Il governo Draghi ha rivisto la propria posizione sull’utilizzo di mascherine agli esami di maturità e di terza media. I ministri alla Salute Roberto Speranza e all’Istruzione Patrizio Bianchi, dopo giorni di polemiche e di pressioni anche politiche per eliminare la mascherina all’ultimo atto dell’anno scolastico, hanno deciso di optare per la raccomandazione e non per l’obbligo. Nei prossimi giorni è atteso un decreto che formalizzi il cambio di direzione.
La BCE prepara il ritorno dell’austerità? La finanza intanto avvisa l’Italia
L’austerità è l’insieme di limitazioni dei consumi privati e delle spese pubbliche adottate da uno stato in base a un piano di risanamento economico. L’Italia ha fatto i conti con questo complesso di misure già nel decennio scorso, quando l’avvento dei governi tecnici – chiamati a risollevare l’economia – si tradusse in tagli allo stato di Welfare, coinvolgendo tra i vari settori la sanità e l’istruzione. Lo spettro dell’austerità è tornato con prepotenza in seguito alla decisione della Banca Centrale Europea di alzare a luglio, dopo undici anni, i tassi di interesse per far fronte all’inflazione dilagante. A qualche ora dall’annuncio, si è registrata un’impennata per lo spread (il differenziale tra tassi italiani e tedeschi), a cui seguiranno oneri maggiori per accedere a mutui e prestiti. Il tutto accompagnato dal dubbio, rilanciato come certezza da diversi analisti, che la politica restrittiva si rivelerà incapace di raggiungere il proprio scopo, dal momento in cui l’inflazione non è data da un aumento della domanda ma dalla contrazione dell’offerta.

Generalmente, l’inflazione viene vista come un effetto di un’economia in fase d’espansione, dove investimenti, consumo e spesa (pubblica e non) sono in aumento e l’offerta non riesce a tenerne il passo. Allora, vista la difficoltà ad aumentare la produzione nel breve periodo a causa delle risorse tendenzialmente limitate, le banche centrali europee optano per una politica monetaria (o fiscale) restrittiva, che riduce gli investimenti a favore del risparmio per frenare l’espansione dell’economia. La situazione attuale rappresenta, invece, un’anomalia, vista l’inflazione causata essenzialmente dalla riduzione dell’offerta di materie prime, registratasi già a inizio anno a causa del cambiamento climatico, della pandemia e da un atteggiamento diverso da parte dei paesi esportatori. La guerra in Ucraina ha poi esasperato questa tendenza, determinando l’incremento dei prezzi di gas e petrolio. Francesco Giavazzi, economista e consigliere di Palazzo Chigi, ha definito immotivato il rialzo dei tassi di interesse, dal momento in cui l’Italia «non ha un’inflazione da domanda come negli Stati Uniti, ma un’inflazione legata al prezzo del gas». Giavazzi ha poi aggiunto che la stretta della BCE ridurrà tra qualche mese la domanda privata, avviando l’economia verso un rallentamento se non una recessione. Le sue dichiarazioni seguono i periodi ipotetici rilasciati dal ministro dell’Economia e delle Finanze Daniele Franco: «Se è dalla parte della domanda l’aumento dei tassi è appropriato per contenere l’inflazione, se l’inflazione dipende ampiamente da shock dell’offerta l’aumento dei tassi è meno pertinente».
La contrazione della domanda privata non sarà l’unico effetto della stretta economica annunciata da Bruxelles. Il debito pubblico italiano ha raggiunto a settembre 2021 la cifra record di 2.734 miliardi di euro: circa il 154,4% del Prodotto Interno Lordo (PIL). Ogni stato emette dei titoli di debito – i Buoni del Tesoro Poliennali (BTP) in Italia – per finanziare il proprio debito pubblico. Si tratta di strumenti finanziari che i risparmiatori possono acquistare avendo la sicurezza di vedersi restituire quanto versato al termine di quello che può essere considerato un vero e proprio prestito nei confronti dello stato. Quelli a scadenza decennale sono i più noti, perché utilizzati come riferimento per lo spread, appunto la differenza tra il rendimento dei BTP italiani a 10 anni e quello dei Bund tedeschi (titoli di debito) della stessa durata. Più l’economia di Roma si avvicina, in termini di affidabilità, a quella di Berlino e più lo spread si riduce.
