L’aumento dei prezzi scatenato dalla guerra in Ucraina costerà una stangata da oltre 8,1 miliardi di euro alle famiglie italiane soltanto per la spesa alimentare dell’anno in corso. È quanto afferma Coldiretti in seguito all’indagine sugli effetti dei rincari nel carrello, in base ai dati Istat e ai consumi degli italiani e dell’andamento dell’inflazione nei primi cinque mesi dell’anno.
Secondo l’analisi, i maggiori aumenti verranno registrati per la verdura, che in totale costerà 1,95 miliardi in più; seguono pane, pasta e riso (+1,48 miliardi), carne e salumi (+1,35 miliardi) e frutta (+0,7 miliardi). L’aumento dei prezzi quindi colpisce i prodotti base della dieta degli italiani, aggravando soprattutto le condizioni dei più deboli e creando nuovi poveri: piccoli commercianti che hanno dovuto chiudere, persone che non godono di aiuti pubblici e lavoratori che sono stati bloccati o danneggiati, in seguito alle limitazioni adottate dal governo durante la pandemia.
Se c’è una costante in quasi tutti i grandi interventi politici, le più rilevanti riforme, è questa: comprendere come stanno davvero le cose è complicato perché attorno agli avvenimenti cruciali si alza sempre un’enorme mole di parole, spesso indirizzate ad arte in un’unica direzione prestabilita a tavolino. Quello dell’informazione è diventato un problema davvero grosso nel nostro paese (e non solo nel nostro a dire il vero) e il ruolo della propaganda, anche in materia di politiche del lavoro, è ormai ingombrante al punto di alimentare una nuova realtà artificiale: nulla dopotutto è più reale di quanto le masse considerino tale e questo a prescindere dal fatto che sia vero. Abbiamo assistito a imponenti squilli di tromba attorno alla notizia circa un accordo su di una bozza di direttiva in materia di salario minimo in seno all’UE. Peraltro, ricordiamo che è in discussione un disegno di legge anche in Italia circa l’individuazione a 9 euro lorde l’ora quale salario minimo legale.
Ora, senza saper né leggere né scrivere, vi sono un paio di elementi che dovrebbero quantomeno indurci almeno un minimo di cautela prima di unirci al coro di entusiasmo. L’ipotesi di accordo europeo viene raccontato quasi quale nuova forma di “legislazione di sostegno” (per utilizzare una nota espressione di Giugni), ovvero una iniziativa spiccatamente pro-labour, al limite del “socialista”. Il che in effetti non convince del tutto e non per un banale pregiudizio. Senza insistere nel merito del fatto che l’UE è da sempre interessata a politiche monetarie ed economiche qualificabili come neoliberiste (contenimento della spesa, dei salari, dei prezzi, etc.), è impossibile ignorare l’esistenza di atti ufficiali nella storia delle sue istituzioni che inducono necessariamente a sospettare che la vocazione dell’accordo debba necessariamente essere un’altra.
Riavvolgere il nastro all’agosto 2011
Era il 5 agosto del 2011 e al nostro Governo arrivò una bella letterina direttamente dalla BCE: una lettera pesante come un macigno (buttò giù di sella Berlusconi da Palazzo Chigi), attorno alla quale moltissime polemiche negli anni, ormai un decennio, sono state avanzate. A firmare la lettera erano due uomini: il primo era Jean-Claude Trichet, il secondo era proprio l’attuale Presidente del consiglio italiano, Mario Draghi.
[Partendo da sinistra Mario Draghi e Jean-Claude Trichet ]
Il testo della missiva conteneva delle richieste chiare, inequivocabili, tra le quali: 1) «riformare ulteriormente il sistema di contrattazione salariale collettiva, permettendo accordi al livello d’impresa in modo da ritagliare i salari e le condizioni di lavoro alle esigenze specifiche delle aziende e rendendo questi accordi più rilevanti rispetto ad altri livelli di negoziazione»; 2) «una accurata revisione delle norme che regolano l’assunzione e il licenziamento dei dipendenti»; 3) «valutare una riduzione significativa dei costi del pubblico impiego, rafforzando le regole per il turnover e, se necessario, riducendo gli stipendi». Purtroppo quella lettera ebbe gravissime conseguenze, su molte delle quali ci siamo già soffermati, le quali manifestano i loro effetti ancora oggi sul mondo del lavoro, ma non è questo il punto che si desidera evidenziare.
