martedì 24 Marzo 2026
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In Sardegna l’eolico è un business senza regole, i cittadini si mobilitano per fermarlo

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In Sardegna è iniziata la corsa all’eolico: sono diverse le compagnie che hanno depositato in varie Capitanerie di porto dell’isola richieste per le concessioni demaniali quarantennali per la realizzazione di parchi eolici marittimi. Si tratta di centinaia di pale che potrebbero in alcuni casi superare i 300 metri di altezza, situate a una distanza dalla costa tra le 4 e le 32 miglia. Non vi è un piano nazionale che indichi le zone idonee in cui realizzarli né sono stati effettuati studi sull’impatto ambientale degli interventi, tuttavia, secondo i protocolli delle Capitanerie di porto, sono disponibili soli 30 giorni di tempo per presentare opposizioni ai progetti. Mentre la Regione e il Ministero dell’Ambiente tacciono su quanto sta avvenendo, i cittadini sardi si sono già organizzati per cercare di impedire che la loro isola subisca un potenziale disastro ecologico e turistico.

I parchi eolici marittimi potrebbero sorgere in numerosi punti, da nord a sud dell’isola. Tuttavia, come ha sottolineato la sindaca di San Teodoro in un articolo di Andrea Sparaciari pubblicato oggi su Il Fatto Quotidiano, «l’energia non andrà ai sardi, che non saranno nemmeno indennizzati per il loro sacrificio». A largo di San Teodoro, in piena Gallura, il progetto di impiantare 65 pale eoliche è della società Tibula energia. Le pale sorgeranno in 3 milioni e 182 mila metri quadri di mare tra Olbia e Siniscola e avrebbero una potenza totale di 975 megawatt, sufficienti per un milione di persone, ma tutta la produzione verrà inviata in Sicilia. L’azienda appartiene per metà a Falck Renewables, di proprietà della multinazionale americana JP Morgan, e per metà alla spagnola Bluefloat Energy International. Il direttore generale, la russa Ksenia Balanda, aveva assicurato che nessun progetto sarebbe stato depositato prima della metà del 2023, promessa infranta un mese fa, rendendo di fatto impossibile la preparazione di opposizioni al progetto in soli 30 giorni.

Vi è poi la Zefiro Vento s.r.l., parte della Copenaghen Energy, la quale ha presentato alla Capitaneria di Olbia un progetto – nello stesso giorno della sua costituzione alla Camera di Commercio di Milano – del valore di 9 miliardi e 876 milioni per la realizzazione di 210 pale eoliche da 15 megawatt ciascuna, in una porzione di mare di 1,7 milioni di metri quadri. La potenza totale prodotta, pari a 3150 megawatt, corrisponderebbe a oltre il doppio di quella prodotta dalle centrali di Porto Torres e Portovesme. Il progetto presentato prevede che, qualora il mercato lo consenta – senza, quindi, alcuna preoccupazione per l’eventuale danno ambientale o paesaggistico – il proponente possa  «adottare scelte tecnologiche differenti, installando turbine con potenza nominale fino 25 MW, diametro del rotore fino a 320 m, altezza al mozzo fino a 225 m e altezza massima fino a 385 metri». Il parco eolico sorgerebbe inoltre nel mezzo delle rotte di navi cargo e passeggeri che ogni anno trasportano merci e turisti verso l’isola.

Come riferito a Sparaciari da Carlo Deliperi, dell’associazione ecologista Gruppo d’Intervento Giuridico, «Qui siamo in assenza di qualsiasi pianificazione e quantificazione dell’energia utilizzabile. Il Ministero dovrebbe bloccare tutte le richieste, pianificare le aree per la produzione eolica a mare a livello nazionale e, solo dopo, mettere i siti a bando. Così da far guadagnare la collettività, non gli speculatori». Le zone della Sardegna che verranno toccate sono ancora molte: aziende quali Repower, Nora Ventu, Ichnusa Wind Power e Seawind Italia si spartiranno i mari al largo delle spiagge da Cagliari a Sant’Antioco, passando per Capo Teulada e vari punti della costa sulcitana. I cittadini sardi non si sono però dati per vinti: su Facebook e Telegram è infatti già nata l’iniziativa NO Furto eolico in Sardegna!, la quale si propone di presentare migliaia di opposizioni scritte alle Capitanerie di porto prima della scadenza del 30 giugno, per cercare di impedire “un immane furto e disastro ecologico e turistico che durerà 40 anni”.

