giovedì 26 Marzo 2026
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Val Susa come il Kurdistan: il delirante teorema della Digos di Torino

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La Val di Susa come il Kurdistan: questo è lo scenario che dipingono gli agenti della Digos nel dossier presentato nell’ambito dell’inchiesta contro alcuni militanti del centro sociale Askatasuna, che ha visto 28 dei suoi membri rinviati a giudizio, 16 dei quali per il reato di associazione a delinquere. Un’immagine apocalittica che richiama scenari di guerra, volta a un condizionamento della percezione della lotta in Valle che difficilmente trova riscontro nella realtà dei fatti.

Gli antagonisti, spiega il dossier, hanno fatto della Val di Susa “il principale terreno di scontro con lo Stato”, utilizzando “tecniche di guerriglia mutuate verosimilmente anche da altri territori di conflitto bellico (vedi il Kurdistan) e adattate al particolare contesto boschivo”. Le forze dell’ordine sarebbero state attaccate con “ordigni esplosivi” e strumenti di lancio la cui fattura per anni è sfuggita ai detective: “uno strumento artigianale equiparato a un’arma letale in grado di lanciare oggetti a lunga gittata a una velocità da proiettile”. Tale oggetto permetteva, soprattutto nel corso degli attacchi al cantiere avvenuti tra il 2011 e il 2015, di effettuare “lanci di oggetti verso le forze di polizia di cui non si riusciva a capire da dove provenissero”. L’enigma circa il misterioso oggetto di probabile importazione dalle guerriglie in Medio Oriente è stato sciolto grazie all’intercettazione di una conversazione telefonica tra due militanti: si trattava di uno sparapatate.

D’altro canto, negli stralci riportati dai giornali le suddette “tecniche di guerriglia” – che sono solo “verosimilmente” mutuate da altri contesti, rappresentando quindi tale affermazione tutt’altro che un dato di fatto – non vengono riportate. Come fa notare Davide Grasso, scrittore torinese ed ex combattente dell’Unità di Protezione Popolare curda (Ypg), “le tecniche ‘militari o di guerriglia’ che si usano in Kurdistan non possono essere paragonate alle forme di tafferuglio che hanno luogo nei contesti di piazza (o di bosco) europei”. La “gravissima ed estesa letalità delle guerre e delle guerriglie del Medio oriente” non può trovare “riscontro nelle piazze italiane o nei boschi della Val Susa, dove – per fortuna in rari casi – solo le ‘tattiche’ delle forze dell’ordine hanno causato morti o ci sono andate vicino (da Carlo Giuliani a Luca Abbà, tanto per capirci)”. Tuttavia, l’immaginario associato a tali contesti costituisce un bacino cui attingere per suggestionare la percezione di chi non conosce bene il contesto di tali lotte.

La retorica che tenta di criminalizzare i No TAV accompagna da decenni la narrazione sul Movimento. La Val di Susa è una valle militarizzata, straziata dai cantieri, i cui abitanti da oltre 30 anni portano avanti una strenua lotta contro la realizzazione di una grande opera che andrebbe a devastare il territorio e della quale si fatica a comprendere l’utilità. Il cantiere di San Didero, soprannominato dai locali una “piccola Ilva” e nei pressi del quale sabato scorso hanno avuto luogo alcuni tafferugli tra militanti No TAV e polizia, è vuoto da oltre un anno, fatta eccezione per le decine di poliziotti che ne presidiano l’area giorno e notte. Le forze dell’ordine avevano occupato l’area ancora prima che qualcuno si aggiudicasse l’appalto per la costruzione dell’opera, e continuano ad occuparla anche ora che, di fatto, Sitaf ha ritirato il bando di gara da quasi tre mesi. Il contesto della lotta è un punto cruciale per comprendere cosa davvero stia accadendo in Val di Susa: curioso che i rapporti della polizia che formulano le accuse contro i militanti si siano dimenticati di citarlo.

