martedì 24 Marzo 2026
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La NATO annuncia altri 260.000 soldati, ma tranquilli: la guerra del futuro sarà “green”

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La NATO aumenterà da 40.000 a 300.000 unità le forze di pronto intervento, specialmente sul fianco orientale europeo dell’Alleanza ai confini con la Federazione russa. Lo ha annunciato il Segretario generale della NATO Jens Stoltenberg, in vista del summit dell’Alleanza che si è aperto ieri a Madrid. Si tratta della «più grande revisione della nostra deterrenza e difesa collettiva dai tempi della Guerra Fredda», ha asserito. L’annuncio si scontra però con un’altra dichiarazione rilasciata sempre da Stoltenberg al vertice NATO: il Segretario generale ha affermato, infatti, che la NATO si impegnerà a ridurre le emissioni del 45% entro il 2030 e ad azzerarle entro il 2050. «Il cambiamento climatico rappresenta un serio rischio per tutti noi. […] Il cambiamento climatico è importante per la sicurezza; quindi, è importante per la NATO» ha affermato. Considerato l’enorme impatto ambientale causato dalla produzione e dall’uso di armi, nonché dallo spostamento di soldati e mezzi militari, i due obiettivi annunciati da Stoltenberg – quello militare e quello relativo agli impegni climatici – appaiono, tuttavia, inconciliabili.

Nello specifico, infatti, la NATO intende non solo aumentare il numero di soldati delle unità di risposta rapida, ma anche incrementare le spese militari e, dunque, la produzione dell’industria bellica. Il tutto tenendo fede agli obiettivi stabiliti dal Green Deal europeo. Le forze di risposta rapida saranno costituite da unità di terra, marittime e aeree, compresa un’unità di forze speciali costituita dopo l’annessione della Crimea da parte della Russia nel 2014. Stoltenberg ha quindi specificato che «miglioreremo i nostri gruppi tattici nella parte orientale dell’Alleanza», al confine con la Russia, così come richiesto dai Paesi baltici e dalla Polonia. Molte di queste forze non saranno stazionate permanentemente sul fianco orientale, ma ruoteranno invece attraverso la regione per l’addestramento, come spiegato da Politico. Si tratta di un chiaro messaggio al Cremlino che, tuttavia, non fa altro che aumentare la tensione nel Vecchio Continente.

A ciò si aggiunge l’annuncio dell’incremento delle spese militari per i Paesi NATO: secondo Stoltenberg, infatti, il 2% del PIL in spesa militare «è sempre più considerato come un punto di partenza, non un tetto. Concorderemo anche di investire di più insieme nella NATO, per il bene della nostra sicurezza». Il 2022 sarà l’ottavo anno consecutivo di aumenti per i bilanci della difesa tra gli alleati europei e il Canada, che entro la fine dell’anno avranno investito oltre 350 miliardi di dollari in più rispetto a quanto concordato nel 2014. Una corsa agli armamenti, dunque, che non solo è in contrasto con l’obiettivo – spesso dichiarato dai leader occidentali – della pace e della diplomazia, ma anche con la lotta al cambiamento climatico di cui il segretario della NATO si fa portavoce. Le emissioni e l’inquinamento causati dai conflitti, dalla produzione di armi e dall’ingente impiego di idrocarburi per gli spostamenti sono, infatti, infinitamente superiori a quello che viene normalmente sottolineato dai media e dalle istituzioni politiche. Per questo, il discorso del Segretario dell’Alleanza appare più come un’operazione di greenwashing volta a convincere e rassicurare l’opinione pubblica, che non come un obiettivo concreto ed effettivamente perseguibile.

