La pandemia e la guerra hanno rivelato la debolezza delle nostre infrastrutture e del coordinamento tra nazioni, ma ha anche gettato luce su alcune pratiche scientifiche il cui ruolo etico è messo in discussione su più fronti. Parliamo nello specifico del guadagno di funzione, meglio noto come “gain of function”, ma anche dei cosiddetti “biolab” contenenti patogeni mortali e ad alto rischio, elementi che impongono riflessioni su quanto sia indispensabile che la ricerca biomedica poggi su solide fondamenta.
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Saranno aperti oggi fino alle 23 i seggi elettorali per i ballottaggi delle amministrative in 65 Comuni, dei quali 13 capoluoghi (Catanzaro, Alessandria, Cuneo, Como, Monza, Verona, Gorizia, Piacenza, Parma, Lucca, Frosinone, Viterbo e Barletta) per un totale di 2 milioni di elettori. Il centrosinistra, che nelle elezioni di due settimane fa ha perso poli importanti come Genova, Palermo e L’Aquila, cercherà la rivincita, in particolare a Verona e a Parma.
A Monaco di Baviera, in Germania, si è tenuta nella giornata di oggi una manifestazione contro il vertice del G7, in programma dal 26 al 28 giugno al castello di Elmau, sulle Alpi bavaresi. Migliaia di persone – circa 4.000 secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa Reuters – hanno partecipato al corteo indetto da 15 organizzazioni tra cui WWF Germania e Greenpeace. Marciando per le vie della città, i manifestanti hanno chiesto ai leader del G7 di agire per combattere la povertà, i cambiamenti climatici e la fame nel mondo, nonché di porre fine alla dipendenza dai combustibili fossili russi.
Le proteste più importanti della storia, che ricordiamo ancora e che ci hanno lasciato qualcosa, sono quelle che non hanno mostrato solo l’aspetto dell’opposizione, della rabbia, del dissenso. Quando un movimento sociale si ferma a questo step finisce per dissolversi, perché impiega la propria energia per distruggere, eliminare qualcosa, senza creare o provare a costruire. Una manifestazione efficace ed eterna può dirsi tale quando punta a imporre un vero cambio sociale, dando un’alternativa culturale il cui modello è solido abbastanza da reggere al passare del tempo.
Negli ultimi quindici anni le proteste in tutto il mondo sono praticamente triplicate. E proprio di recente si sono verificati alcuni dei più grandi movimenti di protesta mai registrati: da quelli degli agricoltori iniziati nel 2020 in India, a quelli del 2019 contro il presidente Jair Bolsonaro. Spesso diamo per scontato e pensiamo che le cose non potrebbero essere diverse da come sono: quando il popolo è insoddisfatto deve insorgere per ottenere qualcosa. Ma se oggi sentiamo il bisogno di farlo e pensiamo che possa essere utile per cambiare le cose è grazie agli esempi che ci hanno preceduto, per merito dei quali sappiamo di avere e potere rivendicare determinati diritti.
La vita di tutti vale allo stesso modo
Le proteste per la morte dell’afroamericano George Floyd sono iniziate a Minneapolis il 26 maggio 2020, dopo la sua uccisione. L’uomo è morto asfissiato per essere stato immobilizzato con un ginocchio sul collo per più di 8 minuti dall’ex agente di polizia Derek Chauvin. Le proteste si sono immediatamente diffuse in tutta la nazione: gli abitanti di tutti i 50 stati sono scesi in piazza per opporsi alla brutalità della polizia e al razzismo istituzionale in generale. Le manifestazioni sono continuate ogni notte e si sono estese ai paesi di tutto il mondo. Alcuni di questi paesi avevano già avuto il loro “George Floyd”, una persona nera uccisa nello stesso identico modo.
Perché ci ha insegnato qualcosa?
Molte persone – e non solo gli attivisti neri – hanno visto nella morte di Floyd un simbolo di intolleranza e di ingiustizia che ogni giorno le persone che per qualche motivo sono emarginate affrontano. Episodi come questi segnano per sempre il corso della storia e rappresentano un momento di passaggio: da qui in poi non si può più tornare indietro. Dopo la morte di Floyd, infatti, molti politici, aziende e società sono state spinte a prendere una posizione pubblica su questioni come l’uguaglianza razziale e la gestione della polizia. Molte statue confederate sono state eliminate smantellate e il mondo ha aperto gli occhi su una realtà che sembrava appartenere al passato.