[di Valeria Casolaro]

Yemen, accordo per rinnovare la tregua di altri due mesi

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Secondo quanto riferito dalle Nazioni Unite, le parti in guerra in Yemen hanno raggiunto un accordo per rinnovare la tregua esistente di ulteriori due mesi. L’inviato speciale dell’ONU in Yemen, che aveva cercato senza successo di ottenere un accordo di cessate il fuoco della durata di sei mesi, ha dichiarato che nel frattempo si cercherà il modo di giungere a una sospensione del conflitto più duratura. La tregua ha permesso la ripresa dei voli commerciali e l’ingresso nel Paese di aiuti umanitari per le vittime del conflitto. L’annuncio del rinnovo è giunto a poche ore dalla conclusione di tre giorni di colloqui tra la leadership Houthi e una delegazione dell’Oman riguardo le possibilità di fermare la guerra.

L’uccisione di Al-Zawahiri segna la fine di al-Qaeda?

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Osama bin Laden e Ayman al-Zawahiri in una foto scattata nel novembre 2001 (Foto: HO/Scanpix 2011)

Martedi 2 agosto, il presidente degli Stati Uniti Joe Biden, ha annunciato che Ayman al-Zawahiri, il numero uno della nota organizzazione terrorista al-Qaeda, è stato ucciso in Afghanistan tramite un attacco mirato con i droni. L’intelligence americana aveva localizzato al-Zawahiri a Kabul all’inizio di quest’anno, ha detto Biden, aggiungendo che nessun membro della sua famiglia o civile è stato ucciso durante l’operazione.

 

Al-Zawahiri, 71 anni, è stato un medico, teologo e terrorista di origine egiziana, diventato leader di al-Qaeda nel 2011 a seguito dell’uccisione da parte dell’esercito americano di Osama Bin Laden. Dopo la morte di Bin Laden, Zawahiri è stato il principale ricercato nella lista dei “most wanted” della CIA, sulla sua testa pendeva infatti una taglia di 25 milioni di dollari. Ma Zawahiri non era solo il numero due di al-Qaeda, per diversi esperti infatti, è stato lui il vero cervello dell’organizzazione. La sua carriera terroristica era iniziata negli anni ’80 nelle fila della Jihad Islamica egiziana (EIJ), di cui è stato leader. Organizzazione salita alla ribalta internazionale per l’uccisione, nell’ottobre del 1981, dell’allora presidente egiziano Anwar Sadat. I primi rapporti tra Zawahiri e Bin Laden risalgono alla meta degli anni ’80 in Afghanistan, quanto entrambi erano impegnati nella lotta dei mujaheddin contro l’invasione sovietica. Diversi veterani di quella campagna militare sostengono che fu proprio in quel periodo, e grazie all’influenza di Zawahiri, che Bin Laden decise di lanciare la sua guerra santa contro gli Stati Uniti. Prima degli attacchi dell’11 settembre 2001, costati la vita a quasi 3.000 civili americani, c’erano stati diversi altri attentati contro obiettivi americani. Il 7 agosto 1998, vennero simultaneamente colpite, con delle autobombe, le ambasciate statunitensi in Tanzania e Kenya, gli attacchi causarono oltre 200 morti e più di 4.000 feriti. Mentre nell’ottobre del 2000, in Yemen, venne colpito tramite un attacco suicida il cacciatorpediniere Cole. Attacco che risulto nella morte di 17 marinai americani.

Osama bin Laden e Ayman al-Zawahiri in una foto scattata nel novembre 2001 (Foto: HO/Scanpix)

Negli anni al Qaeda ha subito un inarrestabile declino, dovendo fare il conto con la furiosa risposta degli americani e con la nascita di nuove organizzazioni terroristiche che le hanno “rubato la scena” come lo Stato Islamico. Anche prima della morte di al Zawahiri, al Qaeda non rappresentava più la minaccia che era stata invece nei primi anni duemila, quando oltre agli attacchi sul suolo americano aveva portato colpito anche nel cuore dell’Europa con gli attacchi di Madrid del 2004 e quelli di Londra nel 2005, causando oltre 250 morti e quasi 3.000 feriti. Al Qaeda al giorno d’oggi è un organizzazione molto frammentata, in grado di operare quasi esclusivamente a livello locale e in particolari zone del mondo dove le condizioni di instabilità lo permettono e senza una vera e propria leadership in grado di pianificare attacchi devastanti come in passato. Per questo la morte di al-Zawahiri probabilmente cambierà poco in quello che sarà il futuro dell’organizzazione. Per molti esperti la guida del gruppo terrorista verrà ora affidata a Saif al-Adel, anche lui egiziano, e uno degli ultimi superstiti del gruppo fondatore di al Qaeda. Adel, che ha passato gli ultimi due decenni in Iran, viene considerato come uno degli ultimi irriducibili, nonché mentore di Abu Musab al-Zarqawi divenuto poi il fondatore dello Stato Islamico.

