martedì 24 Marzo 2026
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Divieto aborto, Google cancellerà localizzazione se utente va in clinica

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Google ha annunciato che cancellerà la cronologia della localizzazione di utenti che visiteranno cliniche per l’aborto, centri antiviolenza o altri luoghi sensibili. La società ha così compiuto i primi passi in direzione della tutela delle donne i cui dati potrebbero essere utilizzati dalle autorità degli Stati che vietano l’aborto, dopo la cancellazione della sentenza Roe v. Wade che garantiva il diritto di interruzione di gravidanza a livello federale. La notizia giunge dopo che qualche giorno fa è stato comunicato che la magistratura potrà chiedere a piattaforme digitali dati di varia natura, tra i quali visite o semplici contatti con le cliniche di aborto, acquisto di pillole abortive, applicazioni che registrano il ciclo mestruale e molto altro, per poter perseguire le donne sospettate di aver abortito.

Vaccini anti-Covid ai bambini, studio ISS rivela: proteggono molto meno del previsto

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Uno studio pubblicato sulla rivista scientifica The Lancet il 30 giugno e realizzato dagli scienziati dell’Istituto Superiore di Sanità e dal Ministero della Salute italiano ha rivelato che l’efficacia del vaccino contro il Covid sui bambini nella fascia di età 5-11 anni è molto più bassa di quanto si pensasse. Su quasi 3 milioni di bambini osservati, dei quali 1,1 milioni vaccinati e 1,7 milioni non vaccinati, ha indicato una copertura inferiore al 30% per l’infezione e del 41,1% appena contro lo sviluppo di forme gravi della malattia. Inoltre la protezione diminuisce rapidamente dopo il primo ciclo di vaccinazione. Lo studio è il più grande di questo tipo mai realizzato e l’unico ad essere stato effettuato al di fuori degli Stati Uniti.

Dall’inizio della pandemia, in Italia, sono 10 mila le ospedalizzazioni di bambini di età inferiore agli 11 anni e meno di 200 i ricoveri in terapia intensiva. A partire dal 7 dicembre 2021 il Ministero della Salute italiano ha aperto alle vaccinazioni con vaccino Pfizer-BioNTech per i bambini in questa fascia d’età, con un regime di due dosi a distanza di 21 giorni l’una dall’altra. Al 13 aprile 2022 – data di conclusione dello studio dell’ISS – su 3,6 milioni di bambini idonei alla vaccinazione, appena il 38% (1,2 milioni) aveva ricevuto la prima dose e il 34% (1,1 milioni) aveva completato la vaccinazione completa.

I dati sono forniti dallo stesso studio dell’ISS, il più esteso mai realizzato di questo tipo per numero di soggetti osservati e il primo realizzato al di fuori degli Stati Uniti, dal titolo Efficacia del vaccino BNT162b2 contro l’infezione da SARS-CoV-2 e il Covid-19 grave nei bambini tra i 5 e gli 11 anni in Italia: analisi retrospettiva del periodo gennaio-aprile 2022. I bambini presi in considerazione per lo studio, tutti italiani e senza precedente diagnosi di infezione da Covid-19, sono stati seguiti dal 17 gennaio al 13 aprile 2022. Le osservazioni sono state condotte su un totale di 2.965.918 bambini, dei quali il 35,8% (1.063.035) vaccinati con due dosi, il 4,5% (134.386) con una sola dose e il 59.6% (1.768.497) non vaccinati. Durante l’osservazione, sono stati registrati 766.756 casi di Covid, tra i quali 644 di infezione grave – di questi, 627 sono stati ospedalizzati, 15 ricoverati in terapia intensiva e 2 deceduti. All’interno del gruppo completamente vaccinato, l’efficacia del vaccino è risultata essere del 29,4% nei casi di infezione da Covid e del 41,1% nei casi di infezione grave. Nel gruppo parzialmente vaccinato, gli stessi dati scendono rispettivamente al 27,4 e al 38,1%. L’efficacia del vaccino, inoltre, ha raggiunto il picco del 38,7% dei primi 14 giorni successivi alla vaccinazione completa, per poi scendere al 21,2% nei 43-82 giorni successivi. “La vaccinazione contro il Covid-19 nei bambini tra i 5 e gli 11 anni in Italia”, scrivono gli scienziati, “mostra una minore efficacia nel prevenire l’infezione da SARS-CoV-2 e Covid-19 gravi rispetto a soggetti di età superiore ai 12 anni. L’efficacia contro l’infezione sembra diminuire dopo il completamento dell’attuale ciclo di vaccinazione primaria”.