Pretendere un futuro per il Pianeta
Se negli ultimi anni i cambiamenti climatici sono rientrati nel dibattito politico è soprattutto merito di alcuni importanti movimenti di protesta. Durante la Giornata della Terra del 22 aprile del 2017, circa 100.000 persone hanno marciato su Washington per mostrare sostegno e riconoscenza alla scienza e spronare all’adozione di decisioni politiche servendosi di prove scientifiche. In particolare su temi come il cambiamento climatico e la salute pubblica. Non è un caso che la marcia si sia svolta dopo l’elezione del presidente Trump, che aveva precedentemente definito il cambiamento climatico una bufala e aveva promesso di ritirare gli Stati Uniti dall’accordo di Parigi, tagliando i finanziamenti a numerose agenzie scientifiche e di ricerca. Le manifestazioni pro scienza si sono svolte in più di 600 città in tutto il mondo, con una partecipazione globale di più di 1 milione di persone.
Perché ci ha insegnato qualcosa?
Combattere per il clima e fare in modo che i potenti della terra rispettino gli standard e i limiti suggeriti dalla scienza è un diritto di tutti i cittadini. Ecco perché negli anni successivi sono nati ulteriori movimenti come i Fridays for Future, uno sciopero scolastico per il clima fatto a livello internazionale e composto da alunni e studenti che decidono di non frequentare le lezioni scolastiche per partecipare alle manifestazioni.
La guerra non è una missione di pace
Milioni di persone nelle città di tutto il mondo si sono radunate per protestare contro la guerra nei mesi che hanno preceduto l’invasione ufficiale dell’Iraq. A Londra, in particolare, almeno 1 milione di persone si sono radunate a formare quella che molti esperti hanno definito la più grande manifestazione politica mai realizzata nella storia del Regno Unito. Tra i manifestanti c’erano anche i familiari dei soldati morti proprio in Iraq in quegli anni, e che quel mercoledì 6 luglio a Londra si opponevano alle decisioni di Tony Blair. La protesta infatti è scattata dopo la pubblicazione del rapporto sulla partecipazione britannica al conflitto contro Saddam Hussein del 2003. La folla, radunatasi vicino a Westminster, ha chiesto con cori e cartelli di incriminare l’ex premier per crimini di guerra.
Perché ci ha insegnato qualcosa?
I risultati del clamore delle proteste di quegli anni si fanno sentire tuttora. Anche se l’ex primo ministro britannico è stato insignito dalla regina Elisabetta del titolo di Sir, i cittadini continuano ad opporsi. A loro parere le bugie che ha raccontato nel 2003 per fare guerra all’Iraq hanno causato la morte di decine di soldati britannici. Non sempre quello che un capo di Stato decide di fareincontra il favore della Nazione. Ma, come sostiene l’articolo 1 della Costituzione italiana, “La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”.
I diritti dei popoli oppressi
Il 30 marzo del 2018 alcuni cecchini israeliani hanno ucciso 40 palestinesi durante alcune proteste nella striscia di Gaza, ferendone poi altri 1.700 con colpi di arma da fuoco, proiettili di gomma e gas lacrimogeni. I palestinesi si erano adunati lungo il confine tra Israele e Gaza per partecipare alla “Marcia
del Ritorno”, una protesta lunga sei settimane per auspicare il ritorno dei palestinesi nelle terre occupate. I funzionari del governo israeliano hanno cercato di giustificare in tutti i modi l’uso di armi e munizioni che hanno
ucciso adolescenti e giornalisti.
Perché ci ha insegnato qualcosa?
I palestinesi hanno sopportato decenni di occupazione militare, colonizzazione e oppressione tacitamente approvata dalle istituzioni, in quello che è il conflitto più lungo nella storia moderna. Ma il coraggio e la capacità di resistere della comunità palestinese di fronte a questo assalto ha ispirato generazioni di attivisti di tutto il mondo. Spesso le Istituzioni educative insegnano e sono esempio di autorità, competizione e controllo. In fondo insegnano ai cittadini quello che riescono a fare meglio.
