domenica 8 Febbraio 2026
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Polonia: avviata costruzione muro anti-migranti al confine bielorusso

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La Polonia ha avviato nella giornata di ieri la costruzione di un muro al confine con la Bielorussia, con lo scopo di ostacolare l’ingresso di migranti irregolari, dopo la crisi dello scorso anno con Minsk. Lo si apprende da un Tweet della Straż Graniczna, la forza di polizia doganale della Polonia, nel quale si legge che «la Guardia di frontiera ha affidato i cantieri agli appaltatori». La recinzione, comunica inoltre la Straż Graniczna, sarà lunga 186 chilometri e costerà 1,6 miliardi di złoty, una cifra pari ad oltre 340 milioni di euro.

Cosa sta succedendo in Burkina Faso?

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Burkina-Faso golpe

Solo due settimane fa Kaboré, presidente del Burkina Faso, prendeva parte ad un vertice regionale per stabilire le sanzioni da imporre agli autori del golpe in Mali. Chi l’avrebbe detto che, a distanza di poco, sarebbe stato lui stesso a finire in mano all’esercito? L’annuncio della caduta di Kaboré e della sospensione della Costituzione locale è stato firmato dal tenente colonnello Paul-Henri Sandaogo Damiba, leader dei golpisti, e poi riferito alla stampa da un suo ufficiale. Nel comunicato militare si dice che l’intervento armato era ormai necessario per contrastare l’incapacità del Governo di far fronte ai problemi che il Burkina Faso sta affrontando.

Ancora una volta l’omicidio di Thomas Sankara – leader rivoluzionario locale, amato dalla gente, al potere negli anni ’80 – rivive nella storia del Paese, che non riesce ad uscire dalla morsa soffocante della dittatura.

In linea temporale, il Burkina Faso è la terza nazione della zona a vivere un colpo di stato nel giro di pochi mesi. Prima di lei Guinea e Mali. I golpe salgono a quattro se nel computo aggiungiamo anche la successione poco trasparente in Ciad, dopo la morte del presidente Idriss Déby, e forse anche cinque se consideriamo il Sudan, dove i militari tengono stretta per il collo la democrazia.

Perché così tanti? Perché questa instabilità? Anche se ogni Paese ha una storia a sé, la cui narrazione andrebbe contestualizzata negli anni, nel caso del Mali e del Burkina Faso è evidente che c’entri qualcosa la lotta contro il terrorismo jihadista. Una “malattia” che si è insinuata facilmente all’interno di Governi troppo fragili, generando malcontento fra la popolazione e nei confronti degli aiuti esterni, finiti per essere sostanzialmente irrilevanti (o addirittura controproducenti).

Nello specifico, la svolta decisiva per il Burkina Faso è da ricercare nel mese di novembre: in quei giorni un attacco jihadista sferrato nei confronti delle Forze armate del Paese ha ammazzato cinquanta gendarmi. Il punto di rottura non è stato la morte di quegli uomini, ma la gestione del presidente Kaboré. La sua cattiva condotta, insieme all’inattività dei ministri della difesa e all’assenza di strategie concrete ha portato fino a qui.

Quindi la soluzione è l’esercito? Alcune foto scattate in questi giorni ritraggono cittadini felici e soddisfatti della presa del potere da parte dei militari. La verità è che nemmeno i militari sono la risposta giusta, perché anche loro alla fine dei conti non sono momentaneamente dotati di una valida strategia.

D’altronde, non dobbiamo dimenticare che il Burkina Faso è una terra che accoglie sette milioni di uomini, il 98% dei quali non sa leggere né scrivere, dove 1 bambino su 5 muore prima di compiere cinque anni, con un solo medico ogni 50mila abitanti e un reddito pro capite che non arriva a 100 dollari l’anno. Numeri che contribuiscono a disegnare uno scenario in cui l’ideologia jihadista fa arrabbiare la popolazione, ma che allo stesso tempo recluta sempre più ragazzi locali, in fuga dalla disoccupazione e dall’emarginazione. Per non parlare poi “dei soliti” traffici illegali di armi, droga, e sfruttamento delle miniere d’oro.

Se non si interviene in maniera concreta, cambiando l’ordine degli addendi il risultato non muta.

