sabato 7 Febbraio 2026
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Russia sospettata di aver violato spazio aereo Finlandia

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Un elicottero militare russo è sospettato di aver violato lo spazio aereo della Finlandia: a comunicarlo, secondo quanto riportato dalla radiotelevisione di Stato finlandese Yle, sarebbe stato il Ministero della Difesa di Helsinki. La violazione dello spazio aereo si sarebbe precisamente verificata oggi lungo il confine orientale della Finlandia, tra le città di Kesälahti e Parikkala, intorno alle 10:40. Per tale motivo, la Guardia di frontiera finlandese avrebbe dunque aperto un’indagine preliminare sull’accaduto. «Questa è la seconda violazione dello spazio aereo commessa da un aereo russo quest’anno», avrebbe inoltre affermato il portavoce del Ministero, Kristian Vakkuri.

Andrea Costa assolto da tutte le accuse: l’assistenza umanitaria non è reato

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Assolto da tutte le accuse in quanto “il fatto non sussiste”: così si conclude la vicenda giudiziaria di Andrea Costa, presidente della onlus romana Baobab Experience, che lo ha visto accusato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Costa aveva infatti aiutato 9 migranti ad acquistare biglietti di treni e autobus per recarsi presso il Campo della Croce Rossa di Ventimiglia, dopo che il presidio dove avevano trovato rifugio a Roma era stato sgomberato dalle forze dell’ordine. È stato lo stesso pubblico ministero chiedere di far decadere tutte le accuse. La vicenda, pur nel suo esito positivo, è da inscrivere in un più ampio contesto di criminalizzazione dell’attività umanitaria che avviene in Italia ai danni degli operatori delle ONG, dalla quale questi non sono tutelati per via di una legislazione incompleta. 

Le indagini a carico di Andrea Costa sono state avviate nel 2016, quando la Direzione nazionale antimafia inizia a indagare su presunti guadagni illeciti dell’associazione intascati con il pretesto dell’accoglienza. Il via libera alle indagini lo ha fornito una conversazione telefonica, giunta dopo mesi di intercettazioni, nel corso della quale Costa parlava di aiutare 8 migranti somali e uno proveniente dal Ciad a raggiungere il campo della Croce Rossa a Ventimiglia acquistando biglietti di treni e autobus. Il presidio di Via Cupa, a Roma, all’interno del quale erano ospitati i migranti era infatti stato sgomberato proprio pochi giorni prima. La condotta di Costa è stata in quel frangente equiparata a quella dei trafficanti di esseri umani, motivo per il quale lui e altri volontari dell’associazione sono finiti nel mirino degli inquirenti.

La nozione stessa di trafficante, tuttavia, implica la definizione di un soggetto che trae vantaggio (verosimilmente economico) dal commercio che porta avanti, in questo caso quello di vite umane. In molti stati europei (non in Italia) la legislazione prevede una distinzione tra l’intervento delle azioni umanitarie e quello dei trafficanti proprio in base al profitto materiale che se ne ricava. Per tale motivo è stato possibile perseguire Costa e per tale motivo, denuncia Amnesty, è quantomai urgente una riforma dell’art. 12 del Testo Unico sull’Immigrazione, riguardante le Disposizioni contro le immigrazioni clandestine

Baobab Experience è una realtà nata nel 2015 “per sopperire alle mancanze delle Istituzioni nella tutela delle persone migranti”. Il 2015 è infatti uno degli anni di maggior afflusso dalle coste nordafricane e le Istituzioni italiane, con le loro carenze e la mancata volontà di costruire un sistema di accoglienza integrato e funzionante, hanno fatto molta fatica a gestire i flussi. Come fatto notare dalla stessa onlus sul proprio sito, anni di lotta all’immigrazione illegale non hanno mai portato all’arresto dei “trafficanti di esseri umani” contro i quali si scaglia la politica. Al contrario, ad essere attaccate sono state più e più volte le ONG e i loro operatori. Nemmeno l’operato della Guardia Costiera Libica, nonostante le evidenze riguardo la sua condotta criminale, è mai stato messo in discussione.