[di Valeria Casolaro]

 

Il dominio del controllo digitale nell’era delle tecnocrazie

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Le proteste contro le misure anti-Covid che nel febbraio scorso hanno scosso il Canada, susseguendosi ininterrottamente per circa un mese, hanno portato allo scoperto caratteri dispotici e tecnocratici che solitamente non si riconoscono propri delle “democrazie liberali”, nonché il lato più coercitivo delle tecnologie, della centralizzazione finanziaria, degli strumenti elettronici di pagamento e più in generale del mondo digitale: non trovando altri mezzi per sedare le proteste, che hanno visto i manifestanti e gli autotrasportatori bloccare la città di Ottawa e i valichi di frontiera con gli...

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Ucraina: missile russo contro centro commerciale a Kremenchuck

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Ieri pomeriggio si è verificato un attacco missilistico russo contro un centro commerciale a Kremenchuk, nella regione centrale ucraina di Poltava. Lo ha riferito il Capo dei servizi di emergenza. Ad oggi si contano 18 morti e circa 59 feriti. Dura la condanna dei leader del G7: «condanniamo solennemente l’abominevole attacco a un centro commerciale a Kremenchuk. Siamo uniti all’Ucraina nel piangere le vittime innocenti di questo attacco brutale» hanno scritto in una dichiarazione. Da quel che si apprende potrebbe essere stato un errore di mira, di quelli che l’Occidente chiamava «danni collaterali», perché accanto al capannone colpito c’è una grande fabbrica. In più, consultando Google Map, il centro commerciale risulta «definitivamente chiuso».

G20, Putin invitato al vertice in Indonesia

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Il presidente russo Vladimir Putin ha accettato l’invito del presidente indonesiano Joko Widodo a partecipare al vertice del G20 che si terrà il prossimo 15-16 novembre sull’isola di Bali, in Indonesia. Lo ha detto il consigliere presidenziale russo Yuri Ushakov, citato dall’agenzia Ria Novosti. «Abbiamo ricevuto un invito ufficiale, che è molto importante dato che gli indonesiani sono sotto pressione da parte dei Paesi occidentali interessati» ha affermato in riferimento alla possibilità di escludere la Russia dal G20. «Tutto questo sarà discusso il 30 giugno (all’incontro tra Putin e Widodo al Cremlino). Ma il nostro presidente ha ricevuto un invito, e abbiamo risposto positivamente, dicendo che siamo interessati a partecipare».

No, la Russia non è affatto sull’orlo della bancarotta

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Gran parte delle testate giornalistiche occidentali, italiane in testa, stanno diffondendo la notizia secondo cui la Russia sarebbe sull’orlo della bancarotta.”Russia, il default è vicino” ha titolato La Repubblica, “Mosca sull’orlo del default” (La Stampa) “Russia in default per la prima volta dal 1918 (Ansa), “Mosca a poche ore dal default” (Open). Sono solo alcuni esempi, di titoli sostanzialmente in fotocopia usciti ieri 27 giugno. Chiaro che, seppur alcune volte gli articoli al loro interno chiariscano un po’ meglio la questione, chi abbia letto il titolo sia stato portato a credere che la Russia sia sull’orlo del baratro economico. Ma è totalmente falso.

