martedì 24 Marzo 2026
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Il XIV vertice dei BRICS annuncia l’intenzione di ridefinire l’ordine mondiale

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Riformare la governance globale, elaborare un sistema di pagamento alternativo allo Swift, creare una nuova valuta di riferimento internazionale: sono alcuni dei punti più importanti emersi ieri al XIV summit dei Paesi BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica), tenutosi quest’anno sotto la presidenza cinese di Xi Jinping. A conclusione del Vertice – intitolato “Rafforzare la partnership BRICS di alta qualità, entrare in una nuova era di sviluppo globale” – i cinque Paesi hanno adottato la Dichiarazione di Pechino del XIV Summit BRICS che tra i punti più importanti comprende quello intitolato “Rafforzare e riformare la governance globale”: ciò implica ripensare gli assetti di potere e richiede necessariamente un ridimensionamento del ruolo del dollaro, con l’obiettivo di abbandonare il sistema unipolare “americanocentrico” per orientarsi maggiormente verso un modello geopolitico multipolare. Il leader cinese ha dichiarato che le cinque principali economie emergenti «devono agire con senso di responsabilità per portare una forza positiva, stabilizzante e costruttiva nel mondo».

Nato ormai quasi vent’anni fa, il gruppo dei BRICS rappresenta una coalizione economica e geopolitica il cui peso è cresciuto notevolmente negli anni sia dal punto di vista economico che politico: i cinque Paesi hanno un’economia più grande di quella di tutti i paesi occidentali messi insieme alla fine della Seconda guerra mondiale e rappresentano il 40% della popolazione del mondo, il 23% del PIL globale e il 18% del commercio internazionale. Infine, contribuiscono alla crescita economica complessiva per il 50%.

Nel tempo il principale obiettivo dei BRICS è diventato quello di porsi come polo alternativo internazionale a quello occidentale dominato dall’anglosfera e, dunque, di rappresentare un’alternativa al G7. Tanto che dalla stampa occidentale il vertice è già stato ribattezzato come “contro G7”: una delle finalità delle cinque potenze è quello di smantellare la globalizzazione così come è stata architettata dal sistema economico-finanziario occidentale – che ha comportato immensi divari tra le economie del Sud del mondo e quelle occidentali avanzate – per costruirne una più equilibrata all’insegna di un paradigma politico, economico e geopolitico più equo che rispetti le singole sovranità nazionali.

Il presidente russo Vladimir Putin, nel corso del suo intervento di ieri al vertice, ha dichiarato che «Siamo convinti che ora più che mai la leadership dei paesi BRICS nello sviluppo di un percorso unificante e positivo verso la formazione di un sistema veramente multipolare di relazioni interstatali basato su norme di diritto internazionale universalmente riconosciute e sui principi chiave della Carta delle Nazioni Unite è richiesta». Ha contestato quindi le politiche macroeconomiche di alcuni Stati, con un implicito riferimento al sistema economico-finanziario occidentale: «solo sulla base di una cooperazione onesta e reciprocamente vantaggiosa possiamo cercare vie d’uscita dalla situazione di crisi che si è sviluppata nell’economia mondiale a causa delle azioni mal concepite ed egoistiche dei singoli Stati, che, utilizzando meccanismi finanziari diffondono i propri errori a tutto il mondo nella politica macroeconomica» ha asserito.

Dal canto suo, il presidente cinese ha condannato fermamente le sanzioni unilaterali occidentali e l’espansione sconsiderata di certe alleanze militari, con riferimento indiretto alla NATO, rinsaldando così quell’amicizia “senza limiti” sancita con la Russia all’apertura dei giochi olimpici di Pechino lo scorso febbraio. Il leader cinese ha affermato quindi che bisogna «abbandonare la mentalità della Guerra Fredda, bloccare il confronto e opporsi alle sanzioni unilaterali e all’abuso delle sanzioni», con l’obiettivo di superare «i piccoli circoli egemonici per formare una grande famiglia appartenente a una comunità con un futuro condiviso per l’umanità».