[di Gloria Ferrari]

Scuola: inizia una nuova campagna di occupazioni

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Studenti di nuovo in piazza per protestare contro i progetti di alternanza scuola-lavoro durante i quali a Udine ha perso la vita Lorenzo Parrelli, morto all’età di 18 anni durante il suo ultimo giorno di stage in azienda. A riportarlo è Corriere Università, il giornale di informazione sul mondo universitario, della scuola e del lavoro, il quale fa sapere che venerdì prossimo ci sarà una manifestazione nazionale a Roma, mentre riprendono le occupazioni. La prima a Bologna, dove è stato occupato il liceo scientifico Copernico ed è stato affisso lo striscione “Vendetta per Lorenzo”.

Anche i mezzi militari italiani sono in prima fila al confine ucraino

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78 milioni di euro: questo il costo attuale delle operazioni militari italiane nell’Europa Orientale. Qui l’Italia si trova a sostenere le missioni della NATO, la quale ha schierato un ingente dispiegamento di forze in vista di un possibile conflitto militare con la Russia. Si tratta di assetti terresti, aerei e navali che potrebbero essere ulteriormente aumentati di numero e che contribuiscono al pattugliamento delle frontiere orientali europee, dal Mediterraneo sino alla Lettonia.

La contesa del territorio dell’Ucraina, Paese di importanza strategica sia per gli Stati Uniti che per la Russia, sta ventilando da settimane l’ipotesi di un imminente conflitto tra i due poli dell’assetto mondiale. In caso di effettiva esplosione di una guerra, l’Italia dovrebbe intervenire insieme alla NATO (l’Organizzazione del Trattato Atlantico del Nord) contro Mosca: per tale motivo lungo i confini dell’Europa Orientale sono stati dispiegati assetti militari terrestri, aerei e navali. Ma qual’è il costo di un tale schieramento?

Allo stato attuale delle cose, il costo complessivo delle operazioni militari italiane nell’Europa Orientale si aggira intorno ai 78 milioni di euro, secondo quanto rilevato da Milex, l’Osservatorio sulle spese militari italiane. In particolare, per le missioni aeree sono stanziati 4 caccia Typhoon, che compongono la cosiddetta Black Storm, e 140 uomini, assetto che può essere aumentato fino a 12 aerei e 260 uomini per un valore complessivo di 33 milioni di euro, stanziati nel 2021.

Per quanto riguarda le missioni navali, nel Mar Nero si trovano la fregata di ultima generazione Carlo Margottini e il cacciamine Viareggio le quali, con un totale di 200 uomini di equipaggio, sono state finanziate nel 2021 con 17 milioni di euro. Nelle prossime settimane verrà inoltre avviata un’esercitazione congiunta nel Mediterraneo Orientale con le portaerei americana e francese e l’italiana Cavour, dal momento che Mosca sta concentrando in quest’area “una flotta senza precedenti” secondo quando riportato da Milex.

Infine 200 alpini della Brigata Taurinense verranno schierati, in caso di conflitto, nelle foreste lettoni, “altro potenziale fronte caldo in caso di confronto militare con la Russia”. Insieme a loro saranno messi in capo “decine di carri armati ruotati Centauro“, parte di un gruppo di uno schieramento tattico di oltre 1200 soldati con base a nord della capitale lettone Riga. Costo della missione: 27 milioni di euro.

L’esplosione del conflitto tra le due parti è tutt’altro che certo e resta da vedere quale sarà la partecipazione effettiva del contingente NATO, che potrebbe limitarsi al solo rifornire di armi l’Ucraina.

[di Valeria Casolaro]

Le “sfide globali” delle élite emerse al World Economic Forum 2022

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Anche quest’anno si è svolto il consueto Forum economico mondiale: dal 17 al 21 gennaio i più influenti capi di governo hanno incontrato il gotha della finanza internazionale, delle multinazionali, delle grandi società high tech e del mondo scientifico nella consueta cornice di Davos, nelle Alpi svizzere. Fondato dall’ingegnere ed economista tedesco Klaus Schwab nel 1971, il World Economic Forum (WEF) è noto per il suo potere di influenza sulle politiche e i processi decisionali dei singoli Stati, in un modo spesso interpretato - non senza ragioni - come una interferenza illegittima nel proces...

