sabato 7 Febbraio 2026
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La Costa Rica in stato d’emergenza per gli attacchi ransomware

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Domenica 8 maggio 2022, la Costa Rica ha accolto il suo nuovo Presidente, Rodrigo Chaves. Il giorno dopo, lo staff del neoeletto politico ha annunciato una serie di decreti che, seppur ancora in attesa di pubblicazione ufficiale, promettono di imporre alla nazione lo stato d’emergenza. Una simile soluzione draconiana sarebbe stata gettonata per contrastare i ripetuti attacchi ransomware subiti dai sistemi informatici locali.

Il provvedimento è stato anticipato durante una conferenza stampa indetta dal Presidente assieme al Capo di Gabinetto Natalia Díaz e al Ministro dell’Innovazione Tecnologica Carlos Alvarado. Il decreto dovrebbe essere formalizzato già nella giornata di oggi con l’intento dichiarato di arginare le attività cybercriminali in tempi contenuti, in particolare quelle del gruppo che utilizza il ransomware Conti gestito dalla gang russa di Wizard Spider. Il mese scorso è stato infatti rivendicato un assalto informatico che ha portato alla pubblicazione online di 672 GB di contenuti riconducibili alle Agenzie governative della Costa Rica, cosa che ha spinto diverse realtà pubbliche a sconnettersi dalla Rete pur di assicurarsi che la situazione non degenerasse.

A subire violentemente il contraccolpo della situazione è stato il Ministero dell’Economia. La testata Amelia Rueda riporta che i servizi digitali del Dipartimento del tesoro sono ormai offline dal 18 aprile, disservizio che immancabilmente rallenta tutte le procedure burocratiche danneggiando il settore produttivo. L’organo statale non ha reso nota la portata e i contenuti del furto di dati, tuttavia sappiamo che i cybercriminali hanno “stimato” che la refurtiva valga un riscatto da 10 milioni di dollari, riscatto che però sarebbe stato loro negato.

Oltre al Ministero dell’Economia, il ransomware ha dimostrato di aver raggiunto anche il Ministero del Lavoro e della Previdenza Sociale(MTSS), il Fondo per lo sviluppo e per il sostegno familiare (FODESAF), nonché il quartier generale interuniversitario di Alajuela (SIUA), tuttavia altre Agenzie sembrano essere state toccate, compreso il Ministero della Tecnologia stesso. 

Conti è un Ransomware-as-a-Service (RaaS) che è già stato utilizzato per colpire i sistemi del servizio sanitario irlandese e che ha cercato di infiltrarsi all’interno dei server ospedalieri statunitensi. La Casa Bianca ha messo sul gruppo Wizard Spider una taglia da 15 milioni di dollari: 10 milioni per ogni informazione utile per identificare i soggetti coinvolti, 5 milioni se le informazioni in questione portano all’arresto dei criminali.

Nonostante i presupposti digitali, i detrattori del Presidente temono che la manovra sia un escamotage utile a soffocare il processo democratico in favore di un accentramento di potere. Rodrigo Chaves si trova in ogni caso a dover gestire un Paese estremamente difficile da governare e ha in mano solamente 10 dei 57 seggi, in più la sua figura è macchiata da passate accuse di molestie sessuali che gli sono costate le dimissioni dalla Banca Mondiale.

[di Walter Ferri]

Ambiente: in Italia salgono a 210 i Comuni premiati con la Bandiera Blu

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Sono saliti a 210 i Comuni italiani che quest’anno sono riusciti ad ottenere la Bandiera Blu, il riconoscimento alle località rivierasche e ai porti turistici più incontaminati e sostenibili che viene assegnato dalla Fondazione per l’educazione ambientale (Fee), una Ong internazionale la cui sede è in Danimarca. Nello specifico, 9 Comuni in più rispetto all’anno scorso hanno ricevuto tale riconoscimento, con 14 nuovi ingressi e 5 località che invece non sono state confermate. A mantenere il primo posto in classifica, poi, è la Liguria, con 32 Bandiere, a cui fanno seguito la Campania, la Toscana e la Puglia, tutte con 18 Bandiere.

