venerdì 27 Febbraio 2026
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Le ragioni del viaggio di mezzo governo italiano dal “dittatore” Erdogan

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Sono lontani i tempi in cui il presidente del Consiglio Mario Draghi definiva Recep Tayyip Erdoğan «un dittatore». In poco più di un anno, Italia e Turchia sono diventati infatti «partner, amici, alleati», così come dimostrano i nove accordi siglati durante il vertice inter-governativo tenutosi ad Ankara, a pochi giorni dal summit NATO di Madrid che ha visto cadere il veto turco sull’adesione di Finlandia e Svezia in cambio della pelle dei curdi. Svariati i temi dell’incontro: dalla cooperazione per la guerra in Ucraina e soluzione allo stallo del grano e dei fertilizzanti fermi nel Mar Nero, al rafforzamento dell’interscambio economico, passando per l’energia, la Libia e gli accordi nell’industria della Difesa. Roma riconosce, dunque, il ruolo che Ankara ha assunto in Medio Oriente e in cambio promette un aumento del commercio e la persistenza del disinteresse verso l’uso delle armi vendute.

La settimana scorsa a Madrid, Draghi aveva schivato una domanda sui curdi e sul loro destino scaricando la responsabilità su Finlandia e Svezia, che permetteranno tra le altre cose l’estradizione dei membri del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK) verso la Turchia, dopo aver offerto loro asilo negli ultimi anni. Il presidente del Consiglio italiano si è limitato a descrivere la situazione come «un punto molto importante», caduto però nell’oblio durante l’incontro con Erdoğan, dove Draghi si è limitato a «incoraggiare il presidente turco a rientrare nella Convenzione di Istanbul». Un tema tanto importante da essere dimenticato da mezzo esecutivo che ha accompagnato Draghi ad Ankara: il ministro dell’Interno Luciana Lamorgese, della Difesa Lorenzo Guerini, dello Sviluppo economico Giancarlo Giorgetti, della Transizione ecologica Roberto Cingolani e degli Esteri Luigi Di Maio. Questi ultimi, dopo aver raggiunto intese in Medio Oriente e in Africa per rimpiazzare le importazioni di gas e petrolio dalla Russia, hanno firmato gli accordi con i loro omologhi per ribadire e rafforzare la cooperazione energetica con la Turchia, destinata a diventare il secondo partner dell’Italia, dopo l’Algeria. Ankara ha infatti aumentato del 62,5% il volume di gas trasportato attraverso il metanodotto Tanap (gasdotto Trans-Anatolico), che si collega al Tap (gasdotto Trans-Adriatico) in Puglia.

Dal punto di vista energetico sussiste poi la questione dello sfruttamento degli idrocarburi presenti nelle acque cipriote, a cui Erdoğan si oppone per avere voce in capitolo sui profitti. La scorsa settimana l’Eni e la TotalEnergies hanno iniziato a perforare un pozzo esplorativo di gas al largo delle coste di Cipro, tuttavia una soluzione definitiva è ancora lontana, bloccata dai rapporti tra Grecia e Turchia, che nel 1974 invase l’isola in risposta alle rivendicazioni dei nazionalisti ciprioti circa l’annessione alla Grecia. Durante il vertice inter-governativo di ieri è stata invece espressamente sottolineata la volontà di aumentare l’interscambio economico lungo l’asse Roma-Ankara. «Abbiamo superato i 23 miliardi di dollari e quest’anno possiamo raggiungere anche i 25 miliardi», ha dichiarato Erdoğan al termine dell’incontro, per poi aggiungere: «con l’Italia abbiamo rapporti militari e della Difesa e siamo d’accordo per svilupparli e approfondirli». Il riferimento è ai 42 milioni di euro di armi vendute dal nostro paese nel 2021 e all’intesa raggiunta nel vertice circa «la protezione delle informazioni nell’industria della Difesa», che ha la finalità di garantire la sicurezza dei documenti classificati scambiati tra le parti nell’ambito delle attività di sviluppo industriale e approvvigionamento in campo militare.