“Molti Paesi in Europa e altrove hanno un livello di copertura vaccinale nei bambini tra i 5 e gli 11 anni relativamente basso. I nostri risultati suggeriscono che BNT162b2 [Pfizer-BioNTech] è moderatamente efficace nel prevenire le infezioni e le malattie gravi in questo gruppo di età. Tuttavia, l’efficacia è inferiore rispetto ad altri gruppi e, almeno contro le infezioni, sembra diminuire. Questi dati devono essere interpretati dalle autorità sanitarie pubbliche insieme ai dati sulla sicurezza dei vaccini e alla probabilità di mortalità e morbidità causate dal Covid-19 in questa fascia d’età”.

Come fatto notare da Antonio Cassone, immunologo membro dell’American Academy of Microbiology, in un articolo su Repubblica – l’unico, tra i media mainstream, che abbia trattato la questione -, i dati sull”incidenza di malattia grave nei bambini si aggirano a 2 ogni 100 mila per quanto riguarda i ricoveri in terapia intensiva e di uno ogni 100 mila per infezioni che portano al decesso. Tuttavia, poco dopo, lo stesso Cassone difende il principio delle vaccinazioni nei bambini anche di fronte a questi dati, in quanto il beneficio dei vaccini non è solo “evitare una grave malattia”, ma – riportiamo testualmente – “va visto anche in un’ottica educativa e sociale“, che si traduce nella possibilità di “andare a scuola, fare sport e altre attività insieme”.

“Il punto più cogente riguarda la dose booster: fare cioè un richiamo vaccinale, una terza dose, anche nei bambini. I dati dell’ISS ne suggeriscono chiaramente l’opportunità se non la necessità. Di fatto la Pfizer ne ha già ottenuto l’autorizzazione negli USA dimostrando che il richiamo causa un aumento del livello anticorpale, anche se forse solo transitorio, ed un probabile incremento del grado di protezione” scrive l’immunologo.

Fermo restando che la somministrazione di farmaci e medicinali dovrebbe perseguire scopi puramente sanitari ed esulare completamente dall’intento educativo paventato su Repubblica, ricapitolando quanto dedotto dai dati siamo di fronte a un virus che nella fascia di popolazione in oggetto ha un tasso di ospedalizzazione irrisorio e un tasso di mortalità quasi nullo. Di queste bassissime percentuali di bambini infettati, la copertura di questo specifico vaccino dall’infezione da Covid-19 non arriva al 30%. Va notato come la distribuzione del vaccino per i bambini tra i 5 e gli 11 anni sia stata autorizzata dopo l’esito di uno studio – condotto da Pfizer negli USA – che ne esaminava l’effetto su appena 2000 soggetti di tale fascia d’età e che suggeriva un’efficacia del vaccino fino al 98%. Quanto emerso dalla ricerca dell’ISS non può non sollevare alcune riflessioni sull’esaustività di studi condotti su porzioni estremamente limitate di popolazione in tempi brevi, con la pretesa di applicarli successivamente su scala globale. Negli ultimi mesi si sono inoltre susseguiti studi che hanno dato risultati insoddisfacenti circa il rapporto rischi-benefici della vaccinazione pediatrica – della quale abbiamo fornito un’accurata disamina in un nostro articolo -, risultati che lo studio prodotto dall’ISS non fa altro che confermare.