Nonostante ciò, Stoltenberg nel corso della conferenza al vertice di Madrid ha dichiarato che «d’ora in poi terremo conto del cambiamento climatico quando pianificheremo le nostre operazioni e le nostre missioni, e dello sviluppo di nuove capacità, per assicurare di rimanere efficaci in questo ambiente sempre più duro». Stoltenberg ha quindi fatto sapere che è stato messo a punto un metodo per misurare le emissioni sia civili che militari: la nuova metodologia «stabilisce cosa contare e come contarlo, e sarà messa a disposizione di tutti gli alleati per aiutarli a ridurre le proprie emissioni militari. Questo è vitale perché ciò che viene misurato può essere ridotto». Oltre a contare le emissioni, l’intenzione è poi quella di sostituire – in un non meglio precisato futuro – i veicoli militari attuali con mezzi più avanzati di tipo elettrico, di modo da ridurre l’uso dei carburanti fossili. «Rendendo i nostri equipaggiamenti più efficaci e sfruttando al massimo i vantaggi delle nuove tecnologie possiamo migliorare il nostro settore militare per rafforzare la nostra sicurezza, così come aiutare ad affrontare il cambiamento climatico, e questo aumenterà anche la nostra resilienza» ha asserito, aggiungendo che «non sarà facile, ma si può fare».

Considerato che l’Unione Europea continua a far slittare gli impegni per la decarbonizzazione e la quasi totale impossibilità di applicarla all’ambito militare – soprattutto in tempi brevi – la nuova guerra green targata NATO appare come l’ennesimo tentativo di tenere insieme gli astratti e ideologici impegni europei sul clima con l’esigenza pratica e impellente di contenere in ogni modo possibile la Russia. Anche a costo di andare incontro ad un’estensione del conflitto, considerato il livello massimo di tensione raggiunto. Anche in quest’ultimo caso, si tratterebbe – beninteso – di una guerra (mondiale) green.

[di Giorgia Audiello]

#SPORTNEGATO: la disobbedienza per il diritto allo sport ai tempi del green pass

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Lavoro di squadra, allenamento, fatica, competizione, sconfitte, gioie… Quando si pensa allo sport, sono questi i termini che rimbalzano alla mente, o almeno dovrebbero. Tuttavia, negli ultimi mesi, per ogni ragazzino italiano a cui era permesso praticare sport, ne esistevano tanti altri a cui lo sport veniva negato. Dal 10 gennaio 2022, infatti, con l’entrata in vigore del decreto legge n.229 è stato, di fatto, vietato a tutti coloro che avessero più di 12 anni e fossero sprovvisti di super green pass (previa vaccinazione o guarigione da Covid-19), di accedere alla maggior parte degli impianti sportivi e ricreativi, sia all’aperto che al chiuso. E se da un lato è vero che dal primo maggio 2022, con il graduale superamento del green pass, queste restrizioni sono state alleggerite, dall’altro non vanno di certo dimenticati i mesi in cui è stato impedito a ragazzini sani, tra i più colpiti dagli effetti psicofisici della pandemia, di praticare sport di squadra, con il rischio di esacerbarne ulteriormente le conseguenze negative.

Ne abbiamo parlato con Chiara Boscotrecase, amministratrice nazionale dei canali di comunicazione social di Sport Negato. Un gruppo di genitori e ragazzi, sparsi in tutta la penisola, che disobbedendo in maniera civile e facendo rete, hanno creato una comunità alternativa di sportivi (a distanza e non). Grazie all’hashtag da loro lanciato (#sportnegato), la pagina è riuscita a coinvolgere un numero sempre maggiore di persone (anche vaccinate) che hanno deciso di sostenere la causa, rifiutandosi di scendere in campo senza i loro compagni.

Partiamo dall’inizio: com’è nata l’idea di Sport Negato?

L’idea è nata da Michela Malandrini, una mamma Toscana, con due figli, esclusi dallo sport. Lei ha creato un gruppo Telegram per capire cosa si potesse fare e per cercare di sentirsi meno sola. Io sono entrata nel gruppo per lo stesso motivo: ho una figlia ballerina e volevo trovare un modo per sostenerla. All’epoca eravamo 150 genitori che si stavano conoscendo a causa di un problema comune; non pensavamo di costruire la rete che oggi è Sport Negato. Il nostro intento era quello di far cessare in anticipo l’estromissione dei nostri figli dalla pratica dallo sport e in questo non siamo riusciti. Il che è una follia, visto e considerato che i ragazzi, a cui al mattino era permesso di entrare nelle palestre di migliaia di scuole, erano gli stessi ai quali nel pomeriggio venivano negate le loro passioni. Siamo riusciti, invece, a creare una rete incredibile di oltre 9.000 persone e quindi ad aiutare, nel concreto, tutti i nostri giovani sportivi che, sentendosi esclusi, stavano passando un momento davvero complicato della loro vita. Soprattutto dopo l’anno e mezzo di pandemia che avevano appena vissuto.

