martedì 24 Marzo 2026
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Aborto, proteste e arresti negli USA

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Venerdì scorso la Corte Suprema degli Stati Uniti ha cancellato la sentenza Roe vs Wade del 1973, che tutelava il diritto costituzionale all’aborto nel paese. Sono così scoppiate violente proteste in tutti gli Stati Uniti, dalla costa est alla costa ovest. A New York i manifestanti, i cosiddetti pro-choice, si sono radunati a Bryant Park, nel cuore di Manhattan e almeno 25 di loro sono stati arrestati. Proteste e interventi della polizia si sono registrati anche a Phoenix, Los Angeles e Washington.

CPR di Caltanissetta: i migranti protestano sui tetti dopo i pestaggi della polizia

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Sabato 25 giugno nel Centro di Permanenza e Rimpatrio (CPR) di Caltanissetta i detenuti hanno messo in atto una protesta sui tetti della struttura per denunciare la grave carenza di assistenza sanitaria e i pestaggi della polizia. La protesta aveva come obiettivo di sollevare l’attenzione dei rappresentanti del Consolato tunisino, affinché si recassero sul posto a constatare la situazione di violenza e degrado cui sono costretti a vivere i migranti all’interno del CPR. Nel corso delle proteste i detenuti hanno anche denunciato di aver subito violenze da parte della polizia: un giovane tunisino sarebbe infatti stato trascinato dietro le telecamere e brutalmente picchiato da alcuni agenti.

A denunciare quanto accaduto è l’ONG LasciateCIEntrare, contattata dagli stessi migranti che intendevano denunciare la mancanza di assistenza sanitaria all’interno della struttura, a fronte di situazioni di necessità anche gravi. Nemmeno a seguito del pestaggio del giovane tunisino da parte degli agenti, denunciano i migranti, è intervenuto il medico a prestare soccorso. A dare ulteriore conferma di tale situazione è un operatore del 118, il quale avrebbe riferito a LaciateCIEntrare che le ripetute chiamate effettuate dai migranti al pronto soccorso di Caltanissetta, per denunciare situazioni di necessità anche gravi, venivano bloccate dalla polizia con la motivazione che la struttura disponeva già di un medico. L’ambulanza, riferisce il comunicato di LasciateCIEntrare, è riuscita a entrare nella struttura solamente alle 18.30.

A fronte di tali abusi, i migranti sono saliti sul tetto della struttura per chiedere un ai rappresentanti del Consolato tunisino di recarsi a verificare con i propri occhi le condizioni di reclusione all’interno del CPR. D’altronde, le gravi carenze gestionali dei Centri di Permanenza e Rimpatrio sono oggetto di diversi report e denunce da parte delle autorità da tempo. La Relazione al Parlamento 2022 riguardante la situazione delle carceri italiane, presentata pochi giorni fa dal Garante dei diritti dei detenuti – nella quale i CPR rientrano a pieno titolo perché veri e propri centri di detenzione amministrativa -, ha sottolineato come l’utilizzo di tali strutture non contribuisca ad aumentare o velocizzare i rimpatri, questione che “apre la questione della legittimità di tale trattenimento quando sia già a priori chiaro che il rimpatrio verso quel determinato Paese non sarà possibile”. Come sottolineato nel rapporto, il problema migratorio “continua ad essere affrontato, nei suoi miglioramenti e nelle persistenti problematicità, in termini emergenziali e non strutturali“, fattore che non contribuisce a trovare soluzioni reali alle problematiche esistenti.

[di Valeria Casolaro]

Cos’è il Golden Power, l’arma usata da Draghi per frenare la Cina

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Il Governo sarebbe stato «convintamente europeista e atlantista», diceva Mario Draghi in occasione del suo insediamento, un proposito che l’attuale Presidente del Consiglio sta difendendo con i denti anche in quei contesti che non finiscono sotto i riflettori. Superato il palcoscenico che si è creato attorno a guerra, pandemia e alti costi della vita, la politica sta infatti sfruttando il cosiddetto “golden power” per frenare l’avanzata dell’influenza cinese.

