giovedì 26 Marzo 2026
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Nella notte Israele ha bombardato Gaza, ancora una volta

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Nel silenzio internazionale nella notte le forze israeliane hanno nuovamente bombardato Gaza. Una decina di morti e almeno 55 feriti, secondo le stime del ministero della Salute palestinese, provocate in un attacco definito «preventivo» e volto a «scongiurare» un possibile attacco palestinese dopo l’arresto del comandante militare del gruppo della resistenza armata Jihad Islamico in Cisgiordania. Così, per prevenire un possibile attacco, il Governo israeliano non ha avuto remore a ordinare il bombardamento di alcuni edifici a Gaza, provocando numerose vittime civili, tra le quali una bambina di cinque anni. Ennesime “vittime collaterali” di attacchi volti ad assassinare un altro comandante del Jihad, Taisir al Jaabari, effettivamente caduto sotto i bombardamenti. Ziad al Nakhale, leader del gruppo Jihad Islamico, ha dichiarato che «a questo punto la sua organizzazione dovrà scendere in guerra con Israele».

Gli attacchi hanno avuto luogo mentre proseguiva il tentativo di mediazione egiziano che sarebbe dovuto servire a dissuadere il Jihad Islami dal vendicare l’arresto da parte degli israeliani di Bassam al Saadi, il suo leader a Jenin, in Cisgiordania. Per primo è stato ucciso il comandante Taisir al Jaabari, con l’attaco alla Palestine Tower di Gaza: a questo sono seguiti attacchi a torrette di osservazione ed altri obiettivi che hanno ucciso almeno altri 10 palestinesi. Al Jaabari era a capo della Saraya al Quds, il braccio armato del Jihad. La risposta palestinese è giunta alle 21 di sera – le 20 ora italiana -, quando un centinaio di missili sono stati sparati in direzione del sud dello Stato ebraico. L’aviazione israeliana ha quindi ripreso subito a contrattaccare Gaza. A lanciare razzi anche le Brigate Ezzedin al Qassam di Hamas. Nella notte l’esercito israeliano ha dichiarato di aver arrestato 19 militanti del Jihad nella Cisgiordania occupata e di aver preso di mira i siti di produzione e lancio dei razzi.

L’escalation verso una nuova guerra a Gaza è insomma iniziata, e a farne le spese sarebbero soprattutto i due milioni di civili che vivono a Gaza – considerato l’obiettivo principale di futuri attacchi -, che hanno dovuto resistere a quattro precedenti offensive militari “maggiori” – nel 2008, nel 2012, nel 2014 e nel 2021 – e a svariate altre “minori”. Venerdì 5 agosto, prima degli attacchi a sorpresa, Israele ha bloccato il trasporto di carburante a Gaza, riducendo l’attività dell’unica centrale elettrica sul territorio a 8 ore al giorno.

L’Egitto ha dichiarato che mediazione tra le parti per raffreddare la situazione nella Striscia di Gaza non si sono fermati dopo gli attacchi: il ministero degli Esteri egiziano ha dichiarato di star “conducendo intense comunicazioni per contenere la situazione a Gaza” e per “preservare vite e proprietà”, mentre su Gaza i bombardamenti aerei israeliani non si arrestano. Almeno un edificio è stato raso al suolo. Anche le Nazioni Unite e il Qatar sono intervenuti nelle mediazioni per cercare di frenare l’escalation, che potrebbe dipendere in buona parte dalla decisione di Hamas di unirsi ai combattimenti.

Secondo alcuni analisti politici, l’attacco dello Stato ebraico sarebbe servito a rafforzare le credenziali del premier Lapid, che non vanta un passato militare degno di nota, in vista delle elezioni del 1° novembre, alle quali Benjamin Netanyahu costituirà il principale avversario.

[di Valeria Casolaro]

Arie gitane

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Amo molto un mercato zingaro in Portogallo, spero di tornarci presto, una spianata su più livelli divisa in zone: abbigliamento, contadini e prodotti alimentari, cucina all’aperto, piante, fiori e animali, attrezzi e coltelli, scarpe, orologi, profumi, anche roba usata.