Il club delle potenze emergenti sta lavorando già da tempo ad un sistema di pagamenti alternativo allo Swift, nonché alla creazione di una nuova valuta di riserva internazionale, basata sulle monete di ciascuno dei Paesi membri in aperta funzione anti-dollaro. È proprio sulla divisa americana, infatti, che si fonda gran parte del potere occidentale e che si basa altresì la facoltà di utilizzare le sanzioni come arma politica e geopolitica.

Questa iniziativa suona come una vera e propria provocazione nei confronti dell’asse occidentale, il quale non accetta di vedere ridimensionato il proprio ruolo nello scacchiere internazionale. Per quanto, infatti, l’operazione di creazione di una nuova valuta sia un processo ancora mediamente lungo, ciò appare sempre più inevitabile sull’onda dei grandi cambiamenti della storia. A riguardo, Wang Lei, direttore del Center for BRICS Cooperation Studies presso la Beijing Normal University, ha dichiarato al giornale cinese Global Times che «questa è una chiara tendenza al cambiamento nell’equilibrio di potere globale, che mostra come il potere non sia più monopolizzato dagli Stati Uniti. L’Occidente avrebbe bisogno di abituarsi a questa tendenza e abbracciarla, piuttosto che contenerla».

Ad accomunare i Paesi BRICS vi è poi il fatto che nessuno di essi ha condannato l’operazione militare speciale russa in Ucraina, continuando, al contrario, a rafforzare i legami politici ed economici con Mosca. Alla luce di questo, la teoria dell’isolamento della Russia, propagandata incessantemente dal blocco atlantico, risulta come la conseguenza più vivida della convinzione dei Paesi liberal-democratici, secondo cui il mondo si riduce alla sola sfera occidentale. La questione ucraina ha confermato inequivocabilmente che si tratta di un grave errore di prospettiva dietro il quale si nasconde probabilmente una sorta di egocentrismo delle nazioni del “primo mondo”, incapaci di ripensare il proprio ruolo nel teatro internazionale per non dover perdere lo “scettro di comando”.

Nella Dichiarazione finale, i BRICS hanno ribadito la loro apertura ai colloqui tra Russia e Ucraina per una soluzione diplomatica, condannando anche l’uso delle armi nucleari: “il nostro impegno è per un mondo libero da armi nucleari. Una guerra nucleare non può essere vinta e non deve mai essere combattuta”. In generale, la gran parte dei contenuti del vertice è orientata a ripensare l’ordine mondiale e può essere considerata un messaggio al club del G7, il cui vertice si aprirà domenica in Germania, e al summit della NATO previsto la prossima settimana.

[di Giorgia Audiello]

Turchia annuncia intesa sul grano

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Il ministro della Difesa turco Hulusi Akar ha fatto sapere che è stato trovato un “consenso generale” tra le parti per sbloccare l’esportazione di grano dai porti dell’Ucraina. «È stato raggiunto un consenso generale sulla creazione di un centro a Istanbul per le operazioni e la gestione sicura e ininterrotta di questa attività da parte di soldati turchi, russi e ucraini insieme, oltre che con l’Onu», ha fatto sapere Akar, come riporta Hurriyet, aggiungendo che «nei prossimi giorni ci potrebbero essere sviluppi positivi e si potranno adottare misure concrete».

La spesa militare nel mondo

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Di conflitti attorno al mondo ce ne sono veramente molti, ma quello che più di tutti ha riacceso il dibattito in Europa è quello tra Russia e Ucraina. C’è una questione, in particolare, di cui si discute da tempo ma la cui attualità non smette mai di interessare e suscitare polemiche. Stiamo parlando di quanto spendono gli Stati in tutto il mondo per portare avanti il proprio esercito e, più in generale, tutto il comparto che finisce sotto il nome di Difesa. Prima di passare ai numeri, riprendiamo un momento uno degli ultimi episodi che ci ha riguardato da vicino: il 16 marzo il nostro Parlame...