La solidarietà nei confronti di Andrea Costa ha valicato i confini nazionali. Mary Lawlor, relatrice speciale dell’ONU sui difensori dei diritti umani, ha sottolineato in un tweet come il processo “non avrebbe mai dovuto avere inizio” e come “Bisogna smettere di criminalizzare la solidarietà con i migranti”.

Il portavoce di Amnesty, Riccardo Noury, ha anch’egli ricordato come questa indagine si incardini nel contesto “di quel filone della criminalizzazione della solidarietà che ha fatto sì che in questi anni singole persone e organizzazioni di ricerca e soccorso di solidarietà siano state ostacolate e bloccate nella loro azione di difesa dei diritti umani”.

[di Valeria Casolaro]

 

Il Mali ha rotto definitivamente gli accordi con i colonizzatori francesi

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Per il Mali la settimana appena cominciata ha confermato quello che già da tempo era nell’aria: la giunta militare a capo del Paese ha annunciato la fine degli accordi militari presi con la Francia nel 2014. Stipulati con l’intento di combattere il terrorismo jihadista nella zona, i patti – avviati sotto la presidenza Hollande – includevano l’intervento dell’esercito francese per addestrare e assistere le forze militari del Mali.

“Il governo della Repubblica del Mali ha deciso di denunciare (e rinunciare) in primo luogo, il trattato di cooperazione in materia di difesa del 16 luglio 2014. E in secondo luogo e con effetto immediato, l’accordo del 7 e 8 marzo 2013, che determina lo statuto del distaccamento francese della forza Barkhane, e il protocollo aggiuntivo del 6 e 10 marzo 2020, che determina lo statuto dei distaccamenti stranieri della forza Takuba”, ha dichiarato il colonnello Abdoullaye Maiga, portavoce della Giunta.

Perché la decisione di interrompere il legame militare non è stata una sorpresa?

In realtà il fatto che tra Francia e Mali le cose non andassero più bene, era ormai chiaro da molti mesi. L’esercito di Macron aveva già iniziato a lasciare il Paese a inizio febbraio, dopo la decisione presa nel giugno del 2021, quando il Presidente aveva annunciato la fine delle operazioni “Barkhane” e “Takuba”.

Secondo Macron erano venute a mancare le condizioni per proseguire l’accordo. Anche per il Governo maliano qualcosa andava cambiato: a suo dire i patti erano ormai squilibrati e non paritari e le violazioni della sovranità nazionale estremamente frequenti.

Il declino dei rapporti tra i due paesi era comunque già iniziato tempo prima, dopo i due colpi di stato: rispettivamente quelli del 2020 e del 2021. Entrambi guidati dal colonnello Assimi Goïta, hanno incrinato in maniera definitiva i patti fino a quel momento esistenti. C’entra però anche la Russia. La Francia ha più volte lamentato di un eccessivo avvicinamento del paese africano a Putin e al gruppo Wagner, mercenari russi che tecnicamente a partire da dicembre hanno preso il posto di quelli occidentali sul territorio.

C’entra anche, però, una certa insoddisfazione nei confronti della Francia, che di fatto era ed è rimasta nel ruolo di colonizzatrice. La giunta militare ha infatti più volte contestato l’atteggiamento delle forze francesi, accusate di non coinvolgere il Mali nelle decisioni che invece riguardavano proprio il paese. Sarebbe “l’atteggiamento unilaterale del partner francese, che ha deciso il 3 e il 7 giugno 2021, senza consultare il Mali, di sospendere le operazioni congiunte con le forze armate maliane e porre fine all’operazione Barkhane” che avrebbe portato ad una rottura definitiva dei rapporti. E qualcuno se n’era accorto anche dall’altra parte. L’ex-ministro della Difesa francese Hervé Morin aveva ribadito che “siamo arrivati per combattere il terrorismo e ricostruire uno stato su un accordo politico e sembriamo sempre più una forza di occupazione”.

