Alimenti per l'infanzia, cereali da colazione, dolciumi vari, acqua in bottiglia, caffè e tè, gelati, cibi surgelati, gelati, snack e cibi per animali domestici. Potremmo continuare ancora con l’elenco, ma in realtà basta aprire le credenze di casa per capire che Nestlé è davvero una multinazionale che ha a che fare con una lista quasi infinità di alimenti. Controllando le etichette vi sorprenderete di quanti prodotti diffusi con i marchi più diversi riportino in piccolo, da qualche parte della confezione, la Nestlé come casa madre. Fondata in una piccola località della Svizzera francese di no...
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Con l’approvazione della legge di iniziativa governativa per lo scioglimento della Knesset, il parlamento monocamerale di Israele, e della legislatura, l’attuale ministro degli Esteri Yair Lapid diventerà primo ministro ad interim fino alle elezioni previste per il prossimo novembre, le quinte in meno di quattro anni. Lapid – che prende il posto di Naftali Bennett – assumerà le funzioni dalle 24 di oggi (ora locale). La decisione è stata presa a causa della mancanza di una maggioranza stabile in parlamento, che poteva contare su 59 seggi su 120.
Nei mesi scorsi, la Commissione europea ha dichiarato di non poter recuperare i messaggi di testo che la presidente Ursula Von der Leyen ha scambiato con l’amministratore delegato di Pfizer Albert Bourla nel corso dei negoziati sulla fornitura all’UE di 1,8 miliardi di dosi di vaccino anti-Covid. Mercoledì, il Mediatore europeo, l’organo che ha il compito di indagare sulle denunce relative a casi di cattiva amministrazione da parte delle istituzioni dell’Unione, ha pubblicato un documento nel quale la Commissione ha rivendicato il proprio diritto a non conservare le registrazioni dei messaggi di testo della Von der Leyen, in quanto comunicazioni di natura “breve ed effimera” e per questo non contenenti “informazioni importanti su politiche, attività o decisioni della Commissione”. Il Mediatore ha definito le affermazioni della Commissione “problematiche su diversi punti”, non rilasciando per il momento ulteriori commenti.
La controversia risale ad aprile 2021, quando in seguito a un articolo del New York Times in cui veniva appunto riferita la notizia dello scambio di messaggi tra la Von der Leyen e Bourla, la Commissione europea ha ricevuto la richiesta di accedere pubblicamente ad essi. Tuttavia, l’istituzione di Bruxelles ha fatto sapere di non poter fornire l’accesso a nessuno dei messaggi non essendo questi ultimi stati conservati e, dunque, non avendone traccia. Per questo motivo, è stata effettuata una denuncia presso il Mediatore europeo, che ha deciso di avviare un’indagine lo scorso 16 settembre. Il denunciante ha basato la sua richiesta sul fatto che gli sms rientrerebbero nel concetto di “documento” previsto dal regolamento 1049/2001, il quale stabilisce che in caso di mancata diffusione pubblica i richiedenti possono rifarsi all’organo di controllo. Da notare come circa un terzo delle indagini che il Mediatore europeo svolge ogni anno riguardano la mancanza o il rifiuto di fornire informazioni.
La decisione finale dell’organo di controllo dovrebbe arrivare nelle prossime settimane e includerà «un’analisi completa dell’accaduto». L’esito delle indagini ha valore di raccomandazione, rientrante dunque nella categoria del soft law o comunque del diritto non vincolante, che viene inviata all’istituzione o all’organo interessato che dispone di tre mesi per comunicare il proprio parere. Se l’ente non accetta le raccomandazioni proposte, il Mediatore può redigere una relazione speciale da presentare al Parlamento europeo, il quale può a sua volta elaborare una relazione e sottoporre la questione all’Aula. S’intende, dunque, che la strada più rapida ed efficace sia quella dell’accettazione da parte della Commissione delle raccomandazioni che arriveranno dal Mediatore. Una strada che comunque non porterà alla pubblicazione degli scambi tra Ursula Von der Leyen e Albert Bourla, visto che da Bruxelles fanno sapere che dei messaggi non è rimasta alcuna traccia, nonostante l’argomento e il periodo delicati e l’ampia discrezionalità del concetto di “informazioni importanti su politiche, attività o decisioni della Commissione”.