Spazio poi alla condanna alla guerra in Ucraina e alla necessità dell’accordo che vede protagonisti la Turchia e le Nazioni Unite nella cessazione dello stallo relativo al grano nel porto di Odessa. L’ottimismo di Erdoğan, secondo cui in massimo dieci giorni si arriverà a un risultato positivo, si scontra con la realtà: il silenzio di Putin e la mancanza di un piano alternativo, non presente nei temi del G7 conclusosi nei giorni scorsi in Germania. Dopo il lavoro diplomatico tra Mosca e Kiev, la Turchia punta a rafforzare il ruolo di intermediario tra le fazioni di Tripoli, Misurata, Bengasi e Tobruk, con la benedizione dell’Italia, dal momento in cui l’Eni – a causa della precarietà politica della Libia – non estrae il petrolio e il gas di cui avrebbe bisogno.

[di Salvatore Toscano]

Un anticorpo ha sconfitto il cancro al colon-retto in uno studio sperimentale 

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Un anticorpo ha sconfitto il cancro al colon-retto in uno studio sperimentale effettuato da un gruppo di ricercatori del Memorial Sloan Kettering Cancer Center di New York, negli Stati Uniti. La ricerca è stata condotta su dodici pazienti, con un’età media di 54 anni, i quali sono guariti dal tumore senza sottoporsi né a interventi chirurgici né a cicli di chemioterapia, ma solo a un trattamento basato sulla somministrazione dell’anticorpo monoclonale dostarlimab.

Ai pazienti coinvolti è stato fatto assumere il farmaco per infusione ogni tre settimane, per un lasso di tempo lungo sei mesi. L’esperimento, ovviamente, nel caso in cui la cura non fosse andata come previsto, avrebbe previsto un “piano B”: cicli di chemioterapia o interventi chirurgici nel periodo subito dopo il trattamento sperimentale. Questi, tuttavia, non si sono rivelati necessari. Inoltre, seppur generalmente un paziente su cinque riporti effetti collaterali in risposta a questo genere di terapia – quali debolezza muscolare o difficoltà nella deglutizione -, nessuno dei volontari ha accusato malesseri. Un aspetto indubbiamente positivo, ma da prendere ancora con le pinze, in quanto potrebbe essere dovuto o al numero ridotto di soggetti coinvolti nella ricerca o al tipo di tumore.

Il dostarlimab è un anticorpo monoclonale, ovvero un tipo di proteina prodotto in laboratorio con tecniche di DNA ricombinante, che imita la capacità del sistema immunitario di combattere i virus. Entrando più nello specifico, questo tipo di composto organico stimola la risposta immunitaria perché, rendendo visibili le cellule tumorali alle difese naturali dell’organismo, questa le trova e le combatte. Mai prima d’ora si era arrivati alla scomparsa completa del cancro – certificata per almeno sei mesi da diversi esami clinici (PET, endoscopia, risonanza magnetica) -, in tutti i partecipanti.

Un farmaco simile, il pembrolizumab, era già stato sperimentato nel 2017, su 86 pazienti affetti da diversi tipi di cancro metastatico, da Luis A. Diaz, uno degli autori dello studio. I soggetti avevano sì tumori differenti, ma presentavano tutti la stessa mutazione genetica che impedisce alle cellule di riparare i danni causati al DNA. Dopo un anno o due dall’assunzione del farmaco, il 10% dei pazienti era guarito, mentre la metà si era stabilizzata. È stato questo buon risultato a fare sorgere un quesito importante: se il trattamento fosse iniziato con largo anticipo, prima della formazione e diffusione delle metastasi? Da qui è partita la sperimentazione sui pazienti con tumore al colon-retto localizzato e affetti dalla stessa mutazione genetica dei partecipanti alla ricerca del 2017. Questa ha dato un risultato storico ma da considerare ancora provvisorio, poiché se è vero che, per ora, in nessun caso il cancro si sia ripresentato, è opportuno approfondire e attendere più tempo per capire se si possa parlare di guarigione.