Le voci, i richiami sono creativi, degni dei più approfonditi studi di pubblicità punto vendita. Sconti promessi da donne con accenti esplosivi, abiti urlati che l’ambulante dice che piacciono tanto a sua suocera, t-shirt e borse tarocche strepitose di Carden, Vendi, Odidas, e sopra nuvole affumicate di polli alla brace, latrati di cani che litigano e improvvisamente il silenzio animato poi da mille idiomi sussurrati, mentre figure da teatro o da circo ti attraversano la vista.

Una donna sola sotto un ombrellone prepara collane e bracciali per colorare il suo tempo incastrato maledettamente su una sedia a rotelle.

Ho commentato un tipo facendogli i complimenti perché la sua potente voce sembrava quella di Camarón de la Isla, il massimo cantante e musicista gitano. Lui mi ha detto che aveva conosciuto Camarón mentre chiedeva l’elemosina alla Feira da ladra a Lisbona, poi Camarón aveva messo su una baracchetta da musicanti, infine era diventato celebre, conteso da tutte e da tutti. Ma aveva ceduto alla droga e al fumo: morto a poco più di quarant’anni.

Una vita raccontata in due minuti con quel tono epico, un po’ distratto, tipico del mondo iberico, dove anche la morte risuona, nella mente e nelle parole, come un gesto potente, con tracce cangianti e sfumate.

Questa storia mi aveva fatto ricordare Aldo Pomini, lo scrittore, galeotto in Cayenne, compagno del celebre Papillon, condannati ambedue ai lavori forzati. Pomini aveva scritto anche lui un bel romanzo, analfabeta e fantasioso, dove mescolava in modo immaginifico italiano, francese, dialetti e spagnolo. Un libro autobiografico, uscito da Einaudi, e da me curato. Si intitolava Il ballo dei pescicani, qualche anno fa ripubblicato splendidamente da Giometti e Antonello con una mia prefazione e la recensione di allora, di Pier Paolo Pasolini.

È proprio vero. C’è l’analfabetismo di chi è andato poco a scuola, che ha un sapore artistico, paradossale, e c’è l’analfabetismo di chi crede di aver studiato, dimenticando che la vera cultura nasce dal saper vedere e dal saper ascoltare. E anche dal sapere incantare, come Camarón e come chiunque stia al mondo senza dimenticarselo.

[di Gian Paolo Caprettini – semiologo, critico televisivo, accademico]

Piacenza, scarcerati sindacalisti USB e Si Cobas

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Il Tribunale del Riesame di Bologna ha ordinato la scarcerazione dei sei sindacalisti – due di USB e quattro di Si Cobas – che si trovavano agli arresti domiciliari in seguito all’inchiesta della Procura di Piacenza che ha riguardato il settore della logistica. Per tutti e sei è caduta l’accusa di associazione a delinquere, ma sono comunque sottoposti a obbligo di firma tre volte a settimana, misura contro la quale verrà fatto ricorso in Cassazione. I sei dirigenti dei sindacati di base erano stati arrestati in seguito alle indagini della Digos, che li accusava di aver formato un’associazione a delinquere dedita alla creazione di conflitti ad hoc che permettevano di intascare “i proventi derivanti dalle sostanziose conciliazioni lavorative e dal tesseramento dei lavoratori”.

Devastazione ambientale e lavoratori in nero: il disastro del Jova Beach Party a Fermo

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Dopo le polemiche scatenate dall’evento di Marina di Ravenna all’inizio dello scorso luglio, torna la bufera sulla tournée estiva di Lorenzo Cherubini, in arte Jovanotti. Venerdì 5 agosto ha avuto luogo la prima delle due date al Lido di Fermo dell’edizione 2022 del Jova Beach Party, il tour musicale di Jovanotti che si svolge in alcune delle principali piazze d’Italia. L’evento di Fermo – nelle Marche -, tuttavia, ha suscitato non poche polemiche da molteplici punti di vista. Da un lato, infatti, i controlli condotti dall’Ispettorato del lavoro ha fatto emergere la presenza di diversi lavoratori impiegati in nero; dall’altro la devastazione ambientale causata dalla distruzione della vegetazione dunale per far posto al palco per l’evento ha portato alla protesta di diversi comitati ambientalisti, compresa la sezione del WWF che ha chiuso i battenti in aperta polemica con il WWF nazionale, sponsor dell’evento di Jovanotti e accusato di non essere davvero interessato alle questioni ambientali.