Dietro il “default” russo non vi è infatti null’altro che un motivo tecnico: l’esclusione della Russia dal sistema bancario internazionale sta rendendo tecnicamente impossibili i pagamenti. Il problema riguarda quindi piuttosto i mezzi utilizzabili per raggiungere gli investitori esteri, viste le sanzioni occidentali. «È falso parlare di default» ha affermato il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov, aggiungendo che tali accuse sono «infondate e il pagamento in valuta estera è stato effettuato a maggio». Peskov ha quindi spiegato ai giornalisti che i pagamenti sono stati bloccati da Euroclear a causa delle sanzioni occidentali e che questo «non un problema della Russia». Allo stesso tempo, il ministero delle Finanze ha chiesto agli obbligazionisti stranieri di rivolgersi direttamente a coloro che trattengono i pagamenti.

Il 27 maggio la Russia avrebbe dovuto versare i 100 milioni di dollari di interessi su due obbligazioni passate, ma non è stato possibile per una questione tecnica, visto che le sanzioni occidentali si sono inasprite proprio a ridosso della scadenza. In seguito all’attacco in Ucraina, sia gli Stati Uniti sia l’Europa hanno isolato la Russia dal sistema economico internazionale, sanzionato varie banche che processavano i pagamenti del debito e di fatto eliminato ogni possibilità per Mosca di fare le transazioni necessarie per il pagamento. In questo senso, è risultata decisiva la scelta del Tesoro statunitense di non rinnovare a maggio la licenza che esentava gli investitori locali dalle sanzioni. Così, anche il cosiddetto “periodo di grazia” di un mese – uno strumento che conferisce tempo bonus al debitore per mettersi in regola – scaduto nelle scorse ore si è rivelato inutile. A questo punto, la Russia dovrebbe essere in una situazione di default, ovvero la condizione in cui il governo di un paese non è in grado di pagare il debito contratto. Tuttavia, la subordinazione a un comportamento involontario e scaturito da sanzioni di altri stati sta spingendo le agenzie di rating e diversi organi istituzionali, come la Credit Derivatives Determinations Committee degli Stati Uniti, a non dichiarare (almeno per il momento) la condizione di default per la Russia.

Cambio dollaro-rublo

Vista la mancanza di precedenti, non è chiaro cosa accadrà nell’immediato, anche perché diverse conseguenze di un default si sono verificate in Russia già nei mesi scorsi, con l’uscita di una parte degli investimenti esteri dal paese e la disconnessione di Mosca dai mercati occidentali e dal sistema SWIFT. A queste potrebbe aggiungersi un aumento dei costi dei prestiti, un’ipotesi che però si scontra con il debito estero contenuto e le elevate riserve di denaro dovute alla vendita di idrocarburi e materie prime. Nel frattempo, il rublo si rafforza sulle monete occidentali, in particolare sul dollaro (1$ = 53,1 RUB), raggiungendo il livello più forte da maggio 2015.

[di Salvatore Toscano]

In Groenlandia gli orsi polari si stanno adattando al cambiamento climatico

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In Groenlandia gli orsi polari si stanno adattando al cambiamento climatico. Mentre la maggior parte degli esemplari di questa specie fa affidamento sul ghiaccio marino per cacciare, alcuni scienziati hanno scoperto un gruppo isolato che utilizza il ghiaccio d’acqua dolce come piattaforma di caccia. A causa, infatti, del riscaldamento globale, il ghiaccio marino scarseggia sempre di più, rappresentando una grave minaccia per i grandi mammiferi polari. Eppure, alcuni ne stanno facendo a meno. In che modo? Questi orsi si muovono tra i fiordi attraversando il ghiaccio interno, ed è proprio in queste insenature che si nasconde il segreto del loro adattamento: nel periodo più freddo, i ghiacciai nei fiordi si allungano verso il mare per poi rompersi durante i mesi caldi. Nascono così degli isolotti su cui i grandi mammiferi possono cacciare. In pratica, il ghiaccio d’acqua dolce sostituisce quello marino.