La questione è evidentemente un’altra: appare chiara, davvero macroscopica, la contraddizione tra questi intendimenti (quelli presenti nella lettera) e la politica di sostegno al lavoro che l’UE starebbe invece adesso perseguendo. A prescindere dalla questione salariale, sulla quale torniamo a breve, c’è quella della contrattazione collettiva: la bozza di accordo prevederebbe un incoraggiamento della contrattazione collettiva (a parole, spesso sottoforma di mera consultazione: potere contrattuale reale pari a zero), esattamente l’opposto di quanto si perseguiva nella lettera del 2011, la quale mirava a dare potere alla contrattazione di secondo livello (territoriale o aziendale) a scapito di quella nazionale. Usciamo da un equivoco nel quale cascano praticamente tutti: non è vero che la contrattazione di secondo livello sia un male di per sé: negli anni ’70 era utilizzatissima dai lavoratori e dai loro rappresentanti per integrare (la chiamavano appunto contrattazione integrativa) quanto previsto dai contratti collettivi nazionali. Essa è un disastro per la parte politicamente più fragile: oggi la parte fragile in tema di potere contrattuale è rappresentata dai lavoratori (a breve vedremo rapidissimamente perché) e dunque è evidente che per essi sia una mezza (anzi, intera) fregatura. Puntando su di essa, in questo specifico contesto, l’UE ha storicamente dimostrato di non voler giocare sul rafforzamento contrattuale dei lavoratori, ma di confidare maggiormente sulla visione nutrita dalle imprese.
Di cosa si parla quando si parla di salario minimo?
Persino Landini si è accorto di una contraddizione di fondo, infatti ha chiesto di non ascoltare l’UE «solo quando ci dice di tagliare le pensioni o cancellare l’articolo 18 o tagliare la spesa sociale». Peccato che stia sbagliando nel ritenere possibilel’esistenza un cambiamento di strategia in seno alle istituzioni comunitarie. E, dopotutto, è davvero curioso (in realtà la chiave di lettura è piuttosto ovvia, quasi puerile) registrare lo stoicismo del leader di Confindustria, il quale candidamente ha dichiarato come «il tema dei salari non è di pertinenza di Confindustria, perché i nostri contratti sono tutti oltre i 9 euro l’ora, quindi non siamo né contrari e nemmeno a favore». Insomma, appare come minimo sconcertante il fatto che una misura che avrebbe la portata di rivoluzionare la qualità della vita dei lavoratori, sconfiggendo i salari da fame, lasci del tutto indifferente il capo degli industriali italiani: egli deve rispondere evidentemente ai suoi associati, ai grandi gruppi che rappresenta, i quali notoriamente non amano sborsare danari per pagare i salari, tendono a desiderare il contenimento del costo del lavoro. E difatti Bonomi ha perfettamente ragione quando chiosa: «il tema del salario minimo è come verrà costruito». Esatto, il punto è proprio questo: bingo.
A prescindere da quello che si possa pensare della misura in sé (dirò qualcosina più avanti in merito) la questione di assoluta centralità riguarda l’ammontare del salario minimo legale (peraltro il testo della direttiva non lo imporrebbe in maniera cogente, bensì lo promuoverebbe): se ti limiti a prevedere un importo assai modesto, l’effetto sul mondo del lavoro riguarderà una platea molto limitata di lavoratori. Sia chiaro: anche fosse soltanto una persona, quella andrebbe tutelata con tutte le nostre forze, ma per farlo sarebbero sufficienti strumenti più specifici, più precisi e mirati. Nel nostro paese l’80% delle lavoratrici e dei lavoratori è coperto da contrattazione collettiva con un salario ben superioredi quello ipotizzato dagli atti in esame (direttiva e legge dello stato): su di esso, dunque, la norma non produrrebbe praticamente alcun effetto.
Il PD è a favore, già questo dovrebbe far suonare l’allarme
Se poi guardiamo all’arco costituzionale, appare davvero interessante notare come le forze politiche che più di ogni altra hanno smantellato il mondo del lavoro in Italia (ricordiamo che il Jobs Act lo ha realizzato il Partito Democratico) oggi si affannino e sbraccino convulsamente per portare a casa questi interventi: chi un minimo segue la politica con serietà non crede alle folgorazioni sulla via di Damasco.