Spesso notiamo come alcune nazioni estere non abbiano alcun riguardo per la privacy internettiana dei propri cittadini, che i dati siano utilizzati senza ritegno per ottimizzare i sistemi di sorveglianza. In tal senso, l’Unione Europea si è sempre dimostrata una virtuosa eccezione, tuttavia un recente emendamento si è assicurato di garantire all’Europol quegli stessi poteri invasivi che critichiamo aspramente ai Governi autoritari.
Facciamo un passo indietro. L’Europol è l’agenzia UE che coordina le polizie dei Paesi Membri quando queste sono impegnate in indagini relative al crimine organizzato di portata internazionale. Come tutte le attività di sicurezza governative, l’Europol non è soggetta alle leggi sulla privacy digitale codificate nel GDPR, tuttavia esistono comunque alcune limitazioni attraverso cui si tutelano i cittadini da eventuali abusi. Limitazioni garantite tra le altre dal Data Subject Categorisation (DSC), il quale è appena stato annichilito.
Senza troppe cerimonie e nel silenzio generale, il 27 giugno 2022 Parlamento e Consiglio UE si sono assicurati di formalizzare un emendamento che è immediatamente entrato in vigore. La modifica alla legge europea ha ampliato nettamente i poteri dell’Europol, entità che in passato era peraltro finita nel mirino dello European Data Protection Supervisor (EDPS), l’autorità di sorveglianza indipendente che vigila sulla tutela della privacy da parte delle istituzioni europee.
Lo scorso gennaio, l’EDPS aveva denunciato che il modo di gestire i dati da parte dell’Europol fosse contrario alle norme di legge, ovvero che l’agenzia poliziesca preservasse illegalmente nei propri archivi le informazioni di soggetti non coinvolti nei crimini al centro delle indagini. Per risolvere l’abuso, l’organo di vigilanza aveva imposto che le informazioni raccolte venissero scremate e regolarizzate nell’arco di dodici mesi, pena la cancellazione coatta di quanto contenuto sui server.
Con il recente emendamento, l’Unione Europea non si è solamente assicurata di annullare i presupposti su cui si appoggiava la decisione dell’EDPS, ma ha anche provveduto a intensificare considerevolmente l’efficienza della sorveglianza poliziesca. L’Europol può infatti ora trattare i dati dei non indagati al pari di coloro che hanno legami con la malavita e tale variazione ha valore retroattivo, quindi va di fatto ad annullare l’ordine di adeguamento.
Non solo, come spiega la stessa polizia europea, l’aggiornamento assicura ai suoi uffici la possibilità di sviluppare e applicare nuove tecnologie ai fini di combattere la malavita internazionale, nonché garantisce maggiore spazio di manovra nell’ottenimento dei dati digitali direttamente dalle aziende private. Considerando che nel 2023 dovrebbe entrare in campo il progetto europeo di gestione dei dati criminali attraverso sistemi di machine learning e Big Data, INFINITY, le tempistiche non possono che sollevare qualche preoccupazione.
L’Europol sostiene che l’emendamento appena siglato andrà a rinvigorire le funzioni dell’EDPS, una posizione che non è però condivisa dall’EDPS stessa, la quale parla invece di «indebolimento del diritto fondamentale alla protezione dei dati». L’organo di vigilanza sottolinea quindi che i nuovi poteri polizieschi non siano compensati da tutele adeguate e fa notare che ora starà all’Europol autonormarsi per non sfociare in ulteriori abusi. Non certo una garanzia.
«Svezia e Finlandia vogliono unirsi alla NATO? Che lo facciano», ha dichiarato il presidente russo Vladimir Putin alla tv di stato, aggiungendo: «devono capire che prima non c’era alcuna minaccia, mentre ora se contingenti militari e infrastrutture saranno dispiegati, dovremo rispondere in modo simile e creare eguali minacce». Ciò vuol dire che alla presenza militare NATO nei confini orientali, che passeranno a 2600km (dai 1300 attuali) con l’entrata di Finlandia e Svezia nell’Organizzazione, si affiancherà quella russa. Durante il vertice di Madrid, i membri NATO hanno annunciato che le forze di pronto intervento passeranno da 40000 a 20000 unità, da dispiegare a rotazione soprattutto sul fianco orientale europeo.