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Covid: le Regioni chiedono al Governo una “normalizzazione della situazione”

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Il Presidente della Conferenza delle Regioni Massimo Fedriga, in seguito ad una riunione tenutasi a Roma con i Presidenti di Regione nella giornata di oggi, ha affermato che ci sia bisogno di «guardare al futuro e procedere rapidamente verso una normalizzazione della situazione che consenta una ripresa più ordinata e il rilancio del nostro Paese», precisando che tale volontà sia condivisa in modo unanime dai Presidenti di Regione. «Superare definitivamente il sistema a colori delle zone di rischio assieme all’esigenza che la sorveglianza sanitaria sia riservata ai soggetti sintomatici – ha aggiunto in tal senso Fedriga – rappresentano i caposaldi di un documento che verrà inviato al Governo e che sarà una piattaforma imprescindibile per il futuro confronto fra l’esecutivo e le Regioni».

Perché l’abuso del voto di fiducia è un problema democratico

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In diversi articoli abbiamo affrontato l’argomento del ricorso al voto di fiducia da parte del governo Draghi, che si è in tal senso distinto essendosi rifatto in maniera massiccia ad esso. Per avere però un’idea quanto più possibile realistica sui problemi legati ad un ampio utilizzo del voto di fiducia, c’è bisogno di chiarire in cosa consista quest’ultimo nonché di analizzare nel dettaglio perché un suo utilizzo eccessivo generi conseguenze negative. Come vedremo, infatti, tale strumento se utilizzato in maniera spropositata finisce inevitabilmente per esautorare il Parlamento, che viene di fatto privato del suo potere legislativo. Si tratta di un risvolto che rappresenta anche un vero e proprio rischio per la democrazia rappresentativa, messa in crisi dal deterioramento delle funzioni del Parlamento.

Dunque, la prima domanda a cui bisogna rispondere è la seguente: che cos’è il voto di fiducia? Per fornire una risposta completa a tale quesito, bisogna innanzitutto chiarire che quello italiano è un sistema politico improntato a una democrazia rappresentativa nella forma di Repubblica parlamentare. Ciò significa che non vi è una elezione diretta del capo del governo, bensì gli elettori scelgono i parlamentari che – in seguito alla nomina del presidente del Consiglio e dei ministri da parte del presidente della Repubblica – dovranno accordare la fiducia al governo come previsto dall’articolo 94 della Costituzione. Quest’ultimo, che sancisce il meccanismo del voto di fiducia, prevede infatti che «entro dieci giorni dalla sua formazione il governo si presenta alle Camere per ottenerne la fiducia» la quale viene accordata o revocata dalle stesse «mediante mozione motivata e votata per appello nominale». L’esito negativo del voto di fiducia, o l’approvazione di una mozione di sfiducia, costringe il Governo a presentare le dimissioni.

Detto ciò, il governo poi può anche decidere di porre la fiducia su specifici progetti di legge qualificandoli come fondamentali per l’attuazione del suo programma politico e facendo dipendere dalla loro approvazione la sua permanenza in carica. Si parla in tal caso più propriamente di questione di fiducia – ed è questo l’istituto di nostro interesse – la quale però sempre più spesso viene posta dal governo non su un disegno di legge ma su un proprio maxi emendamento. Ciò significa che, in situazioni in cui il dibattito parlamentare genera modifiche nei confronti della proposta dell’esecutivo, quest’ultimo decide di stravolgere il testo modificato presentando un maxi emendamento, su cui pone la fiducia, che sostituisce completamente il progetto di legge. Ad ogni modo, la questione di fiducia è in generale un istituto non previsto dalla Costituzione, bensì stabilito dai regolamenti interni della Camera e del Senato. Questi ultimi però sono privi di forza di legge e sono perciò vincolanti solo per i membri delle Camere: la logica conseguenza, dunque, è che tale istituto fondi la sua forza vincolante sulla prassi politica e non sulla legittimità costituzionale.