26 anni fa la mafia uccideva l’infiltrato Luigi Ilardo: intervista alla figlia Luana

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Esattamente 26 anni fa, il 10 Maggio 1996, un uomo veniva ucciso a colpi di pistola a Catania. Quell’uomo, un ex mafioso che alcuni anni prima aveva deciso di rimediare al suo passato criminale giurando fedeltà allo Stato italiano, inizialmente come informatore e poi come collaboratore di giustizia (lo sarebbe diventato dopo una manciata di giorni, ma i proiettili glielo impedirono) si chiamava Luigi Ilardo. L’esame della sua vicenda, che rappresenta un vero e proprio unicum nella storia di Cosa Nostra e della lotta alla criminalità organizzata, è imprescindibile per addentrarsi nelle ombre dello Stato-mafia e della “zona grigia” e cercare di capirne qualcosa in più.

La storia criminale di Luigi Ilardo iniziò ufficialmente nel 1978, quando venne “battezzato” in Cosa Nostra dopo la morte di suo zio Francesco Madonia, importante boss di Caltanissetta; subì una battuta d’arresto nel 1983, quando fu condannato a 10 anni e finì in galera; terminò ufficialmente nel 1993, nel momento in cui decise di cambiare vita per sé e la sua famiglia, mettendosi a disposizione dello Stato agendo come infiltrato all’interno della sua ex organizzazione di appartenenza, all’insaputa degli altri uomini d’onore che continuavano a trattarlo come uno di loro. Dopo avere offerto un contributo determinante ai fini della cattura di numerosi latitanti mafiosi grazie alla sua collaborazione con il colonnello Michele Riccio (prima applicato alla Dia, poi al Reparto Operativo Speciale dei Carabinieri) sotto il nome di “fonte Oriente”, nel 1995 Ilardo riuscì addirittura a condurre i Carabinieri del Ros nei pressi del covo dell’allora capo di Cosa Nostra Bernardo Provenzano, il quale, però non venne catturato dalle forze dell’ordine. Pochi giorni prima di entrare ufficialmente nel programma di protezione per i collaboratori di giustizia, Ilardo fu ucciso a Catania dalla mafia a seguito di una “soffiata istituzionale”, come sancito dalla sentenza in cui sono stati condannati i mandanti e gli esecutori mafiosi del suo omicidio (Giuseppe Madonia, Vincenzo Santapaola, Maurizio Zuccaro e Orazio Benedetto Cocimano). Prima di morire, Ilardo aveva anticipato al colonnello Riccio che avrebbe fornito all’autorità giudiziaria scottanti rivelazioni sui mandanti occulti delle bombe del biennio stragista 1992-1993, collegati, a suo dire, agli ambienti della destra eversiva e dei servizi deviati che negli anni ’70 avevano posto in essere la “strategia della tensione”, e sulle scelte politiche della mafia palermitana, che nel 1994 aveva trovato in Forza Italia il progetto politico su cui puntare dopo l’esplosione di Tangentopoli e il sostanziale “azzeramento” dei suoi ex referenti politici.

Ne parliamo con Luana Ilardo, figlia di Luigi. Colei che, 26 anni fa, ne raccolse il cadavere in via Quintino Sella a Catania, e che da allora lotta per trovare verità e giustizia sull’omicidio di suo padre e sugli innumerevoli eventi ad esso “collaterali”, che segnarono nel sangue il passaggio dalla prima alla seconda repubblica.

Una foto di Luigi Ilardo con la figlia Luana [pubblicata per gentile concessione di Luana Ilardo]
Signora Ilardo, cosa ricorda di quel tragico 10 Maggio 1996?

Che dire, lo ricordo come il giorno più doloroso della mia vita. In quel momento, percepii la fine della mia stessa esistenza. Ricordo il sangue di mio padre, che ha macchiato i miei vestiti e quelli di mia sorella, insieme alle nostre anime. Per sempre.

Quali furono i meriti di suo padre nella cornice del suo percorso di collaborazione con lo Stato italiano, in cui svolse il delicato ruolo di infiltrato?