Alla somma iniziale del “prestito” va aggiunto un interesse (o rendimento), che risponde a un rischio: più il rischio è elevato e più deve essere remunerato con un interesse maggiore. Alti rendimenti si traducono in costi più sostenuti per lo stato, che deve far fronte agli interessi maturati nei confronti dei risparmiatori. Un paese affidabile dal punto di vista economico emetterà titoli di debito con bassi rendimenti perché rappresenteranno un basso rischio per i creditori. Viceversa, uno stato con un elevato debito pubblico dovrà “pagare” di più per convincere i risparmiatori a rischiare e, dunque, finanziarlo. Tra le conseguenze della stretta economica ci sarà proprio l’aumento dei rendimenti dei titoli di stato. L’Eurozona si ritroverà dunque costretta a pagare maggiori interessi: secondo le stime del MEF, la manovra costerà al nostro paese 19 miliardi di euro nei prossimi tre anni. Alla contrazione della domanda privata e ai rendimenti maggiori, si aggiungono mutui e prestiti più cari per le famiglie e un credito più costoso per le imprese.
Behind closed doors, there is a feeling that Italy's spread has been too low for too long. That stymied needed reforms and drove away private investors who want a higher yield. So spread widening after yesterday's ECB meeting is partly by design. Back to more market discipline… pic.twitter.com/N7zqUUBCpz
— Robin Brooks (@RobinBrooksIIF) June 10, 2022
A interessarsi dell’andamento dell’economia nostrana non sono soltanto i cittadini italiani, ma diversi attori internazionali. Che almeno una parte del mondo finanziario desideri utilizzare la crisi attuale per far ripiombare l’Italia nel baratro dell’austerità è stato confermato da un tweet di Robin Brooks, capo economista dell’IIF Institute of International Finance, con un passato in Goldman Sachs e nel Fondo Monteario Internazionale: “Si ha la sensazione che lo spread dell’Italia sia rimasto troppo basso per troppo tempo. Ciò ha ostacolato le riforme necessarie e ha allontanato gli investitori privati che desiderano un rendimento più elevato. Pertanto, l’allargamento dello spread che ha fatto seguito al meeting della BCE rientra in parte nel previsto. Stiamo tornando a una maggiore disciplina di mercato”.
[Di Salvatore Toscano]
Borse, aperture ancora in rosso: in Italia spread sopra 230 punti
Le borse europee continuano a bruciare miliardi di euro. Questa mattina Londra, Parigi, Francoforte e Milano hanno aperto in negativo, cedendo dallo 0,9% al 2%. In seguito all’annuncio della stretta economica della Banca Centrale Europa (BCE) e in vista della decisione attesa per mercoledì da parte della Federal Reserve (FED) sui tassi di interesse, gli investitori hanno iniziato a temere un ulteriore aumento dell’inflazione, assumendo un comportamento più cauto. Lo spread, il differenziale tra tassi italiani e tedeschi, è attualmente a 231,5 punti, con i rendimenti sempre più elevati: quello italiano al 3,85% sui massimi dal 2014 e quello tedesco che sale al di sopra dell’1% per la prima volta in più di un decennio.
L’Algeria ha rotto le relazioni diplomatiche con la Spagna
Dopo settimane di tensioni diplomatiche, l’Algeria ha deciso di sospendere il Trattato di amicizia, buon vicinato e cooperazione che siglò con la Spagna l’8 ottobre del 2002. Il governo di Algeri ha infatti accusato Madrid di appoggiare il Marocco nella repressione degli indipendentisti sahrawi, appoggiati da Algeri. Le accuse seguono un recente comunicato della Spagna, che ha optato per un cambiamento storico nella politica riguardo la questione del Sahara Occidentale prendendo apertamente le posizioni di Rabat riguardo la questione.
In un comunicato stampa rilasciato dalla presidenza della Repubblica l’Algeria ha apertamente accusato la Spagna di contribuire direttamente “al deterioramento della situazione nel Sahara Occidentale”, motivo per il quale ha optato per la sospensione del Trattato. Il governo Sanchez ha effettivamente messo in atto uno storico cambio nella propria politica riguardo la situazione nel Sahara Occidentale, appoggiando apertamente i piani di autonomia del Marocco. Il Sahara Occidentale è infatti una ex colonia spagnola, geograficamente controllata per l’80% dal Marocco. La zona fa gola a molti ed è oggetto di contese tra le nazioni perché, pur essendo teatro di numerosi conflitti -come quello del Fronte Polisario, rappresentante del popolo sahrawi, in lotta per l’indipendenza dal 1975- è ricca di fonti energetiche. Numerosi episodi, come l’uccisione nel novembre scorso di tre autotrasportatori algerini ad opera, secondo le autorità algerine, delle forze marocchine hanno riportato la tensione tra i due Paesi ad altissimi livelli.