E adesso veniamo al merito dello strumento in sé, rispetto al quale molte perplessità sono già giustamente state avanzate, in primis da Lidia Undiemi.È pacifico che il salario minimo non sia la risoluzione ad ogni male che affligge il mondo del lavoro e che da solo non sarà mai sufficiente a vincere la povertà delle lavoratrici e dei lavoratori di un paese. Lo affermano anche coloro i quali con forza e da anni sostengono la necessità di introdurlo, evidenziando come la forma che l’istituto assume, la sua ratio politica, incida enormemente sul risultato: «l’introduzione del salario minimo legale molto basso (riferimento alla Germania, n.d.r.) non è stato altro che un tentativo di imporre un controllo dall’alto a una condizione sociale per nulla pacificata, in cui i livelli di disuguaglianza e deprivazione materiale sono esplosi nell’ultimo decennio» [tratto da M. Fana, S. Fana, Basta salari da fame!, Laterza, 2019 p. 134].
I pericoli sono noti: il salario minimo legale rischia (non è detto, dipende da come lo si realizza) di soppiantare la contrattazione collettiva e, dunque, di riconoscere alla politica, alla alternanza delle maggioranze, un potere praticamente sconfinato. Pensateci, è quanto avvenuto anche rispetto a questioni cruciali quali il diritto alla reintegra in caso di licenziamento illegittimo, prima riconosciuto e poi abbattuto dal Parlamento: la politica dà e la politica toglie, è bene tenerlo a mente. Ed è bene tenerlo a mente soprattutto in considerazione del fatto che la proposta di direttiva (come lucidamente affermato dalla Undiemi) prevede di considerare tra i criteri per la determinazione del salario minimo «l’andamento della produttività del lavoro» (messo in crisi dalle “emergenze”, di varia natura me sempre con le virgolette necessarie, che da anni, dal 2008 almeno, ciclicamente si ripresentano e vengono sfruttate dai governi per imporre politiche neoliberiste). In quest’ottica, dunque, a mio parere ha ragione chi teme che il salario minimo rischi di tarpare le ali al circolo virtuoso (eventuale, purtroppo oggi assai remoto) nelle dinamiche retributive e dunque di divenire “salario massimo”.
Qualcuno allora potrebbe (giustamente) farmi notare che l’Italia è l’unico paese europeo a registrare una contrazione salariale dagli anni ’90 ad oggi (di circa il 3%). E avrebbe ragione. Io ci aggiungerei anche qualche altro numero: lo stock di disoccupati in Europa è dimezzato dal 2012 ad oggi, mentre in Italia è rimasto identico; nel Sud (escluse le isole) abbiamo più disoccupati di quanti ve ne siano nell’intera Germania; siamo al massimo storico mai registrato di precari nella storia del paese e nel 2021 abbiamo contato più di mille morti sul lavoro.Questo c’entra eccome: denota una debolezza strutturale della comunità del lavoro nazionale mai vista prima. E non è un caso che la proposta di comprimere la settimana lavorativa a 4 giorni sia inglese: in questo momento registrano il minimo storico del loro tasso di disoccupazione dal 1974.
Le tragiche condizioni del lavoro in Italia
Le condizioni del nostro mercato del lavoro sono miserrime, domanda e offerta di lavoro non si incrociano più nonostante la povertà degli individui (pare che l’accesso alle strutture della Caritas sia aumentato nell’ultimo periodo di molto, con un’incidenza rilevante di utenti giovani). Siamo messi tanto male che la nostra domanda di lavoro è in parte inappagata in quanto in concorrenza con l’impropriamente detto Reddito di cittadinanza: molti imprenditori si lamentano e provano a dare la colpa agli italiani, descrivendoli meschinamente come fannulloni che preferiscono l’assistenzialismo al lavoro, ma la verità è che le condizioni offerte sono al limite dello schiavismo ed ecco che gli individui le rifiutano, in quanto peraltro in netto contrasto con ciò che prescrive la nostra Costituzione.
Una misura neoliberista
Il sistema è al collasso: qui casca l’asino. E finalmente possiamo tornare al punto di partenza per chiudere il cerchio. La questione si pone nell’alveo della differenza esistente tra liberalismo e neoliberalismo: il primo confida nella “mano invisibile del mercato” e crede nel mercato quale capace di regolarsi, di autoregolarsi e di sopravvivere in costante equilibrio, assumendo dunque un approccio di indifferente astensionismo, per così dire. Il neoliberalismo è terribilmente più violento: di fondo esso diffida del mercato, ma ne persegue il funzionamento per fini politici e redistributivi dal basso verso l’altro. Interviene dunque attivamente e concretamente nell’economia, per garantire che il sistema concorrenziale resti in piedi: una sorta di lotta di classe top-down.
