Il sindacato unitario dei giornalisti, il FNSI (Federazione Nazionale Stampa Italiana), ha chiesto che sia fatta chiarezza riguardo l’elenco di nomi pubblicati dal quotidiano Corriere della Sera e che rientrerebbero nell’ambito dell’indagine del Copasir sulla diffusione di fake news e di propaganda filorussa in Italia. Raffaele Lorusso, presidente del sindacato, ha infatti dichiarato inaccettabile il fatto di stilare liste di questo tipo sulla base di opinioni espresse e ha aggiunto che “non si può schedare chi la pensa diversamente perché significherebbe tornare ai tempi più bui della storia d’Italia”.
Martedì 7 giugno
4.00 – Israele, il parlamento respinge la legge che avrebbe dovuto rinnovare le norme civili per i residenti negli insediamenti ebraici in Cisgiordania. Sconfitta per il governo Bennett.
7.00 – UE, trovato l’accordo sul salario minimo. Prima il Parlamento e poi il Consiglio europeo si esprimeranno sulla direttiva.
8.30 – Guardia di Finanza di Trieste, sequestrate 4,3 tonnellate di cocaina ed eseguite 38 misure cautelari tra Europa e Colombia.
10.00 – Salvini annuncia ricorso contro l’obbligo di mascherina ai seggi per le amministrative e i referendum.
10.50 – Napoli, blitz della DIA porta a 25 arresti. Tra le accuse, anche il reato di l’associazione per delinquere di tipo camorristico.
11.30 – Calendarizzata la legge che legalizzerebbe l’autoproduzione di cannabis: arriverà alla Camera il 24 giugno per la discussione.
12.30 – FDA, dubbi sull’autorizzazione per il vaccino NOVAVAX: possibile rischio di miocardite nei giovani.
16.15 – Ue annuncia standard universale USB-C per caricabatterie di telefoni, tablet, macchine fotografiche e altri apparecchi elettronici a partire dal 2024.
17.20 – Visita al Quirinale della presidente della Georgia Salomé Zourabichvili: rinnovata richiesta di ingresso nell’Ue.
18.45 – Liste di proscrizione del Copasir, il sindacato dei giornalisti chiede chiarezza: “inaccettabile stilare liste sulla base di opinioni espresse”.
Banca Mondiale riduce stime crescita globale: “il rischio di stagflazione aumenta”
“La crescita globale dovrebbe crollare dal 5,7% nel 2021 al 2,9% nel 2022, una cifra significativamente inferiore al 4,1% previsto a gennaio”: è quanto si legge all’interno di un comunicato della Banca Mondiale. Ai danni causati dalla pandemia di Covid-19 si sono infatti aggiunti quelli della guerra in Ucraina, la quale ha “amplificato il rallentamento dell’economia globale, che sta entrando in quello che potrebbe diventare un lungo periodo di debole crescita e inflazione elevata”. Ciò “aumenta il rischio di stagflazione”, si legge dunque nel comunicato, ovverosia di avere una situazione in cui sono contemporaneamente presenti nello stesso mercato sia un aumento generale dei prezzi sia una mancanza di crescita dell’economia in termini reali.
Esplode la rabbia dei pescatori italiani contro il caro gasolio
Proseguono ormai da settimane gli scioperi dei pescatori in tutta Italia per protestare contro il rincaro dei prezzi del carburante. Già lo scorso marzo si erano verificate le prime proteste che si sono poi intensificate da fine maggio coinvolgendo tutta la costa Adriatica – dalle Marche alla Puglia – la città di Napoli, la Sicilia e la costa del Tirreno. Sono molti i problemi che da tempo affliggono la pesca italiana oltre all’aumento dei prezzi del gasolio: tra questi la concorrenza straniera e l’alta pressione fiscale. Per questo ad Ancona a fine maggio gli armatori hanno protestato sotto la prefettura e al porto dorico hanno impedito lo scarico di tre tir che trasportavano pescato straniero fino alle quattro di mattina.