Da sempre, gli orsi polari che vivono nella Groenlandia sudorientale, sopravvivono grazie alle grandi lastre di ghiaccio marino su cui cacciano. Queste, tuttavia, per via dell’innalzamento delle temperature, stanno tragicamente diminuendo e sono a disposizione dei grandi mammiferi bianchi solo da febbraio a maggio. Il resto dell’anno, gli orsi devono arrangiarsi con le porzioni di ghiaccio di acqua dolce che si liberano dalla calotta glaciale della Groenlandia. Secondo i ricercatori questo potrebbe essere un’ancora di salvezza per gli animali, ma è anche vero che il gruppo di mammiferi da loro identificato – che si pensava facesse parte di un altro gruppo vicino -, ha in realtà vissuto isolato dagli altri e presenterebbe una genetica differente dai comuni orsi polari. Genetica che, però, non risulta essere abbastanza diversa da poter essere classificata come nuova specie.

Nello specifico, fino a non molto tempo fa, i ricercatori avevano identificato 19 sottopopolazioni di orsi polari nel circolo polare artico, di cui una si estende su un tratto di circa 3mila chilometri della costa orientale della Groenlandia. Quando, però, hanno approfondito le ricerche su questo gruppo, hanno identificato due gruppi di mammiferi separati. Il gruppo di orsi che si sta adattando e sta sopravvivendo con le piattaforme di ghiaccio di acqua dolce, presenta circa trecento individui e si distingue da tutti gli altri gruppi di orsi dell’Artico, suggerendo di essere stato isolato per circa 200 anni. Di conseguenza, non si può ancora dare per scontato che tutti gli orsi polari siano in grado di sviluppare una forma di adattamento simile, senza contare che il ghiaccio d’acqua dolce non è disponibile nella maggior parte dell’Artico. Pertanto è probabile che solo un numero limitato di mammiferi possa resistere senza ghiaccio marino.

[di Eugenia Greco]

Texas, 46 migranti morti e 16 feriti ritrovati in un camion abbandonato

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In Texas gli agenti della Homeland Security Investigation, agenzia specializzata nel traffico di esseri umani, hanno trovato i cadaveri di 46 migranti all’interno di un camion abbandonato, insieme ad altri 16 feriti tra i quali 4 bambini in condizioni critiche. Si tratta di una delle stragi di migranti più gravi avvenute in America negli ultimi anni: 3 persone sono state arrestate perché considerate legate ai fatti, ma l’autista del mezzo non è ancora stato rintracciato. Le vittime stavano cercando di attraversare il confine tra Messico e Stati Uniti.

Divulga dati agli Stati Uniti: il Garante della Privacy contro Google Analytics

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Il Garante della Privacy italiano ha pubblicato un comunicato stampa in cui denuncia esplicitamente come l’uso di Google Analytics (GA) sia illegale, in Italia e in tutti gli altri Paesi dell’Unione Europea. Il sistema non garantisce infatti le adeguate tutele di riservatezza e anzi invia i dati raccolti direttamente a server statunitensi, i quali prendono le suddette informazioni e le mettono a disposizione dell’Intelligence d’oltreoceano. Proprio per questo motivo, GA era già al centro di diverse critiche e di molteplici ammonimenti da parte delle autorità UE, tuttavia la presa di posizione italiana è nondimeno degna di nota, se non altro perché affianca alle dichiarazioni dei fatti concreti.

Nello specifico, il Garante della Privacy ha adottato un provvedimento nei confronti di Caffeina Media S.r.l., azienda che si lega all’omonima testata giornalistica, imponendole di mettersi a norma nell’arco di 90 giorni, pena una possibile multa. Si tratta di un caso isolato, tuttavia l’episodio concretizza un precedente che per estensione potrebbe investire l’intera Rete. Caffeina non è infatti l’unico portale a fare uso di Google Analytics. La capillarità della Big Tech ha assicurato al suo sistema di analisi il monopolio di fatto, con il risultato che siti di consumo, quelli accademici e anche questa stessa pagina che state leggendo finiscono volenti o nolenti con il farvi affidamento. Per comprendere la portata del problema, basti sapere che persino le web page dei partiti e delle istituzioni pubbliche si trovano a regalare i dati a Google, pur di avere un’idea precisa del flusso di persone che visita i loro siti.