Una chiave importante per comprendere la storia di mio padre è costituita dalla sua scelta di collaborare per quasi due anni come fonte “Oriente” a braccetto con un bravissimo colonnello di nome Michele Riccio. Grazie al lavoro svolto da mio padre sotto la sua “ala”, lo Stato ha potuto arrestare una cinquantina di mafiosi, tra cui una serie di grossi capi. Questo voglio sempre ricordarlo.

Un percorso virtuoso che, però, subì una serie di intoppi…

Mentre mio padre stava collaborando con Riccio, quest’ultimo lasciò la Dia e si pose alle dipendenze del Ros dei Carabinieri. Fin da subito i rapporti tra Riccio e il Ros si rivelarono complicati. Riccio constatò subito che l’approccio dei suoi diretti superiori rispetto alle attività di mio padre e all’entità esplosiva delle informazioni che avrebbe potuto rivelare alle autorità fu molto poco collaborativo, direi di palese disinteresse. Queste difficoltà continuarono fino all’incredibile episodio del mancato arresto di Provenzano.

Ci ricorda che cosa avvenne?

Mio padre indicò agli inquirenti il luogo in cui, il 31 ottobre 1995, si sarebbe tenuto un summit di mafia in cui avrebbe incontrato il capo di Cosa Nostra Provenzano, allora latitante, ovvero una masseria di Mezzojuso. Nonostante tutto, però, i carabinieri del Ros, guidati da Mario Mori e da Mauro Obinu, non effettuarono il blitz (ricordiamo che, per il mancato arresto di Provenzano, i Ros Mario Mori e Mauro Obinu sono stati assolti “perché il fatto non costituisce reato”, ndr).

Quando e perché, a suo parere, la situazione precipitò?

Ritengo che il momento di svolta si ebbe quando trapelò la notizia della sua vera identità, che venne di fatto ufficializzata il 2 maggio del 1996. In tale data, mio padre si incontrò con i Procuratori di Palermo e Caltanissetta alla serie del Ros di Roma, intercettando anche lo stesso generale del Ros Mario Mori. A distanza di soli otto giorni da quell’appuntamento, mio padre viene ucciso sotto casa nostra. Il processo evidenzierà che questo omicidio subì un’accelerazione e diversi collaboratori di giustizia hanno sostenuto nel tempo che, nonostante fosse stata chiesta una sorta di “autorizzazione” all’allora capo di Cosa Nostra Provenzano, questi non diede mai un assenso formale per la sua esecuzione.

Il celebre pm antimafia Nino Di Matteo ha sostenuto pubblicamente che Luigi Ilardo si sarebbe rivelato “il più importante pentito dopo Tommaso Buscetta”. Perché ancora così in pochi conoscono il caso Ilardo?

Perché la storia di Luigi Ilardo è una storia scomoda, una storia che è opportuno continuare a insabbiare cosicché se ne perda la memoria. Mio padre, con le sue rivelazioni, avrebbe infatti toccato il tema delle responsabilità istituzionali dietro ai delitti di mafia e la contiguità tra pezzi della politica e dei servizi e Cosa Nostra. Non si sarebbe fermato alla mafia militare.

Cosa pensa delle condotte dei protagonisti della “Trattativa Stato-mafia” e delle assoluzioni intervenute in Appello per gli uomini dello Stato?

Molto semplicemente, penso che siamo in Italia. E che in questo Paese, ciclicamente, la storia non fa che ripetersi. A prescindere dalle sentenze, ritengo che, nel contesto della “Trattativa”, la parte “buona”, quindi lo Stato, non si sia affatto comportata bene. I mafiosi, la parte “cattiva”, hanno seguito il loro rigoroso protocollo, squallido e illegale, in maniera puntigliosa, mentre lo Stato non ha tenuto fede al suo, di protocollo. Lo Stato non ha fatto lo Stato.

Che idea si è fatta sulle mosse dell’attuale Governo in tema di lotta alla mafia?

L’impressione è che anche questo Governo sia disallineato da quello che è lo spirito dell’impianto legislativo partorito da Giovanni Falcone e che il tema della lotta alla mafia non sia tra le sue priorità. Il solito deludente “garantismo” all’italiana si dimentica, come sempre, del dolore inflitto ai parenti delle vittime di mafia, che nei fatti rimangono le uniche condannate al “fine pena mai”.

