La variante Delta, altamente infettiva, è dilagata in Australia interessando soprattutto lo stato del Nuovo Galles del Sud. Le autorità hanno quindi deciso di imporre il coprifuoco notturno a ben due milioni di residenti della città di Sydney. Il coprifuoco inizierà a partire dalla prossima settimana e l’intento è quello di rallentare il più possibile – e al più presto – la variante Delta.
Cameroon, Africa: grave caso di violenza etnica, 32 morti
Trentadue persone sono morte nel Nord del Cameroon, dall’inizio di un conflitto tra allevatori e pescatori. È stata l’Agenzia per i rifugiati dell’Onu (UNHCR), nella giornata di ieri, a diffondere la notizia degli scontri, definendoli come il peggior caso di violenza etnica degli ultimi anni. Dal 10 agosto hanno infatti avuto inizio dei combattimenti tra gli allevatori di etnia araba choa e i pescatori e gli agricoltori mousgoum, in quanto il bestiame dei primi cadeva nelle buche scavate – per catturare i pesci nelle pozze delle acque alluvionali – dai secondi. A seguito degli scontri, si contano 7.300 sfollati, mentre sono 11.000 le persone che hanno scelto di fuggire verso il Chad.
Facebook ostacola apertamente il mondo accademico
Facebook Inc., azienda sotto il cui ombrello rientrano alcuni dei social media più popolari della Rete, è stata accusata per anni di adottare comportamenti che, più o meno direttamente, hanno intorpidito il naturale dibattito pubblico. Per capire quanto ci sia di vero nelle accuse, Governi e studiosi di tutto il mondo stanno premendo perché i portali coinvolti rendano consultabili gli algoritmi su cui appoggiano le proprie fondamenta.
A causa della diffusione massiva della disinformazione vaccinale, queste pressioni sono divenute sempre più marcate e i ricercatori di tutto il mondo hanno intensificato i loro sforzi nel decifrare la situazione con quei pochi dati che venivano messi a loro disposizione. Un esercizio che in molti casi si sta mostrando vano, visto che l’impresa guidata da Mark Zuckerberg sta progressivamente emarginando i principali esponenti del mondo accademico.
Le prima vittima d’alto profilo di questo oscurantismo è stata a inizio agosto l’Università di New York, la quale faceva riferimento a un gruppo di ricerca il cui scopo era quello di decifrare il funzionamento delle inserzioni politiche su Facebook e omologhi, un fenomeno che si è dimostrato essenziale nella diffusione delle bufale, visto che gli amministratori non controllano la veridicità delle informazioni pubblicate sotto forma di pubblicità.
Pochi giorni dopo è stato il turno della berlinese AlgorithmWatch, gruppo che cercava di decifrare i canoni utilizzati da Instagram per raccomandare contenuti i contenuti fotografici e i video. Stando a quanto riportato dai ricercatori, Facebook Inc. li avrebbe contattati direttamente per minacciare cause legali, accuandoli di aver violato i termini di servizio del portale. Gli accademici si dicono certi di non aver compiuto nessun passo falso, tuttavia non se la sono sentita di farsi trascinare in tribunale da una multinazionale dalle risorse pressoché infinite.
L’ostracismo della Big Tech nei confronti dei ricercatori indipendenti non è certamente cosa nuova, tuttavia sembra che ora la portata censoria dell’azienda sia divenuta più audace e severa. Un problema non da poco, se si considera che Facebook Inc. sia solita farsi scudo con un’interpretazione delle policy tanto faziosa che lo stesso Governo USA si è sentita in obbligo di definirla come «inesatta».
In questi giorni, reduce da una reazione di sdegno generale, l’azienda si sta impegnando massimamente a manipolare la narrazione dei quotidiani, così da assicurarsi che l’attenzione del pubblico venga immediatamente distolta altrove e che lo scandalo vada a sfumare in un nulla di fatto.
Ecco dunque che sbucano sul suo blog storie che sembrano confezionate appositamente per creare titoli accattivanti quali “cosa le persone guardano su Facebook” o “cosa stiamo facendo per combattere i grandi diffusori di disinformazione”, elementi utili a far dimenticare che Mark Zuckerberg si stia assicurando che studiosi e Governi non possano mai venire a capo di cosa succeda nei dietro le quinte della sua impresa.