A poche ore dall’inizio del concerto di Fermo, nelle Marche, i controlli effettuati dall’Ispettorato del lavoro di Ascoli Piceno e del Servizio prevenzione dell’area vasta 4 hanno rilevato la presenza di 17 lavoratori in nero su 55 addetti all’allestimento del palco e dell’area del concerto. Si tratta di persone italiane e straniere che lavorano nel complesso per 4 differenti ditte di facchinaggio per le quali è stata disposta la sospensione delle attività. Per altre 3 ditte, operanti nel settore di allestimento luci, sono emerse evidenze di somministrazione illecita di manodopera. Alcuni problemi sono stati poi riscontrati con la vigilanza in materia di sicurezza. Trident Music smentisce categoricamente la presenza di lavoratori in nero, facendo sapere che si trattava di “inadempienze formali” e che le aziende “formalizzando in data odierna i dati mancanti, hanno ricevuto oggi la notifica di revoca del provvedimento di sospensione e oggi le aziende e i 17 lavoratori hanno pertanto proseguito la loro attività attualmente ancora in corso”.

Alle polemiche per la gestione dei dipendenti si aggiungono quelle per il disastro ambientale che l’evento del Jova Beach Party avrebbe messo in atto (per la seconda volta). Già nel 2019 infatti le ruspe avevano appianato la spiaggia di Casabianca, sul Lido di Fermo, distruggendo le dune embrionali e la vegetazione per preparare il terreno per il montaggio del palco e le 30 mila persone presenti all’evento. Nel 2021 verrà avviata un’importante opera di restauro ambientale, che avrebbe permesso di recuperare la vegetazione tale com’era prima, e nel 2022 si sono iniziati a vedere i primi risultati. Tuttavia il sindaco, pur emettendo un’ordinanza che rinnova la necessità di proteggere l’area di Casabianca perché sito di nidificazione del Fratino, ha annunciato lo stesso che il Jova Beach Party si sarebbe nuovamente svolto in quella zona.

Diverse associazioni ambientaliste, sotto la guida del TAG Costa Mare – Torri a Guardia della Costa e del Mare Adriatico, una tra le maggiori Associazioni di Protezione Ambientale di interesse nazionale – si sono mobilitate per chiedere la delocalizzazione in altra struttura dell’evento. Tra queste Legambiente Marche, Lipu Marche, MareVivo, WWF Natura Picena, Gruppo Friday For Future Macerata-Fermo e molte altre. Nonostante ciò, le ruspe sono comunque entrate nell’area il 26 luglio, distruggendo del tutto l’area e preparando il terreno per l’evento. In segno di protesta per quanto avvenuto e di “dissenso nei confronti di chi governa il WWF”, la sezione del WWF di Fermo ha annunciato la sua chiusura: “Il Comune di Fermo ha dato il consenso per un nuovo concerto che cancellerà l’opera di ripristino ecologico” si legge in una nota dell’associazione, “e, ancora una volta, il WWF Nazionale ha deciso di collaborare. […] Una scelta, quella del WWF Nazionale, che contrasta nettamente con quella che era la nostra idea di ambientalismo”.

Jovanotti si è difeso da tutte le accuse in un video pubblicato su Instagram. «Jova Beach Party non mette in pericolo nessun ecosistema» dichiara, «le spiagge le riportiamo a un livello migliore di quello in cui le abbiamo trovate e questo ce lo riconoscono tutte le associazioni locali. Jova Beach Party non è un progetto di greenwashing – che è una parola che non mi piace perché è una parola finta, un hashtag. Ci sono tutti gli strumenti legali e amministrativi per verificare che tutto viene fatto bene. Voi econazisti che non siete altro continuate ad attirare attenzione su di voi usando la nostra forza, io vi dico che questo è un progetto fatto bene che tiene conto dell’ambiente».

[di Valeria Casolaro]

Cina, simulazione di attacco all’isola di Taiwan

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Funzionari di Taiwan hanno riferito che la Cina ha effettuato un’esercitazione con aerei e navi da guerra nella giornata di sabato, simulando un attacco all’isola. Le esercitazioni dovrebbero proseguire fino a mezzogiorno di domenica. L’esercito di Taiwan ha diffuso un allarme e dispiegato forze di ricognizione aerea e navale per monitorare la situazione, mettendo in stand-by i missili a terra. Pechino sta mettendo in atto esercitazioni militari senza precedenti, che hanno incluso lo sparo di missili balistici sopra Taipei, la capitale di Taiwan, dopo la visita non annunciata della speaker della Camera USA Nancy Pelosi all’isola.

