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Cosa sappiamo in più sugli UFO dopo il nuovo rapporto pubblicato dagli Usa

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ufo pentagono

Facendo leva su alcune manovre tutt’altro che fortuite, gli UFO sono improvvisamente tornati di moda. Neppure un anno fa, il Pentagono aveva infatti deciso di confermare l’autenticità di alcuni video che giravano ormai da tempo sul web, dimostrando uno spaccato di trasparenza che si è meritato trafiletti di cronaca sulle testate di tutto il mondo, consolidando una vetrina che è stata successivamente fomentata da rivelazioni di ulteriori video militari. In un battibaleno, la faccenda è entrata nell’immaginario dei cittadini e dei politici, dei fanatici degli alieni e dei complottisti. Tutti volevano saperne di più.

Il Governo USA ha reagito a questa rinnovata consapevolezza nei confronti dei fenomeni aerei non identificati (UAP) incaricando il Dipartimento della Difesa e l’Intelligence Nazionale di stilare un rapporto contenente ogni informazione nota. Tale documento è stato pubblicato il 25 giugno scorso ed è, per stessa ammissione dei ricercatori, inconcludente sotto ogni aspetto.

Poco sorprendentemente, gli autori dell’indagine non hanno citato neppure di sfuggita l’ipotesi che possano esistere gli alieni, tuttavia, allo stesso tempo, non sono stati in grado di fornire alcuna spiegazione definitiva. Di base, hanno rimarcato solamente come i fenomeni aerei non identificati siano fenomeni che accadono nel cielo e a cui è difficile fornire una spiegazione. Lapalissiano.

Dei 144 casi presi in analisi, solo uno è stato effettivamente risolto – si trattava di un pallone meteorologico mezzo sgonfio -, per il resto il Pentagono è aperto a ogni giustificazione: droni, stormi d’uccelli, borse di plastica, fenomeni naturali, ma anche tecnologie militari segrete di Russia o Cina.

Quel che il report tiene a chiarire con veemenza è che questo vuoto di conoscenza possa rappresentare una minaccia per la sicurezza nazionale, cosa che a sua volta si traduce immediatamente nella richiesta di nuovi fondi. Il sospetto è dunque che il team di ricerca UAP, figlio del defunto e controverso Advanced Aerospace Threat Identification Program (AATIP), abbia deliberatamente gettato benzina sul fuoco per fomentare l’attenzione pubblica giusto per ricavarne preziosi finanziamenti. Una lettura che peraltro è considerata dal Pentagono stesso, il quale non per nulla ha avviato un’indagine interna atta a definire se ci sia stata o meno una mala gestione dei contenuti secretati.

Si tratterebbe comunque di una manovra di marketing ben riuscita. L’argomento è diventato tanto popolare che persino l’ex presidente Barack Obama si è trovato a dichiarare l’ovvio, ovvero che gli UAP esistono e che se ne sappia troppo poco, in più sono molti coloro interessati a cavalcare l’onda del fermento pubblico.

La Difesa dipinge la situazione come una questione di pericolo militare, la NASA coglie l’occasione per tornare a parlare degli alieni, mentre il mondo accademico chiede che le indagini siano tolte dalle mani dell’esercito per passare in quelle degli scienziati. Molto rumore si sta sviluppando attorno alla sanguinosa contesa delle sovvenzioni governative, tuttavia ben poco di questo dinamismo ha a che vedere con l’attività extraterrestre.

[di Walter Ferri]

Italia: da oggi tornano gli sfratti per gli inquilini colpiti dalla crisi

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È scaduto il blocco degli sfratti emessi prima del 28 febbraio 2020, ossia nei giorni precedenti al lockdown nazionale, motivo per cui da oggi si riparte con l’esecuzione degli stessi. Per quelli scattati durante la pandemia, invece, vi è stata una proroga del blocco, il che però semplicemente ritarda quello che è un destino inevitabile: verranno infatti sbloccati nei prossimi mesi in due tranches. Nello specifico, dal primo ottobre scatteranno gli sfratti richiesti dal 28 febbraio al 30 settembre 2020, mentre dal primo gennaio 2022 quelli chiesti dal primo ottobre 2020 al 30 giugno 2021.

Tutto ciò si verificherà mentre vi sarà lo sblocco totale dei licenziamenti. Infatti, anche in questo caso è stata introdotta una proroga del blocco fino al 31 ottobre 2021 per alcuni settori, ma appunto in seguito a tale data essi potranno essere effettuati. Di conseguenza vi sarà un’ulteriore crescita della povertà assoluta. In tal senso già nel primo anno della pandemia secondo le statistiche dell’Istat essa è aumentata raggiungendo il livello più elevato dal 2005: più di due milioni le famiglie in povertà assoluta, per un totale di oltre 5,6 milioni di individui.

