giovedì 26 Marzo 2026
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Prorogata la tregua: dopo 8 anni lo Yemen spera nella pace

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L’inviato delle Nazioni Unite (UN), Hans Grundberg ha annunciato lo scorso martedì che i ribelli Huthi e il governo internazionalmente riconosciuto dello Yemen hanno trovato un accordo per prolungare il cessate il fuoco di altri due mesi. Accordo che include inoltre, l’impegno dei due belligeranti a tenere ulteriori negoziati, nelle prossime settimane, per arrivare ad una tregua prolungata. Una nota positiva, dato il contesto globale attuale di crescente instabilità, che rafforza le speranze di pace per un Paese devastato da un conflitto interno, ma fomentato da potenze estere, che infiamma il territorio da ormai otto anni.

Al momento, la tregua seppur con alcuni incidenti sta reggendo, dopo essere stata prorogata una prima volta i primi di giugno. Di certo coloro che si augurano che la tregua possa reggere sono innanzitutto gli yemeniti, che da troppi anni si trovano a dover far fronte ad una guerra che ha portato il paese sul lastrico. Secondo l’ultimo rapporto delle Nazioni Unite, nell’ultimo mese si sono registrati significativi miglioramenti, ad esempio è diminuito del 60% il numero dei feriti e del 50% quello degli sfollati, inoltre 26 navi cisterna cariche di carburante hanno potuto raggiungere il porto di Hodeida. In questi anni di guerra gli effetti sulla popolazione civile sono stati devastanti, oltre 370.000 morti e quasi 16 milioni costretti a vivere in condizioni di estrema povertà. A questo va aggiunto come anche il supporto umanitario da parte delle organizzazioni internazionali scarseggi, per mancanza di fondi.

La guerra in Yemen viene combattuta da due attori principali, il governo internazionalmente riconosciuto dell’ex presidente Mansour Hadi e i ribelli di Ansar Allah, noti anche come Huthi, dal nome della tribù originaria del nord dello Yemen da cui provengono molti dei suoi leader. Mansour Hadi, sali in carica nel 2011, ad interim, per sostituire il presidente Ali Abdullah Saleh (presidente dello Yemen dal 1990 al 2012) costretto a dimettersi dopo essere rimasto ferito durante un assalto al palazzo presidenziale nel corso delle proteste di massa che interessarono il paese durante le cosiddette “primavere arabe”. Hadi venne poi eletto nel 2012 con il compito di guidare un governo di transizione per due anni, elezione in cui lui era l’unico candidato e che venne boicottata sia dagli Huthi che dal movimento secessionista del sud, Al-Hirak. Nel 2014, il mandato di Hadi venne prolungato di un anno fino al 2015, quando, sfruttando le proteste per l’aumento del costo del carburante, gli Huthi conquistando la capitale Sana’a lo costrinsero a rassegnare le dimissioni e a fuggire in esilio in Arabia Saudita. La presa del potere da parte degli Huthi, movimento principalmente composto da sciiti seguaci dello zaydismo, portò all’intervento militare da parte di una coalizione composta da Arabia Saudita, Emirati Arabi e parte dell’esercito regolare yemenita ancora fedele al governo di Hadi. Una questione interna per lo Yemen divenne ben presto una guerra per procura tra diversi attori internazionali, tra cui l’Iran. La coalizione di Hadi, grazie al peso politico della monarchia saudita, riuscì ad ottenere l’appoggio di Stati Uniti, Francia e Regno Unito che non esitarono a fornire armi a Riad.

La cause della guerra

Di certo una parte importante in questo conflitto è imputabile alla questione religiosa, l’Arabia Saudita, a maggioranza sunnita, temeva la crescita del movimento Huthi, sciita, e con forti legami con il rivale Iran. Ma come quasi sempre succede nelle guerre moderne, anche gli interessi economici ricoprono un ruolo fondamentale e spesso quella religiosa somiglia più a un’arma per fomentare il caos. Petrolio e controllo dello Stretto di Bab el-Mandeb – che lega il Mar Arabico allo Stretto di Suez -, sono gli altri due fattori chiave di questa guerra. Non a caso i primi obiettivi militari della coalizione sono stati la cattura dei pozzi di petrolio per far sì che non cadessero in mani agli Huthi e il controllo delle acque territoriali del paese per evitare che lo stretto, da cui passano milioni di merci e tonnellate di greggio ogni giorno, potesse venir utilizzato come arma di ricatto.