Il fatto che al-Zawahiri sia stato ucciso in Afghanistan, in un quartiere residenziale di Kabul dove risiedono anche numerosi alti funzionari dell’amministrazione talebana, lascia riflettere. In base all’accordo di Doha del 2020, il ritiro delle truppe americane era condizionato al fatto che i talebani non avessero più permesso che l’Afghanistan venisse utilizzato come rifugio sicuro per i gruppi terroristi. Tali condizioni verrebbero quindi meno se venisse riconosciuto un qualche ruolo da parte di quest’ultimi nel garantire protezione all’ex leader di al Qaeda. Va detto che se i talebani appaiono all’esterno come un organizzazione omogenea, la realtà dei fatti invece dice una cosa diversa: i talebani sono un insieme di diverse fazioni in cui spesso i legami etnici e tribali giocano un ruolo più importante rispetto all’ideologia di partito. Tra i talebani non è poi un mistero che esistano fazioni più radicali rispetto ad altre, ed è probabile che siano state quest’ultime a fornire protezione a Zawahiri. Di certo l’Afghanistan vedrà adesso molto probabilmente rifiutarsi gli aiuti economici di cui il regime, e la popolazione afgana, avevano estremamente bisogno.

[di Enrico Phelipon]

Martedì 2 agosto

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6.00 – Afghanistan, capo al-Quaeda ucciso da un raid della CIA.

11.00 – Sudafrica: almeno 4 morti durante le proteste per il costo dell’elettricità tenutesi ieri.

13.00 – Il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, fa sapere di aver avuto un colloquio telefonico con il primo ministro del Kosovo, Albin Kurti.

14.00 – Il Consiglio di Amministrazione di Cassa Depositi e Prestiti stanzia un miliardo per le imprese colpite dal contesto geopolitico ed energetico legato al conflitto in Ucraina.

17.00 – Taiwan: il volo con a bordo la speaker della Camera dei rappresentanti Usa Nancy Pelosi atterra a Taipei, caccia cinesi sorvolano lo stretto.

18.00 – Covid: l’Aifa autorizza l’utilizzo dell’anticorpo monoclonale Evusheld nel trattamento precoce di soggetti infetti che rischiano di sviluppare una forma grave della malattia.

18.30 – Camera dei deputati: via libera al Ddl relativo alla ratifica dei Protocolli per l’adesione alla Nato di Finlandia e Svezia, ora il provvedimento passa al Senato.

Italia, Cassa Depositi e Prestiti: un miliardo per imprese colpite da crisi Ucraina

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Il Consiglio di Amministrazione di Cassa Depositi e Prestiti ha stanziato un miliardo di euro per finanziamenti a medio e lungo termine relativi alle imprese colpite dal contesto geopolitico ed energetico legato alla guerra in Ucraina, oltre ad un totale di nuove operazioni per oltre 4 miliardi tra finanziamenti, rinegoziazioni e risorse addizionali per i plafond a sostegno di territori e imprese. A riportarlo è l’agenzia di stampa Ansa, secondo cui i destinatari dell’iniziativa dell’istituzione finanziaria sono aziende medie e grandi che intraprendono programmi di investimento nonostante il fatto che, negli ultimi sei mesi, abbiano registrato cali di fatturato o margini connessi indirettamente alla crisi ed all’aumento del costo delle materie prime.

Spagna, tribunale impone la pubblicazione dei contratti sui vaccini Covid

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L’Alta Corte di Giustizia delle Isole Baleari (TSJB) ha chiesto al Ministero della Salute di fornire entro 10 giorni i contratti con cui sono stati acquistati i vaccini anti Covid: è questa la notizia riportata da diversi giornali locali tra cui Última Hora, un noto quotidiano delle Isole Baleari. Come specificato da quest’ultimo, il Ministero dovrà precisamente mettere a disposizione una copia dei contratti originali, nella quale dovrà essere indicato il ​​prezzo delle dosi acquistate, le consegne effettuate, l’eventuale risarcimento per la non efficacia dei vaccini e tutte le clausole inserite all’interno dei contratti. Ad essere interessate saranno praticamente tutte le case farmaceutiche che si sono occupate di fornire ai governi i vaccini anti Covid, ovverosia Pfizer, Astrazenaca, Moderna e Janssen, azienda della società farmaceutica Johnson&Johnson.

