sabato 25 Giugno 2022

La pandemia ambientale provocata dai dispositivi di protezione individuale

L’attenzione riservata alla tutela della salute pubblica durante la pandemia da Covid-19 ha fatto passare in secondo piano un importante effetto collaterale provocato dalle misure a cui ci si è rifatti per contrastarla: la produzione di rifiuti. Sull’onda di una emergenza globale e delle relative imposizioni, durante il periodo pandemico è infatti stata utilizzata un’enorme quantità di mascherine, che insieme agli altri dispositivi di protezione individuale ed alla richiesta di plastica monouso hanno generato una valanga di rifiuti. Come affermato dalla dott.ssa Maggie Montgomery, ufficiale tecnico dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), le mascherine usa e getta hanno prodotto «6 milioni di tonnellate in più di rifiuti» nel solo 2020, anno in cui è stato stimato un utilizzo mensile di 129 miliardi di mascherine e 65 miliardi di guanti a livello globale.

Oltre a ciò, più di otto milioni di tonnellate di rifiuti di plastica associati alla pandemia sono stati generati a livello mondiale, con 25.000 tonnellate che sono finite negli oceani. A sottolinearlo è stata una ricerca pubblicata sulla rivista Proceedings of the National Academy of Sciences (PNAS), dalla quale si apprende che seppur a tutto ciò abbiano ovviamente contribuito anche i dispositivi di protezione individuale, la maggior parte della plastica legata alla pandemia provenga però dai rifiuti sanitari generati dagli ospedali. Un dato, quest’ultimo, che non sorprende: come affermato dalla dott.ssa Montgomery il volume di rifiuti sanitari extra nelle strutture sanitarie è infatti «aumentato da 3 a 4 volte durante questa pandemia e nelle strutture che non hanno separato i rifiuti sanitari l’aumento è stato 10 volte maggiore». Tuttavia l’impatto dei dispositivi di protezione non deve comunque essere sottovalutato, dato che un rapporto dell’Oms di cui la dott.ssa Montgomery è co-autrice ha stimato che delle 87.000 tonnellate di dispositivi di protezione individuale acquistati tra marzo 2020 e novembre 2021 e distribuiti ai vari paesi dall’Oms, la maggior parte sia divenuta un rifiuto. Si tratta però solo di una indicazione parziale della portata del problema, in quanto il rapporto “non tiene conto di nessuno dei prodotti COVID-19 acquistati al di fuori dell’iniziativa né dei rifiuti generati dal pubblico come le mascherine mediche usa e getta”, che come emerso dalle parole della dott.ssa Montgomery hanno prodotto una valanga di rifiuti.

Se ne desume, dunque, che l’ampio ricorso ai dispositivi di protezione individuale ed il loro smaltimento improprio ha esacerbato il problema dei rifiuti sanitari. Come si legge sul sito della stessa Oms, infatti, “mentre le Nazioni Unite ed i Paesi erano alle prese con il compito immediato di assicurare e garantire la qualità delle forniture di dispositivi di protezione individuale (DPI), sono state dedicate meno attenzioni e risorse alla gestione sicura e sostenibile dei rifiuti sanitari legati al COVID-19. «È assolutamente fondamentale fornire agli operatori sanitari il DPI corretto», ha affermato a tal proposito il dottor Michael Ryan, direttore esecutivo del programma per le emergenze sanitarie dell’OMS, «ma è altrettanto fondamentale garantire che possa essere utilizzato in sicurezza senza impatto sull’ambiente circostante». Ciò, si legge ancora sul sito, “significa disporre di sistemi di gestione efficaci, compresa la guida per gli operatori sanitari su cosa fare con i DPI e i prodotti sanitari dopo che sono stati utilizzati”.

In tal senso, va detto che anche i singoli individui possono ed avrebbero potuto contribuire alla risoluzione del problema, prendendo coscienza della quantità di rifiuti generati e cercando di ridurla non munendosi di dispositivi non indispensabili: ad esempio facendo a meno dei guanti, che nella prima fase della pandemia sono stati spesso utilizzati dai cittadini ma che, come sottolineato dalla dott.ssa Montgomery, in realtà «non sono necessari in molte situazioni». Tuttavia, è ovvio che per far fronte al problema rifiuti ci sia bisogno di sforzi di vario tipo, come ad esempio campagne educative riguardo alla produzione di rifiuti sanitari. In tal senso non si può non pensare alla campagna inglese “The gloves are off”, un programma di formazione che ha portato ad una riduzione dell’uso dei guanti negli ambienti sanitari prima della pandemia, che potrebbe rappresentare un modello a cui ispirarsi. Inoltre, anche sul fronte riciclo ci sono modi di operare interessanti da citare come ad esempio quello dell’azienda TerraCycle, che si occupa di riciclare i dispositivi di protezione individuale monouso, utilizzati per produrre (con l’ausilio di terzi) nuovi prodotti come contenitori e piastrelle per pavimenti.

Si tratta ad ogni modo solo di alcuni esempi di metodi con cui si potrebbe arginare il problema dell’aumento dei rifiuti sanitari, per il cui contrasto ci sarebbe però ovviamente bisogno di un forte impegno da parte delle istituzioni. Quelle stesse istituzioni che, durante l’emergenza sanitaria, hanno consigliato o imposto senza pensarci due volte i dispositivi di protezione, generando così tonnellate di rifiuti.

[di Raffaele De Luca]

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