I bombardamenti indiscriminati da parte della coalizione, rifornita di armamenti dall’occidente, hanno preso di mira in tante occasioni anche obiettivi civili e utilizzato armi proibite come le bombe a grappolo. Le zone sotto il controllo degli Huthi (dove vive il 70% della popolazione dello Yemen), sono costantemente soggette ad un blocco da parte delle truppe della coalizione, in modo da limitare i rifornimenti di cibo e carburante. Denunce, rimaste inascoltate, sono arrivate già nel 2019, come quella fatta da Save the Children, secondo cui si sarebbe utilizzata la fame come arma di guerra. Anche se probabilmente, in Yemen, la questione più spinosa e imbarazzante per l’Occidente sono i legami tra le truppe della coalizione e i gruppi terroristi come l’al-Qaeda nella penisola araba (Aqap). Sarebbero infatti numerose le prove secondo esisterebbero stretti legami tra alti funzionari del governo Hadi e figure di spicco di questi gruppi. Il tutto nel silenzio della comunità internazionale, ennesima conferma, di come troppo spesso, i diritti umani vengano utilizzati dall’Occidente come mero strumento di pressione verso i paesi “nemici” e non come valore assoluto, dato che se gli abusi sono commessi dai paesi “amici”, ricchi di petrolio, si finisce regolarmente a guardare dall’altra parte.

Lo scenario internazionale odierno potrebbe rappresentare una speranza per arrivare, se non a una pace, quantomeno ad un cessate il fuoco duraturo in Yemen. Lo scorso 7 aprile, Hadi, ha trasferito il potere in mano a un nuovo consiglio presidenziale presieduto da Rashid al-Alimi, con lo scopo di negoziare una tregua con Ansar Allah. Il nuovo accordo è arrivato anche grazie alle pressioni verso l’Arabia Saudita degli Stati Uniti e all’opera di negoziazione sugli Huthi dell’Oman (con il beneplacito dell’Iran). Sia Washington che Teheran hanno al momento interessi prioritari diversi rispetto allo Yemen, Russia e Cina da una parte e la ripresa dei negoziati sul nucleare dall’altra.

[di Enrico Phelipon]

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Per scalare il Monte Bianco sarà necessaria una cauzione da 15mila euro

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Il sindaco di Saint-Gervais, comune francese su cui si trova l’itinerario di salita del Monte Bianco, ha stabilito che chi vorrà scalare la vetta dovrà versare una cauzione da 15 mila euro, di cui 10 mila euro pari “al costo medio dei soccorsi” e 5 mila euro per “le spese di sepoltura della vittima”.

Secondo il sindaco infatti, sono in troppi ad improvvisarsi alpinisti e ad ignorare la raccomandazione di non scalare la cima lungo la via che parte dal rifugio del Gourer,  nonostante le numerose segnalazioni di caduta massi dovute alla siccità. «Ed è inaccettabile – ha concluso il sindaco – che siano i contribuenti francesi a dover pagare questi costi.»

Il Veneto ha finalmente iniziato a fare qualcosa contro i PFAS

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Una nuova centrale idrica è stata inaugurata in provincia di Verona per garantire ai cittadini acqua priva di Pfas. Si tratta di una notizia attesa ed importante perché rappresenta l’inizio degli interventi promessi dalla regione Veneto per fornire acque sicure e perché è una prima timida risposta a più di 350 mila persone contaminate a causa dell’inquinamento dell’acqua di falda della zona di Vicenza, Verona e Padova. 

L’opera in questione, composta da sei pozzi e 18 chilometri di acquedotto, è situata nella cittadina di Belfiore e si estende fino a Lonigo, uno dei comuni più colpiti da questo tipo d’inquinamento, tanto da esser stato al centro di un’indagine delle Nazioni Unite nell’inverno del 2021: lo scorso novembre l’Alto Commissariato dell’Onu aveva incaricato una delegazione e organizzato una missione proprio per comprendere se la questione Pfas, considerata una vera e propria emergenza, fosse stata gestita nel rispetto dei diritti umani. Quello che secondo il ricercatore del CNR della delegazione sarebbe «il più grande inquinamento del mondo, per importanza ed estensione, ad esclusione della Cina» per lungo tempo non ha trovato spazio e ancora oggi fatica a trovarlo sulle pagine dei quotidiani del nostro Paese, nonostante da tempo sia stata provata la gravità della questione. 