La questione di fiducia era originariamente usata dal governo solo in situazioni eccezionali per compattare la maggioranza parlamentare, tuttavia ultimamente essa viene frequentemente utilizzata per velocizzare il dibattito ed assicurare l’approvazione di proposte molto discusse. Infatti, da un lato tale istituto consente di evitare l’ostruzionismo parlamentare poiché gli emendamenti eventualmente presentati dai membri delle camere sono preclusi ed il testo deve essere votato così come è stato presentato, mentre dall’altro permette una veloce espletazione del processo di legiferazione essendo previsto il voto nominale del testo nella sua interezza ed entro 24 ore.

Insomma, uno strumento che può definirsi comodo per il governo ma al quale non si dovrebbe ricorrere in maniera eccessiva comprimendo quest’ultimo inevitabilmente l’attività del Parlamento, che viene di fatto esautorato non potendo apportare modifiche al testo su cui è stata posta la fiducia. Eppure, l’ampio utilizzo della questione di fiducia è diventato ormai la norma negli ultimi anni: non solo infatti il governo Draghi si è distinto per il suo massiccio ricorso a tale strumento, ma il dato di fatto è che tutti gli ultimi governi lo hanno utilizzato in maniera alquanto frequente.

Detto questo, bisogna infine ricordare che il problema della compressione dell’attività del Parlamento ne determina un altro: il declino della democrazia rappresentativa. A sottolinearlo è il saggio «Come esautorare il parlamento. Un caso esemplare del declino di una democrazia rappresentativa» di Carlo Ferruccio Ferrajoli, professore di Economia e diritto delle istituzioni pubbliche presso l’Università di Roma “La Sapienza”. Il testo, infatti, afferma che la crisi che il sistema parlamentare sta vivendo da molti anni in Italia potrebbe «alla lunga travolgere la stessa democrazia rappresentativa». Un pericolo precisamente determinato dalla crisi, tra l’altro, della funzione legislativa, della quale il Parlamento è stato di fatto privato. Vi è stato infatti un «progressivo dominio dell’esecutivo sulla legislazione» determinato non solo da un più ampio uso della delega legislativa ma anche dall’abuso della decretazione d’urgenza, che si è imposta proprio grazie all’eccesso della questione di fiducia su maxi emendamenti. Insomma, la crisi della funzione legislativa del Parlamento finisce per mettere in discussione la legittimazione democratica dell’intero ordinamento giuridico – che è «fondato sulla rappresentanza politica e sulla centralità della legge statale nel sistema delle fonti» – proprio in virtù di «quei caratteri di rappresentatività e democraticità che solo un Parlamento nella pienezza delle sue prerogative è in grado di assicurare».

[di Raffaele De Luca]

Corbevax: il vaccino senza brevetto che sfida Big Pharma non trova finanziatori

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In America è stato scoperto un vaccino che funziona con una tecnologia estremamente semplice e potenzialmente più sicura, perché simile a quella già utilizzata da altri vaccini, come quello per l’epatite B. Si chiama Corbevax e a brevettarlo è un team di ricercatori di Houston guidato da una ricercatrice nata in Italia, Maria Elena Bottazzi. I costi di produzione sono estremamente bassi e i risultati degli studi mostrano un’ottima copertura nei confronti di tutte le varianti del virus. Il team di ricercatori ha deciso di non brevettarlo, perché l’etica impone loro di non lucrare sulle spalle della gente in un momento di emergenza mondiale. In India hanno già cominciato a produrlo, ma per il momento in Europa e America non se ne parla: non si trova nemmeno un produttore disposto a fabbricarlo.

Maria Elena Bottazzi è una decana italo-onduregna presso il Baylor College of Medicine di Houston, Texas. Insieme al suo team ha scoperto un nuovo vaccino contro il Covid-19, estremamente sicuro perché prodotto con tecnologie convenzionali già utilizzate per altri vaccini comunemente somministrati, come quello contro l’epatite B. Questi sfruttano proteine sinteticamente prodotte in laboratorio che stimolano la risposta immunologica che combatte il virus, prevenendo l’infettività e lo sviluppo della malattia. La ricercatrice ne ha spiegato le caratteristiche a 37e2, il programma radiofonico in onda su Radio Popolare. Il vaccino, spiega Bottazzi, ha dimostrato di avere alte percentuali di efficacia contro il virus originale e le varianti Beta e Delta, e presto arriveranno i risultati dei test effettuati su Omicron.