[Foto di #SPORTNEGATO in esclusiva per L’Indipendente.]
È stato complicato portare avanti la realtà di Sport Negato, in un periodo storico così complesso? Mi spiego meglio: la pagina ha generato molto odio oppure i messaggi che avete ricevuto in questi mesi erano solidali nei vostri confronti?

Inizialmente abbiamo ricevuto tantissimi insulti. Ragazzini di 15 anni che ci scrivevano: “Fatevi la vostra squadra e morite da soli”. Cose dell’altro mondo. Io ho cercato di dialogare e di dare argomentazioni anche a tutti coloro che gettavano odio sulla pagina, non rispondendo con lo stesso tono. Oggi capisco che quella è stata la chiave giusta, perché non ricevo più nemmeno uno di quegli insulti. Per il resto, è stato complicato a causa di tanti motivi. In primis, tutti noi lavoriamo e dedicarsi a questo gruppo, che in poco tempo è diventato più grande di noi, è stato davvero faticoso. Inoltre, serviva rimanere aggiornati costantemente sulle norme e i decreti, poiché in molti facevano riferimento ed affidamento sul nostro lavoro. Io dovevo rispondere a messaggi, commenti, interviste, attivare e seguire le squadre alternative, supportare mia figlia, scrivere articoli e gestire i social. Un lavoro a tempo pieno che mi è costato parecchie notti di sonno. È stato complicato ma, per me e per tutti coloro che hanno aiutato il progetto, non fare sentire soli i ragazzi e i genitori che hanno contattato la pagina – disperati per la situazione che nessuno capiva, se non chi la stava vivendo – era più importante. E di questo sono orgogliosa: dell’umanità trovata in questi momenti difficili.

Volendo quantificare le testimonianze che avete ricevuto, riuscirebbe a dirmi quanti ragazzi e genitori in cerca di sostegno si sono rivolti a Sport Negato?

Più di 10.000 testimonianze tra ragazzi, anche disabili, paraolimpici, sportivi che si stavano giocando i ruoli nelle nazionali o in corsa per i regionali. Io ho passato le notti a rispondere a giovani devastati ed a sostenere genitori che non sapevano più “quali pesci prendere”. Ciò che ha fatto male ai ragazzi, a livello umano, è stato il fatto che nessuno gli abbia dato conforto. Nessuna associazione si è fatta sentire vicina a loro e lo stesso vale per molti dirigenti ed allenatori. Nemmeno le federazioni, tra le prime che noi abbiamo contattato, tanto meno l’autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza. Questi ragazzi sono stati buttati e chiusi dentro ad una stanza per due anni, tra DAD, senso di colpa e paura. Poi, una volta usciti da quella bolla, è iniziato il ricatto: sono stati esclusi e discriminati dalle società, che come unica spiegazione davano la colpa alle scelte sbagliate dei loro genitori. A 12 anni, non poter entrare in un qualsiasi luogo ricreativo o su un pullman, per andare a scuola, ha causato e causerà delle conseguenze pesanti nei ragazzi. Oggi, anche la ricerca scientifica ha dimostrato che, a livello psicosociale, i più giovani sono stati coloro che hanno sofferto maggiormente durante la pandemia e io non mi capacito di come abbiano potuto trattarli in questo modo. Questa situazione non si ripara con il bonus psicologo come sembra voler fare il ministro Speranza.

[Foto di #SPORTNEGATO in esclusiva per L’Indipendente.]
C’è qualcuno che invece vi ha sostenuti concretamente?