Il cambio nella politica spagnola era già stato annunciato da Sanchez lo scorso 19 marzo ed è stato ratificato la settimana scorsa. Sin da subito il Fronte Polisario si è duramente espresso contro la decisione del governo spagnolo, ritenendola «in totale contraddizione con la legalità internazionale e le risoluzioni ONU». La posizione delle autorità spagnole, aspramente criticata anche dall’Algeria, si è rivelata strategica per la risoluzione di una crisi diplomatica apertasi nel 2021 con il Marocco, dopo lo sbarco di oltre 10 mila migranti in 48 ore per via della “passività” dei controlli delle autorità di confine marocchine. Ad aggravare la situazione vi fu la decisione della Spagna di accogliere il leader del Fronte Polisario, Brahim Ghali, per permettergli di curarsi dal Covid.
La sospensione del Trattato, secondo quanto dichiarato da diplomatici spagnoli citati dai media nazionali, costituisce una decisione di fatto puramente politica, in quanto «il Trattato è in realtà una mera dichiarazione di buona volontà, una enumerazione di principi e buone intenzioni, privo di compromessi pratici». A conferma del suo carattere eminentemente politico vi sarebbe il fatto che è stato stipulato in un periodo di altissima tensione diplomatica tra Spagna e Marocco. La sua utilità sta soprattutto nel rafforzare i trattati in materia di cooperazione economica, militare e di lotta al terrorismo e all’immigrazione illegale. Quest’ultima costituisce una questione di particolare interesse per il governo Sanchez: i numeri dei migranti giunti dalle coste algerine dall’inizio dell’anno sono infatti significativamente inferiori a quelli provenienti dal Marocco -7160, a fronte dei 1250 provenienti dall’Algeria.
Per quanto riguarda le forniture di gas, gli accordi tra i due Paesi ne garantiscono l’erogazione sino al 2032. Il gas algerino rappresenta il 40% dei consumi spagnoli ed è l’unico proveniente dal gasdotto, quindi con un costo nettamente inferiore a quello che giunge tramite importazioni via nave. Il sussistere degli accordi, tuttavia, non mette al riparo da eventuali rialzi dei prezzi: in effetti, proprio per via dell’aumento delle tensioni diplomatiche, l’Algeria aveva già minacciato di voler rivedere i prezzi e di sospendere le erogazioni nel caso in cui il gas algerino consegnato alla Spagna fosse stato rivenduto a Paesi terzi.
[di Valeria Casolaro]
Caos seggi a Palermo, oltre 200 segnalati alla Procura
Oltre 200 persone sono state segnalate alla Procura di Palermo per via delle decine di sezioni rimaste chiuse per ore nel capoluogo siciliano, a causa della defezione di oltre un terzo dei presidenti di seggio e numerosi scrutatori. Sono state necessarie oltre 5 ore perché le operazioni di voto potessero riprendere normalmente. I reati ipotizzati sono interruzione di pubblico servizio, rifiuto di atti d’ufficio e violazione di una legge elettorale del 1960. “La Procura di Palermo valuterà gli eventuali profili di responsabilità” ha dichiarato il ministro dell’Interno Lamorgese.
“L’Ucraina non ha alcuna possibilità di vincere”: intervista a Giorgio Bianchi
Per 8 anni Giorgio Bianchi ha documentato il conflitto in Ucraina, a partire dalle proteste di Euromaidan fino all’esplodere del conflitto tra separatisti filorussi e governo di Kiev. Tuttavia del suo lavoro si parla molto solamente di recente, quando le sue posizioni sulla guerra tra Ucraina e Russia hanno suscitato non poche polemiche tra le pieghe dell’informazione mainstream. Documentarista e fotogiornalista freelance, Bianchi rappresenta in effetti una voce fuori dal coro per quanto riguarda il conflitto in corso. Proprio per le sue posizioni sul conflitto ucraino una sua “foto segnaletica” è apparsa sul Corriere della Sera, insieme a quella di una dozzina di giornalisti ed analisti sospettati di diffondere propaganda filorussa e disinformazione riguardo il conflitto.
