mercoledì 30 Novembre 2022

Camminare

“Il superamento della sedentarietà e il disprezzo per i confini fanno di gente del mio tipo degli alfieri del futuro”: queste parole di Hermann Hesse si inscrivono nella piena tradizione romantica tedesca, dove le camminate nei boschi o lungo le rive del mare sono le testimonianze di un atteggiamento sognante tutto teso verso una speciale dimensione sentimentale, erotica e divina, “nell’intimo del proprio cuore”. “Ho compreso che io sono un nomade e non un contadino, un cercatore e non un depositario” (Vagabondaggio, 1919, trad. it. Newton 1992).

A pensarci bene troviamo qui due tappe della remota storia umana, della rivoluzione neolitica di diecimila anni fa, dalla fase della caccia e raccolta a quella dell’agricoltura, da un mondo solcato da mille intrecci di percorsi e di impronte a una realtà contrassegnata da limiti, di proprietà e di competenza. L’incolto e il coltivato, l’indistinto e il definito.

Camminare è dunque un’esperienza ancestrale che consiste nel cercare una meta oppure, come dice Hesse, di godere il “vagabondaggio per se stesso, l’essere in cammino”, dove “Dio si fa mondo, in colori variopinti”.

All’opposto, Jack Kerouac: “Ed ecco un uomo con una valigetta che procedeva allegramente dalla spiaggia, e ci vide e fece un cenno con la mano e ci disse ‘Camminate un po’ più veloci se volete stare alla pari con me, perché io vado in Canada e non ho intenzione di sprecare tempo… Non posso rallentare, ragazzo, non posso’… Io e Slim ci affrettammo a seguirlo… ‘Tutto lanciato verso il Canada sono. Ho le mie cose in questa valigia. Ho anche una bella cravatta nuova…’. La sua valigia era una povera cosina tutta stracciata di cartone ed era tenuta insieme da una grossa cintura… Avevamo ormai camminato fino nei campi, dove la strada era illuminata solo di tanto in tanto… Il vecchio continua a parlare e a camminare, finché tutto quello che potevamo vedere fu la sua ombra che svaniva nel buio ed era scomparso come un fantasma. ‘Beh’, disse Slim, ‘era proprio un fantasma’” (Pic, 1948, trad.it. Newton 1995).

Lo sforzo fisico del camminare ha un corrispettivo dunque nel pensiero, nell’astrazione, attiva realtà immaginarie, nostalgie e progetti, sensorialità pure e fantasie illimitate, bilanci e aspettative, come la scrittura di un destino che si è messo in moto con noi. Al punto che nel camminare si può perdere l’orientamento. “Fu colto allora dall’angoscia. Non capiva come potessero esservi tanti alberi sulla via del ritorno. Accelerò ancora il passo, e alla fine prese a marciare di gran carriera… e corse a perdifiato per un lungo tratto…Gridò allora più volte di seguito, ma non ricevette risposta alcuna di rimando, il bosco intero era silente e la voce si perdeva tra i mille rami” (A. Stifter, Il sentiero nel bosco, 1845, trad.it. Adelphi 1999).

C’è una solitudine in questo camminare, apparentemente diversa dalla compagnia di chi fa jogging lungo strade e sentieri, un camminare che può essere vagabondaggio ma anche pellegrinaggio, dove la meta è definita, voluta, attesa e la gente che si muove con noi è come se fosse composta da individui, accomunati ma isolati, affratellati ma indipendenti. Una maratona metafisica, un dirsi come si è uguali nonostante i nostri abiti, le nostre idee, i nostri motivi.

“A volte, nonostante la neve, quando tornavo dalla mia passeggiata serale mi imbattevo nelle impronte profonde di un taglialegna che partivano dalla porta di casa mia, e trovavo sul focolare il suo mucchio di legna e nell’aria l’odore della sua pipa”: così Henri David Thoreau, l’autore dello splendido Camminare, nel suo Walden o vita nei boschi (1854, trad.it. Rusconi 2020).

L’impronta, la traccia è come la scrittura di quel camminare che già c’è stato, è una narrazione, un raccontare nomade, come El hablador (Il narratore ambulante, 1987, trad.it. Rizzoli 1989), il machiguenga amazzonico di cui parla Mario Vargas Llosa, specializzato in imboscate spirituali: “L’importante è non spazientirsi e lasciare che quanto deve accadere, accada… Se l’uomo vive tranquillo, senza spazientirsi, ha il tempo di riflettere e ricordare, troverà il suo destino, forse”. Altrimenti, se vuole prevenire il tempo, “il mondo si intorbidisce e l’anima cade in una ragnatela di fango”.