Sì. Moltissimi professionisti si sono autosospesi dal proprio ruolo, lavorando gratis per 4 mesi, contribuendo alla causa. Anche alcuni personaggi pubblici, Alessandro Di Battista, ad esempio, è stato uno dei primi a farlo, ma le iniziative sono state varie: Campo Ribelle e Rimini basket hanno organizzato vari “incontri liberi” che hanno dato la possibilità a tanti ragazzi esclusi di sperimentare nuovamente la bellezza dello stare insieme; Maria Francesca Gaetano, una ballerina della Scala, ha reso gratuite le lezioni online per tutti i ragazzi sospesi, con il progetto “Passi liberi; Paola Caruso è un’insegnante di danza che si è rifiutata di escludere qualsiasi allievo; Adriana Crisci, ex olimpionica di ginnastica artistica, ha creato “Ginnastica Negata”, un gruppo con cui ha sostenuto online ginnasti sospesi, facendo anche da mental coach ai ragazzi. Lei ha fondato anche un comitato italiano di sport libero. E potrei continuare… Sono state emozioni fortissime, sia in positivo che in negativo; la sofferenza è stata enorme, ma l’amore che abbiamo ricevuto non è quantificabile. Dobbiamo molto a tutti loro.

[In foto Adriana Crisci, ginnasta italiana che ha partecipato a varie edizioni dei Campionati europei e mondiali, oltre ai Giochi olimpici di Sydney 2000.]
Da quando le restrizioni sono state allentate ha notato cambiamenti nei bambini e nei genitori che prima si trovavano in difficoltà?

Si e no. Molti dei nostri sportivi sono rientrati in situazioni più serene: hanno ritrovato allenatori e compagni, senza essere trattati diversamente. Una parte dei ragazzi si è ritirata dallo sport e non ne vuole più sapere, nonostante il rammarico dei genitori. Altri ancora hanno ricominciato a svolgere le loro attività ma con ritorsioni: allenatori che lasciano in panchina i ragazzi, isolamento da parte degli altri compagni o sguardi poco piacevoli da parte di alcuni genitori. Questo per punire i genitori dei ragazzi sospesi, ne sono convinta perché è lo stesso che ci è stato detto quando abbiamo interpellato le Autorità garanti per l’Infanzia e l’adolescenza. A livello regionale, Trento, Liguria e Toscana ci hanno risposto e pubblicamente hanno esposto la loro preoccupazione nei confronti della situazione che stavano vivendo questi ragazzi. Mentre a livello nazionale, il garante ha dichiarato testualmente che era giusto che i ragazzi venissero emarginati per le scelte dei genitori. A quel punto, noi con l’associazione Avvocati Liberi ne abbiamo chiesto le dimissioni, ma nulla si è mosso.

[Foto di #SPORTNEGATO in esclusiva per L’Indipendente.]
Mario Draghi ha dichiarato che il green pass è qui per restare, se in autunno dovessimo imbatterci nella sua reintroduzione, voi continuerete il vostro progetto per lo sport aperto a tutti?

Il primo maggio, noi abbiamo scelto di non fermarci, perché sappiamo che la battaglia non è finita: c’è bisogno che qualcuno dica “ok, forse abbiamo sbagliato”. Fino a quel momento, noi non arretreremo neanche di un millimetro. E se ad ottobre dovesse ricominciare, penseremo ad altri modi per continuare la nostra disobbedienza civile. Siamo tanti, cresciamo di giorno in giorno e non ci fermeremo. Questo deve essere chiaro a tutti.

Chi vuole rendersi utile alla causa di Sport Negato come può contribuire?