[di Walter Ferri]
Gli incendi non fanno notizia, ma l’Italia sta continuando a bruciare
I media pullulano di notizie relative ai più vari accadimenti degli ultimi periodi, ma lo spazio ritagliato per l’Italia che sta letteralmente “bruciando” è fin troppo tenue rispetto alla gravità degli incendi. Gli ultimi dati forniti dall’European Forest Fire Information System (Effis) sono infatti allarmanti: dall’inizio dell’anno, in Italia, sono circa 110.000 gli ettari di terreno bruciati. Un dato in cui intrinseca è la gravità della situazione, se si pensa che gli ettari di terreno arsi dal 2008 al 2020 sono stati in media 28.479; nell’anno corrente, gli incendi hanno dunque coperto un’area di circa quattro volte superiore rispetto alla media di ettari arsi ogni anno nel periodo sopracitato.
Un’estate segnata dalle fiamme per l’Italia, in cui gli incendi hanno causato danni a svariate regioni. La situazione più critica interessa il Sud Italia: regioni come la Calabria, la Sicilia e la Sardegna sono state devastate dagli incendi e nel momento presente i territori continuano ad ardere; ma gli incendi divampano in tutto il territorio italiano, nel quale se ne contano, da inizio anno, circa 440 di grandi dimensioni. Nel consultare i dati forniti dall’Effis, si palesa quanto l’Italia, insieme alla Grecia, abbia un drammatico primato in quello che è il preoccupante diffondersi di incendi in tutta Europa, nella quale il fuoco divampa a un ritmo doppio rispetto agli scorsi anni.
Le conseguenze della situazione descritta sono ovviamente distruttive per i territori interessati, per la flora, la fauna e per le comunità umane. Oltre al fatto che, come sottolineato in un report della Coldiretti, il costo per l’emergenza incendi è superiore ai 10.000 euro per ogni ettaro di terreno bruciato, da considerare sono le critiche conseguenze a livello ambientale: il bilancio di animali selvatici morti ammonta a circa due milioni nell’area arsa nella Penisola, area che corrisponde a circa 145mila campi da calcio. Un arduo compito è poi quello della gestione degli incendi, in cui non mancano i dubbi relativi tanto all’utilizzo dei fondi quanto ai mezzi utilizzati, come i velivoli di soccorso.
[di Francesca Naima]
Jalalabad: i talebani sparano ai manifestanti, 2 morti e 12 feriti
Centinaia di manifestanti sono scesi in piazza a Jalalabad sventolando la bandiera nazionale afgana. È la prima vera opposizione popolare organizzata dalla presa della capitale Kabul da parte dei talebani, ma dalle notizie che pervengono da Al Jazeera, i talebani hanno subito smorzato la protesta, sparando prima in aria e poi ai manifestanti. Per il momento si contano due morti e circa dodici feriti.
Mauritania: almeno 40 migranti morti dopo un naufragio
L’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM) ha fatto sapere che un’imbarcazione partita dalla costa atlantica del Nord Africa e diretta alle Canarie è naufragata. Il naufragio è avvenuto al largo della Mauritania e si contano quaranta morti. La Guardia Costiera mauritana ha intercettato l’imbarcazione in data 16 agosto, assistendo sette sopravvissuti, di cui quattro in gravi condizioni. La notizia è stata diffusa oggi sia dall’OIM che dall’Agenzia delle Nazione Unite per i rifugiati (UNHCR), la quale sta lavorando per fornire assistenza, sottolineando la necessità di maggiore sostegno e attenzione per evitare simili tragedie.
Burkina Faso: attacco jihadista, 47 morti
Oggi, al nord del Burkina Faso, un convoglio militare ha subito un attacco in cui sono stati uccisi trenta civili, quattordici soldati e tre ausiliari dell’esercito. Si contano dunque, per il momento, quarantasette vittime, oltre a svariati feriti; l’attacco è avvenuto per mano di un presunto gruppo jihadista. Attraverso un decreto ufficiale, il presidente del Burkina Faso, Roch Marc Christian Kaboré, ha annunciato che per tre giorni, da giovedì, ci sarà un periodo di lutto nazionale così da rendere omaggio alle vittime dell’attacco jihadista.