Gli acidi perfluoroacrilici presenti nelle acque venete, chiamati appunto Pfas, sono sostanze chimiche derivanti dalle attività industriali rilasciate al 97% dall’ex fabbrica Miteni e sono notoriamente tossiche, oltre che estremamente persistenti; comportano l’aumento del rischio di numerose patologie come di malattie tiroidee, tumore a rene e testicolo (+30%), di cardiopatia ischemica (+21%), morbo di Alzheimer (+14%) e malattie correlate al diabete (+25%).

L’opera di Belfiore è la prima centrale idrica ad essere operativa tra le quattro previste dalla Regione Veneto per rispondere alla contaminazione da queste sostanze e per creare una rete di pozzi che allacci i paesi della cosiddetta zona rossa alle nuove fonti pulite. A presenziare al taglio del nastro, oltre alle autorità della provincia di Verona e ai rappresentanti della Regione Veneto, anche alcuni comitati ambientalisti cittadini tra cui il gruppo “Mamme No Pfas”, da sempre in prima linea per richiedere acqua pulita e sicura e grazie alle quali la questione era arrivata all’attenzione dell’ONU. 

[Gruppo di Mamme No Pfas ha presenziato lo scorso 27 luglio all’inaugurazione del campo pozzi di Belfiore. – Credit: Mamme No Pfas]
Il 27 luglio 2022 è «una data che ricorda non solo la grande impresa di portare acqua pulita nelle nostre zone contaminate» ha dichiarato Emanuela Foletto, portavoce delle “Mamme no Pfas”, durante l’inaugurazione della centrale di Belfiore «ma anche che è avvenuto un fatto gravissimo: una delle falde acquifere più grandi d’Europa è stata distrutta dall’ignoranza e dalla negligenza umana. Sappiamo che la contaminazione durerà centinaia di anni». Le Pfas sono dotate infatti di una particolare abilità termica che le rende resistenti ai principali processi naturali di degradazione, quasi indistruttibili. «Siamo contenti che si sia costruito in brevissimo tempo un nuovo acquedotto»– ha aggiunto Foletto- «ma questo, come tutti sappiamo, non è sufficiente».

L’opera, finanziata per 24 milioni di euro con fondi ministeriali, permetterà di sostituire, una volta entrata in funzione a pieno regime, fino alla metà delle attuali fonti idriche che alimentano la centrale di Lonigo. Il restante 50% arriverà dalle altre tre centrali ancora in costruzione, una nel Padovano e due nel Vicentino. Con la centrale di Belfiore a pieno regime si riuscirà a fornire continuativamente un flusso idrico di 150 litri al secondo, che potranno arrivare a 250 litri al secondo, quindi circa 22 mila metri cubi al giorno, di acqua controllata e di buona qualità, coprendo così la richiesta di decine di comuni coinvolti nell’inquinamento da Pfas.

Ad oggi, per soddisfare la richiesta idrica della zona, si continua a prelevare da pozzi contaminati, utilizzando un sistema di filtraggio a carboni attivi per neutralizzare gli inquinanti. Un sistema che, oltre a vedere l’uso di acque nocive, risulta essere estremamente costoso. Si parla, infatti, di più di un milione di euro all’anno per la sola sostituzione dei filtri. Questo modus operandi proseguirà fino alla fine del processo per lo spegnimento dei pozzi che attingono dalla falda compromessa, processo accelerato dal taglio del nastro del 27 luglio e che vedrà un punto solo con l’ultimazione e la funzionalità al completo delle tre centrali mancanti. Le altre opere dovrebbero aprire, secondo le previsioni, entro un anno e mezzo, andando a coprire tutto il fabbisogno idrico delle abitazioni della zona con acqua, finalmente, totalmente priva di Pfas. 