Ritiene che il quadro che a livello legislativo va delineandosi (pensiamo, in particolare, al tema dell’ergastolo ostativo) possa costituire un ostacolo anche alla ricerca della verità sull’omicidio di suo padre?

Assolutamente sì, dal momento che molti mafiosi attualmente ristretti al 41-bis conoscono la verità sulla morte di mio padre e sulla trattativa Stato-mafia, che ne è il retroterra. Essi non avranno nemmeno la necessità di affrontare un percorso di collaborazione e redenzione per ottenere la libertà. Si sottovaluta inoltre il rischio di successive ritorsioni nei confronti di persone seriamente impegnate sul fronte antimafia, tra cui la sottoscritta.

Pochi giorni fa la Commissione antimafia è giunta in “spedizione” a Catania per ricordare la figura di suo padre sul luogo in cui venne ucciso. Almeno su quel fronte, qualcosa si sta muovendo?

Non so cosa accadrà, ma ho apprezzato tantissimo il gesto compiuto dalla Commissione parlamentare antimafia. Al di là dei risvolti giudiziari di questa vicenda, rispetto ai quali non smetterò mai di sperare in un esito positivo, è stato un atto di vicinanza umana davvero molto importante, che nessuno mai aveva avuto l’accortezza di compiere nei confronti di mio padre, del contributo che ha fornito allo Stato e nei confronti di noi familiari.

Qual è l’appello che lancia al nostro Governo?

Chiedo a questo Governo di inserire tra i primi punti della sua agenda la lotta alla mafia, di dare una concreta speranza a tutti coloro che, come me, hanno visto la propria vita distrutta dalla violenza mafiosa e che, da oltre trent’anni, cercano verità e giustizia affidandosi alle istituzioni italiane. Verità e giustizia che continuano ad esserci negate anche oggi. Credo sia un diritto imprescindibile al fine di ottenere quella pace e serenità che meritiamo.

[Stefano Baudino]

Il ruolo della gamification nel futuro della scuola

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Complici i crescenti interessi legati alla digitalizzazione, sempre più frequentemente si discute con tono quasi messianico della "gamification", una soluzione che, pur non essendo necessariamente legata al virtuale, vede nell'informatica la concretizzazione delle sue mire di coinvolgimento (engagement) profondo. A seconda di chi ne parla, il termine può però essere adoperato per descrivere strategie di marketing, gestione dei dipendenti di un'azienda o persino ottimizzare i meccanismi educativi, contesti profondamente divergenti che ci si chiede come possano essere convogliabili sotto ad un u...

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Filippine, vittoria schiacciante di Marcos jr alle presidenziali

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Appena 36 anni dopo la cacciata del dittatore Marcos, il cui regime divenne tristemente famoso per le violazioni dei diritti umani ai danni della popolazione e gli abusi economici, il figlio Ferdinand “Bongbong” Marcos jr ha riportato una vittoria schiacciante alle presidenziali filippine di lunedì. Gli esiti ufficiali giungeranno solo a fine mese, ma secondo i primi conteggi Marcos jr avrebbe infatti ricevuto oltre il 50% dei voti, più del doppio del suo rivale Reni Robledo, ex vice del presidente uscente Duterte.

Latte fieno: torna in commercio il vero latte di una volta

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Quando in un allevamento le mucche vengono alimentate principalmente con erba fresca o essiccata (fieno), a seconda delle stagioni, producono un latte molto diverso da quello che normalmente si trova in commercio e che proviene dagli allevamenti intensivi in cui le mucche vengono alimentate a mangimi e cereali: si tratta del cosiddetto latte fieno. La produzione del latte fieno è regolamentata da un disciplinare dell’Unione europea che prevede il divieto di somministrazione agli animali di insilati (foraggi fermentati) e di mangimi ogm, ma soprattutto che la quota di fieno, paglia e pula (cibi grossolani ricchi di fibra) mangiata ricopra almeno il 75% della sostanza secca annua. In pratica, quando possono stare libere al pascolo in primavera e in estate, le mucche mangiano l’erba fresca e i fiori dei prati; in autunno e in inverno, quando il clima si irrigidisce e passano più tempo in stalla, si nutrono di erba secca, quindi di fieno.

