Il governo talebano, al potere in Afghanistan dall’agosto scorso, ha annunciato che in pubblico le donne afghane dovranno indossare il burqa, l’abito che copre integralmente il corpo lasciando scoperti soltanto gli occhi. La decisione è stata formalizzata attraverso un decreto del leader dei talebani, Hibatullah Akhundzada, in cui è stato scritto: “Le donne che non sono troppo anziane o troppo giovani devono coprire il volto a eccezione degli occhi, in rispetto delle direttive della sharia, in modo da evitare provocazioni quando incontrano uomini che non sono parenti stretti”. Il decreto, inoltre, afferma che le donne che non hanno importanti mansioni da svolgere farebbero meglio a “restare a casa”. Si tratta di una delle misure più restrittive emanate dal governo talebano dal suo (secondo) insediamento.
Addio alle armi
“Oggi si combatte la guerra fredda con la tecnologia dell’informazione perché tutte le guerre si sono sempre combattute con la tecnologia più nuova che ogni cultura aveva a disposizione”. D’altro canto, la guerra di vecchio tipo è ormai inattuabile; sarebbe come fare un gioco di società con dei bulldozer. Questo scriveva Marshall McLuhan nel 1964 in conclusione di Understanding Media (trad.it. Gli strumenti del comunicare, Il Saggiatore). McLuhan aveva sostanzialmente una visione ottimistica, è stato il profeta della “fase finale dell’estensione dell’uomo: quella cioè in cui, attraverso la simulazione tecnologica, il processo creativo di conoscenza verrà collettivamente esteso all’intera società umana, proprio come, tramite i vari media abbiamo esteso i nostri sensi e i nostri nervi”. La realtà, e il mito, sono quelli della simultaneità, dovuti al dominio dell’era elettrica, al potere della informazione, capaci di mettere in luce la realtà esattamente quando si sta producendo. Mentre la precedente epoca dell’industria meccanica vedeva l’affermarsi di opinioni personali a seguito della frammentazione di percezioni, nell’epoca elettronica, dominata dalla automazione, è inevitabile il ricorso alla totalità, all’empatia, alla consapevolezza in profondità. Sappiamo che le cose non sono proprio andate così e che il concetto di interdipendenza e la trasformazione del mondo in un unico mastodontico sistema nervoso centrale, la messa a disposizione simultanea e planetaria dell’informazione non hanno affatto evitato che si perpetuasse, con nuovi strumenti, il vecchio sistema di “frazionare e dividere ogni cosa al fine di controllarla”. Ora, aggiunge Mc Luhan, che l’età dell’informazione richiede l’uso convergente di tutte le nostre facoltà, “ci accorgiamo di riposare soprattutto quando siamo intensamente coinvolti, come del resto accadde sempre agli artisti, in tutti i tempi”. Pensiamo ad esempio all’intensità crescente con cui utilizziamo il cellulare per potenziare la nostra rete di relazioni ma anche per dare una raffigurazione al nostro mondo simbolico e di valori, ad esempio mediante Instagram. Si è dunque venuta ad affermare una logica iconica, visiva dominata dall’immediatezza, mediante la sincronizzazione di numerose operazioni che hanno “posto fine al vecchio sistema meccanico di disporre le operazioni in una sequenza lineare”. Di qui una nuova predominanza dei sistemi visivi che fa parlare McLuhan – siamo nel 1964 – di armi come “guerra delle icone”, orizzonte che ha favorito, a suo parere i russi, abituati a un sistema di propaganda, quale perpetuazione “delle loro tradizioni religiose e culturali”, atte a costruire icone, a dare valore concreto alle immagini. Ma ci sono altre conseguenze prodotte dal mondo istantaneo dell’organizzazione elettrica: esso, ad esempio, ha reso il sistema scolastico frammentario, prigioniero del lavoro servile conseguente alla produzione meccanica. McLuhan alterna nelle sue pagine considerazioni visionarie e formule efficacissime, come quando afferma che l’automazione ha liberato le nostre risorse interiori esattamente come la macchina ha liberato il cavallo dalla fatica trasformandolo in un animale da svago. “Gli uomini sono diventati raccoglitori di conoscenza, nomadi come mai nel passato, informati come mai nel passato”, abituati insomma all’interdipendenza totale come punto di partenza. Una interdipendenza insita nell’automazione che ha ridisegnato le nostre forme di lavoro, fornendoci una spinta per una personale ricerca estetica e autonomia artistica, essendo l’utopia di McLuhan la stessa di Oscar Wilde, quella di trasformare il mondo in una grande opera artistica.