[di Valeria Casolaro]

Una recensione immaginaria

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Un editore che stimo molto, La barca di Caronte, mi ha inviato l’ultimo libro di Robert Ponti, un americano che insegna Mondi futuribili alla Stanford University. Il libro si intitola Il cosmo che non mi piace. Intrigante la trama. Si parte dai Sei giorni della creazione di sant’Ambrogio vescovo, quarto secolo dopo Cristo, praticamente la traduzione dal greco dell’opera di Basilio di Cesarea, da cui il Ponti ricava l’idea della armonia universale, una concezione secondo lui precorritrice della globalizzazione economica, purché la dizione harmonia mundi venga sostituita da controllo cosmico.

Poi l’autore si sposta a citare dalla Naturalis historia di Plinio il Vecchio, per dimostrare che già nell’antico mondo romano l’essere umano poteva avvalersi di rimedi naturali nel caso di diffusione catastrofica di morbi, ma il Ponti asserisce che il vero, insuperabile rimedio consiste nella progettazione di malanni che mettano a dura prova il sistema immunitario, quello che Plinio chiamava l’exercitus salutaris.

Lo scienziato americano dà il meglio di sé, a mio parere, quando riconosce nell’Umanesimo neoplatonico il vertice dell’intelligenza di un cosmo unico e interdipendente e in Marsilio Ficino l’artefice di una filosofia di sintesi tra cielo e terra. E da lì parte per dire che è sempre più necessario il controllo delle Università, generatesi dal pensiero rinascimentale ma diventate purtroppo luoghi di pluralismo contraddittorio.

Ecco poi l’elogio di Giordano Bruno e del suo pensiero globalizzante, dove il Tutto universale e l’Uno divino coincidono. Ma il Ponti critica il Bruno per non aver individuato in una potenza militare armata la difenditrice di tale eccelso principio.

Viene poi il Ponti a celebrare Diderot e D’Alembert per la Encyclopédie francese di fine Settecento, dove la Ragione è la via per la vera e universale conoscenza di tutto ciò che l’umanità ha creato. Ma lo scrittore è perplesso perché i due non mostravano la giusta fiducia nei governanti che in fondo, come nell’antica Grecia, sono depositari incontestabili del bene per il popolo.

L’autore si spinge poi in suggestive ipotesi sulla fine della comunicazione in una rapida carrellata dalla invenzione del telegrafo e del francobollo sino ai voli intercontinentali di consegna della posta. Ormai, sostiene Ponti, la comunicazione è diventata inutile perché il mondo è del tutto incomprensibile e, per capirlo, non c’è altro sistema che dare a lui sempre ragione, cominciando a consegnargli proprietà materiali e intellettuali, proponendosi egli come l’amministratore dell’unica società mondialista che ha i requisiti per esistere, ovvero la Robert Ponti Industry for Health, Welfare, Brotherhood and Prosperity.

[di Gian Paolo Caprettini – semiologo, critico televisivo, accademico]

Libia, i manifestanti assaltano il Parlamento a Tobruk

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In Libia, nel corso di alcune proteste contro il peggioramento delle condizioni di vita e lo stallo politico del Paese, alcuni manifestanti hanno preso d’assalto il Parlamento di Tobruk, nella zona orientale. I media locali, citati da Reuters, hanno riferito che in diversi sono riusciti a entrare nell’edificio e commettere atti di vandalismo, mentre alcuni hanno bruciato pile di pneumatici all’esterno. Parte dell’edificio, al momento dei fatti vuoto, sarebbe stata bruciata. Venerdì si sono svolte manifestazioni anche a Tripoli, la capitale, dove i manifestanti hanno protestato contro le milizie armate e chiesto migliore fornitura di elettricità e il taglio del prezzo del pane. Nelle scorse settimane sono state infatti registrate interruzioni di corrente di diversi giorni, aggravate dal blocco di numerosi impianti petroliferi per via di rivalità politiche.

Venerdì 1 luglio

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7.40 – Ucraina, missili su palazzo e centro ricreativo a Odessa: almeno 20 i morti.

