martedì 24 Marzo 2026
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Combattere inquinamento e caro vita con i treni a basso costo: l’esempio della Germania

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In Germania da inizio mese sono stati venduti 21 milioni di abbonamenti per i mezzi pubblici, da treni a bus alle metropolitane. Considerando i 10 milioni di abbonamenti che erano già stati siglati, in poco tempo i cittadini tedeschi che usano regolarmente il trasporto pubblico sono diventati più di 30 milioni. Un boom di buon auspicio e che rende il Paese esempio da seguire da altri governi, come quello italiano, per dirne uno. L’attuale governo tedesco Scholz ha scelto di non lasciar fluttuare in un’aurea di teoria l’osannata svolta ecologica e di infliggere allo stesso tempo un colpo al caro carburante che attanaglia i cittadini di tutta Europa, approvando un piano che fissa l’abbonamento mensile ai mezzi pubblici a 9 euro. Nove euro spendendo i quali un tedesco può muoversi in lungo e in largo per tutta la nazione. La risposta dei cittadini è stata sorprendente e dimostra quanto preferire l’automobile non sia una scelta presa a priori, ma il frutto di ragioni spesso economiche.

Il così soprannominato ticket per il clima (Klima-Ticket) è per ora un esperimento circoscritto nel tempo, che ha preso il via il mese scorso e terminerà a fine agosto. Visti gli ottimi risultati ottenuti che non riguardano solo una risposta positiva a livello effettivo di utilizzo di bus, treni e metro ma anche un intuibile calo molto significativo del traffico, un’ottimizzazione del tempo e addirittura un effetto positivo contro l’inflazione, c’è tuttavia chi già propone di sfruttare l’attuale momento di slancio per introdurre «un’offerta basata su sconti permanenti», come ha precisato il presidente del SOVD (Sozialverband Deutschland, un’associazione sociale tedesca) Adlof Bauer. Quest’ultimo ha anzi proposto di introdurre abbonamenti annuali pari a 365 euro, ovvero a un euro al giorno.

Lo sperimentale ticket per il clima che sarà valido fino alla fine di agosto ha dunque posto le basi per riscoprire e preferire trasporti che da quando nati hanno permesso di viaggiare e spostarsi a chiunque, in maniera spesso conveniente. Poi però il treno e altri mezzi di trasporto pubblici sono diventati sempre più cari e mal organizzati, portando i cittadini di diversi paesi a preferire altre alternative (basti guardare la situazione nel Bel Paese). Ma ora che i pendolari tedeschi hanno perso meno ore nel tragitto casa-lavoro, come ad Amburgo e Wiesbaden in cui è stato rilevato un risparmio medio attorno ai quattro minuti su un tragitto di mezz’ora, e che in 23 delle 26 principali città della Repubblica federale non si riscontrano praticamente più le lunghe code di automobili, quella sperimentata potrebbe davvero essere un’ottima scusa per dare inizio a una rinascita del trasporto pubblico, pronta a giovare non solo i cittadini ma anche i governi.

I calcoli dell’Istituto federale di statistica mostrano infatti come direttamente proporzionale all’aumento di abbonamenti Kilma-Tiket sia stato il calo dell’impennata dei prezzi al consumo (dal 7,9% di maggio al 7,6% di giugno). L’offerta dei treni è poi moltiplicata, vista la richiesta sensibilmente aumentata specialmente per le tratte a breve raggio e se all’inizio dell’offerta erano stati riscontrati alcuni inghippi dovuti a una risposta ben più entusiasta del previsto, le ferrovie statali sono state in grado di prendere immediati provvedimenti e dimostrare come l’allarmismo che alcuni hanno visto nel Klima-ticket fosse infondato.

Ciò che si diceva quasi deridendo il provvedimento del governo Scholz mettendo in guardia su incredibili blocchi, prenotazioni impossibili, blackout di siti, sovraffollamenti soffocanti e altre piaghe simil bibliche, è stato completamente smentito dalla realtà dei fatti. Un mese di abbonamenti a nove euro ha invece permesso di vedere città meno trafficate, persone di più settori utilizzare lo stesso mezzo pubblico a un prezzo accessibile a tutti mentre il governo è stato in grado di trarre benefici economici facendo un favore all’ambiente e ai cittadini. Insomma, si può fare, con grandi benefici per l’ambiente e per le tasche dei cittadini.