La decisione del Mali pesa – e non poco – sulla Francia, così come in generale tutto l’andamento di una missione militare – una delle più lunghe tra l’altro – che in sostanza ha tendenzialmente creato più danni anziché porre rimedio. Con l’abbandono del Mali, il paese perde infatti una delle regioni strategicamente più importanti per Parigi nel territorio africano.

Quindi non ci saranno più forze occidentali nel paese? Diciamo di no. L’attuale contingente militare francese presente in Mali (circa 4.300 soldati dispiegati nel Sahel, di cui 2.400 nel solo Mali), si sposterà nei paesi vicini.

Un bel cambiamento visto che le truppe francesi erano in Mali dal 2013. Inizialmente su richiesta del governo locale, che si rivolse a Parigi, per contrastare i ribelli Tuareg e i gruppi armati legati ad al-Qaeda che, dopo aver conquistato le regioni del nord, stavano marciando sulla capitale Bamako. Dopo un primo intervento, la Francia poi con il supporto di altri paesi decise quindi di ampliare l’aiuto militare dando il via all’operazione Barkhane.

Composta da oltre 5.000 soldati, Barkhane aveva il compito di riportare stabilità non solo in Mali ma in tutta la regione del Sahel. Agli sforzi francesi in Mali si unirono anche le Nazioni Unite con l’operazione MINUSMA e l’invio di oltre 12.000 caschi blu. Ma negli anni nel paese si è assistito alla progressiva crescita dei gruppi fondamentalisti: sono stati diversi in questi anni gli attacchi in Mali da parte di organizzazioni terroristiche legate allo Stato Islamico e ad Al Qaeda. Simbolo che, nonostante la presenza massiccia di truppe, le missioni delle potenze europee e internazionali hanno fatto acqua da tutte le parti.

[di Gloria Ferrari]

Russia: vietato ingresso nel territorio a premier giapponese Kishida

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La Russia ha deciso di vietare l’ingresso nel suo territorio a 63 cittadini giapponesi: tra questi, il primo ministro del Giappone Fumio Kishida oltre che il ministro degli Esteri Yoshimasa Hayashi e il ministro della Difesa Nobuo Kishi. A renderlo noto è stato proprio il ministero degli Esteri russo, il quale tramite una nota ha fatto sapere che la decisione di “vietare a tempo indeterminato l’ingresso nella Federazione Russa” a tali soggetti è stata presa poiché “l’amministrazione di Fumio Kisida ha lanciato una campagna anti-russa senza precedenti” sostenuta, tra l’altro, da “personaggi pubblici, esperti e rappresentanti dei media del Giappone”. È per questo, dunque, che all’interno della lista degli individui sanzionati compaiono anche direttori di media giapponesi, giornalisti, membri della comunità accademica e numerosi parlamentari giapponesi.

Libertà di stampa: l’Italia sprofonda al 58° posto nella classifica mondiale

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È uscito il nuovo World Press Freedom Index – una classifica annuale che valuta lo stato del giornalismo e il suo grado di libertà in 180 paesi del mondo – e per l’Italia non ci sono buone notizie. Il nostro paese occupa attualmente la 58esima posizione, perdendo 17 posti rispetto al 2021 e al 2020 (quando invece era stabile alla 41esima posizione). L’Italia è stata superata anche da Gambia e Suriname. Nel report, realizzato grazie a interviste rilasciate dai cronisti in forma anonima, la principale novità rispetto agli anni scorsi è legata all’autocensura, ammessa da diversi giornalisti.

Un cambio di rotta che inverte una tendenza che a partire dal 2016 sembrava andare in positivo. Da quell’anno infatti la condizione del giornalismo in Italia aveva fatto un balzo avanti rispetto, ad esempio, a sei anni fa, quando il paese era 77esimo su 180. Il 2022, quindi, ha segnato una battuta d’arresto, dovuta a molteplici fattori.

Come accennato, uno dei fattori che ha particolarmente influenzato la discesa in graduatoria dell’Italia, è l’autocensura: “i giornalisti a volte cedono alla tentazione di autocensurarsi, o per conformarsi alla linea editoriale della propria testata giornalistica, o per evitare una denuncia per diffamazione o altre forme di azione legale, o per paura di rappresaglie da parte di gruppi estremisti o della criminalità organizzata”, si legge nel report.