[di Eugenia Greco]

Tassonomia: Europarlamento non si oppone a inclusione gas e nucleare tra attività sostenibili

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Il Parlamento europeo ha respinto una risoluzione di rigetto relativa alla proposta di tassonomia della Commissione Ue. Con 328 voti contrari, 278 voti favorevoli e 33 astenuti, gli eurodeputati non si sono dunque opposti all’atto delegato sulla tassonomia della Commissione, che prevede l’inserimento del nucleare e del gas tra le attività economiche considerate sostenibili dal punto di vista ambientale. Quest’ultimo dunque può continuare il suo iter e se anche il Consiglio europeo non si opporrà, entrerà in vigore il 1° gennaio 2023.

Colao annuncia la rivoluzione digitale che «nessun futuro governo potrà smontare»

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Il Ministro per l’innovazione tecnologica e digitale, Vittorio Colao, ha deciso: tutti i dati dei cittadini dovranno essere digitalizzati e contenuti in un portafoglio elettronico sempre consultabile, mentre sta lavorando affinché il progetto assuma una dimensione europea. Come spiegato dallo stesso Colao ieri in conferenza stampa, infatti: «l’obiettivo è creare una vera e propria Schengen del digitale», ossia un Qr code contenente tutti dati e i documenti validi a livello europeo. L’Italia ha l’ambizione di porsi come avanguardia e apripista del progetto di digitalizzazione, che rientra nel contesto più ampio di riforme previste dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) e necessarie per ottenere i fondi del Next Generation EU.

Il Ministro per la transizione digitale – facendo il punto sullo stato di attuazione del PNRR in materia di digitalizzazione e innovazione – ha spiegato che sono stati stanziati 20 miliardi nei settori digitale e spazio e che «ad oggi sono stati allocati o assegnati circa 15 miliardi, quasi 11 miliardi sul digitale, 4 miliardi sullo spazio». Ma la dichiarazione più importante – e anche più preoccupante – del Ministro è quella secondo cui «il percorso delle riforme è tracciato, nessun futuro governo potrà fermarlo». Una tale esternazione evidenzia inequivocabilmente quanto poco potere abbiano in realtà gli esecutivi eletti dal popolo di fronte a decisioni prestabilite a tavolino da agende sovranazionali rispetto alle quali cittadini e politica non hanno voce in capitolo. Un dato di fatto che indebolisce notevolmente quel concetto di “democrazia” costantemente ostentato dalla classe politica europea.

Dunque, il disegno dei rappresentanti di Bruxelles – sostenuto anche da organizzazioni extranazionali ed estremamente influenti come il World Economic Forum – prevede un Paese interamente digitalizzato, connesso e online dove tutto sarà potenzialmente controllabile e tracciabile. Nulla potrà sfuggire a quello che pare a tutti gli effetti un “grande occhio digitale”, dal sapore vagamente orwelliano.
L’idea è quella di estendere a tutti il possesso di un’identità digitale e di un portafoglio virtuale – come, ad esempio, l’App Io già utilizzata per il green pass – in cui saranno contenute tutte le informazioni che riguardano la vita di una persona: dai documenti al conto bancario, dalla tessera elettorale fino al fascicolo sanitario elettronico: quest’ultimo, in particolare, “custodirà” l’intera storia del nostro corpo e renderà possibile anche trattamenti sanitari a distanza che sono quelli su cui punta la “nuova” sanità 4.0. Non è un mistero, infatti, che attraverso le tecnologie più avanzate sia possibile monitorare in tempo reale l’organismo di un individuo nelle sue funzioni vitali, aggiungendo così un elemento ulteriore di possibile controllo sulla vita fisica dei cittadini. Si tratta del consolidamento del cosiddetto biopotere, già inaugurato da vaccini e green pass.