Con l’anglicismo golden power si vanno a sintetizzare colloquialmente quei “poteri speciali nei settori della difesa e della sicurezza nazionale” che il Governo italiano si è garantito con il d.l. 15 marzo 2012 n. 21, ovvero la possibilità di porre condizioni e veti nell’acquisizione estera di aziende italiane considerate strategiche. Tra la crisi economica, la vulnerabilità imprenditoriale post-pandemica e il rimodellamento della globalizzazione, questi poteri sono sempre più al centro delle strategie estere, in Italia come altrove.

A inizio giugno, l’opzione di intervento è stata sfruttata dall’Amministrazioni Draghi per bloccare i desideri di espansione della cinese Efort Intelligent Equipment (Efort), la quale aveva intenzione di espandere la propria quota azionaria della piemontese Robox, passando così dal 40 al 49%. Stando a quanto riportato dalla stampa estera, l’intenzione di Efort era quella di garantirsi il codice sorgente e i dati tecnici alla base del software che ottimizza la gestione del motion control robotico-industriale.

L’unione non s’ha però da fare e non si tratta di un caso isolato. Se è vero che nel 2019 il Governo Conte aveva firmato l’adesione alla nuova via della seta, è anche vero che l’impegno commerciale con la Cina è stato osteggiato non appena Draghi è salito al potere. Dal 2021 a oggi, la politica ha bloccato cinque differenti progetti di investimento: due riguardavano il campo dei semiconduttori, uno l’attività agroalimentare, uno la vendita di droni militari, infine il caso sopra citato.

Le carte firmate da Conte scadranno nel 2024 e non è detto che verranno rinnovate, se non altro perché le azioni del Governo danno a intendere che l’atlantismo rappresenti la strada maestra da perseguire a ogni costo, anche quando gli avversari degli Stati Uniti ci offrono alternative migliori e a prezzi più contenuti. Allo stesso tempo, l’intervento della politica nel Mercato si sta dimostrando sempre più essenziale nel tutelare la resistenza di un Paese.

In diverse occasioni si è scoperto che la tecnologia cinese – ma anche quella statunitense – ha violato i contratti e le leggi europee pur di raccogliere dati e avvantaggiare i propri interessi nazionali, pertanto la cautela non è affatto ingiustificata. Nonostante l’Italia sia spesso bistrattata per la sua arretratezza nell’abbracciare massivamente il digitale, bisogna dunque ricordare che le imprese nostrane rappresentino comunque un’avanguardia della robotica industriale e che lo svenderle a potenze straniere non farebbe altro che impoverire la nazione.

Non ha senso criticare il golden power in quanto fenomeno, tuttavia è necessario registrare come questo sia sempre più al centro della vita diplomatica europea, spesso utilizzato come strumento geopolitico.

[di Walter Ferri]

Il Cremlino smentisce le accuse di default

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Il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov ha risposto alle accuse della stampa occidentale secondo cui Mosca non sarebbe in grado di ripagare il suo debito in valuta estera andando quindi in default tecnico. «È falso parlare di default» ha asserito, aggiungendo che tali accuse sono «infondate, il pagamento in valuta estera è stato effettuato a maggio». Peskov ha quindi spiegato ai giornalisti che i pagamenti sono stati bloccati da Euroclear a causa delle sanzioni occidentali e che questo «non è un nostro problema».
Il pagamento riguarda 100 milioni di dollari di interessi su due obbligazioni, il cui termine era inizialmente fissato per il 27 maggio. Per il portavoce del Cremlino quindi – come riferisce la ‘Tass’ – non c’è motivo di definire la situazione attuale un default.