Stordimento elettrico applicato in maniera inadeguata, gabbie sovraffollate e pratiche di trasporto problematiche: sono queste alcune delle criticità emerse da un’indagine realizzata dall’associazione Essere Animali all’interno di 7 allevamenti spagnoli di trote, spigole e orate. Quanto documentato in tali luoghi – che secondo Essere Animali sono rappresentativi del modo in cui i pesci vengono allevati in tutta l’Unione europea – fa dunque luce sull’enorme sofferenza degli animali. Una sofferenza che, denuncia sempre l’associazione, mostra le “carenze dell’attuale normativa dell’Unione Europea sul benessere degli animali, inadeguata a garantire la protezione dei pesci d’allevamento”.
Nello specifico, l’inchiesta ha mostrato come un’applicazione non corretta dello stordimento elettrico da eseguire prima dell’abbattimento possa causare una sofferenza acuta e prolungata ai pesci. Sono stati documentati, infatti, casi di animali rimasti coscienti e destinati a morire lentamente di asfissia. Ciò a causa del modo in cui sono stati attuati due metodi di stordimento elettrico, quello effettuato in acqua e ghiaccio e quello applicato a secco: nel primo lo strumento utilizzato è risultato inadeguato non consentendo di stordire tutti gli animali in modo rapido, mentre il secondo a causa della mancanza di acqua nonché dell’assenza di contatto diretto tra gli elettrodi e ciascun animale è risultato insufficiente non permettendo una trasmissione uniforme della corrente elettrica.
Per non parlare delle gabbie, spoglie oltre che sovraffollate. Una condizione altamente critica dato che, ricorda Essere Animali, non solo “la stabulazione a elevate densità e la scarsa qualità dell’acqua negli allevamenti di pesci possono contribuire alla diffusione di malattie, all’aumento dell’aggressività tra conspecifici e a un incremento del tasso di mortalità”, ma “la completa assenza di arricchimenti ambientali nelle vasche o gabbie può provocare un aumento dei livelli di stress, degli episodi di aggressività e di cannibalismo, e dei ferimenti”. Un problema importante per i pesci, inoltre, è rappresentato dalle fasi che precedono il trasporto. Queste ultime oltre a includere un periodo di digiuno sono caratterizzate, come documentato, dall’ammassamento degli animali in reti o vasche ristrette, il che può causare il peggioramento della qualità dell’acqua e uno stato di stress acuto nonché di affaticamento nei pesci, provocato dai loro tentativi di fuggire. A generare problemi però sono anche le operazioni di carico e scarico, effettuate con reti o sistemi di pompaggio. Le reti, infatti, possono causare lo schiacciamento dei pesci che si trovano nella parte sottostante nonché abrasioni e lesioni causate dallo sfregamento con le stesse o dagli urti con gli altri pesci, mentre le pompe possono generare lesioni a causa della eccessiva velocità di pompaggio nonché della presenza di giunzioni, curve a gomito, bordi spigolosi o taglienti.
Il trasporto dei pesci. Credits: Essere Animali.
Infine, certamente da menzionare sono i danni generati dal “grading”, una delle tipiche pratiche che caratterizzano l’acquacoltura, volta a selezionare i pesci in base alla taglia e dunque smistare nelle vasche quelli di dimensioni simili. Ebbene, sono state documentate prolungate sofferenze per gli animali, che cercando di sfuggire ai rulli di macchinari non adeguatamente predisposti per l’attività hanno iniziato a soffocare, con diversi pesci che sono rimasti incastrati e sono morti dopo una lunga agonia.
Pesci incastrati nei rulli. Credits: Essere Animali
È per tutti questi motivi che Essere Animali, tramite la diffusione dell’indagine, ha deciso di partecipare e rilanciare una campagna dell’organizzazione Compassion in World Farming con cui si chiede alla Commissione europea, che è impegnata nella revisione della legislazione sugli animali allevati a fini alimentari, di includere la tutela dei pesci tra gli obiettivi prioritari della revisione della normativa UE. Nello specifico, con una petizione presente sul sito di Essere Animali e già firmata da oltre 1000 persone, ai funzionari della Commissione europea viene chiesto di “introdurre una legislazione europea dettagliata che copra tutti gli aspetti dell’allevamento dei pesci per assicurare loro condizioni rispettose durante allevamento, trasporto e macellazione”. Del resto – sottolinea l’associazione – nonostante in Europa i pesci siano “tra gli animali allevati in maggior numero”, a differenza di “quanto predisposto per gli animali terrestri, per i pesci in allevamento la legislazione comunitaria attuale stabilisce solo alcuni requisiti generici e formulati in maniera tale da rendere spesso le poche disposizioni sul benessere animale difficilmente applicabili”.
