Dopo una lunga trattativa è stato raggiunto un patto per la ricollocazione dei migranti tra gli stati europei. L’accordo, definito «storico» dalla commissaria europea agli Affari Interni Ylva Johansson, prevede che 15 Paesi sui 27 dell’Unione si spartiscano l’accoglienza dei richiedenti asilo in maniera automatica. I 12 paesi che non hanno accettato di entrare nell’accordo sulla redistribuzione dovranno invece sostenere finanziariamente l’accoglienza. Per i paesi di primo approdo, come l’Italia, sarà però previsto un aggravio burocratico, con l’obbligo di assumersi la responsabilità della completa identificazione di ogni migrante in arrivo sul proprio territorio, inserendo i dati in un database comunitario.
Un documentario di 85 minuti scritto e diretto dal ricercatore di Scienze della Comunicazione presso l’Università di Genova Diego Scarponi. Il film ha ricevuto il sostegno dell’INCAA (Istituto Nazionale Argentino del Cinema e delle Arti Audiovisivi e della Film Commission Torino Piemonte. Disponibile sulla piattaforma streaming indipendente Openddb. IMPA, chiamato “La Fábrica, Ciudad Cultural“, o come lo definiscono gli Argentini “IMPA enamora”(IMPA ti fa innamorare) evidenziando quanto questo sia un luogo che crea fascinazione e ammirazione in tutti coloro che lo vivono e lo visitano. Un laboratorio multiculturale situato al 4290 di Querandíes Street, nel popoloso quartiere di Almagro a Buenos Aires. L’IMPA (Industrias Metalúrgicas y Plásticas Argentina) fu fonata negli anni 20 come fabbrica per realizzare biciclette, complementi di aeroplani, e altri oggetti in alluminio, dando lavoro, negli anni 50, a circa 3.000 operai. Con il passare degli anni e a seguito dei tanti drammatici eventi verificatisi in Argentina, guerre civili, colpi di stato, dittature e una gravissima crisi economica, la fabbrica è stata smantellata e in parte abbandonata, solo un piccolo settore dell’enorme edificio è ancora in attività e continua a produrre contenitori, tubetti, vassoi usa e getta e altri prodotti sempre in alluminio, dando lavoro a meno di 50 operai.
Nel 1998, quando la fabbrica stava per chiudere a causa dei debiti, fu deciso fin da subito di occuparlae di condividere gli spazi lasciati ormai inutilizzati, con il quartiere che ospita lo stabilimento e trasformarli, per tutta Buenos Aires, in un centro di socialità, cultura ed educazione. Nasceva così la più antica fabrica «recuperada» e autogestita da lavoratori autonomi dell’Argentina. Oggi la cooperativa conta circa 50 soci che, costretti a combattere continuamente con la mancanza di elettricità, a causa della difficoltà economica nel pagare la fornitura elettrica, riescono comunque a portare avanti tutte le attività: una scuola (riconosciuta dallo Stato Argentino dopo 8 anni di dure lotte), un’università popolare, un teatro, quattro compagnie teatrali, emittenti radio e TV, laboratori d’arte di musica e danza a cui si affiancano palestre e decine di altri laboratori, nonché un museo della fabbrica gestito dagli stessi operai e aperto una volta al mese. Scarponi riprende le varie attività che si svolgono all’interno dell’edificio nella loro quotidianità, limitando le interviste e privilegiando il racconto tramite la semplice osservazione, rendendoci così ancora più partecipi e coinvolti.
Il documentario IMPA, ci mostra tutto questo con suggestive immagini e un fervido muoversi di persone impegnate a far funzionare questo piccolo miracolo, nel continuo scenario di grandi spazi cui un progetto di recupero archeo-industriale ha dimostrato tutto il suo valore trasformandosi in polo sociale e culturale usufruibile da tutti. L’Argentina è per sua natura multietnica e nonostante la sua tormentata storia, è sempre stata una terra meta di immigrazioni. Ciò la rende particolarmente ricca di contaminazioni culturali e una iniziativa come il centro IMPA non può che fiorire e svilupparsi. Un mosaico in costante evoluzione di persone, suoni, musica, interazione e collaborazione comune, formando una realtà culturale tangibile che deve continuare a tutti i costi, perché una cosa come IMPA deve esistere e resistere anche se può sembrare un’utopia.