Il rapporto punta il dito anche su “un certo grado di paralisi legislativa”, spiegando che questa stagnazione governativa sta “frenando l’adozione di vari progetti di legge”, che avrebbero invece l’obiettivo di tutelare l’attività giornalistica. Nello specifico, queste normative andrebbero a circoscrivere meglio il reato di diffamazione (che ad oggi è descritto nell’articolo 595 del codice penale e “si concreta nell’offesa all’altrui reputazione operata a mezzo della stampa) e ad alleggerire delle procedure burocratiche che rendono “più complesso e laborioso per i media nazionali accedere ai dati detenuti dallo stato”. Soprattutto durante e dopo la pandemia.

Rimanendo sull’argomento, il World Press Freedom Index si è espresso anche sulla situazione generata dall’arrivo del coronavirus, e che principalmente ha causato una grossa crisi economica in tutto il paese. Questa difficoltà si è tradotta spesso in una dipendenza dei media dal denaro e “dagli introiti pubblicitari e da eventuali sussidi statali, mentre anche la carta stampata sta affrontando un graduale calo delle vendite”.

Una pressione e intromissione statale che ha avuto modo di farsi notare anche nella “polarizzazione della società italiana durante la pandemia”. Da questo punto di vista il rapporto sottolinea i pur sparuti casi di “giornalisti oggetto di aggressioni verbali e fisiche perpetuate durante le proteste contro le misure adottate dalle autorità per combattere la pandemia”. Non si lega invece la denunciata autocensura dei giornalisti al clima di polarizzazione che è stato alimentato dai media stessi, dove non si può certo dire che le opinioni di minoranza siano state ospitate in modo degno, ma spesso stigmatizzate.

Andando oltre l’Italia, come se l’è cavata il resto del mondo?

La vetta della classifica stilata da “Reporter senza frontiere” vede la Norvegia al primo posto, seguita da Danimarca e Svezia. Anche la Germania, come l’Italia, perde alcune posizioni, scendendo dalla 13esima alla 16esima. Un balzo invece per il Regno Unito che passa dalla 33 alla 24. L’ultimo posto spetta invece alla Corea del Nord, preceduta da Eritrea e Iran. La Russia si piazza al 155esimo posto su 180.  

In generale, l’indice ha comunque rilevato che il 73% dei paesi considerati è caratterizzato da situazioni gravi o comunque problematiche per giornalismo e giornalisti. Solo 8 paesi (rispetto ai 12 dell’anno scorso) possono dirsi in una “buona situazione”.

[di Gloria Ferrari]

Lo strano caso dell’ascensorista trovato morto dentro il ministero degli Esteri

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Il pasticciaccio brutto che è costato la vita a Fabio Palotti è iniziato e finito nel giro di 15 lunghissime ore, da mercoledì pomeriggio alla mattina di giovedì. Più o meno a metà del suo turno pomeridiano, lo hanno sentito lanciare strazianti grida di aiuto, rimbombate nel silenzio della tromba di un ascensore, ed è stato inghiottito dal buio e dalla solitudine, tanto che per ritrovare il suo corpo straziato c’è voluto un bel po’. E chissà quanto ancora sarebbe stato necessario, se il caso non avesse fatto notare la sua auto ancora parcheggiata dal giorno precedente ad un suo collega che passava da lì. Un’ennesima morte sul lavoro con un particolare degno di nota, il luogo del fatto, e alcuni punti oscuri che saranno da chiarire, come la scomparsa del telefonino che la vittima aveva con sé.

Di certo c’è che la tragedia di  Fabio sia l’ennesima morte sul lavoro in Italia. In questi casi si parla di morti bianche, come se servisse o bastasse a renderle meno drammatiche e più gentili, in un Paese che registra numeri spaventosi: 1404 vittime l’anno scorso, quasi 4 morti ammazzati al giorno mentre si guadagnavano il pane, 422 da gennaio allo scorso 30 aprile.