L’11 giugno inaugureremo la festa dello sport libero. Stiamo organizzando eventi in ogni regione, per staccare dai monitor, guardarci in faccia, sentirci sereni ed uniti. Genitori e ragazzi insieme. Questa potrebbe essere un’occasione per fare comunità e darci una mano. Oltre a questo, l’aiuto maggiore che ci può essere dato è seguire le pagine social di Sport Negato ed interagire, commentando e condividendo, con ciò che noi pubblichiamo. Così facendo, si contribuisce a dare visibilità ai nostri contenuti e quindi ad aumentare la possibilità che sempre più persone capiscano cosa comporti l’utilizzo di un lasciapassare discriminatorio e cosa è stato fatto sulla pelle dei ragazzi. Gli stessi che dovrebbero rappresentare il futuro del nostro Bel Paese.

[di Iris Paganessi]

Argentina e Iran chiedono di entrare nei BRICS

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Negli ultimi giorni sono arrivate le richieste formali di ingresso nei BRICS da parte di Argentina e Iran. Il Presidente del Paese sudamericano, Alberto Fernandez ha affermato che «aspiriamo ad essere membri a pieno titolo di questo gruppo di nazioni che già rappresenta il 42 per cento della popolazione mondiale e il 24 per cento del Pil mondiale». Da parte iraniana, invece, il portavoce del Ministero degli esteri ha affermato che: «l’appartenenza dell’Iran al gruppo BRICS comporterebbe un valore aggiunto per entrambe le parti». Nel contesto di altissima tensione tra Russia e Stati Uniti, la decisione dei due Paesi di aderire ai BRICS rappresenta una scelta di campo politica nel quadro internazionale.

La De Cecco andrà a processo per frode sulla provenienza della pasta

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Filippo Antonio De Cecco, presidente della omonima azienda, andrà a processo a Chieti insieme all’ex direttore degli acquisti Mario Aruffo e l’ex direttore qualità Vincenzo Villani con l’accusa di frode in commercio. Secondo la procura, infatti, i dirigenti avrebbero fatto passare per pugliese del grano di provenienza francese, oltre ad aver acquistato da terzi la semola, diversamente da quanto indicato dal gruppo. La vicenda risale al febbraio scorso: ora il gip di Chieti ha firmato il decreto di citazione in giudizio per i tre manager, dopo aver respinto la richiesta di archiviazione della procura.

Nello specifico, l’accusa contro De Cecco sarebbe quella di aver fatto passare per pugliese una partita di 4575 tonnellate di grano che sarebbero invece state acquistate dalla Cavac, fornitore di frumento francese, con un contratto stipulato nel 2019. Il grano sarebbe poi arrivato nel porto di Ortona il 13 febbraio 2020. Questo quanto emerso dalle indagini dei carabinieri del NAS, che hanno preso il via da una denuncia di un altro ex dirigente dell’azienda, Antonio Di Mella, costituitosi persona offesa nel procedimento. La De Cecco ha dichiarato in una nota di sperare che “la magistratura faccia presto a chiarire la totale buona fede dell’azienda” ed aggiunge che “È falso dire che il grano italiano è il massimo della qualità sempre e comunque, non è così: noi abbiamo sempre cercato di reperire le migliori qualità di grano in Italia ed all’estero”.

[di Valeria Casolaro]

Una ricerca ha dimostrato che diminuendo i pesticidi non cala la produttività agricola

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Diminuire l’uso di pesticidi non solo gioverebbe all’ambiente ma permetterebbe di continuare ad avere una produzione quantitativamente alta e qualitativamente migliore.
È quanto dimostra un nuovo studio pubblicato sulla rivista Nature sustainability, in cui è stato analizzato l’impatto a lungo termine di un’agricoltura sostenibile. Si tende erroneamente a credere che abbandonando i fertilizzanti chimici possano esserci conseguenze sulla produttività, ma si tratterebbe di una intuizione errata. I ricercatori coinvolti nello studio hanno raccolto e analizzato i dati di trenta diversi esperimenti a lungo termine portati avanti sia in Europa che in Africa. Si tratta di metodi di coltivazione nella prospettiva EI (Ecological intensification, intensificazione ecologica o intensificazione sostenibile) cioè procedimenti che garantiscano la massima produzione senza che questa abbia impatti ambientali devastanti, quindi mantenendo i possibili effetti ambientali al di sotto della soglia del recupero naturale.