Ecco che non tutti gli interventi pubblici vanno quindi letti in ottica per così dire “socialista”. Pensate che uno dei massimi esponenti del neoliberalismo, Friedrich August von Hayek, è stato il padre dell’idea di reddito di cittadinanza: «serve un reddito minimo di cittadinanza a livello sufficiente affinché i poveri non raggiungano un grado di disperazione tale da rappresentare un pericolo fisico per le classi ricche». Peraltro, a voler essere proprio sospettosi fino in fondo, riconoscere una base minima (davvero minima) per i salari può essere letto anche come metodo per tutelare il mercato concorrenziale, garantendo un nocciolo duro di regole di partenza uguali per tutti i grandi attori in campo: dopotutto, oggi gli ostacoli all’eguaglianza e all’emancipazione vengono abbattuti solo a vantaggio delle multinazionali.
In conclusione, il salario minimo legale è uno strumento che può avere una qualche utilità nei settori del lavoro dove la contrattazione collettiva è fragile e comunque in relazione a tutti quei lavoratori non coperti da contrattazione collettiva (ovviamente parliamo di economia emersa: sul nero o sulle ore non retribuite non incide minimamente). Tuttavia non può che essere considerato come una toppa, peraltro assai fragile e precaria. La soluzione alla piaga del lavoro povero non può che risiedere nel rafforzamento della comunità del lavoro, attraverso il riconoscimento dei suoi diritti politici e sindacali in senso lato, ma anche e soprattutto perseguendo il disegno costituzionale orientato alla piena occupazione (l’opposto di quanto l’UE insegue da sempre). Solo in questo modo il lavoro potrà compiere la propria emancipazione e ritrovare il proprio riscatto: in un contesto di piena occupazione, infatti, costituendosi il diritto quale mera sovrastruttura dell’ordine economico,il tema del salario minimo legale non avrebbe alcuna importanza, alcuna rilevanza, e l’istituto risulterebbe banalmente superfluo, inutile.
Da rovesciare è dunque il paradigma, il modello capitalistico affermatosi a danno dei lavoratori e delle piccole e medie imprese, quello delle multinazionali e dei grandi gruppi finanziari che l’UE tende invece a proteggere, ad esempio consentendo la sopravvivenza di ben sei paradisi fiscali all’interno del proprio territorio.
Ieri a Coeur D’Alene, La polizia del nord-ovest dell’Idaho ha arrestato 31 persone appartenenti al gruppo estremista Patriot Front, vicino ad un evento pride LGBTQ in cui volevano creare disordine. Gli uomini, vestiti tutti uguali con maschere bianche e scudi, sono stati notati da un residente locale, che dopo averli visti mentre salivano su un camion U-Haul, ha chiamato la polizia, che è intervenuta circa 10 minuti dopo la chiamata.
Il gruppo di estremisti era composto da persone provenienti da diversi stati americani e si era spostato di città in città per seminare caos a eventi Lgbtq. Il Patriot Front si è formato all’indomani del raduno nazionalista bianco “Unite the Right” del 2017 a Charlottesville, in Virginia, quando si divise da un’altra organizzazione estremista, la Vanguard America.
7.00 – Bolivia: l’ex presidente ad interim, Jeanine Añez, condannata a 10 anni di carcere per aver condotto un colpo di Stato contro il suo predecessore Evo Morales.
9.00 – La Malesia annuncia che abolirà la pena di morte obbligatoria, prevista per 11 tipi di reati, lasciando la possibilità ai giudici di scegliere la pena appropriata.
11.00 – L’Australia pagherà 555 milioni di euro al gruppo francese Naval Group per chiudere la crisi nata con Parigi dopo la violazione del contratto da 56 miliardi di euro per l’acquisto di sottomarini francesi.
13.30 – Iran e Venezuela firmano un accordo relativo ad una cooperazione ventennale nel settore petrolchimico, petrolifero, economico, turistico, culturale e politico.
14.30 – La presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, incontra a Kiev il presidente dell’Ucraina, Volodymyr Zelensky.
15.30 – Italia: inizia il Roma Pride, la manifestazione per i diritti lgbtqi+.
18.00 – Nicaragua: il governo autorizza l’ingresso nel Paese a truppe, aerei e navi russe per scopi di addestramento, pubblica sicurezza e per fornire risposta alle emergenze.