A ben vedere, non è però esatto sostenere che sia GA ad essere illegale, piuttosto è il modo in cui viene utilizzato che può incorrere in sanzioni amministrative. I proprietari dei vari siti possono tranquillamente farne uso, tuttavia dovrebbero avere l’accortezza di filtrare i dati che forniscono attraverso misure tecniche supplementari. In alternativa, possono sempre adoperare omologhi che si fregiano di salvaguardare i dati dagli occhi di Washington. L’insidia è che queste soluzioni finiscono immancabilmente per essere soppesate sulla bilancia che contrappone l’efficienza alla sicurezza, con la prima che viene spesso prediletta senza troppe titubanze, soprattutto in quelle realtà che si sostentano muovendosi nel dedalo dell’economia dell’attenzione.

La decisione del Garante della Privacy potrebbe non tradursi in conseguenze immediate e certamente non rappresenta una guerra aperta contro le Big Tech, tuttavia è sintomo di un clima europeo che sta evidentemente cambiando, ancor più nell’ottica amministrativamente ambigua del dover gestire il traffico dei dati tra UE e USA. Senza scomodare la dimensione politica, è facile che, come spesso capita in questi contesti, Google possa decidere di muoversi in autonomia per anticipare i lunghi tempi della legge, offrendo una soluzione pragmatica ancor prima che le singole aziende possano decidere, per etica o per paura, di trasferirsi verso altri orizzonti.

Nel frattanto stanno fortunatamente emergendo associazioni no-profit e gruppi di hacker etici – per esempio l’Irish Council for Civil Liberties (ICCL) e MonitoraPA – che si impegnano attivamente e consapevolmente nel sorvegliare che le tutele garantite agli utenti per legge siano effettivamente applicate. Le loro battaglie tendono a muoversi nei corridoi tecnico-burocratici della politica e quindi sfuggono all’occhio del grande pubblico, tuttavia rappresentano un raggio di speranza all’interno di dinamiche che sembrano altrimenti prediligere il Mercato e le potenze estere a un’opportuna igiene digitale.

[di Walter Ferri]

Maxi-incendio, a Roma 35 intossicati

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Alle 13:30 un incendio è divampato a Roma, in via Bosco Marengo, zona Aurelia. Le prime fiamme hanno bruciato diversi metri di sterpaglie, prima di avvolgere un centro estivo per ragazzi e una rimessa di camper, con la minaccia verso le abitazioni vicine che sono state evacuate. Si sono registrate circa 50 esplosioni di bombole di gas e 35 persone intossicate dai fumi, con i vigili del fuoco al lavoro per domare il grosso incendio, visibile a chilometri di distanza.

Il TAR della Lombardia boccia la sospensione senza stipendio dei medici non vaccinati

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Il TAR della Lombardia ha sostanzialmente bocciato, tramite un’ordinanza pubblicata recentemente, la legge in base alla quale gli operatori sanitari non vaccinati contro il Covid-19 sono stati sospesi dal lavoro e dallo stipendio. L’attuale disciplina normativa pone “il dipendente inadempiente all’obbligo vaccinale dinanzi ad una scelta obbligata tra l’adempimento dello stesso e la sospensione dal servizio senza attribuzione di alcun trattamento economico”, rivelandosi pertanto “sproporzionata rispetto alla realizzazione del fine di tutela della salute pubblica mediante l’erogazione delle prestazioni sanitarie in condizioni di sicurezza”. È questo ciò che si legge all’interno del provvedimento del TAR, che nell’ambito di un ricorso proposto da una operatrice sanitaria sospesa ha deciso di chiamare in causa la Corte costituzionale.