Russia: la cestista Brittney Griner condannata e trasformata in merce di scambio

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Brittney Griner, campionessa di basket due volte medaglia olimpica, è stata condannata a 9 anni di carcere dal Tribunale russo di Khimki, a Mosca, per traffico di droga. Griner dovrà pagare anche una multa di un milione di rubli, corrispondente a circa 15 mila euro. La cestista, considerata tra le migliori giocatrici di basket al mondo, si era recata in Russia per giocare nell’Ekaterinburg durante la pausa dal campionato statunitense. Al suo arrivo a Mosca era in possesso di alcune ricariche all’olio di cannabis per il vaporizzatore, sostanza il cui utilizzo è legale negli Stati Uniti ma non in Russia. Da qui l’accusa di traffico di droga, reato per il quale in Russia possono essere richiesti fino a 10 anni di detenzione. Nel contesto attuale, con la guerra Ucraina in corso, la vicenda assume i contorni nemmeno troppo sfumati di un braccio di ferro geopolitico tra potenze: all’indomani della sentenza, infatti, il ministro degli Esteri russo Lavrov ha dichiarato di essere pronto ad effettuare con l’America uno scambio di prigionieri, permettendo così di fatto di sospendere l’esecuzione della pena ai danni di Griner.

Griner è stata arrestata il 17 febbraio scorso all’aeroporto di Sheremetyevo, ad appena una settimana dallo scoppio della guerra in Ucraina, dopo che le erano state trovate addosso le ricariche per il vaporizzatore all’olio di cannabis, utilizzato da molti atleti come antidolorifico. Nel corso dell’udienza svoltasi giovedì 4 agosto la donna si è dichiarata colpevole del reato contestato, aggiungendo tuttavia di aver portato inavvertitamente la sostanza in Russia. Questa tesi è stata del tutto rifiutata dall’accusa. Fonti diplomatiche statunitensi riferiscono che la condanna fosse il prerequisito per giungere allo scambio di prigionieri, del quale il segretario di Stato Anthony Blinken e il ministro degli Esteri russo Lavrov starebbero discutendo ormai da giorni.

Griner potrebbe essere infatti “scambiata”, secondo gli americani, con il trafficante di armi Viktor Bout, ex colonnello dell’Armata Rossa con legami con i servizi segreti arrestato nel 2008 a Bangkok e poi consegnato agli Stati Uniti, dove sta scontando 25 anni per aver fornito armi alle Farc (le Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia). Il Cremlino tuttavia ha contestato tali affermazioni, messe in dubbio anche dai media russi. Di fatto la sentenza emessa ai danni di Griner, cui è immediatamente seguita la dichiarazione di Lavrov riguardo l’ipotesi di uno scambio di prigionieri, suggerisce che l’intera manovra abbia poco a che fare con la giustizia, configurandosi più che altro come una mossa politica premeditata dalla Russia per poter esercitare pressioni sugli Stati Uniti. Un gioco di potere nel quale la campionessa, che rischia di trascorrere i prossimi 9 anni in prigione, non costituisce nulla di più che una pedina.

[di Valeria Casolaro]

Gaza, operazione militare di Israele contro Jihad islamica: ucciso un comandante

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In seguito alle tensioni esplose per l’arresto di un leader della Jihad a Jenin, in Cisgiordania, l’esercito israeliano ha avviato un’operazione militare contro alcuni obiettivi della Jihad islamica nella striscia di Gaza, uccidendo un comandante dell’organizzazione e altre 7 persone e ferendone almeno 23. Il premier Yair Lapid l’ha definita un’operazione volta a “rimuovere una minaccia concreta nei confronti dei cittadini israeliani e nelle zone vicine a Gaza”. Dopo l’avvio dell’operazione delle forze armate israeliane, il segretario generale della Jihad islamica ha dichiarato che “il nemico deve capire che ci sarà una guerra senza resa”.