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USA: la Corte Suprema abolisce il diritto all’aborto

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La Corte Suprema degli Stati Uniti ha annullato la storica sentenza Roe w. Wade, con la quale nel lontano 1973 venne sancito a livello federale il diritto all’aborto. A quasi 50 anni di distanza, con sei voti a favore e tre contrari, la Corte ha stabilito che non esiste un diritto all’interruzione volontaria di gravidanza. Ora si tornerà quindi nella situazione in cui ogni stato Usa potrà liberamente approvare proprie leggi in materia. Una situazione che potrebbe riportare l’orologio indietro in molti di essi. Prima della sentenza del 1973, infatti, in oltre la metà degli stati Usa l’aborto era considerato un reato e non poteva essere esercitato in nessun caso, incluso lo stupro, l’incesto e i casi di gravi rischi correlati al parto per la donna.

Albicocca: il frutto straordinario

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Le albicocche sono un frutto che arriva di stagione a fine giugno, sono straordinarie perché contengono pochissimo fruttosio tra gli zuccheri che sono presenti nel frutto. Si tratta di un frutto prezioso anche perché ricchissimo di carotenoidi come il beta-carotene, sostanza in grado di proteggerci dallo stress ossidativo dell’esposizione al sole tipica della stagione estiva.

L’albicocca ha meno fruttosio di altri frutti

In Italia raggiungono la piena stagionalità a giugno-luglio, ma possiamo gustarle fino a tutto settembre se l’annata è buona e molto soleggiata. Un frutto davvero prezioso perché contiene meno fruttosio rispetto ad altri frutti come le mele, pere, banane o il melone (tutti molto ricchi in fruttosio). In totale questo frutto ha solo 9 grammi di zuccheri per 100 g di prodotto, e 2 grammi di fibra. Lo zucchero più presente è il saccarosio (circa 6 grammi), poi il glucosio, un po’ di maltosio e appena 0,9 g di fruttosio, contro i 6 grammi di fruttosio della mela ad esempio). Come sappiamo ormai da molti dati scientifici, il fruttosio è lo zucchero più dannoso per la salute ed è quello che più di tutti determina l’aumento di peso, al contrario di quanto si possa pensare. Quindi il fatto che un frutto ne contenga meno è un bene e un vantaggio, anche se la frutta e i suoi zuccheri non costituiscono mai un’insidia per la salute, ciò che è dannoso sono gli zuccheri aggiunti negli alimenti e nei prodotti industriali. Nella frutta, madre natura oltre agli zuccheri ha inserito saggiamente i loro antidoti, che sono i seguenti: fibre, antiossidanti, vitamine ed enzimi.

Rinforzano il sistema immunitario e sono protettive per cuore e arterie

Le albicocche, grazie alle loro proprietà nutritive, rafforzano il sistema immunitario e contribuiscono alla salute degli occhi, della pelle, dei capelli, delle gengive. Ma aiutano anche il bilanciamento della pressione sanguigna, la funzionalità cardiaca e contrastano la formazione di placche sulla parete interna delle arterie, grazie al potassio che è un minerale fondamentale per il regolamento fisiologico dei valori pressori. Una pressione sanguigna regolare permette un funzionamento ottimale del sistema cardiovascolare, mentre l’ipertensione arteriosa compromette la salute del sistema e produce danni alle pareti arteriose.

Ottime per la prevenzione dei tumori

Le albicocche sono un ottimo alimento per la prevenzione dei tumori. Secondo le Linee Guida per la prevenzioni dei tumori pubblicate ogni 5 anni dall’American Cancer Society, le albicocche e altri alimenti ricchi di beta-carotene riducono il rischio di cancro alla laringe, all’esofago e ai polmoni. Le albicocche, ricche di antiossidanti, tengono sotto controllo i radicali liberi, proteggendo dai tumori della pelle.