La rimanente quota di foraggio (25%) nell’alimentazione delle bovine da latte delle aziende agricole che producono il latte fieno è costituita da cereali. Si tratta quindi di una inversione nelle proporzioni dei mangimi rispetto a ciò che avviene negli allevamenti intensivi e nella produzione del latte industriale standard. In questi ultimi stabilimenti infatti le mucche non pascolano ma passano tutta la loro esistenza all’interno delle stalle, e vengono alimentate quasi esclusivamente con mangimi di cereali e legumi (mais, grano e soia), e soltanto in piccolissima parte con il fieno. Esattamente l’opposto di ciò che avviene nelle aziende del latte fieno. L’alimentazione a base di cereali non è purtroppo naturale per gli animali erbivori, che sono ruminanti e programmati per nutrirsi di erbe e fiori di campo. Alimentarli con cereali e soia comporta difficoltà digestive e uno stato di infiammazione perenne del loro rumine, oltre ad una stimolazione patologica della ghiandola mammaria che porta regolarmente una malattia chiamata mastite (infiammazione della mammella) e che costringe gli allevatori a somministrare di continuo antibiotici e cortisone per mantenere in vita le mucche, ridurre l’infiammazione e garantire la regolare produzione di altissimi quantitativi di latte (50 litri al giorno per ogni mucca, contro i 13-15 litri della mucca che mangia erba e fieno e che pascola liberamente nei prati senza assunzione di cereali). 

La produzione di latte fieno è dunque tra i metodi più tradizionali di produrre latte, basato sulla sostenibilità e garante di una gestione giudiziosa di prati e malghe, che non vengono destinati ad altro uso se non a quello del pascolo, quindi non vengono destinati e trasformati in monocolture intensive (es. meleti della Val di Non). Oltre a tutto ciò, va sottolineato ovviamente che il latte fieno e i suoi derivati contengono preziosi elementi nutrizionali (acidi grassi insaturi Omega-3, antiossidanti, vitamine, etc.) che altri latti (latti da animali alimentati con mangimi) non hanno. E questo ci fa pensare appunto ad un ritorno al latte di una volta, dove in era pre-industriale gli allevatori e i pastori producevano questo tipo di latte in tutta la penisola italiana, senza alcuna eccezione.

I vantaggi di un latte naturalmente biologico 

Nato in Austria e poi diffusosi piano piano anche in altri Paesi come la Germania e la Francia, il latte fieno si produce oggi in Italia quasi esclusivamente in Alto Adige (latte di montagna), ma si sono già attivati progetti per la sua produzione anche nell’Appennino bolognese, grazie all’iniziativa di un Biodistretto composto da circa 120 aziende agricole biologiche che intendono seguire metodi di agricoltura e allevamento più sostenibili e meno industriali. La quota di fieno, paglia e pula (cibi grossolani ricchi di fibra) mangiata dalle mucche ricopre almeno il 75% della sostanza secca annua. Il latte fieno inoltre è più digeribile del comune latte ottenuto con una dieta delle mucche a base di mangimi industriali e possiede un maggior contenuto di omega-3 e di CLA (acido linoleico coniugato), due tipologie di grassi molto importanti per il benessere del nostro sistema cardiocircolatorio. Non contiene residui di antibiotici, pesticidi e di diserbanti, in quanto espressamente vietato l’uso da disciplinare, quindi non ci sottopone al rischio di contaminazioni da sostanze chimiche. Lo stesso non può dirsi invece per il latte che proviene dagli allevamenti intensivi della Pianura Padana. Contiene difficilmente batteri indesiderati, per questo si presta alla produzione di formaggi a latte crudo. Essendo il latte fieno un latte quasi crudo (subisce solo una pastorizzazione molto blanda e infatti va consumato entro pochi giorni e tenuto sempre in frigo), la presenza di batteri indesiderati precluderebbe sia il consumo ad uso umano sia la produzione di formaggi. Ma il metodo di allevamento virtuoso e non intensivo consente un suo uso su entrambi i fronti.

Il latte fa male? Non bisogna bere latte?