Si sta tenendo in queste ore a Roma il Pride, una grande manifestazione per i diritti lgbtqi+. Secondo gli organizzatori, infatti, 900mila persone stanno partecipando all’evento, il cui slogan è racchiuso nelle parole “Torniamo a fare rumore”: un omaggio a Raffaella Carrà, icona della comunità che anima il Pride scomparsa il 5 luglio 2021. Presenti alla manifestazione, tra gli altri, anche il presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti e il sindaco di Roma Roberto Gualtieri.
Basta fare un rapido giro sul web, fra le notizie pubblicate dalle maggiori testate italiane e non, per rendersi conto che c’è una parola a cui gran parte delle società del petrolio e del gas si sono particolarmente legate: decarbonizzazione. In pratica la progressiva riduzione delle fonti fossili come fonti energetiche, o meglio, la loro sostituzione con fonti rinnovabili con il fine di diminuire il rilascio di CO2 nell’atmosfera. Tradotto, per aziende come Eni, Shell, Total e BP significa continuare ad estrarre gas anche negli anni a venire, pianificando la vendita di energia ottenuta da pet...
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L’attenzione riservata alla tutela della salute pubblica durante la pandemia da Covid-19 ha fatto passare in secondo piano un importante effetto collaterale provocato dalle misure a cui ci si è rifatti per contrastarla: la produzione di rifiuti. Sull’onda di una emergenza globale e delle relative imposizioni, durante il periodo pandemico è infatti stata utilizzata un’enorme quantità di mascherine, che insieme agli altri dispositivi di protezione individuale ed alla richiesta di plastica monouso hanno generato una valanga di rifiuti. Come affermato dalla dott.ssa Maggie Montgomery, ufficiale tecnico dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), le mascherine usa e getta hanno prodotto «6 milioni di tonnellate in più di rifiuti» nel solo 2020, anno in cui è stato stimato un utilizzo mensile di 129 miliardi di mascherine e 65 miliardi di guanti a livello globale.
Oltre a ciò, più di otto milioni di tonnellate di rifiuti di plastica associati alla pandemia sono stati generati a livello mondiale, con 25.000 tonnellate che sono finite negli oceani. A sottolinearlo è stata una ricerca pubblicata sulla rivista Proceedings of the National Academy of Sciences (PNAS), dalla quale si apprende che seppur a tutto ciò abbiano ovviamente contribuito anche i dispositivi di protezione individuale, la maggior parte della plastica legata alla pandemia provenga però dai rifiuti sanitari generati dagli ospedali. Un dato, quest’ultimo, che non sorprende: come affermato dalla dott.ssa Montgomery il volume di rifiuti sanitari extra nelle strutture sanitarie è infatti «aumentato da 3 a 4 volte durante questa pandemia e nelle strutture che non hanno separato i rifiuti sanitari l’aumento è stato 10 volte maggiore». Tuttavia l’impatto dei dispositivi di protezione non deve comunque essere sottovalutato, dato che un rapporto dell’Oms di cui la dott.ssa Montgomery è co-autrice ha stimato che delle 87.000 tonnellate di dispositivi di protezione individuale acquistati tra marzo 2020 e novembre 2021 e distribuiti ai vari paesi dall’Oms, la maggior parte sia divenuta un rifiuto. Si tratta però solo di una indicazione parziale della portata del problema, in quanto il rapporto “non tiene conto di nessuno dei prodotti COVID-19 acquistati al di fuori dell’iniziativa né dei rifiuti generati dal pubblico come le mascherine mediche usa e getta”, che come emerso dalle parole della dott.ssa Montgomery hanno prodotto una valanga di rifiuti.
Se ne desume, dunque, che l’ampio ricorso ai dispositivi di protezione individuale ed il loro smaltimento improprio ha esacerbato il problema dei rifiuti sanitari. Come si legge sul sito della stessa Oms, infatti, “mentre le Nazioni Unite ed i Paesi erano alle prese con il compito immediato di assicurare e garantire la qualità delle forniture di dispositivi di protezione individuale (DPI), sono state dedicate meno attenzioni e risorse alla gestione sicura e sostenibile dei rifiuti sanitarilegati al COVID-19. «È assolutamente fondamentale fornire agli operatori sanitari il DPI corretto», ha affermato a tal proposito il dottor Michael Ryan, direttore esecutivo del programma per le emergenze sanitarie dell’OMS, «ma è altrettanto fondamentale garantire che possa essere utilizzato in sicurezza senza impatto sull’ambiente circostante». Ciò, si legge ancora sul sito, “significa disporre di sistemi di gestione efficaci, compresa la guida per gli operatori sanitari su cosa fare con i DPI e i prodotti sanitari dopo che sono stati utilizzati”.