Fabio Palotti, 39 anni, due figli piccoli (il secondo di 2 anni), era un operaio della ditta Smae, specializzata in manutenzioni di impianti come gli ascensori. La sua ditta aveva un appalto al ministero degli Esteri, per gestire e tenere in ordine i 4 ascensori che servono dipendenti e ospiti della Farnesina. Anche l’ultimo giorno della sua vita, Fabio è partito da Torre Maura, dove viveva con la famiglia, per recarsi al lavoro in centro. Dalla periferia sconfinata dell’Urbe, dove i palazzi con i marmi e i capitelli del centro lasciano il posto a sconfinate distese di palazzoni e di case e villette in parte o del tutto abusive, ma regolarmente condonate, al cuore della città e del potere, il palazzo al ministero. Uno dei tanti pendolari che formicolano a Roma in senso centripeto e centrifugo, a intervalli regolari. Turno dalle 14 alle 22, la mattina c’era un collega e già qualcuno potrebbe chiedersi come mai un lavoro tutto sommato non privo di rischi, come quello di infilarsi dentro gli ascensori e penzolare a decine di metri da terra, non preveda obbligatoriamente almeno un paio di persone per volta, in modo da non lasciare mai solo chi lo fa. Oppure la legge e le norme lo prevedono, e la Smae ha avuto una deroga. Chissà.

Fabio ha parcheggiato la sua auto davanti alla Farnesina e ha preso servizio come tutti gli altri giorni. Diceva che il suo mestiere non è pericoloso, basta attenersi alle misure di sicurezza, ma la sua morte violenta e atroce qualche dubbio non può non lasciarlo. A parte il fatto, il punto macroscopico e clamoroso di questa tragedia, è che si è consumata tutta all’interno del ministero degli Esteri. Ossia dentro una delle principali istituzioni di questo Paese, una di quelle che nemmeno a dirlo, dovrebbero appunto garantire e tutelare la vita e la sicurezza dei cittadini italiani.

Invece con Fabio è andata molto diversamente, e in un modo anche piuttosto strano. Ha preso servizio alle 14 come da turno, ricevendo il badge al varco di controllo gestito dai carabinieri. Ma proprio quella tessera mai riconsegnata a sera, evidentemente, non è stata notata da nessuno. Un pomeriggio di ordinario e solitario lavoro, il suo, filato liscio fino a quando almeno un funzionario della Farnesina ha sentito – e poi lo ha raccontato – le urla e la richiesta di aiuto di una voce disperata, quella dell’operaio. È  successo, secondo la sua testimonianza, tra le 18.25 e le 19 di mercoledì 27 aprile. Alle 18.25, peraltro, il suo cellulare ha smesso di essere usato, l’ultima traccia risale a quell’orario: e il suo cellulare, che Fabio Palotti aveva insieme a quello aziendale, è sparito e risulta ancora irreperibile.

Non è ancora chiaro cosa sia successo in quella mezz’ora scarsa che si è fumata via la vita di Fabio. Le ipotesi degli inquirenti, a quanto risulta, riguardano una distrazione fatale, forse una dimenticanza, ma anche un malfunzionamento del meccanismo di blocco dell’ascensore, che invece di essere in sicurezza, sarebbe precipitato addosso all’operaio che lavorava sotto, nel tunnel, sfracellandolo all’impatto e offendendo in modo tragico il suo corpo. C’è anche l’ipotesi agghiacciante che siccome nessuno ha capito o ha visto, l’ascensore sia stato utilizzato poi altre volte, colpendo e martoriando ogni volta di più il cadavere. L’autopsia eseguita al Gemelli ha certificato “ferite devastanti” che hanno lesionato il corpo dell’operaio in modo definitivo. Per il medico legale, Fabio è morto all’istante, schiacciato dalla cabina dell’ascensore che si è abbattuta su di lui spegnendo la sua giovane vita. Ma se non c’era niente da fare per lui, resta il fatto che ci sarebbe stato molto da fare nei momenti e nelle ore a seguire, quando suo malgrado l’operaio è diventato un disperso e nessuno è riuscito a capire cosa fosse successo.