Come da lui sottolineato, fino ad ora le posizioni che gli sono state contestate gli sono state «cucite addosso da altri», ma nessun mezzo di informazione si è preso la briga di concedergli un’intervista, dando più che altro spazio ad un «un clima da ‘sbatti il mostro in prima pagina’». Eppure la sua analisi critica del conflitto in corso è frutto di anni di testimonianza diretta dei fatti sul territorio, oltre che da una profonda conoscenza del contesto politico.
Secondo la sua analisi, la guerra in Ucraina è stata tutto fuorché il frutto di un’improvvisa decisione di Putin. «Per 8 anni gli ucraini hanno provocato la Russia, perché si sentivano le spalle coperte. Sono stati ignorati tutti gli avvertimenti da Mosca, fino a quando si è arrivati a un punto di rottura». La Russia era «ben consapevole che le sarebbe stato applicato il massimo in termini di sanzioni» in caso di conflitto, motivo per il quale, secondo Bianchi, «si sapeva che si sarebbe arrivati alla distruzione del Paese [l’Ucaina] qualora non si fosse giunti a compromessi». Dichiarare, da parte del governo ucraino, che il conflitto non terminerà «fino a che non saranno stati ripresi tutti i territori, compresa la Crimea, che di fatto fa parte ormai dell’amministrazione russa», significa «sacrificare il proprio Paese per fini inconfessabili». Complice di tutto ciò, aggiunge Bianchi, vi è l’assenza in Ucraina di una «opposizione degna di questo nome», che funga da contrappeso a «un governo accecato dal fanatismo e sobillato da potenze straniere».
L’Ucraina, sostiene Bianchi, non ha «nessuna possibilità di vincere questa guerra: lo hanno già spiegato generali ed esperti, illustrando la tattica russa». Putin, che «non ha mai cercato una guerra lampo», ha molto di cui guadagnare da questo conflitto, sia sul fronte delle relazioni estere, avendo «stretto i rapporti con l’Est e il Sud del mondo», sia sul fronte della politica interna. Infondati, a suo parere, sono i timori dell’estensione del conflitto ad altre zone d’Europa, in quanto «la Russia non ha necessità di altri territori, ma della sicurezza dei propri confini».
«Io credo che sul piatto a questo punto non ci sia solo la Crimea, ma le Repubbliche autonome e il confine meridionale, che Zelensky dovrà cedere. I russi organizzeranno quanto prima in questi territori referendum di autodeterminazione, su modello di quello in Crimea: se l’esito fosse positivo, questi territori saranno de facto (e non de iure) annessi alla Federazione Russa e messi sotto l’ombrello nucleare. In quel caso qualsiasi tentativo da parte dell’Ucraina o della Nato di riprenderli verrà intesa come aggressione al Paese e verranno messe in allerta le forze di deterrenza nucleari».
Di seguito riportiamo la versione integrale dell’intervista a Giorgio Bianchi realizzata da Matteo Gracis, giornalista fondatore de L’Indipendente.
[di Valeria Casolaro]
Gli USA ammettono di non sapere quasi nulla sull’esercito ucraino
L’Ucraina, invasa dalla Russia, continua a chiedere supporto e armi dai Paesi stranieri. Sebbene tutti i leader globali siano restii a intervenire direttamente nella faccenda, sono molti quelli che hanno provveduto a inoltrare in loco missili e mitragliatrici. Tra i principali supporter militari di Kiev spiccano gli Stati Uniti, i quali stanno cavalcando dalla distanza l’escalation bellica elargendo rifornimenti che per portata e gravità sono sempre più importanti. Al di là degli eventuali dubbi etici, il problema è che gli USA non solo non hanno progettato un sistema che gli permetta di vigilare sulla gestione dei propri razzi, ma, stando a un report del The New York Times, Washington sa in generale molto poco di quanto sta succedendo tra i ranghi ucraini.
La testata d’oltreoceano ha infatti intervistato numerosi funzionari ed ex membri dell’intelligence statunitense e quello che ne è emerso è che gli Stati Uniti non siano esattamente sul pezzo, per quanto riguarda la situazione sul campo. In particolare, non è chiaro quante siano le risorse di uomini a disposizione di Kiev, ma neppure come queste siano gestite ai fini del raggiungimento degli obiettivi presentati.