Ciò dunque testimonia il fatto che la rimozione del blocco degli sfratti per alcune persone e la semplice proroga di qualche mese per altre, si collochi all’interno di una situazione di crisi grave provocata dalla pandemia. A causa di quest’ultima, infatti, molti individui saranno impossibilitati a pagare l’affitto. Dunque, ci si chiede perché si sia scelto di procedere con l’esecuzione degli sfratti (subito o a breve) come se i problemi economici dei cittadini italiani fossero risolti e la situazione fosse tornata ad essere quella precedente alla pandemia. Non è assolutamente così, anzi, a causa dell’imminente sblocco totale dei licenziamenti molte persone nei prossimi mesi potrebbero trovarsi senza lavoro.

[di Raffaele De Luca]

Canada: trovate altre 182 tombe di nativi vicino a un’ex scuola

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In Canada sono state trovate altre 182 tombe senza nome, molte delle quali appartenenti a bambini nativi tra i 7 e i 15 anni, nei pressi di una scuola residenziale indigena. Si tratta della St Eugene’s Mission residential school, situata vicino alla cittadina di Cranbrook, in British Columbia. A renderlo noto è stata una tribù locale. Dunque, in Canada continuano ad essere scoperti resti umani sepolti intorno alle scuole residenziali, finanziate dallo Stato ed amministrate dalla chiesa cattolica, che per decenni i bambini indigeni sono stati costretti a frequentare: nelle scorse settimane, infatti, sono state svelate altre centinaia di sepolture anonime.

La Rai ammette e giustifica di essere parziale nell’informazione sul Covid

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La Rai ha ammesso, in maniera alquanto esplicita, che la sua non sia un’informazione libera ed imparziale bensì faziosa e di parte. Lo si apprende dalle parole del senatore Gianluigi Paragone, il quale ha dichiarato di aver chiesto in Commissione di vigilanza Rai, tramite apposita interrogazione, una risposta circa lo stato dell’informazione dell’azienda pubblica essendo essa «a senso unico», in particolare nei confronti del tema della vaccinazione anti Covid. A tal proposito il senatore riferisce che la Rai ritenga che, per ciò che concerne la somministrazione dei vaccini, «non vi sono temi o notizie paragonabili a queste, per cui non esistono regole volte a una sorta di par condicio che si possano ragionevolmente applicare a questa fattispecie» e che «non vi sono riferimenti che obblighino la Rai a rispettare le logiche di ricerca di equilibrio nelle posizioni». In pratica mancano le condizioni sulla base delle quali debba essere garantita una reale pluralità di punti di vista.

Tuttavia, aggiunge Paragone leggendo il testo della Rai, «in diverse situazioni è stata data la possibilità di esprimere la propria opinione a chi ha deciso di non vaccinarsi, in un leale contraddittorio». Ma è proprio il “leale contraddittorio” uno dei temi contestati dal senatore in quanto secondo quest’ultimo, tranne in rare occasioni, «chi ha posto dei dubbi è sempre stato oscurato o denigrato». Ed in tal senso ricorda, tra i diversi casi, quello del virologo Luc Montagnier ​(premio Nobel per la medicina nel 2008) che «è stato deriso» nel programma condotto da Fabio Fazio, o anche quello del dottor Mariano Amici, invitato in Rai da Bruno Vespa, a cui poi è stata tolta la parola.

Insomma, secondo il senatore anche i cosiddetti “no-vax” dovrebbero vedersi garantito il diritto di esprimersi e vi dovrebbe essere un effettivo e reale contraddittorio. Soprattutto poiché, ad essere etichettati in tal modo, sono anche anche medici e ricercatori che mettono semplicemente in discussione la narrazione ufficiale sul virus. In più, Paragone aggiunge che chi decide di non sottoporsi al siero non stia violando alcuna regola non essendo il siero obbligatorio, dunque non si vede quale sia il motivo di limitare o denigrare argomentazioni e tesi differenti sui vaccini. A tutto ciò, si aggiunge il fatto che i cittadini italiani pagano un canone alla Rai, motivo per cui «devono avere la possibilità di formarsi un’idea, che la Rai non dà». Di conseguenza, «il modo in cui si comporta la Rai è una truffa ai danni di chi paga».