I carabinieri del presidio dentro alla Farnesina, quelli che gli hanno consegnato il badge, hanno fatto un controllo dopo che il funzionario li ha avvisati di aver udito le grida disperate, ma evidentemente il loro controllo non ha riguardato l’ascensore e la presenza di Fabio dentro l’immobile. A sera, anzi a notte, la moglie che lo aspettava a casa e non lo ha visto rientrare, non si è preoccupata più di tanto, perché aveva avuto una discussione col marito e pensava si fosse fermato a dormire dai genitori, suoi suoceri: cose normali di normale vita di coppia, a volte, ma stavolta una coincidenza che ha allontanato al giorno successivo il ritrovamento del cadavere dell’operaio. Rinvenuto alle 9 di mattina circa, dopo che appunto un suo collega ha notato la sua auto parcheggiata davanti al ministero degli Esteri, quando non avrebbe dovuto essere (ancora) li. Il pm titolare delle indagini, Giovanni Conzo, ha aperto un fascicolo per omicidio colposo contro ignoti. Le indagini, con una scelta non proprio azzeccatissima e di opportunità, sono condotte dagli stessi carabinieri. Secondo l’avvocato Michele Montesoro, legale della famiglia di Fabio, è molto grave che il cellulare personale dell’operaio non sia stato ancora trovato. Avrebbe dovuto essere addosso all’operaio o forse caduto nell’impatto, ma la tromba di un ascensore non è una prateria della Siberia: fatto sta che in questa bruttissima storia dove di chiaro non c’è quasi nulla, è un ulteriore elemento di opacità e dubbi. Può darsi che se salterà mai fuori, ci racconterà qualche elemento in più sull’orribile e incredibile fine di Fabio Palotti, schiacciato da un ascensore dentro alla Farnesina e dimenticato come un fantasma fino al giorno successivo, in un luogo che tra l’altro per motivi di sicurezza dovrebbe contare anche le cicche cadute sui pavimenti. È morto sul lavoro proprio il 28 aprile, giorno che dal 2003 viene dedicato ogni anno alla sicurezza sul lavoro da ILO, International Labour Organization: un destino che definire beffardo è dir poco.

[di Salvatore Maria Righi]

Giovanni Melillo è il nuovo procuratore nazionale antimafia

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Giovanni Melillo è stato nominato nuovo procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo, dopo aver ottenuto la maggioranza delle votazioni (13) dal Consiglio Superiore della Magistratura. Sconfitti Nicola Gratteri, che ha ricevuto 7 voti, e Giovanni Russo, che ne ha avuti 5. Melillo, 61 anni e originario di Foggia, dal 2017 ricopriva la carica di procuratore a Napoli. In precedenza era stato sia sostituto che procuratore aggiunto e aveva trascorso 8 anni alla Procura nazionale antimafia come sostituto.

Maremma, tre aziende sotto accusa per sfruttamento braccianti

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Tre aziende agricole della Maremma avrebbero sfruttato centinaia di braccianti impiegati in nero, di provenienza sia italiana che straniera. È quanto rivelato da un’inchiesta della Guardia di Finanza, che ha portato alla luce le “opprimenti condizioni di lavoro” dei braccianti. Questi sarebbero stati sottoposti a turni di 15-16 ore al giorno con una retribuzione di appena 2,50 euro l’ora, in un contesto lavorativo nel quale subivano continue minacce di licenziamento e aggressioni verbali. I responsabili delle tre aziende sono stati denunciati per intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro.