Un altro obiettivo fondamentale del ministero di Colao per trasformare l’Italia in una nazione “smart” è rappresentato dall’estensione onnipervasiva della rete 5G, che dovrà raggiungere anche i borghi più isolati del Paese entro il 2026. Durante la conferenza stampa di ieri, l’ex AD di Vodafone ha asserito, infatti, che «saremo il primo Paese europeo che avrà il 100% di fibra per il 5G, copriremo il 99% della popolazione e le reti a banda larga saranno per il 94% in fibra», aggiungendo anche che «a dicembre di quest’anno avremo completato tutta l’architettura digitale del Paese». A dispetto di quanto narrato, la rete 5G non è pensata tanto per la popolazione, quanto per fare decollare la cosiddetta Quarta rivoluzione industriale (4RI), in quanto permette il collegamento di milioni di oggetti alla Rete, rendendo possibile così l’automazione del lavoro, pilastro della 4RI, ma anche minaccia per milioni di posti di lavoro.

A tal fine, è necessario collegare tra loro i cavi delle antenne 5G: per questo, lo Stato ha assegnato 725 milioni alla Tim per “rilegare” antenne in 5G – ben 11 mila – alla fibra, coprendo così il 90% delle spese.
Tutto ciò rientra nella Strategia italiana per la Banda Ultra Larga, monitorata attentamente dall’Unione europea. Il governo e il ministero di Colao hanno lanciato per la sua realizzazione 5 bandi di gara, inclusi i due del 5G, finanziati dal piano di rilancio europeo (PNRR): tutti i bandi prevedono che la proprietà delle nuove reti resti appannaggio delle imprese private che le realizzano. Sarà poi il Garante delle Comunicazioni (l’AgCom) a dettare le regole affinché eventuali altre aziende concorrenti possano noleggiare queste reti d’avanguardia a prezzi equi.

Altri due punti importanti del progetto di digitalizzazione riguardano le amministrazioni pubbliche e la questione del contante: nel primo caso, si prevede il caricamento sul cloud di almeno il 75% delle amministrazioni italiane; nel secondo, la limitazione all’uso del contante va inserita proprio all’interno del progetto digitale che renderà possibile il controllo totale sui movimenti bancari degli utenti e non solo: le transazioni elettroniche, infatti, sono fonte di grande guadagno per gli istituti di credito grazie alle commissioni, che possono variare dall’1 al 4%.

Dietro alla facciata avanguardistica che si sta cercando di attribuire al Paese grazie a quello che dovrebbe essere il più grande ammodernamento tecnologico, dunque, si nascondono diversi problemi e rimangono, altresì, gravi criticità: una sanità sempre meno efficiente che ha visto il taglio di milioni di fondi e in cui manca personale medico e infermieristico, una scuola sempre più prostrata alle logiche di mercato piuttosto che alla formazione culturale, disoccupazione e disagi sociali, cui ora si è aggiunto un altissimo tasso di inflazione.

Si vedrà presto, dunque, se (e come) la digitalizzazione del Paese contribuirà a risolvere questi problemi strutturali, oppure se tale “ambizione” si rivelerà essere solo l’ennesimo “disegno futuristico” di una élite ormai sempre più distante dai problemi concreti della nazione e dei cittadini.

[di Giorgia Audiello]

 

Non si ferma la protesta dei tassisti contro la riforma del governo Draghi

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Ha preso il via nella mattina di ieri 5 luglio lo sciopero di 48 ore dei tassisti di tutta Italia, al quale hanno aderito quasi tutte le sigle sindacali. La protesta riguarda l’art. 10 del ddl Concorrenza, che determina la deregolamentazione del settore e che per tale motivo i tassisti vogliono sia del tutto abolito. Il governo, tuttavia, ha chiaramente mostrato di non voler nemmeno prendere in considerazione questa opzione. Ieri vi sono stati cortei a Milano e Roma, dove i manifestanti si sono scontrati con la polizia, mentre oggi la protesta sarà estesa ad altre città.

