La Corea del Nord ha lanciato un missile balistico verso il Mar del Giappone: si tratta del 14° test quest’anno ed è stato effettuato a meno di una settimana di distanza dalla cerimonia di giuramento del neoeletto presidente sudcoreano Yoon Suk-yeol. Seul ha esortato Pyongyang a fermare immediatamente i test balistici, ritenuti una violazione delle risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e una minaccia alla pace nella penisola.
Martedì 3 maggio
8:00 – Mariupol, ripresa evacuazione civili da acciaieria Azovstal.
9:00 – Arrestato in Francia boss camorrista Antonio Cuozzo Nasti: era latitante dal 2014.
10.00 – Libertà di stampa: l’Italia perde 17 posizioni nella classifica mondiale, ora è al 58° posto.
10.30 – Il presidente della Croazia: «metteremo il veto all’ingresso di Svezia e Finlandia nella NATO».
11.00 – La California è riuscita per la prima volta a soddisfare il 100% del fabbisogno energetico con le rinnovabili.
12.00 – Il Mali ha annunciato la cessazione di ogni rapporto militare con la Francia denunciando il neocolonialismo.
13.20 – Putin firma lista dei “paesi ostili” a cui vietare export materie prime, presente anche l’Italia.
13:40 – Assolto il presidente di Baobab Experience, Andrea Costa, era accusato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.
15.00 – Dopo l’evacuazione dei civili la Russia riprende l’assalto all’acciaieria di Mariupol dove sono barricati combattenti ucraini.
16.00 – Il Governo italiano vara i commissari per i rigassificatori e per gli inceneritori.
17.00 – La Tasmania ora assorbe più anidride carbonica di quanta ne emette, è uno dei primi paesi al mondo a riuscirci.
20.00 – Ucraina: esplosioni a Leopoli, Kiev e Dnipro, allarme antiaereo in tutto il Paese.
Guerra Ucraina, Putin a Macron: Occidente smetta di consegnare armi a Kiev
“L’Occidente potrebbe aiutare a fermare queste atrocità influenzando il governo di Kiev, nonché fermando le consegne di armi all’Ucraina”: è ciò che avrebbe affermato – secondo quanto riportato dal Cremlino – il presidente russo Vladimir Putin durante un colloquio telefonico con il presidente francese Emmanuel Macron. Nello specifico, Putin avrebbe pronunciato tali parole in riferimento ai “crimini commessi dalle forze ucraine ed ai massicci bombardamenti di città e comunità nella regione del Donbass che hanno provocato vittime civili”, i quali verrebbero ignorati dagli Stati membri dell’Ue. “La Russia rimane aperta al dialogo nonostante tutte le incongruenze relative alla posizione di Kiev e la sua riluttanza a prendere sul serio questo argomento”, avrebbe inoltre aggiunto Putin.
Turchia, piano per il rimpatrio di un milione di siriani
«Stiamo preparando un nuovo progetto per il ritorno volontario di un milione di fratelli siriani che si trovano nel nostro paese come ospiti», ha dichiarato nelle scorse ore il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, per poi aggiungere: «Circa 500.000 siriani sono tornati nelle aree sicure create dalla Turchia con operazioni oltre confine a partire dal 2016», in riferimento alle azioni militari condotte da Ankara sia contro l’ISIS sia contro i curdi negli ultimi anni. In base a un accordo del 2016, la Turchia riceve fondi dall’Unione europea in cambio dell’impegno a tenere chiuse le frontiere a coloro che tentano di migrare illegalmente verso l’Europa.
In Italia, e in tutta Europa, torna a crescere l’uso di pesticidi in agricoltura
Secondo quanto emerso dai dati Eurostat pubblicati nella giornata di ieri dalla Commissione Europea, nel 2020 ben 340mila tonnellate di pesticidi sono state vendute in Europa. Si parla soprattutto di fungicidi e battericidi (43 % del totale), poi seguono erbicidi, abbattitori di scorie e abbatti muschi, (35%) e insetticidi e acaricidi (14%). In Italia, dove sono state fatte e sono in corso diverse battaglie contro sostanze chimiche nocive, sono comunque 31.644.123 le tonnellate di pesticidi vendute nel 2020. Un aumento pericoloso considerando che nel 2019 dal Paese ne erano state acquistate 24mila. Comunque, nonostante ci sia ancora molto lavoro da fare per un’agricoltura meno contaminata e contaminante, il dossier dello scorso anno di Legambiente dal titolo “Stop Pesticidi” aveva dato speranza registrando un piccolo calo dei residui di pesticidi negli alimenti.