Quella del primo giugno è una data che alcuni palestinesi ricorderanno più di altri: in mattinata l’esercito israeliano ha demolito le tende con 21 di loro all’interno, colpendo le stesse persone alle quali le forze dell’ordine avevano già distrutto le abitazioni il mese scorso. È accaduto nei villaggi di al-Markaz e Fakheit, a Masafer Yatta, una zona a sud di Hebron, collocata nell’area definita “C” della Cisgiordania e che da tempo l’esercito israeliano mira a “ripulire” dagli arabi.
Insane violence. Today, 21 people, my neighbors, were evicted in Masafer Yatta. I saw kids come back from school to find their home gone. They're destroying us. A shameless occupation with a cruel, announced plan, to turn our towns into a military training zone. #SaveMasaferYattapic.twitter.com/FR6nUA0gUt
Anche se le demolizioni delle abitazioni palestinesi da parte di Israele non sono una novità, quelle delle ultime settimane sono il frutto di una sentenza dell’Alta Corte di Giustizia israeliani emessa il 4 maggio, che dopo anni di abbattimenti, ricostruzioni e battaglie legali ha di fatto concesso senza se e senza ma il permesso all’esercito di spazzare via tutto quello che per gli arabi assuma una forma di riparo e\o dimora (senza curarsi di chi ci vive all’interno). Respingendo gli innumerevoli appelli per fermare lo sgombero e concedendo all’esercito il controllo totale dell’area.
«L’obiettivo è mandarci nella disperazione», ha detto Muhammad al-Najjar, un residente ad al-Markaz. «Sono venuti subito a fare demolizioni contro tutti coloro le cui case avevano già distrutto». Dopo la sentenza, infatti, l’esercito può letteralmente tornare nello stesso luogo e demolire gli stessi edifici, nello stesso punto, senza che ci sia un nuovo ordine che lo permetta da capo.
Com’è possibile? Masafer Yatta si trova all’interno di una zona che nel 1981 è stata dichiarata “di tiro” per l’esercito: in altri termini, una sorta di poligono a cielo aperto. Sono 1.300 i palestinesi che vivono in questa fetta di territorio, distribuiti in almeno otto villaggi. I primi ordini di sfratto, per le prime 700 persone, sono stati emessi nel 1999. Alla sentenza è immediatamente seguito un ricorso effettuato dall’Associazione per i diritti civili in Israele (ACRI), che ha permesso agli abitanti di tornare a casa fino al raggiungimento di una decisione definitiva. Che è arrivata il 4 maggio.
I palestinesi, come era facile da prevedere, non sono riuscite a dimostrare – a detta della corte israeliana – di avere dei diritti sulla terra che abitano o di aver già vissuto lì prima che fosse destinata a diventare un tiro al bersaglio. Molte famiglie sono già rimaste senza casa, e alcuni, come vi abbiamo raccontato all’inizio del pezzo, anche senza tenda. Per questo molte persone cercano rifugio nelle grotte naturali,di certo posti che permettono di ripararsi dalle intemperie ma non offrono una sistemazione dignitosa. Ma non c’è altra scelta, soprattutto perché gli abitanti dei villaggi non intendono abbandonare la propria terra.
E al momento, neppure l’esercito israeliano, che in una dichiarazione successiva alla sentenza ha riferito che «la Corte suprema ha pienamente accettato la posizione dello Stato di Israele e ha stabilito che i palestinesi non sono residenti permanenti nell’area. Gli stessi hanno respinto inoltre qualsiasi tentativo di compromesso che gli è stato offerto».
Per gli attivisti c’è un solo scenario possibile: nei prossimi mesi assisteremo alla più grande espulsione di massa di palestinesi dalla Cisgiordania occupata dalla guerra dei Sei giorni del 1967, il conflitto che ha segnato la supremazia israeliana su gran parte dei territori occupati dagli arabi.
È comunque difficile documentare e sapere con esattezza quello che accade in queste terre. I militari sono spesso restii a far entrare giornalisti: ai reporter viene detto che non possono accedere ad una zona militare adibita al tiro. Ma per molti esperti la verità è un’altra.