L’art. 10 del ddl Concorrenza prevede “l’adeguamento dell’offerta di servizi alle forme di mobilità che si svolgono mediante applicazioni web che utilizzano piattaforme tecnologiche per l’interconnessione dei passeggeri e dei conducenti” e “la promozione della concorrenza, anche in sede di conferimento delle licenze, al fine di stimolare standard qualitativi più elevati”. Come in altri Paesi europei, dunque, quali Francia, Spagna e Germania – nei quali pure vi sono state dure proteste -, verrebbero in questo modo introdotte senza limitazioni app per gli spostamenti su ruota quali per esempio Uber, liberalizzando completamente il settore e ponendolo nelle mani delle multinazionali.

A detta del governo il provvedimento sarebbe stato richiesto come condizione dall’Unione europea al fine di poter ottenere i fondi del Pnrr. L’ultimo confronto tra i sindacati e il ministero per le Infrastrutture e la Mobilità sostenibili si è svolto lunedì 4 luglio e non ha avuto buon esito: la viceministra Teresa Bellanova (Italia Viva) ha infatti dichiarato che non vi è alcuna intenzione di cancellare o modificare l’art. 10, ma che il governo è comunque «disponibile a portare avanti il confronto per chiarire meglio e puntualizzare». La viceministra ha poi precisato che l’intenzione sarebbe quella di distinguere «il ricorso alle piattaforme di intermediazione da quelle di interconnessione», in quanto «Le prime sono gestite da altri soggetti a pagamento, le seconde sono quelle che oggi usano anche molti tassisti. Nel momento in cui c’è la distinzione c’è anche la possibilità, per i tassisti, di aderire a una o a tutte e due le piattaforme, ma questo non può essere impedito. Si tratta di una maggiore efficienza per la categoria e una maggiore disponibilità per l’utenza». Come sottolinea Nicola Di Giacobbe di Unica Cgil taxi, tuttavia, «Il tentativo che c’è dietro questa delega è dare in mano questo servizio alle multinazionali, fonte dello sfruttamento del lavoro altrui. Il governo ci pone la richiesta di una delega che rimandiamo al mittente. Siamo pronti a venire a un tavolo di concertazione per migliorare il servizio ma diciamo no alla legge delega».

A Roma ieri mattina i manifestanti si sono trovati in piazza della Repubblica per dare il via ad un corteo che ha sfilato per le vie della città fino ad arrivare in piazza Venezia, recando striscioni quali “Draghi, non te lo chiede l’Europa, te lo chiede Uber”. Arrivati di fronte alla sede del governo di Palazzo Chigi i manifestanti sono riusciti per qualche minuto a forzare i blocchi della polizia, che è poi riuscita a farli arretrare verso la Galleria Alberto Sordi. Da lì i tassisti hanno iniziato a lanciare fumogeni in direzione di piazza Colonna e a intonare cori contro il premier Draghi, assente perché in Turchia per incontrare Erdogan. A Milano alcune categorie arrivano a un tasso di adesione del 100%, garantendo solamente le corse del servizio sociale quali per esempio il trasferimento di persone fragili in ospedale. Le mobilitazioni proseguono oggi, con manifestazioni e cortei previsti in tutte le principali piazze italiane.

[di Valeria Casolaro]

Decreto Aiuti, M5S a maggioranza: senza Superbonus lasciamo la maggioranza

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La maggioranza di governo rischia di spaccarsi definitivamente sul decreto Aiuti, per via della norma sul Superbonus voluta dai 5 Stelle, che si dicono pronti a uscire dalla maggioranza in caso di esito negativo. Mentre PD e Leu si mostrano disposti ad accogliere le istanze del Movimento, Italia Viva e dimaiani, insieme a Lega e Forza Italia, sono contrari e premono perché il discorso sia chiuso con la fiducia. La discussione, prevista alla Camera ieri, è stata rinviata a oggi, ma la via della fiducia sembra la più probabile. Ancora più atteso è ora l’incontro tra Conte e il premier Draghi, di rientro da Ankara.