L’impronta, dunque, che nella sua versione moderna si è resa più difficile, dal momento che i nostri viaggi si svolgono per lo più sull’asfalto e sul cemento, sostanze su cui è difficile imprimere una traccia. Sempre e dovunque l’uomo ha camminato incidendo la terra di sentieri visibili e invisibili, lineari e tortuosi. Robert Macfarlane, nel suo elogio del camminare (Le antiche vie, trad. it. Einaudi 2013) narra della pista di impronte, a nord di Liverpool, dove si affiancano due file di tracce assai vicine, un uomo e una donna, molto alti tutti e due. Un camminare misurato, regolare, i due in viaggio, non in cerca di cibo, annotano i paleoantropologi. A passeggio, dunque, non a caccia.

Muoversi sì, lo abbiamo sempre fatto, ma camminare, sentire l’esigenza e l’attrazione naturale di andare a vedere di persona, di scegliere una direzione, di esplorare, oppure di realizzare una minima sfida, diciamo pure sportiva, dove si ripetono gli stessi percorsi e dove la città, la natura diventano una pista immaginaria, un percorso ripetuto, un circuito definito, una andare rituale che scandisce le nostre giornate e ci mette alla prova.

“L’essere in movimento s’inebria del proprio dinamismo, che lo rende audace… Siamo entrati nel novero di tutti i vagabondi, ambulanti e zingari che sospettano del potere e di chi se ne sta seduto” (P. Sansot, Passeggiate. Una nuova arte del vivere, trad.it. Pratiche 2001). In ultima analisi, ci sono due forme del camminare, una, quella che in francese si chiama flânerie, il girovagare, andare a zonzo, il farsi distrarre, senza avere una destinazione, l’osservare casualmente, in modo non sistematico. Tipico forse del muoversi all’interno di una città, senza evitare le sorprese. Io ricordo la lapide sulla casa di Marguerite Long, la pianista, in cui mi sono imbattuto a Nîmes, o quella che ricorda Chopin in Place Vendôme, a Parigi, o Montale a Rapallo, Nietzsche a Torino… Oppure, al limite, c’è l’escursione, il percorso accidentato che richiede competenza ed energia, e un preciso impegno fisico, con una mappa definita perché l’iniziativa sia felicemente attuata.

In ogni caso, nel camminare, in qualsiasi modo, non bisogna sottovalutare l’incontro, quello che se avviene su un sentiero, ci fa dire Buongiorno, rispetto a quell’altro dove ci si incrocia silenziosi, con una certa sensazione di confronto, non sempre benevola.

Siamo, se lo vogliamo, sempre sulle Vie dei Canti, quelle di cui ha scritto Chatwin, siamo sempre ai confini del mondo, anche se abbiamo quasi del tutto perduto, cioè delegato ai media esterni, artificiali, quasi tutta la nostra capacità di capire e avere certezze. Purché ci si senta sempre camminatori in esercizio continuo, purché le nostre energie spirituali non ci vengano sottratte, purché non ci facciamo espropriare il nostro pensare, la nostra meravigliosa illimitata capacità di sbagliare e di rettificare, allora camminare è non restare fermi, è come scrivere, immaginare, allineare i passi ma disallineare i pensieri, quasi in un continuo risveglio.

Riflettiamo, a proposito della etimologia della parola ‘progresso’, dal latino ‘gradus’, ‘passo’, e poi anche il nostro ‘grado’ e ‘gradino’, il salire e lo scendere con un ritmo obbligato, mantenendo una certa misura. “Un progress era, per un re, il giro dei castelli dei suoi baroni; per un vescovo, il giro della sua diocesi; per un nomade, quello dei suoi pascoli; per un pellegrino, quello dei luoghi sacri. Fino al Seicento erano sconosciute forme di progresso ‘morale’ o ‘materiale'” (Bruce Chatwin, Le Vie dei Canti, trad.it. Adelphi 1988).

Camminare è andare avanti e anche ritornare, compiere una ricognizione su un territorio che non è nostro, esplorare ma anche ripetere lo stesso tragitto con un gusto che può essere compiaciuto ma anche competitivo. La strada, l’andare, in ogni caso cerca un metodo, osservava Sansot, attraverso molti smarrimenti e molti miraggi.

[di Gian Paolo Caprettini – semiologo, critico televisivo, accademico]

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