Oltre ai contratti stipulati con le aziende, però, il Ministero dovrà mettere a disposizione anche tutti i contratti firmati con la Commissione europea in relazione all’acquisto dei vaccini. In più, con il provvedimento, si chiede tra le altre cose anche che venga specificato il numero di effetti avversi e dei decessi causati dai vaccini nelle isole Baleari, ed inoltre viene intimato al Consiglio sanitario interterritoriale di fornire alcuni studi sull’efficacia del vaccino – datati 23 novembre 2021 – che avrebbero concluso che ci sarebbero state più infezioni tra le persone vaccinate perché, una volta sottopostesi all’iniezione, avrebbero prestato meno attenzione al rispetto delle misure di prevenzione. A sottolinearlo è non solo Última Hora ma anche e soprattutto Liberum – un’associazione nata con lo scopo di “ripristinare i diritti e le libertà usurpati durante la pandemia” – la quale ha presentato un ricorso sottoscritto da 549 cittadini che ha portato a tale provvedimento. Quest’ultimo – condiviso dall’associazione – è stato ovviamente accolto dalla stessa con grande favore.

“Ringraziamo nuovamente i 549 cittadini per il loro coraggio e la fiducia riposta in Liberum, che ancora una volta in difesa della libertà ottiene un altro successo giudiziario, che non appartiene a Liberum né ai 549 cittadini ma all’intera società spagnola ed europea”. Questo si legge infatti sul sito dell’associazione, la quale afferma altresì che “i contratti firmati con le aziende farmaceutiche dovrebbero essere pubblici e finalmente lo saranno“, sottolineando che “è incomprensibile e giuridicamente inaccettabile che, in una materia così delicata come la salute della popolazione in generale, siano stati nascosti proprio a quei milioni di persone che sono i destinatari delle clausole dei contratti”.

[di Raffaele De Luca]

Nancy Pelosi atterrata a Taiwan, caccia cinesi sorvolano lo stretto

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È atterrato all’aeroporto Songshan di Taipei l’aereo della Us Air Force che trasportava la speaker della Camera dei rappresentanti Usa, Nancy Pelosi. Le ultime immagini che sono circolate infatti mostrano, nella notte di Taiwan, Nancy Pelosi che scende dall’aereo e che viene accolta da una piccola delegazione. Nel frattempo, però, caccia cinesi “Su-35” stanno attraversando lo stretto di Taiwan, secondo quanto riportato dai media statali cinesi. Pechino aveva fatto sapere che avrebbe risposto a qualsiasi eventuale visita di Nancy Pelosi.

Italia, Cassa Depositi e Prestiti: un miliardo per imprese colpite da crisi Ucraina

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Il Consiglio di Amministrazione di Cassa Depositi e Prestiti ha stanziato un miliardo di euro per finanziamenti a medio e lungo termine relativi alle imprese colpite dal contesto geopolitico ed energetico legato alla guerra in Ucraina, oltre ad un totale di nuove operazioni per oltre 4 miliardi tra finanziamenti, rinegoziazioni e risorse addizionali per i plafond a sostegno di territori e imprese. A riportarlo è l’agenzia di stampa Ansa, secondo cui i destinatari dell’iniziativa dell’istituzione finanziaria sono aziende medie e grandi che intraprendono programmi di investimento nonostante il fatto che negli ultimi sei mesi abbiano registrato cali di fatturato o margini connessi indirettamente alla crisi ed all’aumento del costo delle materie prime.

Perché la visita di Nancy Pelosi a Taiwan rischia di creare uno scontro tra USA e Cina

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Tutto indica che la speaker della Camera dei rappresentanti statunitensi, Nancy Pelosi, si sia effettivamente messa in viaggio per Taipei, un avvenimento storico, considerando che le alte cariche di Washington non visitano Taiwan da almeno 25 anni. Una tale latitanza non era tuttavia priva di motivazione. La mossa della diplomatica sta infatti già creando un incidente politico con la Cina, la quale rivendica il controllo assoluto dell’isola e interpreta questa visita istituzionale come un affronto alla propria sovranità.