 

Madrid, in migliaia in piazza per protestare contro la NATO

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Nella giornata di domenica 26 giugno migliaia di manifestanti sono scesi per le strade di Madrid per protestare contro la NATO, a pochi giorni di distanza dal vertice dell’Alleanza Atlantica che si svolgerà nella capitale spagnola il 29 e 30 giugno. Presenti alla manifestazione dirigenti di Sinistra Unita e del leader del Partito Comunista spagnolo (PCE) Enrique Santiago. Assenti rappresentanti o bandiere di Podemos. Santiago, segretario di Stato per l’Agenda 2030, è stata l’unica personalità di spicco del Governo di coalizione presente alla manifestazione. La protesta ha segnato la fine di un week end di contestazione dei partiti di sinistra contro le politiche dell’Alleanza e il vertice di questa settimana.

Guerra e siccità come business: le multinazionali del grano OGM puntano sulla crisi

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L’azienda argentina Bioceres Crop Solutions ha dichiarato di voler condurre dei test – utilizzando il proprio grano OGM – in Australia, per valutare la resistenza alla siccità del prodotto e di conseguenza ottenere l’approvazione per la semina nel 2024. La decisione di esaminare ora le caratteristiche di questo grano geneticamente modificato non è casuale. Lo stesso amministratore delegato della Bioceres, ha ammesso che il periodo è propizio perché i consumatori sono preoccupati. E lo sono per diversi motivi: prima di tutto, a causa dell’aumento del costo dei prodotti come pane e pasta (dovuto principalmente allo scoppio della guerra in Ucraina). Anche le condizioni meteorologiche sempre più estreme (ce ne accorgiamo con il caldo anomalo di questi giorni) alimentano le preoccupazioni: il timore più grande è che in futuro possa aumentare il rischio di carestie globali. Tutti questi fattori, messi insieme, – secondo l’ad dell’azienda – potrebbero portare molte più persone ad accettare le coltivazioni OGM, che negli anni hanno incontrato l’opposizione di agricoltori e acquirenti, visto che «la situazione straordinaria che stiamo vivendo ha creato un contesto diverso da quella che avevamo prima del conflitto e mette il grano al centro».

In generale alcuni paesi stanno mostrando una maggiore apertura nei confronti del tema, soprattutto a causa dei cambiamenti climatici. L’Australia, ad esempio, anche se non ha ancora acconsentito alla semina del grano prodotto da Bioceres, permette la vendita e il consumo degli alimenti derivati dalla sua lavorazione. Al momento la sua coltivazione è prevista in Argentina e Brasile, che sta testando il prodotto nella regione arida della savana “Cerrado”. L’obiettivo è quello di coinvolgere un numero di stati sempre più grande. L’Amministratore delegato di Bioceres ha raccontato di aver avanzato la stessa richiesta fatta all’Australia anche agli USA (in particolare al Dipartimento dell’Agricoltura e alla Food and Drug Administration). Negli Stati Uniti, infatti, il livello di siccità raggiunto dal terreno sta rendendo difficile il raccolto del grano, che spesso finisce per essere decimato.

Affrontando la questione in maniera più ampia, in realtà i fattori di preoccupazione s’intersecano tra loro. La siccità rende i raccolti più scarsi, obbligando molti paesi a rivolgersi altrove per soddisfare il proprio fabbisogno nazionale. Un punto di riferimento, in questo, erano Russia e Ucraina che ora, a causa del conflitto, hanno mandato in tilt un po’ tutti i mercati globali dei cereali, spingendo alla ricerca di alternative. Succede anche nell’Unione Europea, che per molti anni si è fatta portavoce di un approccio piuttosto rigoroso nei confronti delle pratiche agroalimentari. Ma in tempi di crisi le restrizioni potrebbero non essere più così ferree (come nel caso della rivalutazione delle centrali a carbone per produrre energia). Nello specifico, ad oggi, le norme emanate dall’UE prevedono un iter molto lungo per l’approvazione di un prodotto OGM, che ne valuti tutti i rischi.