In tal senso, va detto che anche i singoli individui possono ed avrebbero potuto contribuire alla risoluzione del problema, prendendo coscienza della quantità di rifiuti generati e cercando di ridurla non munendosi di dispositivi non indispensabili: ad esempio facendo a meno dei guanti, che nella prima fase della pandemia sono stati spesso utilizzati dai cittadini ma che, come sottolineato dalla dott.ssa Montgomery, in realtà «non sono necessari in molte situazioni». Tuttavia, è ovvio che per far fronte al problema rifiuti ci sia bisogno di sforzi di vario tipo, come ad esempio campagne educative riguardo alla produzione di rifiuti sanitari. In tal senso non si può non pensare alla campagna inglese “The gloves are off”, un programma di formazione che ha portato ad una riduzione dell’uso dei guanti negli ambienti sanitari prima della pandemia, che potrebbe rappresentare un modello a cui ispirarsi. Inoltre, anche sul fronte riciclo ci sono modi di operare interessanti da citare come ad esempio quello dell’azienda TerraCycle, che si occupa di riciclare i dispositivi di protezione individuale monouso, utilizzati per produrre (con l’ausilio di terzi) nuovi prodotti come contenitori e piastrelle per pavimenti.
Si tratta ad ogni modo solo di alcuni esempi di metodi con cui si potrebbe arginare il problema dell’aumento dei rifiuti sanitari, per il cui contrasto ci sarebbe però ovviamente bisogno di un forte impegno da parte delle istituzioni. Quelle stesse istituzioni che, durante l’emergenza sanitaria, hanno consigliato o imposto senza pensarci due volte i dispositivi di protezione, generando così tonnellate di rifiuti.
Il presidente iraniano, Ebrahim Raisi, ed il suo omologo venezuelano in visita in Iran, Nicolas Maduro, hanno firmato nella giornata di oggi un accordo relativo ad una cooperazione ventennale. A riportarlo è l’agenzia di stampa della Repubblica Islamica (IRNA), la quale precisa che “il documento si concentra sulla cooperazione petrolchimica, petrolifera, economica, turistica, culturale e politica”.
Alcuni giorni fa il presidente del Senegal e dell’Unione Africana, Macky Sall, è volato in Russia – a Sochi – per discutere col presidente russo Vladimir Putin la questione dello sblocco dell’export di grano e altre questioni rilevanti sul piano delle relazioni internazionali. L’incontro è meritevole d’attenzione non solo perché la Russia intende incrementare i suoi rapporti commerciali e diplomatici con i Paesi africani, ma anche perché ha fatto emergere come le sanzioni imposte dall’Unione Europea a Mosca stiano danneggiando anche e soprattutto l’Africa. Quest’ultima, infatti, importa il 40% dei cereali proprio da Russia e Ucraina, mentre Ruanda, Tanzania e Senegal arrivano al 60% e l’Egitto all’80%.
Il presidente del Senegal ha affermato che «con il blocco del sistema Swift non possiamo pagare il grano». Il blocco dei cereali nei porti ucraini rappresenta, dunque, solo una parte del problema, in quanto estremamente rilevante è anche l’impossibilità da parte degli Stati africani di pagare i generi alimentari alla Russia a causa della sua esclusione dal sistema Swift, il sistema di messaggistica internazionale che collega circa 11.000 istituti finanziari in tutto il mondo.
Una questione che trova poco spazio sui media mainstream ma che è addirittura più allarmante del blocco delle navi nei porti del Mar Nero. Sall, parlando in videoconferenza durante il vertice di Bruxelles ai 27 Stati dell’Unione, ha quindi chiarito che «quando il sistema Swift viene interrotto, significa che anche se i prodotti esistono, il pagamento diventa complicato, se non impossibile». Una verità piuttosto imbarazzante per i leader europei che probabilmente non hanno analizzato le conseguenze delle sanzioni da un punto di vista più ampio: esse, infatti, non solo non stanno raggiungendo l’obiettivo prefissato (far fallire Mosca), ma stanno, invece, danneggiando l’economia del Vecchio continente e, nel medio periodo, potrebbero letteralmente affamare l’Africa, con conseguenti crisi migratorie che si riverserebbero in primo luogo sul continente europeo. Dall’inizio dell’anno si sono registrati 15.000 arrivi sulle nostre coste e i centri di accoglienza a Lampedusa risultano già sovraffollati.