I dati sono già al vaglio dell’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità), ma in alcuni Paesi, come l’India, questo è già stato introdotto tra la popolazione con ottimi risultati. Il costo di produzione, spiega Bottazzi, è alquanto contenuto, all’incirca due dollari per dose. “L’idea è che questo vaccino sia prodotto da centri che posseggano già il personale e le tecnologie e riescano a mantenere i prezzi bassi, perché non devono fare nuovi investimenti come costruire fabbriche o formare il personale o comprare le componenti, perché le usano già nelle loro strutture” spiega Bottazzi.

In Europa e America, tuttavia, la produzione sembra un traguardo lontano. “Stiamo cercando un partner di produzione negli Stati Uniti per poi rivolgerci a FDA ed EMA [Food and Drugs Administration e Agenzia Europea per i Medicinali, le aziende regolatrici che si occupano della protezione dei consumatori in Stati Uniti ed Europa] ma per il momento non lo stiamo trovando”. La motivazione, secondo la ricercatrice, è che in Occidente il mercato è già “saturo”. “È sempre stata la nostra domanda: perché una soluzione che è di fronte al nostro naso, che usa una tecnologia convenzionale e relativamente più semplice, non venga utilizzata. È vero, non è stato un processo rapido sviluppare l’introduzione di una proteina in paragone al vaccino mRna, però come è visto si possono avere prodotti rapidi ma molto cari che molti Paesi non sono riusciti a ricevere. Non capiamo ancora perché non ci sia la curiosità”.

L’etica alla base del lavoro di questo team di ricercatori è molto chiara ed è proprio quella che li ha portati alla decisione di non brevettare il vaccino, scelta che avrebbe permesso loro di arricchirsi. “Il nostro centro ha sempre avuto la missione di sviluppare prodotti che possano essere decolonizzati e possano essere fabbricati laddove ce n’è bisogno. Non è facile entrare nelle multinazionali e imparare come si produce un vaccino: nel nostro centro invece chiunque può entrare, studente o professore, per imparare come si fanno questi processi. Io penso sia moralmente necessario, è un paradigma che stiamo cercando di sviluppare, specialmente quando si tratta di vaccini che devono essere utilizzati dai paesi poveri, anche attraverso l’introduzione della capacità di produzione e ricerca locale“.

“Il Covid-19 e le pandemie distruggono il mondo, non solo la salute ma anche l’ambito economico” afferma la ricercatrice. “Il business model delle multinazionali non è l’ideale per gestire l’emergenza: se non riusciamo a vaccinare il resto del mondo e decolonizzare la faccenda dello sviluppo di prodotti che possono aiutare le regioni più povere, in caso di un’altra pandemia (che sicuramente verrà) avremo lo stesso problema. Viviamo tutti nello stesso mondo e in questo momento difficile dovremmo tutti aiutarci”.

[di Valeria Casolaro]

Lampedusa: 7 migranti morti durante la traversata

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Sette migranti hanno perso la vita questa notte mentre tentavano di raggiungere Lampedusa su un barcone che trasportava 280 persone in gran parte provenienti dal Bangledesh e dall’Egitto. Nello specifico, tre cadaveri sono stati trovati sul barcone dai militari della Guardia di finanza e della Capitaneria di porto al momento del soccorso – scattato dopo aver avvistato l’imbarcazione a circa 24 miglia dalla costa di Lampedusa -mentre altre quattro persone sono decedute poco prima di arrivare sulla terraferma. Tutte le vittime, secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa Ansa, sarebbero morte per ipotermia.

Asia centrale, blackout lascia milioni di persone senza corrente

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Kirghizistan, Uzbekistan e la città di Almaty, in Kazakistan, sono rimasti a lungo senza energia elettrica a causa di un blackout di ampia portata. L’interruzione della fornitura di energia sembra essere dovuta a “un incidente nella rete energetica regionale”. I tre Paesi fanno parte di una rete unificata che ne collega le linee, motivo per il quale il blackout è stato di così ampio raggio. Secondo quanto riportato da alcuni media, lo stato di degrado delle reti elettriche e la loro interdipendenza avevano già causato alcune interruzioni nella fornitura dell’elettricità in diversi Paesi dell’Asia centrale.