La “questione di legittimità costituzionale dell’articolo 4, comma 5, del decreto legge 1 aprile 2021 n. 44, convertito nella legge 28 maggio 2021 n. 76, per come modificato dall’articolo 1, comma 1, lettera b), del decreto legge 26 novembre 2021 n. 172, convertito nella legge 21 gennaio 2022 n. 3, e successive modificazioni” è stata infatti dichiarata dal TAR “rilevante e non manifestamente infondata nella parte in cui dispone che ‘Per il periodo di sospensione dall’esercizio della professione sanitaria non sono dovuti la retribuzione né altro compenso o emolumento comunque denominato'”. Nello specifico, tale disposizione sarebbe in contrasto con “i principi di ragionevolezza e di proporzionalità di cui all’articolo 3 della Costituzione, anche in riferimento alla violazione dell’articolo 2 della Costituzione”. La nuova disciplina normativa, infatti, ha “eliminato quel meccanismo di gradualità temperata che consentiva al datore di lavoro di ricollocare il dipendente inadempiente all’obbligo vaccinale, nei limiti dell’organizzazione del servizio, a mansioni diverse, anche inferiori, per le quali gli corrispondeva la retribuzione”. Dunque, il dipendente viene adesso posto dinanzi alla sopracitata scelta obbligata, sospettata di essere illegittima.

“Deve infatti ritenersi eccedente il necessario limite di ragionevolezza una regolamentazione che, seppure introdotta in una situazione emergenziale, trascuri il valore della dignità umana, specie ove si consideri che la sospensione da qualunque forma di ausilio economico del dipendente non trova causa nel venir meno di requisiti di ordine morale”. Questo aggiunge il TAR, specificando anzi che “l’effetto automaticamente ed integralmente preclusivo di ogni trattamento economico” rischia di “creare un’irragionevole disparità di trattamento con tutte le altre fattispecie di sospensione dal servizio di natura preventiva, quali appunto quelle della sospensione cautelare del dipendente disposta in corso di un procedimento disciplinare o penale, in cui, sia pure in assenza del sinallagma contrattuale, viene invece percepita una quota della retribuzione, a titolo assistenziale”. In più, non si può nemmeno sostenere ragionevolmente che “la mancata corresponsione di una misura di sostegno per tutto il periodo di durata della sospensione dal servizio sia un sacrificio tollerabile rispetto ai fini pubblici da perseguire”.

Del resto, “al dipendente che, nell’esercizio della libertà di autodeterminazione nella somministrazione di un trattamento sanitario, scelga di non adempiere all’obbligo vaccinale viene richiesto un sacrificio la cui durata non è in grado né di prevedere né di governare” in quanto “le misure precauzionali adottate dal legislatore non si prestano ad essere inquadrate entro una cornice temporale certa e definita, a causa dello sviluppo oggettivamente incerto e ricorrente dell’andamento della pandemia”. Per questo, dunque, “la scelta legislativa di apporre una preclusione assoluta alla percezione di una forma minima di sostegno temporaneo alla mancanza di reddito sembra essere andata di gran lunga oltre il necessario per conseguire l’obiettivo di tutela prefigurato dalla norma”.

Detto ciò, sono sempre più i tribunali che si stanno schierando dalla parte dei non vaccinati tramite diversi provvedimenti giurisdizionali, con cui le criticità alla base delle restrizioni e delle sanzioni nei confronti di questi ultimi sono state messe nero su bianco. Tra disposizioni di reintegro dei lavoratori non vaccinati e dubbi di costituzionalità, negli ultimi mesi i provvedimenti che hanno gettato ombra sulle imposizioni governative sono numerosi. In tal senso, l’attuale ordinanza non è di certo la prima con cui è stata chiamata in causa la Corte Costituzionale. Basterà ricordare che il Consiglio di giustizia amministrativa (Cga) per la Regione siciliana, il massimo organo della giustizia amministrativa operante in Sicilia, lo scorso mese di marzo ha sollevato davanti alla Consulta la questione di legittimità costituzionale relativamente alla disciplina che impone l’obbligo di sottoporsi alla vaccinazione anti Covid per il personale sanitario. Secondo il Cga, infatti, il decreto-legge con cui l’obbligo è stato introdotto potrebbe essere in contrasto con diversi articoli della Costituzione.

[di Raffaele De Luca]