Barely breathing from the toxic gas occupation soldiers shot at us. Around 80 people, in Masafer Yatta, came to peacfuly protest the ethnic cleansing that is done here. Soldiers shot shock grenades, gas, and hit several journalists. We must come again next week. #SaveMasaferYattapic.twitter.com/9WPvyAxjeg
“L’importanza vitale di questa zona di tiro per le forze di difesa israeliane deriva dal carattere topografico unico dell’area, che consente metodi di addestramento specifici sia per unità piccole che grandi, che si tratti di un piccolo gruppo di soldati o di un battaglione”. Questo è quello che si legge negli atti del tribunale, riportati dal The Times of Israel: una serie di giustificazioni che di fatto mirano a evidenziare l’importanza del Masafer Yatta per l’esercito israeliano.
Studiosi e attivisti per i diritti umani, sia palestinesi che israeliani, sostengono invece che l’obiettivo reale di Israele – e della definizione di area da tiro – sia chiaramente lo sgombero dei residenti arabi, col fine ultimo di perseguire e rafforzare la sua presenza nei territori arabi. Non è la prima volta che il paese si serve di una tale strategia con mire espansionistiche, nonostante “l’espansione degli insediamenti, le demolizioni e gli sfratti sono illegali secondo il diritto internazionale. L’UE condanna questi piani ed esorta Israele a cessare le demolizioni e gli sfratti, in linea con i suoi obblighi ai sensi del diritto internazionale umanitario e dei diritti umani. L’istituzione di una zona di tiro non può essere considerata un motivo militare imperativo per trasferire la popolazione occupata”.
Ad oggi, però, le testimonianze palestinesi (sostenute da filmati aerei, foto, documenti) che dimostrano l’esistenza dei villaggi di Masafer Yatta ancora prima del 1981 e che questi fossero abitati, non sono bastate. D’altronde, come si fa a chiedere a qualcuno di accorgersi di qualcosa se di fondo non vuole vederla?
Oggigiorno è ormai normale l'autoverifica dei nostri dati e conti bancari attraverso l’homebanking; il settore sanitario si appresta ad innescare la rivoluzione spinta nel settore dalla Quarta Rivoluzione Industriale, per cui le persone potranno verificare in tempo reale i propri dati biologici, in connessione ed elaborazione costante degli stessi. Infatti, con i “dispositivi indossabili” (sensori e microchip) verranno raccolti dati in un processo costante di monitoraggio sulle attività del nostro corpo e sullo stato dei processi biochimici di esso. La questione non è certamente nuova e già da...
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La Siria ha sospeso tutti i voli dall’aeroporto internazionale di Damasco dopo un attacco che i media locali filogovernativi hanno attribuito a Israele, il quale avrebbe danneggiato la pista dell’aeroporto. I media statali hanno infatti riferito che nelle prime ore del mattino di venerdì un missile israeliano ha colpito diversi obiettivi nella capitale Damasco, ferendo almeno un civile. Secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani, il raid ha colpito depositi di armi appartenenti al movimento sciita libanese Hezbollah e ad altri gruppi sostenuti dall’Iran nei pressi dell’aeroporto.