Dunque, per tutti questi motivi il senatore ritiene che vi sia una “violazione del contratto di servizio”, motivo per cui “faremo un esposto o una class action”.

[di Raffaele De Luca]

Migranti: il fallimento dell’agenzia europea Frontex è senza appello

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L’organizzazione di difesa dei diritti umani Human Rights Watch ha dichiarato in un rapporto che Frontex, l’agenzia di guardia di frontiera e costiera dell’Unione Europea, ha completamente fallito nel suo compito di proteggere i diritti fondamentali delle persone lungo i confini esterni dell’unione. Come riporta il documento, «anche in presenza di prove inconfutabili di violazioni di diritti umani». Modificare nel profondo il funzionamento dell’agenzia è una priorità impellente, considerato che Frontex sta diventando un’organizzazione sempre più rilevante nello scenario europeo.

Secondo quanto riportato nel rapporto di Human Rights Watch, Frontex ha preso parte attiva in una serie di respingimenti illegali e violenti lungo il confine greco-turco. In Ungheria, solo dopo 4 anni di negligenza e silenzio ha sospeso delle operazioni che stavano comportando serie violazioni dei diritti umani – e solo una volta che le operazioni erano state dichiarate in violazione della legge europea dalla Corte di giustizia UE. Normalmente, come evidenzia il rapporto, «secondo l’articolo 46 del regolamento Frontex, l’agenzia è in dovere di sospendere o porre fine ad operazioni ove si registrino casi seri di abusi». Quello dell’Ungheria, però, è stato l’unico caso.

Anche in Croazia, l’agenzia di frontiera ha respinto violentemente migranti e richiedenti asilo fuori dai confini del paese, verso Bosnia e Serbia. Casi simili si sono registrati anche a Malta, a Cipro e in Bulgaria. Frontex è tenuta a rispettare la legge internazionale ed europea in fatto di diritti umani, che ovviamente includono anche il diritto all’asilo. Non è però la prima volta che le organizzazioni civili denunciano i suoi abusi e l’agenzia è in questo momento sotto indagine da parte del Parlamento Europeo. Nonostante le numerose segnalazioni provenienti da varie istituzioni, Frontex stessa ha registrato solo 3 casi di violazioni dei diritti umani. Eppure, il suo stesso consiglio direttivo ha mostrato segni di preoccupazione per la disfunzionalità ed inefficienza dei meccanismi di monitoraggio e segnalazione.

Di abusi ne sono stati commessi molti: Frontex ha negato il diritto fondamentale all’asilo, ha respinto migranti e richiedenti asilo con estrema violenza, spesso prendendoli a pugni e calci e senza risparmiare nemmeno i bambini. Ha costretto molti a subire trattamenti degradanti e detenzioni arbitrarie. Ha oltretutto commesso tutti questi abusi con la complicità delle forze di polizia locali, giustificando e supportando le loro azioni violente anziché condannarle e contrastarle. In quanto istituzione dell’Unione Europea incaricata di gestire umanamente i confini esterni dell’unione, ha fallito su tutta la linea.

Tutto questo assume poi una particolare gravità se consideriamo che Frontex ha registrato una crescita piuttosto esponenziale negli ultimi anni. Dalla sua fondazione 17 anni fa, l’agenzia ha più che triplicato il proprio budget (passato da 118 a 460 milioni di euro tra il 2011 e il 2020). Una cifra che, secondo le stime, non farà che aumentare nei prossimi anni. Parallelamente, ha visto anche una crescita di poteri esecutivi nonché di responsabilità legale che fanno sì che, come dichiara Human Rights Watch, una revisione del suo funzionamento sia di massima urgenza.

[di Anita Ishaq]

Usa: ondata di caldo, in Oregon 63 morti

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Sono almeno 63 le persone che hanno perso la vita nello stato dell’Oregon a causa dell’ondata di caldo che si è abbattuta sugli Stati Uniti. Lo hanno reso noto i media americani. Queste morti vanno ad aggiungersi a quelle verificatisi nello Stato di Washington, dove vi sono stati almeno 16 decessi legati al caldo. Inoltre nella British Columbia, la provincia canadese confinante proprio con lo Stato di Washington, in questi giorni sono state segnalate dalle autorità locali centinaia di vittime per il caldo.