Il loro colore arancio è dato dall’enorme miniera di carotenoidi che sono contenuti nel frutto. I carotenoidi sono un gruppo di pigmenti naturali, di colore dal giallo al violetto, presenti soprattutto nella frutta (agrumi, albicocche, ciliegie, angurie etc) e nella verdura (vegetali molto verdi come gli spinaci o la rucola, pomodori, carote, peperoni, zucca…). Al gruppo dei carotenoidi appartengono l’alfa e il beta carotene, la luteina, il licopene e la zeaxantina. Di particolare importanza per l’uomo è la trasformazione, soprattutto del beta-carotene, in vitamina A, a livello della mucosa intestinale, che permette di ottenere questa vitamina essenziale per l’organismo umano. I carotenoidi sono importanti per la loro azione foto-protettiva contro i danni dei raggi ultravioletti del sole, per la stimolazione del sistema immunitario e come antiossidanti nei confronti dei radicali liberi in genere che si producono in tutto l’organismo.

Comprale dal piccolo produttore, non al supermercato

Si consiglia di fare il pieno di albicocche in questi mesi estivi, mangiandone un po’ tutti i giorni, e possibilmente scegliendo quelle di agricoltura non intensiva, in quanto saranno più ricche di sostanze antiossidanti e vitamine nonché di gusto. Acquistate quindi quelle biologiche oppure da piccole aziende del territorio che non hanno produzioni estese e che non coltivano i loro prodotti per la Grande Distribuzione dei supermercati. In ogni regione italiana vi sono mercatini locali e piccoli produttori agricoli che vendono la frutta e verdura di stagione direttamente dal produttore al consumatore, senza intermediari.

Questi piccoli produttori, che spesso utilizzano metodi di produzione biologica anche se non provvisti di una certificazione ufficiale rilasciata dal ministero (utilizzano metodi Bio perché hanno una mentalità e coscienza ecologica, non sono orientati al profitto sulla quantità ma alla qualità del loro prodotto), potranno garantirvi mediamente dei prodotti di qualità superiore rispetto alla frutta e verdura che trovate al supermercato. Sono produttori della vostra zona di residenza (quindi non acquisterete frutta che arriva dalla Spagna, dalla Turchia o dal Sud America), hanno prodotti freschi e solo di stagione (il piccolo produttore locale non ha frutta e verdura fuori stagione, e questo è un prezioso vantaggio per i consumatori), quindi poco o nulla trattati con fitofarmaci tipici della agricoltura intensiva industriale, che non segue la stagionalità della frutta e della verdura. Andando a comprare frutta e verdura da loro darete una mano all’agricoltura italiana – sempre più vittima del circuito dei supermercati e delle merci che arrivano dall’estero – e farete un bene alla vostra salute perché mangerete prodotti più sani e più ricchi di nutrienti di quelli che provengono dall’agricoltura intensiva.

[di Gianpaolo Usai]

Bruxelles: salta il vertice sull’energia proposto da Draghi

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È saltato il vertice straordinario sull’energia proposto ieri dal premier Mario Draghi che prevedeva anche la discussione di un tetto al prezzo del gas (price cap). «Non ci sono piani per un summit straordinario a luglio» si apprende da fonti europee mentre è ancora in corso il vertice dei leader.  Il premier italiano e il presidente francese Macron hanno rinsaldato l’asse sulla richiesta di un intervento europeo sull’energia. Nella strategia di Palazzo Chigi il tetto al prezzo del gas si configurerebbe come una sanzione con cui rispondere a Mosca che, ormai da settimane, sta usando l’energia come un’arma. Ad essere contrari, però, sono i Paesi del nord come Olanda e Germania, i quali temono che la decisione possa portare alla chiusura definitiva dei rubinetti del gas da parte del Cremlino.