Il telemarketing è il simbolo del male

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Le tecniche per evitare la quotidiana tortura dei call center sono diventate ormai diffusissime. C’è chi ha smesso di rispondere a qualsiasi numero che non sia già registrato in rubrica (perdendo così nuovi contatti di lavoro), chi si finge straniero per interrompere immediatamente chi tenta di convincerci a diventare ricco investendo in borsa oppure a passare ad una nuovissima e vantaggiosa offerta su luce e gas. In teoria da qualche giorno tutto questo può essere evitato, grazie alla creazione del Registro delle Opposizioni, che con una telefonata o pochi click sul loro sito ci permetterà di eliminare il nostro numero dagli elenchi delle società di telemarketing. Ma solo se chiameranno dall’Italia. I call center con sede all’estero potranno continuare indisturbati e questo è già di per sé significativo su come vengono fatte le leggi per tutelare i cittadini.

Quello che però dovremo chiederci è come siamo arrivati ad una tale perversione, per cui è diventato normale accettare di subire questa piccola violenza quotidiana, come se fosse ineluttabile. Una sorta di piccola punizione divina, utile forse per iniziare a scontare i nostri peccati sulla Terra. O il frutto di una generale rassegnazione nei confronti di un mondo che ormai non rispetta i più semplici diritti umani? Ciascuno rifletta sulla motivazione più giusta. Ma c’è di più. La vittima, ovvero chi riceve questo tipo di sopruso, di solito se la prende con un’altra vittima, in questo caso l’operatore del call center, costretto ad un lavoro infame fatto di telefoni sbattuti in faccia o di reazioni esasperate, per pochi euro all’ora. Un simbolo perfetto della nostra situazione attuale, con i poveri che se la prendono con altri poveri, lasciando indisturbati coloro che dall’alto godono solo dei vantaggi e non subiscono alcun effetto negativo personale.

Per una micro o piccola impresa pensare di fare telemarketing selvaggio sarebbe come decidere di farsi un bagnetto in un fiume infestato da coccodrilli. Un completo suicidio. Un bravo imprenditore sa che il marketing vero è fatto di relazioni umane e di corteggiamenti molto discreti, che a volte durano mesi. Se sbagli un post sui social rovini la reputazione in un giorno e una risposta sgarbata equivale spesso a perdere il cliente per sempre. E sebbene sia difficile da accettare, questo è il modo migliore per tutelare tutti, consumatori ed imprese. Rispettarsi a vicenda e fare agli altri ciò che vorresti fosse fatto a te. Coccolare in maniera personalizzata i clienti è l’unico modo che hanno i piccoli commercianti e gli artigiani, così come i liberi professionsiti e le micro aziende, per difendersi dalla concorrenza basata solo sul prezzo che possono fare le grandi multinazionali.

E qui veniamo al punto dolente: hai le energie giuste per coccolare chi ti trovi di fronte, se tu per primo sei emotivamente esausto? E puoi chiedere ai tuoi collaboratori di essere gentili e accoglienti con i clienti, se il clima interno è costantemente teso e conflittuale?

Ecco perché, prima di intraprendere qualsiasi attività di marketing, un piccolo imprenditore dovrebbe focalizzarsi sulla propria cultura aziendale. Ovvero su ciò che i clienti percepiscono appena entrati in un negozio o quando chiamano per un’informazione. Perché quell’energia, negativa o positiva, rappresenta ormai la vera differenza tra chi resisterà al futuro che ci attende e chi invece verrà spazzato via. Trascurare questo aspetto significherebbe buttarsi davvero nel fiume infestato da coccodrilli.

Quindi studiate attentamente le strategie delle grandi aziende, tipo quelle che fanno telemarketing aggressivo, e poi fate esattamente il contrario. Questa è la ricetta migliore per salvare la propria azienda e, perché no, anche la nostra malandata umanità.

[di Fabrizio Cotza]

Cina, sanzioni a Pelosi e sospensione cooperazione con USA su clima e difesa

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Il ministro degli Esteri cinese ha reso noto che il Paese imporrà sanzioni alla speaker della Camera statunitense Nancy Pelosi e ai suoi familiari in seguito alla visita fatta a Taiwan. La Cina ha inoltre annunciato che interromperà la cooperazione con gli Stati Uniti su vari dossier, in particolare riguardo il cambiamento climatico e la difesa. Tra i meccanismi di cooperazione sospesi anche i dialoghi sui meccanismi di sicurezza marittima, la cooperazione antidroga, i reati transnazionali e l’immigrazione illegale.