Tre carri armati “Pzh 2000” provenienti dalla base militare di Persano, in provincia di Salerno, sono stati fermati dalla Polizia Stradale di Napoli al casello di Mercato San Severino dell’autostrada Salerno-Caserta, in quanto la ditta privata incaricata del loro trasporto non era in possesso della documentazione necessaria. È questa la notizia circolata nella giornata di oggi che però, relativamente al luogo in cui tali mezzi militari erano diretti, risulta avvolta da un alone di mistero. Secondo una ricostruzione del quotidiano Il Mattino, infatti, i tre carri armati avrebbero avuto come destinazione finale l’Ucraina, tuttavia lo Stato maggiore della Difesa, con una precisazione arrivata successivamente, ha dal canto suo sostanzialmente smentito la notizia.
“Si precisa che i mezzi trasportati, Pzh2000, erano diretti in Germania per un’esercitazione”, ha infatti fatto sapere lo Stato maggiore tramite un comunicato relativo alla notizia pubblicata dal quotidiano. Secondo Il Mattino, però, i tre mezzi bellici “facevano parte di un convoglio di cinque carri armati diretti verso il luogo del conflitto in corso tra Ucraina e Russia” ed in tal senso gli altri due mezzi, che avrebbero passato i controlli, avrebbero successivamente “proseguito il loro tragitto verso Bologna” da dove poi, “attraverso la Germania”, dovrebbero arrivare “in Ucraina”. Una ricostruzione dunque non totalmente contrastante con il comunicato dello Stato Maggiore, essendo la Germania presente anche nella cronaca fatta dal quotidiano, ma differente per ciò che riguarda la destinazione finale. Quest’ultima resta dunque avvolta da un alone di mistero, con le autorità che si sono affrettate a precisare che i mezzi erano diretti in Germania.
Ad essere certo, ad ogni modo, è il fatto che i tre carri armati sono stati spediti nuovamente a Persano in attesa di essere ritrasportati su mezzi in regola con i documenti. Nello specifico, a quanto pare i trattori e i semirimorchi della ditta privata incaricata del loro trasporto erano sprovvisti della carta di circolazione, la prevista revisione periodica era scaduta ed inoltre uno dei conducenti non aveva l’autorizzazione per guidare mezzi di trasporto eccezionali.
Un incendio è scoppiato in un carcere di Tulua, nel sudovest della Colombia, durante una rivolta, provocando un bilancio di almeno 49 morti e 30 feriti. Le autorità governative hanno annunciato l’avvio delle indagini per fare chiarezza sull’accaduto. L’evento riguarda uno dei temi più delicati per la Colombia: la sicurezza delle carceri, che teoricamente potrebbero ospitare 81.000 detenuti a livello nazionale, circa 16.000 in meno rispetto a quelli effettivi.
Il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan ce l’ha fatta: ha barattato il suo veto sull’ingresso di Finlandia e Svezia nella NATO con la vita dei curdi. L’intesa è stata raggiunta durante le prime ore del summit nordatlantico in corso a Madrid, dopo settimane di incontri e di muri da parte di Ankara, che non ha ceduto di un centimetro la sua posizione, conscia del ruolo cruciale che sta ricoprendo nelle trattative di Russia e Ucraina relative soprattutto allo sblocco del grano e dei prodotti alimentari fermi nel porto di Odessa. Numerose le richieste avanzate dalla Turchia e accettate da Finlandia e Svezia: dalla revoca dell’embargo sulle armi al mancato supporto alle organizzazioni che chiedono la nascita e l’indipendenza di uno stato curdo (Kurdistan). Si tratta del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK) e dell’Unità di Protezione Popolare (YPG), i principali attori sul campo e alleati delle potenze occidentali nella lotta allo Stato Islamico del decennio scorso, a cui Europa e America del nord hanno deciso di voltare le spalle.