9.30 – Polonia, terminata costruzione del muro anti-migranti.

10.00 – Inflazione all’8%: è il dato più alto dal 1986.

11.00 – Zelensky, Ucraina “ha iniziato a esportare in modo significativo elettricità in Romania, territorio UE”.

11.30 – Svizzera, legale a partire da oggi il matrimonio tra coppie omosessuali.

12.00 – Sudan, 8 morti nella repressione delle manifestazioni contro il regime militare.

16.00 – Venezia, ingresso a pagamento a partire da gennaio 2023.

 

 

Von der Leyen annuncia piani di emergenza sul gas

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Durante la conferenza stampa congiunta con il premier ceco, Petr Fiala, in occasione del lancio del semestre della presidenza ceca dell’Ue, la presidente della Commissione Ursula Von der Leyen ha affermato che la Russia potrebbe interrompere le forniture di gas e che è necessario prepararsi a questa eventualità. «Sono tempi difficili: la Russia ci sta deliberatamente parzialmente tagliando la fornitura di gas e ci dobbiamo preparare. Per questo, con la presidenza ceca, stiamo preparando dei piani di emergenza per l’Europa». Ha quindi dichiarato che potrebbe servire il contenimento e ha insistito sulla solidarietà europea: «abbiamo le interconnessioni che ci permettono di invertire i flussi. Questi piani ci permetteranno di fare fluire il gas dove sarà più necessario» ha affermato.

La NATO ha rivelato le politiche strategiche per i prossimi dieci anni

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Dopo la chiusura del vertice NATO di Madrid, è il momento di fare un punto. Il summit è stato definito «storico» dal presidente americano Joe Biden e per una volta non si tratta di una esagerazione. La pubblicazione del nuovo Concetto Strategico NATO 2022, ovvero del documento guida dell’Alleanza Atlantica volto a delinearne obiettivi e strategie contiene dei punti che segneranno il futuro del pianeta e innanzitutto del continente europeo. Il documento guida viene pubblicato ogni dieci anni e, per capire quanto sia cambiato il mondo in appena due lustri, basti sapere che in quello del 2010 la Russia veniva ancora definita un “partner strategico”. Di certo il nuovo Concetto Strategico segna una vittoria per gli USA, ma difficilmente per i cittadini può avere il medesimo sapore. A meno che non si consideri una vittoria un futuro fatto di spese militari moltiplicate, presenza rafforzata di forze armate americane sul territorio, ostilità aperta con la Russia e pericolosa contrapposizione strategica con la Cina. Ma andiamo con ordine.

Il messaggio principale emerso al summit è stato quello di unità degli Stati membri di fronte alle minacce rappresentate dai cosiddetti Paesi autoritari come Russia e Cina: «inviamo un messaggio inequivocabile. La Nato è forte e unita. La Nato è pronta ad affrontare qualsiasi tipo di minaccia, in qualsiasi campo. E ora è più che mai necessaria» ha affermato Biden.

In seguito al terremoto geopolitico innescato dalla guerra in Ucraina stanno rapidamente cambiando le relazioni e le alleanze internazionali, nonché l’architettura di sicurezza europea e globale, con Russia e Cina viste sempre più come un pericolo per l’assetto internazionale sorto con la fine della Guerra Fredda e strenuamente difeso dagli USA che lo hanno dominato fino ad ora. Gli epocali cambiamenti in corso, dunque, non potevano non riflettersi anche nella strategia atlantica sintetizzata nello “Strategic Concept 2022”: non a caso, il Segretario generale della NATO Jens Stoltenberg ha affermato che si tratta della «più grande revisione della nostra deterrenza e difesa collettiva dai tempi della Guerra Fredda».

Nel documento si afferma che le minacce da affrontare sono globali e interconnesse e che i regimi autoritari sfidano gli “interessi” e “i valori democratici” dell’Alleanza e al contempo investono in “sofisticate capacità militari, anche missilistiche, sia convenzionali che nucleari”. Si legge poi che «L’area euro-atlantica non è in pace» e che dopo più di trent’anni «non possiamo escludere la possibilità di un attacco contro la sovranità e l’integrità territoriale degli alleati».