Amnesty International: l’Ucraina sta commettendo crimini di guerra

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In un rapporto molto duro la principale organizzazione mondiale in favore dei diritti umani, Amnesty International, riserva un’accusa durissima nei confronti dell’Ucraina: “L’esercito ucraino – si legge nel rapporto – ha messo in pericolo i civili ucraini stabilendo basi e facendo funzionare sistemi d’arma nelle aree residenziali, comprese scuole ed ospedali, mentre ha cercato di respingere l’invasione russa. Le tattiche dell’Ucraina hanno violato il diritto umanitario internazionale poiché hanno trasformato obiettivi civili in obiettivi militari. I conseguenti attacchi russi nelle aree popolate hanno ucciso civili e distrutto infrastrutture”.

Il rapporto nasce da una ricerca della stessa organizzazione, durata da aprile a luglio e svolta nelle regioni di Kharkiv, del Donbass e di Mykolaiv. I ricercatori di Amnesty hanno visitato i luoghi colpiti dagli attacchi, intervistando i sopravvissuti, i testimoni, analizzando le armi usate e svolgendo ulteriori ricerche anche da remoto.

Le prove riscontrate dall’organizzazione mostrano che le forze ucraine hanno lanciato attacchi da centri abitati, a volte dall’interno di edifici civili, in 19 città e villaggi. Per un ulteriore verifica, il Crisis Evidence Lab dell’organizzazione si è servito di immagini satellitari. “La maggior parte dei centri abitati dove si trovavano i soldati ucraini” scrive Amnesty “era a chilometri di distanza dalle linee del fronte e, dunque, ci sarebbero state alternative che avrebbero potuto evitare di mettere in pericolo la popolazione civile.”

Nel rapporto, l’organizzazione sottolinea di non essere a conoscenza di casi in cui l’esercito ucraino, dopo essersi installato in edifici civili all’interno dei centri abitati, abbia chiesto ai residenti di evacuare i palazzi circostanti o abbia fornito assistenza nel farlo. “In questo modo, è venuto meno al dovere di prendere tutte le possibili precauzioni per proteggere le popolazioni civili.”

Non si è fatta attendere la risposta del Presidente ucraino Volodymyr Zelensky, arrivata tramite le dichiarazione del consigliere Mykhailo Podolyak: «È una vergogna che un’organizzazione come Amnesty International stia partecipando a questa campagna di disinformazione e propaganda» aggiungendo poi che «L’Ucraina rispetta le leggi di guerra e il diritto umanitario internazionale. La priorità assoluta per le forze armate è preservare la vita e la salute di ogni cittadino».

Le testimonianze dei civili ucraini

La relazione prosegue poi con varie testimonianze raccolte dall’organizzazione durante la ricerca. A seguire le parole di una madre che ha perso il proprio figlio 50enne durante un attacco russo, avvenuto il 10 giugno in un villaggio a sud di Mykolaiv: «I soldati stavano in una casa accanto alla nostra e mio figlio andava spesso da loro a portare del cibo. L’ho supplicato diverse volte di stare lontano, avevo paura per lui. Il pomeriggio dell’attacco io ero in casa e lui in cortile. È morto subito, il suo corpo è stato fatto a pezzi e il nostro appartamento è stato parzialmente distrutto».

Mentre questa è la testimonianza di Mykola, che vive in un palazzo di Lysychansk, nel Donbass, più volte centrato dagli attacchi russi: «Io non capisco il motivo per cui i nostri soldati sparano dalle città e non dai campi».

A Bakhmut, riporta Amnesty, molte delle testimonianze riguardavano un edificio usato dai soldati ucraini, situato a pochi metri di distanza da un palazzo a più piani, che il 18 maggio è stato colpito da un missile russo. I ricercatori hanno rinvenuto tracce, nei pressi dell’edificio, della presenza dei soldati ucraini, tra cui sacchi di sabbia e nuovi kit di pronto soccorso di manifattura statunitense. Queste le parole di un uomo sopravvissuto all’attacco riportate dall’organizzazione per i diritti umani: «Non ci è permesso dire nulla su cosa fa l’esercito, ma siamo noi a pagare le conseguenze».

[di Iris Paganessi]