Per porre fine a quella che potrebbe trasformarsi in una delle più gravi crisi alimentari, Sall – durante il colloquio con Putin – ha espresso la necessità che dalle sanzioni vengano esclusi cereali e fertilizzanti, una richiesta non ancora presa neppure in considerazione dalla Commissione europea. Dal canto suo, il presidente russo ha espresso la sua piena disponibilità per lavorare allo sblocco delle navi nei porti ucraini che, come ha spiegato l’ammiraglio italiano Giuseppe de Giorgi, sono stati minati dal genio militare ucraino per impedire eventuali azioni anfibie russe. Dopo l’incontro con Putin, il presidente senegalese ha ringraziato pubblicamente il Capo del Cremlino e ha scritto su Twitter che «La Russia è pronta a garantire l’esportazione del suo grano e dei suoi fertilizzanti. Invito tutti i partner a revocare le sanzioni su grano e fertilizzanti».
Nel frattempo, la Russia sta cercando di trovare un accordo con la Turchia per sminare i porti: Ankara – come riporta Bloomberg – si è infatti proposta per aiutare nello sminamento dei porti, scortando successivamente le navi cariche di grano in acque neutrali. Pochi giorni fa il ministro degli esteri Sergey Lavrov è volato ad Ankara per incontrare il suo omologo turco Mevlut Cavusoglu e discutere della questione. Ad essere scettica sull’operazione di sminamento però è proprio Kiev che teme che Mosca possa approfittare della situazione per attaccare le coste ucraine sul mar Nero, nonostante le garanzie del governo russo che ha assicurato che non sfrutterà tali circostanze per condurre operazioni militari nell’area.
Qualora andassero a buon fine le trattative diplomatiche per lo sminamento dei porti, questa rimarrebbe comunque un’operazione difficile e particolarmente lunga, motivo per cui si rende ancora più necessario rimuovere l’embargo ai cereali e ai fertilizzanti russi, se si vuole evitare le gravi conseguenze alimentari descritte. Durante il colloquio tra i due presidenti si è discusso, inoltre, delle relazioni politiche, commerciali e diplomatiche tra Russia e Africa con l’intento di rafforzarle: infatti, secondo Putin, il ruolo dell’Africa nel teatro internazionale sta crescendo anche in termini politici. Il capo del Cremlino ha sottolineato che in Russia la cultura africana è sempre stata vista con grande interesse, aggiungendo che: «Crediamo che i singoli Stati africani, con i quali abbiamo tradizionalmente ottimi, senza alcuna esagerazione, rapporti amichevoli, e tutta l’Africa nel suo insieme abbia grandi prospettive, ed è proprio su questa base che intendiamo sviluppare ulteriormente le nostre relazioni».
Un incontro positivo, dunque, per le relazioni tra i due continenti. Meno, invece, per quanto riguarda il problema della crisi alimentare: fino a quando non saranno revocate le sanzioni almeno sui beni alimentari, infatti, continuerà a gravare sull’Africa lo spettro della carestia e, sull’Europa, quello di crisi migratorie potenzialmente ingovernabili.
Ha scritto Borges che l’immagine che abbiamo della città è sempre un po’ anacronistica. Forse è vero, se pensiamo irreparabile la degenerazione che le imprime il tempo e se abbiamo della città, di una certa città, una memoria inevitabilmente alterata. Ma la città è prima di tutto una forma simbolica, un labirinto organizzato di segnali che si depositano e si possono o no condividere, ma che, prima di tutto, bisogna cogliere. Ormai alle città si sono imposte le priorità del traffico, dello smaltimento dei rifiuti, dell’inquinamento, dei difficili rapporti con la periferia, dei rumori notturni, della sicurezza, dei senza dimora che dormono sotto i portici. Tutti meccanismi di gestione del contingente, poco di più.
L’orizzonte simbolico si è pietrificato, neutralizzato, nessuno si chiede che cosa è una città, quella particolare città, che cosa possiamo fare per lei, quasi fosse una dea da onorare. E invece ci si preoccupa genericamente dei modi con cui attrarre turismo, attività produttive, in competizione ovviamente con altre città, che sono però parzialmente o totalmente differenti, e avrebbero dunque altre prerogative, altri destini.