[di Francesca Naima]

La forzatura del governo sull’uso del POS è un nuovo regalo alle banche

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Da ieri, 30 giugno, è scattato in Italia l’obbligo di POS per i commercianti, prestatori di servizi e professionisti. Il Point of sale, o terminale di pagamento, è un dispositivo elettronico che consente di effettuare pagamenti mediante moneta elettronica, ovvero tramite carte di credito, di debito o prepagate. Le diverse tipologie di POS sono accomunate dalle commissioni bancarie che variano mediamente tra l’1% e il 4% a carico dell’esercente. È su questo punto che vertono le proteste di coloro che vendono un servizio/prodotto finale al cliente: dai tassisti ai liberi professionisti, dalle edicole agli ambulanti, dai parrucchieri ai panettieri e ai fiorai. Non l’utilizzo del POS, che viene considerato dagli stessi esercenti come un motivo di sicurezza dal momento in cui diminuisce la quantità di moneta cartacea in cassa, ma le commissioni a vantaggio delle banche, che accresceranno i loro profitti a meno di improbabili misure governative.

In effetti, ad oggi le strade percorribili sono due: trasferire l’onere della commissione allo stato (e per esteso ai cittadini) o giungere a un accordo con gli istituti bancari per abolirle o al massimo modificarle. Si tratta di due alternative difficili, che sicuramente non entreranno in vigore nel prossimo futuro. Ciò che, invece, produce effetti giuridici all’interno del nostro ordinamento è l’obbligo per i commercianti, prestatori di servizi e professionisti di accettare dai clienti pagamenti elettronici, pena multe da 30 euro a cui si aggiunge il 4% della transazione negata. L’iter sanzionatorio ha inizio con una denuncia da parte del cliente nei confronti dell’esercente che non si è adeguato alla misura. Tuttavia, la legge prevede che “in caso di problemi tecnici o di connessione” riguardanti il POS non possano scattare sanzioni e multe.

Considerando le diverse aziende che mettono a disposizione degli esercenti i dispositivi per i pagamenti elettronici, emerge che la commissione media sia dell’1,5%. A rappresentare un “valore estremo” è Satispay, che non applica alcun costo aggiuntivo sulle transazioni inferiori a dieci euro. Ad ogni modo, si tratta di percentuali sui beni di consumo e sui servizi che andranno ad arricchire le banche, ricevendo passivamente decine di migliaia di euro al giorno. Per capire l’impatto delle commissioni sulla potenza d’acquisto è esemplificativo paragonare lo scambio di moneta cartaceo a quello digitale (nel caso in cui si applichino commissioni): partendo da una banconota da 100 euro – anche dopo scambi fisici infiniti – l’ultima persona che li incasserà si troverà in mano sempre le stesse 100 euro. Nell’ipotesi digitale, invece, all’aumento degli scambi corrisponde una diminuzione della quantità di moneta, più o meno rapida a seconda della commissione applicata. Per esempio, applicando anche solo la commissione minima, le stesse 100 euro scambiate via bancomat caleranno dell’uno percento ogni volta. Diventeranno 99 euro alla prima transazione, poi quelle 99 diventeranno 98,01 euro, poi 97,03, e così via. Alla cinquantesima transazione quelle che in principio erano 100 euro saranno diventate 62 e spicci. E i 38 euro mancanti? Tutti quanti “regalati” alle banche.

[di Salvatore Toscano]

Lucera è la prima città italiana a concedere la cittadinanza a Julian Assange

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Il Comune di Lucera è il primo ente locale ad avere conferito in Italia la cittadinanza onoraria a Julian Assange, il giornalista australiano detenuto in Regno Unito per il suo lavoro e per la diffusione di documenti e informazioni che hanno mostrato le violenze commesse dall’esercito statunitense in Iraq e Afghanistan. La votazione del Consiglio Comunale, proposta dal consigliere Davide Colucci su iniziativa della Federazione regionale della Puglia del Partito Comunista, si è conclusa con 11 voti favorevoli, 5 astenuti e nessun contrario. «Assange è un simbolo su cui dobbiamo tenere sempre alta l’attenzione, anche per quello che può rappresentare nel nostro paese. Abbiamo bisogno di giornalisti liberi e portatori di verità», ha dichiarato Colucci al termine dell’incontro.