La svolta del Messico: i narcos si combattono legalizzando la cannabis

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La Corte Suprema messicana ha eliminato il divieto di consumo di cannabis a scopo ricreativo: con otto voti a favore e tre contrari ha annullato una parte della Legge generale sulla salute, che proibiva di utilizzare la marijuana al di fuori del campo medico e scientifico. Precisamente, la Corte ha «risolto» la Dichiarazione generale di incostituzionalità del 2018: in quell’anno, infatti, aveva dichiarato incostituzionale il divieto nei confronti della cannabis, ed aveva ordinato al Congresso (ossia il Parlamento) di occuparsi di una sua regolamentazione. Tuttavia quest’ultimo non lo ha mai fatto: ha violato varie volte le scadenze imposte dalla Corte, motivo per cui la stessa ha preso questa decisione. A tal proposito, in seguito a quanto stabilito, i messicani potranno chiedere alla Commissione federale per la protezione contro i rischi sanitari (Cofepris) i permessi per poter consumare, coltivare e trasportare marijuana per scopi ricreativi.

Ad ogni modo, però, la decisione della Corte costringe ancora una volta il Congresso ad occuparsi del tema Infatti, come sottolineato da Lisa Sánchez, la direttrice generale della Ong Mexico Unido contra la Delinquencia, «sono i legislatori a dover determinare il modo migliore per rilasciare i permessi, le quantità e gli spazi di consumo, dunque dovrebbero legiferare su questo».

Detto ciò la direzione in cui si sta muovendo il Messico, la patria dei narcos, va contro la cosiddetta “war on drugs” ossia la “guerra alla droga”. Si tratta difatti del paese dove più che in ogni altro l’ideologia della guerra ad ogni tipo di sostanza stupefacente ha generato i maggiori danni. Basti pensare alle innumerevoli persone morte in questi anni (spesso civili) a causa degli scontri tra i vari cartelli della droga o tra di essi e lo stato, o anche al sistema di sicurezza prodotto da tale politica, rivelatosi violento ed inaffidabile. In tal senso, va ricordato che il governo negli anni della presidenza di Felipe Calderon (2006-2012) ha dato carta bianca ai militari, alimentando così abusi di potere, torture, e sparizioni. Tutto ciò però non ha minimamente indebolito i cartelli della droga: ha solo reso maggiormente insicuri i quartieri delle città messicane, che si sono appunto caratterizzati per le violenze non solo dei criminali ma anche delle forze dell’ordine. Insomma, essendo chiaro che il proibizionismo non si sia rivelato efficace nella lotta alla droga, il Messico ora si appresta ad intraprendere la strada opposta.

[di Raffaele De Luca]

Libano: la crisi senza fine dell’ex isola felice del Medio Oriente

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C’era un tempo in cui il Libano si fregiava dell’appellativo di “Svizzera del Medio Oriente”, soprannome guadagnatosi grazie alla prosperità che aveva costruito. Niente è più lontano di questa immagine e la lunga crisi che ha colpito il Paese, ormai da gennaio in stato di emergenza, non fa che peggiorare. Mentre la moneta perde valore e beni essenziali come acqua, medicine e carburante scarseggiano, si intensificano le proteste e cresce la violenza. Tra il sabato 26 e domenica 27 giugno, dieci soldati libanesi e vari manifestanti sono stati uccisi nella città di Tripoli. Altri scontri hanno avuto luogo in varie località del paese. Un nuovo capitolo si è aperto in queste ore: l’esercito libanese è intervenuto in forze nella stessa Tripoli, dopo che alcuni uomini armati hanno aperto il fuoco con armi automatiche, in un atto riportato dai media locali come ” un segno di protesta per le penose condizioni di vita”.

Si tratta della crisi peggiore che il paese mediorientale abbia mai registrato. L’inflazione ha raggiunto livelli senza precendenti. La lira libanese sta registrando una precipitosa svalutazione, perdendo quasi il 90% del suo valore: sabato 26 giugno è arrivata ad un tasso di cambio pari a 18.000 al dollaro nel mercato nero. Mancano internet, elettricità e forniture mediche. L’educazione è diventata pressoché inaccessibile, il che ha intensificato la fuga di cervelli. Il prezzo di cibo e bevande è aumentato del 670% e, conseguentemente, povertà estrema ed insicurezza alimentare sono diventati dilaganti.