I primi 85 rifugiati afghani in arrivo a Roma
Un C130 sbarca a Fiumicino con 85 afghani a bordo. Altri due con ulteriori 150 persone decolleranno da Kabul in giornata. Si tratta dei primi arrivi tramite il piano di evacuazione preparato dal governo italiano per cercare di evacuare, e presumibilmente salvare la vita, ai cittadini afghani che avevano collaborato con le forze militari italiani e ai loro familiari. Persone che rimanendo in Afghanistan rischierebbero le rappresaglie dei talebani.
Nei Caraibi gli sversamenti di petrolio stanno devastando le comunità locali
Continue fuoriuscite di petrolio danneggiano da tempo i Caraibi; basti pensare che ci sono state 498 fuoriuscite di petrolio segnalate a terra e in mare dall’inizio del 2018. In una delle aree più importanti per la biodiversità di Trinidad e Tobago, il Golfo di Paria – che rappresenta più del 60% di tutta l’attività di pesca – le fuoriuscite di petrolio stanno compromettendo la pesca, in un paesaggio segnato da macchie di “oro nero”. Il più recente sversamento di petrolio è avvenuto proprio nel Golfo di Paria e questa è solo l’ultima delle svariate fuoriuscite che da tempo minacciano di devastare tanto le forme di vita quanto le attività umane legata ai luoghi. Responsabile dell’ennesimo – e più recente – sversamento di petrolio è la compagnia petrolifera Paria Fuel Trading Company Limited, dalla quale pervengono le seguenti informazioni: la Paria fa sapere di avere notato la fuoriuscita di petrolio intorno alle 19.30 di sabato 7 agosto. La causa, spiega la compagnia, è riconducibile alla perdita lungo una conduttura di greggio, lunga 30,48 cm.
La Fishermen and Friends of the Sea (FFOS) ha poi mosso delle accuse contro la compagnia petrolifera Paria Fuel, che secondo la FFOS avrebbe omesso e nascosto informazioni sulla fuoriuscita di petrolio nel Golfo di Paria, denunciata solo in data 9 agosto. Le Autorità di Gestione Ambientale di T&T hanno riconosciuto le fuoriuscite così come ha poi fatto la Paria Fuel. Quest’ultima, ha precisato di essere subito entrata in azione per limitare il più possibile il danno. Dall’azienda viene spiegato il posizionamento strategico dei bracci assorbenti così da prevenire l’ulteriore propagarsi del petrolio in mare, precisando poi come i camion di aspirazione stessero rimuovendo il petrolio raccolto sulla terraferma. Per quanto riguarda le strisce di petrolio in mare, invece, la soluzione è stata quella di “romperle meccanicamente”. Dichiarazioni, queste ultime, che vengono però contrastate dall’opinione di Lisa Premchand – direttrice del programma FFOS – la quale specifica l’assenza di prove che possano dimostrare l’effettivo uso dei bracci col fine di contenere la rischiosa fuoriuscita.
Secondo alcune testimonianze, invece, la Fuel starebbe usando dei prodotti chimici così da disperdere il petrolio, ma è vietato l’utilizzo delle suddette sostanze vicino la costa e, inoltre, prima che il petrolio possa degradarsi dovranno passare anni. Mentre la Paria Fuel non ha ancora reso noto il volume di petrolio fuoriuscito, dai video condivisi dal segretario aziendale della FFOS, Gary Aboud, si palesano le conseguenze della dispersione del petrolio. Le comunità della zona, poi, come la comunità costiera di Claxton Bay, sono composte prevalentemente da pescatori. Sono anni che eventi simili accadono e il non riuscire a controllare le fuoriuscite, potrebbe portare a un vero disastro per l’ambiente e per l’economia, per la fornitura di cibo e per lo stile di vita delle comunità. Infatti, un rapporto del Ministero dell’Agricoltura del 1992, ha dimostrato che circa 40.000 persone dipendono direttamente o indirettamente dall’industria della pesca come principale fonte di reddito che, però, diviene sempre più difficile – e rischiosa – da effettuare con il crescente inquinamento.
[di Francesca Naima]