Il governo concede l’immunità e l’inviolabilità al bio-laboratorio di Trieste

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Il governo italiano ha conferito piena immunità e inviolabilità al Centro internazionale per l’ingegneria genetica e la biotecnologia (ICGEB) di Trieste, oltre che agli scienziati che vi lavorano. Viene inoltre elargito un finanziamento annuo di 10 milioni di euro e l’utilizzo gratuito di circa 8.000 metri quadrati di edifici. ICGEB ha vari laboratori nel mondo ed è partner strategico dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite. ICGEB nasce nel 1983 come progetto dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per lo sviluppo industriale (UNIDO), diventando poi, nel 1994, un Organizzazione Internazionale autonoma che riunisce 65 Stati membri, oltre alla partnership di diverse organizzazioni private. In merito a queste ultime riscontriamo la presenza della Bill and Melinda Gates Foundation, della New England BioLabs Inc. (attiva in varie ricerche in campo biotecnologico) e di Genethon, azienda che si autodefinisce “leader nel campo della terapia genica”.

Dal sito di ICGEB, per i laboratori di Trieste, leggiamo circa il lavoro svolto: “I programmi di ricerca comprendono progetti scientifici di base come il controllo dell’espressione genica, la replicazione del DNA, la riparazione del DNA e l’elaborazione dell’RNA; studi su virus umani quali HIV, HPV e rotavirus, immunologia molecolare, neurobiologia, genetica molecolare, ematologia sperimentale e terapia genica umana. I programmi di ricerca di ciascun Gruppo sono periodicamente valutati attraverso visite in loco che coinvolgono panel internazionali di scienziati con competenze specifiche nei rispettivi campi, le cui raccomandazioni sono riportate al Consiglio Scientifico ICGEB. Le attività di ricerca dei laboratori ICGEB Trieste sono supportate anche da un gran numero di sovvenzioni concesse da varie agenzie di finanziamento internazionali”.

In data 16 giugno, sulla Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana, è stata pubblicata la LEGGE 19 maggio 2022, n. 66, Ratifica ed esecuzione dell’Accordo tra il Governo della Repubblica italiana e il Centro internazionale per l’ingegneria genetica e la biotecnologia (ICGEB) relativo alle attività del Centro e alla sua sede situata in Italia, con Allegato, fatto a Roma il 21 giugno 2021.

All’art. 3 troviamo i finanziamenti che lo Stato italiano si impegna a fornire al Centro, in una cifra stabilita di 10 milioni di euro annui.

All’art. 7, Inviolabilità del Centro, troviamo scritto: “Il Centro è inviolabile e le sue proprietà e i suoi beni, ovunque situati e da chiunque detenuti, godono della immunità di giurisdizione”. Al comma 2 è stabilito che: “Nessun funzionario del Governo o chiunque eserciti una pubblica funzione sul territorio della Repubblica Italiana può entrare nella sede del Centro per esercitarvi le proprie funzioni senza il consenso del Direttore e alle condizioni approvate dal Direttore”. Al comma 4 si sancisce: “Gli archivi del Centro, e in generale tutti i documenti e i materiali messi a disposizione, appartenenti al Centro o utilizzati dal Centro, ovunque situati in Italia e da chiunque detenuti, sono inviolabili”.

L’art. 11, Esenzione da imposte, dazi, restrizioni all’importazione o all’esportazione, prevede: “Nell’esercizio delle proprie funzioni ufficiali, il Centro, i suoi beni, i fondi e le ulteriori proprietà saranno esenti da: a. qualsiasi imposizione diretta; b. qualsiasi imposizione indiretta relativa agli acquisti, alle transazioni e ai servizi; c. qualsiasi forma di dazi doganali, imposte, prelievi, tasse, pedaggi e qualsiasi altra tassa, proibizioni e restrizioni sulle importazioni ed esportazioni sui beni di qualsiasi tipo del Centro.