I diritti delle donne non sono arrivati dal cielo
Nel corso degli anni le donne hanno lottato molto per ottenere anche i diritti base. La lotta per il voto portata avanti dalle suffragette è stata davvero lunga. All’epoca venivano descritte come anarchiche e terroriste. La stessa
lotta portata avanti per ottenere la possibilità di abortire e decidere sul proprio corpo, ottenuta solo con la Legge del 22 maggio 1978, n. 194. Come sono riuscite ad ottenerla? Con anni di mobilitazione e con la democrazia. Tra il 17 e 18 maggio del 1981 milioni di persone si recarono a votare ribadendo il loro appoggio alla legge 194, soprattutto perché prima di quella norma una
donna che abortiva rischiava fino a quattro anni di carcere.
Perché ci ha insegnato qualcosa?
Quello che abbiamo e che diamo per scontato in realtà non lo è affatto. Se oggi le donne possono votare, abortire, indossare una gonna, viaggiare da sole, lavorare, decidere di non sposarsi mai, non è un atto dovuto, anche se dovrebbe. È frutto di chi ci ha preceduto, di chi ha consumato le scarpe per le strade, nelle piazze, di chi ha messo davanti al proprio l’interesse comune. È frutto delle proteste. È frutto della rivolta.
Almeno 18 migranti hanno perso la vita ed altri 176 sono rimasti feriti nella calca creatasi nel tentativo di scavalcare la barriera che separa il Marocco dall’enclave spagnola di Melilla. È questo il bilancio attuale della tragedia consumatasi nella giornata di ieri, quando circa 2000 persone hanno assalito la barriera, in quello che è stato il primo tentativo di attraversamento di massa dalla normalizzazione delle relazioni tra Marocco e Spagna. Nello specifico, in seguito al tentato attraversamento vi sono stati violenti scontri con le le forze dell’ordine: è scoppiato dunque il caos, da cui è scaturita la calca mortale. Oltre 100 individui, però, sono comunque riusciti ad attraversare la frontiera.
Luigi Di Maio ha probabilmente compiuto il più grande cambio di casacca parlamentare della storia della Repubblica. Proprio lui che, solo nel 2017, parlava del “mercato delle vacche” come di un problema drammatico per il Paese. A leggere certi quotidiani italiani di stampo “liberale” e “democratico” tuttavia, si ha l’impressione che assieme a lui e a quella sessantina di parlamentari, anche decine di giornalisti abbiano fatto i voltagabbana. L’addio al Movimento 5 Stelle ha fatto mutare le narrazioni su Di Maio: è passato dall’essere un ignorante, incompetente e pericoloso populista, ad un giovane “statista”, l’Emmanuel Macron italiano quasi. Per ingraziarsi certi media gli è bastato sposare le posizioni atlantiste ed europeiste, rinnegando tutti i vecchi principi, a partire dal celeberrimo “uno vale uno”.
Stefano Folli, già una settimana fa, quando la crisi fra il titolare della Farnesina e Conte si era fatta tangibile, spiegava su la Repubblica che il giovane di Pomigliano non ha più molto in comune né con l’ex premier né con «quel che resta dello spirito originario del grillismo». Anzi: Di Maio adesso fa parte dell’establishment. In certi passaggi del pezzo sembrava quasi che il giornalista empatizzasse con il fu promotore dell’impeachment al Presidente della Repubblica. A un passo dall’espulsione Di Maio era per Folli diventato «una vittima designata», e «difendendo sé stesso» dagli attacchi del Movimento difendeva anche, e viene da dire soprattutto, «un assetto generale in politica estera che Draghi e Mattarella vogliono tutelare».
Ad addio ai 5 Stelle ormai evidente, sempre su la Repubblica, Matteo Pucciarelli accarezza l’ex vicepremier giallo-verde in modo anche più esplicito. Il suo curriculum non veniva più descritto come quello del bibitaro del San Paolo, ma come «spendibile a 360 gradi». Il suo standing, commentava il giornalista, sarebbe «di quelli che funzionano nel mondo che conta, tra economia e relazioni internazionali». E giù a decantarne i “record”: Pucciarelli racconta che Di Maio è «il più giovane vicepresidente della Camera della storia», che poi è diventato vicepremier, passando per il Ministero del Lavoro e infine due volte da quello degli Esteri. Come se non bastasse arriva anche una lode finale, alquanto singolare: l’ex mister congiuntivo sbagliato avrebbe ora «comprovate capacità politico-camaleontiche che sanno di antica e innata sapienza democristiana». Più recentemente Pucciarelli racconta della completa mutazione di Di Maio: è passato «da movimentista a stratega di palazzo che fonda un nuovo gruppo parlamentare».
