata le intenzioni virtuose del suo attuale Presidente, l’Ucraina è comunque segnalata dall’indice di percezione della corruzione di Transparency International come una delle nazioni europee con il più grande abuso di pubblici uffici mirato al guadagno privato, mentre l’organizzazione svizzera Small Arms Survey riconosce la regione come un importante crocevia del traffico illegittimo di armi.
Stock chiede con una certa urgenza che Unione Europea e Stati Uniti sviluppino rapidamente dei metodi per vigilare sulla destinazione degli equipaggiamenti militari inviati in sostegno a Kiev, colmando così un vuoto di imbarazzante portata. Questionato sull’argomento dal The Washington Post, un portavoce del Dipartimento di Stato americano si è limitato però a sostenere che l’Ucraina ha firmato un accordo per cui «non permetterà il ritraferimento dell’equipaggiamento a terze parti senza prima ricevere l’autorizzazione del Governo USA».
Ciò non assicura che poi le terze parti autorizzate non rivendano le armi in un secondo momento o che i loro equipaggiamenti non finiscano nelle mani dell’avversario, ma neppure che la politica ucraina mantenga la parola data. D’altronde, sottolinea il Cremlino, nemmeno gli Stati Uniti hanno mantenuto simili accordi, visto che ad aprile hanno inviato a Kiev degli elicotteri Mi-17 che gli erano stati venduti una decina di anni fa da Mosca. L’acquisto era stato allora accompagnato da un contratto che impegnava Washington a non trasferire i velivoli in nazioni terze senza prima aver ottenuto l’approvazione della Federazione Russa, tuttavia il Pentagono giustifica la violazione delle clausole asserendo che questo sia «concesso dalla legge statunitense e coerente con le priorità di sicurezza nazionali».
[di Walter Ferri]