Molte persone oggi si sono convinte che il latte di mucca sia un alimento nocivo, per alcuni gruppi estremisti è considerato quasi un veleno. In realtà non è nocivo e anzi si tratta di un alimento nutrizionalmente molto valido, chiaramente ne va fatto un uso corretto e non eccessivo, e soprattutto c’è latte e latte e va acquistato solo quello più naturale e più di qualità. La soluzione non è quella di eliminare il latte e considerarlo inadatto alla dieta dell’uomo, la scelta sensata è quella di tornare al latte del passato, che alcuni allevatori hanno ripreso a produrre, trattando le mucche per quello che sono: non macchine da Formula1 per la produzione di latte, ma erbivori. Animali cioè che non vanno alimentati con mangimi per produrre più latte, ma con erba e fieno, per assecondare la loro natura e per mantenerli in salute, senza forzare la loro biologia a fini di profitto. Oggi il miglior latte in commercio è senza dubbio il latte fieno. Quello biologico, ma non da latte fieno, può provenire infatti anche da allevamenti intensivi con animali sempre al chiuso, in cui non vi sono differenze sostanziali con gli allevamenti convenzionali.

Per concludere un consiglio pratico per la vostra spesa: prestate attenzione quando acquistate il latte fieno al supermercato, alcune aziende della Grande Distribuzione, ad esempio la Granarolo, si sono appena lanciate nel commercio di latte fieno ma il loro prodotto è ottenuto con la pastorizzazione ad alta temperatura, talvolta indicata con l’acronimo inglese ESL (“Extended Shelf Life”, ovvero “Data di scadenza estesa”). Si tratta di una tecnica di produzione che incide negativamente su alcuni valori nutrizionali del latte, eliminandoli (antiossidanti, enzimi, acidi grassi insaturi Omega-3, vitamine). Da non confondere il trattamento ESL con quello UHT (Ultra High Temperature), quest’ultimo consiste in una pastorizzazione più prolungata e fa perdere ancora più sostanze dal latte di partenza, sterilizzandolo maggiormente. Scegliete dunque quelle marche in cui nella confezione non sia indicata la pastorizzazione ad alta temperatura, questo latte è più nutriente e salutare.

[di Gianpaolo Usai]

Milioni di euro e lavoro non retribuito: la doppia faccia di Eurovision 2022

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Oggi inizia a Torino l’Eurovision Song Contest, festival musicale internazionale che conterà anche sul lavoro volontario e non retribuito di 600 giovani per il proprio svolgimento. L’evento terminerà sabato prossimo, 14 maggio, ma il servizio richiesto ai volontari durerà fino alla settimana successiva, terminando un lavoro iniziato il 1 aprile. Sul sito del Comune di Torino è possibile leggere le attività che interesseranno i “600 giovani maggiorenni“: si va dalla gestione dei flussi e dei servizi al pubblico (interni alle sedi e nelle aree esterne) ai presidi sala stampa, passando per collaborazioni in segreteria e accoglienza delegazioni. A dispetto dei milioni di euro investiti per l’evento, ai 600 giovani coinvolti dovrebbero essere garantiti esclusivamente dei benefici non monetari. Il condizionale è d’obbligo visto che alcune mail ricevute dai volontari remano contro questa direzione.

“I volontari e le volontarie selezionate verranno dotati di un uniforme di riconoscimento da indossare durante i turni di servizio, del biglietto di trasporto pubblico, di un buono pasto; non è prevista l’accomodation dei volontari non residenti in Torino”, si legge sul sito del comune. Diverse mail inviate dall’organizzazione sottolineano invece l’impossibilità da parte dei volontari di partecipare alla “consumazione a buffet” (riservate in via esclusiva agli ospiti), invitandoli a organizzarsi autonomamente. Nei giorni scorsi il Consiglio Comunale di Torino ha bocciato una mozione in cui si chiedeva per i 600 volontari dell’Eurovision maggiori tutele e benefici. Le misure proposte possono essere riassunte in tre punti:

  • Formulazione di un codice etico volto a tutelare la sicurezza e la formazione dei volontari.
  • Retribuzione per chi offre la propria attività lavorativa durante l’evento. Ricordiamo che in questo caso andrebbe rivisto anche l’uso del termine “volontario”, dato che ai sensi della legge n. 266 del 11 agosto 1991 esso presuppone la “gratuità delle prestazioni”. Dunque, a monte il Comune di Torino ha avuto la facoltà di scegliere la natura delle attività, pendendo verso il volontariato e facendo leva sulla passione di centinaia di giovani, nonostante gli investimenti e i ricavi che l’Eurovision porta con sé (si pensi all’impatto sui prezzi degli alloggi durante la settimana del festival).
  • Impiego dei volontari esclusivamente per attività accessorie e non strutturali all’evento, vista la preparazione non professionale.