La guerra appare ovviamente una minaccia a tutto questo. Come affermava Yves Montand in Z-L’orgia del potere, il notevole film di Costa-Gavras (1968), “viviamo in un paese in cui persino la fantasia è sospetta. E invece ci vuole fantasia per risolvere i problemi di questo pianeta, sul quale la potenza esplosiva delle bombe atomiche in deposito corrisponde a una tonnellata di dinamite per abitante”. Fantasia al potere, dunque, e potrebbe anche andar bene. Ma vorrei ora richiamarmi alla fantasia narrativa, con le sue ragioni e la sua forza. La fantasia, intrecciata alla catastrofica esperienza della prima guerra mondiale, che permise a Ernest Hemingway di consegnare alle stampe, nel 1948, “Addio alle armi”, scritto vent’anni prima: “Ero sempre imbarazzato dalle parole sacro, glorioso e sacrificio e dall’espressione invano. Le avevamo udite a volte ritti nella pioggia, quasi fuori dalla portata della voce…e le avevamo lette sui proclami … ma non avevo visto niente di sacro, e le cose gloriose non avevano gloria… Le parole astratte erano oscene accanto ai nomi concreti dei villaggi, ai numeri delle strade, ai nomi dei fiumi…”. Nella nota di apertura del romanzo Hemingway parla della sua esperienza: “Forse è chiaro perché uno scrittore debba interessarsi al continuo, prepotente, criminale, sporco delitto che è la guerra… Le guerre sono combattute dalla più bella gente che c’è… ma sono fatte, provocate e iniziate da precise rivalità economiche e da maiali che sorgono a profittarne”. Ci sono soldati scrittori, come Hemingway, che sfidano la banalità del male inventando, nelle loro storie, amori magari di pura fantasia. Il nostro Renato Serra, impegnato anche lui sulle nostre montagne, nel primo conflitto mondiale, scriveva dalla trincea a un amico che “una nuvola che passa e un raggio di sole che viene a trovarti in fondo alla buca acquista più importanza della pallottola che t’ha sfiorato il collo”. Il contrario della guerra non è insomma la pace ma, per ogni singolo essere vivente, e per tutti insieme, il contrario è l’amore, la pietà. Come scrive Serra nel suo Esame di coscienza di un letterato, “la guerra non cambia niente. Non migliora, non redime, non cancella… Non paga i debiti, non lava i peccati, in questo mondo che non conosce più la grazia… Le orme dei movimenti e dei passaggi si sono logorate nel confuso calpestio delle strade… ma la vita ha continuato uguale; è ripullulata dalle semenze nascoste con lo stesso suono di linguaggi e con gli stessi oscuri vincoli che fanno di tanti piccoli esseri divisi, dentro un cerchio, indefinibile e preciso, una cosa sola”.
[di Gian Paolo Caprettini]
Onu: riaprire urgentemente porti ucraini per evitare carestia mondiale
Il Programma alimentare mondiale (Pam), ovverosia l’agenzia delle Nazioni Unite che si occupa di assistenza alimentare, ha chiesto di riaprire urgentemente i “porti nella zona di Odessa, nell’Ucraina meridionale”, così da scongiurare la minaccia di carestia mondiale. La riapertura vi dovrebbe essere per far sì che “il cibo prodotto nel paese dilaniato dalla guerra possa fluire liberamente nel resto del mondo prima che l’attuale crisi alimentare globale vada fuori controllo”, si legge infatti sul sito dell’agenzia.