È chiaro che ora a gettare benzina sul fuoco su un settore già precario e in forte difficoltà è il caro carburante innescato dalle tensioni geopolitiche e da politiche poco lungimiranti che hanno favorito la speculazione finanziaria su materie prime essenziali. I costi per i pescatori sono così diventati insostenibili, costringendoli a lavorare in perdita. Apollinare Lazzari, a capo dell’Associazione produttori e pescatori di Ancona, ha spiegato chiaramente la situazione: “Ora paghiamo il carburante 1 euro e 20 centesimi al litro. Una barca consuma sui 3000 litri al giorno. Ed è chiaro che così non si può andare avanti. Noi, a differenza di altre imprese, non possiamo scaricare il costo sul prodotto. A noi serve un aiuto diretto, immediato. Non chiediamo sconti o altre agevolazioni, ci occorre solo che il gasolio non superi un certo prezzo, così da poter lavorare”.
Protesta a Gioia Tauro: pescatori contro caro gasolio #carogasolio #GioiaTauro #localteam pic.twitter.com/N6pQlvW9Pl
— Local Team (@localteamtv) June 1, 2022
Ieri è stato dunque il turno dei pescatori siciliani che hanno ormeggiato le loro barche nei porti di Portopalo Siracusa, Marzamemi, Scoglitti, della provincia di Ragusa, Cefalù e Sciacca. Anche una parte della marineria di Catania ha aderito allo sciopero e l’altra parte lo farà a breve. Fabio Micalizzi, presidente della Federazione armatori Sicilia ha chiesto che venga messo un tetto massimo al prezzo del gasolio e che venga aperta un’indagine dalla Procura per stabilire eventuali responsabilità di speculazioni. Ha dunque asserito che “Se prima c’erano barche che spendevano 2-3 mila euro di carburante ora ne spendono ben più del doppio. Non è più tollerabile. Il sistema pesca in Sicilia e nel resto d’Italia va verso il fallimento. La pesca è un settore ormai ko”. Sono affermazioni forti e particolarmente allarmanti che richiederebbero immediate iniziative politiche, in quanto il settore ittico rappresenta una componente importante non solo del commercio, ma anche della cultura gastronomica italiana e incide sul settore della ristorazione con forti ripercussioni anche sull’indotto turistico. Si rischia così di creare una spirale negativa che si aggiunge a un’inflazione già galoppante riguardante ormai la maggior parte delle materie prime.
Il ministro delle Politiche agricole, Stefano Patuanelli, su Radio Anch’io ha affermato che il governo ha già provveduto ad erogare due fondi da 20 milioni di euro, uno quest’anno e uno l’anno scorso: “Le azioni sia in Europa che in Italia ci vengono riconosciute come le migliori possibili” ha dichiarato. Tuttavia, alla luce dei fatti, queste misure paiono prive dell’impatto necessario per risollevare le sorti del settore, in quanto i pescatori continuano ad essere impossibilitati a svolgere il loro lavoro, schiacciati dall’esponenziale aumento dei costi. È lecito, dunque, domandarsi se e come siano stati effettivamente erogati tali fondi.
Per non parlare poi della spietata concorrenza estera da parte di Paesi come Spagna, Grecia e Nordafrica, dove il carburante costa meno della metà, e resa possibile anche dalla mancanza di qualunque misura protezionistica tesa a difendere i nostri mari e a rendere competitivi i nostri prodotti ittici: mentre, infatti, le flotte italiane sono state costrette a fermarsi, aumentano esponenzialmente le importazioni di pesce dall’estero. Secondo le stime di Coldiretti Impresa pesca, sarebbero otto su dieci i pesci arrivati da fuori Italia sui mercati della penisola. Sempre Coldiretti denuncia che questo stato di cose ha portato la flotta peschereccia pugliese a perdere oltre un terzo delle imprese e 18.000 posti di lavoro, “con un contestuale aumento delle importazioni dal 27% al 33%”.
Per pronta risposta, alle comprensibili proteste delle associazioni di categoria in tutta Italia non solo i rappresentanti di governo non hanno ricevuto alcun delegato del settore, ma si sono anche registrati episodi di tensione con la polizia, la quale ha impedito a un gruppo di pescatori riunitosi pacificamente a Roma di dirigersi verso il ministero dell’Economia.