Molti paragrafi del Concetto Strategico sono dedicati a Russia e Cina: la prima viene definita come “la più diretta e significativa minaccia per gli Alleati” in quanto cerca di stabilire “sfere di influenza e di controllo diretto attraverso la coercizione, sovversione, aggressione e annessione” utilizzando metodi convenzionali, cyber, e ibridi contro l’Alleanza e i suoi partner. La Cina, invece, non viene individuata come una minaccia, ma come una “sfida” per gli “interessi, la sicurezza e i valori” della NATO. Pechino, infatti, userebbe la sua leva economica per “creare dipendenze strategiche e aumentare la sua influenza”, oltre a compiere “operazioni maligne ibride e cibernetiche” che colpiscono la sicurezza alleata. Ma a preoccupare di più l’alleanza militare euroatlantica è “la partnership strategica, sempre più profonda” tra Pechino e Mosca, la quale viene descritta come contraria agli interessi e ai valori dei Paesi NATO.

Una volta stabiliti principi e obiettivi, nel documento si passa ad analizzare l’ambiente strategico, il quale pone minacce multiforme, assumendo i tratti della guerra ibrida: vengono citate infatti attività malevole nello spazio cibernetico, la promozione di campagne di disinformazione, le migrazioni usate come strumenti di provocazione e destabilizzazione geopolitica, la manipolazione dell’accesso alle fonti energetiche e l’impiego della coercizione economica. L’Alleanza quindi si prepara ad agire su ciascuno di questi fronti, attraverso l’aspetto più pratico del Concetto Strategico 2022, vale a dire il nuovo modulo forze Nato, integrato sui cinque domini (terra, mare, aria, cyber e spazio): esso prevede truppe preassegnate a specifiche aree e Paesi, mezzi pre-posizionati rafforzati per le rotazioni. A tale scopo, Stoltenberg ha annunciato un aumento di 260.000 soldati con vari livelli di prontezza.

I contenuti del Concetto Strategico così delineati non potevano non comportare la decisione di aumentare le spese militari da parte dei Paesi membri dell’Alleanza e, infatti, tale incremento è uno dei punti salienti emerso al summit, sottolineato in particolare dal Segretario generale Stoltenberg, secondo il quale il 2% del PIL in spesa militare «è sempre più considerato come un punto di partenza, non un tetto», in quanto «fare di più costa di più». In generale, gli investimenti militari dell’Alleanza sono aumentati costantemente a partire dal 2014 per tutti gli Stati che vi aderiscono, con diverse nazioni che hanno già superato il 2%. Stati Uniti e Grecia sono i Paesi che hanno visto l’incremento maggiore arrivando, rispettivamente, al 3,47% e al 3,76%.

Insieme alla corsa agli investimenti nel settore militare, l’altro evento fondamentale del summit è stata la decisione da parte del presidente turco Erdogan di ritirare il veto sull’adesione all’Alleanza di Svezia e Finlandia. L’eventuale ingresso dei due Paesi nordici nella NATO rappresenterebbe per questi ultimi una svolta storica e una rivoluzione nell’impianto di sicurezza europeo che, tuttavia, oltre a sacrificare i curdi, non comporterebbe più sicurezza nel Vecchio Continente, ma più instabilità e la possibilità di escalation. Mosca ha già fatto sapere, infatti, che qualora venissero predisposte basi militari NATO in questi Paesi non esiterebbe a prendere contromisure, portando così ad un livello di tensione che si riverserebbe anche sull’area del Baltico. Non per niente, il viceministro degli Esteri russo Ryabkov ha asserito che: «La sicurezza dell’Alleanza così si indebolisce».