In Italia invece nelle ultime settimane si è cercato di aggirare “l’ostacolo”. La Camera dei deputati ha approvato l’11 maggio alcune mozioni per chiedere al Governo di aprirsi maggiormente ai nuovi OGM (i TEA, tecnologie di evoluzione assistita) per fronteggiare la crisi del grano. “…ricorrere alle nuove tecnologie genetiche dedicate alle piante per aumentarne, in sicurezza, la produttività e per migliorare la resistenza delle piante alle malattie e ai parassiti, velocizzando i processi che avvengono comunque in modo naturale”. Se approvata, la mozione andrebbe contro al regolamento UE, anche se sul nostro territorio dei paradossi ci sono già. Importiamo da Stati Uniti e dal Sud America, ad esempio, milioni di tonnellate di mais e soia transgenici per nutrire gli animali da allevamento. Gli stessi animali che finiscono sulle nostre tavole.

Associazioni come Greenpeace si sono schierate contro la proposta dei parlamentari, sostenendo che, anziché promuovere colture alternative, “l’Italia dovrebbe altresì migliorare la posizione dei contadini di piccola scala nella filiera, proteggendo le produzioni tipiche e favorendo lo sviluppo dell’agroecologia”.

[di Gloria Ferrari]

Mentre il Piemonte soffre la sete i lavori della TAV continuano a divorare acqua

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Mentre in Piemonte l’emergenza idrica imperversa, con oltre 250 Comuni che hanno emesso o stanno per emanare ordinanze a riguardo, il cunicolo esplorativo del TAV continua a divorare acqua. Lo si apprende da una stima effettuata lo scorso mese di febbraio dal Comitato acqua pubblica Torino e dal Forum italiano dei movimenti per l’acqua sulla base dei dati messi a disposizione dalla stessa azienda che si occupa della realizzazione della linea ferroviaria, la TELT. Secondo i numeri forniti da quest’ultima, il tunnel di Chiomonte ha provocato 245 venute d’acqua (ovverosia fuoriuscite di sensibile quantità dalla parete di scavo), con una portata media complessiva di 102,6 litri al secondo, pari a 3,2 milioni di metri cubi annui, «pari al fabbisogno di 40.000 persone»

Per l’intera galleria di 57 km prevista per la realizzazione della linea ad alta velocità Torino-Lione, la cui lunghezza supera di oltre 8 volte quella del cunicolo esplorativo essendo lo stesso lungo 7 chilometri, «si può ipotizzare, al termine dello scavo, la fuoriuscita di un volume d’acqua ogni anno pari a 24.590.500 metri cubi corrispondente al fabbisogno idrico annuo di 300.000 persone». Tenendo però conto della «doppia canna prevista dal progetto, il dato potrebbe raddoppiare, arrivando a corrispondere al fabbisogno annuo di ben 600.000 persone».

«Non possiamo dire che la galleria definitiva si comporterà nello stesso modo», ha tuttavia spiegato ad Altreconomia Emanuela Sarzotti del Comitato acqua pubblica Torino, sottolineando però che si possa «affermare che c’è una relazione tra quanto si scava e la quantità di acqua che fuoriesce». Venendo poi alla qualità dell’acqua dispersa, bisogna ricordare che si tratta di «acque sotterranee che stanno dentro la montagna e hanno subito un processo di depurazione naturale, penetrando nei suoli». In pratica, «acqua pregiata, che potrebbe soddisfare un’esigenza potabile, tanto è vero che le sorgenti montane sono captate a uso idropotabile». Certo, si potrebbe replicare che l’acqua non sarebbe sprecata, tornando prima o poi in falda, ma si tratterebbe di una tesi errata. Come ha spiegato, sempre ad Altreconomia, Mauro Demaria del Comitato acqua pubblica Torino, in realtà l’acqua in questione «è stata sottratta al suo ciclo naturale e non finirà negli acquedotti ma nella Dora Riparia». «Visto che è necessario raffreddare e depurare l’acqua fuoriuscita dal cantiere per immetterla nel fiume, è presumibile che vi siano costi non indifferenti, economici ed energetici», ha aggiunto Demaria, sottolineando che «per renderla nuovamente potabile occorrerebbero ulteriori trattamenti e altra energia».