Lucera è riuscita dove altre città italiane avevano fallito. Si pensi a Milano, dove il Pd ha affossato una mozione di Europa verde che proponeva il conferimento a Julian Assange della cittadinanza onoraria milanese e si opponeva formalmente alla sua estradizione dal Regno Unito agli Stati Uniti. Qualcosa si è invece smosso all’estero: Jean-Luc Mélenchon – leader dell’alleanza di Sinistra Nupes che in Francia ha sfidato Macron e ottenuto 135 seggi nelle ultime elezioni legislative – ha infatti affermato che nel caso in cui dovesse diventare primo ministro concederebbe la «naturalizzazione francese» ad Assange.

[di Salvatore Toscano]

Presentata alla Camera la nuova lista dei “putiniani”, sponsorizzata dal PD

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Dopo la lista di giornalisti e analisti accusati di diffondere propaganda russa in Italia apparsa sul Corriere della Sera, ha fatto la sua comparsa a Montecitorio un nuovo elenco, stavolta presentato da esponenti del Partito democratico e di +Europa. Il rapporto, dal titolo “Disinformazione o pluralismo? La guerra contro l’Ucraina, la propaganda del Cremlino e il caso Italia” contiene, oltre a nomi già sospetti di diffondere idee filorusse come quelli di Alessandro Orsini, Marc Innaro e Franco Cardini, alcune nuove entrate di rilievo, tra le quali Sigfrido Ranucci, Corrado Augias e Alessandro Barbero, spingendosi fino ad accusare il regista statunitense Oliver Stone, reo di aver intervistato Vladimir Putin in passato. Come per le liste stilate in precedenza, anche in questo caso la preoccupazione sarebbe una supposta lotta alla disinformazione, da combattere silenziando tutte le prospettive che discostino da quelle dominanti.

La tesi di fondo di questi documenti – volti a screditare la validità e bontà del lavoro di giornalisti, politici, storici e non solo – è che ci siano “alcuni personaggi che sono stati invitati a intervenire in diversi programmi tv o sono stati autori di articoli fuorvianti” al punto da “diffondere speculazioni e contenuti propagandistici”. Non legittime opinioni, quindi, ma “falsi miti o ideologie che tendono a sostenere la visione russa”. Così, i dem Lia Quartapelle e Andrea Romano, assieme a Riccardo Magi di +Europa, hanno presentato la lista stilata dalla Federazione italiana dei diritti umani e dalla Open dialogue in una sala di Montecitorio per un dibattito. Nei giorni scorsi, Marc Innaro – inviato Rai accusato di essere filorusso – era intervenuto a Porta Porta, riportando alcune vittorie di Mosca supportate da dati evidenti. Tra queste, il rublo ai massimi sul dollaro e sull’euro e l’incontro BRICS, che ha consolidato i rapporti tra Russia, India, Cina, Brasile e Sudafrica, paesi emergenti proiettati verso il superamento del sistema-dollaro con la creazione di un sistema interbancario alternativo a SWIFT e di un nuovo sistema di carte di credito (MIR).

Polonia, completato il muro anti-migranti

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La Polonia ha ufficialmente concluso i lavori per la costruzione del muro al confine con la Bielorussia. L’obiettivo della struttura, alta più di 5 metri e lunga 186km, è di contrastare il flusso di migranti provenienti da Medio Oriente e Africa che hanno trovato in Minsk un passaggio verso l’Unione europea. Venerdì scorso, le autorità polacche hanno revocato lo stato di emergenza lungo il confine con la Bielorussia che negli ultimi mesi aveva impedito a giornalisti e associazioni per i diritti umani di intervenire e denunciare la crisi umanitaria, che ha visto morire decine di migranti nell’ultimo inverno.

Giovedì 30 giugno

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9.00 – Italia, al via da oggi le sanzioni per i commercianti che rifiutano i pagamenti con POS.

10.00 – Ucraina, dopo mesi di blocco la prima nave carica di grano è salpata dal porto di Berdyansk, ora sotto controllo russo.

11.40 – La Camera rinvia il voto su cannabis e ius scholae, diritti oggetto di fibrillazioni all’interno della maggioranza.

12.00 – Covid: nella nuova bozza presentata dal governo Draghi spunta la proroga per mascherine e lavoro da casa.

13.00 – Vertice NATO di Madrid: la Russia classificata come “minaccia globale” e la Cina come “sfida” alla sicurezza.

13.20 – Vertice NATO, nuova gaffe di Biden: nel discorso chiama Svizzera la Svezia.

14.00 – Governo cinese: “La NATO è la vera sfida alla pace, dice di essere difensiva ma continua a fare guerre”.