Per comprendere come l’industrializzazione della filiera del cibo sia deleteria da tutti i punti di vista – sociale, ecologico e della salute – niente può essere più utile di raccontare un caso specifico. Partendo da un alimento che gli italiani consumano in gran quantità e generalmente considerato benefico. Ma la realtà che si nasconde dietro a una confezione di salmone è molto diversa…
Il salmone da allevamento
Il salmone non è un pesce di per sé molto grasso se lo peschiamo in natura, cioè nel mare selvaggio e nei fiumi freddi in cui risale seguendo le correnti. Il suo grasso si aggira attorno al 2-3% al massimo, ma come per molti altri cibi l’industrializzazione ha stravolto anche i suoi principi nutrizionali. Quello proveniente dagli allevamenti industriali intensivi ha livelli di grasso che toccano il 9%. È un problema? Sì, innanzitutto perché come abbiamo detto i contaminanti tossici si accumulano nelle parti grasse del pesce, e poi perché la qualità degli acidi grassi di un pesce allevato è meno pregiata di quella di un pesce pescato. Cosa significa? Che le sostanze grasse presenti nelle carni del pesce sono diverse come tipologia (lo stesso avviene nel manzo, suino e pollo), ovvero il grasso non è solo grasso e non è sempre uguale. È composto da varie tipologie di acidi grassi e in diversa percentuale a seconda della qualità della vita che fa il pesce o l’animale in genere: può presentare più acidi grassi saturi o meno, più polinsaturi o meno (Omega-3), a seconda di quello che il pesce mangia e di come vive. Ecco perché la qualità dei grassi del pesce allevato è notevolmente inferiore rispetto a quella del pesce pescato. Non solo ha 3 volte tanto i grassi di un pesce che vive libero in mare, ma questi sono di una qualità peggiore, più infiammatori per chi mangia poi questo cibo. Basta fare una ricerca in rete con le parole “farmed salmon VS wild salmon” (salmone allevato contro salmone selvaggio) per vedere apparire centinaia di articoli e foto che mostrano in un colpo d’occhio la differenza tra le due carni, proprio nello spessore del grasso visibile.
Nel salmone allevato vediamo vistose strisce di grasso bianco, mentre in quello selvaggio sono talmente sottili da non essere viste quasi a occhio nudo. Questo dipende dal fatto che negli allevamenti intensivi i pesci sono letteralmente messi all’ingrasso con alimentazione ipercaloriche giornaliera, per aumentare di taglia e per un accrescimento veloce, che soddisfa la richiesta in quantità sempre più elevata nella nostra società divoratrice (basti pensare al fenomeno dilagante del sushi e dei ristoranti All you can eat degli ultimi anni, dove il salmone da allevamento è il cibo principe). Anche il colore della carne differisce tra salmone allevato e selvaggio. Quello selvaggio ha la carne di colore arancione intenso, in quanto in mare il salmone si nutre di gamberetti e krill, minuscoli crostacei arancioni. Invece il salmone allevato vive dentro una vasca e si nutre di mangimi, e non sviluppa la colorazione rosa o arancione. La colorazione delle carni del salmone allevato è grigia. Come rimediano le industrie di produzione? Aggiungendo nelle ultime settimane di allevamento un colorante arancione, che trasformerà il colore della carne in un rosa-arancio pallido, diverso comunque dall’arancio del salmone selvaggio.
Leggi piegate alle esigenze dell’industria
Un allevamento di medie dimensioni produce circa due milioni di salmoni all’anno. Solo nell’area di Bergen, nei fiordi della Norvegia, ce ne sono un migliaio. Il Paese scandinavo ne è il maggior produttore, ma molti allevamenti
son presenti anche in altre aree del mondo, soprattutto in Cile e Scozia. Per allevare il salmone si utilizzano sostanze chimiche tossiche e farmaci contro i pidocchi che attaccano i salmoni, sostanze che vengono spruzzate dentro le vasche oppure aggiunte al mangime. Le aziende produttrici negano di effettuare trattamenti chimici, ma mentono. A testimoniarlo diverse riprese video realizzate da organizzazioni ambientaliste. In particolare gli allevamenti di salmoni sono infestati dal pidocchio di mare, un parassita killer che si attacca alla carne del pesce e se ne nutre, distruggendo letteralmente tutta la pelle esterna del pesce prima di consumare le sue carni interne. C’è solo un prodotto che ormai funziona contro questo pidocchio, e si chiama Diflubenzuron. Una sostanza chimica potenzialmente cancerogena per l’uomo, secondo l’Agenzia per la Sicurezza Alimentare Europea (EFSA), comunque autorizzata sia in agricoltura che nell’allevamento dei salmoni norvegesi. Sembrerebbe logico valutare scientificamente il rischio che corrono i consumatori di salmone norvegese, invece i legislatori europei preferiscono agevolare gli interessi dei produttori. Nel 2013 il governo norvegese ha aumentato di 10 volte il limite consentito di un pesticida miscelato nel mangime dei salmoni, l’endosulfan. Nonostante la Commissione Europea abbia classificato l’endosulfan come sostanza indesiderabile per l’uomo, l’Agenzia europea per la sicurezza alimentare (RFSA) ne ha autorizzato l’uso nei mangimi animali. Queste due sostanze sono associate negli studi scientifici a disturbi neurologici, autismo, obesità, diabete e cancro.