La situazione è stata ben riassunta il 10 maggio 2022 da Avril D. Haines, direttrice dell’Intelligence Community statunitense. Davanti al Senato, la professionista ha ammesso che sia «estremamente difficile» stabilire la mole di aiuti bellici che l’Ucraina sia in grado di assorbire perché «abbiamo probabilmente più consapevolezza del lato russo di quanta non ne abbiamo di quello ucraino».
Kiev sta infatti limitando la condivisione dei propri piani operativi, il canale di comunicazione con la Casa Bianca e con gli altri alleati è pieno di omissis, tuttavia risulta anche complesso ottenere questo genere di informazioni per vie traverse, ovvero attraverso lo spionaggio. Le potenze occidentali non hanno mai considerato l’Ucraina un obiettivo sensibile da dover sorvegliare sistematicamente e, anzi, gli americani si sono prodigati negli ultimi anni per ottimizzare i sistemi di controspionaggio di Kiev nel tentativo di contrastare le manovre del vicino russo. Il risultato è che ora le manovre segrete di Volodomyr Zelensky sono relativamente al sicuro dagli occhi del Cremlino, ma anche da quelli del Pentagono e dell’Unione Europea.
L’opinione degli ufficiali americani è che Kiev voglia presentarsi con un’immagine pubblica forte, sia agli occhi degli avversari che a quelli degli alleati, e che quindi sia tutto meno che intenzionata a offrire uno spaccato trasparente, il quale potrebbe rivelare dettagli scomodi tali da convincere gli USA a rivedere l’entità delle armi distribuite. La propaganda ucraina non mira a fornire un’immagine esatta della situazione, piuttosto vuole convincere il mondo che sia sensato investire sulle possibilità di vittoria della nazione invasa.
Non solo non ci sono certezze sul fatto che le armi inviate non finiranno presto per essere catturate da Mosca a causa di una malagestione delle truppe ucraine, ma l’Interpol da per certo che gli equipaggiamenti finiranno prima o poi in mano alla malavita organizzata. Anche quando tutto fila liscio, denuncia sempre il The New York Times, l’esercito di Kiev fatica però a stare al passo con gli strumenti all’avanguardia inviati da Regno Unito e Stati Uniti, con il risultato che questi si dimostrano meno efficienti di quanto non dovrebbero effettivamente essere.
[di Walter Ferri]
Referendum giustizia, affluenza al 20%: niente quorum
Secondo i dati del Viminale, l’affluenza alle urne di domenica 12 giugno per il referendum sulla giustizia è stata di poco superiore al 20%, dato assai lontano dalla soglia minima del 50% necessaria per la validità della consultazione. Il “sì” è stato maggioritario in tutte e 5 le votazioni, secondo i primi parziali risultati, ma l’esito finale non avrà valore. Si tratta del referendum con più scarsa affluenza mai registrato.
Domenica 12 giugno
9.00 – Palermo, 50 presidenti di seggio non si presentano, caos e ritardi per le votazioni.
10.00 – Funzionario della Difesa americana ammette: «in poche settimane i russi controlleranno tutta la regione del Lugansk in Ucraina».
11.00 – Secondo un’inchiesta del The Guardian sarebbero 20.000 i soldati persi ogni mese dall’Ucraina tra morti e feriti.
12.00 – Individuati sull’isola di Wight i resti di uno spinosauro di 10 mt. di lunghezza, si tratterebbe del più grande dinosauro carnivoro mai ritrovato.
13.00 – L’Iran decide di rimuove le telecamere di controllo dagli impianti nucleari, affossando l’ipotesi di un accordo con gli Usa.
14.00 – Gravi incendi nel sud della Spagna: 2.000 evacuati dalla città di Benahavis.
15.00 – Russia: riaperta l’ex rete di ristoranti McDonald’s con il nome “Gustosi e basta”
17.00 – Il governo ucraino annuncia di aver creato due corridoi terrestri attraverso Polonia e Romania per esportare grano.
17.50 – Tennis: Matteo Berrettini vince in finale a Stoccarda battendo Andy Murray.
19.00 – Referendum sulla giustizia: affluenza ferma al 13%, quorum ormai impossibile da raggiungere.