Nonostante la direzione presa lasci ben sperare per una risoluzione del problema, rimangono aperte ancora molte questioni, come quella della bonificazione delle terre vicino alla Miteni, la contaminazione dei pozzi privati o la questione dell’approvvigionamento idrico per l’agricoltura. Questioni non indifferenti, a cui i comitati cittadini hanno risposto con la promessa di continuare a «lavorare sodo e vigilare».

[di Sara Tonini]

Ex Ilva, lo stato si prepara a spendere altri soldi per tenere in vita le acciaierie

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Il Governo va ancora una volta in soccorso finanziario dell’ex Ilva, ora Acciaierie d’Italia, per aiutarla a sopravvivere alla cronica crisi di liquidità. Sul tavolo del Consiglio dei ministri, nell’ambito del decreto Aiuti Bis, c’è una norma specifica per l’azienda dell’acciaio partecipata in minoranza dallo Stato attraverso Invitalia. Ad annunciarlo è stato il ministro dello Sviluppo Economico, Giancarlo Giorgetti La cifra non è ancora stata resa pubblica, ma sarebbe tra i 500 milioni e il miliardo di euro. Fondi pubblici che serviranno a mantenere in funzione le acciaierie di Taranto, per la chiusura delle quali da anni si battono comitati locali e cittadini costretti a convivere con un impianto il cui nesso con il tasso ampiamente sopra la media nazionale di melanomi e tumori che si registrano in città è evidente ed ormai provato ogni ragionevole dubbio.

Giovedì 4 agosto

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9.30 – Usa, il Senato ratifica l’adesione di Svezia e Finlandia alla Nato.

11.15 – La centrale nucleare di Zaporizhzhia è «completamente fuori controllo»: a dichiararlo è il direttore generale dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea), Rafael Grossi.

13.00 – Amnesty International denuncia: “L’esercito di Kiev ha messo in pericolo i civili ucraini collocando basi e usando armamenti nei centri abitati, anche in scuole ed ospedali”.

15.30 – Taiwan, il ministero della Difesa afferma: la Cina oggi ha lanciato 11 missili balistici nell’ambito delle esercitazioni militari avviate in risposta alla visita di Nancy Pelosi.

16.15 – Aiuto al suicidio: il tesoriere della associazione Luca Coscioni, Marco Cappato, è stato iscritto nel registro degli indagati della Procura di Milano dopo essersi autodenunciato.

19.00 – Il Consiglio dei ministri dà il via libera al decreto Aiuti bis.

20.00 – Il presidente della Regione Siciliana, Nello Musumeci, annuncia le proprie dimissioni: «Il 25 settembre in Sicilia si voterà anche per le elezioni regionali».

Decreto Aiuti bis: via libera del Cdm

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Il Consiglio dei ministri ha dato il via libera al decreto Aiuti bis, il provvedimento avente ad oggetto nuove misure di sostegno a famiglie ed imprese dal valore complessivo di oltre 14 miliardi. A riportarlo è l’agenzia di stampa Adnkronos, la quale specifica che il decreto contiene, tra l’altro, il taglio del cuneo fiscale di 1,6 miliardi per i lavoratori dipendenti, l’anticipo del conguaglio delle pensioni per un costo di 2,4 miliardi e l’estensione del bonus di 200 euro per i lavoratori dipendenti.

Elezioni: finalmente i moduli per le firme sono arrivati ai partiti di opposizione

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I moduli per la raccolta delle firme, necessarie solo per alcuni piccoli partiti intenzionati a partecipare alle elezioni politiche del prossimo 25 settembre, sono finalmente stati rilasciati dal ministero dell’Interno. Quest’ultimo, a quanto pare ha scelto di fornire i moduli con tutta calma nonostante il tempo a disposizione delle forze politiche obbligate a seguire tale procedura – sostanzialmente tutti i partiti di opposizione – sia estremamente breve. Tra il 21 ed il 22 agosto, infatti, dovranno essere presentate le liste dei candidati presso le cancellerie delle Corti di appello e del Tribunale di Aosta, con i partiti che dunque dovranno fare i conti con una sfida letteralmente proibitiva.