Al momento nessuna iniziativa è stata presa per attenuare il rincaro dei prezzi ed è prevedibile che, se non verranno presi immediati e concreti provvedimenti, si rischia la serrata totale delle marinerie, con conseguenze che si ripercuoteranno sull’intero sistema economico italiano. Quest’ultimo già seriamente provato da una ripresa incerta, ulteriormente indebolita da scelte politiche che si stanno rivelando contrarie agli interessi nazionali.
[di Giorgia Audiello]
Ue: trovato accordo su caricabatterie universale per dispositivi mobili
I negoziatori del Consiglio e del Parlamento europeo hanno raggiunto un accordo relativo all’introduzione di un caricabatterie universale per i dispositivi elettronici mobili di piccole e medie dimensioni. Lo si apprende da un comunicato della commissione per il mercato interno e la protezione dei consumatori del Parlamento europeo (Imco), la quale comunica che entro l’autunno 2024 l’USB-C diventerà la “porta di ricarica comune” nell’Ue per cellulari, tablet, fotocamere digitali ed altri dispositivi elettronici. “Dopo la pausa estiva, Parlamento e Consiglio dovranno approvare formalmente l’accordo prima che venga pubblicato nella Gazzetta ufficiale dell’Ue”, si legge inoltre nel comunicato.
Autoproduzione di cannabis: la legge arriva in Parlamento
Il disegno di legge relativo alla legalizzazione dell’autoproduzione di cannabis è stato calendarizzato: arriverà il 24 giugno alla Camera dei Deputati per essere discusso. La proposta di legge riprende così il suo iter, dopo essere stata per oltre due anni in Commissione Giustizia. Nelle scorse settimane ha avuto luogo il voto in Commissione, con i primi emendamenti soppressivi della Lega – che miravano a boicottare la proposta – superati dalla maggioranza. Sui restanti, Riccardo Magi – presidente di Più Europa e primo firmatario della proposta di legge – ha dichiarato che molti decadranno perché ripetitivi, come ad esempio quelli avanzati da Lega e FdI relativi alle sanzioni pecuniarie.
Dopo la discussione prevista per il 24 giugno, potrebbe arrivare il turno della votazione già a fine luglio, anche a seconda degli altri lavori previsti e calendarizzati. L’obiettivo dei promotori della legge è quello di arrivare a una votazione alla Camera entro la pausa estiva, così da riprendere l’iter al Senato a settembre.
Approvata in Commissione di Giustizia lo scorso settembre, il testo base sull’autoproduzione propone, tra le altre cose, la depenalizzazione per la coltivazione domestica che non superi le 4 piante “femmine”, oltre a sanzioni minori per i fatti di lieve entità e l’aumento della pena da 6 a 10 anni di detenzione per i reati connessi al traffico e allo spaccio.
[di Salvatore Toscano]
La Corte suprema serba processerà la NATO per le bombe “umanitarie” del 1999
La Corte suprema di Belgrado ha deciso di portare a processo la Nato per le bombe “umanitarie” all’uranio impoverito lanciate contro la ex Jugoslavia nel 1999, nell’ambito dell’operazione Allied Force. La causa è stata formalmente presentata nel 2021 da un ex militare dell’esercito jugoslavo, affetto da gravi patologie tumorali simili a quelle di molti altri suoi ex colleghi serbi e italiani ed imputabili, secondo lui e il suo legale, alle conseguenze delle bombe all’uranio impoverito. Alla sua denuncia si sono aggiunte quelle di oltre 3 mila civili serbi, che chiedono giustizia non solo per i danni materiali causati da quell’operazione ma anche per le conseguenze sulla propria salute. L’Alleanza ha cercato di appellarsi all’immunità giurisdizionale, ma venerdì 3 giugno sono state depositate a Belgrado le istanze per annientare il tentativo della Nato di sottrarsi al processo.