I membri delle due organizzazioni attive prevalentemente in Turchia, Siria e Iraq, che hanno trovato rifugio in Finlandia e Svezia dalle persecuzioni di Ankara – contraria alla nascita di uno stato curdo – potranno così essere estradati. In base all’intesa raggiunta tra le parti, la Turchia ha già chiesto l’estradizione di 33 sospetti “terroristi” dai paesi scandinavi, ma i numeri sono destinati a salire. Finlandia e Svezia modificheranno, infatti, le loro leggi sul terrorismo, istituendo con la Turchia un meccanismo congiunto permanente che avrà come obiettivo la consultazione in materia di giustizia, sicurezza e intelligence. Venuto meno il veto di Ankara, i trenta membri della NATO hanno potuto invitare formalmente Finlandia e Svezia, accogliendo la loro richiesta e avviando il processo di adesione. L’apertura di Erdoğan verso i due paesi scandinavi è stata accolta con entusiasmo al summit NATO. «Svezia e Finlandia hanno accettato di sostenere la lotta alle minacce per la sicurezza, modificare la loro legislazione, attuare una stretta sul PKK e accettare un accordo sulle estradizioni dei curdi ricercati in Turchia per terrorismo», ha dichiarato il segretario generale dell’Organizzazione Jens Stoltenberg.
Kurdistan
A non esultare saranno sicuramente i curdi, e in particolare le organizzazioni indipendentiste del PKK e dell’YPG, traditi ancora una volta dall’opportunismo dell’Occidente, che vede nella Turchia un alleato fondamentale per contrastare la Russia. L’accondiscendenza della NATO si tradurrà in un silente via libera per Erdoğan per continuare a reprimere le forze curde interne e a bombardare quelle attive al di là dei confini. Negli ultimi mesi, e in particolare da quando gli occhi della comunità internazionale sono puntati sull’Ucraina, la Turchia ha attaccato quasi incessantemente i curdi in Iraq e in Siria, anche ricorrendo – secondo alcune denunce – ad armi chimiche vietate. Si tratta di due dei paesi in cui è presente il gruppo etnico, il più esteso (40 milioni di persone) al mondo privo di un proprio territorio riconosciuto a livello internazionale, vittima di violente persecuzioni nel corso della storia. Tra il 17 e il 18 aprile scorso, l’esercito turco ha lanciato un’offensiva contro le basi del Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK) nel nord dell’Iraq e ha compiuto una serie di raid anche nel Rojava, nel nordest della Siria. I due territori rappresentano delle esperienze di autonomia e confederalismo democratico che alimentano la volontà di indipendenza da parte dei curdi in Turchia e due pilastri su cui potrebbe fondarsi il futuro stato, riconosciuto a livello internazionale, del Kurdistan. Per questo motivo sono gli obiettivi principali delle offensive militari lanciate da Ankara, che intende creare una zona cuscinetto a sud-est della penisola anatolica.
Dal 2016, Ankara ha lanciato tre grandi offensive verso il nord della Siria, che le hanno permesso di conquistare – nel silenzio della comunità internazionale – centinaia di chilometri di terra, spingendosi per circa 30 chilometri nel paese, in operazioni contro la milizia curdo-siriana Unità di Protezione Popolare (YPG) sostenuta ancora oggi dagli Stati Uniti dopo gli anni della lotta all’ISIS. Gli stessi Stati Uniti che non hanno preso in considerazione l’idea di inimicarsi la Turchia per la causa curda, soprattutto visto l’attuale scenario geopolitico. A dirla tutta, la tendenza degli ultimi mesi sembrerebbe alludere a una sorta di passaggio di consegne da Washington ad Ankara circa il ruolo di partner con il Medio Oriente e, in particolare, con le monarchie del Golfo, complici le relazioni tese tra il presidente statunitense Joe Biden e il principe ereditario saudita bin Salman e il disgelo tra Arabia Saudita e Turchia, ribadito nel recente incontro tra le parti. Il mese scorso, la Siria aveva dichiarato che «le minacce aggressive del regime turco rappresentano una flagrante violazione del diritto internazionale e dell’integrità territoriale e della sovranità del paese». Oggi, mentre le richieste di Erdoğan venivano concretizzate a Madrid, il presidente al-Assad, sostenuto da Mosca, ha riconosciuto in via ufficiale l’indipendenza e la sovranità delle repubbliche di Donetsk e di Luhansk nel Donbass.
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