Le pratiche sostenibili dal punto di vista ambientale utilizzate per sostituire o almeno alleggerire l’uso di sostanze chimiche, hanno dato modo ai ricercatori di potere constatare i benefici ecologici ma anche i diversi effetti positivi sulla resa delle colture base. È stato possibile confermare come le pratiche EI e in particolar modo l’aumento della diversità delle colture, specialmente delle piante che fissano l’azoto tra le colture e l’aggiunta di letame e di compost per la fertilità, possano sostituire i fertilizzanti, specialmente quelli in cui il macronutriente principale è l’Azoto (N). L’intensificazione ecologica potrebbe quindi aiutare a riportare l’agricoltura in uno “spazio operativo sicuro” per l’umanità, senza che vi siano pericolosi cali nella produzione, concludono i ricercatori.

Un’ulteriore ragione per incrementare e impegnarsi davvero sugli obiettivi che l’Unione Europea si è posta, toccando anche il delicato capitolo dell’uso dei pesticidi. Proprio pochi giorni fa, il 22 giugno, è stato presentato il Pacchetto Protezione della Natura Nature Protection Package, l’insieme delle iniziative legislative che la Commissione UE ha stabilito per mettere in pratica la Strategia sulla biodiversità e la Farm to Fork. Da quanto deciso a Bruxelles, sarebbe stato confermato l’obiettivo fissato inizialmente, in cui si prevedeva di diminuire del 50% l’uso dei pesticidi chimici entro il 2030 in tutto il territorio dell’UE, per quanto ogni paese sarà lasciato libero di muoversi come meglio crede. Ogni Stato membro potrà infatti fissare il proprio target, basta che rispetti la soglia decisa dalla Commissione entro la data stabilita, quella di diminuire almeno del 35% l’uso dei pesticidi chimici.

[di Francesca Naima]

Ecuador, Lasso sopravvive alla sfiducia e interrompe colloqui con indigeni

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I legislatori del movimento di opposizione ecuadoriano UNES hanno indetto martedì una votazione per rimuovere dall’incarico il presidente Guillermo Lasso, dopo che i rapporti di questi con l’assemblea nazionale dell’Ecuador sono peggiorati per via delle proteste in corso. La soglia dei 92 voti necessari non è tuttavia stata raggiunta. Lasso ha nuovamente sospeso le trattative con il leader indigeno Leonidas Iza. Le proteste, che si protraggono ormai da 2 settimane, hanno portato alla morte di 8 persone e causato carenza di cibo e medicinali e la riduzione della produzione di petrolio.

Martedì 28 giugno

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7.00 – Texas, trovati 46 migranti morti dentro camion abbandonato, 16 superstiti: è una delle peggiori stragi della storia recente americana.

8.00 – Bonus edilizi, GdF di Napoli sequestra oltre 772 milioni di euro: 143 persone fisiche e giuridiche coinvolte.

12.25 – G7, trovato accordo per Price cap proposto da Draghi.

14.30 – L’Ordine dei medici di Venezia radia Barbara Balanzoni, medico no-vax, per le sue posizioni su pandemia e vaccini.

16.30 – Scozia, annunciata presentazione disegno di legge per la convocazione di un referendum bis per l’indipendenza a ottobre 2023.

17.30 – Vertice NATO a Madrid, incontro tra Erdogan, Stoltenberg e i primi ministri di Finlandia e Svezia riguardo l’ingresso dei due Paesi nella NATO.

18.00 – Superbonus 110%, stop del governo a proroghe e nuovi fondi ma possibile apertura sulle cessioni.

19.00 – Segretario generale ONU Guterres: “La guerra in Ucraina dimostra che la transizione verde è una priorità”.