L’Unione Europea fornirà aiuti militari anche alla Moldavia
L’Unione Europea si appresta a fornire ingenti aiuti militari alla Moldavia e promette di esprimersi al più presto sulla domanda di adesione di questa all’UE. Lo si apprende direttamente da Charles Michel, Presidente del Consiglio europeo, il quale ha fatto visita al Paese pochi giorni fa. Questo avviene a stretto giro rispetto agli attacchi missilistici avvenuti su obiettivi russi in territorio ufficialmente riconosciuto alla Moldavia, in Transnistria, regione dichiaratasi indipendente nel 1990 e che nel 2014, dopo il referendum della Crimea che ha sancito l’adesione alla Federazione russa, ha chiesto di poter unirsi con la Russia. La Moldavia, dopo l’attacco subito in Transnistria, ha allertato le proprie forze di sicurezza.
Il Presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, si è recato a Chisinau ove ha svolto una conferenza stampa congiunta con la Presidente moldava Maia Sandu. Durante la conferenza, Michel ha dapprima ribadito che l’Unione Europea vuole mantenere la stabilità nella regione per evitare un escalation militare del conflitto russo-ucraino, poi ha spiegato che l’UE intende fornire aiuti militari alla Moldavia. La Presidente Sandu ha affermato di non ritenere che vi sia alcun rischio imminente di coinvolgimento della Moldavia nella guerra in Ucraina attraverso la regione della Transnistria, ma che le autorità sulla riva destra del Dnestr hanno preparato piani di reazione ad eventuali attacchi.
Il presidente del Consiglio ha detto che l’UE fornirà alle forze armate moldave attrezzature militari e sostegno per combattere gli attacchi informatici e la disinformazione, oltre che un «sostegno significativo» per il rafforzamento delle capacità di difesa. In seguito, il ministero degli Esteri moldavo ha poi dichiarato in un comunicato che il Paese riceverà aiuti in 6 aree di interesse: logistica militare, mobilità, comando e controllo, difesa informatica, capacità di monitoraggio della situazione e comunicazioni tattiche.
L’Unione Europea, in diversi campi, ha già vari accordi con la Moldavia e ne ha implementati dopo lo scoppio del conflitto. Come Ucraina e Georgia, in marzo, anche la Moldavia ha fatto richiesta di adesione all’UE. Durante la conferenza stampa di Chisinau, Michel, che ha definito la procedura di adesione come “complessa” ha affermato: «Sono sicuro che nei prossimi due mesi saremo in grado nel Consiglio europeo di inviare un chiaro segnale sul futuro che vogliamo, anche in termini di allargamento dell’UE».
Successivamente, Olivér Varhelyi, commissario Ue per il Vicinato e l’allargamento, intervenuta al Parlamento europeo circa lo stato della cooperazione tra Ue e Moldavia, ha dichiarato: «Non abbiamo ancora una tempistica precisa né sappiamo quando vi sarà l’adozione del parere della Commissione ma ci prepariamo affinché ciò possa avvenire a ridosso del Consiglio del 24-25 giugno prossimi».
Nel frattempo, l’European Council on Foreign Relations, think-tank europeo, da quasi per scontato che l’escalation del conflitto vi sarà e che accadrà proprio in Moldavia, nella Transnistria, spiegando la necessità di spostare le truppe NATO di stanza in Romania verso il confine moldavo.
Come già vi abbiamo dato conto, la Transnistria ha subito tre attacchi in due giorni, il 25 e il 26 aprile scorso, all’edificio del Consiglio di sicurezza dello Stato a Tiraspol, e successivamente presso il centro radiofonico russo di Mayak – nel distretto di Grigoriopol – e nei confronti di un’unità militare di stanza nel villaggio di Parcani. Il rimpallo delle accuse tra Kiev e Mosca non ha comunque impedito alla Moldavia di dichiarare lo stato di allerta delle forze armate.