Dato che il ministero si è preoccupato solo nella giornata di lunedì scorso di mettere a disposizione i moduli necessari, i partiti soltanto da allora hanno potuto iniziare ad allestire i banchetti. Con circa tre settimane di tempo a disposizione ed il ferragosto di mezzo, dunque, i partiti anti-sistema dovranno raccogliere oltre 56mila firme, precisamente 36.750 per la Camera e 19.500 per il Senato. Una vera e propria sfida proibitiva, il cui rischio concreto è che i partiti di opposizione al governo Draghi che si sono lanciati nell’impresa (Italia Sovrana e Popolare, Unione Popolare, Italexit, Vita, Alternativa per l’Italia, UCDL e Forza del Popolo) non potranno presentarsi alle elezioni o potranno farlo non in tutte le circoscrizioni, vedendo così fortemente compromesse le possibilità di raggiungere il quorum del 3% necessario per entrare in Parlamento. Il tutto anche a causa del fatto che le firme dovranno essere raccolte alla presenza di un autenticatore ed esclusivamente tramite moduli cartacei.

È anche per questo che il 29 luglio Marco Cappato, il tesoriere dell’Associazione Luca Coscioni, ed il movimento di partecipazione civica paneuropeo Eumans, hanno presentato con una conferenza stampa online il simbolo della lista “Democrazia e Referendum”, una “lista manifesto di coloro che non intendono subire passivamente l’ulteriore violenta chiusura degli spazi di partecipazione democratica in Italia”. In tal senso, durante l’evento è stato rinnovato l’appello lanciato negli scorsi giorni, e già sottoscritto da oltre 3700 persone, con il quale in vista delle elezioni si chiede al Governo di introdurre subito la possibilità di ricorrere alla firma digitale come del resto già avvenuto l’estate scorsa per i referendum: da parte dell’esecutivo, però, non è ancora arrivata alcuna risposta e probabilmente non arriverà. «La mancata risposta del Governo – dopo 5 giorni dalla nostra richiesta formalmente rivolta al Presidente del Consiglio e a tutti i Ministri, e inviata all’attenzione del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella – equivale ormai, a tre settimane dal termine per il deposito delle liste, a una risposta negativa, con la quale il Governo si rende responsabile dell’aggravamento del carattere illegale ed antidemocratico delle prossime elezioni», ha dunque dichiarato Marco Cappato. “La mancata possibilità di ricorrere alle firme digitali rappresenterebbe una grave discriminazione a favore di quei simboli già presenti in Parlamento”, ha inoltre ricordato Eumans.

[di Raffaele De Luca]

44 suicidi in 7 mesi: il sistema carcerario italiano deve essere ripensato

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44 suicidi in 7 mesi: sono questi i numeri delle persone che in carcere si sono tolte la vita dall’inizio del 2022. In pratica, uno ogni 5 giorni. È quanto emerge dall’ultimo rapporto dell’Associazione Antigone sullo stato delle strutture penitenziarie nel nostro Paese. Il numero di suicidi in carcere si discosta molto da quelli registrati al di fuori. L’Italia, con i suoi 0,67 casi di suicidi ogni 10.000 abitanti, è tendenzialmente considerato un Paese con il più basso tasso di persone che si tolgono la vita a livello europeo. Una realtà che cambia totalmente dietro le sbarre, con 10,6 suicidi ogni 10.000 persone detenute (nel 2019 era 8,7 ogni 10mila, circa 13 volte superiore a quello delle persone libere).

La fascia più colpita è quella che va dai venti ai trent’anni, ragazzi che in molti casi si trovavano in carcere da poche ore o che nel giro di poco sarebbero uscite in misura alternativa. In particolare il numero di suicidi – che in totale nel 2021 erano stati 57 – è stato molto alto nelle carceri di Roma Regina Coeli, Foggia, Milano San Vittore, Palermo Ucciardone, Monza, Genova Marassi e Pavia, istituti che – come vedremo – da anni si portano dietro sempre gli stessi problemi.

Il rapporto Antigone denuncia inoltre un abuso di farmaci e psicofarmaci, usati spesso arbitrariamente come “cura” per monitorare situazioni psichiche difficili senza però un’adeguata perizia. Le strutture tendono infatti ad evitare il più possibile il contatto con servizi sanitari esterni al carcere: per la salute mentale dei detenuti resta poco al di là delle pillole. I dati dell’Associazione dicono che il 28% delle persone detenute nelle carceri (fra quelle osservate) assume stabilizzatori dell’umore, antipsicotici o antidepressivi e il 37,5% sedativi o ipnotici.