A tutto ciò si aggiunga che tale spreco d’acqua riguarda proprio il Piemonte, tra le regioni più interessate dal fenomeno siccità. Basterà ricordare che non solo, come detto, oltre 250 Comuni sono caratterizzati – o stanno per esserlo – da ordinanze relative all’emergenza idrica e per un uso responsabile dell’acqua, ma anche che le acque del Po non sono mai state così basse da 70 anni a questa parte e che gli invasi sono al minimo storico, mostrando una riduzione media del 40% o addirittura del 50% rispetto alla media tradizionale. Non è un caso dunque che l’incontro tra la Conferenza delle Regioni e il Capo Dipartimento della Protezione Civile Fabrizio Curcio, volto ad affrontare il tema dell’emergenza idrica, sia arrivato in seguito alla richiesta dello stato di emergenza per siccità avanzata in primis dal Piemonte ed abbia prodotto buoni risultati per la Regione. Il presidente del Piemonte e gli assessori alla Difesa del Suolo, all’Ambiente e all’Agricoltura hanno infatti comunicato che sono stati riconosciuti alla Regione tutti i requisiti per poter ottenere lo stato di emergenza, la cui dichiarazione a livello nazionale, d’altronde, sembra essere sempre più vicina.

[di Raffaele De Luca]

Elezioni comunali: vince il centrosinistra

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Il centrosinistra ha vinto il secondo turno delle elezioni comunali, conquistando al ballottaggio molte delle principali città al voto: Verona, Parma, Piacenza, Catanzaro, Monza e Alessandria. Il centrodestra, invece, al secondo turno conquista la vittoria a Lucca, Sesto San Giovanni e Frosinone. Damiano Tommasi, ex calciatore, sarà il prossimo sindaco di Verona, consegnando al centrosinistra una città che da 15 anni era una roccaforte del centrodestra. Si registra, tuttavia, un’affluenza molto bassa, intorno al 42%, che è un chiaro segnale ai partiti. Il centrodestra paga le divisioni interne. Grande esultanza, invece, per il PD che è convinto che il risultato «rafforzi il governo».
«Da domani ci mettiamo a testa bassa sulle politiche», ha affermato il Segretario del partito, Enrico Letta, con grande soddisfazione.

Domenica 26 giugno

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6.00 – Ucraina, attacco missilistico su Kiev: un morto e 4 feriti.

7.00 – Comunali, al via oggi ballottaggi in 65 Comuni.

9.00 – G7, al via oggi vertice delle potenze mondiali: focus su guerra, energia e clima.

11.00 – USA, Biden firma legge bipartisan su controllo armi: “è la legge più significativa approvata negli ultimi 30 anni”.

12.00 – Sudafrica, 22 giovani senza segni di violenze fisiche ritrovati morti in un nightclub: ignote le cause.

16.00 – Madrid, migliaia in piazza per protestare contro vertice NATO che si svolgerà questa settimana nella capitale spagnola.

16.30 – Ecuador, revocato stato di emergenza per proteste indigeni: al via colloqui.

17.00 – Istanbul, decine di arresti a manifestazione Gay Pride.

 

 

Ecuador, revocato lo stato di emergenza per proteste indigeni

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Il presidente dell’Ecuador Guillermo Lasso ha revocato lo stato di emergenza che era stato imposto in sei province del Paese per via delle proteste indigene delle scorse settimane. La decisione ha seguito i primi colloqui ufficiali tra funzionari del governo e rappresentanti del CONAIE, la più grande organizzazione indigena dell’Ecuador, che aveva indetto le proteste per chiedere la riduzione del prezzo del carburante, un controllo sui prezzi dei prodotti agricoli e l’aumento del budget destinato all’istruzione. Le autorità hanno dichiarato che i disordini sono costati 50 milioni di dollari al giorno all’economia e hanno dimezzato la produzione giornaliera di carburante, la principale esportazione dell’Ecuador.