martedì 17 Maggio 2022

L’Italia alla canna del gas cerca aiuto anche da Angola e Congo

Ieri, 21 aprile, l’Italia e la Repubblica del Congo hanno firmato un accordo relativo alla fornitura di gas da Brazzaville a Roma. «Con la tappa di oggi si è conclusa una missione molto importante per il governo italiano in questa regione», ha detto il ministro degli Esteri Luigi Di Maio in riferimento a un accordo simile con l’Angola raggiunto mercoledì scorso. L’obiettivo del governo italiano è di ridurre, fino a eliminare, le forniture di gas proveniente dalla Russia, da cui il nostro paese importa circa il 43% del proprio fabbisogno in materia. A tal proposito, il ministro della Transizione Ecologica Roberto Cingolani ha dichiarato che l’Italia dovrebbe essere in grado di porre fine alla sua dipendenza dal gas russo entro 18 mesi. Tuttavia, le perplessità non sono poche, anche alla luce dei nuovi accordi.

Importazioni di gas, crediti tg2000

Tra i 97 produttori di gas naturale, la Repubblica del Congo si posiziona al 50° posto (l’Italia è al 52°). Da diversi anni, il Paese non esporta la propria produzione e manca di un sistema efficiente per valorizzare le proprie riserve. Questa situazione rafforza i dubbi circa la garanzia di una produzione importante e duratura nel tempo verso l’Italia che, nel breve periodo, vuole abbandonare le importazioni russe. ENI ha dichiarato che l’accordo firmato con la Repubblica del Congo prevede “l’accelerazione e l’aumento della produzione di gas in nel paese, in primo luogo attraverso lo sviluppo di un progetto di gas naturale liquefatto (GNL) che dovrebbe iniziare nel 2023, portando la capacità estrattiva a oltre tre milioni di tonnellate all’anno (circa 4.5 miliardi di metri cubi)”. Si tratta, dunque, di progetti che poco rassicurano sull’immediatezza delle forniture e che ridimensionano il “successo” italiano, soprattutto se considerati all’interno del contesto geopolitico, lo stesso che ha avviato la macchina di incontri e accordi fra Italia e paesi guidati da esecutivi discutibili. La Repubblica del Congo si basa su una struttura autoritaria, con a capo il generale Denis Sassou Nguesso dal 1979, escludendo il periodo tra il 1992 e il 1997. Nguesso ha spinto su un certo culto della personalità, reprimendo libertà e diritti. Il paese si posiziona al 118° posto (su 180) nell’Indice mondiale della libertà di stampa ed è al centro di diverse denunce da parte di organizzazioni umanitarie, tra cui Amnesty International che ha documentato una serie di violazioni dei diritti umani e crimini di diritto internazionale commessi dalle forze di sicurezza congolesi da aprile a settembre del 2021. Durante questo periodo, almeno 179.000 cittadini della confinante Repubblica Democratica del Congo, tra cui molti rifugiati e richiedenti asilo, sono stati “rastrellati, arrestati arbitrariamente e costretti a lasciare la Repubblica del Congo”.

Proteste in Algeria

Le scelte dell’Italia segnano dunque un paradosso: punire un paese autoritario per arricchirne altri. Il Congo andrà ad affiancare Egitto, Algeria, Qatar, Mozambico e Azerbaijan nei paesi esportatori di gas, oltre all’Angola, che offre comunque poche garanzie in campo energetico, nonostante l’entusiasmo italiano. Con l’Algeria, il nostro Paese ha firmato lo scorso 11 aprile un accordo per implementare, attraverso il Transmed, l’importazione di gas di circa 9 miliardi di metri cubi. Protagonista di repressioni violente del dissenso, accompagnate da arresti arbitrari e diritti limitati, l’Algeria è da tempo sotto i riflettori delle principali organizzazioni non governative dei diritti umani, tra cui Amnesty International che lo scorso anno ha denunciato un peggioramento dello stato della democrazia nel paese, il quale si è classificato al 113esimo posto nell’Index Democracy 2021. Il Qatar è al centro di un bilancio che vede più di 6.500 operai morti per la costruzione degli impianti sportivi in cui si giocherà il prossimo mondiale, sull’Egitto potrebbe aprirsi un discorso a parte visti i casi di Giulio Regeni o di Patrick Zaki, per non parlare dell’Azerbaijan, con cui Di Maio ha siglato un contratto che aumenterà del 35% la nostra fornitura di gas dal paese, che finora rappresentava circa il 10% delle importazioni totali. È stato definito come lo Stato in cui la democrazia non esiste dal giornalista Aslan Ahmad Aslanov, prigioniero di coscienza dal 2019 per le sue posizioni critiche verso il regime. Human Rights Watch ha riportato casi di tortura ai dissidenti, mancata indipendenza della magistratura e limitazione dei diritti civili e politici.

[Di Salvatore Toscano]

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6 Commenti

  1. Purtroppo le necessita’ energetiche delle “democrazie” devono tener conto che le riserve di materie prime mondiali sono soprattutto in paesi illiberali se non apertamente tirannici: e d’altronde nessuno si e’ scandalizzato del fatto che per anni si siano importati idrocarburi dalla Russia; nonche’ grano da uno stato come l’Ucraina che ha chiuso giornali e televisioni perche’ non allineati con il potere del suo leader, e per non parlare delle sue province dell’est ove la maggior parte delle persone si sente russofona e per questo viene oppressa con le armi dal 2014…Le “anime belle” dovrebbero dirci come risolvere questo groviglio di problemi…

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