[Un salmone dentro le gabbie di allevamento, che presenta l’infestazione da pidocchio di mare e le carni lacerate dal parassita. Image credit: Artifishal, documentario sugli allevamenti di salmone norvegesi.]All’appello delle sostanze tossiche usate nell’allevamento dei salmoni manca un terzo elemento, il conservante etossichina. Viene aggiunto direttamente nel mangime dei salmoni. Questo conservante è considerato genotossico per l’uomo dalla Commissione Europea, cioè in grado di danneggiare il DNA umano, ed è stato vietato in agricoltura nella produzione della frutta. Nonostante ciò, la stessa Commissione Europea autorizza l’uso dell’etossichina negli allevamenti di salmone, senza preoccuparsi se questo conservante passi
dai mangimi alle carni del salmone che poi noi consumatori mangiamo. Ebbene, dall’analisi chimica condotta su richiesta del programma Rai “Indovina chi viene a cena” su alcune confezioni di salmone prelevati in supermercati italiani, ha rivelato la presenza di etossichina in 2 confezioni su 3. A quanto pare però questa presenza di sostanze tossiche nella carne del salmone presente in commercio non preoccupa minimamente i ministri della salute degli Stati membri dell’Unione Europea, riuniti a Bruxelles. Queste informazioni non vengono semplicemente rese pubbliche. Anzi, sembra proprio che vi sia l’intenzione di nascondere tante problematiche che riguardano l’industria del salmone allevato.
L’insostenibilità del pesce d’allevamento
E quindi per quanto riguarda il buon salmone ricco di Omega-3 cosa dobbiamo fare, rinunciare definitivamente a mangiarlo? Possiamo almeno ripiegare nel salmone selvaggio, pescato anziché allevato, e ben più costoso?
Purtroppo anche su questo fronte non ci sono buone notizie. In primis anche il pesce pescato ormai è un alimento piuttosto inquinato e contaminato da sostanze tossiche, sebbene i pesci di taglia piccola siano quasi esenti da questa contaminazione, e quindi sono da favorire nelle scelte di acquisto. Ma è indubbio che dagli anni Settanta in poi un mare di sostanze tossiche è stato riversato negli oceani dall’opera distruttiva dell’uomo. Insetticidi, antibiotici, pesticidi, diossine e metalli pesanti, oltre alle microplastiche, da 40 anni stanno compromettendo pesantemente l’ecosistema marino e quindi la salubrità del pescato. Eppoi c’è il problema della pesca selvaggia e incontrollata, sempre più grande in quanto per allevare pesci carnivori come le trote, le orate e i salmoni, servono altri pesci, o meglio servono mangimi animali a base di farina di pesce e olio di pesce, che si ottengono con la lavorazione del pesce pescato.
In poche parole: togliamo pesce dal mare per nutrire i pesci di allevamento che sono a loro volta un’industria insostenibile e inquinante. Il salmone allevato viene nutrito in parte con farine di pesce e olio di pesce, spesso derivati da esemplari marini di pesce azzurro come acciughe, sardine e aringhe. Questi ultimi sono proprio i pesci più salutari e di piccola
taglia, più ricchi di Omega-3, che in teoria dovremmo consumare noi anziché destinare ai mangimi. Che certi allevamenti intensivi non siano sostenibili lo dicono i numeri: per ottenere un chilo di salmone da allevamento servono circa 5 chili di pesce azzurro, più sano e ricco di proprietà nutrizionali, che spesso arriva fra l’altro dai mari del Sudamerica, dove un po’ di pesce sulle tavole invece non farebbe male.
Acquacoltura: una lunga scia di devastazioni
● Allevamento di specie carnivore
L’allevamento di pesce di tipo intensivo si è orientato principalmente verso le specie carnivore, quindi stiamo parlando di pesci predatori – primo fra tutti il salmone – che per nutrirsi richiedono significative quantità di altro pesce. In media, per un chilo di prodotto finale destinato alla vendita, occorrono 5 chili di pesce trasformati in mangime. Ciò significa che per allevare un salmone di 3 chili di peso, occorrono 15 chili di pesce pescato (il che è sicuramente un notevole “spreco” di materia prima). Questa acquacoltura produce un utilizzo inaccettabile delle risorse del mare e non può certo rappresentare un’alternativa alla pesca! Spesso, inoltre, le farine alla basedei mangimi sono ottenute da pesci pescati all’altro capo del mondo. Pertanto, vi saranno da aggiungere ulteriori costi ambientali, di trasporto, inquinamento e stoccaggio del pesce pescato all’altro capo del mondo.