Tutto il summit NATO di Madrid è stato improntato a fornire un’immagine di unità e compattezza degli Stati membri per rispondere in primo luogo alla Russia e alla crisi ucraina, ma anche alla Cina. L’obiettivo della NATO, infatti, non è tanto quello di difendere il territorio degli Stati dell’Alleanza, bensì quello di difendere lo status quo dell’ordine internazionale sorto all’indomani della caduta dell’URSS e ora messo in discussione dalle nuove potenze in ascesa definite “autoritarie” dal mondo liberal. Le decisioni prese al Vertice NATO di Madrid e il nuovo Strategic Concept hanno esattamente questa funzione: plasmare la strategia e gli obiettivi che serviranno all’Alleanza nei prossimi anni per mantenere e difendere un’egemonia che si presenta sempre più vulnerabile e incerta e che ha subito un ulteriore colpo con l’avvio dell’operazione speciale russa in Ucraina.

[di Giorgia Audiello]

Venezia, ingresso a pagamento a partire da gennaio 2023

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L’assessore al Turismo di Venezia Simone Venturini ha dichiarato che nella giornata di giovedì la giunta comunale ha approvato il regolamento del contributo di accesso alla città, ideato al fine di regolarizzare gli accessi dei turisti che arrivano da fuori Regione e non pernottano. In base a fattori quali stagione turistica, fascia oraria e numero di prenotazioni già effettuate, a partire dal 16 gennaio 2023 l’accesso alla città avrà un costo compreso tra i 3 e i 10 euro. La misura è “indispensabile se vogliamo ridurre gli eccessi dei picchi stagionali”, ha dichiarato Venturini. Il Comune ha anche precisato che non è previsto un tetto massimo di ingressi giornaliero.

Alluminio, litio e zinco: la Cina conquista le scorte mondiali per l’auto elettrica

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Recentemente, il Parlamento europeo ha votato la messa al bando della vendita di auto diesel e benzina dal 2035 in avanti, anno a partire dal quale sarà autorizzata solo la vendita di veicoli elettrici. Tuttavia, ci è voluto poco per rendersi conto che tale decisione legherà mani e piedi l’industria del Vecchio Continente alla Cina, per via delle cosiddette materie prime critiche. Per produrre le batterie delle auto elettriche, infatti, occorrono una serie di metalli – comprese le terre rare – la cui disponibilità è detenuta in grandi quantità proprio dalla Cina. Mentre, al contrario, essi scarseggiano notevolmente in Europa e negli Stati Uniti. Se, dunque, l’obiettivo è quello di rendere indipendente l’Occidente dalle importazioni di risorse provenienti dai cosiddetti “Paesi autoritari” – come affermato spesso dai leader democratici – tale decisione sembra andare nella direzione completamente opposta.

Le auto elettriche, infatti, necessitano di decine di metalli per funzionare e le loro batterie richiedono, oltre al litio anche grafite e manganese, cobalto e nickel insieme a rame, ferro e alluminio. Per il motore, vengono usati neodimiodisprosio e praseodimio (appartenenti al gruppo di 17 elementi noti come terre rare). La maggior parte di questi elementi, però, sta diventando introvabile in Europa: si registra, infatti, una scarsità preoccupante di metalli quali lo zinco, il rame, l’alluminio e lo stesso litio. In particolare, risulta che l’alluminio sia ai minimi storici, con meno di 20000 tonnellate depositate nei magazzini e particolarmente allarmante è ciò che sta avvenendo a Londra. L’esperto di terre rare Gianclaudio Torlizzi – citato dal Corriere della Sera – spiega, infatti, che «il livello delle scorte di metalli nei magazzini del London Metal Exchange continuano a mostrare un livello critico. Nei primi quattro mesi dell’anno si è assistito a un calo di 479 mila tonnellate». Anche negli Stati Uniti si registra una situazione simile, considerato che gli stock sono in calo da 18 mesi, toccando il record minimo di 22.339 tonnellate.