[di Michele Manfrin]
Italia, le piccole isole diventano laboratori di sostenibilità ecologica
In Italia le piccole isole diventeranno dei veri e propri laboratori di sostenibilità ecologica grazie al finanziamento di 140 progetti di sviluppo sostenibile. Gli interventi, per un valore complessivo di 200 milioni di euro, saranno finanziati con le risorse dell’Investimento 3.1 (M2C1) del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza e riguarderanno la produzione di energia da fonti rinnovabili, le risorse idriche, l’efficientamento energetico e la gestione del ciclo dei rifiuti urbani. L’idea è quella di sviluppare sulle isole modelli al 100% sostenibili e replicabili su grande scala.
I progetti sono stati presentati da 13 comuni – isola del Giglio, Capraia, Ponza, Ventotene, Isole Tremiti, Ustica e Pantelleria, Leni, Malfa e Santa Marina Salina (i Comuni dell’Isola di Salina), Favignana, Lampedusa e Lipari – di diciannove isole minori, in risposta al bando PNRR “Isole Verdi”. Il principale obiettivo è scongiurare i problemi derivanti dalla mancanza di connessione con la terraferma, intervenendo in modo specifico in aree caratterizzate da un elevato potenziale di miglioramento in termini ambientali ed energetici.
Il primo ambito a cui fa riferimento il piano degli interventi è quello dei rifiuti urbani in cui sono previsti il trasferimento dei rifiuti differenziati per l’attività di riutilizzo esternamente alle isole, l’acquisto di materiale e attrezzature propedeutiche per il miglioramento del sistema di raccolta differenziata (sacchi, ceste, cestini, mastelli etc), l’attivazione dei protocolli “Plastic Free” che vietino l’utilizzo di imballaggi e stoviglie monouso in plastica, e l’acquisto di sistemi di raccolta automatici e sistemi galleggianti per la raccolta dei rifiuti in mare. Il secondo campo di intervento indicato è la mobilità sostenibile. A tal proposito viene indicata la necessità di acquistare mezzi di trasporto – comprese le imbarcazioni – ad energia elettrica/ibrida per il servizio di trasporto pubblico, e di implementare i servizi di mobilità condivisa gestiti dal Comune con l’introduzione di autoveicoli ad energia elettrica/ibrida, scooter elettrici, monopattini elettrici e biciclette a pedalata assistita. Impegneranno il 72% dei finanziamenti gli interventi previsti per l’efficientamento idrico, al fine di ridurre i consumi energetici, le emissioni di CO2 e i costi di fornitura, e quelli per la produzione di energia da fonti rinnovabili.
[di Eugenia Greco]
Ucraina: dagli Usa altri 150 milioni di aiuti militari
Un nuovo pacchetto di aiuti militari, per un valore totale pari a 150 milioni di dollari, sarà fornito dagli Stati Uniti all’Ucraina. A renderlo noto è stato il Segretario di Stato americano Antony Blinken, il quale tramite un tweet ha fatto sapere che al suo interno vi siano «attrezzature militari e forniture aggiuntive per rafforzare le difese dell’Ucraina e contrastare l’offensiva russa ad est». Anche il presidente degli Stati Uniti Joe Biden ha confermato la notizia, affermando che gli Usa stiano continuando a «sostenere fortemente il coraggioso popolo ucraino che difende il proprio paese».
Venerdì 6 maggio
9.00 – Ex Ilva di Taranto, Corte Europea condanna l’Italia: «rischi per la salute ancora sussistono».
10.00 – Putin ribadisce: non useremo armi nucleari nella “operazione militare speciale” in Ucraina.
11.30 – Premier ungherese Orban annuncia che impedirà sanzioni europee su petrolio russo e non manderà armi a Kiev.
12.20 – La fregata più importante della flotta russa sarebbe stata colpita nel mar nero, Mosca per ora smentisce.
14.00 – Autostrade per l’Italia è stata venduta a Cassa Depositi e Prestiti per 8,2 miliardi di euro.
16.00 – UK: i conservatori del premier Johnson perdono 250 seggi alle amministrative, l’opposizione chiede le dimissioni.
17.00 – Zelensky dichiara di essere pronto ad accordo di pace con rinuncia alla Crimea se i russi si ritireranno nelle postazioni pre-guerra.