La strategia elaborata dai legali serbi in collaborazione con Angelo Fiore Tartaglia, avvocato che da due decenni si occupa della tutela legale dei militari ammalatisi di tumore durante le missioni nei Balcani, si compone di due punti fondamentali. Il primo è che l’accordo di cooperazione cui la Nato fa riferimento nella Nota a Verbale inviata a Belgrado e che ne dovrebbe sancire l’immunità è stato siglato nel 2005 e non ha, perciò, valore retroattivo per l’attività dell’Alleanza nel periodo 1995-2000. Il secondo è che la presenza di un ufficiale Nato di collegamento insediatosi a Belgrado, altro elemento apportato dall’Alleanza a supporto della propria immunità, “non acquisisce efficacia sanante nei confronti di una condotta che costituisce comunque una violazione delle norme fondamentali del diritto umanitario internazionale (consistenti nell’aver commesso crimini di guerra)”.
L’operazione Allied Force, cominciata in Serbia il 24 marzo 1999 con il primo bombardamento su Belgrado, durò 78 giorni. Le bombe “umanitarie” della Nato colpirono centinaia di obiettivi e infrastrutture sia civili che militari, causando una massiccia distruzione anche a causa dell’impiego di bombe a grappolo e di 15 tonnellate di uranio impoverito. Le conseguenze sulla popolazione, oltre alle centinaia di morti e le migliaia di feriti, furono devastanti anche per l’impatto a lungo termine sulla salute dei civili: la Serbia si colloca infatti al primo posto nella classifica europea per il numero di malattie oncologiche. A soli 10 anni dall’operazione Allied Force furono infatti circa 30 mila coloro che si ammalarono di cancro, dei quali 10 mila morirono. Nonostante i tenaci tentativi delle istituzioni militari italiane di negare il collegamento tra patologie dei militari e contesto ambientale, numerose sentenze riuscirono a ribaltare le “verità di Stato” e condannarono il ministero della Difesa a risarcire i danni. Furono 7600, secondo i dati dell’Osservatorio Militare, i militari italiani ad ammalarsi di cancro per le armi ad uranio impoverito utilizzate nel corso dell’operazione Allied Force in Jugoslavia nel 1999, dei quali 400 morirono.
Che la Nato abbia commesso crimini di guerra in Jugoslavia, fa notare l’avvocato Tartaglia, è una verità incontrovertibile, in quanto questi vengono definiti dall’art. 8 dello Statuto di Roma della Corte Penale Internazionale come atti di “omicidio volontario; tortura o trattamenti inumani, compresi gli esperimenti biologici; cagionare volontariamente grandi sofferenze o gravi lesioni all’integrità fisica o alla salute”. Come fa inoltre notare Mauro Pili nel suo articolo su Unione Sarda, la Nato svolge numerose operazioni anche nei poligoni di Quirra e Teulada nel corso delle quali vengono utilizzate armi al torio, elemento molto più pericolo dell’uranio impoverito in grado di causare danni ambientali e alla salute: devastazioni per le quali l’Alleanza Atlantica potrebbe essere considerata altrettanto colpevole.
[di Valeria Casolaro]
A Trieste uno dei più importanti sequestri di droga in Europa
La Guardia di Finanza di Trieste, coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia, ha effettuato una delle più grandi operazioni antidroga mai avvenute in Europa: sono state sequestrate 4,3 tonnellate di cocaina ed eseguite 38 misure cautelari tra Europa e Colombia, oltre al sequestro di 1,8 milioni di euro in contanti. Si è stimato che la vendita di un tale quantitativo di stupefacente avrebbe fruttato ai criminali oltre 240 milioni di euro di ricavi. Le indagini della magistratura e delle polizia colombiana, durate oltre un anno, hanno portato alla luce una fitta rete di rapporti tra produttori sudamericani e consumatori europei e italiani.