Petrolio, gli USA abbandonano ogni cautela ambientale per aumentare la produzione

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Allo scopo di aumentare la produzione del cosiddetto petrolio di scisto, gli Stati Uniti hanno scelto di premere l’acceleratore su una tecnica nota come refracking. Anziché creare nuovi pozzi, si induce una seconda ‘esplosione’ ad alta pressione in quelli già sfruttati al fine di estrarre dalle rocce quanto più petrolio possibile. Si stima che il ricorso a questa sollecitazione aggiuntiva possa essere fino al 40% più economico rispetto alla creazione di nuovi siti d’estrazione. Quanto all’impatto ambientale, non si sa molto. Certo è che, in questo senso, il fracking in sé non è un’operazione trascurabile. Ma ora, poco importa. Il greggio oscilla intorno ai 100 dollari al barile, l’occasione di guadagnare tanto senza fare grandi investimenti è quindi probabilmente troppo ghiotta per lasciarsela scappare. Tanto più alla luce delle recenti tensioni tra l’industria petrolifera e la Casa Bianca la quale, riluttante a promuovere nuovi investimenti fossili, è sotto pressione per contenere i prezzi record del carburante.

Ma in cosa consiste il refracking? Innanzitutto, va precisato che non si tratta di una tecnica nuova. L’operazione, adottata dall’industria fossile da oltre un decennio, implica una seconda fratturazione idraulica in giacimenti rocciosi già sfruttati e, quindi, già sottoposti ad un primo fracking: un’attività estrattiva finalizzata a ricavare petrolio e gas di scisto da rocce argillose nel sottosuolo. La tecnica consiste in una prima perforazione finalizzata a raggiungere i giacimenti, nei quali, successivamente, si inietta ad alta pressione una miscela di acqua, sabbia e prodotti chimici di sintesi allo scopo di facilitare la fuoriuscita degli idrocarburi. Alcuni pozzi, e questo è il caso del refracking, vengono quindi nuovamente fratturati per consentire l’estrazione di fonti fossili da un secondo strato geologico. Il processo può anche riaprire fratture che potrebbero essersi chiuse nel tempo e, per stimolare un’ulteriore produzione, un pozzo può essere rifratturato ogni uno o due anni.

Come anticipato, dell’impatto ambientale di una seconda fratturazione si sa poco e niente. Tuttavia, essendo note le conseguenze ecologiche di una singola operazione di fracking, non è azzardato affermare che degli interventi analoghi successivi amplifichino di molto gli impatti dei primi. Ad oggi, le criticità legate a queste pratiche sono almeno tre. In primo luogo, alla luce delle grandi quantità di acqua richieste, va citato l’enorme spreco idrico: basti pensare che ogni pozzo avrebbe bisogno tra i 100 mila e i 27 milioni di litri d’acqua. Segue la potenziale contaminazione delle falde acquifere e del suolo, poiché gran parte del liquido iniettato, contenente in media 14 differenti additivi chimici, non riemerge. Inoltre – come dimostrato da diversi studi – le operazioni di fratturazione possono perfino indurre scosse sismiche lievi e moderate. Secondo altri esperti, invece, ricorrere al refracking eviterebbe tutta una serie di impatti legati alla creazione di nuovi siti estrattivi, come ad esempio nuovo consumo di suolo. Un vantaggio incontrovertibile se solo, parallelamente, non si cercassero ulteriori giacimenti da sfruttare. Senza contare poi che l’operazione, ad ogni modo, implica l’impiego di grandi quantità di metano: un gas serra 25 volte più potente dell’anidride carbonica, nonché dannoso per la qualità dell’aria nelle vicinanze dei pozzi perforati.

[di Simone Valeri]

Secessione, la Scozia verso il referendum bis

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Nicola Sturgeon, primo ministro indipendentista scozzese, ha rilanciato la sfida al governo di Londra su un referendum bis per la secessione mentre il primo ministro del Regno Unito Boris Johnson era impegnato nel vertice G7 in Germania. La leader del Partito Nazionale Scozzese (SNP) ha infatti annunciato la presentazione di un disegno di legge locale al Parlamento di Edimburgo per la convocazione di un voto consultivo da tenersi secondo le sue intenzioni il 19 ottobre 2023. Il referendum dovrebbe riproporre lo stesso quesito respinto nel 2014.