Tecnicamente, Pelosi non ha annunciato formalmente l’intenzione di raggiungere Taipei, ma il suo aeroplano si sta comunque muovendo in direzione dell’isola e le autorità locali si stanno preparando ad accoglierla. Washington rimarca nel frattempo che il suo piano di viaggio sia comunque da considerarsi sconnesso dalle responsabilità della Casa Bianca, visto che la Camera viene considerata negli Stati Uniti un organo indipendente dall’Amministrazione al potere. «Pelosi ha il diritto di andare a Taiwan», ha sintetizzato il portavoce del Consiglio per la Sicurezza Nazionale, John Kirby.

Beijing considera però la posizione USA al pari di un puro sofisma. «Una visita del genere è molto pericolosa, molto provocatoria», sostiene l’ambasciatore cinese delle Nazioni Unite, Zhang Jun, una posizione reiterata anche dalla portavoce del ministero degli Esteri Hua Chunying, la quale oltre a considerarla provocatoria la definisce addirittura «sconsiderata». Nel frattempo, il portavoce del Ministero degli Esteri cinese, Zhao Lijian, ha già avvisato che il corpo militare «prenderà contromisure decise e forti a difesa della sovranità e integrità territoriale». 

In tal senso, l’Amministrazione di sicurezza marittima di Shandong ha messo in guardia i marinai, avvisando che domani, 3 agosto, il porto di Weifang ospiterà esercitazioni militari per un lasso di tempo che spazierà dalle 15:00 alle 24:00. In pratica tutto il giorno. Stesso tipo di allarme viene promulgato dall’Amministrazione di sicurezza marittima di Qinglan, la quale notifica che le manovre proseguiranno fino a sabato. Taipei denuncia dunque che i jet militari dell’Esercito Popolare di Liberazione abbiano nelle scorse ore valicato in più occasioni la linea mediana che divide l’isola dal continente asiatico.

La Xiamen Airlines ha intanto annunciato che molti dei voli transitanti nella provincia cinese di Fujian siano stati cancellati per non meglio specificati motivi di “controllo del traffico”, tuttavia non si può fare a meno di notare che l’area di Fujian sia direttamente affaccia sullo stretto di Taiwan. Scatti diffusi su Weibo suggeriscono che proprio quella provincia sia al centro di un massiccio spostamento di mezzi pesanti verso le zone costiere. Carri armati, lanciarazzi multipli e vari sistemi di intercettazione si starebbero dunque allineando per guardare in direzione di Taipei.

Dal canto loro, anche gli Stati Uniti non contribuiscono a mantenere certamente toni pacati. Washington ha predisposto che, nell’ottica dell’arrivo di Pelosi, l’isola sia raggiunta da quattro navi da guerra, una manovra che rientra ancora nei parametri di “normalità” nel perenne confronto tra potenze, ma che evidenzia anche come Washington sia ben consapevole delle pressioni diplomatiche a cui sta andando incontro.

«Se gli USA insistono a intraprendere questa strada, tutte le eventuali conseguenze saranno loro responsabilità», ha anticipato cautamente Hua. Sebbene sia infatti facile credere che nessuna delle parti coinvolte sia interessata a fare esplodere una guerra, bisogna anche riconoscere che la situazione stia diventando una polveriera e che un qualsiasi eventuale incidente possa trasformarsi in una fatale scintilla bellica. A destare particolari attenzioni è l’area contesa delle isole Kinmen, la cui conquista da parte cinese potrebbe rappresentare una concreta minaccia per il futuro di Taiwan.

[di Walter Ferri]

Il crollo di vendite senza fine del quotidiano La Repubblica

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È noto che dall’avvento del digitale l’informazione non se la passi troppo bene economicamente. Alcuni dati sulla diffusione dei giornali italiani stanno però mettendo in luce che un quotidiano in particolare ha subìto un calo di vendite senza precedenti: La Repubblica. Recentemente la società Accertamenti Diffusione Stampa (ADS) ha divulgato l’andamento delle vendite di quotidiani, mensili e settimanali, relativi al mese di maggio 2022. ADS riceve informazioni direttamente dalle maggiori testate italiane (tranne qualche eccezione come Il Foglio) mese dopo mese, le verifica a campione e poi le pubblica in forma di report, offrendo non solo un quadro alle variazioni fra un mese e l’altro, ma anche un confronto con quanto è avvenuto negli anni passati.