Su quest’ultimo punto è intervenuta Bauli in Piazza (BIP), associazione legata ai diritti dei lavoratori, che in una lettera inviata a diversi soggetti istituzionali ha scritto: le attività  previste non sono “compatibili con l’impiego di volontari; si tratta di mansioni che hanno a che fare con l’ordine pubblico e la sicurezza, l’accoglienza e i contatti con il pubblico, le quali prevedono per legge una riserva a favore di soggetti autorizzati e qualificati”.

[Di Salvatore Toscano]

‘Ndrangheta, arrestato il sindaco di Cosoleto

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Antonino Gioffrè, sindaco di Cosoleto (Reggio Calabria) è stato arrestato nell’ambito dell’operazione “Propaggine” della Direzione investigativa antimafia, scattata tra Roma e Reggio, che avrebbe portato alla luce l’esistenza della cosca Alvaro-Penna. Le accuse contro di lui sono di scambio elettorale politico-mafioso, per aver favorito l’assunzione di un altro soggetto indagato. Tra gli altri capi di accusa vi sono poi il favoreggiamento commesso al fine di agevolare l’attività del sodalizio mafioso e la detenzione e vendita di armi comuni e da guerra, fattore che determina la pericolosità dell’associazione stessa. Nel filone reggino dell’inchiesta altre 33 persone sono state raggiunte da un’ordinanza di custodia cautelare.

Lunedì 9 maggio

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5.00 – Nelle Filippine si svolgono le votazioni per eleggere il nuovo presidente.

9.30 – Mosca: soldati e migliaia di persone alla Giornata della Vittoria, Putin parla ma non annuncia particolari novità sull’Ucraina.

10.00 – Kenya, le comunità locali ridanno vita ad un bosco ancestrale ripiantumando in autonomia la foresta di Chepalungu.

10.30 – Italia, morto Walter De Benedetto: malato simbolo della battaglia per la legalizzazione della cannabis.

10.50 – Colombia: inviati altri 2.000 soldati per sedare le rivolte del “cartello del golfo”.

14.00 – Sri Lanka: il Primo Ministro Mahinda Rajapaksa ha rassegnato le dimissioni dalla sua carica dopo un mese di proteste.

15.00 – Xi Jinping in videochiamata con Olaf Scholz: «fare del nostro meglio per evitare che il conflitto si intensifichi e si espanda».

15.50 – L’ambasciatore russo in Polonia, Sergei Andreev, viene ricoperto di vernice rossa da alcuni manifestanti.

16.20 – Corte di Cassazione: “Il pestaggio ai danni di Cucchi fu la causa della morte”.

16.50 – 13 paesi Ue si oppongono alla modifica dei Trattati dell’Unione, proposta da Ursula Von der Leyen e appoggiata da Emmanuel Macron.

17.45 – I sindacati della scuola, Cgil, Cisl, Uil, Snals e Gilda indicono uno sciopero per il prossimo 30 maggio.

18.30 – Roma, occupato uno stabile di via Caffarella 13 da parte di attivisti per protesta “contro la guerra e la crisi ecologica”.