Al contrario, a detenere in abbondanza diversi metalli è proprio il Dragone che possiede il 93% delle scorte mondiali di rame, una buona quantità di terre rare e di litio. Secondo le stime della US Geological Survey al mondo esiste una riserva di circa 40 milioni di tonnellate di litio, il 65% del quale si trova nel sottosuolo di Bolivia, Cile e Argentina. Gli Stati che possiedono i principali giacimenti sono, infatti, nell’ordine, Australia, Cile e Argentina, cui si è aggiunta – al quarto posto – la Cina. Tuttavia, il gigante asiatico avendo ottenuto buona parte delle concessioni da parte degli Stati dell’America latina e dall’Africa, si è posizionata ai primi posti nel settore della raffinazione e dell’estrazione. Con una capacità di progettazione a lungo termine che non appartiene di certo alla perenne logica emergenziale delle democrazie occidentali, insomma, la Cina è stata in grado di stringere prima degli altri accordi con i paesi produttori.

Già da tempo la Cina è il principale esportatore di materie prime critiche verso l’Europa con il 44% del totale, così come è il principale fornitore di terre rare che esporta per il 98%. Con la decisione europea di puntare tutto sull’elettrico, questa situazione non potrà che inasprirsi, consegnando l’industria europea completamente nelle mani di Pechino. A ciò si aggiunge il fatto, non trascurabile, per cui se è vero che i veicoli elettrici non producono emissioni inquinanti, i metodi estrattivi del litio possono avere seri impatti ambientali: le estrazioni, infatti, oltre a danneggiare il suolo e causare la contaminazione dell’aria, richiedono un enorme quantità di acqua: circa 2000 litri per un chilo di litio. Attualmente si stima che la domanda di litio sia di 500000 tonnellate e che potrebbe raggiungere circa 2 milioni di tonnellate entro il 2030. Bisogna capire, dunque, se per porre rimedio a un problema non lo si finisca in realtà per peggiorare, sebbene con impatti e modalità differenti.

Anche al netto della questione ambientale resta comunque da risolvere l’allarmante posizione in cui l’Europa versa ancora una volta, riguardante la completa dipendenza in settori strategici da quei Paesi autoritari che il mondo liberal non perde mai occasione di giudicare e condannare. La transizione energetica su cui l’Unione Europea ha investito il suo futuro economico e industriale, infatti, richiederebbe alcune scelte e strategie oculate per far sì che non si trasformi in un “suicidio green” dal punto di vista economico e occupazionale. Alcuni esperti del settore suggeriscono di promuovere gli acquisti centralizzati europei di metalli e la costruzione di alleanze commerciali con i Paesi sudamericani. Tuttavia, questi ultimi risultano in ottimi rapporti proprio con la Cina, la Russia e la coalizione dei BRICS, alla quale l’Argentina ha chiesto recentemente di aderire. Si tratta di un polo commerciale in rapida ascesa, dal quale, però, l’UE e l’Occidente in genere pare aver deciso di prendere le distanze, auto-isolandosi.

Una transizione energetica così concepita e attuata rischia di trasformarsi in un boomerang per l’economia già fragile del Vecchio Continente, distruggendo posti di lavoro e concedendo un ulteriore importante vantaggio competitivo proprio a quegli Stati che l’Occidente considera “rivali” sia da un punto di vista commerciale che geopolitico.

[di Giorgia Audiello]

Attacco missilistico russo a Odessa

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Questa mattina alcuni missili hanno colpito il villaggio di Sergiyivka nella regione di Odessa: lo ha riportato il servizio di emergenza statale dell’Ucraina che ha fatto sapere  che «Alle 13:30 il bilancio delle vittime è di 20 persone rimaste uccise, mentre 38 sono i feriti». Secondo il servizio di emergenza statale, i feriti sono stati ricoverati in ospedale. Otto persone sono state salvate, tre delle quali bambini.
Dall’altra parte, il portavoce del Cremlino ha ripreso le parole del Presidente Putin secondo cui l’esercito russo non attacca siti civili. «I russi colpiscono i depositi militari, le imprese che equipaggiano e riparano l’hardware militare, i depositi di munizioni, le aree di concentrazione e di addestramento dei mercenari, compresi quelli stranieri, e gli elementi nazionalisti» ha affermato.