19.00 – Irlanda del Nord: gli indipendentisti dello Sin Feyn verso la maggioranza assoluta, sarebbe un risultato storico.
Recensioni indipendenti: Web Junkie (documentario)
Centro di riabilitazione Daxin, periferia di Pechino. Qui, per 4 mesi, Shosh Shlam e Hilla Medalia produttrici e registe del documentario “Web junkie” (letteralmente drogati dal Web) hanno documentato come in Cina viene affrontato quello che ormai sta diventando, soprattutto fra i giovani, un vero e proprio problema sociale. Nel centro di Daxin, denominato “Base per lo sviluppo psicologico dell’adolescente”, di pertinenza dell’Ospedale Militare di Pechino, vengono accolti ragazzi e ragazze dai 13 ai 18 anni che abbiano sviluppato la così detta IAD (Internet addiction disorder). Ragazzi con una forte dipendenza che giocano al computer 15/18 ore al giorno, abbandonano gli studi, non mangiano, soffrono d’insonnia e travisano ogni aspetto della realtà incluso il rifiuto dell’igiene personale e i bisogni fisiologici, perdono gli amici e il contatto sociale creandosi una vita e amicizie virtuali che li rendono totalmente dipendenti da internet. Il centro aperto nel 2004 dallo psichiatra Tao Ran, colonnello dell’esercito, è organizzato sotto molti aspetti come una vera e propria base militare e si propone di ristabilire l’ordine mentale di questi giovani, disconnessi dalla realtà a causa dell’utilizzo intensivo e ossessivo di internet in tutte le sue forme e tale da creare una dipendenza psicologica paragonabile a quella dell’eroina.
Un documentario, di 75 minuti, presentato con successo al “Sundance Film Festival” 2014 e disponibile sulla piattaforma di Prime Video, indaga a tutto tondo su questa piaga sociale cercando sia di capire come i ragazzi sono arrivati fino a un punto di non ritorno sia sui metodi del centro che li accoglie e dove vige un regime da caserma. Si Indossano tute militari, si fa molto esercizio fisico, la mattina si presenzia sempre a terapie comportamentali e ogni disobbedienza è punita con la cella di rigore. Le rare visite dei genitori, fuori dai programmi stabiliti, avvengono solo attraverso un cancello in un clima inquietante, reso davvero squallido dalle grosse sbarre di ferro “ornate” da fiori e rampicanti di plastica. Ascoltando e seguendo nel quotidiano i sedicenni Xi Wang e Wang Yuchao e il quindicenne Gao Quance si intuisce in loro un confuso malessere che li porta a non voler affrontare la realtà e a nascondersi quindi in un altro mondo, quello virtuale. Costretti con la forza, talvolta con l’inganno, vengono portati nel Centro di Daxin da genitori spesso distaccati e indifferenti ai problemi adolescenziali o incapaci di gestire la situazione.
In Cina oltre 400 centri di riabilitazione operano seguendo il modello dettato da Tao Ran, che prevede anche esperimenti con test neurologici per determinare se esiste la predisposizione alla realtà virtuale che motivi la fuga dal mondo reale, ritenendoli dipendenti quando l’uso di internet va oltre le 6 ore al giorno. Metodi che appaiono discutibili, ma in piena sintonia con un tipo di mentalità molto diversa da quella occidentale. Quello che è interessante notare nel documentario è che le autrici hanno avuto l’autorizzazione di riprendere tutto quanto accade a Dixin e a interagire con i ragazzi in piena libertà, cosa quanto mai singolare in un Paese dove si opera la più rigida censura per quanto avviene al suo interno. Ma la Cina rivendica un primato che potrebbe avere effetti positivi e dimostrare l’efficienza del Governo, quello di essere «il primo paese ad aver iscritto la dipendenza da internet tra le malattie psichiatriche», rendendola il più grave disturbo che oggi affligge la popolazione più giovane, anche se la psicologa statunitense Kimberly Young, già nel 1998, avviando degli studi, aveva ipotizzato l’esistenza di disturbi mentali legati all’abuso di internet equiparandoli alla dipendenza da gioco d’azzardo patologico. “Web junkie” fa riflettere sul futuro di un pericoloso fenomeno sociale in continuo aumento che presto sarà, o forse lo è già un serio problema globale.