 

Uruguay: giudice ordina a Pfizer di presentare entro 48 ore i dati sui vaccini

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In Uruguay, il giudice del Tribunale per il Contenzioso Amministrativo (TCA), Alejandro Recarey, ha ordinato all’azienda farmaceutica Pfizer nonché alla Presidenza della Repubblica ed al ministero della Salute Pubblica (MSP) di presentare una serie di dati ed informazioni relativi ai vaccini anti Covid entro 48 ore, il tutto nell’ambito di un’udienza che si terrà alle ore 9:00 della giornata di oggi. È questa la notizia riportata da diversi quotidiani uruguaiani, i quali fanno sapere che il giudice ha adottato tale risoluzione in seguito ad un’azione legale intentata con il fine di sospendere la somministrazione dei vaccini anti Covid nei bambini.

Il provvedimento con cui è stato intimato alle parti sopracitate di fornire i dati, nello specifico, contiene un elenco di 16 richieste, tra cui la presentazione dei contratti di acquisto dei vaccini, le informazioni sulle eventuali clausole “di indennizzo civile o di impunità penale per i fornitori in merito al verificarsi di possibili effetti avversi dei farmaci acquisiti”, le informazioni sulla composizione biochimica dei vaccini nonché sulla eventuale presenza di ossido di grafene negli stessi. Spiccano poi anche le richieste relative alla presentazioni dei dati – relativamente a quanto “scientificamente noto e non noto” – sull’efficacia dei vaccini e sui possibili effetti della vaccinazione a “breve, medio e lungo termine (compresi i possibili effetti negativi)”, che dimostrano la volontà della giustizia di venire a conoscenza in maniera precisa del rapporto rischi-benefici dei vaccini. Volontà confermata anche dalla richiesta di avere i dati ufficiali che dimostrino l’incidenza negativa o positiva della vaccinazione sul “numero dei contagi e dei decessi con diagnosi di Covid dall’inizio della campagna ad oggi”.

“A tutte le citazioni deve essere data risposta entro 48 ore o, a seconda dei casi, prima dell’udienza fissata”: questo si legge dunque nel documento, che tuttavia per adesso pare non aver ancora prodotto i dati richiesti. Al momento non vi sono infatti notizie relative ad una eventuale avvenuta comunicazione delle informazioni sopracitate che però, quantomeno da parte del governo, dovrebbero essere fornite proprio nella giornata di oggi, ovverosia il giorno dell’udienza. Il segretario della Presidenza della Repubblica, Álvaro Delgado, ha infatti fatto sapere che il governo metterà a disposizione le risposte questo mercoledì, affermando che l’esecutivo «fornirà tutte le informazioni» basandosi sulla trasparenza e sul supporto scientifico.

[di Raffaele De Luca]

Si dimettono due ministri del governo di Boris Johnson

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Il governo inglese guidato dal premier conservatore Boris Johnson è sull’orlo di una crisi governativa: si sono, infatti, dimessi il ministro dell’economia Rishi Sunak e il segretario alla Salute Sajid Javid a causa di scandali che coinvolgono alcuni membri del partito. La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata la vicenda del vicecapogruppo del Partito Conservatore, Chris Pincher, che, mercoledì scorso, dopo essersi ubriacato in un club, ha molestato sessualmente due uomini in pubblico. I comportamenti di Pincher sarebbero noti da anni nell’ambiente politico e al Primo ministro inglese, accusato di avere coperto il collega di partito. Le scuse del Premier britannico sono arrivate in ritardo, quando i due ministri avevano già deciso di dimettersi. Per Johnson ora si paventano due strade: o le dimissioni o le elezioni anticipate.

In Sardegna i cittadini hanno salvato i pini marittimi, attraverso l’arte

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In Sardegna stavano per essere abbattuti ben cinquanta pini marittimi, presenti da oltre sessanta anni e con una lunga prospettiva di vita (di circa altri 250 anni). A salvarli, è stata l’originale idea di un artista sardo pronto a combattere per i diritti della natura senza armi, ma con l’arte. Il 28 giugno 2022 è stato così inaugurato il MACCAB, Museo d’Arte Contemporanea a Cielo Aperto dedicato ai Bambini, in cui le opere d’arte presenti, sono gli alberi.