18.00 – Strage di Viareggio: Mauro Moretti, ex ad di Ferrovie dello Stato, condannato a 5 anni.

 

Il presidente Widodo invita i leader di Russia e Ucraina al G20

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Il presidente indonesiano Joko Widodo ha invitato al prossimo G20 sia il presidente ucraino Volodymyr Zelensky che quello russo Vladimir Putin, con l’intento di farsi promotore del dialogo tra i leader dei due Paesi in conflitto. L’Ucraina, infatti, è stata invitata nonostante non faccia parte del G20 proprio con questa finalità. Zelensky ha affermato che «La partecipazione dell’Ucraina dipenderà dalla situazione della sicurezza in Ucraina e da chi altro potrebbe essere presente». La decisione di Widodo smentisce l’affermazione del premier italiano Mario Draghi secondo cui «Putin non verrà al G20» che aveva suscitato la reazione piccata del Cremlino.

Ucraina, Biden: Usa invieranno altri 800 milioni di aiuti militari

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Il presidente degli Stati Uniti Joe Biden, durante la conferenza stampa tenutasi in seguito al vertice della Nato a Madrid, ha affermato che Washington annuncerà nei prossimi giorni altri 800 milioni di dollari in aiuti militari all’Ucraina. «Sosterremo l’Ucraina per tutto il tempo necessario», ha dichiarato a tal proposito Biden secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa Reuters.

Covid: nella nuova bozza del governo spunta la proroga delle restrizioni

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Utilizzo delle mascherine FFP2, precauzioni igieniche da adottare obbligatoriamente e la possibilità di ricorrere allo smart working: sono questi alcuni dei punti toccati all’interno della bozza di aggiornamento delle misure di contrasto al virus sul lavoro dei privati, che il governo condividerà nella giornata di oggi con le parti sociali. “L’uso delle mascherine filtranti FFP2 rimane un presidio importante per la tutela della salute dei lavoratori ai fini della prevenzione del contagio, soprattutto nei contesti di lavoro in ambienti chiusi e condivisi da più lavoratori o aperti al pubblico o dove comunque non sia possibile il distanziamento interpersonale di un metro per le specificità delle attività lavorative”. Questo si legge nel testo relativamente al primo punto menzionato, per il quale viene affermato che il datore di lavoro debba assicurare la “disponibilità di FFP2 al fine di consentirne ai lavoratori l’utilizzo nei contesti a maggior rischio”.

La proroga del loro utilizzo sembra dunque essere scontata, ma resta da vedere se si opterà per una semplice raccomandazione o per un vero e proprio obbligo. Secondo quanto riportato dal quotidiano la Stampa – che ha anticipato il contenuto del testo – l’obbligo di mascherina per i lavoratori del privato non dovrebbe essere revocato. Tuttavia maggiori certezze vi saranno in seguito all’incontro di oggi pomeriggio con le parti sociali per l’esame del testo, nel quale potrebbero essere avanzate eventuali proposte di modifiche.

Come anticipato, poi, la bozza prevede per le persone presenti sul luogo di lavoro l’obbligo di “adottare tutte le precauzioni igieniche, in particolare per le mani”, con il datore di lavoro che dovrebbe “mettere a disposizione idonei e sufficienti mezzi detergenti, accessibili a tutti i lavoratori anche grazie a specifici dispenser collocati in punti facilmente accessibili”. Oltre a ciò, la possibilità di ricorrere allo smart working a quanto pare continuerà ad esservi, essendo il lavoro agile definito come “uno strumento utile per contrastare la diffusione del contagio da Covid-19, soprattutto con riferimento ai lavoratori fragili, maggiormente esposti ai rischi derivanti dalla malattia”.

Il testo prevede altresì la “sanificazione periodica” dei locali e delle postazioni di lavoro, orari di ingresso e uscita scaglionati in modo da evitare assembramenti
nelle zone comuni ed il costante ricambio dell’aria. Presente infine anche il controllo della temperatura, al quale il personale prima dell’accesso al luogo di lavoro potrà essere sottoposto, che non dovrà superare i 37,5 gradi.

Detto ciò, tralasciando l’aggiornamento di tali restrizioni, un’altra misura che potrebbe essere prorogata – secondo quanto comunicato dal deputato di Alternativa Raphael Raduzzi – è quella riguardante le multe per gli over 50 non vaccinati. «I relatori di maggioranza del dl Aiuti son venuti a farci vedere l’emendamento che propongono sulle multe per over50 parzialmente o non vaccinati che porterebbe il termine dal 1 febbraio al 15 giugno», ha infatti affermato questa mattina Raduzzi tramite un tweet, sottolineando che Alternativa lo «subemenderà» con il fine di «cancellare ogni multa».