 

Indonesia, i pescatori locali diventano una milizia contro la pesca illegale

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In Indonesia, i pescatori locali stanno contribuendo in maniera importante al contrasto della distruttiva pesca illegale: negli ultimi anni, infatti, il governo sta incentivando questi ultimi – così come altre comunità costiere – a formare gruppi che si occupino di pattugliare le loro acque. Si tratta di un lavoro oltremodo necessario in quanto l’area marina dell’Indonesia, che contiene una varietà di pesci di barriera corallina maggiore rispetto a qualsiasi altra parte del mondo, viene messa in pericolo da tale attività, che senza l’aiuto delle persone del posto non potrebbe essere ostacolata in maniera efficace. I pattugliamenti istituzionali infatti non riescono a contrastare in maniera impeccabile il fenomeno a causa delle limitate risorse a disposizione: basterà ricordare che, secondo l’Unione dei Pescatori Tradizionali Indonesiani (KNTI), i tagli al bilancio del ministero della pesca che vi sono stati negli ultimi anni hanno tra l’altro portato ad una riduzione del tempo totale di monitoraggio, sceso da 270 giorni del 2015 ad 84 giorni nel 2019.

Uno scarso pattugliamento che preoccupa in maniera particolare per quanto riguarda l’arcipelago indonesiano di Raja Ampat, situato al centro del “Triangolo dei coralli”: un’area (che si trova nelle acque marine tropicali di Indonesia, Malesia, Papua Nuova Guinea,  Filippine, Isole Salomone e Timor Est) che contiene almeno 500 specie di coralli in ogni ecoregione e migliaia di specie di pesci. Come sottolineato da un documento pubblicato sul sito ScienceDirect, infatti, nel solo 2006 le catture illegali e non dichiarate nell’arcipelago avevano superato quelle dichiarate di oltre 40mila tonnellate, minacciando così “la sostenibilità a lungo termine della pesca e quindi i mezzi di sussistenza nella regione”. Non a caso, dunque, tale pratica è stata anche accusata dai pescatori locali di causare un calo delle catture di pesce e di rappresentare un grande pericolo per la tutela delle risorse ittiche.

Nello specifico, a minacciare Raja Ampat sono metodi come la pesca esplosiva e la pesca al cianuro, diffusisi nelle acque dell’arcipelago a partire dagli anni ’80 in risposta alla crescente domanda commerciale di frutti di mare. A testimoniarlo sono stati alcuni membri della comunità locale a Mongabay, che è appunto andato alla ricerca delle persone offertesi di proteggere le loro acque. «Si potevano sentire le vibrazioni» ha infatti affermato la 33enne Esterlita Jabu – che vive sull’isola di Raja Ampat “Mutus” – ricordando le esplosioni provocate dai pescatori nel suo villaggio di appartenenza durante la sua infanzia. Esterlita Jabu ed altre 19 persone del villaggio da marzo 2020 si sono dunque offerte volontarie come membri di “Pokmaswas”, uno dei gruppi gestiti dalle comunità locali con lo scopo di aiutare a pattugliare le loro acque. I gruppi Pokmaswas si trovano in tutta l’Indonesia ed attualmente, grazie ad un’iniziativa del governo iniziata nel 2001, sono quasi 3000. Sull’isola di Mutus, però, 9 di essi si distinguono in quanto creati grazie ad una sovvenzione dell’Indonesia Climate Change Trust Fund (ICCTF), un fondo fiduciario lanciato dal governo, ed attualmente in fase di registrazione presso il ministero della pesca, cosa che aiuterebbe a sostenere le loro pattuglie e coprire le relative spese.

Si tratta di un rimborso evidentemente dovuto in quanto Mongabay, che ha parlato con alcuni dei membri di gruppi Pokmaswas, ha fatto sapere che sono state segnalate zero violazioni della pesca regolare da quando i gruppi sono stati formati e che Syafri, il responsabile della gestione del Raja Ampat Islands Marine Conservation Park (letteralmente il “Parco di Conservazione Marina delle Isole Raja Ampat”), ha affermato che le pratiche di pesca illegale e distruttiva sono diminuite del 70-80% negli ultimi tre anni. Il tutto anche grazie al lavoro di tali gruppi, che segnalano le potenziali attività di pesca illegali alle autorità facilitandogli il lavoro. I volontari, dotati di attrezzature come binocoli, walkie-talkie e fotocamere, effettuano i pattugliamenti almeno due volte a settimana in aree non coperte dalle squadre di pattuglia ufficiali. Grazie a delle “torri di monitoraggio a terra”, però, riescono a monitorare la situazione anche al di fuori dei giorni di pattugliamento programmati, contribuendo dunque in maniera notevole al contrasto del fenomeno.

[di Raffaele De Luca]