[di Federico Mels Colloredo]
Il Congo autorizza le trivellazioni nella foresta pluviale
La Repubblica Democratica del Congo (RDC) ha dato il via alle assegnazioni delle licenze per l’estrazione petrolifera nell’area del bacino del fiume Congo, dove si trova la foresta pluviale più grande al mondo dopo quella amazzonica. E proprio le motivazioni addotte per giustificare la distruzione della foresta amazzonica riecheggiano in questo contesto: le trivelle permetteranno “lo sviluppo delle comunità locali”. Si tratta di una decisione che rischia di compromettere una delle ultime aree al mondo capace di assorbire più carbonio di quanto ne emetta. Come denunciato da Greenpeace, il provvedimento avrà “conseguenze catastrofiche per il clima globale e le comunità locali”.
La maggior parte del petrolio che verrà estratto nella RDC si trova sotto uno dei polmoni verdi più estesi al mondo. La Cuvette centrale, regione di foreste e zone umide del bacino del Congo, ospiterà infatti 9 dei 16 blocchi destinati all’estrazione del combustibile fossile. Così, mentre i Paesi di tutto il mondo si riempiono la bocca di retorica riguardo la transizione climatica e l’esigenza di fare meno affidamento sui combustibili fossili e più sulle fonti di energia rinnovabili, le grandi industrie estrattive si preparano a devastare un nuovo ecosistema.
Irene Wabiwa Betoko, International Project Leader di Greenpeace Africa per la foresta del bacino del Congo, ha attaccato duramente quei Paesi che “hanno promesso 500 milioni di dollari per proteggere la foresta pluviale del Congo durante la COP26 di Glasgow” e che ora devono “dare conto dei loro loschi e sporchi piani per rimpiazzare la foresta pluviale e le torbiere con il petrolio”. Questi Paesi (tra i quali figurano la Francia e altre nazioni dell’Unione europea) hanno infatti firmato un partenariato pluriennale che avrebbe dovuto mirare a limitare la deforestazione in RDC, promuovere la rigenerazione di 8 milioni di ettari di terre e foreste degradate e proteggere, riconoscendole entro uno status speciale, il 30% delle aree nazionali, comprendendo quelle in cui le comunità locali si impegnano a gestire le foreste in modo sostenibile.
L’intenzione dell’esecutivo congolese sarebbe quella di aumentare la produzione di petrolio, che ad oggi è ferma ad appena 25 mila barili al giorno interamente destinati all’export. Il governo del presidente Tshisekedi non è nuovo a iniziative di questo tipo, che compromettono la salvaguardia dell’ambiente: negli scorsi mesi l’esecutivo ha infatti annunciato l’intenzione di cancellare la moratoria sulle nuove concessioni per il legname della foresta pluviale.
[di Valeria Casolaro]
L’Alta corte israeliana autorizza la distruzione di otto villaggi palestinesi
Dopo una battaglia legale durata due decenni, l’Alta corte israeliana ha stabilito che circa mille palestinesi possono essere sfrattati da un’area della Cisgiordania, per riadattare quei terreni ad uso militare per l’esercito. L’area in questione è di circa 3.000 ettari, a Masafer Yatta territorio rurale delle colline meridionali di Hebron sotto occupazione israeliana e sede di otto villaggi palestinesi. Il territorio era stato designato dallo stato israeliano negli anni ’80 come “zona di tiro” da utilizzare per esercitazioni militari, in cui è vietata la presenza di civili. I palestinesi abitavano già la zona, ma il tribunale israeliano ha stabilito che non erano stanziali, e quindi che lo stato ebraico ha il diritto di sgomberarli. I palestinesi hanno già annunciato che resisteranno alla sentenza, rifiutando di lasciare le case.