[di Raffaele De Luca]

Gli indigeni dell’Amazzonia colombiana verso la riconquista dell’autogoverno

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indigeni colombia

Una misura apparentemente ovvia, ma che in Colombia potrebbe essere (ri)conquistata dopo secoli per la prima volta al mondo. In Colombia i dipartimenti abitati dalle comunità indigene di Amazonas, Guainía e Vaupés potrebbero molto presto essere riconosciuti come “entità territoriali indigene” (ITE). Se così fosse, questi territori torneranno ad autogovernarsi rispetto ad un’ampia gamma di temi, godendo ad esempio di autonomia finanziaria e, più in generale, di una certa indipendenza decisionale. Si tratterebbe naturalmente di un riconoscimento molto importante, previsto a seguito di una sentenza della Corte Costituzionale che nel settembre del 2021 ha imposto al Governo di prendersi carico e valutare, oltre a quelle di Amazonas, Guainía e Vaupés, tutte le richieste di questo tipo.

Per i rappresentanti dei dipartimenti, che si sono riuniti per la prima volta a Bogotà tra il 16 e il 20 maggio, è stata una grossa sorpresa ritrovarsi a parlare della possibilità che i loro territori diventino entità territoriali. Di fatto queste avrebbero la stessa autonomia e autorità di un comune o di un dipartimento, esercitando maggiore potere sulle proprie risorse, anche quando queste vengono prelevate dallo Stato. In altri termini, significherebbe stilare i propri piani di sviluppo in materia di organizzazione del territorio, o del mantenimento dell’ordine pubblico ad esempio.

«Potrebbe diventare la prima regione al mondo in cui le popolazioni indigene hanno i poteri politici e amministrativi per gestire i loro territori, secondo i loro sistemi di conoscenza, e in modo coordinato e articolato con il governo centrale» ha riferito l’associazione Gaia Amazonas. Un esempio che potrebbe essere seguito in altre parti del mondo dove la tutela dell’ambiente ha bisogno di maggiori garanzie.

Il riconoscimento dei diritti, dei loro territori e del sistema di governo adottato sono da sempre temi centrali nella lotta indigena. Le popolazioni locali sono infatti considerate le uniche a sapersi prendere cura della terra, rispettandone i suoi cicli vitali e le sue risorse. La creazione di ITE potrebbe inoltre agevolare il processo di conservazione della cultura locale, le cui decine di sfaccettature si spalmano su un territorio di circa 10 milioni di ettari di foresta quasi totalmente incontaminata. Questo spazio raccoglie 43 popoli indigeni diversi, che parlano 40 lingue differenti e il cui fulcro vitale è proprio il rispetto e la salvaguardia della natura. Infatti le persone si prendono cura delle loro colture, costruiscono oggetti d’artigianato intrecciando i filamenti provenienti dalle palme e vivono seguendo il ritmo delle stagioni.

Il rispetto della loro individualità non è sempre stato tutelato dalla legge. La Costituzione colombiana ha riconosciuto per la prima volta la presenza di una forte diversità etnica e culturale nel Paese solo nel 1991.  Non significa che da quell’anno le cose siano totalmente cambiate in meglio. Anzi, il 37% dell’Amazzonia colombiana vive ancora in un limbo legale, senza una chiara regolamentazione che le governi.

«Il governo non vuole che gli indigeni si governino da soli. Non accetta che sappiano come gestire le risorse», ha detto Luis Andrés Tabaquen, rappresentante legale del Medio Rio Guainía Resguardo, un altro territorio cioè che persegue il riconoscimento ITE. È molto probabile che il motivo abbia a che fare col denaro. I popoli indigeni dell’Amazzonia, che difendono la terra e le sue risorse, sono considerati un ostacolo per lo sviluppo economico della Colombia e dei suoi rapporti con i Paesi esteri. Proprio per questo motivo, per anni le comunità locali hanno subito (e continuano a subire) minacce, violenze e schiavitù.

Ma le cose potrebbero in parte cambiare e quella del riconoscimento dell’ITE è una delle strade percorribili. I primi sviluppi decisivi potrebbero esserci all’inizio del prossimo anno.

[di Gloria Ferrari]