La situazione è senza dubbio meno preoccupante rispetto una decina di anni fa, quando le tonnellate di pesticidi acquistate in Italia corrispondevano a oltre 43mila (2011) e c’era una presenza ben più alta di agenti chimici negli alimenti. L’Italia rimane comunque uno dei principali Paesi europei (con Spagna, Francia e Germania) che coprono il 75% del numero totale di pesticidi venduti nell’Unione. Prima è la Spagna (37.915.957 tonnellate vendute nel 2020), poi invece segue il Bel Paese, poi la Francia con 26mila tonnellate e dopo ancora la Germania con poco meno di 10mila tonnellate. Ma anche la Gran Bretagna ormai fuori dall’Europa, nello stesso anno ha superato le 20mila tonnellate. Tornando al caso italiano, ci sono state movimentazioni nel corso degli anni per far sì di mettere al primo posto la salute pubblica e la sostenibilità ecologica, ma le lobby e il Governo sembrano silenziosamente contrastare più che appoggiare chi cerca di limitare l’uso di sostanze ormai dimostrato essere pericolose. Come il caso dell’uso del glifosato (notoriamente dannoso e altamente inquinante) quando i Comuni intenti a vietarne l’uso hanno cercato invano l’appoggio del governo della “Transizione ecologica”. E non serve guardare al passato per capire che servirebbe un’azione contro l’uso dell’erbicida tanto diffuso: a inizio anno a Pavia è scattato l’allarme contaminazione.
Per quanto le strategie Farm to Fork e Biodiversità, punti fondamentali del Green Deal europeo che cerca un futuro sostenibile, debbano essere seguite da ogni stato membro (e rincuora sapere come alcuni miglioramenti siano iniziati ad emergere), i nuovi dati Eurostat mettono la pulce nell’orecchio, che forse si potrebbe fare molto di più. Piuttosto che comprare pesticidi, investire lo stesso denaro in progetti sostenibili in parte già esistenti e che cercano un appoggio troppo spesso inesistente dai piani alti. Ne è un esempio la recente guerra, dove sembra che l’Europa per evitare possibili mancanze, si sia dimenticata degli obiettivi relativi alla sostenibilità. Come la presentazione del pacchetto di leggi per dimezzare l’uso di pesticidi nell’Unione Europea, che a causa della guerra è stata rimandata a data da destinarsi. E volere evitare una possibile crisi per carenze di cibo, ma offrendo alimenti dannosi e aumentando l’inquinamento (basti guardare i continui scandali alimentari dell’ultimo periodo) non sembra poi la soluzione più sana.
[di Francesca Naima]
Russia: Putin firma decreto su nuove misure in risposta a “azioni ostili” Stati stranieri
Il presidente russo Vladimir Putin, al fine di “tutelare gli interessi nazionali”, ha firmato un decreto sulle nuove misure economiche in risposta alle “azioni ostili di alcuni Stati stranieri e organizzazioni internazionali”: a riportarlo è l’agenzia di stampa russa Tass, la quale specifica che il decreto “vieta di adempiere agli obblighi e concludere accordi con persone fisiche e giuridiche straniere rientranti nella lista dei sanzionati, nonché di esportare materie prime e prodotti dalla Russia nell’interesse di tali persone”. A tal proposito, il governo russo “è stato incaricato di approvare un elenco di individui sanzionati dalla Russia entro dieci giorni e di determinare criteri aggiuntivi per accordi e obblighi da classificare come vietati in conformità al decreto”.
Costretti a lottare per la salute al tempo della transizione ecologica
“Green”, “sostenibile”, “ecocompatibile”, “bio”: gli slogan della transizione ecologica sono ormai ovunque. Dal cibo che mangiamo, al sapone che utilizziamo: tutto sembra concepito nel rispetto dell’ambiente e della salute umana. Andando però oltre le pubblicità – e il relativo greenwashing – la realtà che si presenta è un’altra. In Italia, si stima che solo l’inquinamento atmosferico abbia causato, nel 2019, circa 65 mila morti premature. Una “epidemia” silenziosa con focolai sparsi qua e là lungo tutta la Penisola. E non è la sola in atto. Ai decessi legati ad un più generico inquinamento dell’aria, si sommano quelli correlati ad altre contaminazioni, spesso più puntuali, per le quali – se non altro – è possibile individuarne i diretti responsabili. Sono questi i casi che più frequentemente mobilitano le masse, in cui si pretende giustizia, dove però non è affatto scontato ottenerla. Lottare per la salute e un ambiente sano, infatti, significa prima accendere i riflettori, poi sperare che si venga ascoltati e, solo infine, confidare che la legge faccia il suo dovere.
