giovedì 19 Maggio 2022

Il Congo autorizza le trivellazioni nella foresta pluviale

La Repubblica Democratica del Congo (RDC) ha dato il via alle assegnazioni delle licenze per l’estrazione petrolifera nell’area del bacino del fiume Congo, dove si trova la foresta pluviale più grande al mondo dopo quella amazzonica. E proprio le motivazioni addotte per giustificare la distruzione della foresta amazzonica riecheggiano in questo contesto: le trivelle permetteranno “lo sviluppo delle comunità locali”. Si tratta di una decisione che rischia di compromettere una delle ultime aree al mondo capace di assorbire più carbonio di quanto ne emetta. Come denunciato da Greenpeace, il provvedimento avrà “conseguenze catastrofiche per il clima globale e le comunità locali”.

La maggior parte del petrolio che verrà estratto nella RDC si trova sotto uno dei polmoni verdi più estesi al mondo. La Cuvette centrale, regione di foreste e zone umide del bacino del Congo, ospiterà infatti 9 dei 16 blocchi destinati all’estrazione del combustibile fossile. Così, mentre i Paesi di tutto il mondo si riempiono la bocca di retorica riguardo la transizione climatica e l’esigenza di fare meno affidamento sui combustibili fossili e più sulle fonti di energia rinnovabili, le grandi industrie estrattive si preparano a devastare un nuovo ecosistema.

Irene Wabiwa Betoko, International Project Leader di Greenpeace Africa per la foresta del bacino del Congo, ha attaccato duramente quei Paesi che “hanno promesso 500 milioni di dollari per proteggere la foresta pluviale del Congo durante la COP26 di Glasgow” e che ora devono “dare conto dei loro loschi e sporchi piani per rimpiazzare la foresta pluviale e le torbiere con il petrolio”. Questi Paesi (tra i quali figurano la Francia e altre nazioni dell’Unione europea) hanno infatti firmato un partenariato pluriennale che avrebbe dovuto mirare a limitare la deforestazione in RDC, promuovere la rigenerazione di 8 milioni di ettari di terre e foreste degradate e proteggere, riconoscendole entro uno status speciale, il 30% delle aree nazionali, comprendendo quelle in cui le comunità locali si impegnano a gestire le foreste in modo sostenibile.

L’intenzione dell’esecutivo congolese sarebbe quella di aumentare la produzione di petrolio, che ad oggi è ferma ad appena 25 mila barili al giorno interamente destinati all’export. Il governo del presidente Tshisekedi non è nuovo a iniziative di questo tipo, che compromettono la salvaguardia dell’ambiente: negli scorsi mesi l’esecutivo ha infatti annunciato l’intenzione di cancellare la moratoria sulle nuove concessioni per il legname della foresta pluviale.

[di Valeria Casolaro]

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