● Produzione di reflui altamente inquinanti
Gli allevamenti intensivi di pesce producono dei reflui inquinanti, dovuti alle deiezioni dei pesci, agli scarti di mangime che non vengono consumati, ai residui di antibiotici somministrati al pesce in vasca. A causa di tali immissioni, la composizione chimica dell’acqua cambia e può favorire la crescita di alghe che producono tossine pericolose per gli organismi marini e per l’uomo. Quando un ecosistema è ormai troppo compromesso per ospitare un allevamento, l’impianto è semplicemente spostato altrove. Gli esempi più tipici di questo tipo di inquinamento sono gli allevamenti di gamberi delle zone
tropicali (Vietnam, Thailandia, Filippine, Bangladesh, Ecuador e Brasile) e gli impianti di salmonicoltura dei fiordi norvegesi. In Vietnam e nelle Filippine sono stati trovati batteri resistenti a vari antibiotici usati in questi impianti di allevamento di gamberi, con conseguenze potenzialmente gravi per la salute umana.
● Inquinamento massiccio dell’ecosistema attraverso varie sostanze chimiche
Negli allevamenti intensivi l’utilizzo di antibiotici è regolare in quanto l’elevata
densità di pesci negli spazi favorisce il diffondersi di malattie. Per prevenirle è prassi comune aggiungere antibiotici al mangime, ma ciò favorisce lo sviluppo di batteri resistenti nei sedimenti e sui fondali. Il tempo necessario poi per bonificare tale ecosistema è molto ampio, di alcuni decenni almeno. Per questo motivo si sposta semplicemente l’allevamento in un altro sito, quando
l’ambiente è ormai inquinato e compromesso.
● Distruzione degli ecosistemi naturali
Lungo le coste del Sudest asiatico, per dare spazio agli allevamenti di gamberi e gamberetti, continuano a essere abbattuti chilometri quadrati di foreste di mangrovie. È un danno irreparabile: distruggendo le foreste si determina la scomparsa di tutte le specie (pesci, crostacei, uccelli, ma anche mammiferi) che in esse si riparano e si elimina una protezione naturale contro le tempeste e i maremoti. Le mangrovie infatti costituiscono una barriera contro il vento e assorbono parte dell’energia delle onde e delle maree, proteggendo la costa.
Nella capitale argentina Buenos Aires decine di migliaia di persone sono scese in piazza per protestare contro l’accordo siglato dal governo con il Fondo Monetario Internazionale (FMI) e per chiedere paghe migliori. L’accordo per ristrutturare il debito da 44 miliardi di dollari con l’FMI, risalente al prestito del 2018, ha infatti aperto una crisi politica e scatenato proteste in tutto il Paese. In Argentina circa il 37% della popolazione vive in uno stato di povertà.
Le mascherine restano obbligatorie per gli studenti fino al prossimo 31 agosto: è quanto ha stabilito il Tar del Lazio con la sentenza n. 7451, respingendo il ricorso promosso dal Codacons. “Si ritiene chel’utilizzo delle mascherine per gli studenti continui a essere obbligatorio per i medesimi fino alla fine dell’anno scolastico 2022, ossia al 31 agosto 2022″, si legge infatti nel provvedimento giurisdizionale depositato nella giornata di mercoledì, in cui si specifica che il nuovo anno “ricomincia formalmente il primo settembre” e che “prima dello svolgimento e conclusione degli esami non può certamente essere decretata la fine del relativo anno scolastico”. Gli studenti che affronteranno l’esame di terza media e di maturità, dunque, dovranno indossare la mascherina.