L’altra faccia del Bel Paese
L’Italia ospita bellezze storiche e naturalistiche ambite dalla maggior parte dei Paesi del globo. Tuttavia, oltre il buon cibo, le spiagge e l’architettura, l’Italia vanta anche dei primati tutt’altro che invidiabili. La nostra penisola ospita la Pianura Padana, l’area geografica in assoluto più inquinata d’Europa, l’acciaieria più grande e letale del Vecchio Continente e un numero spaventoso di siti particolarmente contaminati. E questi sono solo gli esempi più eclatanti. I cittadini diretti interessati, però, solo raramente se ne sono stati con le mani in mano. Tra proteste, denunce e scioperi, la maggior parte dei casi di grave inquinamento è stata debitamente attenzionata e, qualche volta, i decisori politici non hanno potuto far altro che cambiare le cose. Basti pensare al caso dell’inquinamento da Sostanze perfluoroalchiliche (Pfas) in Veneto, «il più grande inquinamento Pfas d’Europa per importanza ed estensione. Probabilmente – come l’ha definito il ricercatore del CNR che ha seguito la questione – il più grande anche del mondo se escludiamo la Cina». Tra Vicenza, Verona e Padova, sono ormai centinaia di migliaia le persone con concentrazioni oltre il limite di queste sostanze nel sangue. Sostanze notoriamente tossiche e particolarmente pericolose per i più giovani. Una vicenda drammatica che, tuttavia, non avrebbe preso i risvolti attuali se le persone non si fossero ribellate. In prima linea, il “Comitato Mamme No Pfas” che dopo anni di battaglie è riuscito a portare il caso davanti l’Alto commissariato delle Nazioni Unite e fatto sì che la condanna per i responsabili individuati – per il 97%, l’azienda Miteni Spa – fosse sempre più vicina. C’è poi il ben più noto caso dell’acciaieria di Taranto. Secondo quanto stabilito dalle perizie ufficiali, le emissioni dell’allora Ilva hanno causato un totale di 11.550 morti, con una media di 1.650 morti all’anno, soprattutto per cause cardiovascolari e respiratorie. 26.999 le persone ricoverate, con una media di 3.857 ricoveri l’anno. Dati i numeri, difficilmente la vicenda tarantina sarebbe passata inosservata (già a settembre 2013 la Commissione Europea avviò una procedura di messa in mora nei confronti dell’Italia) – ma le mobilitazioni hanno fatto sì che non si battesse mai la fiacca. La situazione, ad oggi, non si può ancora definire risolta, ma chi ha inquinato negligentemente sta iniziando a pagare. Tra politici, ex proprietari e legali, le pene inflitte ai responsabili del disastro ambientale e sanitario ammontano a 127 anni. Di questo, tra gli altri, gioiscono i “Genitori tarantini”, l’associazione che ha organizzato cortei e diverse iniziative per la tutela della salute e di commemorazione. Parlando di inquinamento e mobilitazioni, poi, non si può non menzionare la vasta area a cavallo tra Napoli e Caserta, tristemente nota come “Terra dei Fuochi”. Il termine, utilizzato per la prima volta nel Rapporto Ecomafie di Legambiente del 2003, sintetizza la tragica situazione campana: interramento di rifiuti speciali, discariche abusive e un numero imprecisato di roghi tossici che sprigionano diossina e altri gas inquinanti nell’atmosfera. Anche qui, non a caso, la correlazione con un incremento della mortalità per specifiche patologie è accertata e inquietante. La popolazione interessata, così, ogni anno marcia «contro una piaga che uccide ancora». Sono milioni le persone stanche di respirare, giorno e notte, fumo nero. Che la Terra dei Fuochi smetta presto di uccidere non ci credono in molti, ma piccole conquiste sono state già portate a casa. Come il caso della controversa discarica di Chiaiano, definitivamente chiusa dopo anni di opposizione popolare.
Contro la contaminazione fossile
Se non si fosse capito, l’Italia primeggia in Europa per inquinamento industriale. E tra tutti gli impianti inquinanti, ce ne sono poi, da noi come altrove, alcuni dalle particolari criticità. Stiamo parlando delle centrali termoelettriche alimentate a carbone, le principali responsabili delle emissioni di sostanze inquinanti e gas serra. Tra i 211 siti europei nel complesso più contaminanti, al 2017, 13 erano proprio in Italia.