I meccanismi in opera sono di impronta unicamente economica, come se una città fosse un’azienda con il suo mercato e i suoi competitori. La solita metafora che ci ha posseduto e insieme ha frustrato qualsiasi altro modo di pensare, di proiettarsi. Se però l’azienda è una metafora, allora bisogna anche chiedersi chi sono le maestranze, chi i disoccupati nell’azienda-città, chi gli azionisti, chi i dirigenti, chi i responsabili delle risorse umane. A insistere finiremmo fra il tragico e il ridicolo ma sveleremmo l’inconsistenza e la presunzione di questa idea.
Bisogna invece pensare al desiderio, alle aspettative: alle città “che continuano attraverso gli anni e le mutazioni a dare la loro forma ai desideri” e alle città invece “in cui i desideri o riescono a cancellare la città o ne sono cancellati” (Italo Calvino, “Le città invisibili”). Primo fra tutti, sembra, il desiderio di rispetto che innesca reazioni di violenza nelle periferie, dove i soggetti sono tagliati fuori dallo svolgere ruoli realmente attivi nella comunità (C. Ward, “La città dei ricchi e la città dei poveri”, edizioni e/o 1998).
Joseph Rykwert, grande storico dell’architettura, nel suo libro ” L’idea di città”, del 1976, puntava l’attenzione sui meccanismi di una identità specifica, dove la città sarebbe storicamente un’invenzione, fondata e mantenuta in uno stretto rapporto tra cielo e terra, tra divino e umano, tra ideale e realtà, con una certa fedeltà a sé stessa, pronta a espandersi e ad accogliere in un modo che soltanto lei, grazie anche alla sua posizione astronomica, e dunque al suo carattere, poteva offrire. Ma Rykwert avverte in conclusione del suo libro che, essendo ormai “improbabile che si possa trovare una base di certezza in un universo che la cosmologia continua rimodellare senza posa intorno a noi”, questa base dobbiamo cercarla in noi stessi: nella costituzione e nella struttura della persona umana” (trad.it. Einaudi 1981, p. 262). Tanto per ricordarlo agli amministratori di oggi, Roma aveva istituito la cittadinanza transitoria. Chi veniva a Roma godeva per i giorni del soggiorno dello statuto di:”Cives Romanus sum”.
La città, ogni città sviluppava in origine un potenziale che soltanto lei poteva avere, quasi fosse un individuo, con un suo stile e un suo modo d’essere. E, in quanto tale, destinata agli incontri, alla vita di relazione, in una semplice dimensione quotidiana e in una prospettiva a cui partecipare.
Molti i modelli di città, reali o utopistici, progettati o spontanei. Qualche volta penso alla città come all’espansione di una enorme aiuola spartitraffico, dove il traffico corre tutt’intorno, all’esterno, e dove il verde e il costruito si dividono il suo interno. Nel mondo antico la città era un luogo da raggiungere, dove attivare commerci e dove sostanzialmente ci si fermava uno o più periodi della vita, senza pretendere nulla, senza attendersi l’impossibile, oppure era il luogo di insediamenti famigliari che si perpetuavano per molte generazioni.
Si dice che la città dove io abito, Torino, sia stata fondata dai reduci di una legione romana che aveva combattuto in Egitto e che aveva come insegna la divinità egizia del toro, espressione di lotta e di potenza: Augusta Taurinorum. Quindi, giustamente, Torino ha finito per vantare un grande, celebre Museo Egizio. Una città dunque fondata da soldati provenienti da varie patrie, una città nata multipolare, multietnica, una colonia di reduci rassegnati ma anche assetati di autonomia e di riconoscimenti. Una aspettativa difficile da dichiarare e da difendere in tempo di pace. Ne è derivata una città ambiziosa, esposta tanto ai successi quanto alle frustrazioni, nell’inevitabile avvicendarsi di battaglie vinte e di battaglie perdute.
Giustamente, per restare sull’astronomico-zodiacale, a chi è segno del Toro viene riconosciuta la tendenza a essere sospettoso, a non fidarsi degli estranei, a perdonare e dimenticare con difficoltà. Ma anche la propensione positiva a mostrare lealtà e tenacia.
Altro che impronta operaia, quella fa parte della storia che va e viene, l’imprinting degli astri ha la natura del carattere e dell’istinto, che è difficile, forse inutile, tentare di cambiare.
[di Gian Paolo Caprettini – semiologo, critico televisivo, accademico]
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