Una decisione che di certo non è stata accolta positivamente dal Codacons, che ha definito “gravissima ed errata” la sentenza del Tar sul ricorso contro l’obbligo delle mascherine a scuola imposto dal governo fino al termine dell’anno scolastico. Gli studenti “dovranno affrontare gli esami di maturità e di terza media indossando la mascherina, con tutti i disagi e i fastidi del caso, considerato il caldo di questi giorni e le temperature raggiunte nelle aule scolastiche”, ha poi sottolineato il Codacons aggiungendo di essere basito per “la condanna alle spese”. Per questo motivo, inoltre, il Codacons sta “valutando un possibile appello contro la sentenza emessa dal Tar”.
Del resto, il trattamento riservato agli studenti risulta essere davvero singolare dato che, salvo eventuale proroga, il prossimo 15 giugno terminerà l’obbligo di indossare la mascherina anche nei luoghi al chiuso in cui esso è rimasto in vigore. Non solo, perché a differenza di quanto era stato stabilito in precedenzal’uso della mascherina non sarà obbligatorio neanche per gli elettori che vorranno accedere ai seggi per esercitare il loro diritto di voto in occasione delle elezioni amministrative e dei referendum sulla giustizia del 12 giugno. A prevederlo è stato l’“addendum” al “protocollo sanitario e di sicurezza” del ministro della Salute Roberto Speranza e del ministro dell’Interno Luciana Lamorgese, con cui “in considerazione del mutato quadro epidemiologico” si è deciso semplicemente di raccomandare “fortemente” l’uso della mascherina agli elettori.
Mettere fine alla strage dei pulcini maschi nonché della prole femminile delle anatre: è quanto chiedono 18 associazioni animaliste ai ministri dell’Agricoltura dell’Unione europea tramite una lettera inviata ai membri del “Consiglio Agricoltura e Pesca”, una delle formazioni con la quale si riunisce il Consiglio dell’Unione Europea. “Poiché riteniamo che sia giunto il momento in cui l’UE sia finalmente all’altezza della sua reputazione in materia di protezione degli animali, vi chiediamo rispettosamente di emanare una legislazione nazionale che vieti l’uccisione di pulcini maschi e delle anatre femmine di un giorno nonché di sostenere l’adozione di un divieto a livello di Unione Europea nella prossima revisione della legislazione dell’UE sul benessere degli animali da allevamento”. Questo si legge all’interno della lettera, in cui viene sottolineato che nonostante quella europea sia “l’unica giurisdizione al mondo ad aver emanato normative così estese sul benessere degli animali da allevamento, il regolamento 1009//2009 sulla protezione degli animali al momento dell’abbattimento consente ancora l’uccisione sistematica dei pulcini maschi e degli anatroccoli femmine tramite gas o macinazione”.
Si tratta di una vera e propria mattanza, dato che i produttori dell’UE uccidono mediamente “330 milioni di pulcini maschi di appena un giorno di vita all’anno” nell’ambito della produzione delle uova, mentre si stima che “altre decine di milioni di anatre femmine di un giorno vengano uccise nella produzione di foie gras, principalmente nell’UE”. Pulcini e anatre femmine neonate vengono uccisi perché non hanno alcun valore economico per l’industria delle uova e del foie gras, dato che da un lato i pulcini non depongono uova e la loro carne non interessa alla relativa industria mentre dall’altro il fegato delle anatre femmine è meno desiderabile per la produzione di foie gras rispetto a quello dei maschi. Tuttavia l’abbattimento degli animali non è di certo l’unico modo con cui risolvere il “problema” in quanto, ricordano sempre gli autori della lettera, “le tecnologie ‘in-ovo sexing’ possono rilevare il sesso di un embrione di pollo o anatra prima della schiusa, il che consente la selezione delle uova prima della nascita degli animali”.
Non è dunque un caso che alcuni paesi abbiano già deciso di mettere fine all’uccisione dei pulcini: Francia e Germania hanno recentemente scelto di vietare tale barbara pratica, mentre l’Italia potrebbe presto aggiungersi ad esse. La Camera dei deputati, lo scorso mese di dicembre, ha infatti approvato un emendamento alla «legge di delegazione europea 2021» avente ad oggetto il divieto di abbattere i pulcini maschi negli allevamenti intensivi italiani, che però deve ancora ricevere l’ok da parte del Senato.
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