L’art. 12 riguarda invece i funzionari del Centro e stabilisce che: “1. I funzionari godono, all’interno e nei confronti della Repubblica Italiana, dei seguenti privilegi, immunità e agevolazioni: a. immunità di giurisdizione per gli atti da essi compiuti in veste ufficiale (parole e scritti comprese); tale immunità di giurisdizione continuerà ad essere accordata anche qualora le persone interessate non fossero più impegnate nell’esercizio di tali funzioni; b. esenzione da qualsiasi imposta sugli stipendi e sugli emolumenti versati dall’ICGEB; 4. Oltre ai privilegi e alle immunità specificate nel presente articolo, il Direttore gode per sé stesso e per i suoi familiari, dei privilegi, immunità, esenzioni ed agevolazioni concessi agli Ambasciatori che sono capì di missione ma che non sono cittadini italiani o non hanno residenza permanente in Italia. 5. A tutti i funzionari dell’ICGEB sarà fornita una carta di identità speciale che certifica il fatto che sono funzionari dell’ICGEB che godono dei privilegi e delle immunità specificati nel presente Accordo”.

Con l’art. 15, come con ogni entità e istituzione statale, si istituisce l’immunità e l’inviolabilità per Rappresentanti degli Stati membri.

Insomma, come una sorta di Stato nello Stato, l’ICGEB gode di uno status speciale che permette al Centro, e ai suoi lavoratori, di godere di immunità e inviolabilità, oltre a diritti e privilegi, che escludono lo Stato italiano da ogni possibilità di controllo e supervisione sulle attività svolte dal bio-laboratorio di Trieste che, lo ripetiamo, è impegnato in attività di ingegneria genetica e biotecnologica.

[di Michele Manfrin]

L’Unione europea va di nuovo a sbattere sull’ex Jugoslavia

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Il Consiglio europeo ha riconosciuto all’Ucraina e alla Moldavia lo status di paesi candidati a entrare a far parte dell’Unione. I rappresentanti dei 27 stati membri hanno approvato le richieste avanzate da Kiev il 28 febbraio e dalla Moldavia il 3 marzo scorso, dichiarando di essere pronti a concedere lo status alla Georgia quando il paese avrà affrontato le priorità messe in luce dalla Commissione europea nel parere di venerdì 17 giugno. Si tratta del processo decisionale riguardante l’allargamento dell’Unione più veloce della storia comunitaria, che di riflesso ha generato malumori durante il fallimentare vertice UE-Balcani Occidentali di ieri. Al centro della protesta lo stallo della situazione di Sarajevo – che ha presentato domanda nel 2016 e ha ricevuto la risposta positiva della Commissione sub conditione – e il contemporaneo sorpasso di Ucraina e Moldavia.

Austria, Slovenia e Croazia avevano infatti deciso di bloccare le discussioni sull’adesione di Ucraina e Moldavia fino a quando non si fosse trovata almeno una risposta parziale alla crisi bosniaca. Il Consiglio europeo ha così dovuto fare delle concessioni durante la conclusione del vertice e sì è dichiarato pronto a concedere lo status di paese candidato alla Bosnia ed Erzegovina, invitando la Commissione a riferire in merito all’attuazione delle 14 priorità-chiave dell’Unione e dei 19 punti presenti nell’accordo di Bruxelles, siglato nelle scorse settimane con Sarajevo per impegnare tutti i partiti nazionali a preservare uno stato «pacifico, stabile, sovrano e indipendente». Si tratta di un insieme di riforme strumentali, secondo il presidente del Consiglio europeo Charles Michel, al raggiungimento dello status di candidato e all’adesione definitiva nell’Unione. Riforme che riguarderanno anche Ucraina e Moldavia prima della fase di negoziazione, l’ultimo step che separa un paese dalla firma del trattato di adesione. Tuttavia, non è stato ancora stabilito se e quando saranno avviate le negoziazioni, visti anche i diversi problemi che le rendono per il momento improbabili se non impossibili: conflitto tra Russia e Ucraina, questione della Transnistria, riforme strutturali per adeguarsi a leggi e standard europei e posizione conservatrice da parte di alcuni paesi membri, che non valutano positivamente un’ulteriore espansione dei confini dell’Unione e potrebbero ostacolare i capitoli di negoziazione, dal momento in cui è necessario il via libera all’unanimità.