“Ogni suicidio, va ricordato, è un atto a sé, legato alla disperazione di una persona. Tuttavia, quando i suicidi sono così tanti e in carcere ci si uccide 16 volte in più che nel mondo libero, l’intero sistema penitenziario e quello politico non possono non interrogarsi sulle cause di questo diffuso malessere”, ha ribadito Patrizio Gonnella, presidente di Antigone.

Ma quali sono le cause di cui parla? Primo fra tutti, le condizioni di vita. In base alle visite effettuate da Antigone in 85 istituti penitenziari negli ultimi 12 mesi (dal luglio 2021 al luglio 2022), nel 31% dei casi (1 su 3) gli istituti hanno celle in cui non sono garantiti i 3mq calpestabili per persona. Oltre al sopraffollamento che ne scaturisce, l’Associazione ha rilevato che metà delle carceri visitate non sono dotate di doccia (seppur previste dal regolamento penitenziario del 2000) e che nel 44% degli istituti ci sono celle con schermature alle finestre che limitano il passaggio di aria.

Come dicevamo, quella del sovraffollamento è una grossa piaga da combattere. In Italia ci sono circa 120 detenuti ogni 100 posti disponibili. Peggio di noi solo Cipro, con 135 su 100. Analizzando tutti gli istituti presenti sul territorio, il sovraffollamento effettivo sale al 112%. Circa 20mila (37%) fra i detenuti attualmente rinchiusi in carcere devono scontare un residuo pena inferiore ai tre anni: molti di loro potrebbero ad esempio accedere a misure alternative, lasciando spazio in cella. Per non parlare di chi è ancora in attesa di giudizio.  “Ciò consentirebbe non solo un beneficio per i diretti interessati, ma per tutti coloro che abitano il carcere arginando il sovraffollamento che da sempre lo caratterizza”. Se consideriamo che il 34,8% dei detenuti è in carcere per violazione delle leggi sugli stupefacenti, “intervenire sulla legge sulle droghe potrebbe già ridurre di molto il numero delle persone in galera”.

Un altro tema caldo, di cui si discute spesso quando si parla di detenuti, è quello del lavoro, che ha visto un peggioramento con l’arrivo della pandemia. In generale, anche prima del Coronavirus, il nostro Paese ha sempre mostrato una tendenza a “concepire il carcere più come luogo di espiazione anziché di rieducazione”. E lo dimostrano i dati. In Italia il personale dedicato all’amministrazione penitenziaria e alla custodia è superiore all’80% (la media europea è del 55%). Mentre i dipendenti occupati in attività educative e di formazione professionale sono circa il 2% (la media è del 3,3%). In sintesi, nelle carceri ci sono 1,6 detenuti per agente e più di 80 per educatore.

La sfera psicologica ed emotiva dei carcerati è inoltre turbata dall’assenza degli affetti più cari: soprattutto durante il Covid le strutture hanno limitato molto i contatti con l’esterno, le visite e perfino le chiamate. In molte carceri non esistono spazi adeguati a permettere gli incontri, che finiscono per essere rimandati e alla fine cancellati.

“Di fronte a ogni suicidio non vogliamo che si vada alla ricerca di capri espiatori. Ma chiediamo atti urgenti. Sappiamo che il Governo può solo fare atti di ordinaria amministrazione. Ma allargare con atto amministrativo il diritto a telefonate si può fare. Una telefonata, in un momento di disperazione, può salvare una vita”, conclude Gonnella.

[di Gloria Ferrari]

Ucraina, Aiea: centrale nucleare di Zaporizhzhia è fuori controllo

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La centrale nucleare di Zaporizhzhia è «completamente fuori controllo»: a lanciare l’allarme è stato il direttore generale dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea), Rafael Grossi, durante un’intervista rilasciata all’agenzia di stampa Associated Press. «Ogni principio di sicurezza nucleare è stato violato», ha sottolineato Grossi, aggiungendo che la situazione al momento sia «paradossale» dato che l’impianto è controllato dalla Russia ma il personale ucraino continua a svolgere le sue operazioni nucleari, generando inevitabili momenti di tensione.