È accaduto a Torregrande, località marittima in provincia di Oristano dov’è in atto un progetto per il rifacimento del lungomare. Peccato però che l’effettiva realizzazione del piano per rinnovare il lungomare di Torregrande abbia anche previsto l’abbattimento di cinquanta pini marittimi. Alla notizia che gli alberi sarebbero stati uccisi, i cittadini hanno reagito com’è recentemente accaduto in Francia e hanno costituito un comitato per chiedere al Comune di rivedere il progetto. Al comitato a difesa dei pini hanno aderito anche l’agronomo Carlo Poddi, l’ex assessora regionale e vicepresidente nazionale di Confagricoltura Elisabetta Falchi, la responsabile del WWF Oristano Franca Patta e l’artista padre dell’iniziativa che ha infine salvato la vita ai pini marittimi, Salvatore Garau.

Se da un lato urbanisti e architetti proponevano l‘abbattimento degli alberi giustificandone l’urgenza per problemi causati dalle radici, come il dissesto dei marciapiedi ma anche possibili danni alle case private, dall’altra c’è stato chi ha reputato più importante la libera espressione della natura piuttosto che la difesa di elementi artificiali umani, che per primi hanno invaso i luoghi della Terra. Salvatore Garau si è inoltre fatto portavoce del comitato esplicando quanto ad oggi, la “giustificazione” delle radici invadenti sia infondata vista l’esistenza di tecniche che permetterebbero di limitare il danno senza attaccare la natura. C’è poi l’importanza degli alberi per l’ombra, essenziale in località tanto calde e ancora di più come luogo in cui tante specie di uccelli hanno nidificato.

Danneggiare il paesaggio, privare specie di uccelli dei loro nidi piuttosto che salvaguardarli, abbattere pini quando non ce n’è alcun reale motivo solo per rinnovare il lungomare, è stata subito riconosciuta come una manovra insensata e che ha stimolato una reazione, pacifica ed efficace.

Così è stata l‘arte a cambiare le sorti dei pini di Torregrande, espressione creativa che a quanto pare non solo emula la natura ma alle volte, può anche salvarla. A Salvatore Garau è venuto in mente di rendere i pini intoccabili, in quanto opere d’arte. L’artista nato a Santa Giusta (Oristano) ha letteralmente fondato un museo a cielo aperto in cui sono ospitate vere e proprie opere d’arte viventi: proprio quegli alberi il cui destino, senza l’intervento dell’artista, sarebbe stato ben diverso.

Il museo battezzato appunto MACCAB si occupa di salvaguardare gli alberi presenti sul lungomare di Torregrande. Garau ha dapprima dato a un gruppo di 37 alberi un titolo, certificandoli come sculture viventi di arte contemporanea. Presto anche i restanti 13 alberi saranno intitolati dall’artista, e non solo. Durante i prossimi mesi tra i pini del lungomare verranno installate 40 opere di artisti proveniente da tutto il mondo, dedicate alla natura e ai bambini.

[di Francesca Naima]

Martedì 5 luglio

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9.00 – Mosca, schierate nel Mar Nero tre navi da guerra con oltre 30 missili da crociera pronti al lancio: lo riporta agenzia stampa ucraina Ukrinform.

9.30 – Roma, sgomberato e posto sotto sequestro preventivo l’immobile occupato dal collettivo ecologista Berta Caceres.

11.15 – Australia, 50 mila persone evacuate nell’area di Sidney per inondazioni.

12.45 – NATO, firmati protocolli di adesione di Finlandia e Svezia.

13.30 – Mosca, creati corridoi per export grano nel Mar Nero e Mar d’Azov.

14.00 – Nigeria, liberato prete italiano preso in ostaggio domenica nello stato di Edo.

18.00 – Marmolada, scendono a 5 i dispersi dopo il crollo ghiacciaio.

19.10 – Turchia, Erdogan e Draghi firmano 9 accordi per “rafforzare la cooperazione”.