Balcani e Unione europea. Fonte: Eunews

Ad ogni modo, l’avvio delle negoziazioni non assicura l’adesione all’Unione europea, almeno in tempi brevi. Ne sono un esempio il Montenegro e la Serbia che, dopo aver raggiunto lo status di candidato, hanno avviato i negoziati rispettivamente nel 2012 e nel 2014 senza raggiungere, per il momento, alcun accordo. Discorso a parte merita la Turchia, che ha ottenuto lo status di candidato nel 1999 e ha iniziato la fase negoziale nel 2005, salvo poi essere congelata dal Consiglio affari generali per la politica del presidente Erdoğan. L’iter di Albania e Macedonia del Nord (entrambi candidati) sono attualmente bloccati per il veto di Francia, Paesi Bassi e Danimarca ai danni di Tirana e per quello della Bulgaria nei confronti di Skopje. Il Kosovo non ha invece ottenuto lo status di candidato ma ha firmato con l’Unione l’accordo di stabilizzazione e associazione (ASA). Tutte queste situazioni portano a uno stallo l’area balcanica, in bilico tra la dimensione nazionale e quella europea, che inevitabilmente fa crescere malumori e tensioni, anche a margine di quella che è stata definita dai leader delle istituzioni comunitarie una giornata storica per l’Unione.

[di Salvatore Toscano]

Ucraina, le truppe di Kiev costrette al ritiro da Severodonetsk

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Il governatore della regione di Luganks, Serhiy Haidai, ha comunicato via Telegram che le truppe ucraine “dovranno ritirarsi” dalla città di Severodonetsk, prevalentemente occupata dai russi. Nella giornata di ieri Haidai aveva annunciato il ritiro delle truppe anche dall’area intorno a Lysychansk, riporta Al Jazeera. Severodonetsk “è stata bombardata quasi ogni giorno dai russi per 4 mesi” e “il numero dei morti è in aumento”, ha riferito Haidai.

La protesta dei portuali contro il traffico di armi arriva a Bruxelles

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È stata lanciata dal Collettivo Autonomo Lavoratori Portuali di Genova la proposta di istituire una rete per la condivisione di informazioni sulle rotte delle armi, in modo da poter mettere in atto azioni concrete per contrastare un traffico che alimenta i conflitti tramite l’invio di strumenti di guerra. La proposta, presentata nel corso di un’assemblea presso la sede della Fondazione Rosa Luxemburg, a Bruxelles, è stata avanzata a un giorno di distanza dalla conferenza internazionale contro il transito di armi da porti e aeroporti civili e ha immediatamente raccolto l’adesione di sindacati e attivisti provenienti da vari Paesi europei. Carlo Tombola, dell’Osservatorio Weapon Watch, ha dichiarato al Fatto Quotidiano che «Le esportazioni di cui parliamo, dirette a Paesi in guerra, a norma di legge sarebbero vietate in Italia come nella maggior parte dei Paesi europei: di fatto, questi traffici sono estremamente remunerativi e vengono portati avanti con disinvoltura e impunità da parte di produttori ed esportatori di armamenti, con scarsi controlli e sostanziale disinteresse da parte delle autorità competenti».

La lotta dei portuali di Genova contro il traffico delle armi nei Paesi in guerra precede di molto lo scoppio della guerra in Ucraina. Nel maggio dello scorso anno alcuni lavoratori del porto ligure avevano scoperto un carico di armi nascosto nella stiva della nave Bahri, battente bandiera dell’Arabia Saudita, destinati, secondo quanto da loro riferito, ad alimentare il conflitto in Yemen. Alcuni di loro già si trovavano sotto indagine della magistratura, per episodi analoghi avvenuti in precedenza. L’ultima mobilitazione risale allo scorso maggio, in occasione di un nuovo scalo di una nave Bahri carica di armamenti statunitensi. «Non vogliamo essere complici della guerra movimentando armamenti di qualsiasi tipo e qualsiasi destinazione nei nostri scali» avevano dichiarato in quell’occasione i portuali.

[di Valeria Casolaro]