Questa situazione senza precedenti va avanti ormai da 18 mesi, a partire dalla tristemente nota esplosione che ad agosto del 2020 devastò il porto di Beirut, portando alla morte di più di 200 persone. Eppure l’aiuto internazionale ha tardato a farsi vedere e anzi gli Stati Uniti hanno imposto sanzioni sul paese, esempio che l’Unione Europea e la Banca Centrale sembrano voler seguire. Questo nonostante le Nazioni Unite abbiamo dichiarato che almeno 1 milione e mezzo di libanesi sono in stato di necessità. Secondo l’organizzazione, più della metà della popolazione del paese vive oggi in condizioni di povertà, e tra i rifugiati siriani la povertà colpisce addirittura 9 persone su 10. Ovviamente a tutto questo si aggiunge la crisi sanitaria causata dal Covid, che ha ulteriormente aggravato la situazione.

Un tempo, il Libano era un paese eccezionalmente pacifico e libero, una sorta di isola felice nel panorama mediorientale. Negli ultimi anni, il paese è stato devastato da un governo sempre più autoritario e disinteressato alle sofferenze della popolazione, da un’ondata di proteste comuni a tutto il mondo arabo, ma soprattutto dall’indifferenza e ostilità della comunità internazionale.

Gli Stati Uniti hanno imposto durissime sanzioni contro Hezbollah, che come sempre succede hanno colpito più la popolazione che non il regime. L’intento era favorire un cambiamento di governo, possibilmente in linea con gli interessi occidentali, indebolendo la resistenza locale. Come riportato dall’agenzia Reuters, proprio a giugno l’Europa, con la Francia in testa, ha iniziato ad accarezzare idee simili, insistendo che il Libano e solo il Libano è responsabile della sua attuale situazione.

[di Anita Ishaq]

Migranti: naufragio al largo di Lampedusa, 7 morti

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Sette migranti, tra cui una donna incinta, hanno perso la vita a causa del naufragio di un barcone avvenuto a circa 5 miglia da Lampedusa. Sono 46, invece, i superstiti recuperati dai soccorritori: essi sono stati ascoltati all’hotspot e in base alle loro testimonianze ci sarebbero ancora 9 dispersi, molti dei quali potrebbero essere bambini. In tal senso, le ricerche in mare aperto da parte delle motovedette di carabinieri, Capitaneria e guardia di finanza sono in corso.

La Commissione Europea si è convinta: presto l’approvazione di 5 terapie anti-Covid

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Con la campagna vaccinale ormai in fase avanzata e pur sottolineando che quella dell’immunizzazione di massa rimane la strategia principale, l’Unione europea si appresta ad approvare anche alcune terapie anti Covid. Lo ha reso noto la Commissione europea nella giornata di martedì, che ha annunciato di aver identificato cinque trattamenti promettenti contro il coronavirus. Nello specifico, si tratta di quattro anticorpi monoclonali attualmente in revisione da parte dell’Agenzia europea per i medicinali e di un immuno-soppressore. Quest’ultimo è stato già autorizzato per i pazienti non Covid e potrebbe ricevere il via libera anche per il trattamento del coronavirus. Si tratta di terapie che secondo gli esperti potrebbero essere somministrate anche a casa (e in questo senso esistono già esperienze in Italia), andando finalmente incontro alle evidenze scientifiche che da tempo sottolineano la necessità di permettere le cure domiciliari, fino ad oggi osteggiate.

La selezione di tali farmaci fa parte della strategia dell’Unione europea sulle terapie per il Covid, lanciata a maggio per perseguire l’obiettivo di «integrare la riuscita strategia dell’Ue sui vaccini» con una sulle terapie anti Covid che sostenga lo sviluppo e la disponibilità delle stesse. In tal senso, per incrementare l’accesso ai farmaci, l’Ue ha affermato di voler investire per migliorare la loro produzione. Inoltre, punta a facilitare le partnership tra le aziende farmaceutiche così da affrontare rapidamente possibili colli di bottiglia nella catena di approvvigionamento ed il «primo evento di matchmaking dell’industria» si terrà il 12-13 luglio.

Detto ciò, va ricordato che l’unico farmaco anti Covid finora approvato nell’Ue è il remdesivir, un farmaco antivirale che l’Unione europea ha acquistato con un appalto congiunto poco prima che l’Organizzazione mondiale della sanità si pronunciasse circa la sua inefficacia sui pazienti gravemente malati di Covid. Tuttavia, le terapie adesso selezionate «potrebbero essere presto disponibili per il trattamento dei pazienti in tutta l’Ue», in quanto vi è una elevata possibilità che esse ricevano l’autorizzazione entro ottobre 2021, il che costituisce l’obiettivo fissato dalla Strategia. Inoltre, entro lo stesso mese la Commissione elaborerà un portafoglio composto da almeno 10 potenziali terapie per il Covid.

[di Raffaele De Luca]