Il Tribunale di Padova ha bocciato l’obbligo vaccinale? No, non proprio

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Nelle ultime ore su chat e siti di controinformazione, così come un quotidiano nazionale come La Verità, si è diffusa la notizia secondo la quale il Tribunale di Padova avrebbe bocciato l’obbligo vaccinale per i sanitari tramite una sentenza che accoglie il ricorso di un’operatrice sanitaria sospesa poiché non sottopostasi al vaccino anti Covid. I titoli proposti dalle testate che hanno trattato la notizia sono netti e perentori: “Il tribunale asfalta Draghi: garanzie zero con il vaccino” titolava ieri in apertura di prima pagina il quotidiano diretto da Maurizio Belpietro. Ma le cose non stanno così. In primis non si tratta di una sentenza, ma di un’ordinanza in giudizio cautelare, una distinzione che non è solo formale, ma sostanziale. Leggendo in toto il provvedimento in questione, non è difficile comprenderne la reale portata: si tratta di una riammissione a tempo e di natura cautelare, in attesa di un giudizio di merito che verrà in altra sentenza.

Motivando il provvedimento, infatti, il giudice tra le altre cose afferma che quella di riammettere in servizio la ricorrente sia allo stato degli atti “la misura cautelare più idonea a garantire provvisoriamente il diritto della ricorrente nelle more del giudizio di merito”. È proprio questo il punto omesso da praticamente tutti coloro che hanno parlato della vicenda, dal quale emerge che accogliendo il ricorso della ricorrente il giudice ha solo temporaneamente disposto la sua reintegra. L’espressione “nelle more del giudizio di merito”, nel linguaggio giuridico, indica il periodo che precede la definizione della sentenza, arco di tempo in cui quanto stabilito dal giudice avrà dunque valore. In altre parole, la ricorrente potrà tornare al lavoro sottoponendosi al tampone solo in attesa della decisione nel merito, che potrà confermare o sconfessare quanto stabilito. Si tratta di una distinzione che i giornalisti dovrebbero conoscere, quantomeno quelli che si occupano di temi giuridici, dove il rischio di fare disinformazione è alto.

Il giudizio cautelare nell’ambito del quale è stata pronunciata l’ordinanza, inoltre, è stato introdotto con ricorso “ex art 700 c.p.c. (codice di procedura civile)”, il quale prevede che “chi ha fondato motivo di temere che durante il tempo occorrente per far valere il suo diritto in via ordinaria, questo sia minacciato da un pregiudizio imminente e irreparabile, può chiedere con ricorso al giudice i provvedimenti d’urgenza, che appaiono, secondo le circostanze, più idonei ad assicurare provvisoriamente gli effetti della decisione sul merito”. Ciò significa che, in pratica, l’operatrice sanitaria ha effettuato il ricorso poiché nell’attesa della sentenza il suo diritto (in questo caso quello svolgere la propria attività lavorativa) sarebbe stato pregiudicato mentre il giudice, dal canto suo, ha emesso l’ordinanza in questione in quanto sulla base degli elementi al momento in suo possesso le ragioni della ricorrente sembrano essere fondate.

Contestualizzata quindi in maniera precisa la decisione del giudice, è adesso bene fare luce su alcune significative motivazioni fornite dallo stesso, effettivamente interessanti. Tra queste, vi è soprattutto il fatto che “l’obbligo vaccinale imposto ai lavoratori in questione non appare idoneo a raggiungere lo scopo che si prefigge, quello di preservare la salute degli ospiti”, il che renderebbe la relativa norma (decreto legge n. 44/2021) irragionevole “ai sensi dell’art. 3 Cost”. “Può infatti considerarsi notorio il fatto che la persona che si è sottoposta al ciclo vaccinale può comunque contrarre il virus e può quindi contagiare gli altri”, afferma il giudice, sottolineando che “la garanzia che la persona vaccinata non sia infetta è pari a zero” mentre “la persona che, pur non vaccinata, si sia sottoposta al tampone, può ragionevolmente considerarsi non infetta per un limitato periodo di tempo”. La garanzia che quest’ultima non abbia contratto il virus “non è assoluta, ma è certamente superiore a zero”, precisa in tal senso il giudice, che ha dunque accolto il ricorso ed ordinato alla resistente di “far riprendere immediatamente il lavoro alla ricorrente, a condizione che ella si sottoponga a proprie spese, per la rilevazione di SARS-COV-2, al test molecolare, oppure al test antigenico da eseguire in laboratorio, oppure infine al test antigenico rapido di ultima generazione, ogni 72 ore nel primo caso ed ogni 48 negli altri due”.