Dulcis in fundo, sempre dal fronte Repubblica, è arrivato anche Gianni Riotta, il giornalista tristemente noto, fra le cose, per aver cavalcato con odio la narrazione dei presunti “filo-putiniani” nel nostro Paese. Mandando un “buona fortuna” via twitter al Ministro, ha imbastito improbabili paragoni con personaggi storici d’oltre oceano e non solo: «Bob Kennedy debuttò come segretario Commissione anticomunista McCarthy – ha scritto Riotta – e divenne leader dei diritti umani Usa. Molti dirigenti Pci passarono dallo stalinismo alla Repubblica, il presidente Scalfaro dal moralismo all’unità nazionale. Si cresce, si cambia: good luck Luigi Di Maio».
Ma forse il cambiamento più significativo fra i pezzi grossi dei media è quello di Massimo Giannini, direttore di La Stampa. In diretta a Otto e Mezzoha dichiarato: «Chi lo contestava e criticava perché bibitaro secondo me non aveva capito che cosa stava succedendo in Italia in quel momento […] attaccare un candidato politico perché viene dal popolo è un errore madornale che non andrebbe mai fatto, perché se un bibitaro riesce a entrare nella stanza dei bottoni e magari si fa anche valere, bé questa è la vera democrazia: è la parte bella della democrazia». Da strenuo sostenitore di quella visione, più oligarchica che “liberale” a dire il vero, fatta di autorità, titoli ingannevoli e malcelata superiorità intellettuale-morale, Giannini sembra adesso, nel caso di Di Maio, sostenere che a volte “uno può valere uno”.
La risposta è: 142 milioni e 600 mila. Tanti ne ha Khaby Lame, star del social TikTok, sulla quale recentemente è divenuto il creator più seguito al mondo. Di origini senegalesi, 22 anni, da quando ne ha uno vive con i genitori in Italia, fino ad ora non era mai riuscito a ottenere la cittadinanza italiana. Fino al 2020 di mestiere faceva l’operaio, poi lo scoppiare della pandemia ha costretto lui, come tanti altri, a casa senza reddito. E così, un po’ per caso, è iniziata la carriera da tiktoker, che lo ha portato presto a scalare la vetta dei profili più visitati al mondo. All’inizio di giugno la questura di Milano lo ha convocato per portare a termine le pratiche riguardo la richiesta di cittadinanza, procedura dalle tempistiche inspiegabilmente lunghe in Italia. Ma per fortuna a rassicurare Lame ci ha pensato il sottosegretario di Stato all’Interno Carlo Sibilia, con un post su twitter che non è passato inosservato alle decine di utenti della piattaforma che da anni sono in attesa di ottenere i documenti.
Il percorso per diventare a tutti gli effetti cittadino italiano è estremamente lungo e accidentato: sono necessari 10 anni di residenza sul territorio prima di poter avanzare la richiesta, che può comportare tempi di attesa fino a 3 anni (con il precedente decreto voluto da Salvini i tempi di attesa potevano slittare a oltre 4 anni). Bisogna poi dover sottostare a requisiti precisi, quali il disporre di un reddito adeguato e avere la fedina penale pulita. Questo perché la cittadinanza non è concepita nei termini di diritto, ma di concessione che viene fatta dallo Stato in base all’effettivo interesse della comunità a ricevere il nuovo cittadino.
Recentemente, le difficoltà e i ritardi nell’ottenimento dei documenti hanno impedito al tiktoker di successo Khaby Lame di partecipare a un viaggio di lavoro negli Stati Uniti. Un inconveniente seccante e comune alle centinaia di migliaia di residenti stranieri in Italia, che da anni attendono la concessione dello status di cittadino. Tuttavia Lame non è certo un cittadino come gli altri: i suoi follower gli valgono circa 2,3 miliardi di visualizzazioni sui social. Un bel bacino d’utenza, che non è di certo passato inosservato alla politica. Sarà forse per questo che il sottosegretario di Stato all’Interno Sibilia, con inedito slancio, ha provveduto a rassicurare Lame con un tweet: non preoccuparti, i tuoi documenti sono quasi a posto.