Rispetto ad aprile 2022 è stimato che La Repubblica abbia registrato un 5% in meno di copie vendute, fra cartacee e digitali (142.000 contro 134.000). Nessun quotidiano italiano risulta aver fatto peggio. I dati mostrano che subito dietro vi sarebbe La Verità, con una perdita di quasi il 3%, ma è un numero relativo che va contestualizzato, poiché in realtà il giornale di Maurizio Bel Pietro è l’unico che continua a crescere linearmente, e non di poco. Gli altri importanti quotidiani, da Il Sole 24 Ore a Il Giornale, oscillerebbero invece fra un +1,70% e un -1,90%. E’ proprio contestualizzando il calo stimato per il mese di maggio che si comprende appieno quanto il tonfo del quotidiano diretto da Maurizio Molinari si stia facendo forte. Non è un caso isolato quello riportato da ADS, da un po’ i numeri non segnano un significativo più, come ci si aspetterebbe per una realtà grande come la Repubblica. Limitandosi ai mesi precedenti si vede che marzo 2022 aveva registrato perdite simili, con un -4% di vendite rispetto a febbraio (141.000 contro 148.000), mentre ad aprile era invece spuntato uno +0,25%, modestissimo numero positivo che però veniva subito ridimensionato se confrontato con altri dati del giornale. 

Per La Repubblica quello di maggio 2022 è stato il quarto mese consecutivo ad aver registrato un calo di vendite rispetto al precedente. In pratica è dall’inizio del 2022 che la tendenza va avanti, senza dare cenni di arresto, e ancora non sono noti i dati degli ultimi due mesi: giugno e luglio. Ma i numeri si fanno ancora più impressionanti se si volge lo sguardo al secondo servizio offerto da ADS: il confronto con quanto era avvenuto l’anno prima. Considerando la vendita sia di copie cartacee che digitali, a maggio 2022 la Repubblica ha subìto un calo di vendite di ben il 17% in meno rispetto allo stesso mese del 2021 (134.000 contro 163.000). 

C’è da dire che nella quantificazione ADS considera diversi parametri. Oltre lo stampato e l’online, troviamo conteggiate le copie vendute a prezzo pieno, quelle scontate, ed anche quelle gratuite o in omaggio. Troviamo sommate quelle acquistate come copia singola e quelle vendute in forma di abbonamento. E viene studiato anche il tipo di lettore acquirente: se si tratta di un individuo singolo oppure di “terzi”: un’azienda, un’organizzazione o anche un’istituzione. Dopo di ché viene stimato quale di questi soggetti ne acquista in proporzione e misura maggiore. Questa breve parentesi è importante perché ADS nella sua analisi cerca di andare anche più a fondo. 

L’ultimo scorcio offerto dalla società e quello sulla stima delle vendite individuali cartacee, cioè in sostanza il dato che veramente conta poiché racchiude informazioni su quanti siano davvero i lettori interessati, che si attivano spontaneamente e che seguono di frequente il giornale di Molinari. Ebbene, sottraendo alle stime precedenti le quantità relative alle copie scontate o gratuite ed ai soggetti “terzi”, è stato rilevato che fra maggio 2022 e maggio 2021 il calo nella vendita si aggirerebbe addirittura attorno al 25% (81.000 contro 108.000).

Non è ancora chiaro di preciso quali siano le ragioni di un simile trend negativo. Certo è che negli ultimi tempi la Repubblica ha apportato consistenti cambiamenti alla propria linea editoriale, su decisione della famiglia Agnelli-Elkann, dal 2020 nuova proprietaria del giornale. Questi cambiamenti, lo si ricorderà, avevano subito provocato delle reazioni, fra le più vistose il “cambio di casacca” di un’importante firma come Gad Lerner, passato a Il Fatto Quotidiano. Lerner dichiarò esplicitamente di non riconoscere più il quotidiano, che i nuovi proprietari avevano solo accennato a quali sarebbe stato il progetto giornalistico industriale, e che ciò nonostante dopo appena qualche settimana La Repubblica era già inesorabilmente cambiata. Un cambiamento che evidentemente ha definitivamente allontanato i suoi lettori, in maniera più marcato di quanto stia accadendo a tutti i giornali mainstream.

[di Andrea Giustini]