Insomma, non una vera e propria fakenews, ma un titolo altamente ingannevole e una notizia trattata senza conoscere alcuni elementi base di diritto che permettono di leggerla correttamente. In parole povere quello che il giudice ha stabilito è semplicemente che il ricorso della sanitaria potrebbe avere un fondamento e, per evitare possibili discriminazioni, l’ha riammessa temporaneamente al lavoro, in attesa che un’altra sentenza decida se effettivamente l’obbligo vaccinale debba essere considerato illegittimo. “Tribunale di Padova: i ricorsi contro gli obblighi vaccinali potrebbero avere un fondamento”, questo sarebbe stato un titolo corretto. Non certo “Il tribunale asfalta Draghi” o “Il tribunale affossa l’obbligo vaccinale” come titolato su alcune testate.

[di Raffaele De Luca]

La soia nascosta nel piatto e le sue conseguenze

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La soia, un legume ricco di proteine e per questo molto utilizzato nelle diete vegane e vegetariane è anche un ottimo mangime. È per questo che, indirettamente, anche chi non ha mai mangiato soia e derivati in realtà ne consuma una grande quantità. Negli ultimi 40 anni, la produzione del legume è quintuplicata e il motivo è strettamente legato al crescente consumo di carne, pesce uova e latticini. Il legume finisce ovunque, trasformando l’alimentazione dei cittadini europei in una delle cause maggiori della deforestazione e dell’inquinamento, senza che essi ne siano pienamente coscienti. Ogni cittadino europeo consuma in media 60,6 kg di soia ogni anno, di cui oltre 55 kg (90 %) si insidia nella carne, nel pesce e in altri cibi derivati dagli animali. E l’uso diretto della soia come alimento vero e proprio? Soli 3,5 chili l’anno.

Una realtà di cui si è sentito parlare ma non tanto nel dettaglio come invece è possibile comprendere attraverso la nuova ricerca Mapping the European Soy Supply Chain (Mappatura della catena di approvvigionamento della soia europea), commissionata dal WWF per la campagna Food4Future. Un progetto volto a sensibilizzare sempre più i consumatori, specialmente su alcuni ingredienti di cui non si ha idea possano essere presenti in determinati alimenti. La ricerca sottolinea come appunto il 90% della soia consumata dai soli cittadini europei sia ingerita “inconsapevolmente”. Perché nella gran parte dei mangimi utilizzati negli allevamenti, c’è appunto il legume tanto ricco di proteine. E vista la richiesta sempre maggiore che è andata di pari passo al consumo di alimenti derivati dal mondo animale, le coltivazioni di soia hanno iniziato a rappresentare un grave problema. Basti pensare che in Sud America foreste e savane essenziali per la biodiversità sono state distrutte per la creazione di terreni coltivabili. Tra il 2019 e il 2020, il raccolto mondiale di soia ha raggiunto un volume di 340 milioni di tonnellate, occupando una superficie totale di 123 milioni di ettari. E dell’ingente quantità di soia coltivata, circa il 75%  è destinato alla sola produzione di mangimi.

Una tendenza che non sembra potere cambiare direzione. In Sud America c’è stata una crescita sempre maggiore che è destinata a raddoppiare entro il 2050. Un altro problema legato alla coltivazione della soia è poi relativo al “necessario” uso di pesticidi: ne consegue che il legume è per oltre l’80% geneticamente modificato. Questo il “lato oscuro” della soia, solitamente coltivata in monocolture in spazi dove prima sorgevano importanti foreste naturali, per potere poi produrre mangimi tanto richiesti col fine di creare ciò di cui si nutrono gli animali da allevamento. Gli stessi che poi finiscono nei piatti della stragrande maggioranza della popolazione, non abbastanza informata da rendersi conto quale sia la storia “nascosta” dietro ai propri pasti.

[di Francesca Naima]