Mosca attacca di nuovo l’Italia: “i vostri media sono pieni di propaganda anti-russa”
In un lunghissimo post su Facebook, l’ambasciata di Mosca in Italia ha accusato i media italiani di condurre una campagna anti-russa, che “viola i diritti dei cittadini” e “alimenta la crescita di sentimenti russofobi nella società italiana”. Il post si concentra poi sull’elenco dei presunti atti discriminatori, che “coinvolgono gli artisti, i funzionari e i cittadini russi”. “I connazionali – viene infine denunciato – sono preoccupati per il limitato accesso ai media russi in Italia e, di conseguenza, per la mancanza di informazioni obiettive sulla politica e sulle azioni della Russia nel quadro dell’operazione militare speciale”. La risposta di Roma non si è fatta attendere, con il ministro degli Esteri Di Maio che ha dichiarato: «I nostri mezzi d’informazione non possono prendere lezioni di giornalismo dalla Russia, né tantomeno ricevere minacce».
Tra i casi ostili citati dall’ambasciata di Mosca in Italia, figurano gli atti vandalici ai danni “della recinzione dell’edificio del Consolato Generale della Federazione Russa a Genova”, le difficoltà dei dipendenti della Missione permanente russa presso la FAO e di altre organizzazioni internazionali a Roma a stipulare contratti con gli operatori telefonici e “la grande campagna lanciata in Italia contro la cultura russa e i suoi rappresentanti“. In particolare, vengono citati “la richiesta al direttore d’orchestra di fama mondiale Valery Gergiev di condannare pubblicamente le azioni della Russia in Ucraina sotto la minaccia di porre fine alla cooperazione” e l’annullamento del Lago dei cigni in diversi teatri italiani. A questi eventi, si aggiunge poi l’incidente che ha suscitato “il maggior clamore dell’opinione pubblica russa”, relativo a “una studentessa russa di 19 anni dell’Università di Bologna che si è recata dal medico per ottenere un certificato di disabilità uditiva” ma che ha ricevuto “l’invito a effettuare un esame approfondito (nonostante negli anni precedenti ciò non fosse richiesto) prima di essere cacciata dall’operatore sanitario”.
In risposta alle dichiarazioni, il 6 giugno è stato convocato al Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale della Repubblica Italiana il capo della missione diplomatica russa, l’ambasciatore Sergey Razov, noto all’opinione pubblica per le rivelazioni di stampa incentrate sugli incontri con Matteo Salvini, commentate successivamente dal leader della Lega: «Per la pace si lavora con ambasciatori e governi di tanti Paesi. Io l’ho fatto e continuerò a farlo, spero in compagnia di tanti colleghi che in questi giorni criticano e chiacchierano ma non muovono un dito». Al centro della convocazione della Farnesina, c’è stato l’invito a “cambiare la prassi comunicativa delle ultime settimane”. Razov, e dunque l’Ambasciata russa in Italia, ha poi rilasciato una nuova nota, in cui si è ribadita l’accusa di propaganda. “L’ambasciatore si è soffermato sulle dichiarazioni talvolta inaccettabili di alti funzionari italiani nei confronti della Russia e della sua leadership. Ha sottolineato che la linea di propaganda che sta dominando nei media italiani difficilmente può essere qualificata altrimenti che come ostile”. Da un lato, l’ambasciata chiede “moderazione ed equilibrio nell’interesse del mantenimento di relazioni positive e di cooperazione tra i popoli russo e italiano a lungo termine”, dall’altro, le istituzioni italiane ribadiscono i confini dell’azione diplomatica di Razov.
Il capo di una missione diplomatica permanente (ambasciatore) deve ricevere, prima del suo insediamento, il cosiddetto gradimento da parte dello stato ospitante, a testimonianza della natura consensuale della relazione. Segue poi l’accreditamento del capo della missione, che così può iniziare a svolgere le proprie funzioni: proteggere gli interessi e rappresentare il proprio stato – definito accreditante -, negoziare con lo stato ospitante, accertare e riferire al paese di rappresentanza sulle condizioni e gli sviluppi nel territorio ospitante e promuovere relazioni amichevoli tra i due stati in campo economico, culturale e scientifico¹. In qualsiasi momento, il paese accreditante può decidere di richiamare il proprio ambasciatore, così come lo stato territoriale può definirlo “persona non grata”, allontanandolo dal territorio sovrano.
[Di Salvatore Toscano]
¹ Articolo 3, Convenzione di Vienna del 1961.