Il carbone è un killer silenzioso che diviene poi ancor più letale se ha come complice una gestione che ha occhi solo per il profitto. Emblematico, in questo senso, il caso della centrale di Vado ligure della ex Tirreno Power. Il 14 dicembre, il processo contro i 26 indagati per disastro ambientale e sanitario colposo, ha fatto un importante passo avanti. Sono stati infatti ascoltati i consulenti tecnici di “Uniti per la Salute”, il comitato cittadino dal cui esposto del 2010 è nata l’indagine. Questi, hanno presentato dati incontrovertibili sugli eccessi di mortalità, nella zona e nel periodo d’indagine, ben oltre la norma. Qui, è bastata una manciata di cittadini, spinta dalle giuste motivazioni, a far crollare un colosso energetico. Tra chiusure e tutt’altro che rassicuranti conversioni al gas naturale, l’era del carbone, comunque, sembra avvicinarsi alla fine. Non si può però dire altrettanto dell’industria fossile nel complesso, la quale, anche escludendo la fonte più inquinante, solo in Italia, vanta un numero di disastri ecologici unico al mondo. Basti pensare ad Eni, l’orgoglio tutto italiano, l’azienda più inquinante della Penisola, nonché responsabile di alcuni dei siti più contaminati d’Italia. Giusto per citarne un paio: il Centro olio Val d’Agri, in Basilicata, e la zona industriale di Livorno-Collesalvetti, in Toscana. Anche in questi casi, e soprattutto alla luce di uno o più illeciti ambientali smascherati, le proteste non sono mancate. Tuttavia, si ha come l’impressione che l’efficacia di queste si indebolisca proporzionalmente alla maggiore influenza politica ed economica dell’azienda accusata. D’altra parte, mai come nel caso dell’industria fossile le lotte per la salute e quelle per l’ambiente vanno di pari passo. Comunque sia, non c’è più spazio per il petrolio. A sottolinearlo, anche il presidio del movimento Fridays For Future che, a maggio 2021, ha dato vita alla protesta “Many against Eni” proprio davanti la raffineria del Cane a sei zampe di Stagno. «Un caso – come lo hanno descritto gli attivisti nel corso dell’occasione – paradigmatico del modello di finta transizione voluta dal governo e dalle multinazionali».
La lotta per il reato di ecocidio
Tutti questi casi, oltre a minacciare la salute pubblica e la salubrità ambientale, hanno anche altro in comune: una definizione legale. Si tratta di ecocidi, ovvero, i crimini a spese di ecosistemi marini e terrestri, alla flora e alla fauna all’interno di questi, nonché l’impatto che ne deriva sul clima e le comunità. Il termine, coniato nel 1970 dal biologo statunitense Arthur Galston, solo recentemente è tornato alla ribalta. In particolare, grazie ad un gruppo di lavoro formato da avvocati e legali internazionali riuniti nella coalizione Stop Ecocide International. Questi hanno messo a punto una definizione giuridica di ecocidio e chiesto che il reato venga aggiunto ai crimini di cui si occupa la Corte penale internazionale dell’Aja, insieme ai crimini di guerra, ai crimini contro l’umanità e ai genocidi. Per raggiungere questo obiettivo, già nel 2017, è stata lanciata una prima campagna pubblica, «ma – come spiega Jojo Mehta, presidente della coalizione – è negli ultimi due o tre anni che c’è stato un cambiamento significativo: i cittadini e i politici oggi ascoltano con molta più attenzione quello che chiediamo da anni. A mio avviso succede perché, da un lato, c’è più consapevolezza dell’urgenza di un cambiamento, dall’altro, le mobilitazioni di massa per il clima, hanno acceso ulteriormente l’attenzione. Oggi i temi del clima e dell’ambiente sono ampiamente diffusi e se ne parla anche sui media mainstream. Il risultato è che anche temi che potevano sembrare ‘estremi’, come la nostra proposta, vengono percepiti in modo diverso». Qualche paese, come la Francia, il Regno Unito e il Messico, ha già iniziato ad introdurre il reato nei propri codici penali. E l’Italia? Sebbene il nostro paese riconosca diversi reati ambientali perseguibili penalmente, l’introduzione del più generico ecocidio potrebbe fare la differenza. Un reato ad ampio spettro, infatti, includerebbe ogni crimine ecologico senza lasciare spazio a scappatoie normative. Basti pensare che, nonostante le sanzioni previste, nel 2020, l’anno della pandemia, tutti i reati hanno subito una qualche battuta d’arresto, tranne gli illeciti ambientali. Secondo il rapporto Ecomafia 2021 di Legambiente, sono stati quasi 35 mila, lo 0,6% in più rispetto al 2019.
[di Simone Valeri]
Isole Vergini, in centinaia per manifestare contro governo diretto Regno Unito
Centinaia di persone nelle Isole Vergini Britanniche si sono riunite nella giornata di ieri per protestare contro la proposta di porre i territori sotto diretto controllo del Regno Unito. Un rapporto commissionato da un rappresentante della regina Elisabetta e rilasciato venerdì sosterrebbe che le Isole dovrebbero essere governate da Londra per “ripristinare gli standard di governance” ai quali la gente lì “ha diritto”. In tutta risposta ieri i manifestanti si sono trovati di fronte all’ufficio del governatore con cartelli che recitavano “No al governo UK”.