Il G7 doveva parlare di crisi alimentare, ma ha deciso solo di inviare più armi a Kiev

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Si è appena concluso il 47° vertice G7 della storia, l’incontro che unisce i rappresentanti di America del Nord, Giappone e parte dell’Europa per ribadire la loro coesione, in questo caso rivolta totalmente alla questione del conflitto in Ucraina. Innanzitutto, i leader occidentali riunitisi in Baviera hanno riaffermato la condanna «alla brutale, ingiustificabile e illegale guerra mossa contro l’Ucraina dalla Russia, con il supporto della Bielorussia», manifestando la volontà di continuare sulla linea delle sanzioni a Mosca e dell’invio di equipaggiamenti militari a Kiev. Non sono state presentate, invece, misure o piani alternativi a quello delle Nazioni Unite, in discussione da settimane, per evitare che la crisi alimentare dovuta ai mancati approvvigionamenti ucraini e russi in decine di paesi nel mondo possa causare milioni di vittime. Una questione evidentemente troppo distante dagli interessi immediati dei grandi della Terra.

Sul punto, come di consueto, tante parole e nessuna azione concreta. Al termine del G7, il presidente del Consiglio italiano Mario Draghi ha citato le parole del segretario generale ONU António Guterres: «siamo ormai vicini al momento della verità per capire se l’Ucraina e la Russia vorranno sottoscrivere l’accordo che permetterà al grano di uscire dai porti». Si tratta del piano avanzato dalle Nazioni Unite in discussione da settimane, che prevede la gestione congiunta da parte di Turchia, Russia, Ucraina e ONU delle operazioni di entrata e uscita dai porti ucraini. Nello specifico, le Nazioni Unite dovrebbero controllare e ispezionare le navi provenienti dall’estero, mentre Ankara dovrebbe scortare le navi nel Maro Nero. Ma le incognite sono tante: innanzitutto il parere favorevole di Kiev e Mosca, a cui si aggiungono poi le condizioni del grano contenuto nei silos da mesi. Ulteriori ritardi eliminerebbero ogni dubbio sull’utilizzabilità dei prodotti alimentari destinati a decine di paesi nel mondo. Dunque, non aver formulato un piano alternativo per la risoluzione di questa crisi, soprattutto alla luce delle riserve espresse dai paesi coinvolti, non può che rappresentare una sconfitta per il G7 e un pericolo per milioni di persone, soprattutto in Africa e in Medio Oriente.

Gli attori del vertice sono parsi decisamente più interessati a parlare di armi e aiuti militari. «Continueremo a coordinare gli sforzi per soddisfare le urgenti esigenze di Kiev in termini di equipaggiamento militare e di difesa», hanno dichiarato congiuntamente i leader occidentali al termine dell’incontro di tre giorni a cui farà seguito il vertice NATO di Madrid. Oltre alla fornitura di materiale bellico, verranno rinnovati l’addestramento e il supporto logistico, di intelligence ed economico nei confronti delle forze armate ucraine. Spazio poi alle sanzioni nei confronti di Mosca, «il cui impatto si aggraverà nel tempo», al centro del “default” che in queste ore sta riguardando la Russia in un contesto di disinformazione da parte della stampa occidentale. «Tutti i leader concordano sulla necessità di limitare i finanziamenti a Putin, ma anche di rimuovere la cause dell’inflazione. Abbiamo dato mandato con urgenza ai ministri su come applicare un price cap sul gas e sul petrolio. La stessa Unione europea accelererà nei prossimi giorni il suo lavoro sul tetto al prezzo del gas», ha dichiarato Mario Draghi in conferenza stampa a Elmau alla fine del G7. Ribaditi, infine, gli obiettivi di collaborazione con la Cina – invitata a fare pressione sulla Russia affinché cessi la sua aggressione militare e ritiri immediatamente e incondizionatamente le sue truppe dall’Ucraina – e di ricostruzione del territorio ucraino, per cui l’Italia rivestirà un ruolo fondamentale alla luce del recente accordo tra Confindustria e il presidente Zelensky.

[di Salvatore Toscano]