Caro @KhabyLame volevo tranquillizzarti sul fatto che il decreto di concessione della #cittadinanzaitaliana é stato già emanato i primi di giugno dal Ministero dell’Interno. A breve sarai contattato dalle istituzioni locali per la notifica e il giuramento. In bocca al lupo 🇮🇹
Il tweet non è passato inosservato a decine di utenti, che hanno immediatamente sottolineato l’ipocrisia di un tale comportamento. “Mi piacerebbe sapere quanti tweet simili ha indirizzato a cittadini nelle stesse condizioni di Khaby” ha scritto un’utente, mentre un’altra ragazza segnala “Salve sig. Sibilia, anche a me piacerebbe avere la cittadinanza ma non sono una famosissima tiktoker e non ho il reddito abbastanza alto da potermi permettere di compilare la domanda per la concessione della cittadinanza. Sono qui da 20 anni e studio all’università. Può emanare anche per me un decreto di concessione?”.
“Non è giusto che una persona che vive e cresce con la cultura italiana per così tanti anni ed è pulito, non abbia ancora oggi il diritto di cittadinanza. E non parlo solo per me. Il visto e magari la cittadinanza mi renderebbero le cose più facili, ma non sarei contento pensando a tutte quelle altre persone che magari sono anche nate in Italia e non hanno lo stesso diritto” ha dichiarato Lame in un’intervista rilasciata a La Repubblica. A noi non resta che congratularci con Lame per essere arrivato alla conclusione di un percorso a ostacoli che lascia molti indietro. E constatare, per l’ennesima volta, che parità dei diritti e tornaconto politico non possono convivere sotto lo stesso tetto.
Dopo la sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti di ieri, che ha annullato il diritto all’aborto a livello federale, sono già 7 gli Stati americani che hanno bandito la pratica e altri 7 lo faranno nei prossimi 30 giorni. In particolare, in Kentucky, Louisiana, South Dakota, Arkansas, Missouri, Oklahoma e Alabama hanno proceduto a vietare l’aborto nelle ore immediatamente successive all’annullamento della sentenza Roe v. Wade, mentre North Dakota, Utah, Mississippi, Wyoming, Idaho, Tennessee e Texas concluderanno le pratiche nei prossimi 30 giorni.
Si annuncia uno strepitoso futuro, dove sarà possibile il contatto wireless tra macchina e cervello umano. Tu pensi una cosa e la macchina, senza cavi, senza tastiera, senza senza, esegue fedelmente i tuoi desiderata. Ma l’equalizzatore progressista ha in mente altro, esattamente l’inverso, cioè l’uomo che obbedisce alla macchina e fa quello che altri hanno deciso per lui.
Quella messa peggio è la telepatia, bistrattata per decenni dagli scienziati puri e duri, ritenuta di appannaggio soltanto di fattucchiere e/o di soggetti super dotati, derisa come una magia, riabilitata, con fare benevolo, qualche volta da Piero Angela che spiegava quali ne potrebbero essere occasionalmente le basi scientifiche.
Ora la telepatia, di cui i Boscimani australiani sono maestri indiscussi, come ricordava Chatwin, torna alla ribalta sulla scena di una visione futuribile dove il futuro non esiste più, preconizzato dalla macchina infernale che non fa soltanto previsioni atmosferiche o astrologiche ma si infiltra nel nostro libero arbitrio.
Si tratta di una telepatia di controllo, una specie di processo alle intenzioni che espande i dati della tua carta d’identità, definendoti come un soggetto capace di. Tipo diagnosi da clinica psichiatrica di fine Ottocento.
Cosa ce ne facciamo realmente di automatizzare il flusso temporale e decisionale?
Alla lunga rimarrebbe davvero soltanto la follia come extrema ratio. Una follia però benevola, inoffensiva, artistica, sorridente, mille miglia lontana dalla becera telepatia di regime.
[di Gian Paolo Caprettini – semiologo, critico televisivo, accademico]
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